Evaristo Beccalossi

/ L’INTERVISTA

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

“Il Becca”, l’amicizia con Altobelli ed il suo calcio spettacolo fatto di qualità anche al di fuori del rettangolo di gioco

di Pier Paolo Cattozzi

“DRIBBLOSSI”, più che un acronimo, un vero e proprio Titolo onorifico riconosciuto urbi et orbi dalla DEA EUPALLA e tramandato ai posteri dallo scrittore e giornalista, anche di sport, Gianni Brera. «Se devo essere sincero, quando mi battezzò come DRIBBLOSSI, non la presi affatto bene. Mi lamentai. Poi scrisse che “io vedevo autostrade dove gli altri vedevano solo strade di campagna” e allora capii che non era il solito criticone e gli sono addirittura riconoscente. Il soprannome mi ha portato fortuna».

EVARISTO BECCALOSSI: per i giornalisti del tempo erano considerati, nome e cognome, troppo lunghi per i titoli e, in genere, anche per i tabellini della cronaca spicciola. Essendo il giovane cresciuto a Brescia giocatore di talento e fantasia, non lo si poteva certo ignorare. Accadde così che l’autore settimanale dell’Arcimatto (rubrica settimanale di risposte ai lettori del Guerin Sportivo) ancora una volta seppe racchiudere in un solo suo neologismo tutto quanto sapeva inventare in campo quel Campione dal dribbling facile. Proprio tutto, invero, non lo si può affermare, perché il personaggio aggiungeva all’estro un pizzico di “discontinuità” che lo faceva regredire al ruolo di semplice comprimario. Raccontano che i suoi colleghi di spogliatoio, prima di entrare in campo, usassero chiedersi se la partita in programma l’avrebbero giocata in dieci o in dodici a seconda dell’umore di DRIBBLOSSI. «Non posso smentire: era proprio così. Perché a me piaceva giocare per divertirmi e a volte gli altri evidentemente si divertivano meno».

Il Becca con la nazionale
Eri evidentemente insofferente agli schemi.

«Che schemi e schemi: io e Altobelli giocavamo e ci intendevamo perfettamente, ma nessuno ci ha mai dettato schemi. Gli schemi sono venuti dopo e, almeno io, non sono proprio convinto che abbiano aggiunto qualcosa di più al gioco: forse qualche alibi e rompicapo per voi giornalisti».

Non è che il tuo rapporto con il giornalismo, quello che Frassica (il comico, categoria che oggi va per la maggiore ndr) ha definito il mestiere più antico del mondo, sia stato sempre idilliaco.

«No, grande rispetto per tutti ma riconosco che oggi siano troppo invadenti. Radio, tv, giornali, social e così via. Tu sei un amico, quindi è un’altra cosa».

In effetti per averti al telefono sono stato dribblato via cavo, con sms, whatsapp e via dicendo in Italia e all’estero. A proposito, cosa ci facevi in Georgia.

«Ero con l’Under 19 come Capo delegazione. Una bella esperienza che mi gratifica. Oggi ci sono giovani che a soli diciannove anni vengono convocati da Mancini in Nazionale A. Vedi Tonali, Zaniolo, ma non solo. Il problema è che vengono subito paragonati a campioni del passato o recenti mentre non ci sono cloni: ognuno ha caratteristiche proprie. Mi sembra sciocco paragonarli subito a Del Piero o Pirlo. Inoltre si rischia anche di mandarli fuori giri».

Inutile chiederti se c’è qualcuno che ti assomiglia, ad esempio, nel Napoli.

«Non me la sento proprio di fare certe cose: io ero uno che cercava di fare bene l’ultimo passaggio. Con Altobelli lo facevo a occhi chiusi e per questo ci divertivamo. Non era vero che sbavavo per il dribbling: mi piaceva giocare per gli altri e non mi piaceva correre. Da qui il fatto che non tutti gli allenatori mi capivano».

Nemmeno Bearzot (non lo convocò per i Mondiali dell’82, quelli vinti dall’Italia).

«Fammi il favore. Acqua passata, non ne voglio più parlare».

Allora ritorniamo alla Coppie Regine: come Mertens ed Insigne, ad esempio.

«Davvero forti, ma niente paragoni. Hanno tecnica, classe e si allenano come si fa oggi: al massimo. Non c’è più il calcio naïf».

Qualcuno dice anche a scapito della qualità.

«Tutte balle. Certo il professionismo esasperato di oggi priva lo spettacolo di qualche colpo del cosiddetto fantasista, privilegiando il collettivo. Però quanti atleti e campioni che possono comunque garantire lo spettacolo».

Con la maglia dell’Inter
Come Napoli e Inter: chi vedi come anti Juve.

«Il Napoli ha fatto vedere qualche cosina in più. Ancelotti in soli sei mesi ha già valorizzato quel tanto di buono che aveva fatto Sarri. Indubbiamente la sua esperienza internazionale è più che una garanzia».

Spalletti.

«Spalletti ha fatto bene alla Roma, ma la sua vera occasione di dimostrare cosa sa fare è l’Inter. Se sbaglia, Milano potrebbe essere l’ultima spiaggia».

L’eliminazione di entrambe in Champions a chi porterà più problemi.

«È difficile dirlo. Certo il Napoli è uscito veramente a testa alta. Nessuno aveva pensato a un’impresa tanto meritevole. Si pensi che praticamente è stato eliminato a causa del golletto subito dalla Stella Rossa. Per Ancelotti solo un ulteriore riconoscimento nonostante l’eliminazione, ma si sa che in campo poi vanno solo i giocatori. Qualcosina in più ci si aspettava sia da Mertens che da Insigne. L’Europa League resta un traguardo da non sottovalutare».

E la tua Inter.

«Quasi lo stesso discorso anche per l’Inter, ma con l’aggravante di un calo di condizione e concentrazione che Spalletti dovrà valutare molto attentamente. Anche perché non mancano rimproveri a suo carico. Forse anche un mea culpa non guasterebbe e Milano resta per lui l’ultima spiaggia».

Visto che sei fra i suoi collaboratori in Nazionale, come giudichi il lavoro di Mancini.

«Sono ottimista. La scelta di puntare sui giovani darà risultati molto lusinghieri. Io fra i giovani lavoro e vedo ragazzi interessanti e tecnicamente già affidabili. Mancini come Ancelotti ha buona esperienza internazionale. Farà bene: lo auguro a lui e alla Nazionale».

Dopo Brera, mio Direttore al Guerin Sportivo che mi portava a San Siro a vedere la sua Beneamata, ti ricordo anche un altro personaggio mai dimenticato fra i tuoi prestigiosi ammiratori: l’avvocato Prisco. Lui amava dire: “Non è BECCALOSSI che gioca col pallone, è il pallone che vuole giocare con lui”.

«Hai ragione: davvero indimenticabile come la Beneamata di allora. Senza dimenticare i suoi grandi Presidenti».

A proposito di presidenti, cosa pensi di De Laurentiis.

«Sinceramente solo bene, basti ricordare che ha scelto Ancelotti per il dopo Sarri. Chiaro che a volte parla troppo, ma non devo essere proprio io a dirlo. Sta portando avanti un programma ambizioso che merita attenzione, non solo per la sua soddisfazione ma per quel pubblico che tutti vorrebbero avere. Forse anche la Juve, almeno qualche volta».

Quindi alla fine Juve o Napoli o ….

«Ehi Catto, non ci riprovare: niente pronostici».

Così, alla fine, non poteva che arrivare un bel tunnel, firmato DRIBBLOSSI.

Beccalossi ed il suo amico Altobelli

I pensieri di Beccalossi:

“Quando vidi per la prima volta il campo a 11, mi sembrò enorme. Ci andavo in bicicletta, una Graziella che piegavo in due per metterla nell’automobile di papà, che veniva a prendermi quando finiva di lavorare”

“La maglia nerazzurra la ricordo di un peso incredibile. La gente dell’Inter mi ha sempre amato e lo fa ancora, ma arrivare a giocare nell’Inter dopo i fenomeni che c’erano stati mi faceva paura. Era incredibile, passare da Brescia alla grande città, Milano, per giocare con l’Inter. Passare da Suarez, Corso, Mazzola a Beccalossi, erano emozioni impressionanti”

“È meglio giocare con una sedia che con Hansi Muller, perché con la sedia quando gli tiri la palla addosso ti torna indietro!”

pubblicato su Napoli n.4 del 22 dicembre 2018