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Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

Enzo d’Errico, il direttore del Corriere del Mezzogiorno, parla dell’anniversario della squadra azzurra

di Lorenzo Gaudiano

Enzo d’Errico aveva soltanto diciotto anni quando ha iniziato a dedicarsi al giornalismo. Ad una simile età per tutti i giovani è sempre difficile prevedere dove si andrà a finire andando avanti nel tempo, ma nel suo caso dubbi in merito non ce ne sono mai stati. Scrivere ha sempre costituito la sua principale passione ed oggi come allora questo aspetto rilevante della sua vita è rimasto inalterato, anzi si è fortificato con le varie esperienze vissute nel campo giornalistico e le numerose soddisfazioni ottenute in carriera che in passato hanno certificato e nel presente continuano ad avvalorare la sua professionalità.
Da diversi anni è il direttore del Corriere del Mezzogiorno, uno dei principali punti di riferimento dell’informazione partenopea e non solo, il miglior riconoscimento per un personaggio che nella sua carriera ha dimostrato col passare degli anni grande competenza nel proprio campo. Lui stesso definisce questo ruolo di così grande importanza e responsabilità che gli è stato affidato come «la chiusura di un cerchio, il coronamento di una carriera dopo più di 20 anni trascorsi al Corriere della Sera come inviato per il Mezzogiorno e 5 nell’ufficio centrale a Milano».
Il 1° agosto è stato l’anniversario del Napoli, il 95esimo, anche se per molti in realtà la squadra azzurra avrebbe molti più anni e non sarebbe quella la giornata in cui si dovrebbe festeggiare. Al di là di questo dettaglio, è proprio con d’Errico che si è deciso di celebrare questa data, partendo da un augurio alla società partenopea fino ad arrivare all’attualità con l’inizio dell’era Spalletti.

È passata quasi una settimana dal 95esimo anniversario del Napoli. Se le chiedessi di mandare un augurio personale al Napoli per questa importante e significativa ricorrenza, cosa direbbe?

«Un augurio sicuramente scontato, ovvero di vincere un altro scudetto. Essenzialmente e seriamente gli auguro di mantenere la rotta intrapresa e seguita in questi anni. Il calcio, come tutta la nostra vita e al tempo stesso l’organizzazione economica e sociale, è cambiato radicalmente nell’ultimo decennio. Gli scudetti vinti con Maradona infatti appartengono purtroppo alla preistoria, non so se oggi sarebbe possibile replicare un risultato di quel tipo. Il calcio oggi è un’impresa economica, è diventato necessario mantenere in ordine i conti e programmare una crescita nel tempo. La strada attuale mi appare come la migliore da seguire».

A questo punto mi interessa una sua considerazione su quello che il Napoli ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà negli anni a venire…

«Il Napoli è una componente fondamentale dell’anima della città. Il tifo da sempre è un sentimento che attraversa trasversalmente il capoluogo partenopeo, non è una cosa di esclusivo patrimonio popolare. Appassiona tutti, dal grande imprenditore al disoccupato, e credo che costituirà sempre una parte importantissima di questa città».

Durante la sua carriera, e anche la sua vita personale, qual è il momento della storia del Napoli a cui si sente più legato, di cui conserva i ricordi più belli oppure un aneddoto particolare che ha piacere di condividere?

«Dal punto di vista professionale ho seguito in particolare gli scudetti conquistati ai tempi di Maradona. Non voglio cadere nella trappola della retorica e della banalità ma senza dubbio quei successi non potrei dimenticarli. Devo essere sincero, per un certo periodo non ho seguito il Napoli con la stessa passione. Con la retrocessione in C e la nuova gestione avviata dal presidente De Laurentiis ho ripreso a seguire le vicende della squadra con quella stessa passione che mi aveva contraddistinto da ragazzo e si può dire sia cominciata la mia seconda vita da tifoso. Come aneddoto posso raccontare che in piena gioventù andavo con mio padre al San Paolo a vedere le partite, era il Napoli di Sivori ed Altafini. Ricordo in particolare una partita contro la Juventus dove Sivori venne espulso e quel sentimento di rabbia provato allora lo rivivo ogni volta che il Napoli affronta i bianconeri».

Quindi se le dicessi Napoli di Vinicio, Napoli di Maradona o Napoli di Sarri, lei quale sceglierebbe?

«Parliamo di tre Napoli completamente diversi, per storia e tutto il resto. Quello di Sarri è stato il Napoli più bello, a quello di Vinicio invece sono legato molto dal punto di vista affettivo in quanto era la prima volta che il Napoli appariva come una squadra spettacolare, arrembante, intrepida. Quello di Maradona è stato il Napoli vincente, ma si parla di stagioni davvero uniche. Dal mio punto di vista però preferisco le realtà che crescono e si affermano nel tempo, non il “feste, farina e forca” che è venuto fuori dopo, quando il Napoli ha imboccato una strada di declino».

In questi 95 anni sono accadute tante cose, il Napoli ha vinto i suoi trofei e vissuto i suoi momenti belli e brutti. Per come sono andate poi le cose, si sarebbe potuto fare di più oppure il Napoli ha ottenuto quanto gli fosse possibile conseguire?

«Il Napoli non va mai considerato come un’entità indipendente dal contesto che lo circonda. È una squadra di calcio di una città che non ha avuto nel tempo un’economia strutturata con grandi capacità di investimenti. Ha sempre vissuto uno sviluppo legato alla spesa pubblica, per cui non si sono mai riuscite ad affermare famiglie imprenditoriali come quella degli Agnelli, dei Moratti. Il Napoli ha potuto contare sempre e soltanto sulle forze di imprenditori singoli, come Lauro, Ferlaino ed ora De Laurentiis. Per questo motivo ha fatto tutto quello che le fosse possibile fare. Certo in alcune stagioni poteva essere amministrato meglio, ma sarebbe stato comunque difficile ottenere di più».

Dopo il fallimento De Laurentiis ha saputo ricostruire, riportare in Europa e mettere in condizione il Napoli di giocarsi anche il campionato con le squadre più titolate. Oggi, proprio perché la società azzurra ricopre un ruolo comunque importante nel calcio italiano ed europeo, cosa è necessario fare per continuare a farlo crescere?

«Tutto dipenderà dai risultati, che incrementano la capacità di investimento, consentono di alzare il fatturato etc. Se oggi vogliamo una società con i conti in ordine che non si indebiti e non fallisca per comprare il Ronaldo di turno, questa è la strada giusta da seguire a meno che non si venda a famiglie arabe o imprenditori che possono permettersi di investire senza badare ai bilanci. Sinceramente preferisco sempre una proprietà legata al territorio e che soprattutto faccia capire ai tifosi che questa è l’unica via percorribile».

Nonostante oggi l’incubo della Serie C e le difficoltà degli anni precedenti alla gestione De Laurentiis siano lontani, la città è divisa sul presidente: c’è chi lo ama e chi purtroppo lo critica per la gestione forse troppo oculata della società. Perché in certi momenti prevale questo sentimento di divisione e soprattutto la critica nei suoi confronti?

«Il presidente De Laurentiis di sicuro non è un uomo simpatico e non fa molto per rendersi tale. È un tratto del suo carattere, tutti noi ne abbiamo uno, ma questo in particolare pesa nel rapporto con una città che negli strati popolari vive soprattutto di sentimenti, con tutta la volatilità che questi hanno, e purtroppo con poca ragione. Questo è un discorso che non vale solo per il calcio, ma riguarda tutta la città. Giustamente non si sta a pensare che, comprando il Ronaldo di turno, dopo qualche anno chissà che fine si potrà fare. Mi ricorda tanto il “domani penso ai debiti, stasera sono un re” di una canzone napoletana, che è una delle maledizioni della nostra città. De Laurentiis di errori ne ha fatti sicuramente negli anni, uno di questi è la gestione troppo personalistica della società che forse andrebbe strutturata in maniera più moderna con figure intermedie finalizzate alla creazione intorno al presidente stesso di una squadra di manager e professionalità. Poi qualche acquisto di sicuro è stato sbagliato, ma nella gestione di una società questo può capitare».

Passiamo all’attualità: è iniziata l’era Spalletti. È il profilo giusto per una panchina calda e difficile come quella partenopea?

«Non lo conosco personalmente. Di primo acchito è un personaggio di grande temperamento, per cui posso ipotizzare che ci sarà una bella dialettica tra lui ed il presidente. Come si risolverà non lo so. Tra quelli che erano in lizza per la panchina azzurra mi sembra un tecnico molto preparato».

Per chiudere, già si può ambire alla Champions nella prossima stagione oppure è in atto una ricostruzione per cui bisognerà attendere anche alla luce del mercato che la società pensa di condurre?

«Il presidente è stato molto chiaro sul fatto che il monte ingaggi attuale non è sostenibile per una squadra che non può usufruire dei fondi derivanti dalla Champions. Una cessione eccellente quasi certamente ci sarà e nonostante questo un piazzamento tra le prime quattro sarà alla portata perché la crisi scatenata dal Covid ha colpito anche le società più blasonate e senza dubbio condizionerà le loro strategie di calciomercato. Se il Napoli manterrà i propri punti fermi ed indovinerà alcuni acquisti, la prossima stagione sarà comunque importante. Lo scudetto è una favola, ma nel calcio tutto è imprevedibile».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021