GLI ANNI D’ORO

“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

Antonio Carannante ripercorre gli anni d’oro in azzurro fino ai giorni nostri e indica la necessità per il Napoli di un terzino

di Marco Boscia

Il primo agosto sono trascorsi 95 anni dalla nascita del Napoli. Stagioni condite da successi, gioie, ma anche dolori e sconfitte. Un fallimento e poi la rinascita del 2004 grazie ad Aurelio De Laurentiis. Ancora oggi il numero uno azzurro è alla ricerca, dopo la conquista in 17 anni di presidenza di tre Coppe Italia e due Supercoppe italiane, del primo scudetto della sua era, il terzo della storia del Napoli. Chi quindi meglio di Antonio Carannante, terzino protagonista degli anni d’oro azzurri, prodotto del vivaio napoletano assieme, fra gli altri, a Ciro Ferrara e Ciccio Baiano, può raccontarci cosa si prova a giocare nel Napoli e ad indossare la maglia della propria città: «Vestire i colori azzurri è stata un’emozione indescrivibile. Ho fatto un percorso velocissimo: in due anni prima gli Allievi poi la Primavera e subito dopo la prima squadra. Non mi aspettavo di debuttare in Serie A così giovane, non avevo ancora compiuto 17 anni, e di essere già considerato un ragazzo di prospettiva. La società puntò decisa su di me e dimostrai in quegli anni che non si erano sbagliati. Entrai difatti a far parte del giro della nazionale italiana giovanile fino a conquistare un posto in quella U21 dove ho giocato assieme a Mancini e Vialli».

Quali sono le principali differenze fra il calcio di allora e quello di oggi?

«Prima il calcio era più tecnico, meno tattico e c’era molto più agonismo. Oggi c’è molta più fisicità e gioco di squadra».

Che emozione si prova a giocare con il più grande di tutti?

«Ho giocato precedentemente anche assieme a Ruud Krol, che considero uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Avere l’opportunità di allenarmi e confrontarmi con campioni di questa portata, qualche anno più tardi anche con l’immenso Diego, mi ha aiutato a crescere. Quando Maradona è arrivato al Napoli ha cambiato tutto, ha spostato gli equilibri ed esaltato la piazza. Era il periodo che in Italia c’erano pochi stranieri e i più forti al mondo giocavano tutti in Serie A. Basti pensare che la Juve aveva Boniek e Platini, la Roma Falcao e Cerezo etc.».

C’è un calciatore del primo scudetto che per lei era insostituibile al pari di Diego?

«Tutti. Quella rosa era talmente forte che sarebbe stato impossibile pensare di rinunciare anche ad una sola pedina di quello scacchiere perfetto».

In azzurro oltre a Scudetto e Coppa Italia nel 1987 ha vinto anche la Coppa Uefa nel 1989. A quale dei tre successi sono legati i suoi ricordi più belli?

«A tutti in eguale misura. Quello che successe con lo scudetto forse è stato impareggiabile ma il rammarico è quello di non essere stato protagonista per colpa di un infortunio che frenò la mia crescita proprio nel momento in cui ero diventato titolare. Nel 1989 poi, dopo un’ottima stagione in prestito all’Ascoli, tornai al Napoli. Fui importante nella cavalcata europea, saltai soltanto la sfida con la Juventus, che ci portò ad alzare nel cielo di Stoccarda la Coppa Uefa. Ricordo che già a Monaco, in semifinale, fin dal riscaldamento avemmo la sensazione di potercela fare. Diego ci trascinò sulle note di “Live is Life”. Riuscì ad infonderci la giusta carica per scendere in campo motivati e andare poi a vincere la Coppa».

Per quella vittoria due uomini su tutti furono fondamentali. Mi riferisco a Bianchi e Ferlaino…

«Non dimenticherei Allodi e Juliano. Sono stati importantissimi. Mi hanno cresciuto e per me sono stati i migliori in assoluto, i fondatori di quel progetto che ha portato il Napoli a trionfare sia in Italia che in Europa. Professionalità, serietà e dinamicità sempre al nostro servizio. Con loro ci sentivamo sicuri. Bianchi è stato uno dei migliori allenatori italiani, Allodi in quel periodo è stato il top dei direttori generali, Ferlaino è stato prima di tutto tifoso del Napoli e poi presidente. Persone come loro oggi sono impossibili da trovare nel mondo del calcio».

Quando andò via da Napoli, tralasciando Diego, quale è stato il calciatore più duro da affrontare?

«All’epoca erano tutti forti gli avversari. Ti parlo di ali come Bruno Conti, Franco Causio, Massimo Mauro, Zbigniew Boniek solo per citarne alcuni. Ogni domenica era veramente dura, però io ero abbastanza bravo a stargli addosso. Li attaccavo sempre perché quelli non erano calciatori che potevi aspettare, ti facevano male al minimo spazio che gli concedevi».

Veniamo quindi ad oggi. C’è un calciatore azzurro dell’attuale rosa che le piacerebbe allenare?

«Poiché troppo spesso commettono degli errori banali ed anche io sono stato terzino, mi piacerebbe tanto poter lavorare sulla difesa».

Perché Koulibaly e Manolas ancora non sono riusciti a trovare la giusta intesa?

«Semplicemente perché a mio parere non costituiscono una coppia ben assortita».

Come mai gli azzurri non hanno centrato l’obiettivo Champions quest’anno?

«Credo abbiano pesato tanto gli infortuni. Alcuni giocatori sono insostituibili: nel momento in cui perdi Mertens, Koulibaly, Lozano, Osimhen, Demme etc. per un lungo periodo, e molti anche tutti insieme, aggiunti ai problemi e alle assenze che il Covid ha causato, è normale che una squadra ne possa risentire. Nel Napoli poi non ci sono riserve all’altezza ed è automatico che per una parte di stagione non siano arrivati i risultati. Si è visto come, con il recupero di tutti i calciatori, la squadra sia cambiata».

Cosa ne pensa di Osimhen?

«Per quel poco visto è un calciatore difficile da marcare. Se riuscirà a trovare la giusta continuità potrebbe essere la grande sorpresa del prossimo campionato».

Fosse in De Laurentiis rinnoverebbe il contratto ad Insigne dopo l’ottimo Europeo?

«È un giocatore indiscutibilmente forte, anche se inizia ad essere un pochino avanti con l’età. Quello che gli viene richiesto è sempre stato un gioco molto dispendioso e non so per quanto ancora possa reggere determinati ritmi perché la sua forza è sempre stata la resistenza oltre che la tecnica. Fossi nel presidente comunque gli rinnoverei subito il contratto. Lorenzo è napoletano e oggi anche i più scettici lo adorano e si sono ricreduti. Meriterebbe di chiudere la carriera in azzurro provando, chissà, a regalare il terzo tricolore ai tifosi».

Può essere Luciano Spalletti l’uomo giusto per riuscirci?

«Questo non lo so. Di sicuro è un allenatore esperto e mi auguro che in azzurro possa fare bene. La prima cosa da fare è prendere Emerson Palmieri. È un calciatore straordinario che può dare una grande mano agli azzurri. Potrebbe essere prima di tutto lui l’uomo giusto».

pubblicato su Napoli n.44 del 14 agosto 2021