Il presidente Santiago Bernabéu ed il suo gioiellino Alfredo Di Stefano

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Bernabéu sa muoversi nella stanza dei bottoni in federazione mentre la sua squadra si aggiudica la prima Coppa dei Campioni

di Giovanni Gaudiano

La nascita della Coppa dei Club Campioni è dunque cosa fatta nel 1955.
Hanot successivamente dirà di non aver avuto manifestazioni simili a cui ispirarsi e che la competizione non avesse avuto una vera e propria antenata. Ammise però, da cronista attento, che qualcosa di simile si era già visto in Sudamerica anche se il torneo non era stato riconosciuto dalla confederazione sudamericana ed inoltre si era giocato soltanto un anno con una formula diversa da quella che verrà adottata in Europa.

L’antenata sudamericana

Si era, infatti, nel 1948 ed ai cileni del Colo-Colo venne in mente di organizzare un torneo per stabilire chi fosse la più forte squadra di club del continente sudamericano.
La Conmebol (la federazione calcistica sudamericana) decise di considerare la manifestazione alla stregua di un torneo di calcio amichevole e ci sono poi voluti quasi 50 anni perché riconoscesse quell’unica edizione come l’antenato della Coppa Libertadores. A quella manifestazione presero parte sette squadre che si fregiavano in quel momento del titolo di campione in carica della propria nazione ad esclusione della rappresentante peruviana che era arrivata seconda in campionato: il Colo-Colo, campione del Cile e squadra organizzatrice ed ospitante, l’Emelec campione dell’Ecuador nel 1946, il Deportivo Litoral campione di Bolivia nel 1947, il Deportivo Municipal dal Perù per rinuncia del Atlético Chalaco, il Nacional campione d’Uruguay nel 1947, il River Plate grande favorita dell’Argentina ed il Vasco de Gama che aveva prevalso nel 1947 nel campionato di Rio de Janeiro.
Si trattava quindi di una vera e propria Coppa dei campioni del Sudamerica (Copa de Campeones Sudamericanos).
Si giocarono 21 partite in 36 giorni con la formula della classifica a punti e gare di solo andata. Il torneo iniziò l’11 febbraio con il 2 a 2 tra i padroni di casa del Colo-Colo e terminò con la vittoria oramai inutile del River Plate proprio sul Colo-Colo per 1 a 0. Si laurearono campioni i brasiliani del Vasco de Gama che conquistarono dieci dei dodici punti in palio vincendo 4 partite e pareggiandone due. Grazie a questo successo nel 1997 il Vasco de Gama verrà ammesso a disputare la Supercoppa del Sudamericano, visto che l’anno precedente la Conmebol aveva finalmente riconosciuto la validità di quel torneo, come riconoscimento e riparazione dell’eccessivo ritardo con il quale era maturata la decisione.

La famosa maquina del River Plate

Minella, la “máquina” e Di Stefano

Quel torneo vide ai nastri di partenza la squadra argentina del River Plate, allenata da José Minella che era da tutti considerata come la favorita assoluta per la conquista della vittoria finale. Minella era figlio di immigrati italiani provenienti dal Piemonte (Villanova Monferrato, provincia di Alessandria) era stato un buon giocatore e come allenatore conquistò sette vittorie nel campionato argentino sempre alla guida del River Plate. In quella squadra che seppe racimolare un punto in meno rispetto al Vasco de Gama giocava ancora la famosa “máquina”, una linea d’attacco tanto tecnica quanto prolifica formata sino al 1946 da: Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau con la variante nel 1947 di Alfredo Di Stefano al posto di Pedernera.
Di Stefano nel campionato argentino di quella stagione aveva messo a segno 27 reti ed anche nella Coppa dei Campioni del Sudamerica si mise in evidenza. La “saeta rubia” per questo motivo è considerato di fatto il giocatore simbolo che ebbe la funzione di creare un’ideale saldatura tra quella competizione e la Coppa dei Club Campioni d’Europa visto che arrivato al Real Madrid sarà tra i protagonisti, se non il protagonista principale, dei cinque successi consecutivi che la squadra del presidente Bernabeu conquisterà nella prime cinque edizioni della manifestazione.

Don Santiago e la sua determinazione

Si narra che come suo solito Don Santiago si fosse presentato nello spogliatoio avversario dopo la gara disputata nell’ambito di un torneo amichevole tenutosi a Madrid contro i colombiani del “Millionarios” di Bogotà. Il presidente del Real Madrid era presente per visionare Pedernera ma invece decise di acquistare Di Stefano che dal River Plate si era trasferito in Colombia. Concluso l’affare nacque una disputa con il Barcellona che vantava un accordo con il River Plate, che avrebbe detenuto ancora ufficialmente il cartellino dell’argentino. Si era nel 1953 e Bernabeu riuscì con la sua autorevolezza e i suoi mezzi economici a convincere i rivali catalani e così la “saeta” divenne un giocatore del Real Madrid. Per convincerlo a trasferirsi nella capitale pare gli avesse detto che non ci sarebbero stati problemi con la cifra, era solito offrire assegni firmati senza importo preventivo, ma che comunque il Real era una squadra seguita dal popolo e dagli operai e che lui avrebbe dovuto tenere bene a mente questi avvertimenti evitando atteggiamenti fuori posto. L’argentino accettò ma dal suo canto avanzò alcune richieste a Bernabeu, che qualche anno dopo raccontò come gli avesse concesso di mangiare quello che voleva (sardine e vino bianco). Il presidente e Di Stefano con una stretta di mano stavano scrivendo la storia del calcio spagnolo, europeo e mondiale ed in particolare la storia della Coppa dei Campioni. Nella prima edizione Di Stefano metterà a segno 7 dei 20 gol complessivi che il Real realizzerà sino alla vittoriosa finale del 13 giugno 1956 disputata al Parco dei Principi di Parigi contro la squadra francese dello Stade de Reims. In quell’edizione però la “saeta rubia” mostrò al calcio internazionale come sarebbe stato il giocatore universale del futuro. Nella gara di ritorno dei quarti di finale dopo che a Madrid le “merengues” avevano strapazzato per 4 a 0 il Partizan di Belgrado, sul 3 a 0 in rimonta degli slavi comprese che la qualificazione era appesa ad un filo e pur giocando su di un campo innevato ai limiti della praticabilità decise, senza che l’allenatore Villalonga glielo avesse chiesto, di dare man forte alla difesa per mantenere sino alla fine l’ultima rete di vantaggio per la sua squadra. La cosa ovviamente riuscì.

Lo jugoslavo Milos Milutinovic, sogno proibito per Bernabéu

La strada per la vittoria

Il Real incasserà in semifinale 4 reti dal Milan ed in finale 3 reti dallo Stade segnandone sempre uno in più e porterà la coppa a casa. La prima edizione con 800.000 spettatori in 29 gare mostrò subito le potenzialità della manifestazione e fu un grande successo sia sportivo che finanziario. Prima della finale inoltre Don Santiago che porterà a Madrid l’attaccante dello Stade de Reims Raymond Kopa, dopo aver tentato inutilmente di ingaggiare anche lo jugoslavo Miloš Milutinović del Partizan che avrebbe accettato se non ci fosse stato il veto della sua federazione, otterrà un’altro significativo risultato.
Nel 1956 il Real Madrid aveva terminato il campionato al terzo posto dietro ai vincitori dell’Athletic Bilbao seguiti dal Barcellona e quindi la squadra della capitale non avrebbe potuto giocare in Coppa dei Campioni l’anno seguente.
Bernabeu riuscirà a far inserire durante una riunione, prima della finale di Parigi, la postilla per cui la squadra vincitrice della Coppa avrebbe avuto automaticamente il diritto di difendere il trofeo indipendentemente dalla posizione di classifica ottenuta al termine del proprio campionato nazionale. Il presidente del Real aveva scommesso con se stesso che i suoi ragazzi avrebbero vinto e così finirà con la prima coppa dalle grandi orecchie finita nella bacheca di una società già importante che stava inaugurando una stagione di vittorie che ancora oggi continua.

(2 – continua)

pubblicato su Napoli n.21 del 5 gennaio 2020