COPERTINA

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

Una storia fatta di cicli e di programmi ambiziosi da rilanciare dopo un’annata confusa con una rosa arrivata al capolinea

di Giovanni Gaudiano

Il numero di per sé a Napoli non porterebbe bene ma per una volta, attivando tutti gli scongiuri del caso, si inizierà la stagione guardando con decisione in avanti, sicuri di aver già pagato ampiamente in questi anni eventuali debiti con la fortuna.
Quella che sta per iniziare sarà la diciassettesima stagione con Aurelio De Laurentiis alla guida della società azzurra. Il suo Napoli sta per diventare maggiorenne. Una vita, quindi, una storia piena di speranze, di emozioni, di uomini di qualità arrivati per riportare il Napoli laddove merita di stare.
Una storia con molti alti, pochi bassi, con qualche titolo conquistato per arricchire la bacheca azzurra. Un’avventura cominciata a Paestum tra i templi greci, luogo naturalmente deputato per la filosofia di cui è permeato il popolo napoletano, capace di assorbire anche un fallimento e l’onta di dover ricominciare dalla Serie C con pochi palloni ed una squadra raccogliticcia fatta in pochi giorni.
Al presidente spesso in questi anni è piaciuto ricordare come ha rilevato il Napoli in quell’estate infuocata del 2004. La situazione, c’è poco da dire, era quella ma forse in un momento di estrema lealtà qualcuno dei presenti, nelle varie occasioni, avrebbe potuto ricordare a Adl cosa Napoli ed il Napoli hanno rappresentato per lui, per tutta la sua famiglia e per la sua attività di oculato e capace imprenditore.
L’equilibrio di De Laurentiis nella gestione della società è noto, ci sono i dati ufficiali che lo confermano ad ogni presentazione di bilancio. Anche il quotidiano nazionale più specializzato in economia non può che confermare sempre questo successo che dura da sedici anni. Proprio per questo sarebbe il caso che De Laurentiis riconosca una volta tanto anche i meriti della città e degli appassionati, al di là di quelle posizioni controverse che di tanto in tanto fanno capolino.
Nella conferenza stampa del 13 luglio, con la quale il patron del Napoli ha presentato il ritiro di Castel di Sangro è stato bello sentire che c’è qualcosa che Aurelio De Laurentiis ignora o non conosce. Non per un malcelato e misero senso di rivalsa nei confronti di un uomo colto, le cui qualità non spetta a noi enumerare, ma per avvalorare un concetto: si guarda molto spesso troppo lontano mentre la soluzione è più vicina di quanto tutti possiamo immaginare.

È stato piacevole e soddisfacente sentire dire al presidente che a meno di due ore di auto da Napoli esiste qualcosa all’altezza, se non meglio, di quanto possano offrire le peraltro splendide valli alpine.
Il ritiro a Castel di Sangro della squadra azzurra, che comunque dalla stagione ventura rimarrà accoppiandosi a quello di Dimaro, è stato un modo per rinnovare l’aria attorno al Napoli. La scelta potrebbe rappresentare idealmente l’avvio di una ragionata rifondazione che a questo punto sembra impossibile da postergare ancora. Nella rosa ci sono quelli che sono stati dei punti di riferimento in questi anni ma il loro ciclo si può dire si sia concluso all’indomani della partenza di Hamsik e poi di Albiol.
Ci sembra giusto a questo punto avviare un breve amarcord per ripercorrere, proprio attraverso le parole del presidente, i passaggi che hanno contraddistinto le varie fasi della sua gestione al Napoli che va detto ha avuto una precisa connotazione: una continuità mai raggiunta anche nel momento più luminoso di un sia pur glorioso passato.
Ci tocca quindi partire da quel gran signore che è stato ed è Edy Reja per riavvolgere il nastro e provare a raccontare le fasi dell’era De Laurentiis, partendo dalle parole del presidente.
«Sono sempre in contatto con Reja, costantemente. L’ho sentito per anni, sin da dopo che insieme siamo tornati in Serie A. Gli chiedo spesso di venire a Napoli per aiutarmi e lui si rifiuta. Ho con lui buoni rapporti».
Si tratta di un estratto di alcune dichiarazioni rilasciate nel settembre del 2018 dal presidente sul tecnico, capace in meno di tre anni di riportare il Napoli in Serie A e fanno eco a quanto dichiarato dal tecnico friulano nel maggio del 2016…
«Aurelio De Laurentiis è un signore. Ora sa anche di calcio, ma appena prese la società no, per questo siamo quasi arrivati alle mani, ma da gentiluomini ci siamo subito spiegati e il giorno che sono andato via dal Napoli mi ha detto: “Per lei qua la porta sarà sempre aperta”. Non sono frasi di circostanza ci sentiamo ancora spesso».
Questo il primo ciclo che si concluse con la partecipazione del Napoli alla coppa Intertoto, l’eliminazione da parte del Benfica nella finale e una stagione che, dopo un avvio incoraggiante, subì una brusca frenata con l’avvicendamento in panchina e l’arrivo di Roberto Donadoni.
Il secondo ciclo lo si può far coincidere con l’arrivo di Walter Mazzarri alla guida del Napoli. All’atto del “divorzio”, voluto dal tecnico toscano, che pensava andando a Milano, sponda Inter, di consolidare quanto di buono costruito al Napoli, il presidente nell’estate del 2013, dopo l’ingaggio di Benitez, dichiarò…
«Rimango innamorato delle persone che hanno collaborato a un progetto importante. Mazzarri è un toscano, la sua ironia è normale. Io sono per l’internazionalizzazione, per me è più giusto un allenatore come Benitez, con cui ci siamo subito trovati d’accordo su tutto. In casa mia comunque i divorzi non esistono. Ho dato un’ultima opportunità a Mazzarri ma lui non l’ha accettata, ritenendo di aver concluso il suo lavoro a Napoli. Quindi ho deciso di andare avanti senza tentennamenti».
Il tecnico di San Vincenzo è stato importante nella crescita della squadra ma nessuno può negare, oggi a distanza di tempo, che l’affetto dei napoletani e la possibilità offertagli dalla società ed i risultati che è stato capace di conseguire con gli azzurri non si siano ripetuti da nessun’altra parte, mostrando per intero tutti i suoi limiti gestionali.

Per la successione a Mazzarri, De Laurentiis, come dichiarato, decise di internazionalizzare il Napoli e convinse durante la finale di Champions di quell’anno Rafa Benitez a venire a Napoli. Il suo racconto si riferisce alla fine della prima stagione dello spagnolo a Napoli.
«A Londra incontrai Benitez, col quale facemmo subito “scopa”. Ci trovammo in accordo su tutto ed iniziammo un percorso importante. Fin dal principio mi convinse che la squadra dovesse cambiare modulo; poi ha voluto vedere quali giocatori erano in grado di adattarsi meglio ai nuovi schemi. Infine, dopo il mercato estivo, abbiamo fatto mosse importanti nel mercato di gennaio».
Rafa Benitez con stile e signorilità dopo la decisione di andare a Madrid dichiarò…
«I progetti si possono costruire anche senza essere necessariamente i più facoltosi e noi a Napoli qualcosa di nostro abbiamo dimostrato. È stata rifatta una squadra, attraverso la cessione di Cavani e con investimenti mirati. Abbiamo fatto quello che si poteva: non è un difetto avere una disponibilità economica inferiore ad altri club. Ma De Laurentiis è stato bravo a portare il Napoli ad essere stabilmente tra le grandi. Se c’è anche qualcosa di mio nella squadra allestita, e penso ci sia, ne sono orgoglioso. Poi è arrivato un momento in cui le strade dovevano dividersi, avevamo visioni diverse sulla gestione, sulla politica societaria. Ma l’abbiamo fatto con rispetto assoluto, l’uno dell’altro».
Siamo così giunti al finale di questa breve rivisitazione della fondamentale gestione tecnica del presidente Aurelio De Laurentiis, ovvero la scommessa Sarri, la scelta successiva di un parafulmine come Ancelotti e l’arrivo a stagione quasi del tutto compromessa di Gattuso, quello che oggi sembra essere deputato alla concretizzazione del nuovo ciclo. Partiamo da alcune delle parole riservate dal presidente al tecnico toscano…
«È diventato il deus ex machina, ma anche nel calcio vale la regola del cinema dove per fare un buon film sono necessari un ottimo regista e un ottimo produttore, sono i genitori dell’opera dell’ingegno. Naturale che l’imprenditore dia delle indicazioni e che gli sia riconosciuta una parte del merito nel successo, non solo la colpa nella sconfitta. Chi ha preso Cavani? Il sottoscritto. E Mazzarri? Il sottoscritto. E Benitez? Sempre il sottoscritto. E Higuain? E Sarri? Quando lo scelsi tappezzarono la città di striscioni contro di me».
E poi dopo la separazione…
«Mi fece incazzare con la scusa volgare dei soldi, mi costrinse a cambiare e aveva ancora due anni di contratto. Ricordo che a febbraio mi invitò a pranzo in Toscana, a due passi da casa sua, organizzò la moglie, parlammo di tante cose ma non accennò a chiusure, a separazioni, mi portò fino al giorno che precedette l’ultima partita creando disturbo e incertezza alla società».
Maurizio Sarri forse è stato il più irriconoscente dei tecnici arrivati a Napoli nell’era De Laurentiis. Forse aveva pensato che il ciclo della squadra fosse arrivato al termine e quindi pensò che per “arricchirsi”, come lui stesso ebbe a dichiarare, sarebbe stato meglio emigrare. C’è chi a Napoli di tanto in tanto lo vorrebbe nuovamente alla guida della squadra, pensiamo che sarebbe sconveniente al di là di ogni possibile risultato.

La parentesi di Ancelotti andrà probabilmente valutata nel tempo o quando i due protagonisti si decideranno a dire la verità sull’accaduto. Di sicuro il tecnico emiliano sin dal suo arrivo ha cercato di far capire che erano necessari dei cambiamenti sostanziali ma forse al presidente serviva solo prendere tempo e poi un tecnico meno decorato per rilanciare il suo Napoli. Ecco le parole di De Laurentiis all’indomani dell’esonero…
«Scelsi la sua serenità, la tranquillità, la sua piacevole vicinanza. Mio padre era un filosofo, un uomo dolcissimo. Come Carlo. Ma prendendo lui, non so se feci la cosa più giusta per il Napoli. Dopo la prima stagione, potendo ricorrere alla clausola rescissoria contenuta nel contratto, avrei dovuto dirgli: “Carlo, per me non sei fatto per il tipo di calcio che vogliono a Napoli, conserviamo la grande amicizia, il calcio a Napoli è un’altra cosa. Ti ho fatto conoscere una città che adesso ami spassionatamente e che ti ha sorpreso, meglio finirla qui”».
Nelle dichiarazioni di De Laurentiis è presente solo una mezza verità. In varie occasioni il tecnico di Reggiolo si è accusato di un errore che avrebbe commesso senza però mai volerne parlare chiarendolo. È lecito pensare che anche lui pensasse che sarebbe stato meglio andar via alla fine del primo anno ma è altrettanto giusto considerare che nell’estate del 2019 i presupposti tra l’allenatore e la società erano ben diversi e lontani dalle dichiarazioni rese dal presidente.
Siamo giunti al termine di questa carrellata e va quindi ricordato il racconto che De Laurentiis ha fatto di recente parlando dell’ingaggio di Rino Gattuso…
«Ci eravamo rivisti al compleanno di Ancelotti, da Mammà, a Capri. Una tavolata di quaranta metri, Carlo aveva invitato il mondo, amici, ex compagni, sembrava un matrimonio, io e Carlo ai lati. Rino era seduto vicino a lui. Me l’ero immaginato diverso, ho scoperto un grande conversatore, molto presente a se stesso e in grado di affrontare tutti i temi possibili. Ci siamo intrattenuti a parlare per le tre ore della serata. Dopo il disguido del ritiro-non-ritiro gli ho telefonato e gli ho detto: “Rino, stai calmo, non prendere nessuna decisione se ti chiama qualcuno, stai fermo”. La sera della partita di Champions, dove peraltro abbiamo vinto, ho invitato Carlo a cena per spiegargli che avevo deciso di cambiare, anche per conservare la grande amicizia tra noi… Napoli è la parte migliore della mia vita. Io amo due sole città, i miei due posti, non esiste un altrove, Napoli e Los Angeles. Per stare vicino alla squadra ho appena deciso di affittare una villa di Capri e di trasferirvi gli uffici della Filmauro, del cinema e del calcio».
Ed ancora…
«La squadra aveva dimenticato il 4-3-3 sarriano, a Rino ho chiesto la riverginazione di quel modulo, anticipandogli che lo scotto da pagare sarebbero state tre, quattro sconfitte di fila. Ne ha perse di meno. Carlo, come mio padre, era l’ambasciatore, io e Rino siamo molto simili, due guerrieri, due che non le mandano a dire, due condottieri».

Il racconto, la storia, quella ricostruita attraverso le dichiarazioni di De Laurentiis è terminata. Inizierà un nuovo ciclo? Sarà proprio Gattuso il condottiero auspicato da Aurelio De Laurentiis a portarlo avanti? Avrà le qualità per gestire una squadra, una società dove l’organizzazione è molto diversa dal suo Milan, quello in cui giocava? E poi il presidente saprà ricostruire la squadra giusta per mirare ad una serie di obiettivi ragionevoli ma soprattutto finalmente raggiungibili?
Staremo a vedere!
Nel frattempo abbiamo ritenuto di dedicare per la prima volta la nostra copertina al presidente per riconoscenza, per evidenziare il proficuo lavoro fatto in questi anni ma soprattutto per spronarlo a realizzare l’obiettivo che la città aspetta da un po’ di tempo.
Lui è l’uomo giusto perché proviene dal mondo dei sogni, quello fatto di celluloide. Il grande sogno americano, paese che De Laurentiis ha eletto come sua seconda patria, ha fondato la sua realizzazione grazie anche al mondo cinematografico.
Napoli aspetta, non è importante chi siederà quel giorno sulla panchina mentre sarebbe giusto che Aurelio De Laurentiis completi l’opera raggiungendo l’obiettivo massimo che lo legherebbe, al di là delle polemiche, per sempre a questa città nonostante la sua evidente inflessione romanesca.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020