L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Dall’Ajax al Barcellona per cambiare il calcio

È Johan Cruijff, l’uomo del calcio moderno, quello che Sandro Ciotti chiamò nel suo splendido film “Il profeta del gol”

di Giovanni Gaudiano

L’eleganza, lo stile, l’andamento palla al piede sul terreno di gioco che mostra sempre qualità. Il giovane Johan corre ma sembra quasi sfiorare l’erba. La grande visione di gioco rende ogni tocco semplice, naturale, quasi ovvio ma a ben guardare ogni iniziativa di quel giovanotto è frutto di una naturale genialità. Come se non bastasse un senso ed un particolare fiuto per il gol. Tante le reti messe a segno per non parlare di quelle suggerite, quei tocchi che oggi vanno a formare la speciale classifica degli assist e che una volta si chiamavano più semplicemente, senza inglesismi, passaggi smarcanti.
Tutto questo concentrato in un fisico all’apparenza normale, come quello di tanti ragazzi della sua età. Ma non è così. Quel ragazzo unisce la velocità ed il controllo della palla in qualunque occasione ad una fragilità del suo fisico insospettabile. Ha i piedi piatti, una caviglia diversa dall’altra, le gambe non sembrano armoniose rispetto al tronco ma la qualità e le capacità sono troppe per stare lì a guardare. Trotta nelle giovanili dell’Ajax, ma l’allenatore della prima squadra, Vic Buckingham, lo segue dal primo giorno che lo ha visto giocare riconoscendone subito le grandi qualità. Dispone per il giovane “papero” un allenamento personalizzato, fatto di sedute dedicate all’atletica, ne rinforza il fisico con l’utilizzo dei pesi senza mai caricare troppo. È un lavoro certosino, continuo, che darà i suoi frutti.
Johan Cruijff, l’uomo del calcio moderno, quello che Sandro Ciotti chiamò nel suo splendido film “Il profeta del gol”, è cresciuto così.
Il giovanotto viene da una famiglia di lavoratori, che abita in un sobborgo di Amsterdam e vive con il commercio di frutta e verdura. A dodici anni perde il padre per una crisi cardiaca, quasi un segnale, e dopo un po’ la mamma viene presa a lavorare proprio all’Ajax.
Lui e il fratello crescono e giocano e le possibilità di Johan sono subito evidenti, fa sempre la differenza nonostante quei piedi sgraziati.

Signor Cruijff ma quando le dicevano dei suoi problemi fisici pensava che sarebbe diventato un grande calciatore?

«Per giocare al calcio bisogna divertirsi. Io mi divertivo e quando Vic (l’allenatore dell’Ajax Vic Buckingham, ndr.) mi disse che avrei dovuto fare anche altri allenamenti senza il pallone per migliorare il mio fisico mi sembrava inutile, ma avevo fiducia e poi i giovani di quell’epoca a parte i capelli lunghi si fidavano di quello che dicevano gli allenatori. Vede, alla radice di tutto c’è che i ragazzini devono divertirsi a giocare al calcio. Nonostante quei duri e un po’ noiosi allenamenti personalizzati, io mi sono sempre divertito».

Come era l’Ajax in quegli anni, che aria si respirava?

«Per me era tutto molto fantastico. Quando sono arrivato nel club avevo giocato solo su terreni improvvisati: cemento, ghiaia, terra battuta. Entrare e giocare su un campo vero fu fantastico. Poi cominciarono i primi problemi per le mie difficoltà fisiche. Ero veloce, avevo fantasia e pensiero ancora più veloci ma mi mancava la potenza. Da qualche altra parte mi avrebbero lasciato andar via. Invece lì si lavorava sodo e bene. In un anno acquistai forza nei piedi al punto che, se a un po’ meno di quindici anni non riuscivo dal calcio d’angolo ad andare oltre il primo palo, a sedici mettevo il pallone dove volevo».

Un piccolo miracolo o il frutto di un grande lavoro?

«Lo staff tecnico-medico della società era di prim’ordine. Nessun ragazzo veniva abbandonato senza prima aver fatto tutto il possibile per portarlo ad un certo livello. C’era una cultura dello sport e del sacrificio che hanno sempre contraddistinto l’attività del club. Da dopo la guerra quella fucina ha sfornato ogni anno tanti campioni che sono andati poi in giro per il mondo. Oggi (dal 1996, ndr.) con il moderno centro “De Toekomst” (il futuro) l’attività è organizzata ancora meglio».

In occasione di un’intervista lei ha detto: “Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia”. Forse si riferiva alla mancanza oggi di una certa qualità di base?

«Dal mio punto di vista il calcio consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare, se non la puoi controllare, tantomeno la puoi passare. Oggi in molte partite possiamo contare tanti, troppi errori di fraseggio, tanti passaggi sbagliati, tanti lanci nel vuoto. È un po’ come se la palla bruciasse nei piedi di chi la riceve ed il poveretto finisce per fare la cosa più inutile ed istintiva in quel momento».

Parliamo del Barcellona. Quando lei è arrivato in Catalogna da giocatore e poi da allenatore è sempre cambiato tanto. Si può dire che l’infinita rivalità con il Real avesse in precedenza creato un inconfessato sentimento d’inferiorità, di inadeguatezza che pesava sul rendimento dei blaugrana?

«A Barcellona per molto tempo si è vinto poco. La grandezza del Real Madrid, la sua capacità di bruciare sul tempo qualunque altra società nelle trattative per l’acquisizione di un giocatore importante per anni hanno dettato legge. Bisognava lanciare qualcosa di nuovo, qualcosa che fosse targato Barcellona, che avesse il marchio di fabbrica di una terra vicina ma tanto diversa dalla capitale. La società ad un certo punto lo ha capito, soprattutto quando ha smesso di pensare che avere il mare fosse un vantaggio ed un’unicità rispetto a Madrid. Sono arrivati ma soprattutto sono stati cresciuti nel vivaio grandi giocatori, funzionali ad un gioco che nel tempo è stato compreso ed ha sfondato e che qualcuno ha pensato di chiamare “tiqui-taca”».

Quindi il fenomeno Barcellona di Cruijff e poi quello di Guardiola partono da molto lontano, forse da Amsterdam?

«Io non posso dire che sia andata proprio così. Certo, quando sono arrivato da allenatore al Barcellona ho pensato di apportare qualche modifica. Mi sono rifatto alla mia ultima esperienza, quella con l’Ajax dove nei tre anni precedenti, oltre che a vincere, avevamo tirato fuori dal settore giovanile gente come: Koeman, Rijkaard, Bergkamp, Van Basten. A Barcellona però era necessario vincere subito, non si poteva partire da zero. Allora ho pensato di prendere qualche giocatore già pronto ed ho convinto il presidente a ingaggiare dalla Real Sociedad, una squadra che aveva sorpreso tutti per gioco e risultati, Bakero, Beguiristain, Rekarte e dall’Atletico è arrivato Salinas. I primi tre erano baschi, gente concreta, dura, lottatori senza paura. Poi ho stabilito con il club che da quel momento in poi si sarebbe lavorato in un altro modo sui giovani».

Ha finito, quindi, per esportare il sistema Ajax lì in Catalogna?

«Se le fa piacere, le rispondo di sì. In realtà partivo da un concetto preciso. I ragazzi devono sentirsi liberi di giocare. Imparano soprattutto dai loro errori, quindi bisogna dare loro l’opportunità di commetterli senza stare a pensare prima di evitarli a tutti i costi. Le squadre giovanili devono giocare con lo stesso schema della prima squadra. I risultati a quei livelli passano in secondo piano rispetto alla filosofia di gioco. Da quel lavoro, in quel periodo sono venuti fuori: Amor, Guardiola, De La Pena e Sergi. Quando andavo agli allenamenti delle squadre giovanili raccontavo che ad Amsterdam, quando io ero un giovane giocatore dell’Ajax, ognuno si allenava con un pallone con il proprio nome scritto sopra. Era il tuo pallone, ci eri affezionato».

Si sa che facevate anche qualche allenamento particolare con il pallone…

«È vero, avevo deciso che dalla prima squadra al settore giovanile una parte dell’allenamento venisse dedicata al “Rondo”, una sorta di torello cinque contro due. Quel tipo di esercitazione aumentava la capacità di ognuno di giocare negli spazi stretti. Un buon giocatore, lento, può diventare un pessimo giocatore. Poi al di là degli schemi era importante evitare passaggi in orizzontale. Li avevo proibiti. Il gioco si doveva sviluppare comunque per linee verticali, quelle che ti consentono recuperi per una palla persa, mentre sbagliare un passaggio in orizzontale vuole dire quasi sempre beccare un pericoloso contropiede».

Johan ad un certo punto ha smesso di fumare, erano proprio tante le sigarette. Lo ha fatto pensando a suo padre e poi agli infarti che a ripetizione lo avevano colpito proprio a Barcellona. Poi è arrivato un altro male che lo ha portato via mentre altri capitalizzavano le sue idee, il suo lavoro e a Barcellona nasceva un “dream team” calcistico alla guida di un suo allievo: Josep Guardiola. Dalla scuola de “La Masia” o “cantera”, quella che Johan aveva impostato, erano arrivati: Xavi, Iniesta, Puyol, Busquets, Fabregas ed altri. Questo è solo un piccolissimo contributo ad un ragazzo olandese, che è stato capace, partendo da un sobborgo di Amsterdam, di modificare prima il suo corpo e poi di cambiare il gioco del calcio in modo definitivo, facendolo in punta di piedi come quando in campo il difensore non lo trovava più e lui stava depositando nel frattempo la palla in rete.

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020