Raffaele Ametrano a destra con Luigi De Canio al Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano, ex laterale di Napoli e Crotone, è pronto a scommettere sulle possibilità Champions degli azzurri

di Bruno Marchionibus

Raffaele Ametrano nel corso della sua carriera ha vestito molte maglie, onorandole tutte con corsa, grinta e abnegazione. Nel suo palmares, impreziosito dall’Europeo Under 21 vinto nel ’96 e dalla partecipazione alla spedizione olimpica dello stesso anno, ci sono due “trofei” che, a livello emozionale, valgono più di tante medaglie: aver conosciuto Maradona, ai tempi in cui l’esterno militava nel settore giovanile partenopeo, e aver vestito la maglia azzurra avanti ai 70mila del San Paolo, quando con De Canio il Napoli sfiorò la promozione in A nel 2001/02. Nella stagione precedente, Ametrano aveva militato nel Crotone, squadra che oggi affronterà gli azzurri a Fuorigrotta.

Nonostante la distanza in classifica, la sfida coi calabresi può nascondere delle insidie per il Napoli?

«Tutte le partite di Serie A possono nascondere delle insidie; abbiamo visto, ad esempio, la Juve perdere in casa col Benevento o lo Spezia battere il Milan. Ogni match va affrontato con la giusta cattiveria, ma se il Napoli scenderà in campo concentrato sulla carta il pronostico è decisamente chiuso in suo favore».

Dopo i successi su Milan e Roma crede nelle possibilità Champions della squadra di Gattuso?

«Certo. La classifica dice che il Napoli è in piena lotta, e se guardiamo al trend delle pretendenti in questo periodo, gli azzurri possono giocarsi senza dubbio le proprie chances. C’è ancora, poi, la gara da recuperare con la Juve, e se i campani vincessero quel match diventerebbero una delle più serie candidate a rientrare tra le prime quattro».

A proposito di Juve-Napoli, che partita si aspetta?

«In questo momento il Napoli sembra più in salute dei bianconeri, anche se la Juve ha giocatori in grado di risolvere la gara in qualsiasi momento. Sarà sicuramente una sfida equilibrata, e c’è anche da capire come andranno i rispettivi incontri con Crotone e Torino».

Tornando proprio al Crotone, ritiene che i rossoblù possano ancora giocarsi la salvezza?

«Sicuramente la permanenza in A in questo momento appare come un traguardo difficile da raggiungere. La sconfitta per 3 a 2 subita in casa dal Bologna, dopo essere stati avanti di due reti, rischia di essere una batosta anche dal punto di vista psicologico dalla quale non sarà semplice riprendersi».

Il match del Maradona arriva dopo lo stop per le Nazionali. La sosta in questo momento può rappresentare un problema?

«Senza dubbio la pausa rompe un po’ il ritmo. In questo momento storico, inoltre, è sempre pericoloso mandare tanti giocatori in giro per l’Europa, col rischio non solo di infortuni ma anche di contagi. Questo, ad ogni modo, è un problema che riguarda tutte le grandi squadre e non solo i partenopei».

C’è qualche ricordo in particolare legato alla sua doppia esperienza napoletana?

«I ricordi sono tanti. Ho avuto la fortuna di far parte del settore giovanile in un periodo bellissimo, in cui il Napoli vinceva gli Scudetti e noi ragazzi avevamo il privilegio di poter vedere Diego da vicino. Vestire la maglia azzurra “da grande” e giocare avanti ai 70mila del San Paolo, poi, per me è stata la realizzazione di un sogno, un’emozione indescrivibile».

Quell’anno nella rincorsa verso la promozione, poi sfumata di un soffio, il pubblico ebbe un ruolo fondamentale. Nello scontro diretto con la Reggina lo stadio era gremito…

«Sì. Purtroppo quella fu una stagione complicatissima con tante vicissitudini societarie; la squadra in parte ne risentì anche se poi fummo protagonisti di una bella cavalcata che per poco non ebbe il lieto fine. Avessimo vinto quella partita con la Reggina, saremmo stati noi a guadagnare la promozione; quel giorno fummo sfortunati, dominammo i 90 minuti e avremmo meritato di conquistare i 3 punti».

Continuando a parlare del pubblico di Fuorigrotta, quanto è mancato quest’anno l’apporto del dodicesimo uomo in campo alla squadra?

«Il Maradona è uno stadio che fa la differenza, soprattutto quando il Napoli non è al 100% e i tifosi riescono a dare una spinta in più ai propri calciatori. È pur vero che il supporto del tifo quest’anno è mancato a tutte le squadre; d’altronde, lo sappiamo, questa è un’annata molto particolare».

Prima ha raccontato che ai tempi della Primavera a voi ragazzi capitava di incrociare Maradona. C’è qualche episodio particolare legato a Diego che le è rimasto impresso?

«Sì. Una volta in cui noi ragazzi giocammo la partita di allenamento del giovedì contro la prima squadra, io e Fabio (Cannavaro, ndr) a fine partita chiedemmo, un po’ imbarazzati, le scarpe a Diego, ma con poche speranze di essere accontentati. Dopo due giorni, invece, ci sono arrivate le scarpette; da episodi come questo si può capire quale sia stata la grandezza di Maradona e quanto la sua scomparsa sia stata un dispiacere immenso per tutti».

Riguardo ai settori giovanili, a parer suo in Italia si punta ancora troppo poco sui giovani rispetto ad altre realtà europee?

«Un po’ sì, anche se il trend sta cambiando. Al giorno d’oggi anche le grandi società hanno bisogno di giovani; le spese oramai sono folli e quindi c’è necessità per tutti di dare nuova linfa ai settori giovanili. Prima il calcio italiano era estremamente in salute, vincevamo coppe frequentemente, mentre ora facciamo fatica anche a qualificarci per i quarti di finale. In questa stagione, poi, si è perso tanto dal punto di vista economico per i minori incassi, e i club devono giocoforza guardarsi intorno e far crescere i propri ragazzi».

Parlando di ricordi ha nominato, oltre a Maradona, anche Cannavaro. Negli ultimi anni a livello mondiale di difensori del livello del Pallone d’Oro 2006 ce ne sono sempre meno. Da cosa dipende secondo lei questa crisi nel ruolo?

«Cannavaro è stato un autentico fenomeno. Sapeva impostare ed era insuperabile in marcatura. Fabio, però, è cresciuto lavorando su quei fondamentali. Oggi magari si cercano più altre cose, come la capacità di ripartire dal basso e di gestire la palla, mentre prima il difensore era visto più come il marcatore che doveva fermare gli attaccanti avversari. C’è anche da dire che ci sono stati dei cambiamenti nel regolamento per cui ai difensori di oggi è concesso meno in termini di aggressività».

In conclusione, dopo la carriera da calciatore lei ha avuto anche esperienze da allenatore. Come giudica il lavoro di Gattuso e pensa che il tecnico ad oggi meriterebbe la riconferma?

«Rino è un amico, abbiamo giocato insieme e già solo per il modo in cui vive per il calcio lo riconfermerei. È un ragazzo che dà davvero tutto se stesso per il proprio lavoro e penso vada apprezzato per questo. Io credo che il Napoli sia stato anche sfortunato in questa stagione, non avendo a disposizione per molto tempo giocatori in grado di fare la differenza. Il lavoro dell’allenatore può arrivare fino a un certo punto, poi se in campo viene a mancare la qualità le partite non si vincono. Immaginiamo se all’Inter fossero venuti meno Lukaku e Lautaro; i nerazzurri sarebbero rimasti una buona squadra ma avrebbero avuto senz’altro più difficoltà. Per me Gattuso è un valore aggiunto nel Napoli e sarebbe un vero peccato se andasse via».

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021