LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Il Benfica di Béla Guttmann vince due volte la Champions mettendo fine alla supremazia madrilena

di Giovanni Gaudiano

La volontà di Santiago Bernabéu di vedere il suo Real sempre vincente non ha conosciuto limiti se non quelli dettati dall’impossibilità di convincere qualche giocatore legato alla sua terra, alla sua squadra d’origine. Con Ferenc Puskás il problema il presidente dei blancos lo ebbe all’interno del suo club. Il colonello ungherese viveva da due anni in esilio in Italia, aiutato da qualche amico. Era stato raggiunto dalla famiglia ma anche da una squalifica, richiesta dalla federcalcio ungherese che lo accusava di diserzione e sancita dalla Fifa. La stella della Honvéd venne appiedata per 2 anni ed in molti ritenevano che la sua carriera si fosse oramai chiusa.
Nonostante qualche impegno in gare amichevoli, sulle quali la federazioni chiuse un occhio, appena la squalifica gli fu ridotta Bernabéu bruciò tutti sul tempo e ingaggiò l’ungherese.
A Madrid i commenti erano discordanti ma era praticamente impossibile contrastare la volontà di don Santiago. Puskás aveva 31 anni, era fermo da 18 mesi ed era ingrassato quasi un chilo al mese vista la mancanza di un vero allenamento ed in virtù di un fisico che tendeva alla pinguedine. Bernabéu aveva però predisposto tutto, allestendo un’equipe medica e di preparatori atletici che avrebbe riportato il giocatore in forma. Il risultato fu eccezionale, Puskás visse una seconda giovinezza calcistica vincendo con la maglia del Real: tre coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale, 5 campionati nazionali spagnoli ed una coppa di Spagna. Giocò sino a 40 anni e fu capocannoniere svariate volte nelle varie competizioni.

Puskás e la Coppa del Mondo del 1954

Parlare del talentuoso giocatore magiaro è facile. Nella sua carriera gli è sfuggita solo la Coppa del Mondo nel 1954, in Svizzera, quando la grande Ungheria fu battuta in finale dalla Germania. Puskás fu azzoppato proprio dal tedesco Liebrich, che lo inseguì per tutto l’incontro nel gara del girone di qualificazione centrandolo duramente almeno tre volte sino a procurargli una frattura alla caviglia. Si racconta che l’allenatore tedesco Sepp Herberger avesse chiesto specificamente una marcatura ferrea sul numero 10 magiaro, prevedendo di poter rincontrare l’Ungheria in finale come poi accadde. Puskás giocò egualmente, anche se visibilmente menomato. Nonostante questo portò la sua squadra in vantaggio e avrebbe anche allungato la partita ai supplementari grazie ad un’altra rete messa a segno prima del 90° che, seppur palesemente regolare, fu annullata dall’arbitro della partita, l’inglese Ling.
La scelta del direttore di gara aveva contrariato la delegazione ungherese.
Negli anni precedenti la nazionale magiara e la squadra della Honvéd, che ne rappresentava quasi tutto lo scheletro, avevano più volte battuto sonoramente la nazionale inglese e le squadre di club d’oltre manica e questo avrebbe dovuto consigliare una scelta verso un direttore di gara meno coinvolto. La designazione fu di fatto infelice.
Nelle sue memorie l’allenatore di quella splendida squadra, Gusztáv Sebes, racconta in particolare due aneddoti che spiegano perché avesse fatto giocare Puskás nonostante fosse infortunato.
Prima della partita l’attaccante Sándor Kocsis, che aveva messo a segno due doppiette contro il Brasile agli ottavi e contro l’Uruguay in semifinale, gli chiese: “Mister, ma Puskás giocherà la finale, vero? Mi creda, è molto difficile per me da quando lui non gioca. Tutti mi stanno addosso, tutti mi attaccano. Qualsiasi cosa io faccia, non riesco a liberarmi di tutti. Potremmo marcare il doppio di reti se ci fosse Ferenc”. La sollecitazione del suo giocatore aveva generato nella mente di Sebes un pensiero che lui stesso spiega: “Mi venne in mente la valutazione della rivista tedesca “Kicker” dopo le Olimpiadi: «I giocatori ungheresi sono i maghi del calcio. I fili del gioco convergono tutti verso Puskás. È lui che dirige, che guida la squadra sulla via che conduce alla vittoria»”.

Il primo attacco galactico del Real Madrid. Da sinistra Kopa, Rial, Di Stefano, Puskás e Gento

Dal Real Madrid al Benfica

Tornando alla Coppa dei Campioni, il ciclo del Real si concluse tra le polemiche con la squadra eliminata dagli “odiati” connazionali del Barcellona. In quella sconfitta ci fu un po’ della sfortuna capitata proprio al grande Puskás ai mondiali del 1954. Prima di tutto la finale di quell’anno si sarebbe giocata a Berna, proprio nello stesso stadio dove la sua Ungheria aveva dovuto cedere alla Germania sulla quale peraltro in quegli anni pesavano anche sospetti di doping. E poi di mezzo ci fu ancora una volta un arbitro inglese, quel Reginald Leafe, che aveva diretto anche la famosa partita tra Wolwerhampton e Honvéd del 1954. Agli ottavi di Coppa dei Campioni Leafe annullò 4 reti al Real Madrid, decretandone l’eliminazione. Di Stefano dichiarò che probabilmente la supremazia del Real non piaceva a qualcuno dell’Uefa e che la designazione dell’arbitro inglese, vista la sua direzione, aveva qualcosa di prestabilito.
Il Barcellona arrivò in finale dove si pensava dovesse prevalere ed invece fu sconfitto dal Benfica di Béla Guttmann, un ungherese, che in seguito diverrà austriaco, di origine ebraiche. Il tecnico è noto nella storia del calcio soprattutto per la famosa invettiva scagliata contro la società del Benfica, rea di non avergli voluto aumentare lo stipendio, che ancora oggi resiste e che prevedeva come la società portoghese non avrebbe più vinto dopo il suo licenziamento in campo internazionale.
Guttmann aveva costruito quella squadra attorno all’uomo di maggior classe del momento, il centrocampista Mário Coluna, soprannominato dai tifosi lisbonesi “Il mostro sacro”. Coluna era originario di Inhaca, un’isola del Mozambico, colonia portoghese, aveva iniziato a giocare da attaccante ma per le sue innate doti di eleganza e fantasia e per la grande visione di gioco accoppiata ad un sinistro pungente dalla lunga distanza fu arretrato proprio da Guttmann nel ruolo di centrocampista. Resterà 16 anni al Benfica durante i quali vincerà: 10 scudetti, 6 coppe nazionali e due coppe dei Campioni. Nel 1966 con lui in campo la nazionale portoghese conquisterà il terzo posto ai mondiali d’Inghilterra, che resta ad oggi il miglior risultato raggiunto dalla nazionale lusitana nella massima competizione calcistica mondiale. In quella edizione della Coppa dei Campioni giocherà, poco, la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti evidenziando già in quell’edizione quel complesso e la difficoltà di imporsi in campo internazionale proseguita nel tempo. La squadra allenata da Carlo Parola, con Renato Cesarini nella fase iniziale del campionato di serie A come Direttore Tecnico, vincerà il campionato ma verrà eliminata dalla squadra che diventerà il CSKA di Sofia al primo turno della competizione europea.

Il Benfica concede il bis

Nell’edizione seguente, quella del 1961-62, la squadra portoghese si prenderà il lusso di raddoppiare. Guttmann inserirà in squadra un giovane proveniente anche lui dal Mozambico come Coluna: Eusébio.
Eusébio da Silva Ferreira, che verrà soprannominato la “pantera nera”, in quel primo anno con la maglia del Benfica giocherà complessivamente 31 partite mettendo a segno 29 reti.
Nel corso della sua carriera Eusebio giocherà 440 partite con il Benfica, mettendo a segno 473 reti (totale 733 reti in 745 partite), una media realizzativa eccezionale che gli consentirà di vincere due volte la Scarpa d’oro come miglior realizzatore in Europa nel 1968 e nel 1973 e soprattutto di venire eletto Pallone d’oro nel 1965, giungendo in altre due occasioni secondo.
È stato un attaccante veloce, potente, dotato di ottima tecnica individuale, di un tiro potente e preciso anche dalla lunga distanza e di notevoli capacità acrobatiche. Abile nel dribbling utilizzato quasi con movenze feline, il giovane mozambicano viene schierato come mezzala ma di fatto è una punta che opera quasi come un secondo centravanti.
Sarà il simbolo del Benfica e della nazionale portoghese per molti anni vincendo: 11 campionati, 5 coppe nazionali ed una Coppa dei Campioni.
In finale, il 2 maggio del 1962 ad Amsterdam metterà a segno la quarta e la quinta rete, sul punteggio di tre a tre contro il Real Madrid di: Araquistain, Santamaria, Del Sol, Di Stefano, Puskás e Gento. Il Benfica s’imporrà per 5 a 3 e complessivamente nelle 7 partite disputate la squadra delle aquile metterà a segno 17 reti con Eusébio che in 6 presenze andrà in gol ben 5 volte. In quell’edizione la Juventus uscirà ai quarti per mano del Real. La sfida sarà però di quelle da ricordare. A Torino si imporranno le “merengues” con un gol di Di Stefano, nella gara di ritorno al Chamartin di Madrid sarà Omar Sivori a mettere a segno la rete che obbligherà le due squadre a disputare lo spareggio. Si giocherà al Parco dei Principi di Parigi, la Juventus resterà in partita grazie ancora a Sivori sino a quando non si infortunerà Stacchini e il Real andrà in vantaggio anche per un errore del portiere Anzolin.

(4 – continua)

pubblicato su Napoli n.23 del 12 febbraio 2020