Quell’incredibile 5-3 degli anni Cinquanta

Quell’incredibile 5-3 degli anni Cinquanta

TESTIMONE DEL TEMPO

Quell’incredibile 5-3 degli anni Cinquanta

Imprese e sorprese del Napoli sul campo del Milan, dove negli ultimi otto anni gli azzurri hanno rimediato soltanto una sconfitta

di Mimmo Carratelli

Da due anni, non si segna un gol tra Milan e Napoli a San Siro.

Sotto l’impero di Aurelio De Laurentiis, il presidente hollywoodiano che ci sorprende sempre, il Napoli ha fatto tre bei colpi sul campo rossonero. Ma è stata tutta una stagione di decadenza milanista, dal 2007 in poi, in cui il Milan dallo scudetto del 2011 è caduto man mano giù in classifica. Negli ultimi dodici anni, il Napoli ha totalizzato 843 punti in classifica, il Milan 803. Negli ultimi otto anni, il Napoli ha portato via dal campo milanista tre vittorie e quattro pareggi, una sola volta battuto (campionato 2014-15). In totale, il Napoli a Milano ha vinto 15 partite (una per decisione del giudice sportivo 2-0 nel campionato 1933-34), ne ha pareggiate 25, ne ha perse 32. La partita leggendaria resta quella del 7 ottobre 1956. Era il Napoli allenato da Amadeo Amadei che schierò a San Siro questa formazione: Bugatti; Greco, Comaschi, Morin, Franchini, Posio, Vitali, Beltrandi, Vinicio, Ciccarelli, Pesaola. Il risultato fu clamoroso: 5-3 per il Napoli. Si era alla quarta giornata del campionato che il Milan di Buffon, Carletto Galli testina d’oro, Bredesen e l’immenso Schiaffino, allenatore Gipo Viani, avrebbe vinto con sei punti di vantaggio sulla Fiorentina di Julinho. Contro il Napoli non giocò Liedholm, infortunato. All’ala sinistra giocò Osvaldo Bagnoli.

Il Milan fu sorprendentemente schiantato da un Napoli ardimentoso in un autentico pomeriggio di gloria. La squadra rossonera aveva iniziato il campionato con tre vittorie: 2-1 sulla Triestina, 2-1 a Bologna, 1-0 sul Palermo. Anche il Napoli ebbe un buon avvio: 2-0 all’Atalanta, 2-1 sul campo della Triestina, 1-1 con l’Inter al Vomero. Due squadre lanciatissime. Dopo 9’ azzurri in vantaggio. Morin batté una punizione, Buffon respinse oltre l’area di rigore, Posio rubò il pallone a un incerto Bredesen e fece uno a zero. Galvanizzato, il Napoli si scatenò contro un Milan sorpreso. Al 18’ per un fallo del rude Zannier su Vinicio, Pesaola raddoppiò sulla punizione calciata da venti metri. Entrò in scena Vinicio. Duello aereo con Zannier, Vinicio finì a terra col mediano rossonero e, da terra, Luis infilò la porta di Buffon (26’).

San Siro ammutolito. I tifosi milanisti non credevano ai loro occhi. Vinicio siglò presto la sua doppietta. Ancora un duello aereo con Zannier che, nel contrasto, perse il controllo del pallone che finito sull’erba fu calciato da Vinicio in gol (34’). Pazzesco. Ma non era ancora finito il primo tempo. Al 42’ anche Pesaola mise a segno il suo secondo gol su passaggio di Vinicio. Cinque a zero. Quando la radio comunicò il risultato del primo tempo, a Napoli i tifosi credettero a un errore. Cinque a zero magari a favore del Milan. Invece era il Napoli che stava conducendo una strepitosa partita. Nel secondo tempo, il Milan segnò due volte con Schiaffino (61’ rigore e 86’) e con Galli (89’). Fu la partita in cui al mediano Beltrandi riuscì un tunnel ai danni di Schiaffino e Pesaola corse verso il compagno di squadra redarguendolo: “Non si fa un tunnel a Schiaffino. Lui è il calcio”.

Era un calcio sentimentale.

Nei sette anni di Maradona, la trasferta milanese fruttò una sola vittoria, il 2-1 firmato da Giordano e da Diego nel campionato 1985-86. Per il resto, due pareggi e quattro sconfitte. Nell’anno in cui il Milan soffiò lo scudetto al Napoli (1987-88), i rossoneri stravinsero sul loro campo (4-1) con i gol di Colombo, Virdis, Gullit e Donadoni dopo il vantaggio azzurro di Careca. Era il 3 gennaio, il Napoli appesantito dalle feste. Tre successi azzurri consecutivi alla fine degli anni Settanta. L’1-0 su rigore di Savoldi (1977-78, allenatore Di Marzio). L’1-0 del Napoli di Vinicio con il gol di Majo nella stagione 1978-79 e il 2-1 firmato da Filippi e Raimondo Marino nel campionato 1979-80 in cui il Milan e la Lazio furono declassati all’ultimo posto retrocedendo in serie B.

Il Napoli di Sarri ha strapazzato due volte il Milan a San Siro. Nel campionato 2015-16 fu un clamoroso 4-0, un gol di Allan, doppietta di Insigne e un autogol. L’anno dopo 2-1, a segno immediatamente Insigne (6’) e Callejon (9’). Anche il Napoli di Benitez ha vinto a Milano, campionato 2013-14. Gli azzurri non battevano la squadra rossonera sul suo campo da 27 anni. Segnò di testa Britos (6’) e raddoppiò Higuain (54’). Fu la partita in cui Balotelli, dopo 13 rigori di fila messi a segno, per la prima volta fallì dal dischetto (aveva subito fallo da Albiol): Reina con la mano destra gli deviò il rigore (60’). Poi Balo segnò nel finale (91’). Ecco, in pillole, imprese e sorprese del Napoli contro il Milan a San Siro che non sembra più un campo tabù.

pubblicato su Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Quella volta che Diego fece un gol mondiale

Quella volta che Diego fece un gol mondiale

TESTIMONE DEL TEMPO

Quella volta che Diego fece un gol mondiale

La storia di tanti incontri, di incroci e il ricordo del grande Diego, autore di uno dei gol più belli che ancora oggi non si dimentica

di Mimmo Carratelli

Toh, il Brescia dei gemelli Filippini, Emanuele 1,67 e Antonio 1,68, piccoli furetti di un calcio lontano che ebbero l’onore e il piacere di giocare fianco a fianco con Pep Guardiola, 2001-2003, proprio lui, il Pep, che a trent’anni arrivò al Brescia ruspante di Carletto Mazzone perché voleva giocare con Roberto Baggio, il suo idolo.

Quel Brescia di Roberto Baggio, il delizioso inarrivabile putto vicentino che passò dalla Fiorentina alla Juventus per 25 miliardi (1990) e dalla Juventus al Milan per 18 (1995) e, a fine carriera, lui il sommo artista di Caldogno, finì in provincia per guadagnarsi l’ultima convocazione in nazionale che però non ebbe dopo avere giocato in tre Mondiali. Quel Brescia di Baggio e Guardiola noi del golfo azzurro non lo vedemmo mai perché, sul punto di affogare, annaspavamo in serie B fra Ferlaino, Corbelli e Naldi, e finì in fallimento, mentre il Brescia giocava magnificamente in serie A, a metà classifica, e Andrea Pirlo vi disegnava le prime traiettorie magiche a ventidue anni. Toh, il Brescia e Brescia, la città dove è nato Ottavio Bianchi, figlio di un tipografo, perciò a noi più caro, e amico, Brescia la leonessa d’Italia perché resistette agli austriaci (1849), la squadra bresciana anch’essa leonessa contro il Napoli capace di resistere agli azzurri 14 volte in trentasei scontri in serie A, 14 pareggi che fanno il paio con le 14 vittorie del Napoli (e 8 sconfitte).

Un osso duro il Brescia, compagno degli azzurri in nove campionati di serie B, uno proprio trionfale (1964-65) con Brescia e Napoli promossi, quel Napoli dell’indimenticabile petisso Pesaola che alla maglia azzurra, da giocatore e da allenatore, ha dato il cuore e di più, e Faustinho Canè fece il cannoniere (12 gol) per la promozione.

Emanuele e Antonio Filippini

Una storia a singhiozzo col Brescia per i saliscendi delle due squadre, una storia che cominciò negli anni Trenta col Napoli di Ascarelli e Garbutt, e Vojak prendeva a pallate le “rondinelle”, tre gol persino a Giuseppe Peruchetti, della provincia bresciana che giocava anche in nazionale. Ma il capolavoro resta quello di Maradona (e chi se no?) il 14 settembre 1986, Diego fresco campione del mondo in Messico. Alla vigilia della partita, l’allenatore dei bresciani Giorgi anticipò: “Gol come Maradona li ha fatti agli inglesi e ai belgi al Mondiale, in Italia con le difese chiuse se li sogna”. E, invece, andammo a Brescia e il pibe lo smentì, ripetendo il prodigio messicano. Quasi alla fine del primo tempo, Diego accarezzò col petto il lancio di Bagni spalle alla porta, finse di andare al centro e si spostò a sinistra dribblando in dieci metri tre difensori bresciani e infilando di grazia il portiere Aliboni. Ovazione. Fu la prima partita di quel campionato (1986-87) che portò a Napoli il primo scudetto.

Ora arriva un Brescia pimpante. L’imprenditore agricolo cagliaritano Massimo Cellino, per vent’anni presidente del Cagliari, dopo le avventurose sortite in due club inglesi, ha preso il Brescia nel 2017 per 6,5 milioni di euro in serie B portandolo in A. Sulla panchina Eugenio Corini, un bresciano di provincia, che avemmo a Napoli, filiforme ed elegante centrocampista, nel campionato 1993-94, con Lippi allenatore e orgogliosa qualificazione in Coppa Uefa. Corini giocò solo 14 partite. Aveva un bel tiro “da fuori”, ma non fece mai gol. Il gioiello della squadra è l’attaccante Alfredo Donnarumma, 29 anni, di Torre Annunziata, ex Empoli. Il Brescia ha buoni giocatori, l’attaccante francese Ayé, 22 anni, dal Clermont per 2,5 milioni, il gigantesco portiere finlandese Joronen dal Copenaghen (26 anni, 1,97) e, negli ultimi giorni di mercato, ha fatto un colpo dietro l’altro riportando Balotelli in Italia, che dopo la squalifica potrà scendere in campo al San Paolo, Matri e Romulo.

Sarà la terza partita di campionato al San Paolo, lo stadio finalmente disponibile dopo i lavori di ristrutturazione che hanno riguardato gli spalti, gli spogliatoi e i servizi che hanno costretto il Napoli a giocare in trasferta le prime due gare di campionato. Il Napoli è ancora accreditato come sfidante della Juventus per lo scudetto, affiancato quest’anno dall’Inter di Conte e Lukaku. Gli azzurri giocheranno per la ventitreesima volta alle 12,30. La partita all’ora del ragù porta bene agli azzurri: 15 vittorie, 3 pareggi, 4 sconfitte. Mai contro il Brescia sinora. Ed è Mertens il cannoniere di mezzogiorno con 10 gol segnati. 

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019

Battere Battara nel romanzo fra Napoli e Samp

Battere Battara nel romanzo fra Napoli e Samp

Pietro Battara

TESTIMONE DEL TEMPO

Battere Battara nel romanzo fra Napoli e Samp

Era il 1971 e finì 0 a 0. Un pomeriggio leggendario a cui seguirono altri incontri altrettanto entusiasmanti

di Mimmo Carratelli

Battere Battara è stata la supplichevole invocazione sugli spalti del San Paolo nella partita del Napoli contro la Sampdoria, il 7 febbraio 1971, finita 0-0. Pietro Battara, torinese, 228 presenze nella Samp, 244 gol presi, visse un pomeriggio di leggenda a Napoli opponendosi con parate strepitose ai più pericolosi tiri degli azzurri. Fu un portiere eroico perché giocò con un pollice ingessato. Era al massimo della carriera, aveva 35 anni. Nel campionato 1969-70 era rimasto imbattuto per 641 minuti. Soprattutto nel primo tempo, le prodezze di Battara fermarono il Napoli. Grande parata sulla prima pericolosa conclusione (Juliano). Il portiere doriano si superò poi in due consecutivi interventi: prima sulla gran punizione di Sormani, poi volando sotto la traversa a respingere il colpo di testa di Panzanato. A fine primo tempo, la prodezza sulla girata al volo di Altafini.

Il Napoli, finiti gli anni di Sivori, aveva acquistato Sormani per un’accoppiata brasiliana con Altafini. Quel giorno dell’imbattibile Battara, Chiappella schierò Zoff; Ripari, Pogliana; Zurlini, Panzanato, Bianchi; Hamrin, Juliano, Altafini, Ghio (Improta), Sormani. Il Napoli giocò uno splendido campionato piazzandosi al terzo posto (la Samp si classificò dodicesima). Fu l’anno dello scippo milanese quando Gonella spianò la strada alla rimonta dell’Inter che poi vinse lo scudetto. Fu la difesa il “segreto” di quel Napoli che lottò per lo scudetto finendo poi a 7 punti dall’Inter. Appena 19 i gol incassati in trenta partite, migliore difesa del campionato. Zoff non prese gol in diciotto partite.

Quella Samp era allenata da Fulvio Bernardini e aveva in squadra il ventitreenne Marcello Lippi che giocò da battitore libero. Dal Milan aveva preso Lodetti a 29 anni e dall’Inter Luisito Suarez a 36. Battara giocò 12 partite contro il Napoli rimanendo imbattuto sei volte. Gli azzurri gli segnarono 9 gol: Juliano, Panzanato, Altafini (un gol e un rigore), Sivori, Barison, Bianchi, Manservisi, Improta.

BARONETTO

Fu un mezzo scandalo il passaggio di Gianni Improta alla Sampdoria nel 1973 a 25 anni. Pare non andasse d’accordo con Juliano. Molti tifosi posillipini del “baronetto” protestarono clamorosamente. Improta, in azzurro dal 1969, aveva giocato 110 partite col Napoli, infallibile rigorista. Dei 12 gol messi a segno, Improta ne segnò sette dal dischetto a Bandoni (Fiorentina), Spalazzi (Bari), due volte ad Adani (Bologna), a Carmignani (Juventus), Pizzaballa (Verona), Superchi (Fiorentina). Con la maglia della Sampdoria giocò due volte contro il Napoli nel campionato 1973-74 perdendo al San Paolo 0-1 (gol di Braglia), poi 0-0 a Firenze.

HAMSIK

Sono Roberto Mancini con 8 gol e Marek Hamsik con 7 i cannonieri dei 104 confronti fra Napoli e Sampdoria. Gli altri goleador azzurri: Insigne 6 reti, Maradona 6, Higuain 5, Cavani 5, Mertens 4, Zalayeta 4, Savoldi 3, Pesaola 3, Amadei 3. Per i doriani, Vialli 6 gol, Eder 5, Lombardo 4, Conti 4, Montella 3, Quagliarella 3, Frustalupi 3, Firmani 3, Bassetto 3.

BILANCIO

Sono 104 le partite fra Napoli e Sampdoria con gli azzurri in vantaggio (38 vittorie, 36 pareggi, 30 sconfitte). Il Napoli si è avvantaggiato in casa con 24 vittorie, 19 pareggi, 9 sconfitte.

QUAGLIARELLA

Nel campionato scorso, alla terza giornata, la Sampdoria batté il Napoli 3-0 dopo il brillante inizio della squadra di Ancelotti (2-1 sulla Lazio in trasferta, 3-2 contro il Milan al San Paolo). A Genova, Defrel segnò due gol e Quagliarella mise a segno uno strepitoso colpo di tacco al volo, candidato al Premio Puskas della Fifa per il gol più bello dell’anno. Al ritorno, vinse il Napoli 3-0 (Milik, Insigne e Verdi su rigore).

FUSIONE

La Sampdoria è nata il 12 agosto 1946 dalla fusione di due società liguri, la Sampierdarenese (sorta come polisportiva nel 1891) e l’Andrea Doria (1895). Nella stagione 1945-46, primissimo dopoguerra, si disputarono due campionati, in alta Italia e al Centrosud con un girone finale. Nel campionato settentrionale, l’Andra Doria si piazzò nona e la Sampierdarenese ultima. Fu la crisi economica dei due club a indurli alla fusione. Nel primo campionato di serie A, la Sampdoria si piazzò decima. Perse per 1-0 entrambe le partite col Napoli: a Genova decise un gol di Andreolo, al Vomero un gol di Santamaria. La Samp gioca quest’anno il suo campionato di serie A numero 63. Per undici stagioni ha giocato in serie B.

SCUDETTO

Mentre a Napoli si concludeva l’epopea di Maradona, la Sampdoria (1990-91) vinse il suo unico scudetto (il Napoli arrivò ottavo) con cinque punti di vantaggio sul Milan di Sacchi con Rijkaard, Gullit, Van Basten (e Ancelotti) e sull’Inter di Trapattoni con Zenga, Klinsmann e Matthaeus. Fu la Sampdoria di Pagliuca, Vierchowod, Lombardo, Vialli, Mancini, Dossena, allenata da Boskov. Quell’anno, la Samp batté il Napoli due volte per 4-1: al San Paolo con “doppiette” di Vialli e Mancini, a Genova con gol di Cerezo, Lombardo e due di Vialli.

COPPA ITALIA

La Sampdoria di Vialli e Mancini soffiò la Coppa Italia al Napoli di Maradona nel giugno 1989 (finale con partita di andata e ritorno). Al San Paolo vinse il Napoli 1-0, gol di Renica. A Marassi dilagò la Samp 4-0 con le reti di Vialli, Cerezo, Vierchowod e Mancini su rigore. In campionato, in quella stagione, il Napoli era finito secondo, undici punti dietro l’Inter di Trapattoni, e la Sampdoria s’era classificata al quinto posto.

pubblicato su Napoli n.14 del 14 settembre 2019

Quando il Napoli volava dalla California alla Cina

Quando il Napoli volava dalla California alla Cina

/ TESTIMONE DEL TEMPO

Quando il Napoli volava dalla California alla Cina

Dagli anni Settanta ad oggi le amichevoli internazionali di lusso della squadra azzurra tra grandi vittorie e sonore sconfitte

di Mimmo Carratelli

Trasferta americana di spessore per il Napoli di De Laurentiis che dopo Liverpool e Marsiglia volerà in America per affrontare i campioni di Spagna del Barcellona di Messi in due incontri che si disputeranno il 7 e 10 agosto a Miami e a Detroit. Amichevoli di lusso come è già successo negli anni scorsi. Spettacolo, qualche dura lezione, esperienza, palcoscenico internazionale, passerella di assi. Ne vale sempre la pena.

Il Trofeo Gamper nell’era Mazzarri

Cominciò il Napoli di Mazzarri nell’agosto del 2011 proprio contro il Barcellona di Guardiola per il Trofeo Gamper al Camp Nou. Disfatta inevitabile: 5-0 più tre pali e una traversa dei catalani, Messi entrò al 57’ e infiocchettò due gol nella porta di De Sanctis (66’ e 77’). Cavani fece un gran gol in rovesciata, annullato per l’offside di Hamsik. Nel Barcellona c’erano Piqué e Mascherano, Busquets, Xavi, Iniesta, Fabregas. Bella gente che annichilì gli azzurri. C’era Lavezzi. Bella prestazione e successo, nel luglio 2012, ad Arco di Trento, quando il Napoli gonfiò il petto e batté il Bayern 3-2 con i gol di Paolo Cannavaro, Pandev e Insigne. Tra i pali tedeschi non c’era Neuer, ma Starke. In squadra Robben, Shaqiri, Alaba, Mandzukic. Mazzarri presentò Rosati in porta. C’erano Zuniga, Inler, Dzemaili, Hamsik e il cileno Vargas che non ebbe fortuna in azzurro e ha poi giocato nel Gremio e nel Valencia e, oggi, a trent’anni, furoreggia con la sua nazionale.

A Londra con Benitez

Il Napoli di Benitez andò a Londra (3 agosto 2013) a solleticare l‘Arsenal di Wenger. Fece 2-2 e la sua bella figura. Insigne e Pandev in gol. Era già il Napoli di Higuain, Mertens, Callejon. Il Napoli andò sul due a zero, Reina parò un rigore, poi nel secondo tempo l’Arsenal rimontò con Giroud e Koscielny. Benitez sfidò il Paris Saint Germain di Blanc che s’era preso Cavani e Lavezzi. Al San Paolo, l’11 agosto 2014, fu la festa per il trasferimento dei due azzurri a Parigi e una buona figura del Napoli che però perse 1-2. I francesi giocarono con Thiago Silva, David Luiz, Maxwell, Matuidi, Verratti, Pastore. Ibrahimovic scese in campo nella ripresa per pareggiare il gol che Higuain aveva segnato nel primo tempo, poi raddoppiò Pastore. Lo stesso Napoli andò poi a Ginevra contro il Barcellona che schierò molte riserve (Messi assente) e gli azzurri vinsero con un gol di Dzemaili (1-0).

L’amichevole-studio per Ancelotti a Dublino

L’ultima volta, con Ancelotti, il Napoli è andato a Dublino (4 agosto 2018) a prendere cinque gol dal feroce Liverpool di Klopp che avremmo incontrato nel girone di Champions cavandocela meglio: 1-0 al San Paolo con capolavoro di Insigne al 90’, 0-1 ad Anfield per il gol di Salah al 34’. A Dublino il Napoli schierò: Karnezis; Hysaj, Albiol (59’ Maksimovic), Koulibaly (71’ Chiriches), Luperto (46’ Mario Rui); Allan, Hamsik (62’ Diawara), Ruiz (62’ Rog); Callejon (62’ Ounas), Milik (62’ Inglese), Insigne (62’ Verdi). Il Liverpool rispose con Alisson; Clyne (61’ Arnold), Van Dijk, Gomez (76’ Phillips), Robertson (61’ Moreno); Wijnaldum (61’ Jones), Milner (56’ Fabinho), Keita (71’ Origi); Salah (61’ Solanke), Firmino (46’ Shaqiri), Manè (61’ Sturridge). Gli inglesi passeggiarono con i gol di Milner (4’), Wijnaldum (9’), Salah (58’), Sturridge (73’), Moreno (77’).

Una pagina di Sport Sud per Napoli-Santos
Pelé al San Paolo

Ai tempi in cui c’erano poche partite in tv, vedere dal vivo il Napoli affrontare gli squadroni più celebri dava una grande emozione. E questo successe quando Pelé venne a giocare al San Paolo col Santos all’inizio degli anni Settanta. Era il Napoli di Chiappella con Zoff, Altafini e Sormani. Il Santos stava esaurendo il suo periodo d’oro, che andò dal 1956 al 1974, e Pelé aveva toccato il vertice della sua carriera al Mondiale 1970 in Messico chiuso con la finale vinta contro l’Italia di Mazzola e Rivera (4-1). ‘O Rey segnò di testa il primo gol ad Albertosi sovrastando Burgnich con un salto prodigioso, rimanendo magicamente sospeso in aria. Nel 1972, il Santos di Pelé giocò due volte al San Paolo, il 5 marzo e il 29 aprile. Nella prima occasione i brasiliani vinsero 3-2, doppietta di Pelé nella porta di Zoff, gol su azione e rigore, terza rete di Nenè. Fece doppietta anche Altafini. Nella seconda occasione, il Santos vinse 1-0, Pelé non segnò, gol di Alcindo. Negli anni Sessanta, il Napoli passato da Roberto Fiore a Gioacchino Lauro, con Pesaola in panchina, aveva già giocato tre volte contro il Santos nel corso di una tournée americana. Furono tre scoppole memorabili, il Santos era al massimo dei suoi trionfi. Allo Yankee Stadium di New York, il Santos affondò il Napoli per 4-2 la prima volta (21 giugno 1968), per 6-2 la seconda volta (26 giugno), infine 5-2 a Toronto (28 giugno). Nelle tre occasioni Pelé segnò cinque gol.

In America con Sivori ed Altafini

Incontri memorabili e avventure incredibili nel passato delle amichevoli internazionali del Napoli. Viaggi di gloria e di baldoria. La pazza America del 1967 con Sivori e Altafini più Angelillo e Benitez in prestito. Due partite in Perù, tre in Colombia, una in Venezuela. Viaggi avventurosi. A Calì, dopo avere invitato Nestor Rossi che era il suo idolo, Sivori palleggiando mise un piede in fallo, gli saltò un menisco e fu l’infortunio che anticipò la fine della sua carriera. Era il Napoli di Girardo e Panzanato, di Juliano e Montefusco, di Orlando e Canè. Vivevamo amichevolmente in grande. Nel 1968 anche un’avventurosa escursione in Brasile giocando a Curitiba (0-0), Belo Horizonte (2-3), Araraquara (0-4). Si perdeva allegramente. A Curitiba, un uomo folle che aveva litigato con Barison mandò in frantumi a colpi di pistola le vetrate dell’albergo che ospitava gli azzurri. Nel 1974 gran partita a New York contro i Cosmos (2-2) col Napoli di Vinicio e gli artiglieri Clerici e Braglia. Poi, pioggia e botte da orbi con gli argentini dell’Estudiantes, famosi nel menare le mani.

Da Krol a Maradona con Juliano e Musella

Nel 1981, poiché era nel contratto del passaggio di Krol al Napoli, gli azzurri andarono a giocare in amichevole a Vancouver che aveva ceduto l’olandese (grande intuizione di Totonno Juliano). Il gentiluomo Marchesi sulla panchina del Napoli. C’era l’amatissimo e indimenticabile Nino Musella. Con Maradona, il Napoli era richiesto in tutto il mondo. La squadra andò in California, ingaggiata per 300 milioni (58 al pibe). Era il 1985. Il Napoli giocò due partite al Coliseum di Los Angeles contro l’Universidad di Mexico City (2-2 e 1-2). Daniel Bertoni fu derubato in albergo di 900 dollari. L’equivoco organizzatore del viaggio, il baffutissimo Josè Minguella, tentò di tirare un bidone agli azzurri cercando di non pagare l’ingaggio pattuito. Finì col consegnare all’accompagnatore Paolo Resi, un gran signore, l’incasso della partite, dollaro su dollaro, in tre sacchi della spazzatura. Nel 1988, delirio a Tokyo per Diego. Otto emittenti televisive allo stadio. Gli azzurri prevalsero 2-0 sulla selezione nazionale giapponese: doppietta di Careca, pali di Corradini e Carnevale. Nel giugno 1996, senza più Diego, il Napoli addirittura in Cina, per la partita con il Guoan, la squadra di Pechino, trasmessa in diretta tv su tutto il territorio cinese e Massimo Agostini, che segnò due gol bellissimi, divenne istantaneamente un idolo nel sempre celeste impero.

pubblicato su Napoli n.13 del 07 agosto 2019

Il Napoli al tempo del calciomercato

Il Napoli al tempo del calciomercato

/ TESTIMONE DEL TEMPO

Il Napoli al tempo del calciomercato

La società azzurra protagonista al ballo dei milioni dell’estate. Rico Colombari il primo colpo. Jeppson mister 105 e tanti altri

di Mimmo Carratelli

Colpi di mercato, da Colombari a Higuain, inseguendo oggi James Rodriguez, il pischello colombiano del Bayern, che non ha certo la maestà del pibe e di Krol, il Napoli è stato sempre in prima linea al ballo milionario del calciomercato, persino negli anni bui di Corbelli quando prese Edmundo in prestito dal Vasco da Gama.

Le prime “follie”: da Colombari a Sivori

Erano una bella cifra, nel 1930, le 250mila lire pagate al Torino per l’acquisto di Rico Colombari, un mediano di lotta e di governo, soprannominato, prima di Jeppson, “o Banco ‘e Napule” per l’alto costo. Inevitabile che i tifosi dell’Ascarelli gridassero è caduto “o Banco ‘e Napule” quando Rico ruzzolò per terra dopo l’intervento falloso di un avversario. Fecero epoca, nel 1952, i 105 milioni sborsati per avere Jeppson. Lauro portò di persona il contante al presidente dell’Atalanta Daniele Turani, commerciante bergamasco di pelli, in seguito senatore della Dc. Si incontrarono all’Hotel Excelsior di via Veneto a Roma e il Comandante gli mostrò la valigia contenente 10.500 banconote da diecimila lire: 75 milioni per il trasferimento del giocatore e trenta di ingaggio al centravanti svedese. Vinicio costò la metà del centravanti svedese (50 milioni al Botafogo nel 1955), ma rese il triplo e si legò a Napoli, da giocatore e da allenatore, oggi felice inquilino con donna Flora, la leonessa di casa, di un appartamento panoramico di via Manzoni con vista sullo stadio San Paolo. Nel 1965, Roberto Fiore prese Altafini dal Milan per 280 milioni con l’impegno, sottoscritto sul contratto del trasferimento, che il Napoli non avrebbe mai ceduto Josè all’Inter. Per avere Sivori, Lauro contattò direttamente Gianni Agnelli, pagandolo 70 milioni più l’acquisto dalla Fiat di due motori marini. Fece cronaca e scandalo l’ingaggio di Savoldi, nel 1975, pagato al Bologna 1.400 milioni più la cessione di Clerici e di metà del cartellino di Rampanti. Dopo l’accordo tra Ferlaino e il presidente del Bologna Luciano Conti, quest’ultimo, minacciato dai tifosi emiliani, cercò di mandare a monte l’impegno. Nell’albergo milanese “Principe di Savoia” pare che Ferlaino costringesse Conti a tenere fede al patto puntandogli una pistola. Se era vero, si trattò di una pistola scarica. Fu Antonio Juliano a portare Krol in maglia azzurra. L’olandese dei trionfi con il magico Ajax di Cruijff, superati i trent’anni, giocava in Canada. Venne al Napoli (1980) in prestito per sette mesi, 110 milioni versati al Vancouver. Ruud rimase in maglia azzurra quattro anni.

La trattativa infinita per Maradona

Durò “un’eternità” nell’estate del 1984 la trattativa per il trasferimento di Maradona dal Barcellona al Napoli. Un giugno di voli tra le due città, trattative interrotte e riprese, passi avanti e passi indietro, le acrobazie finanziarie di Ferlaino, la tenacia e il bluff risolutivo di Juliano. Sul pibe piombò anche il Racing di Parigi appena promosso nella serie A francese. Il presidente Jean Luc Lagardere, giovane proprietario dell’industria automobilistica Matra, con interessi editoriali e partecipazioni nelle industrie degli armamenti, voleva festeggiare la promozione con l’acquisto del fuoriclasse argentino. Il Barcellona rifiutò tenendo, intanto, il Napoli sulla corda benché il Consiglio del club catalano avesse votato in segreto la cessione di Diego (18 voti favorevoli, uno contrario del vicepresidente Gaspart), ma aveva paura della contestazione dei tifosi e del parere negativo dei 108mila soci del Barça annunciando la rinuncia al giocatore. Juliano ebbe un’idea. Finse di abbandonare la trattativa inscenandone una finta con l’Atletico Madrid per avere Hugo Sanchez che interessava al Barcellona. Il presidente catalano Nunez tremò. Rischiava di perdere il lauto ricavato dalla cessione di Diego e il giocatore dell’Atletico. Alla fine, il club catalano cedette. Gaspert disse a Juliano: “Abbiamo fatto di tutto per scoraggiarvi”. Tredici miliardi di lire per avere Diego, sette anni di felicità, due scudetti, la Coppa Italia e la Coppa Uefa.

Gli ultimi colpi

Gianfranco Zola fu un colpo di Moggi che lo portò al Napoli per 300 milioni dalla Torres (1989). Zolino è stato un beniamino dei tifosi azzurri. Rimase in maglia azzurra per quattro anni, poi la forte crisi economica in cui venne a trovarsi il Napoli ne provocò la cessione al Parma per 13 miliardi. Il dopo-Maradona fu un tormento per Ferlaino. Come si poteva vincere ancora lo scudetto? L’idea fu di prendere dal Cagliari Fonseca (23 anni) che, in coppia con Careca (32), avrebbe assicurato un forte tandem d’attacco. L’uruguayano costò 15 miliardi nel 1992, prezzo gonfiato per salvare il club sardo dalla crisi economica. La follia per Edmundo (18 miliardi in prestito dal Boca nel gennaio 2001), con spettacolare presentazione al San Paolo, si concluse con la retrocessione del Napoli (allenato per sette giornate da Zeman, poi da Mondonico) che mancò la salvezza per un punto. Il fallimento era alle porte. Con Aurelio De Laurentiis cominciò un’altra storia. Gonzalo Higuain è stato il colpo maggiore del nuovo presidente (38 milioni di euro nel 2013). Grazie ai contatti di Benitez, al Napoli arrivarono altri sei giocatori per una spesa complessiva di 94,7 milioni di euro, terzo maggiore investimento della nuova società al calciomercato. Con Higuain giunsero Albiol (11,3 milioni), Callejon (8,8), Mertens (9,5), Jorginho (9,8), Ghoulam (5,2), Duvan Zapata (7,6).

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Quando a Roma andavamo in quarantamila

Quando a Roma andavamo in quarantamila

Braca, Miceli ed Altafini

/ TESTIMONE DEL TEMPO

Quando a Roma andavamo in quarantamila

La vittoria con Braca e Sivori e il Napoli dei centomila cuori. La riscossa all’Olimpico negli ultimi due anni

di Mimmo Carratelli

Ai tempi belli ‘e ‘na vota, s’andava a Roma in quarantamila. Il tifo azzurro era passione, tutta passione. Stride il confronto con i giorni d’oggi. Tifo selezionato, competente, esigente e il San Paolo con ampi spazi vuoti. Trasferte per pochi sostenitori. Una volta, le maglie azzurre erano un sogno. Nella buona e nella cattiva sorte. Prima ancora di Maradona. Il Vomero strapieno e turbolento. Il San Paolo sino a 90mila spettatori. Il ciuccio, bardato d’azzurro, faceva il giro della pista. Gloria e baldoria. Sogni e delusioni.
Arrivò Roberto Fiore, tifo e fantasia, Altafini e Sivori a Napoli, i centomila cuori, l’indimenticabile Petisso. I magnifici anni Sessanta. Due retrocessioni e uno storico secondo posto.

2 ottobre 1966, Roma-Napoli, eravamo in quarantamila all’Olimpico. Il Napoli (2-0) avrebbe potuto vincere di goleada. Sivori colpì due traverse. Quattro almeno le altre occasioni per fare centro. Fu il pomeriggio di gloria di Paolino Braca, 22 anni, abruzzese di Giulianova, che giocava all’ala sinistra. Portò in vantaggio il Napoli col suo primo e unico gol in serie A, una rete spettacolare dopo appena cinque minuti di gioco. Sul cross di Totonno Juliano, stoppò di sinistro e scaraventò il pallone, al volo di destro, nella porta di Pizzaballa. Il raddoppio lo segnò Sivori con un diabolico pallonetto all’incrocio dei pali dopo un’ubriacante azione Juliano-Sivori-Orlando. Omar sul punto di cadere in area scodellò quasi da terra la sua magia tra due difensori.

Le partite con la Roma hanno avuto sempre un sapore particolare. Michele Mottola, grande giornalista napoletano che fu per quarant’anni redattore capo al “Corriere della sera”, quand’era ancora al “Mezzogiorno sportivo”, settimanale illustrato che a Napoli si stampava dal 1923 e aveva i balconi della redazione che affacciavano su Piazza Trieste e Trento, inventò un titolo rimasto famoso: “Una vittoria che vale un campionato” riferendosi proprio a un successo sulla Roma.

Maradona con Bianchi

Ventimila all’Olimpico col Napoli di Maradona. Memorabile l’1-0 di Diego nell’anno del primo scudetto. Era il 26 ottobre 1986: Maradona in dubbio fino all’ultimo per problemi muscolari, poi gioca, quasi da fermo, ma dispensa colpi geniali. Di fronte la Roma di Eriksson. La partita segnò il debutto di Francesco Romano, napoletano di Saviano, “Tota” come lo chiamò il pibe perché, riccioli neri e faccia da bravo ragazzo, somigliava a un giocatore argentino con quel nome. Fu la trovata di Ottavio Bianchi che escluse Carnevale. Il Napoli di Diego aveva finalmente quel regista di centrocampo che gli mancava, scovato da Pierpaolo Marino che lo prese dalla Triestina per due miliardi. Fu un assist geniale di Giordano a mandare in gol Maradona che realizzò con due tocchi magistrali davanti a Tancredi. Era la “magica Roma” che giocava per lo scudetto, ma finì a metà classifica.

Gli anni Settanta sono stati i più propizi agli azzurri sul campo della Roma (due vittorie e sette pareggi dal 1973 al 1982). Una buona serie anche all’inizio degli anni Novanta: sei anni di imbattibilità (una vittoria e cinque pareggi dal 1989 al 1995).
Con De Laurentiis, due vittorie, tre pareggi, sei sconfitte. Il pirotecnico 4-4 del 2007, appena tornati in serie A. In gol Lavezzi, Hamsik, Gargano, Zalayeta. Negli ultimi due anni, le vittorie con Sarri, 2-1 con doppietta di Mertens; 1-0 col gol di Insigne, dopo una serie di cinque sconfitte e tre pareggi intervallati dall’unica vittoria con la doppietta di Cavani.

Fiore e Pesaola

Fuori Di Francesco, ritroveremo Claudio Ranieri dal bel profilo di Giulio Cesare, romano del Testaccio, che con la Roma sfiorò lo scudetto nel 2009-10 perdendolo per due punti contro l’Inter di Mourinho. Fatale fu la sconfitta interna dei giallorossi contro la Sampdoria. Per due campionati, Ranieri ha allenato il Napoli (1991-92 e 1992-93) prendendo la squadra del dopo-Maradona. C’erano Careca, Zola, De Napoli, Ciro Ferrara, Francini. Allenava i giocatori in una “gabbia” di 35 metri per 20 per esaltarne la reattività e il gioco negli spazi stretti. Conquistò subito il quarto posto e la partecipazione alla Coppa Uefa. Nella seconda stagione, ebbe Fonseca e Thern. I tifosi si aspettavano una stagione da scudetto, ma l’inizio del secondo Napoli di Ranieri fu disastroso. La batosta al San Paolo rimediata contro il Milan di Capello (1-5), che avrebbe vinto il campionato, ne segnò la fine dell’esperienza napoletana. Eravamo alla nona giornata. Ferlaino lo esonerò e richiamò Bianchi.

pubblicato su Napoli n.8 del 31 marzo 2019