Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

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Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Il difficile inizio del polacco e il ritorno in Italia al neopromosso Benevento grazie ad un’intuizione del ds. Pasquale Foggia

di Lorenzo Gaudiano

Dietro ad un uomo che su un terreno di gioco insegue e dà un calcio al pallone c’è sempre una storia. Anche il difensore polacco Kamil Glik, pronto per una nuova avventura in Serie A con il Benevento neopromosso a distanza di quattro anni dall’ultima presenza con la maglia del Torino, ne ha una.
Per raccontarla, bisogna tornare al febbraio 1988. In Germania c’era ancora il Muro di Berlino abbattuto un anno dopo, in Polonia invece il regime comunista. La Seconda Guerra Mondiale era ormai lontana e il dominio nazista soltanto un bruttissimo ricordo, anche se in giro per l’Europa Orientale qualche influenza culturale nel corso degli anni purtroppo era sopravvissuta. Jacek e Grazyna Glik diedero alla luce Kamil in un paesino della Slesia, Jastrzębie-Zdrój, di quasi centomila abitanti. Il nome tradotto significa “Terme dei falchi”. Infatti verso la fine degli anni cinquanta dell’Ottocento furono scoperte delle sorgenti termali che resero il luogo famoso in tutta Europa. La rinomanza oggi è venuta meno ma a mandare avanti l’economia del paese ci hanno sempre pensato i giacimenti di carbone. In un quartiere di case popolari che si chiama Osiedle Przyjaźń, in italiano “complesso Amicizia”, ci sono 22 edifici e 532 appartamenti costruiti tra gli anni sessanta ed ottanta. Uno di questi è la casa della famiglia Glik, dove il futuro calciatore ha mosso i primi passi e ha cominciato ad appassionarsi al gioco del calcio, prima con il pallone tra i piedi e in seguito il telecomando tra le mani seduto sul divano.
In realtà sarebbe potuta anche non cominciare mai la carriera calcistica del polacco. Ad un anno e mezzo sepsi e meningite hanno messo seriamente in pericolo la sua vita. Poche speranze da parte dei medici, la sofferenza, la paura di una famiglia intera e una storia destinata alla conclusione ancor prima di iniziare.
Il destino però ha fatto sentire la sua voce. Il piccolo Glik fortunatamente guarì e in tenera età già diede dimostrazione di quella forza che in campo oggi costituisce una delle sue principali qualità.

Il padre e il Bayern nel cuore

Col passare degli anni la passione per il calcio cresce sempre di più, la sua squadra preferita è il Bayern Monaco. Kamil infatti ha la doppia cittadinanza perché il nonno nacque in Alta Slesia quando questa faceva ancora parte della nazione tedesca. Il padre lavorava in Germania e al suo ritorno per il bambino c’era sempre un regalino: la maggior parte delle volte gadget oppure magliette del club bavarese. Nonostante questo, il suo senso di appartenenza alla Polonia è fortissimo e non è stato mai in discussione. Così come il rapporto con suo padre, che purtroppo ha sempre avuto seri problemi di alcolismo. Un giorno infatti portò Kamil con sé a pescare. Naturalmente il bottino fu cospicuo non soltanto per la pazienza e la grande perizia tecnica ma soprattutto grazie ad un piccolo aiutino. Nel mezzo del lago dove una mattina si erano recati il padre Jacek fece esplodere della dinamite rubata dalla miniera in cui lavorava. Tutti i pesci salirono a galla, la pesca fu facile ma il pescato non arrivò a casa, perché fu venduto in cambio di soldi spesi a loro volta per ubriacarsi.
Lezioni di vita no di certo, ma momenti indimenticabili che hanno insegnato sicuramente qualcosa al giovane Glik.

Andata in Europa, ritorno in Polonia

La famiglia Glik iscrisse in piena infanzia il figlio ad una scuola calcio locale, il MOSiR Jastrzębie Zdrój. A quattordici anni il passaggio al WSP Wodzisław Śląski a pochi chilometri da casa, a diciassette il prestito al Silesia Lubomia, sempre in Slesia. Un anno dopo Kamil si trasferì in Spagna, all’Horadada, squadra della comunità Valenciana militante nel quarto campionato spagnolo. Sicuramente non il più blasonato dei palcoscenici, che gli ha offerto però l’opportunità di approdare al Real Madrid C, seconda squadra giovanile delle “merengues” da qualche anno soppressa. Un ambiente sicuramente formativo, dove mettersi in evidenza è molto complicato. La caparbietà per tenere duro al polacco non è mai mancata ma nonostante ciò non è molto contento. La tentazione di ritornare in patria, di avvicinarsi alla propria famiglia, di intraprendere una avventura sicuramente più avvincente è forte. Così come se ne è andato, torna in Polonia, al Piast Gliwice. Il padre però muore per un infarto a 42 anni, Glik è distrutto. Il calcio lo ha aiutato a superare il momento peggiore della sua vita, a continuare il suo percorso di crescita. Dopo due anni Kamil riuscì ad affermarsi come difensore solido e grintoso, diventando il primo calciatore di quel club ad indossare la maglia della nazionale.

Maestro Ventura

Così si aprirono le porte di un altro paese per Glik: l’Italia. La sensazione allora era che il viaggio sarebbe stato diverso rispetto a quello in terra spagnola di qualche anno prima. Esordio in Europa League e nessuna presenza in Serie A, forse un altro buco nell’acqua. L’anno successivo il prestito al Bari e la fiducia di Gian Piero Ventura, allora allenatore dei pugliesi, lo hanno aiutato finalmente ad emergere. Il mister non esitò a portarlo con sé al Torino dove il polacco con il passare delle stagioni è diventato anche capitano. Cinque anni dopo l’addio al campionato che lo ha consacrato, destinazione Monaco, con cui è arrivato anche l’esordio in Champions League.

Un’unione di ritorni

Il Benevento che torna in massima serie a due anni di distanza dalla prima storica partecipazione, Kamil Glik che ritorna a giocare nel campionato italiano. Un’unione di ritorni, per scrivere una nuova storia che si spera possa essere bella per entrambi. La squadra giallorossa aveva bisogno di un difensore d’esperienza, il polacco di una nuova sfida e soprattutto di una piazza che con i suoi incantesimi saprà senza dubbio dargli tanto amore, infondergli immenso calore, chissà forse più del capoluogo piemontese.
In campo è un duro: un custode difficile da superare in difesa; un grande pericolo in attacco con la sua fisicità e la sua abilità nel colpo di testa. Qualche anno fa ha dichiarato che al termine del carriera calcistica gli piacerebbe mettersi alla prova negli sport di combattimento. Glik ha ancora 32 anni, in Italia con la moglie Marta e le due figlie si è trovato sempre bene e tutti si augurano che quel momento sia ancora ancora molto lontano. Dalla sua storia e dal suo valore sul terreno di gioco, quasi sicuramente lo è.

Parola a Glik

“Sono veramente contento di essere qui. Ho già avuto modo di passeggiare per la città: è piccola e calorosa. Si percepisce chiaramente l’amore che i tifosi provano per questa squadra. Speriamo che possano tornare al più presto allo stadio perché saranno per noi un valore aggiunto”

“In campo devi dare tutto, giocare duro e leale. Insomma, non devi stare lì a fare il figo ma lottare”

pubblicato su Napoli n.29 del 30 agosto 2020

“L’oceano” Cengiz per il Napoli?

“L’oceano” Cengiz per il Napoli?

PROSPETTI

“L’oceano” Cengiz per il Napoli?

La società partenopea dovrà sostituire Callejon e pensa anche ad Ünder per la fascia destra d’attacco

di Marco Boscia

Da Smirne a Roma

“Iyi birey, iyi vatandaş, iyi futbolcu” (“buona persona, buon cittadino, buon calciatore”). È la frase incisa alla stazione di Smirne, in Turchia, sulla statua di Sait Bey, storico calciatore turco che scelse di prendere il cognome della squadra in cui militò per 27 stagioni, l’Altinordu. Cengiz Ünder deve averne fatto un mantra visto che è proprio a Smirne che comincia a far capire di essere di un’altra categoria rispetto ai suoi coetanei. Il talento turco, classe 1997, inizia a fare sul serio a poco meno di dieci anni con la maglia del Bucaspor, attirando così l’attenzione di club più importanti. Fu proprio l’Altinordu ad ingaggiarlo all’età di sedici anni e ad insegnargli i reali valori della vita. Seguendo alla lettera l’eredità lasciata da Sait Altinordu, il club punta difatti alla valorizzazione dei propri giovani iniziandoli, oltre al pallone, anche ad altri mestieri, così chi non riesce a sfondare nel calcio, è già pronto per altro. Ünder trascorre quindi le sue giornate fra allenamenti sul campo e stalle, raccogliendo pomodori e rizollando la terra. A suon di gol dimostra però di saperci fare di più con il pallone. A 19 anni per 700mila euro lo ingaggia l’Istanbul Başakşehir in Super Lig, la Serie A turca. Una sola stagione al Başakşehir, che contende il titolo al Besiktas fino alla fine del campionato, prima di passare alla Roma nell’estate 2017. Impiega alcuni mesi per ambientarsi nella capitale ed entrare a far parte delle rotazioni di mister Di Francesco. Poi, a metà gennaio, tre maglie consecutive da titolare ed il suo primo gol in A, al Verona, ne fanno un nuovo idolo della tifoseria giallorossa.

Caratteristiche tecniche

Ünder nasce attaccante esterno di destra, ma può ricoprire tutti i ruoli del fronte offensivo. È un mancino naturale a cui piace rientrare e cercare il tiro da fuori, ma calcia bene anche con il destro. In patria è stato paragonato a Paulo Dybala, forse più per l’aspetto fisico che per quello calcistico. Come il talento argentino è dotato di un baricentro basso ed uno scatto bruciante ma, rispetto a Dybala, gioca più lontano dalla porta. Dribbling ed imprevedibilità sono le sue migliori caratteristiche.

Futuro in azzurro?

Un grave infortunio con la Roma ed una scintilla con il nuovo tecnico giallorosso, Paulo Fonseca, mai scattata, starebbero spingendo Ünder ad ipotizzare di lasciare la capitale nella prossima stagione. E se nel futuro di Cengiz (“oceano” in turco antico) ci fosse il Napoli? Se fosse lui il calciatore che Giuntoli ha individuato per sostituire Callejon? Vero è che gli azzurri hanno già acquistato Politano nel mercato invernale e che bisognerà capire se Gattuso riuscirà a rivalutare Lozano, tornato al gol contro il Verona, ma Ünder potrebbe rappresentare l’alter ego perfetto dello spagnolo. Anche il turco ha dimostrato di essere un calciatore ordinato, votato al sacrificio ed al lavoro di squadra più che a quello individuale. Inoltre Ünder sembra avere una certa confidenza con il gol ed i suoi 23 anni potrebbero rappresentare un ulteriore fattore per il suo ingaggio da parte di De Laurentiis, da sempre avvezzo alla valorizzazione di giovani talenti da far esplodere alle pendici del Vesuvio.

Ünder si racconta

Sull’Altinordu
“L’Altinordu ha il miglior settore giovanile della Turchia. Il presidente Mehmet Ozkan valorizzava molto i giovani talenti. Gli sono veramente affezionato perché quando avevo 10 anni mi ha portato al Bucaspor e poi all’Altinordu. Quel club ha un approccio particolare: non insegnano solo a giocare a calcio, insegnano a vivere sotto ogni aspetto. Ad esempio, i ragazzi coltivano un orto, raccolgono i pomodori, ci sono anche degli animali di cui devono prendersi cura. Lì ho imparato come stare al mondo

Sul Başakşehir
“Al Başakşehir ho incontrato un allenatore che aiuta molto i giovani e conosciuto grandi giocatori come Emre Belozoglu. Hanno avuto grande fiducia in me e nel giro di un anno è arrivata l’offerta della Roma. In quel momento mi sono sentito veramente orgoglioso

Sugli allenamenti alla Roma
“Affrontare ogni giorno Kolarov è una cosa molto difficile, devi sempre alzare i tuoi limiti per essere efficace contro uno come lui, questo è un fattore che ha un grande impatto sul mio gioco. Quando te la vedi con Kolarov in tutti gli allenamenti, affronti più rilassato gli altri terzini la domenica

Sui suoi idoli
“Messi mi è sempre piaciuto, come tutti guardavo il Barcellona. Fino ai quindici anni ho visto il calcio con gli occhi di un bambino. Poi ho scoperto anche altri aspetti di questo gioco e sono riuscito a capire tante altre cose, per questo mi hanno affascinato anche David Villa e David Silva. Messi, però, è unico nel calcio, nessuno può essere come lui

pubblicato su Napoli n.26 del 5 luglio 2020

Petagna: un attaccante “di peso” per il Napoli

Petagna: un attaccante “di peso” per il Napoli

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Petagna: un attaccante “di peso” per il Napoli

Una vocazione familiare. L’esordio in Champions a 17 anni con il Milan e la vena realizzativa alla Spal che ha convinto il Napoli

di Domenico Sepe

Ci sono strade che sembrano già scritte ma la vita è una questione di scelte. Non importa da quale famiglia provieni, l’importante nel calcio è saper rendere prezioso ogni passaggio ricevuto, “un calciatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia” cantava De Gregori. E queste sono le doti per cui si è fatto notare Andrea Petagna fino ad oggi.
Nato a Trieste il 30 giugno 1995, il nonno Francesco, pugliese originario di Taranto ma adottato da Trieste, era un giocatore professionista negli anni Cinquanta e poi allenatore ed aveva giocato nella Triestina degli anni di Nereo Rocco e Béla Guttmann. Andrea, suo nipote, era un ragazzo come tanti ma nella sua famiglia il calcio si respirava.

Dal primo provino alla Champions

La prima occasione per dimostrare la sua vocazione gli si presenta grazie ad un provino procurato da un amico del padre presso l’Itala San Marco Gradisca. La sua grande volontà di giocare al calcio si palesa subito, disposto com’è, senza lamentarsi, a fare un viaggio di un’ora ogni giorno, a 10 anni, per potersi allenare, facendo vedere quello spirito di sacrificio che oggi mostra in campo.
La grande svolta nella sua carriera sarà il passaggio al Milan dal Donatello Calcio nel 2009, facendo tutta la trafila delle giovanili e vincendo lo scudetto con i Giovanissimi e con gli Allievi Nazionali per poi fare l’esordio assoluto in una notte di Champions nel 2012. Qui l’emozione del ragazzo è fortissima, gli era bastato essere il raccattapalle per sentire i brividi alle prime note dell’inno e immaginarsi poi di giocare quei pochi minuti contro lo Zenith.
L’esordio in Serie A avviene il 24 agosto 2013, sempre con il Milan, contro il Verona, giocando nel frattempo anche con la Primavera il Torneo di Viareggio e vincendolo nel 2014 ed è in questo periodo che viene girato in prestito varie volte fino al passaggio all’Atalanta nel 2016.

Alla Spal arrivano i gol

Qui inizia la vera, grande esperienza di Petagna. Colleziona 63 presenze e 9 gol in Serie A in due stagioni con gli orobici, dimostrandosi un elemento decisivo per il quarto posto dei bergamaschi. Come ha detto Gasperini, il giovanotto segna poco ma fa volentieri il lavoro oscuro, quello per cui nessuno ti celebra che però, alla fine della stagione, si rivela decisivo.
Nel 2018 si concretizza il passaggio alla SPAL con un prestito oneroso a 3 milioni di euro e riscatto fissato a 12 milioni. A Ferrara con Semplici, nel corso della stagione 2018-2019, segna 16 reti in 36 partite di Serie A contribuendo alla salvezza degli estensi. Sono suoi quasi la metà dei gol segnati dalla squadra nel corso della stagione che lo fanno diventare un attaccante in vista e non più relegato al solo ruolo di supporto.
Quest’anno la stagione di Petagna è stata, finora, persino più esaltante pur se non confortata dalla classifica in quanto, come l’anno scorso, è stato protagonista di quasi la metà delle reti segnate e, complice anche l’infortunio di Di Francesco ad inizio stagione, è stato tra gli attaccanti con più chilometri percorsi, diventando insostituibile per Semplici prima e per Di Biagio poi.

Un attaccante “di peso”

Andrea Petagna è una punta molto forte fisicamente, “strutturata” come si dice in gergo, con un’altezza di 188 cm per 85 kg di peso. È un mancino naturale che sa usare anche il destro e abbina alla fisicità una buona tecnica di base. In generale, la sua capacità di lavorare per i compagni e “far salire la squadra” anche quando non segna lo fanno apprezzare molto dagli allenatori ed inoltre è molto bravo a giocare spalle alla porta. È stato acquistato dal Napoli il 30 gennaio lasciandolo in prestito alla SPAL fino alla fine della stagione, il suo arrivo nelle file del Napoli permetterebbe di avere un attaccante che possa far girare la squadra mantenendo il possesso nell’area di rigore, esaltando il gioco delle ali e, al contempo, fungendo da terminale offensivo “di peso” per le finalizzazioni offensive della squadra. Potrà inoltre alternarsi con Mertens, offrendo una maggiore scelta al mister Gattuso.

pubblicato il 27 giugno 2020

Rrahmani: un kosovaro per il Napoli

Rrahmani: un kosovaro per il Napoli

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Rrahmani: un kosovaro per il Napoli

Una carriera in giro per i Balcani prima dell’Italia. Dal Verona grazie alle ottime prestazioni della difesa allestita da Juric

di Domenico Sepe

Non è facile essere kosovaro in questi tempi. Non è facile giocare a calcio mentre il paese in cui sei nato combatte per l’indipendenza. Serve una volontà di ferro per giocare mentre la tua casa è sotto l’occupazione dei militari, dove è da poco passata la follia della guerra etnica, dove la tensione è sempre palpabile nell’aria. Oggi il Kosovo è una terra piena di speranze e di problemi irrisolti e da qui un giorno è partito Amir Rrahmani.
Nato a Pristina il 24 febbraio 1994 da genitori di etnia albanese, originari di Skënderaj, poco lontana, che hanno subito la furia della pulizia etnica messa in atto dalla Serbia di Milosevic. La pace in quelle zone è arrivata solo con l’intervento delle forze militari straniere, ma è una pace fragile. Eppure Amir non si è arreso ed ha cominciato a giocare a calcio proprio nel Drenica, la squadra della sua città, partendo dalle giovanili fino a raggiungere la prima squadra con la quale ha esordito all’età di 17 anni nei campionati professionistici del Kosovo, inseguendo il grande calcio europeo.

Sognando l’Europa del calcio

La prima occasione è un prestito al Kastrioti Krujë nella massima serie albanese nell’estate del 2012. Nel 2013 termina il suo contratto con il Drenica e va via a parametro zero.
Dall’Albania arrivano le offerte dei grandi club locali e, tra di essi, sceglie il Partizan Tirana, una delle squadre della capitale ed una delle più titolate d’Albania. Ha 19 anni, lascia così il proprio paese per gettarsi nella mischia di un campionato molto agguerrito e sarà qui che arriveranno i primi riconoscimenti. Si fa notare come solido difensore dal fisico possente e viene nominato per il premio “Talento dell’Anno” alla fine della stagione 2014-2015, attirando l’attenzione di club al di fuori dell’Albania e disegnando una parabola ascendente che lo porterà, di nuovo, a cambiare paese nel 2015. Arriva anche la chiamata da parte di Gianni De Biasi che lo convoca per una partita con la maglia dell’Albania con cui debutta l’8 giugno 2014 contro il San Marino, subentrando a Elseid Hysaj al minuto 82’.

La grinta, il coraggio, l’umiltà

La successiva destinazione è un altro paese dei Balcani, la Croazia, all’RNK Spalato, la squadra piccola dell’omonima città, in rivalità con il prestigioso Hajduk. È la squadra della classe povera di Spalato, eppure è qui che Amir ha deciso che deve far vedere quanto vale. Lavora sodo e debutta nella prima gara della stagione 2015-2016 e diventa da subito un titolare inamovibile al centro della difesa. Sarà proprio la squadra contro cui ha debuttato in Croazia, il Lokomotiva, ad assicurarsi le sue prestazioni grazie ad un prestito di un anno. Passa poi alla Dinamo Zagabria nell’estate 2017. Sarà qui, nella squadra più forte della Croazia che arrivano i primi importanti successi: due campionati croati ed una Coppa di Croazia con 57 presenze e 4 reti che ne confermano il talento. I due allenatori, prima Mario Cvitanović, ex giocatore del Napoli nel 2003 e poi Nenad Bjelica, attuale allenatore della Dinamo, vengono impressionati dalla sua tenacia e umiltà.
Arriva anche l’ora della nazionale del suo paese finalmente riconosciuta dall’Uefa nel 2016. Ne diventa presto il capitano e titolare inamovibile collezionando tante buone prestazioni.

La sfida, quella vera: la Serie A

Ma Amir cerca una vera sfida in un campionato di alto profilo. Il ds del Verona D’Amico lo segue, va a visionarlo in Croazia, si convince e con l’allenatore Juric decidono che sarà lui a giocare al centro della difesa dell’Hellas. Si chiude una trattativa rapida, tenuta quasi segreta, all’aeroporto lo accoglie solo l’addetto stampa del club scaligero, il costo dell’operazione sfiora i due milioni di euro. Inizia il precampionato con l’Hellas di Juric e subito diventa titolare di una delle migliori difese del campionato.
Nel mercato di gennaio arriva il Napoli. Quattordici milioni al Club giallo-blù e 1,5 milioni a stagione al giocatore, è un’offerta unica, la possibilità di raggiungere una grande piazza, il giocatore accetta, viene ceduto alla società azzurra che lo lascia in prestito all’Hellas Verona fino a fine stagione.

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

Diego Demme “nel nome del D10S”

Diego Demme “nel nome del D10S”

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Diego Demme “nel nome del D10S”

Un padre calabrese tifosissimo degli azzurri che gli ha trasmesso la sua passione e un amore senza riserve per Napoli

di Bruno Marchionibus

Sangue calabrese, cuore azzurro

“Quando si vuole una cosa, tutto l’Universo cospira affinché si riesca a realizzare il sogno”. Così sentenzia Paulo Coelho ne “L’ Alchimista”, attribuendo al destino un ruolo centrale nel guidare gli uomini sulla strada verso i propri desideri. E non c’è dubbio che tra i sogni di Enzo Demme, partito come tanti meridionali negli anni ‘70 da Scandale, provincia di Crotone, direzione Germania, ci fosse quello di vedere suo figlio Diego vestire la maglia del Napoli e calcare il prato del tempio di Fuorigrotta.
Enzo, infatti, pur integratosi nel suo paese d’adozione tanto da aver sposato una donna tedesca, al suo ragazzo, nato ad Herford il 21 novembre 1991, ha trasmesso perfettamente il suo grande amore per i colori azzurri, a partire da un nome che, quando si parla di Napoli, non può essere casuale. Il piccolo Demme, cresciuto nel culto di Maradona, è stato tirato su a pane e VHS con le giocate del Pibe, cosicché la passione per il “Ciuccio” e per il calcio in generale ha caratterizzato la sua vita sin dall’infanzia. Una passione che Diego coltiva da tutti i punti di vista, essendo un ottimo giocatore non solo in campo ma anche alla console. Inclinazione, quella per i videogiochi, che tra gli interessi dell’italo/tedesco si accompagna all’amore per gli animali, tanto che il suo profilo Instagram è inondato di foto del suo amico a quattro zampe, ed a quello per i viaggi.

L’idolo Gattuso, una scommessa e un dente perso

E il destino, quello che per gli antichi Greci era al di sopra anche delle stesse divinità, ha voluto che Diego non solo vestisse la maglia della squadra del cuore della famiglia Demme, ma che lo facesse non appena in panchina si fosse insediato il suo idolo calcistico: Rino Gattuso. Il Campione del Mondo è per ogni calabrese un mito, portatore sano di tante delle caratteristiche tipiche di un popolo caparbio e orgoglioso; figurarsi quanto possa esserlo per chi, come il nuovo acquisto del Napoli, nonostante un fisico non imponente (170 cm x 66 kg) fa della quantità e della tenacia le sue armi migliori. A differenza del suo modello, tuttavia, Demme è ambidestro ed è anche in grado di giocare da vertice basso di un centrocampo a tre, abbinando a corsa e grinta anche una buona qualità.
D’altronde, per comprendere il carattere di questo ragazzo, basta ripercorrere la sua carriera; nel gennaio 2014 mentre il Paderborn, in cui milita, è in lotta per la promozione in Bundesliga, Diego non si fa problemi ad accettare la proposta del Lipsia, che all’epoca staziona in Serie C, scommettendo sul progetto Red Bull. I fatti daranno ragione al ragazzo classe ‘91, che sarà tra i protagonisti della scalata dei biancorossi, divenendone capitano, nel calcio tedesco, esordendo in massima serie nel 2016 e segnandovi il primo gol nel 2018, a causa del quale perderà un incisivo. Mentre colpisce di testa il pallone che spedisce in porta, infatti, Demme subisce una scarpata in pieno volto che gli fa saltare il dente; normali incidenti di percorso per chi, per la propria squadra, è disposto sempre a dare tutto ciò che ha.

Tifo per il Napoli, amore per Napoli

Dodici milioni il costo dell’operazione che ha portato Demme all’ombra del Vesuvio; un’operazione che ha avuto buon esito, senza dubbio, anche per l’amore e l’attrazione che la città ha esercitato da sempre nei suoi confronti. Visitato per la prima volta con la fidanzata a Capodanno 2016, il capoluogo campano è entrato nel cuore di Diego al punto da divenire meta fissa dei suoi viaggi recenti, con passeggiate sul lungomare immortalate anche sui suoi profili social e la confessione di aver imparato il termine “Guagliò”. Non a caso, qualche tempo fa, ad una precisa domanda circa le tre cose che amasse di più del Paese di suo padre, il centrocampista, che nel 2017 ha esordito con la Nazionale maggiore tedesca, ha risposto in maniera esplicativa: “Napoli, il caffè e la pizza”.
Grazie a Demme, inoltre, gli azzurri avranno dei sostenitori in più dalla punta dello stivale; il sindaco di Scandale, di fatti, ha già promesso che dal comune del crotonese prossimamente partiranno dei pullman direzione San Paolo per sostenere Diego e i partenopei.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Quagliarella e la sua storia napoletana

Quagliarella e la sua storia napoletana

L’AVVERSARIO

Quagliarella e la sua storia napoletana

Auguri di buon compleanno all’attaccante campano, prossimo avversario del Napoli ma sempre innamorato della sua terra

di Lorenzo Gaudiano

«Fu bellissimo ed emozionante il mio primo ingresso al San Paolo. Guardavo la partita ma tutto il contesto mi affascinava: i tifosi, i colori, il prato e le maglie. Mi soffermavo con attenzione sui volti, sulle espressioni che la gente faceva ad ogni azione. Non posso dimenticarle. Tra l’altro ai miei tempi c’era soltanto “90° minuto” e bisognava aspettare le sei del pomeriggio per vedere i gol, una cosa inevitabilmente fredda. Quando si andava allo stadio invece, era tutto un susseguirsi di emozioni».
Dagli spalti al campo, da spettatore appassionato a protagonista sul terreno di gioco con la maglia azzurra, un sogno diventato realtà che non ha avuto però la durata che tutti si aspettavano, compreso lo stesso Fabio Quagliarella. Nel 2009 sia per il calciatore stabiese che per la tifoseria partenopea cominciò una favola, che si tramutò nel più brutto degli incubi al termine della stagione: il passaggio alla Juventus. Fu un addio inaspettato, silenzioso, privo di una spiegazione convincente che aiutasse a comprendere le ragioni del trasferimento alla squadra rivale e maggiormente invisa al popolo napoletano. A distanza di anni, dopo la sentenza di condanna a Raffaele Piccolo, ex ispettore informatico della Polizia Postale diventato stalker di Quagliarella e tante altre vittime, lo stabiese ha ritrovato la giusta serenità per continuare la sua carriera, che sta vivendo nonostante i 37 anni come una nuova giovinezza. Beniamino ora della tifoseria doriana con la maglia della Sampdoria nel cuore, oggi Fabio calcherà nuovamente da avversario il prato del San Paolo circondato comunque dalla passione e dal calore del pubblico partenopeo, solidale con lui una volta appresi i fatti ed al tempo stesso non più ferito da quello che si pensava fosse il peggiore dei tradimenti.

Lontano da casa

«A cinque anni il mio vicino di casa, che aveva una squadra di calcio, il giorno del mio compleanno disse a mia madre: “Lo porto un po’ al campo con me”. Da quel momento non ho più smesso, continuando a giocare nell’associazione parrocchiale Annunziatella».
La storia di Fabio comincia a Castellammare, una rotta marittima di prestigio insieme a tutte le città della costa partenopea, bagnate da un mare che sin dai secoli più lontani ha rappresentato un importante vettore commerciale e in epoca più recente ha favorito la diffusione dello sport più bello al mondo in Campania. Come i viaggiatori inglesi, che hanno esportato il calcio un po’ dovunque, Quagliarella ha ereditato questa curiosità verso il mondo esterno, un desiderio irrefrenabile di uscire dai propri confini per affacciarsi su un orizzonte nuovo senza alcuna paura e con la propria patria sempre nel cuore. A dieci anni le giovanili del Torino, lontano dalla propria casa e dai propri genitori Vittorio e Susanna. Il papà lo raggiungeva nei fine settimana per averlo vicino e sostenerlo nella sua formazione, la mamma lo chiamava più di una volta al giorno per essere sicura che tutto procedesse bene. Poi Firenze, Chieti, Ascoli, Genova e Udine, un bel giro insomma, prima di fare ritorno in patria, nella sua Napoli, sempre pronta a riabbracciare i suoi tanti figli in cerca di fortuna lontano ma con il desiderio mai sopito di ricongiungersi con la propria terra.

Audentes fortuna iuvat

«Oggi vedo poco istinto negli attaccanti. Io sono il tipo che, se deve fare una rovesciata o un tiro al volo, non ci pensa due volte. Se sbaglio, amen. Vedo tanti che invece sono sempre preoccupati da quello che possono dire gli altri».
Di gol straordinari Quagliarella ne ha messi a segno tanti, anche contro la squadra azzurra. La sforbiciata dal limite dell’area in Napoli-Udinese con la maglia bianconera, il tacco volante lo scorso anno in Samp-Napoli sono soltanto alcune delle sue prodezze, frutto di un estro che non si è lasciato mai limitare dai vincoli della tattica o dalla paura di incappare in un errore. Con la sua fantasia, la sua spregiudicatezza e la sua audacia avrebbe potuto lasciare un segno diverso a Napoli, essere un leader come i vari Cannavaro, Hamsik ed Insigne e il trascinatore di una piazza che dai calciatori campani esige molto ma al tempo stesso sa regalare tanto calore e tanto amore. Fabio e la sua Napoli si ricongiungeranno lunedì allo stadio Luigi Ferraris e su di lui ci sarà la maglia della Sampdoria. Per 90’ saranno avversari ma al fischio finale si riabbracceranno, come se non si fossero mai separati.

pubblicato su Napoli n.14 del 14 settembre 2019