La finale al San Paolo contro lo Swindon Town

La finale al San Paolo contro lo Swindon Town

IL NAPOLI IN EUROPA

La finale al San Paolo contro lo Swindon Town

Nella prima edizione della Coppa Anglo Italiana nel 1970 con gli inglesi il Napoli subì una brutta e amara sconfitta

di Francesco Marchionibus

Dopo solo pochi mesi dalla sfortunata eliminazione negli ottavi di Coppa delle Fiere ad opera dell’Ajax di Johan Cruijff e Ruud Krol, il Napoli ha la possibilità di rifarsi partecipando ad un’altra competizione internazionale, la Coppa Anglo Italiana.
Il torneo tra squadre italiane ed inglesi era stato ideato l’anno precedente dal manager calabrese Gigi Peronace, ex calciatore trasferitosi a Londra e grande conoscitore del calcio inglese (grazie a lui sono arrivati in Italia giocatori come John Charles, Denis Law e Liam Brady).
Nel 1970 si gioca la prima edizione del torneo, che poi durerà fino al 1996.
Partecipano sei compagini italiane (tutte di serie A) e sei compagini inglesi (di cui quattro di Premier), suddivise in tre gironi di quattro squadre, due per nazione. Non si giocano partite tra squadre della stessa nazione e al termine del torneo vengono formate due classifiche, una per le italiane e una per le inglesi, in cui viene assegnato un punto anche per ogni gol segnato: le squadre prime classificate delle due nazioni disputano la finale.
Il Napoli che si presenta ai nastri di partenza della Coppa Anglo Italiana è reduce da un discreto sesto posto in campionato e dall’impresa solo sfiorata qualche mese prima nella sfida giocata ad armi pari con i campioni olandesi.
La rosa azzurra, che mescola esperienza e gioventù, comprende giocatori di ottimo livello, da Dino Zoff a Panzanato, da Bianchi al capitano Antonio Juliano, da Improta a Montefusco, da Barison e Manservisi fino ai veterani Altafini e Hamrin: la squadra di mister Chiappella non parte come favorita ma ha certamente le carte in regola per puntare a vincere il suo secondo trofeo internazionale.
Gli azzurri vengono inseriti nel gruppo 1 con la Juventus, lo Sheffield Weds e lo Swindon Town. Il gruppo 2 vede sfidarsi Middlesbrough, West Bromwich, Roma e Vicenza, ed il gruppo tre comprende il Sunderland, il Wolverhampton, la Fiorentina e la Lazio.
Il Napoli gioca le prime due partite in trasferta: sconfitta rocambolesca per 4-3 a Sheffield nonostante la doppietta di Barison e la rete di Bianchi e vittoria per 2-1 al County Ground di Swindon con i gol ancora di Barison e del vecchio Hamrin.
Nel ritorno al San Paolo contro lo Sheffield si scatena Altafini: tripletta del brasiliano, gol di Bianchi e ancora di Hamrin e inglesi travolti per 5-1.
L’ultima partita è in casa contro lo Swindon, gli azzurri la perdono 0-1 dopo una brutta prestazione ma nonostante la sconfitta accedono alla finale del torneo: grazie al numero di gol realizzati sono infatti primi tra le italiane davanti alla Fiorentina e alla Lazio.
Il Napoli ha la grande occasione di vincere il suo secondo trofeo internazionale, e di farlo davanti ai propri tifosi, visto che la finale del 28 maggio si gioca al San Paolo e proprio contro lo Swindon Town.

Gli azzurri partono con i favori del pronostico ma è fondamentale non sottovalutare gli inglesi: lo Swindon è una squadra tosta, reduce in patria dal terzo posto in Second Division, e che nel girone oltre ad avere già battuto gli azzurri ha sconfitto per due volte la Juve di Salvadore, Furino, Haller ed Anastasi, travolgendola addirittura per 4-0 al County Ground.
Il Napoli si schiera con Trevisan, Floris, Monticolo, Zurlini, Panzanato, Bianchi, Hamrin, Montefusco, Altafini, Improta e Barison.
Gli azzurri purtroppo sottovalutano gli avversari e pagano l’approccio sbagliato subendo il gol di Noble al 24° di un primo tempo deludente. Nella ripresa il Napoli nel tentativo di raggiungere il pareggio si sbilancia in avanti e a metà del tempo, nel giro di cinque minuti, subisce altre due reti, ancora dal centravanti Noble e da Horsfield.
La partita purtroppo è compromessa e l’occasione di vincere il primo trofeo davanti al proprio pubblico è irrimediabilmente sfumata.
Purtroppo la delusione per la sconfitta provoca momenti di grande nervosismo in campo e sugli spalti, dove si verificano disordini tra i tifosi azzurri e le forze dell’ordine, che al 79’ costringono l’arbitro Schiller a sospendere la finale.
Un epilogo amaro per il club azzurro, che con la vittoria del torneo avrebbe visto aumentare il prestigio internazionale acquisito dopo la bella Coppa delle Fiere di qualche mese prima, e che invece oltre alla sconfitta deve subire anche il danno di una pesante sanzione e della squalifica del campo.
Negli anni immediatamente successivi il Napoli si affaccerà solo saltuariamente in Europa, e vivrà i momenti migliori in Italia con il calcio spettacolo del triennio di mister Vinicio, in cui sfiorerà lo scudetto.
Per essere ancora protagonista e vincente in campo internazionale la squadra partenopea dovrà aspettare il ritorno del mister Bruno Pesaola, l’allenatore dei primi successi azzurri.
Ma, ancora una volta, questa è un’altra storia…

pubblicato il 10 giugno 2020

L’impresa sfiorata contro l’Ajax di Michels e Cruijff

L’impresa sfiorata contro l’Ajax di Michels e Cruijff

IL NAPOLI IN EUROPA

L’impresa sfiorata contro l’Ajax di Michels e Cruijff

Inizia un nuovo ciclo negli anni Settanta per il Napoli con i primi anni di presidenza per Corrado Ferlaino

di Francesco Marchionibus

Alla fine degli anni sessanta il Napoli di Sivori ed Altafini, di Juliano e Zoff, del mister Pesaola e del presidente Lauro, che nelle stagioni precedenti ha vinto la Coppa Italia, sfiorato lo scudetto e ottenuto la sua prima affermazione europea, conclude il suo ciclo.
Nella stagione 1968 – 69 il Petisso, che va ad allenare la Fiorentina, viene sostituito da Beppe Chiappella, e la squadra (che concluderà il campionato con un anonimo settimo posto) non riesce a ripetere le belle annate precedenti.
Durante il campionato i tifosi devono subire anche l’addio di Sivori, che dopo una rissa avvenuta durante la partita Napoli – Juventus del 1° dicembre ‘68 e gli insulti all’allenatore bianconero Heriberto Herrera viene squalificato per sei giornate e decide di ritirarsi dal calcio giocato.
Le cose vanno male anche per la società, che si trova in grave crisi finanziaria, e nel gennaio 1969 entra in scena diventando presidente Corrado Ferlaino, che quasi vent’anni dopo legherà il suo nome ai più grandi successi azzurri.
Le prime stagioni del Napoli di Ferlaino sono complessivamente buone ma non esaltanti: in Italia i migliori risultati sono il terzo posto del 1971, alle spalle delle milanesi, e la finale di Coppa Italia (persa con il Milan) del 1972, mentre in Europa i partenopei nelle loro partecipazioni alla Coppa delle Fiere (poi Coppa Uefa) non vanno oltre gli ottavi di finale.
Ed è proprio in questi ottavi di finale però che il Napoli sfiora un’impresa che sarebbe stata storica, contro la squadra che nei primi anni Settanta avrebbe dominato il calcio europeo.
Quello che si presenta ai nastri di partenza della Coppa delle Fiere 1969-1970 è un buon Napoli, che ha in rosa il portiere Dino Zoff, il roccioso stopper Panzanato, il futuro mister dello scudetto Ottavio Bianchi, il capitano Antonio Juliano, i giovani Improta e Montefusco, il “Bisonte” Barison e gli esperti Altafini e Hamrin.
La squadra azzurra concluderà al sesto posto lo storico campionato vinto dal Cagliari del bomber Gigi Riva e nell’arco della stagione si toglierà anche qualche soddisfazione, come la vittoria in casa della Fiorentina campione d’Italia uscente (guidata al titolo l’anno precedente proprio da mister Pesaola) e quella al San Paolo contro la Juventus.
Al primo turno di Coppa delle Fiere il Napoli viene opposto ai francesi del Metz: in trasferta gli azzurri, che vanno subito in gol con Bosdaves, pareggiano 1-1, e nel secondo match al San Paolo grazie alla vittoria per 2-1 con i gol di Bianchi ed Improta passano il turno.
Nei sedicesimi di finale gli azzurri sono chiamati ad affrontare i tedeschi dello Stoccarda, e nella partita di andata davanti ai 25000 spettatori del Neckarstadion riescono ad imporre lo 0-0 ai forti avversari. La partita di ritorno è molto combattuta, e alla fine il Napoli riesce a prevalere con un gol di Canzi che a un quarto d’ora dalla fine, pochi minuti prima di essere sostituito da Improta, insacca alle spalle del portiere Dieter Feller il pallone che vale la qualificazione al turno successivo.
Agli ottavi però l’impegno si presenta proibitivo: il Napoli è infatti opposto all’Ajax vice-campione d’Europa.
La squadra olandese, allenata da Rinus Michels, annovera tra le sue fila calciatori del calibro di Hulshoff, Krol, Muhren, Suurbier, Haan, Keizer e soprattutto Johan Cruijff.
Si tratta di giocatori che faranno la storia del calcio olandese e mondiale, imponendo un sistema di gioco e una filosofia del calcio che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, sono presi a modello da molti allenatori.
L’Ajax, che nel 1970 diventa Campione d’Olanda per la 14^ volta, nei tre anni successivi vincerà tre Coppe dei Campioni e due titoli nazionali, imponendosi come una delle squadre più forti e spettacolari di tutti i tempi.

La partita di andata degli ottavi si disputa al San Paolo. Contro i “lancieri” olandesi, privi per l’occasione della stella Cruijff, l’allenatore Chiappella manda in campo questo undici: Zoff, Monticolo, Pogliana, Zurlini, Panzanato, Bianchi, Hamrin, Juliano, Manservisi, Altafini e Montefusco.
La partita incomincia a ritmi molto alti e gli azzurri disputano un ottimo primo tempo; dopo due minuti Hamrin va già vicino alla rete, poi Panzanato, Altafini, ancora Hamrin e Montefusco impegnano la difesa olandese sfiorando ripetutamente il gol del vantaggio, finché al 37’ finalmente il Napoli passa: Altafini riceve il pallone da Zurlini e appoggia di testa a Manservisi che, sempre di testa, insacca facendo esplodere l’esultanza dei 25000 tifosi presenti.
Nella ripresa l’incontro è più equilibrato e, anche se gli azzurri mantengono il comando del gioco, la stanchezza comincia a farsi sentire e pure gli olandesi, nonostante l’ottima partita della coppia centrale partenopea Zurlini – Panzanato, hanno le loro occasioni da gol.
A tre minuti dalla fine però il Napoli ha la grande occasione per raddoppiare e affrontare con maggiori sicurezze la partita di ritorno: Juliano, autore di un grande secondo tempo, mette il pallone sulla testa di Altafini che gira verso la porta, ma il portiere Bals con una prodezza devia in angolo smorzando l’urlo del San Paolo.
Il finale di 1-0 è sicuramente un risultato di grande prestigio, ma non mette al sicuro gli azzurri in vista del ritorno in Olanda, dove per passare il turno ci vorrà una vera e propria impresa.
E il 21 gennaio del 1970, ad Amsterdam, il Napoli per poco l’impresa non la fa davvero.
Gli azzurri affrontano la partita privi di Zurlini e Hamrin indisponibili, e con un difensore in più, per resistere alla prevedibile offensiva dell’Ajax che per l’occasione recupera Cruijff. Scendono in campo Zoff, Nardin, Pogliana, Vianello, Panzanato, Monticolo, Bosdaves, Juliano, Manservisi, Bianchi e Barison.
Gli olandesi partono subito all’attacco, ma per tutto il primo tempo il Napoli resiste orchestrato da un grande Juliano, controlla la partita e si rende anche pericoloso in contropiede. Poi, appena passata la mezz’ora, la svolta dell’incontro: su un angolo molto contestato dai napoletani l’Ajax passa in vantaggio con Swart, che interviene praticamente sulla linea di porta e mette in rete.
Il Napoli reagisce subito, ma prima Manservisi e poi Barison non riescono a concretizzare le occasioni create dagli azzurri.
Si va dunque al secondo tempo, in cui gli olandesi prendono decisamente il sopravvento e in cui diventa protagonista assoluto il portiere Dino Zoff, autore di diversi interventi letteralmente miracolosi.
Grazie a Zoff si arriva ai tempi supplementari. Nei primi 15 minuti il Napoli sembra di nuovo controllare la partita, ed anzi tra la fine del primo e l’inizio del secondo extra-time sono proprio gli azzurri a sfiorare il gol … ma poi al minuto 110 entra in scena lui, Johan Cruijff: parte palla al piede dalla propria metà campo, supera Juliano, scambia due volte di prima con i compagni e fornisce a Suurendonk, entrato in campo all’inizio dei supplementari, il pallone del 2-0. Il tempo di mettere palla al centro e l’Ajax raddoppia ancora con Suurendonk che mette in rete una respinta di Zoff su azione partita ancora dai piedi di Cruijff.
La partita è praticamente finita, con gli azzurri che si arrendono e gli olandesi che segnano addirittura il terzo gol a pochissimi minuti dalla fine sempre con Suurendonk.
Il Napoli esce dalla Coppa a testa altissima contro un avversario molto forte, dopo avere sfiorato l’impresa in una serata decisamente sfortunata … basti pensare che il “terribile” Suurendonk in tutta la sua carriera ha disputato tra campionato e coppe 110 partite segnando la “bellezza” di nove reti, comprese le tre rifilate agli azzurri!
Ma l’occasione per vincere un trofeo internazionale, sebbene ancora una volta di minore importanza, si presenterà agli azzurri solo qualche mese dopo, quando a maggio 1970 parteciperanno alla prima edizione della Coppa Anglo Italiana.

pubblicato il 04 giugno 2020

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Nel club madrileno da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente

di Domenico Sepe

Quanti sono i presidenti di una squadra di calcio che possono vantare di aver vinto per cinque volte di seguito la mitica Coppa dei Campioni? Solo uno: Santiago Bernabéu.
Il suo Real Madrid fu incontrastato dominatore della manifestazione dalla prima edizione del 1955-56 sino a quella del 1959-60 (la rivincerà sotto la sua guida anche nel 1965-66), Don Santiago si impegnò personalmente perché l’idea lanciata da Gabriel Hanot dalle colonne de L’Equipe diventasse realtà, convincendo Fifa ed Uefa che il torneo avrebbe avuto successo con o senza di loro.
Bernabéu entrò nel club da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente, aveva studiato diritto ed aveva trovato lavoro al Ministero del Commercio ma la sua attività per il Real Madrid ed il calcio non avrà mai sosta.
In poco tempo la società spagnola fu organizzata nel miglior modo possibile per l’epoca, il presidente aveva uno sguardo lungo, vedeva già a quell’epoca cosa sarebbe diventato il calcio e nonostante la Spagna, quando divenne il numero uno del Real, attraversasse un periodo di grande crisi seppe gestire al meglio le difficoltà al punto da ottenere dal Banco Mercantil e Industrial, di cui era presidente l’amico Rafael Salgado, un importante prestito che gli consentì di edificare lo stadio che dal 1955 gli è stato intitolato.
Bernabéu è stato presidente ininterrottamente dal 1943 sino al 1978, dando sempre al Real la spinta per essere un club guida nel calcio europeo e mondiale. Durante la sua presidenza furono conquistati ben 29 trofei ufficiali (71 quelli vinti in totale) ed a Madrid giocarono calciatori tra i più importanti della storia del calcio mondiale.

Presidente da dove si parte per costruire una società così forte e vincente nel tempo?

«Quando mi hanno nominato presidente pensavo che lo sarei stato solo per un anno, avevo trentaquattro anni, credevo che si trattasse di una transizione, il club veniva da periodo molto buio. Decisi comunque che avrei avviato la mia attività dedicandomi alla riorganizzazione del club che conoscevo bene. Partivo sempre da un’idea fissa, che era quella della popolarità che il football stava acquisendo, e soprattutto dall’attrazione che questo sport scatenava negli appassionati. Dicevo sempre ai miei collaboratori, per cercare di infondergli la mia passione, che il calcio era una tentazione così grande che un paralitico su una sedia a rotelle avrebbe allungato la gamba se una palla gli fosse passata davanti».

Per lei lo stadio di proprietà già in quegli anni significava tanto per la società, quale fu l’idea che la guidò in tale direzione?

«Il Real Madrid è sempre stata una squadra popolare. Appartiene al popolo e tutti gli appassionati hanno bisogno di una loro casa comune che per un club calcistico altro non può essere che lo stadio. Poi pensavo da sempre che per costruire una squadra vincente ci fosse bisogno di una struttura sia societaria che sportiva e lo stadio era determinante. Debbo dire però che, se non avessi avuto l’aiuto del mio amico Rafael Salgado, non si sarebbe potuto realizzare nulla. In quel momento ci volle un bel coraggio da parte della banca, che lui rappresentava, nell’erogare il finanziamento. La mattina del nostro incontro, prima di entrare in banca, mi fermai in un angolo ed ho visto formarsi una lunga coda di clienti in pochi minuti. L’economia spagnola era in grande difficoltà, la guerra aveva compromesso tante attività e la fiducia generale era molto scarsa. Nonostante tutto in poco tempo riuscimmo a concordare l’operazione grazie alla quale avremmo costruito il centro dei sogni di tutti gli appassionati madridisti».

Il Real Madrid è sempre stato etichettato come la squadra del Generale Francisco Franco, che c’è di vero?

«Per anni ci hanno identificati come la squadra del regime, forse anche perché avevamo l’attitudine a vincere. Posso dire che i governi di Franco ci hanno sfruttato per la nostra immagine popolare e non ci hanno mai dato neanche cinque centesimi. Lo sport viene sempre utilizzato da chi governa per fare propaganda e approfittare della situazione».

Molti giocatori l’hanno definita come un secondo padre, quale è stato da parte sua in tanti anni il rapporto con i giocatori e cosa pensa sia cambiato oggi?

«È vero, ho avuto un buon rapporto con i miei giocatori. A tutti per prima cosa ho sempre detto che la maglia del Real Madrid è bianca e che può sporcarsi per il fango, per il sudore e persino per il sangue ma che tutti quelli che la indossano devono onorarla e devono andare oltre le macchie alla fine di ogni partita. Chi non la pensa così o non vuole più stare a Madrid sa già dove si trova la porta. Penso anche che non ci siano giocatori giovani e vecchi in senso assoluto, ci sono solo buoni e cattivi giocatori indipendentemente dalla loro età: Puskás arrivò da noi a 31 anni, qualcuno diceva che era finito ed invece ha scritto per noi, per se stesso e per il calcio in generale pagine di storia indelebili. Un club di calcio è come una famiglia, solo più grande del solito. Tutto quello che accade deve restare tra le mura della casa di questa famiglia. Se uno qualsiasi dei tesserati (dirigente, allenatore, giocatore, magazziniere etc.) racconta ad altri quello che accade nel club, sbaglia ed espone tutti al grave rischio dell’illazione, della notizia a tutti i costi che troppo spesso risulta inventata. Il club deve pretendere sempre una linea di comportamento e deve essere sempre coerente nella gestione».

Per un dirigente di calcio quanto è importante il rapporto con la stampa e con il pubblico?

«È fondamentale. Il presidente di un club calcistico deve rispettare la piazza, il pensiero degli altri, poi è evidente che debba prendere le decisioni che ritiene più utili per la vita e il futuro della società. Generalmente il pubblico si stanca dei grandi giocatori prima che inizi la loro fase calante, è quasi un fatto naturale. La stampa invece frequentemente è a caccia di notizie scottanti per realizzare quello che viene chiamato “scoop”. Quest’attività può in qualche caso essere fallace, la notizia raccolta essere fasulla o manipolata e può portare dei danni al club. Proprio per questo la società deve impegnarsi con la sua organizzazione affinché si possano evitare questi momenti negativi. In sostanza è giusto che ci sia un naturale rispetto da parte di tutti. Quando sono diventato presidente del Real per prima cosa ho voluto attribuire ad ognuno dei dirigenti un preciso compito, responsabilizzando tutti per evitare confusione e conferire a tutti la giusta autorevolezza».

Le parole di Bernabéu, pronunziate ben oltre sessant’anni fa, ed i concetti espressi chiariscono come sarebbe assurdo dire che erano altri tempi. Chi vorrà fare un facile raffronto ai giorni nostri troverà tante risposte ai quesiti che in questi ultimi giorni hanno occupato tutti gli appassionati a Napoli come a Milano ed anche in Europa. Il calcio ha bisogno di idee, di organizzazione, di capacità di saper tollerare o di far passare la propria decisione senza imporla. Il calcio è dialogo ma è diventato, anche se la storia di Bernabéu dice che era così anche nel 1943, un affare più economico che sportivo, dove le ragioni di tutti hanno il loro peso.
Forse i presidenti di oggi farebbero bene a conoscere meglio la storia di un antesignano come Santiago Bernabéu, al quale fu intitolato lo stadio da vivo perché era e resta l’anima del Real Madrid.

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019

Quando lo Stabia divenne Campione nel ‘45

Quando lo Stabia divenne Campione nel ‘45

LE STORIE

Quando lo Stabia divenne Campione nel ‘45

Forse non tutti sanno che la squadra di Castellammare può vantare anche il titolo di Campione dell’Italia Liberata

di Bruno Marchionibus

Pochi mesi dopo la vittoria del titolo dell’Alta Italia da parte dei Vigili del Fuoco di La Spezia anche al Meridione il pallone tornò a rotolare sui campi, ed anche in questo caso una squadra partita in sordina balzò agli onori della cronaca aggiudicandosi un torneo poi mai riconosciuto in via ufficiale dalla FIGC.
È il gennaio del ‘45. Nel Nord della Penisola le formazioni partigiane combattono eroicamente l’invasore tedesco, mentre gli Alleati si preparano a dare l’assalto definitivo alla Linea Gotica, che avrà luogo in primavera. Nel Sud ormai liberato, invece, tra mille problemi si può finalmente tornare a parlare di sport, con l’organizzazione di tornei regionali. Il più importante di questi è quello campano, a cui partecipano dieci squadre, tra le quali le più blasonate sono il Napoli e la Salernitana, entrambe, prima della separazione dell’Italia in due, militanti in Serie B.
Il livello del campionato, tuttavia, è tenuto alto anche da altre compagini, che a causa degli eventi bellici si sono rinforzate con giocatori che prima del conflitto erano in forza a squadre del Centro-Nord. Ci sono, ad esempio, i nerostellati della Frattese, con l’ala ex Lazio Busani ed il centravanti Nicolosi, il primo italiano cresciuto in Libia ad aver esordito in massima serie. E poi c’è lo Stabia del presidente Benedetti e dell’allenatore Lenzi, che in campo può contare sul formidabile attaccante Romeo Menti, a cui oggi è intitolato non solo lo stadio di Castellammare ma anche quello di Vicenza, e che qualche anno più tardi, il 3 maggio 1949, sarà l’ultimo giocatore del Grande Torino ad andare a segno, su rigore contro il Benfica, qualche ora prima della tragedia di Superga.
Il torneo si disputa, per forza di cose, tra spostamenti non sempre agevoli e su campi non sempre del tutto regolamentari. Basti pensare che, se la Salernitana ebbe modo di giocare le proprie gare interne sull’ex campo del “Littorio”, poi rinominato Stadio Donato Vestuti, rimasto miracolosamente intatto nonostante Salerno fosse stata teatro dello sbarco alleato che coinvolse le spiagge dal capoluogo campano fino a Paestum, il Napoli era stato privato dell’Ascarelli, primo stadio di proprietà della storia del calcio italiano distrutto dai bombardamenti alleati, e si trovò così a dover scendere in campo nel recinto dell’Orto Botanico.

Nonostante intoppi e complicazioni, ad ogni modo, il campionato comincia e va avanti, e vede sin da subito contendersi il titolo assieme alle due favorite la squadra di Castellammare, guidata dal capitano Dario Ciccone. Nel match di cartello tra azzurri e granata, in particolare, succede l’incredibile: il direttore di gara, signor Demetrio Stampacchia, sul punteggio di 1 a 1 fischia un rigore per il Napoli, ma i tifosi salernitani, inferociti, invadono il campo e l’arbitro per non avere la peggio deve addirittura fingersi morto approfittando di un colpo d’arma da fuoco sparato in aria. La CAF, in primo grado, assegna la sconfitta a tavolino alla Salernitana, che al termine del campionato sarebbe così due lunghezze dietro lo Stabia capolista. In un gioco di ricorsi e contro-ricorsi all’italiana, tuttavia, quel campionato, che per la cronaca vede Italo Romagnoli del Portici laurearsi capocannoniere con 18 centri, sarà assegnato sì agli stabiesi, ma in tribunale. I granata, infatti, vedono accolto il proprio ricorso, appaiandosi con i ragazzi di Castellammare in testa alla classifica; a quel punto per l’assegnazione del titolo si deve ricorrere ad una gara di spareggio, ma lo stesso Stabia ricorre per ribaltare il risultato dell’incontro con la Frattese, perso ma condizionato da gravi disordini sugli spalti. La giustizia sportiva, poco prima del match di spareggio, dà ragione alla società del presidente Benedetti, e così, in piena estate, lo Stabia è Campione, e può festeggiare quello che è il punto più alto della sua storia sportiva.
Quel torneo del ‘45, ancora ad oggi, è considerato dai tifosi di Castellammare il Campionato dell’Italia Liberata, e quel titolo un vero e proprio Scudetto. Analogamente a quanto avvenuto per i Vigili del Fuoco di La Spezia al Nord, tuttavia, anche in questo caso la FIGC non riconosce quella vittoria in via ufficiale nei suoi almanacchi. L’auspicio, però, ed a tal fine nella cittadina campana sono sorte negli anni numerose associazioni, è che come avvenuto per la compagine ligure la Federazione possa quantomeno attribuire a quell’impresa un valore onorifico che, seppur non la faccia considerare come “Scudetto” in via formale, la equipari sostanzialmente ad esso.

pubblicato il 30 marzo 2020

I sessant’anni dello Stadio San Paolo

I sessant’anni dello Stadio San Paolo

L’ANNIVERSARIO

I 60 anni dello Stadio San Paolo

Per Napoli-Juve il 6 dicembre 1959 una folla mai vista: 53.366 paganti, 12.167 abbonati e un incasso di 68 milioni di lire

di Gregorio Di Micco

Auguri, caro San Paolo. Auguri per i tuoi sessant’anni, che cadranno il prossimo 6 dicembre. Fu proprio quel giorno, nell’ormai lontano 1959, che le porte del nuovo stadio di Fuorigrotta si aprirono per la prima volta, dopo anni trascorsi sulle gradinate del Vomero, uno stadio angusto, circondato da palazzi gremitissimi di tifosi sulle balconate. Nel nuovo impianto era di scena la Juve, una delle più grandi della storia, con il trio Boniperti, Sivori, Charles. Erano trascorse appena nove giornate dall’inizio di campionato. I bianconeri in vetta, come sempre, gli azzurri con soli 7 punti tra mille ambasce, al confine con la zona retrocessione. L’inaugurazione ufficiale c’era stata il venerdì precedente, con la benedizione del cardinale Castaldo, alla presenza del ministro Togni.
Per Napoli-Juve folla mai vista: 53.366 paganti e 12.167 abbonati più i soliti portoghesi. Incasso totale di 68 milioni di lire, all’epoca cifra altissima. Sugli spalti una passione incontenibile. Chi scrive era un ragazzino abbarbicato al braccio del padre Mimì, in tribuna laterale. Nel Napoli giocatori che hanno fatto la storia del club: Bugatti, l’Ottavio volante, Di Giacomo, il bersagliere, Luis Vinicio, uno dei più grandi attaccanti approdato in Italia dal Brasile, Del Vecchio, anche lui brasiliano ma rissoso e inconcludente, e infine Pesaola, il Petisso, l’uomo che ha legato la sua vita indissolubilmente al Napoli e a Napoli.

L’avvio tra entusiasmi e paure. Quella Juve era imbattibile. Eppure, dopo appena sei minuti, l’ala destra azzurra Vitali riuscì ad andare in gol di testa su spiovente di Pesaola. Al 14’ Vinicio colpì la traversa con un tiro potentissimo. Null’altro di eclatante fino alla fine del primo tempo. Nella ripresa, al 18’, il raddoppio: cross di Vitali dalla destra, palla a Vinicio spalle alla porta, mezza girata e gol rapidissimo. Un due a zero secco, senza appigli, Juve soggiogata.
Ad un minuto dalla fine, la doccia gelata: l’arbitro Jonni fischia un improbabile fallo di Comaschi su Stacchini decretando il rigore. A nulla valgono le proteste azzurre. Sul dischetto il nazionale Cervato, specialista nel ramo. Niente da fare per Bugatti. Il portiere, per la rabbia, raccoglie la sfera in fondo alla rete e la lancia con un calcione nel fossato. Subito dopo il fischio di chiusura con un’esplosione di incontrollabile gioia. Il Comandante Achille Lauro issato sulle spalle dai tifosi e portato in giro come la statua di San Gennaro. Mortaretti in tutti i settori, tantissimi bengala accesi.
Il giorno dopo i giornali napoletani celebrano il grande trionfo. Sul Roma il direttore Alberto Giovannini elabora un fondo memorabile. Sul Mattino Gino Palumbo sottolinea: “Data storica per la città”. Guido Prestisimone sul settimanale Lo Sport parla di vittoria incancellabile.
Quella domenica rappresentò la svolta per il calcio partenopeo. Nei decenni successivi il nuovo impianto, intitolato nel frattempo a San Paolo per volere della Curia napoletana, avrebbe visto la conquista di due scudetti, più di una Coppa Italia e addirittura una Coppa Uefa. Ma anche qualche amara retrocessione in B e qualche promozione in A. E, addirittura, un fallimento. Avrebbe inoltre registrato le prodezze di un fenomeno del calcio, quel Maradona stabilmente al vertice della passione azzurra. Dopo anni di degrado lo stadio, grazie al Comune e alle recenti Universiadi, è stato rifatto da capo a piedi. Ora brilla come nel giorno del suo debutto. Nella sua seconda vita, appena iniziata, dovrà prima o poi arrivare il terzo scudetto. Riuscirà De Laurentiis, prima o poi, ad agguantarlo?

Napoli-Juventus 2-1 (6 dicembre 1959)

NAPOLI: Bugatti, Comaschi, Mistone, Beltrandi, Greco, Posio, Vitali, Di Giacomo, Vinicio, Del Vecchio, Pesaola. All. Amadei

JUVENTUS: Vavassori, Castano, Sarti, Emoli, Cervato, Colombo, Boniperti, Nicolè, Charles, Sivori, Stacchini. All. Depetrini

ARBITRO: Jonni di Macerata

RETI: 6’ Vitali, 66’ Vinicio, 89’ Cervato (rigore)

pubblicato su Napoli n.18 del 23 novembre 2019

21 giugno 1962: il Napoli rompe il ghiaccio

21 giugno 1962: il Napoli rompe il ghiaccio

La Coppa Italia del 1962

/ PAGINE AZZURRE

21 giugno 1962: il Napoli rompe il ghiaccio

Una finale alternativa per quei tempi allo stadio Olimpico di Roma, che assegnò agli azzurri il primo trofeo della loro storia

di Lorenzo Gaudiano

Dodici sono i trofei conquistati dal Napoli nella sua storia. Fu la Coppa Italia 1962 ad inaugurare la serie di gingilli che oggi luccica nella bacheca della società partenopea, la più titolata di tutta l’Italia meridionale.

Quel trofeo ancora oggi ha un sapore davvero particolare, non solo perché il Napoli finalmente riuscì a conquistare qualcosa, rompendo il ghiaccio, ma anche perché gli azzurri compirono l’impresa di vincere la Coppa pur militando in Serie B.
L’Albo d’Oro della Coppa Italia racconta che a vincere la prima edizione del 1922 fu il Vado, squadra ligure che conquistò il trofeo militando in Promozione. Nella stagione ‘20/’21 i grandi club italiani, dopo che la proposta portata avanti da Vittorio Pozzo di ridurre il numero di partecipanti al massimo campionato italiano fu respinta, decisero di distaccarsi dalla FIGC per costituire il CCI (Confederazione Calcistica Italiana), che organizzò campionati a parte. Quelli di Prima Categoria e di Promozione Regionale, quindi, rimasero sotto la curatela della FIGC, che in quell’occasione diede avvio anche alla prima edizione della Coppa Nazionale. Quindi alla competizione non presero parte le realtà calcistiche più importanti, ma soltanto alcune squadre di Prima Categoria, come Parma ed Udinese, ed altre di Promozione, tra cui proprio il Vado vincitore del trofeo.

Il mediano Gianni Corelli, l’uomo dei gol importanti

Il Napoli, invece, a 40 anni di distanza dal successo dei liguri realizzò un vero e proprio miracolo sportivo, mai più replicato in seguito. In B quella squadra era inizialmente sotto la guida di Fioravante Baldi, esonerato dopo ventuno giornate e sostituito da Bruno Pesaola. Dall’arrivo del Petisso il Napoli svoltò con il secondo posto in campionato, che valse la promozione in massima serie, e la conquista del primo trofeo della sua storia.

Dopo le vittorie ai rigori contro Alessandria e Sampdoria al San Paolo, ancora sotto la gestione Baldi, gli azzurri prima della finale con la Spal superarono Torino e Roma in trasferta e il Mantova in casa.

Il 21 giugno 1962 lo stadio Olimpico fu teatro di una finale tra due squadre che mai avevano raggiunto un punto più alto nella competizione. La Spal, inoltre, in semifinale aveva eliminato la favorita Juventus con un netto e roboante 4 a 1.

Il Napoli la spuntò grazie ai suoi due uomini più prolifici: Corelli e Ronzon. Il primo, tra l’altro ex della partita visto che proprio in quella stagione approdò dalla Spal alle falde del Vesuvio, era un mediano dotato di grande corsa e di un potente tiro da fuori. Aveva fiuto per il gol ed una grande abilità ad andare a segno nelle gare più importanti: sua fu la rete dell’1 a 0 a Verona con cui il Napoli fece un passo importante verso la promozione, così come quella che consentì agli azzurri di superare ai quarti di finale di Coppa la Roma. Corelli contro la Spal segnò su punizione la rete del primo vantaggio partenopeo, anche se macchiò la sua partita con un errore dal dischetto che già nel primo tempo avrebbe potuto riportare il Napoli in vantaggio dopo il pareggio dello spallino Micheli.
A determinare la conquista del trofeo da parte degli azzurri quel giorno fu Ronzon, che si era trasferito al Napoli proprio in quella stagione. Oscurato dall’Abatino Rivera al Milan, Napoli fu per lui un’occasione da cogliere al volo per svoltare e giocare con più continuità. Mezz’ala d’origine, spesso fu provato anche come libero in qualche partita da Pesaola, ma la sua inclinazione era per ruoli prettamente offensivi, data la sua grande tecnica e il discreto bottino di gol messi a segno negli anni.

Erano gli anni della presidenza Lauro, che attraverso l’universo calcistico aveva l’obiettivo di puntellare il proprio prestigio politico. Quelli erano tempi di grande speranze, in alcuni casi disattese, che però portarono il Napoli a conquistare il suo primo trofeo e a porre le basi per un futuro ai vertici del calcio italiano.

Bruno Pesaola

Napoli-Spal al giorno d’oggi è soltanto una sfida di campionato. Chi ha vissuto, però, quel momento di grande gioia ed entusiasmo in prima persona, oppure attraverso racconti familiari e libri, probabilmente sugli spalti o sul divano di casa volgerà la mente a quel giorno in cui tutto ebbe inizio e magari non potrà fare a meno di guardare la partita con un sorriso e qualche lacrimuccia. Sono passati 56 anni ma, come diceva Isabel Allende, “non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”.

Napoli-Spal: primo trofeo firmato Corelli e Ronzon

Formazione Napoli

Pontel; Molino, Gatti; Girardo, Rivellino, Corelli; Mariani, Ronzon, Tomeazzi, Fraschini, Tacchi. All. Pesaola

Formazione Spal

Patregnani; Muccini, Olivieri; Gori, Cervato, Riva; Dell’Omodarme, Massei, Mencacci, Micheli, Novelli. All. Montanari

Arbitro:

Bonetto di Torino

Marcatori

Al 12’ Corelli (N), al 16’ Micheli (S), al 78’ Ronzon

Il cammino del Napoli verso il trofeo

Primo turno: Napoli-Alessandria 1-1 (6-5 d.c.r.)
Secondo turno: Napoli-Sampdoria 0-0 (7-6 d.c.r.)
Ottavi di finale: Torino-Napoli 0-2
Quarti di finale: Roma-Napoli 0-1
Semifinale: Napoli-Mantova 2-1
Finale: Napoli Spal 2-1

pubblicato su Napoli n.4 del 22 dicembre 2018