Luciano Spalletti pronto a pagare un fiorino

Luciano Spalletti pronto a pagare un fiorino

VERSO FIORENTINA-NAPOLI

Luciano Spalletti pronto a pagare un fiorino

L’allenatore del Napoli si vestirà da Troisi per chiedere con decisione di superare l’ostacolo che gli frapporrà il tecnico viola

di Domenico Sepe

Luciano Spalletti idealmente utilizzerà la battuta del film Scusate il ritardo per portare a casa un risultato positivo. È proprio a Firenze infatti, prima della pausa del campionato, che Napoli e Fiorentina si affronteranno per la conferma definitiva delle proprie ambizioni: due squadre che vogliono dimostrare quanto di buono è stato fatto nelle rispettive nuove gestioni. Da un lato, la squadra di Spalletti vuole confermare l’ottimo momento con una prestazione di alto livello, mentre dall’altra parte, la squadra di Italiano non vuole certo concedere una facile passeggiata al parco ai partenopei.

Artemio Franchi: un uomo, uno stadio

La partita che domenica alle 18.00 vedrà di fronte Fiorentina e Napoli si giocherà nel tempio del calcio fiorentino: lo storico stadio Artemio Franchi. Questo impianto, inaugurato nel 1931 con il nome di “Stadio Comunale”, fu dedicato nel 1991 dal Comune di Firenze alla memoria di un suo illustre cittadino: il dirigente di FIGC, UEFA, FIFA e Fiorentina Artemio Franchi.
Nato a Firenze da genitori senesi, è stato il dirigente della Viola negli anni del suo splendore, con uno scudetto ed una Coppa della Coppe, tra l’altro manifestazione organizzata proprio su sua iniziativa.
Successivamente Franchi fu eletto alla guida della FIGC dal 1967 al 1976 e, con lui alla guida, l’Italia colse il primo trofeo dopo molti anni, l’Europeo del 1968. Fu anche Presidente UEFA e Vicepresidente FIFA dal 1973 fino alla tragica morte avvenuta in un incidente stradale nel 1983 ed a lui, oltre allo stadio di Firenze, fu dedicato anche lo stadio di Siena, sua città natale. L’impianto sportivo, dunque, è un omaggio ad un uomo che si è adoperato nel mondo del calcio varcando i confini nazionali con i molteplici incarichi ricoperti nella sua longeva carriera da dirigente.

La nuova Fiorentina di Italiano

Sulla panchina viola siede da questa stagione Vincenzo Italiano, un allenatore che, già allo Spezia, ha dimostrato di saper realizzare l’impossibile. La Fiorentina, con la nuova guida tecnica, ha mostrato, in questo primo scampolo di campionato, una grinta alla ricerca della vittoria che mancava da molti anni, ridando al popolo di Firenze la voglia di sognare.
Complice anche il nuovo corso del patron Commisso, la Viola di Italiano è stata rivitalizzata da una serie di innesti azzeccati e dal lavoro del mister sull’intera rosa messagli a disposizione dalla società. L’avvio della stagione è stato incoraggiante con tre vittorie consecutive ai danni di Torino, Atalanta e Genoa. Poi la battuta d’arresto con i campioni in carica dell’Inter di Simone Inzaghi ha un po’ lasciato perplesso l’ambiente per come è maturato il risultato.

Due sistemi di gioco a confronto

Il Napoli e la Fiorentina sono due squadre accomunate in questa stagione dalla novità per entrambe nella guida tecnica. Entrambe le squadre sono impostate per proporre il proprio gioco perché preferiscono evitare di dover aspettare le mosse dell’avversaria di turno.
Ci sono però alcune differenze sostanziali. Il Napoli di Spalletti gioca, anche a causa degli infortuni, con un 4-2-3-1. Durante la fase di possesso i centrali si occupano di marcatura ed ogni tanto partecipano allo sviluppo della manovra mentre, in fase di non possesso, il Napoli sa difendersi con due linee di difesa costituite dai difensori e dai mediani, questi ultimi pronti a far ripartire la squadra in velocità quando è possibile organizzare un contropiede o a costruire con il possesso palla azioni manovrate ed elaborate con calma e consapevolezza.
Dall’altro alto, la Fiorentina di Italiano gioca in modo ambizioso con una tattica che appare già ben definita. Italiano applica con il suo 4-3-3 un pressing asfissiante sugli avversari. L’ottima condizione fisica, dimostrata finora, permette alla Viola di mantenere questa pressione per larghi tratti della partita. Il problema manifestato dalla squadra riguarda soprattutto i due esterni di difesa, capaci in fase di costruzione e meno in ripiegamento. Questa debolezza è emersa con evidenza nella batosta subita in casa dall’Inter di Simone Inzaghi.

Vlahovic vs Osimhen: fisicità e velocità

Probabili protagonisti della sfida tra Napoli e Fiorentina saranno i rispettivi terminali offensivi che interpretano il proprio ruolo con qualche differenza.
L’attaccante viola, Dusan Vlahovic, è un nove puro, un centravanti mancino, fisico e tecnico. Con la sua altezza di 1 metro e 90, Dusan domina l’area di rigore con il proprio corpo sovrastando spesso gli avversari sulle palle inattive. Dopo essere maturato come riserva della Fiorentina, il giocatore è stato responsabilizzato diventando bravo nel far salire la squadra e risultando devastante in campo aperto. È dotato di una forte progressione e riesce a controllare l’area di rigore e, nonostante la giovane età Italiano gli ha affidato le sorti del proprio attacco.
Il Napoli, dal suo canto, può contare sulla dirompente velocità di Victor Osimhen. Infatti, il giovane attaccante partenopeo ha dimostrato, già l’anno scorso, di possedere uno scatto difficile da arginare da parte delle difese avversarie e con i suoi movimenti riesce ad attirare su di sé più difensori nella marcatura, aprendo ampi spazi per le incursioni degli esterni. Inoltre, ha un piede in continuo miglioramento capace di gesti tecnici che non gli venivano accreditati.
Dunque, laddove Vlahovic ci mette la pura fisicità, Osimhen compensa con la velocità e l’imprevedibilità, incarnando perfettamente il ruolo di attaccante moderno e versatile capace non solo di segnare, ma di aprire anche preziosi spazi per i compagni.

Un mitico ex partenopeo

Infine, è da ricordare che Italiano può schierare anche José Callejon che ha indossato per sette stagioni la divisa azzurra da titolare inamovibile. Tutti i partenopei conoscono le potenzialità di questo giocatore e tutti gli appassionati di calcio ne apprezzano la tecnica calcistica, l’intelligenza e la duttilità che gli consentono di essere utile alla propria squadra in ogni parte del campo. Dopo la prima stagione con la Fiorentina caratterizzata da alti e bassi Callejon è ritornato, a pieno titolo, tra i protagonisti della stagione viola ed è un giocatore su cui Vincenzo Italiano potrà contare nell’intero arco del campionato, anche se domenica gli azzurri lo abbracceranno con affetto ma cercheranno sin dal primo minuto, se il suo tecnico lo schiererà tra i titolari, di rendergli la vita impossibile.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

LA SFIDA

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

Il Napoli di Luciano Spalletti affronta al Maradona nella prima partita di cartello della stagione la Juventus di Massimiliano Allegri

di Bruno Marchionibus

Non una partita ma “La partita”

Napoli-Juventus vale tre punti come ogni match ma vale anche qualcosa, probabilmente molto, di più. Nel capoluogo campano, infatti, la Vecchia Signora è da sempre considerata la rivale per eccellenza, e di conseguenza l’incrocio con i bianconeri, per il pubblico partenopeo, non è una semplice partita ma la partita più attesa dell’anno, la prima data che i tifosi napoletani cerchiano in rosso al momento della compilazione dei calendari. D’altra parte, Napoli-Juve è anche la sfida che più di tutte rappresenta l’antitesi tra Sud e Nord: da un lato la città dei Savoia, dall’altro la vecchia capitale del regno delle Due Sicilie che da sempre caratterizza il nostro Paese molto più che altre nazioni. Gli ultimi anni, inoltre, hanno acuito l’antagonismo tra le due compagini, con due simboli della rinascita azzurra come Higuain e Sarri passati dall’altra parte della barricata (non con grandissime fortune), e soprattutto con uno Scudetto contestatissimo vinto al fotofinish dalla Juventus proprio sul Napoli del Sarrismo e del calcio spettacolo. Un titolo perso sul filo di lana poi soltanto in minima parte riscattato, per i partenopei, con la vittoria della Coppa Italia 2020 ai rigori proprio sulla Signora.

Primi match poco Allegri

Dopo l’anno con Sarri al timone, vincente ma non soddisfacente per l’ambiente juventino, e quello da dimenticare sotto la guida di Pirlo, la dirigenza bianconera in estate ha deciso di affidarsi al ritorno di Max Allegri, vincitore in Piemonte di cinque campionati e capace due volte di raggiungere la finale di Champions. Le prime due uscite stagionali, nonostante il palmares del tecnico livornese, hanno tuttavia mostrato una Juve fragile difensivamente, specialmente a causa di un centrocampo che offre poca copertura alla retroguardia, e affidata più che altro alle giocate individuali, Chiesa su tutti, in fase offensiva. Il pareggio per 2 a 2 a Udine e la clamorosa sconfitta interna per 1 a 0 con l’Empoli, insomma, hanno certamente lanciato dei segnali di allarme per la squadra bianconera che vanno al di là dei punti persi. Sarà compito di Allegri, dunque, riuscire a dare un equilibrio alla squadra e, in special modo, compattare il gruppo per sopperire alla partenza di Cristiano Ronaldo, che nei suoi tre anni a Torino ha vissuto di luci e ombre ma che in ogni caso rappresentava un fuoriclasse in grado di risolvere le partite da solo.

Luciano Spalletti: un passato da cancellare

Dal punto di vista del Napoli, ad ogni modo, la falsa partenza della Juve fornisce alla squadra azzurra la possibilità, vincendo il match del Maradona, di mettere tra sé e i bianconeri un gap potenziale di otto punti in classifica; distanza che ci sarebbe naturalmente tutto il tempo di colmare con un intero torneo da giocare, ma che rappresenterebbe un ottimo punto di partenza su cui costruire la stagione 2021/22. Per farlo, dovrà essere bravo Spalletti a invertire la rotta dei suoi precedenti tanto con l’allenatore juventino quanto, soprattutto, con i bianconeri. Per il mister di Certaldo, infatti, se il bilancio dei confronti con Allegri racconta di tre successi, tre pareggi e cinque sconfitte, è il dato degli incontri con la Juventus a risultare impietoso: appena due vittorie, cinque pareggi e ben venti gare perse. Tra queste, brucia ancora nella memoria dei supporters azzurri la sconfitta con la Juve per 3 a 2 dell’Inter di Spalletti nel maggio 2018, che costò al Napoli il terzo titolo della sua storia. Quel ricordo, però, ormai rappresenta il passato, e con la sfida alla Juve l’allenatore partenopeo ha l’opportunità di entrare fin da subito prepotentemente nel cuore dei suoi nuovi tifosi.

Partita a scacchi in mediana e su entrambe le corsie laterali

Per quanto riguarda l’aspetto tattico, è facile immaginare che Allegri, dopo le difficoltà palesate dalla sua squadra nelle prime due giornate, possa operare qualche cambio in mediana e nel reparto avanzato. Dovrà essere dunque brava la retroguardia napoletana a saper fronteggiare un attacco in grado di sfruttare tanto rapidità e fantasia (Chiesa, Dybala) quanto fisicità e fiuto del gol (Morata, Kean). Come spesso accade, poi, la zona del campo in cui si deciderà la gara potrebbe essere il centrocampo. L’inserimento del nuovo acquisto Locatelli potrebbe dare ai bianconeri più qualità, ma non risolvere del tutto i problemi in copertura; quanto al Napoli, poi, Lobotka è sembrato tutt’altro giocatore rispetto a quello visto nella passata stagione, e Fabian, pur parso in condizione non ottimale, potrebbe trarre dal gol con il Genoa la fiducia necessaria per tornare a rendere sui livelli del girone di ritorno del campionato scorso. Molto importante, per gli azzurri, sarà anche riuscire a contenere gli ospiti sulle corsie esterne, dove di fatto la Juve vinse la partita dello Stadium ad aprile; in quell’occasione i partenopei soffrirono molto sulla propria fascia sinistra di difesa, e chissà che Spalletti per arginare gli spunti in velocità degli avversari non possa decidere di puntare sin da inizio gara su Juan Jesus terzino bloccato.

Fiducia ad Elmas

Proprio per il poco filtro offerto dalla mediana juventina a Bonucci e compagni, un ruolo fondamentale potrebbe averlo chi, nel Napoli, sarà deputato a giocare tra le linee. Zielinski, non al meglio a seguito del problema accusato contro il Venezia, o Elmas avranno la possibilità di essere “l’uomo in più” della sfida; il macedone, in special modo, dopo essere stato il vero e proprio jolly della rosa nell’ultima stagione, pare aver trovato una collocazione più precisa in cui sta rendendo bene, e una prestazione importante con la Juve potrebbe davvero promuovere il giovane Eljif al rango di titolare aggiunto. Imprescindibile, naturalmente, sarà poi Lorenzo Insigne, decisivo con un calcio di rigore nella sfida dell’ultimo campionato e reduce da un Europeo vinto che sembra avergli dato ancora più fiducia nei propri mezzi; è al capitano che Spalletti chiederà le giocate decisive per battere i rivali bianconeri.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Ultime chiamate rossonere e azzurre

Ultime chiamate rossonere e azzurre

L’ANALISI

Ultime chiamate rossonerazzurre

Napoli e Milan dovranno giocare le partite che mancano con un solo imperativo: conquistare ogni domenica i tre punti

di Bruno Marchionibus

Napoli: mal di trasferta

Nell’epoca Covid, con gli stadi chiusi al pubblico, il fattore campo dovrebbe inevitabilmente contare meno del solito. Eppure, statistiche dell’ultimo periodo alla mano, il Napoli di Rino Gattuso da metà gennaio in poi ha sofferto particolarmente lontano dal Maradona. Se nell’ex San Paolo, infatti, Insigne e compagni hanno ritrovato una certa continuità di risultati, che era mancata invece nella prima fase del torneo, è in trasferta che la squadra azzurra ha collezionato un solo punto nelle ultime quattro uscite (il pareggio a Sassuolo giunto dopo le tre sconfitte con Verona, Genoa e Atalanta). Dato curioso, questo, considerando come, al contrario, fino alla sconfitta di dicembre con l’Inter i partenopei fuori casa avevano avuto un rendimento praticamente perfetto.
Ora, però, con le residue possibilità di rincorrere il treno per il quarto posto appese ad un filo, la squadra napoletana non può più permettersi un’alternanza di risultati così evidente. I ragazzi di Gattuso dovranno sì fare in modo che Fuorigrotta resti un fortino inespugnabile, ma anche tornare a fare punti lontano da casa come nei primi mesi di questa annata, a cominciare già dalla sfida delicatissima con il Milan, che inaugurerà il trittico terribile di gare contro rossoneri, Juve e Roma.

Milan: i cugini in fuga

Situazione particolare quella in casa Milan: dopo essere stati in testa alla classifica per più di un girone, di fatti, gli uomini di Pioli sono incappati in una serie negativa di risultati, tra cui la sconfitta per 3 a 0 nel derby, e si sono visti superare e distanziare proprio dai cugini interisti. La rimonta su Lukaku e soci, realisticamente, appare molto complessa, ma i tifosi del Diavolo non vogliono darsi ancora per vinti e vedono senza dubbio nella sfida al Napoli una delle ultime possibilità per rientrare nella lotta al vertice.
Anche qualora l’Inter non rallentasse il passo, ad ogni modo, la partita del Meazza contro gli azzurri assume un valore parimenti fondamentale; in una stagione come quella in corso, in cui la classifica è estremamente corta e le pretendenti ai primi quattro posti sono molteplici, passare dalla testa della graduatoria a posizioni fuori dalle primissime è tutt’altro che impossibile. Il Milan, dunque, ha necessità di guardare non solo avanti, ma anche alle proprie spalle, e mettere quanto prima un solco importante tra sé e le inseguitrici, garantendosi così quanto meno la qualificazione alla prossima Champions League.

LA PRESENTAZIONE

Gattuso sfida il suo passato

In una partita ricca di qualità saranno i particolari a fare la differenza e a far pendere la bilancia in favore di azzurri o rossoneri

Gattuso torna a casa

Sarà senza dubbio una partita speciale per Rino Gattuso, che affronterà col suo Napoli, per la prima volta a San Siro da tecnico avversario, i colori che hanno accompagnato prima la quasi totalità della sua carriera da calciatore e poi la sua prima esperienza sulla panchina di una big da allenatore. Il mister calabrese ha sempre ammesso di considerare il mondo Milan casa sua, e difficilmente potrebbe essere diversamente dopo tredici stagioni da calciatore in maglia rossonera, ed una qualificazione Champions sfiorata come guida tecnica della squadra. La situazione del Napoli attuale, però, non lascia spazio a nessun tipo di sentimentalismo; gli azzurri hanno un disperato bisogno di punti per dare un senso alla parte finale della stagione, e toccherà proprio a Gattuso provare a dare un dispiacere ai suoi ex tifosi, che mai lo hanno dimenticato.

Confronti a tutto campo

Dalla difesa fino all’attacco, Milan-Napoli vedrà tanti confronti interessanti catturare l’attenzione in mezzo al campo. Nelle rispettive retroguardie, Koulibaly e Romagnoli avranno senza dubbio voglia di essere protagonisti; Kalidou ha il compito di restituire con la sua presenza sicurezza e stabilità alla difesa partenopea, nonché di farsi perdonare l’ingenua espulsione subita col Benevento, mentre il capitano rossonero vorrà certamente mettere a zittire qualche critica di troppo subita nell’ultimo periodo, anche in vista degli Europei di cui punta ad essere partecipe.
In mezzo al campo, poi, gli uomini più in vista delle due squadre saranno Kessie da una parte, centrocampista goleador grazie ai tanti rigori realizzati, e Fabian dall’altra, rientrato molto bene dopo l’assenza dai campi dovuta al Covid. In attacco, infine, gli schieramenti di azzurri e rossoneri dipenderanno molto dalle condizioni di Osimhen e Ibrahimovic, entrambi protagonisti di stagioni sfortunate dal punto di vista fisico.

Donnarumma-Meret: viva l’Italia!

Ma il confronto più suggestivo legato a Milan-Napoli è sicuramente quello tra i due principali portieri dell’ultima generazione di estremi difensori della scuola italiana: Donnarumma e Meret. Se Gigio, a Milano, è ormai titolare fisso da quando aveva sedici anni ed è diventato titolarissimo della Nazionale ed uno dei principali numeri uno a livello europeo, Alex, a Napoli, negli ultimi dodici mesi non ha avuto modo di trovare continuità a causa dell’alternanza tra lui ed Ospina. Certamente sarebbe bello vedere i due portieroni l’uno di fronte all’altro sul prato di San Siro; ad ogni modo, qualunque siano le scelte finali di Gattuso, l’esperienza Donnarumma dovrebbe essere da monito per tutto il mondo del calcio. L’unico modo per veder sbocciare ed affermarsi un talento, per quanto sia puro, è quello di lasciarlo giocare, crescere, e quando capita anche sbagliare.

I precedenti a San Siro

Quanto ai precedenti più recenti, la vittoria azzurra nella Scala del calcio manca dalla stagione 2016/17, quando Insigne e Callejon regalarono al Napoli il successo per 2 a 1. Lo stesso Insigne, l’anno prima, era stato grande protagonista di una delle prime goleade della gestione Sarri: 4 a 0 in casa del Milan con doppietta del Magnifico. Dopo di allora, su tre incontri tra le due compagini nel capoluogo lombardo, una vittoria rossonera e due pareggi, tra i quali quello che più fa male ricordare ai supporters partenopei è senza dubbio lo 0 a 0 dell’aprile 2018, quando un miracolo di Donnarumma su Milik all’ultimo secondo tolse ai campani due punti che sarebbero risultati poi decisivi nella lotta Scudetto.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

L’ALTRA COPERTINA

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Dal capello bloccato alla barba della maturità. La breve storia di una ragazzo di nome Pasquale Foggia che voleva fare il calciatore

Intervista di Giovanni Gaudiano

Soccavo per chi non la conosce è difficile da comprendere. Nell’intervista ad un certo punto per indicarla geograficamente è stata usata l’espressione gergale “Soccavo ad est di Fuorigrotta”. Ai fini della chiacchierata serviva a dire che quel quartiere di Napoli è molto vicino allo stadio oggi intitolato a Diego Maradona.
Si diceva che è un quartiere difficile da capire, ma non per la gente che vi abita quanto per la ghettizzazione urbanistica che negli anni si è abbattuta su quella parte della città. È in questa sorta di compromesso all’aria aperta che negli anni d’oro del Napoli di Maradona si viveva di pane e pallone. Campetti improvvisati, spiazzi adibiti a terreni di gioco, viali e strade occupate da tanti ragazzini. Questo perché lo sciagurato piano regolatore non aveva previsto attrezzature sportive pur sapendo di dover ospitare le coppie che dal centro di Napoli, lasciando le case paterne, sarebbero confluite in questa zona e con le proprie famiglie ne avrebbero fatto alla fine un quartiere popoloso.
È in questa realtà che il sogno di un ragazzo come tanti ha preso corpo, grazie alla dedizione di una madre che ha voluto fortemente appoggiarlo, annullandosi, in un percorso difficile, in qualche momento strappalacrime, in una sfida con il tempo che quel ragazzo e quella madre hanno saputo vincere.
Nessuna retorica, nessuna apologia, solo quattro parole per parlare di uno di noi che come noi vive in una città bellissima, meravigliosa, caratterizzata però da evidenti alti e bassi che balzano agli occhi anche solo svoltando un angolo di strada, che alla fine ce l’ha fatta.
Stiamo parlando di Pasquale Foggia. È lui il ragazzo che ha realizzato il sogno. Ed è stato giusto che sia andata così, perché quando ha potuto il suo primo pensiero è stato proprio per quei ragazzini che come lui continuavano a giocare per strada. Si tratta di un’altra storia che poi racconteremo.

Sparo la prima domanda, poi torneremo indietro nel tempo. Dal capello leggermente lungo tenuto dal fermacapelli durante le partite ad una barba dottorale che mette soggezione. Cosa è cambiato in Pasquale Foggia?

«Sono diventato grande. Ho maturato tanta esperienza non solo nel campo da calcio ma anche nella vita di tutti i giorni. Ho messo su famiglia, ho moglie e due figli. È cambiato tutto in un percorso di crescita umana fatto di piccoli passi percorsi ogni giorno. E poi sono tornato, vivo a Napoli e penso che non potrebbe essere diversamente».

Soccavo a est di Fuorigrotta. Tanti bambini sempre a correre dietro ad un pallone. Eri uno di quelli, ne hai parlato in varie occasioni. Come ti vedevi in quel momento, cosa pensavi ti sarebbe accaduto?

«Ero un bambino pieno di sogni. Rispetto a quello che anima i ragazzi di oggi lo facevo, ma non solo io, con tutto me stesso. Era poi il periodo felice per noi napoletani perché avevamo Maradona ed il calcio per me rappresentava la mia vita».

Hai raccontato che tua madre per te è stata fondamentale. Un tuo pensiero su tutti per lei, oggi che quello che le avevi promesso quando avevi solo 7 anni l’hai raggiunto…

«Mia madre ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre la mia guida. Nonostante le tante difficoltà, dovute anche alla separazione con mio padre, ha sempre cercato di darmi tutto quello di cui avevo bisogno. Dall’educazione, all’istruzione, agli insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni. Ha annullato la sua vita per me. E credo che farò fatica in tutta la mia vita a ripagare almeno la metà di quello che lei mi ha dato».

Come andò quando andasti al Padova, chi ti segnalò?

«In quegli anni si giocava il Torneo dei Quartieri ed il Torneo di Natale che era una vetrina per i ragazzi che volevano giocare al calcio. Venivano molti osservatori perché, come noto, la Campania ha sempre prodotto tanti talenti. Era insomma l’occasione per gli addetti ai lavori di scoprire qualche calciatore. In uno di questi tornei mi vide Loris Fincato, che era il responsabile del settore giovanile del Padova e mi portò a fare un provino in Veneto. Avevo dieci anni e da allora non sono più rientrato a Napoli».

Poi il Milan, avevi 16 anni. Pensasti che stavi facendo il grande salto anche se la lontananza da casa si sarebbe fatta sentire ancora di più?

«È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire che forse potevo arrivare a toccare con mano il mio sogno. Il passaggio al Milan cambiò la mia vita, ebbi il primo stipendio che mi diede la possibilità di far lavorare un po’ meno mia madre. In sede al Milan ad attendere c’erano Galliani e l’allenatore Bertuzzo, poi passai con Ballardini».

In seguito tante squadre, tanti presidenti, tanti allenatori. Un po’ con tutti un rapporto concreto che andava oltre il campo da gioco…

«È vero. Sono stato allenato da Giampaolo, da Ammazzalorso, lo stesso Ballardini, Delio Rossi, Mazzarri. Ne ho avuti tanti, ma ho avuto la fortuna sempre di intrattenere buoni rapporti con tutti».

Mi ha colpito, non lo ricordavo, che a Reggio Calabria ti hanno concesso la cittadinanza onoraria per l’anno che arrivasti e la Reggina di Foti si salvò e tu andavi al cena dal presidente…

«Alla Reggina c’era l’abitudine di riunirsi il giovedì sera e stavamo assieme con il presidente e con lui ho intrattenuto un rapporto bellissimo. È una persona per la quale ho molta stima perché ha valori importanti. Quel periodo, anche se breve, ha lasciato in me al di là della cittadinanza onoraria che mi tengo stretta legami profondi».

Prima di arrivare al Benevento non possiamo non parlare della Lazio e di Lotito. Non ti faccio una domanda vera e propria, parliamone…

«Il mio rapporto con il presidente Lotito è sempre stato molto schietto, sincero e a volte anche duro. Ritengo di aver instaurato nel tempo una conoscenza che sia andata oltre il calcio che ancora oggi custodisco. Quando adesso lo incontro è l’occasione per farci un sacco di risate ed è per me soddisfacente che sia così».

Siamo arrivati al Benevento, ad un altro dei tuoi capolavori nei rapporti personali, quello con il presidente Vigorito. Dal settore giovanile alla prima squadra. Da talent scout a direttore sportivo. Cosa hai trovato a poco più di 70 chilometri dalla tua Napoli senza dover andare nel profondo nord?

«Ho trovato grande umanità, grande sensibilità. Il presidente Vigorito è una persona che ti porta al di là del rapporto esistente tra il massimo dirigente e il direttore sportivo. L’ho dichiarato in diverse occasioni che mi porto dentro tanti insegnamenti che lui mi ha dato anche relativamente alla mia vita privata. Ritengo che quest’aspetto sia la cosa più importante che mi sia capitata a Benevento. Ci tengo a ringraziarlo per l’opportunità che mi ha dato e ci tengo ancora di più a quello che mi dà giorno per giorno».

Il presidente di recente ha detto che grazie a te ha capito cosa fa un direttore sportivo. Dopo l’intervista alla tv, quando lo hai saputo cosa vi siete detti?

«L’ho saputo in diretta. Ero in campo per il riscaldamento e vedevo arrivare sul telefono tanti messaggi. Devo dire che un poco mi sono preoccupato, perché quando vinci arrivano tanti messaggi mentre quando perdi un po’ meno e se ti arrivano prima della partita ti chiedi se non sia accaduto qualcosa. Poi c’erano anche i video con le parole del presidente ed allora il tempo di andare in tribuna e senza neanche dirgli una parola di ringraziamento l’ho abbracciato forte».

Nel calcio i risultati sono importanti ma quello che avete costruito a Benevento dal mio punto di vista lo è di più. Mi riferisco ad un sogno fatto di equilibrio e razionalità, di stima e collaborazione. Penso che il Benevento con la salvezza e la permanenza in serie A possa nel futuro pensare ad obiettivi più ambiziosi. Cosa ne pensi?

«Credo che a Benevento sia nato un percorso basato sulla fiducia reciproca e sulla stima. È ovvio che poi tutto passa attraverso i risultati ma per costruire qualcosa d’importante alla base ci devono essere i due fattori che ho citato a prescindere dalla categoria e dagli obiettivi. In questi tre anni si è costruito tanto. Fondamentale è stata la scelta degli uomini che devono accompagnarti in questo impegno e non mi riferisco solo ai calciatori ma intendo dire tutto lo staff a partire dai magazzinieri. Sbaglia chi pensa che basta comprare giocatori bravi per fare risultato. Il concetto non può definirsi assoluto, perché se non costruisci un’anima quella non si compra al mercato e la puoi ottenere solo se la coltivi giorno dopo giorno».

Domani ci sarà il derby con il Napoli. Che sensazione proverà il ragazzo di Soccavo nel vedere lo stadio Maradona vuoto?

«Vedere in generale gli stadi vuoti non ti dà l’impressione di stare giocando a calcio. Vedere lo stadio dove sognavo di giocare da bambino, intitolato alla massima espressione di sempre nel mondo del calcio, vuoto sarà sicuramente triste. Perché Napoli, in questo caso i derby, sono abituati ad avere sugli spalti i tifosi, ad essere circondati da uno stadio caldo e questa cornice mancherà ancora di più proprio perché ci troveremo a giocare nello stadio intitolato a quello che per noi napoletani resterà per sempre il dio del calcio».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

IL PROTAGONISTA

Piá: lo Spider-Man brasiliano

Dribbling, fantasia e gol per uno dei giocatori più amati dai tifosi che appartiene allo storia del Napoli che tornò in massima serie

di Bruno Marchionibus

Gol importanti ed un’infinità di assist in maglia azzurra dal 2005 al 2010. Inacio Piá è stato, dopo il fallimento, il primo giocatore di fantasia dell’allora neonato Napoli Soccer in grado di far sognare i tifosi. Talentuoso esterno d’attacco, l’ex Atalanta fu acquistato da Pierpaolo Marino per poco più di un milione di euro; operazione che negli anni seguenti si rivelò decisamente indovinata, visto che il brasiliano è stato uno dei protagonisti della rinascita partenopea. Piá, a tal proposito, detiene un record particolare: l’attaccante di Ibitinga è infatti l’unico calciatore della storia azzurra ad essere andato a segno in tutte le categorie dalla C alla A ed anche in Europa (Coppa Uefa 2008/09). E parlando di reti, tra i gol maggiormente ricordati di Inacio ci sono senza dubbio quello al Martina, quando il verdeoro festeggiò la realizzazione indossando una maschera di Spider-Man che aveva nascosto nel calzettone, e quello col Benevento in Serie C; lo stesso Benevento che, domenica, il Napoli affronterà in tutt’altre condizioni nel derby campano della massima serie.

Piá, in Serie C contro il Benevento fu grande protagonista con un gol ed un assist. Che ricordo ha di quella partita?

«Un ricordo molto nitido e molto piacevole. Eravamo in Serie C, ma in occasione di quel derby lo stadio era gremito e quella domenica sembrava di giocare in massima serie per l’atmosfera e per l’entusiasmo che si respirava. Aver segnato e aver fatto un assist, poi, rese quella partita per me ancor più speciale».

A proposito di gol, come nacque l’idea dell’esultanza mascherata “alla Uomo Ragno”?

«Spider-Man fin da bambino è sempre stato un supereroe che mi ha affascinato molto. Eravamo in ritiro a Castel Volturno e venne un caro amico, Gaetano, a cui dissi che se mi avesse procurato una maschera dell’Uomo Ragno in caso di gol nella partita successiva avrei festeggiato indossandola. La domenica seguente riuscii a segnare contro il Martina e così ebbi modo di mantenere la promessa».

Cosa la spinse ad accettare Napoli nonostante la terza serie nel gennaio 2005?

«Sicuramente il progetto offerto dalla società e dal direttore Marino. E poi il fascino della piazza; Napoli è sempre Napoli ed io non ebbi dubbi ad accettare immediatamente la proposta degli azzurri, anche se si trattava di scendere di categoria. Sapevo che all’epoca la sfida era riuscire a tornare quanto prima nel calcio che conta; obiettivo che, per fortuna, con quel gruppo riuscimmo a raggiungere in breve tempo».

Il primo anno, tuttavia, si concluse con la finale playoff persa ad Avellino. Dopo quella delusione ha avuto per un attimo la tentazione di andare via?

«La delusione sul momento fu tanta, anche se molti di noi erano arrivati a gennaio col Napoli indietro in classifica rispetto ai primissimi posti, e fare una rincorsa non è mai facile. Marino dopo quella partita mi rassicurò subito sul fatto che il progetto sarebbe andato avanti e che la società continuava a considerarmi un giocatore fondamentale, e pur avendo alcune richieste dalla Serie A decisi senza esitazioni di rimanere in una città con cui ho avuto un bellissimo rapporto fin dal primo impatto».

Com’era il suo rapporto con mister Reja?

«Molto buono. Col mister c’è stato un rapporto bello, anche di amicizia. Reja è sempre stato un allenatore in grado di scegliere il momento più giusto per dire le cose, anche prima delle partite. In quegli anni sono stato molto bene ed il merito è stato certamente anche suo».

C’è qualcuno dei suoi ex compagni con cui è rimasto particolarmente legato?

«Assolutamente sì. Con alcuni di loro anche dopo il ritiro ci sentiamo frequentemente: Montervino, Paolo Cannavaro, Bucchi, Savini, Gatti, De Zerbi».

A proposito di De Zerbi, il tecnico del Sassuolo pare essere uno dei papabili per il dopo Gattuso. Lo vedrebbe bene sulla panchina azzurra?

«Sì. Io credo che Roberto per come vede il calcio e per quello che riesce a trasmettere ai propri giocatori sia pronto per fare un salto ed alzare il suo livello di allenatore. È chiaro che in una piazza come Napoli rispetto a Sassuolo aumenterebbero anche le responsabilità, perché si dovrebbe lottare per vincere ma, ripeto, credo che De Zerbi sia ormai pronto».

A seguito della promozione in A lei andò via in prestito per un anno, salvo poi tornare la stagione seguente in azzurro. Quali le ragioni?

«Diciamo che dopo la promozione la società fu chiara nei miei confronti, comunicandomi che se fossi rimasto lo spazio non sarebbe stato tanto. Molto onestamente io avevo voglia di giocare; mi sentivo gratificato per aver dato un contributo importante nel riportare il Napoli in massima serie e, quando mi capitò l’opportunità di andare in prestito in un contesto in cui sarei stato titolare, preferii per quella stagione cambiare aria».

Il Napoli sta vivendo un periodo non dei migliori. Il rendimento altalenante può dipendere solo dalle assenze o c’è anche dell’altro?

«Beh, questo per i motivi che conosciamo è un anno particolare un po’ per tutti. Non voglio dare la colpa solo agli infortuni perché è un problema che comunque si stanno trovando ad affrontare anche altre squadre, pur se è ovvio che in questa situazione Gattuso è stato penalizzato dal non aver potuto dare continuità alla formazione titolare. In questo momento mi sembra che a Napoli manchi un po’ di entusiasmo, e sicuramente si sente anche l’assenza dei tifosi allo stadio, perché il pubblico di Fuorigrotta è sempre un fattore in grado di fare la differenza. Ad ogni modo, però, il Napoli è ancora in lotta per la zona Champions, ed anche in Europa League, nonostante la sconfitta nell’andata col Granada, il discorso non è chiuso».

Qual è il suo giudizio sull’attacco azzurro attuale ed in particolare su Osimhen?

«Considerando il valore dei singoli giocatori del reparto offensivo, il Napoli sicuramente poteva far meglio. C’è da dire che però i partenopei devono fare a meno da mesi di Mertens ed anche Osimhen tra Covid ed infortunio lo abbiamo visto poco; sicuramente il Napoli ha pagato delle assenze prolungate così importanti in quello che sulla carta doveva essere il suo reparto più forte. Come ho avuto modo di dire anche in passato, in ogni caso, il numero nove è un ottimo giocatore e credo che potrà fare davvero bene in maglia azzurra».

Dopo la carriera da calciatore lei ha intrapreso quella di procuratore. C’è qualche giovane particolarmente interessante tra i suoi assistiti?

«Sì, dopo aver appeso le scarpette al chiodo ho iniziato questo nuovo percorso professionale che mi ha sempre affascinato, e l’ho fatto con la Fedele Management e Gaetano Fedele, che conosco da più di vent’anni. Di ragazzi interessanti ce ne sono molti, però preferisco non fare nomi perché è una fase particolare in cui più lasciamo questi ragazzi tranquilli e meglio cresceranno. Posso dire, comunque, che nella nostra scuderia abbiamo delle “piccole piantine” che possono crescere bene».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Napoli-Granada: prova senza appello

Napoli-Granada: prova senza appello

LA STRADA PER DANZICA

Napoli-Granada: prova senza appello

Il compito della squadra è quello di cancellare la brutta prestazione offerta allo stadio Los Cármenes di Granada

di Bruno Marchionibus

Una gara da preparare bene

Non è un momento semplice quello che sta vivendo il Napoli di Gattuso, il cui cammino da dicembre in poi è stato caratterizzato da un’incostanza di risultati a cui pare non si riesca a trovare rimedio.
Certo, i partenopei hanno a giustificazione almeno parziale del periodo no che stanno vivendo dei fattori che non possono essere trascurati nella valutazione complessiva della stagione. Giocare ogni tre giorni, in un’annata cominciata con una preparazione estiva ridotta, non è semplice e non permette di allenarsi a dovere in vista dei singoli match, e una serie di infortuni e di assenze dovute al Covid come quelli che stanno falcidiando l’organico napoletano avrebbero condizionato il cammino di qualsiasi compagine.
È pur vero, però, che a far storcere il naso a buona parte della tifoseria non sono stati solo i risultati negativi, ma anche il modo in cui alcuni di questi sono giunti, con la squadra che ha mostrato scarsa concretezza e capacità di proporre soluzioni alternative e, in alcuni elementi, una preoccupante difficoltà nel reagire a momenti avversi ed episodi sfortunati all’interno dei novanta minuti.
Il ritorno con gli spagnoli, dunque, diventa un’occasione importante per gli azzurri per compattarsi, offrire una prestazione di carattere come quella vista contro la Juve e provare a ribaltare la sconfitta per 2 a 0 dell’andata, scacciando via almeno in parte critiche e negatività.

Un trofeo da non snobbare

Rimontare gli spagnoli ed andare avanti in Europa, ad ogni modo, non servirebbe solo a dare una scossa “emotiva” al gruppo, ma sarebbe un traguardo importante anche per la società.
Per quanto si debba ammettere che, alla luce delle molteplici assenze nell’organico azzurro, sia difficile immaginare un Napoli in lotta su due fronti fino al termine della stagione, è importante tener presente che anche la vittoria dell’Europa League, così come il quarto posto in campionato, qualifica direttamente alla prossima Champions, obiettivo fondamentale per i partenopei sia dal punto di vista sportivo che da quello economico.
L’EL, inoltre, è un trofeo a volte snobbato dai più nelle sue fasi iniziali, ma che andando avanti nei turni ad eliminazione diretta recupera inevitabilmente il fascino dato dall’essere la discendente della nobile Coppa Uefa, ed un torneo di questo valore merita senza dubbio di essere onorato fino alla fine. C’è da considerare, infine, che ad ogni turno superato la società riceve un bonus economico aggiuntivo, e soprattutto in una fase come quella attuale in cui il Covid ha messo a dura prova il calcio dal punto di vista finanziario anche questo è un aspetto da non trascurare.

La partita

Una rimonta possibile

Due reti da recuperare e la necessità di non subire gol, per non rendere ancora più complicata la rimonta. Questo l’obiettivo per Insigne e compagni in vista del match del Maradona contro il Granada, quando, per riuscire ad approdare agli ottavi di EL, il Napoli dovrà scendere in campo con un approccio e un’attenzione del tutto diversi da quelli visti giovedì scorso in terra spagnola.
Il 2 a 0 del Nuevo Los Cármenes, di fatti, è un risultato che regala ai biancorossi un vantaggio considerevole, ma che non gli garantisce del tutto di avere la meglio nei centottanta minuti. Il Napoli, sulla carta, ha tutte le possibilità di trovare in casa una vittoria larga, ed anzi raggiungere il passaggio del turno partendo da una situazione di svantaggio potrebbe rappresentare una bella iniezione di fiducia per una squadra apparsa non sempre centrata proprio dal punto di vista mentale. I ragazzi di Gattuso, in ogni caso, dovranno avere piena consapevolezza del fatto che non servirà solamente partire forte dal punto di vista offensivo, ma anche tenere alta la concentrazione in fase difensiva, dato che un gol degli iberici richiederebbe al Napoli di segnare almeno quattro reti.

A Granada due minuti di follia

Non è stato certamente un bel Napoli quello visto in Spagna sette giorni fa. Al di là del risultato, che ha premiato i biancorossi, è stata la prestazione in generale della squadra a lasciare l’amaro in bocca ai tifosi campani. Il Napoli, come purtroppo più volte è avvenuto nel corso della stagione, ha di fatto regalato la prima frazione agli avversari, con un approccio poco cattivo ed alcuni blackout difensivi che sono costati ai partenopei le reti di Yangel Herrera e di Kenedy. Nella ripresa gli azzurri hanno provato a fare qualcosa in più costruendo anche qualche occasione, la più favorevole quella capitata sulla testa di Rrahmani, ma non sono mai riusciti a preoccupare davvero gli avversari, pur apparsi non certo irresistibili.
Ancora ben lontano dalla condizione migliore è apparso Osimhen, in difficoltà in diverse situazioni anche dal punto di vista tecnico, così come tutt’altro che positiva è stata la prestazione offerta da Lobotka, sempre più oggetto misterioso. Nota positiva i novanta minuti di Fabian Ruiz, forse il migliore in campo considerando anche che si trattava della prima da titolare dopo essersi negativizzato dal Covid.

Attenzione difensiva e fiducia all’attacco

Proprio guardando alla partita di andata, il Napoli dovrà tener ben presente che a Fuorigrotta servirà una partita di grande attenzione difensiva, dato che subire un gol potrebbe essere mortifero per gli azzurri. A tal proposito fondamentale appare il rientro di Koulibaly, che dopo essere guarito dal Coronavirus avrà senza dubbio voglia di rendersi protagonista di una prestazione di alto livello. Importante sarà anche l’apporto di Fabian, come detto tra i meno negativi a Granada, in un centrocampo che con la lentezza della propria manovra ha rappresentato uno dei problemi emersi in Andalusia. Anche Lorenzo Insigne, con Lozano out e Politano non al meglio, dovrà mettere in campo tutta la sua fantasia per provare a trascinare i suoi agli ottavi.
Per quanto riguarda gli spagnoli, gli uomini da tenere d’occhio sono sicuramente i due esterni alti, Machis e Kenedy, quest’ultimo autore della rete del 2 a 0 in casa. Anche la squadra di Diego Martínez, ad ogni modo, ha dimostrato di avere una difesa tutt’altro che impenetrabile; sarà compito di Osimhen e degli altri uomini d’attacco azzurri riuscire a scardinarla.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021