La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

L’APPROFONDIMENTO

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La battaglia in corso tra l’asse Dazn-Tim e Sky disorientano i telespettatori esponendoli anche al rischio di maggiori spese

di Francesco Marchionibus

Sembra ieri, ma sono quasi tre anni che Dazn ha esordito nel calcio italiano. La sera del 18 agosto 2018 Lazio – Napoli è stata la prima partita del nostro massimo campionato ad essere trasmessa dalla nuova piattaforma tv, e subito ci sono state grandi polemiche.
La visione del match fu infatti particolarmente complicata, con continui problemi di connessione, interruzioni, blocchi di immagini e qualità video scadente, ed i tifosi invasero i social con migliaia di messaggi di disapprovazione e protesta nei confronti del nuovo operatore.
Con le partite seguenti i problemi tecnici sono stati via via ridotti e anche nei due campionati successivi Dazn ha trasmesso in esclusiva tre partite a settimana di Serie A e tutta la Serie B, giovandosi anche dell’accordo concluso con Sky Italia per l’inclusione dell’applicazione Dazn sulla piattaforma Sky Q.
La qualità del servizio fornito da Dazn in questi tre anni è sicuramente molto migliorata, ma ad oggi c’è ancora un notevole gap da colmare con la storica piattaforma Sky.
Il progresso tecnologico però corre veloce, cambiando anche le modalità delle trasmissioni in video sempre più orientate verso lo streaming online, e soprattutto corrono velocemente gli interessi economici che orientano le scelte di chi governa il calcio, italiano e internazionale.
Ed ecco dunque, nello scorso marzo, la rivoluzione del calcio in tv: Dazn, in partnership con Tim, con un’offerta complessiva di 2,5 miliardi si è aggiudicata i diritti per la trasmissione in esclusiva nel triennio 2021 – 2024 di sette partite settimanali della Serie A, interrompendo la ventennale leadership di Sky.
Si tratta di una rivoluzione che è anche una scommessa, visto che la principale modalità di fruizione proposta da Dazn è proprio quella in streaming, con una diffusione della banda ultralarga che in Italia al momento non è certo ottimale e non copre in maniera omogenea tutto il territorio del Paese.
Senza il collegamento via satellite di Sky non sarà facile vedere le partite in streaming ovunque, ma Tim in attesa di cavalcare l’onda della rete 5G (che si svilupperà grazie anche alle risorse del Recovery Plan) sta già proponendo offerte «bundle» (partite di calcio più internet ad alta velocità) nel tentativo di aumentare gli abbonamenti in fibra che, al momento, sono solo 1,5 milioni su un totale di circa 20 milioni di linee fisse.
L’intesa Dazn/Tim ovviamente preoccupa i maggiori operatori delle telecomunicazioni, da Wind3 a Vodafone a Fastweb ed alla stessa Sky, che temono che il calcio possa essere utilizzato come “killer application”.
Per Tim (che si è impegnata a mettere sul piatto 340 milioni all’anno ed a fornire tutto il supporto tecnologico necessario) il calcio può infatti essere la chiave per sottrarre clienti alla concorrenza, attirandoli con offerte relative alla esclusiva della Serie A abbinate agli altri contenuti che già assicura il pacchetto TimVision.

L’amministratrice delegata di Dazn Veronica Diquattro

La preoccupazione degli operatori è stata confermata dal recente accordo fra Tim e Mediaset per il pacchetto Infinity: ora il menu di TimVision relativo al calcio comprende Dazn con Serie A, Serie B, Europa League, Conference League, Liga spagnola e FA Cup Inglese, e anche Mediaset Infinity con la Champions League (tranne le 16 partite in esclusiva su Amazon Prime); a questi contenuti va poi aggiunta l’offerta di film, serie tv e intrattenimento sia di TimVision che di Infinity.
Sky però non è rimasta a guardare: dopo aver ottenuto le restanti tre partite di Serie A, ha offerto a Dazn 500 mln a stagione per la trasmissione anche sulla sua piattaforma delle 7 partite del competitor, e di fronte al rifiuto ricevuto ha effettuato una segnalazione all’Antitrust, che si è aggiunta a quelle presentate nei mesi scorsi da Wind3, Vodafone e Fastweb.
A seguito delle segnalazioni ricevute, l’Antitrust ha deciso di aprire un’istruttoria sull’accordo Dazn-Tim con una deadline fissata al 30 giugno 2022 per valutare se l’intesa possa risultare restrittiva della libera concorrenza, paventando la possibilità di adottare sin da ora misure cautelari per risolvere le criticità evidenziate.
È in corso insomma una vera e propria guerra, cui fanno da sfondo enormi interessi economici legati non solo al calcio ma all’intero mondo dell’intrattenimento televisivo e dello sviluppo della rete e delle comunicazioni.
Questa guerra però rischia paradossalmente di penalizzare proprio i tifosi, disorientati di fronte alla diversificazione delle offerte TV presenti attualmente sul mercato; tra i “pacchetti” a pagamento occorre infatti destreggiarsi tra quello leader di Dazn e quelli di Sky (oltre alle 3 di A, 121 partite di Champions, l’Europa League e la Conference League, la Premier, la Bundesliga, la Ligue 1 e la Serie B), di Mediaset Infinity (104 partite di Champions), di Amazon Prime (16 partite di Champions) e di Helbiz Media (la Serie B).
In sostanza per guardare tutto il calcio in tv se non si combinano bene le varie offerte (e non è facilissimo) si rischia di spendere più di prima per un servizio spezzettato e forse in alcuni casi meno qualitativo.

pubblicato su Napoli n. 43 del 24 luglio 2021

La Roma tra i debiti e il sogno americano

La Roma tra i debiti e il sogno americano

L’APPROFONDIMENTO 

La Roma tra i debiti e il sogno americano

La gestione di James Pallotta non ha risolto i problemi e complicato anche la trattativa con l’americano Friedkin

di Francesco Marchionibus

Nel suo difficile tentativo di rimonta il Napoli di mister Gattuso è chiamato ad affrontare la Roma, che lo precede in classifica.
La squadra capitolina arriva al San Paolo particolarmente agguerrita, visto che per la seconda stagione consecutiva rischia di restare fuori dalla Champions League, e dunque di dover rinunciare agli introiti della massima competizione europea, essenziali per le finanze del club di Pallotta.
Il manager italo-americano dopo otto anni di presidenza pare intenzionato a cedere la società giallorossa per tirarsi fuori da un’avventura avara di risultati sportivi e finanziariamente sempre più onerosa, e ovviamente la qualificazione Champions oltre ad assicurare una iniezione di denaro fondamentale per le casse della società, ne renderebbe più appetibile l’acquisto.
Le trattative per la cessione sono state avviate ormai da mesi con Thomas Friedkin, magnate americano alla testa di un impero con 5.600 dipendenti e 12 società, ma dopo essere state vicinissime alla conclusione si sono interrotte bruscamente, per poi riprendere solo nelle ultime settimane.
Eppure all’inizio della sua gestione James Pallotta, top manager già azionista negli USA dei mitici Boston Celtics, aveva suscitato l’entusiasmo dei tifosi giallorossi rilasciando dichiarazioni ambiziose che facevano immaginare per la Roma un futuro ai vertici del calcio nazionale e internazionale: “Stiamo lavorando per essere competitivi, entro 5 anni sicuramente lo saremo”, e ancora pensiamo di costruire il nuovo stadio entro i prossimi 5 anni perché vogliamo creare una squadra forte per i prossimi dieci anni e far arrivare il nostro brand a livello mondiale”.

Obiettivi molto ambiziosi per una società che si trovava in una situazione finanziaria molto difficile: il periodo d’oro vissuto con la presidenza di Franco Sensi, che aveva portato tra il 2000 e il 2008 alla conquista di uno Scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane e cinque secondi posti, aveva però creato anche, a causa delle elevatissime spese sostenute per mantenere la squadra a quei livelli, una enorme esposizione debitoria (circa 665 milioni alla fine del 2003). Già all’inizio del 2004 il presidente Sensi era stato costretto a cedere il 49% della società a Capitalia, in seguito assorbita da Unicredit, che nel 2010 aveva poi acquisito l’intera proprietà del club con l’obiettivo di rivenderlo.
Ed è qui che le strade della Roma e di Pallotta si incontrano: il manager fa parte della cordata che in due fasi successive, tra il 2011 e il 2012, acquista da Unicredit l’intero pacchetto azionario della società giallorossa con un investimento di circa 130 milioni di euro e il 27 agosto 2012 ne diviene presidente.
Nei programmi di Pallotta il rilancio della Roma e il risanamento dei suoi conti dovevano e devono partire dalla costruzione dello stadio di proprietà, e dopo una prima fase di studio viene elaborato un progetto da circa un miliardo per costruire un impianto con annesso business park a Tor di Valle.
Il progetto però, che si trascina oramai dal 2014, dopo varie vicissitudini di carattere tecnico, burocratico ed anche giudiziario non è ancora stato approvato dal Comune di Roma, e al momento non sembra essere tra le priorità da realizzare entro la fine del mandato nel 2021.
E proprio le difficoltà incontrate nella realizzazione dello stadio sono state all’origine del progressivo disimpegno di Pallotta e della sua volontà di cedere la società, anche alla luce dei problemi finanziari in cui continua a dibattersi il club.
Solo negli ultimi tre anni la Roma ha accumulato perdite per oltre 90 milioni di euro, con una esposizione debitoria che nell’ultimo bilancio ha superato i 220 mln; e quest’anno le cose non stanno andando meglio, visto che l’assemblea tenutasi la scorsa settimana ha confermato per i primi 9 mesi dell’esercizio una perdita di oltre 126 mln, e la proprietà dovrà completare entro fine anno una ricapitalizzazione da 150 mln di euro.
Numeri preoccupanti, che continuano a caratterizzare i bilanci giallorossi nonostante le numerose cessioni eccellenti susseguitesi negli anni della presidenza Pallotta: il club ha venduto i suoi migliori giocatori, su tutti Pjanic, Salah e Alisson, incassando oltre 300 milioni e realizzandone quasi 200 di plusvalenze, ma non è riuscito a rimpiazzarli adeguatamente spendendo comunque tanto per calciatori (basti pensare a Schick o Nzonzi) di livello inferiore.
I risultati sono stati fallimentari, con un saldo complessivo di mercato di -58 mln, una squadra meno competitiva e una situazione finanziaria che si è mantenuta critica, tanto da far prevedere ulteriori cessioni di big nel prossimo mercato.
Di fronte a questo scenario e con queste prospettive Friedkin ha prima temporeggiato e poi ha modificato la propria offerta, riducendola da 800 a meno di 600 milioni, in attesa delle prossime mosse di Pallotta.
Il sogno americano insomma è ancora lontano, ed a rischio un brusco risveglio per la calda tifoseria giallorossa.

pubblicato su Napoli n. 26 del 5 luglio 2020

A Verona va in scena il made in Italy

A Verona va in scena il made in Italy

L’APPROFONDIMENTO

A Verona va in scena il made in Italy

Lo stadio Bentegodi ospiterà una sfida tra due società e due presidenti ambasciatori del calcio italiano

di Francesco Marchionibus

Dopo circa quattro mesi di sosta forzata, recuperati gli incontri non disputati per l’emergenza Covid, riparte il campionato con il Napoli subito chiamato a giocare al Bentegodi con il Verona di mister Juric.
L’incontro si presenta difficile, contro una squadra che per gioco espresso e risultati ottenuti è tra le rivelazioni della stagione, tanto che si trova in lotta proprio con gli azzurri e con il Milan per la qualificazione all’Europa League.
La sfida tra Napoli e Verona è però anche il confronto tra De Laurentiis e Setti, due presidenti italiani in un calcio sempre più globalizzato anche nella proprietà dei club, oramai molto spesso in mano a magnati e gruppi internazionali.
Due patron, come si usava dire una volta, che nella gestione dei propri club hanno cercato innanzitutto di creare aziende sane, capaci di sopravvivere grazie alla capacità di autofinanziarsi, puntando a raggiungere stabilmente i propri obiettivi sportivi proprio grazie alla solidità societaria.
In questa ottica i risultati raggiunti da Aurelio De Laurentiis nell’ultimo decennio, con la costante presenza del Napoli ai vertici del campionato e nelle coppe europee ed i bilanci tenuti sempre in ordine, sono stati ottimi (anche se forse in qualche occasione la paura di osare ha impedito il raggiungimento di traguardi ancora più prestigiosi), e il presidente azzurro si è imposto, con i suoi pregi e i suoi difetti, come una delle principali personalità del nostro calcio.
Maurizio Setti, da parte sua, ha avuto bisogno di qualche anno in più per mettersi in linea con gli obiettivi che si era prefissato, ma sembra che ora ci sia vicino.
Il presidente del Verona, che ha un passato da centrocampista nei dilettanti dell’Athletic Carpi, ha avviato ancora giovanissimo le sue attività imprenditoriali e dopo anni di crescita è arrivato a creare una holding che controlla numerose aziende, tra cui spicca, con un fatturato di circa 55 milioni di euro, la Antress Industry S.p.A., una società che opera nel campo dell’abbigliamento e degli accessori made in Italy. E proprio la diffusione del made in Italy nel mondo rappresenta il punto di forza delle aziende di Setti, che hanno numerosi punti vendita in Francia, Germania, Olanda, Grecia e Cina.

Nel calcio Setti è entrato diventando socio del Carpi, la squadra della sua città, e successivamente ha partecipato al salvataggio del Bologna, di cui è stato vicepresidente. Nel 2012 ha acquistato l’80% delle quote del Verona, di cui l’anno successivo ha acquisito l’intero pacchetto azionario.
Per la verità sull’acquisizione del club gialloblù c’è stata più di un’ombra: gli intrecci finanziari tra Setti e l’imprenditore Gabriele Volpi, già proprietario dello Spezia, hanno fatto pensare che il vero proprietario del Verona fosse proprio Volpi. La stessa FIGC ha aperto un’inchiesta, poi archiviata, e il rapporto tra i due imprenditori ha avuto anche strascichi giudiziari per il mancato rimborso di un maxi prestito da parte di Setti.
Al di là dei dubbi iniziali sulla reale proprietà del club, l’avvento di Setti alla presidenza della società scaligera ha portato subito discreti risultati, con la promozione in serie A seguita da due buoni campionati, impreziositi dalle reti del bomber Luca Toni e dal debutto del futuro centrocampista azzurro Jorginho. Poi la retrocessione ed una continua altalena tra A e B fino alla promozione dello scorso anno e al bel campionato disputato sinora in questa stagione.
Risultati ben lontani da quelli del collega azzurro ma comunque discreti considerando le differenze tra i due club, in termini di tifosi, potenzialità economiche, storia ed obiettivi sportivi.
D’altra parte Setti ha sempre cercato di privilegiare, ancor più di De Laurentiis, l’aspetto economico. “Il risultato sportivo verrà sempre dopo l’equilibrio di bilancio, meglio in Serie B sani che restare in A e fallire” ha dichiarato più volte il presidente scaligero.
A differenza del presidente del Napoli però quello del Verona non sempre è riuscito a mantenere questo equilibrio, visto che in passato è stato proprio il “paracadute finanziario” assicurato a chi retrocede in B a salvare il Verona. E proprio per la richiesta di un’anticipazione di 10 mln del “paracadute” fatta nel 2016 dal presidente veronese, Setti e De Laurentiis furono protagonisti di un violento scontro in Consiglio di Lega.
Ora pare che i conti degli scaligeri siano sistemati, con l’ultimo bilancio chiuso solo in lieve perdita e diversi giocatori, come il prossimo azzurro Rrahmani, messi in vetrina a comporre una rosa di discreto valore che sta ottenendo risultati lusinghieri.
Il Verona di Setti è dunque un ostacolo insidioso, che però gli azzurri devono assolutamente superare per proseguire nella loro rimonta.

pubblicato il 22 giugno 2020

L’importanza dei diritti televisivi per la Serie A

L’importanza dei diritti televisivi per la Serie A

L’APPROFONDIMENTO

L’importanza dei diritti televisivi

Per i club alle prese con le difficoltà finanziarie derivanti dall’emergenza Covid avranno un ruolo fondamentale

di Francesco Marchionibus

Lo stop imposto a tutte le attività sportive dall’emergenza covid-19 ha già causato al calcio italiano ingenti perdite economiche, che potrebbero lievitare ulteriormente nell’ipotesi, per niente improbabile, di stop definitivo ai campionati.
Questo è il motivo per il quale i club spingono, anche se con alcune eccezioni, per la ripresa a breve delle attività, lasciando purtroppo in secondo piano la questione della sicurezza sanitaria di chi, dagli atleti, agli staff tecnici, ai giornalisti e a tutti gli addetti ai lavori, di quella ripresa dovrà essere protagonista.
Una delle maggiori criticità economiche è rappresentata dal rapporto con i grandi broadcaster che detengono i diritti televisivi 2018 – 2021, ed oramai da diverse settimane è in atto un confronto tra Sky, Dazn e Img da un lato e i club italiani dall’altro: in particolare, Sky ha già chiesto alla Lega Calcio uno sconto di 120 milioni per la prossima stagione mentre Dazn ha richiesto la proroga del pagamento dell’ultima rata, in scadenza il 2 maggio.
Il problema è grande, ed il braccio di ferro in corso potrebbe anche portare a controversie legali che ovviamente in questo momento nessuno si augura.

In questo scenario molti grossi investitori hanno fiutato l’affare, e stanno valutando l’opportunità di proporsi per finanziare il calcio italiano risolvendo le necessità di cassa dei club.
In questa direzione si è mosso il Fondo di private equity Blackstone, uno dei più grandi gruppi finanziari del mondo con un patrimonio gestito di oltre 457 miliardi di dollari, che ha formulato alla Lega di Serie A una proposta di finanziamento a breve periodo per circa 100 milioni di euro.
Offerta importante, che presto potrebbe essere affiancata da altre proposte altrettanto ricche: di fronte alla opportunità di investimento rappresentata in questa particolare contingenza dal sistema calcio, anche altri gruppi finanziari, istituti di credito e istituzioni finanziarie (come la SACE, società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti) sarebbero pronte e disponibili a finanziare la Serie A per far fronte alle urgenti necessità di cassa determinate dall’emergenza pandemia.
La questione non è solo italiana, ma riguarda l’intero mondo del calcio: il blocco dei campionati ha fatto danni ovunque, e i grandi investitori finanziari stanno valutando la situazione dei maggiori campionati europei per programmare eventuali interventi a sostegno delle principali Leghe.
Ecco dunque che i diritti televisivi, quelli dei contratti in corso ma anche e soprattutto quelli da ottenere con i prossimi accordi, assumono una importanza enorme non solo per fronteggiare la crisi ma anche per venirne fuori e per programmare il futuro.
Prima o poi le attività riprenderanno, e a quel punto i club avranno sicuramente una grossa necessità di cassa e quindi l’esigenza di ottenere finanziamenti. E i diritti TV potrebbero essere la migliore merce di scambio da mettere sul tavolo degli investitori per invogliarli ad intervenire.

pubblicato il 4 maggio 2020

Il calcio sta cominciando a pensare alla ripresa

Il calcio sta cominciando a pensare alla ripresa

L’APPROFONDIMENTO

Il calcio sta cominciando a pensare alla ripresa

In ballo ci sono circa 900 milioni di ricavi tra diritti televisivi, incassi da stadio, sponsor e mutualità per le serie minori

di Francesco Marchionibus

Il calcio italiano sta vivendo una grande agitazione di fronte alla eventualità di non concludere regolarmente la stagione in corso e di ripartire direttamente dalla prossima, e con il passare dei giorni aumenta la pressione sul Governo per programmare la ripresa degli allenamenti e poi delle attività agonistiche.
È evidente che si tratta di una questione essenzialmente economica, che i vertici del calcio, i club e molti degli stessi calciatori sono pronti a sostenere lasciando da parte le ovvie considerazioni sulla pericolosità di riprendere le competizioni in una fase in cui il virus non appare ancora debellato, ed anzi in alcune regioni italiane fa registrare ancora quotidianamente centinaia di morti e migliaia di contagiati.
Le cifre in ballo sono enormi: il calcio italiano nel suo complesso fattura circa 5 miliardi all’anno, di cui quasi l’80% proviene da serie A, B e Lega Pro tra diritti TV, introiti commerciali, vendita di biglietti e plusvalenze.
La mancata ripresa della stagione in corso potrebbe comportare la perdita di circa 900 milioni di ricavi (e questo già al netto dei minori costi da sostenere) tra diritti televisivi, incassi da stadio, sponsorizzazioni e mutualità per le serie minori (che sono legate agli introiti TV). Con un terzo della stagione non disputata, soltanto dai contenziosi che potrebbero sorgere relativamente ai contratti con Sky, Dazn e Img potrebbero derivare 380 milioni di mancati incassi.
Un impatto evidentemente molto importante sui conti dei club, e addirittura devastante per tante società soprattutto delle serie inferiori.
Ecco perché nelle settimane passate la FIGC e le Leghe hanno proposto al Governo una serie di misure utili a mettere in sicurezza il sistema calcio: dal riconoscimento della situazione di “forza maggiore” per prevenire i contenziosi con TV, sponsor e tesserati, alla sospensione dei canoni pagati per gli impianti, dal rinvio delle scadenze fiscali alla estensione della cassa integrazione ai giocatori di serie B e Lega Pro con stipendi fino a 50.000 euro.

Un altro fronte caldo per la riduzione dei costi è stato quello del taglio agli stipendi dei calciatori. La Lega calcio ha trovato una linea comune che prevederebbe la riduzione di un terzo degli ingaggi in caso di stop definitivo alla stagione e di un sesto se la stagione verrà portata a termine, ma i calciatori si sono opposti con forza alla proposta giudicandola addirittura, come affermato dal presidente dell’AIC Tommasi, “vergognosa”.
Gli interessi in ballo, insomma, sono tanti e tutti economicamente molto “pesanti”, e la stessa situazione riguarda ovviamente tutte le leghe calcistiche europee e mondiali.
La Premier League potrebbe perdere introiti per circa 1,2/1,3 miliardi di euro, la Liga spagnola e la Bundesliga si troverebbero ad affrontare minori introiti per circa 700/750 milioni mentre la Ligue One dovrebbe sopportare un danno pari a 500/600 milioni.
Per fronteggiare la crisi la English Football League e la Federcalcio Spagnola hanno varato misure a sostegno dei club, rispettivamente approvando lo stanziamento di un fondo da 50 milioni di sterline (circa 56 milioni di euro) in favore dei club professionistici e mettendo a disposizione dei club una linea di finanziamento di ben 500 milioni. In Germania invece le quattro società partecipanti alla Champions (Bayern Monaco, Borussia Dortmund, Lipsia e Bayer Leverkusen), hanno stanziato un fondo da 20 milioni per i restanti club di Bundesliga e Zweite Liga. In tutte le leghe, poi, si sta ragionando sul taglio degli stipendi dei calciatori.
Ma ora, ai primi segnali di calo o quantomeno di stabilizzazione dei contagi, si parla sempre più prepotentemente di ripresa delle attività.
Le ipotesi sulle date di avvio dei vari tornei, nazionali e internazionali, sono diverse e diversi sono gli scenari anche per quanto riguarda la durata e la formula delle competizioni, oltreché le ipotesi sulle inevitabili conseguenze per la prossima stagione.
In Italia, la FIGC ha già presentato al Governo un piano per la ripresa degli allenamenti e sta approntando quello per la ripresa delle partite.
Porte chiuse ai tifosi, viaggi in sicurezza con piloti e autisti controllati costantemente, controlli costanti a calciatori e staff tecnici e a tutti coloro che dovranno comunque accedere agli stadi (giornalisti, cameramen, manutentori degli impianti, ecc), e per i calciatori maxi-ritiro fino alla fine del campionato o rientro a casa ma con controlli strettissimi che riguarderanno il nucleo familiare che entrerà in contatto con loro.
Staremo a vedere. L’augurio, ovviamente, è che le decisioni vengano prese mettendo sempre al primo posto la tutela della salute di tutti coloro che saranno coinvolti dalla eventuale ripresa della stagione calcistica.

pubblicato il 20 aprile 2020

Europa League: un torneo in forte crescita

Europa League: un torneo in forte crescita

L’APPROFONDIMENTO

Europa League: un torneo in forte crescita

Stasera si disputerà l’andata degli ottavi di finale, mentre Roma e Inter non scenderanno in campo

di Francesco Marchionibus

Si giocano oggi le partite di andata degli ottavi di finale della Europa League, anche se Roma e Inter impegnate nella sfida incrociata italo-iberica con Siviglia e Getafe non scenderanno in campo a causa della diffusione sempre maggiore del Covid-19.
Vincere l’Europa League non è più solo un traguardo internazionale di prestigio, anche se di secondo piano rispetto alla Champions: vista la crescita che il torneo ha avuto negli ultimi anni, arrivare in fondo significa ora anche ottenere discreti guadagni.
Nelle ultime cinque edizioni l’ammontare dei ricavi distribuiti dalla UEFA alle società partecipanti all’Europa League è passato dai circa 400 milioni della stagione 2015-2016 ai 560 di quella 2018-2019 (confermati per l’edizione in corso), con un incremento di circa il 40%. Ma secondo quali criteri viene distribuito questo ricco montepremi?
Il 25% (140 milioni) viene ripartito in parti uguali tra tutti i 48 club qualificati alla fase a gironi, che dunque ricevono 2,92 mln ciascuno.
Il 30% (circa 168 mln) viene attribuito in base ai risultati, con 570 mila euro per ogni vittoria e 190 mila euro per ogni pareggio nel girone di qualificazione, un bonus di 1 milione per il vincitore del girone, 500 mila euro per la qualificazione ai sedicesimi, 1,1 mln per quella agli ottavi, 1,5 per i quarti, 2,4 per il raggiungimento delle semifinali, 4,5 mln per chi arriva in finale e ulteriori 4 mln per la vittoria del trofeo.
Un ulteriore 15% del montepremi (84 mln) viene suddiviso facendo riferimento al ranking decennale, e cioè alla classifica stilata sulla base dei risultati ottenuti in Europa negli ultimi dieci anni (attualmente Inter e Roma sono rispettivamente al 28° e 29° posto).

Infine, il restante 30% (altri 168 mln) viene assegnato sulla base del cosiddetto “market pool”, e cioè dei diritti televisivi, tenendo conto del valore proporzionale dei mercati televisivi nazionali dei club partecipanti alla Europa League e dei risultati ottenuti da ogni squadra nelle competizioni nazionali della stagione precedente.
Al montepremi UEFA si dovranno poi sommare gli incassi al botteghino delle sette partite disputate in casa nel corso del torneo dalle due squadre che riusciranno a raggiungere la finale di Danzica del prossimo 27 maggio.
Dunque la squadra che si aggiudicherà l’edizione 2019/2020 dell’Europa League succedendo al Chelsea campione in carica, potrà incassare un importo complessivo di 20/25 milioni, oltre alla quota derivante dal market pool televisivo e agli incassi al botteghino.
La soddisfazione per la vittoria nel secondo torneo europeo, o anche solo per la partecipazione ad una finale comunque prestigiosa, potrà quindi essere accompagnata da un incasso totale di oltre 35/40 milioni (nella scorsa edizione il Chelsea ha portato a casa 46,3 mln e l’Arsenal finalista 38,9, anche se c’è da dire che le squadre inglesi incassano molto di più delle altre dal market pool).
E questo senza contare la ricaduta positiva in termini di ranking, fondamentale per la disputa delle competizioni europee della prossima stagione.

pubblicato il 12 marzo 2020