Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

TRACCE D’AZZURRO

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

L’ex difensore azzurro vede una qualificazione ancora possibile nonostante il 2 a 0 rimediato in Andalusia

di Marco Boscia

Sono trascorsi “soltanto” 32 anni. Era un altro calcio. Un altro Napoli. Che poteva contare sulla presenza in campo di Diego Armando Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi in grado di trasformare cose impossibili, per gli altri, in cose di normale amministrazione. Ma in quella squadra, che la notte del 17 maggio 1989 alzò al cielo di Stoccarda la Coppa Uefa, militavano altri calciatori che, insieme a Diego, furono in grado di trascinare gli azzurri verso le vette più alte, sia in Italia che in Europa, mai raggiunte nella propria storia. Chi approdò all’ombra del Vesuvio all’inizio di quell’annata trionfante fu Giancarlo Corradini, difensore centrale e, all’occorrenza, anche terzino. Dopo sei stagioni al Torino, Corradini divenne subito uno dei protagonisti principali di quella squadra e di quella cavalcata europea con 12 presenze, da titolare, in altrettante partite. Nessuno meglio di lui può quindi spiegarci quali furono e possono essere di nuovo i segreti per un Napoli vincente.

Partiamo dal passato. Che gruppo era quello al di là di Maradona?

«Era un Napoli nuovo. Ricostruito. L’anno precedente aveva perso lo scudetto per un soffio. Io ebbi la fortuna di partecipare a questo nuovo progetto. Arrivai assieme ad Alemao, Fusi, Crippa a dare un nuovo volto ad una squadra che era comunque già fra le più forti d’Italia».

Ci fu un momento preciso nel quale capiste di poter vincere la Coppa Uefa?

«La partita della svolta fu quella di ritorno al San Paolo contro la Juventus nei quarti di finale. Il 2 a 0 subito a Torino all’andata rischiava di eliminarci dalla competizione. Abbiamo avuto il merito, e un po’ di fortuna, di giocare una partita di ritorno formidabile. Segnammo ad un minuto dalla fine dei tempi supplementari il gol che ribaltò le gerarchie. Fu un segno del destino».

C’è un episodio particolare, un aneddoto, che le va di raccontare?

«Il lunedì della settimana di quella partita nacque il mio primo figlio. Bianchi mi permise di stare vicino a mia moglie. Due giorni dopo battemmo la Juventus con quell’impresa al San Paolo. Fu una delle più belle settimane della mia vita sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista familiare».

Com’era il suo rapporto con Ottavio Bianchi?

«Non avvertii la presunta tensione che c’era stata la stagione precedente legata anche al fatto di aver perso lo scudetto. Mi aiutò molto ad ambientarmi perché nel passaggio da una squadra come il Torino ad una come il Napoli cambiarono tante cose. Significava arrivare in una società che era stata capace di allestire una squadra di vertice che lottava ogni anno per tutti i trofei in palio. Vissi quella stagione con Bianchi in maniera positiva. Poi l’ho riavuto anche quattro anni dopo quando subentrò a Ranieri. Posso affermare con certezza che è una persona equilibrata e di un’enorme competenza».

Che sensazione provò in finale nella partita di ritorno a Stoccarda nel vedere uno stadio per più di metà colorato d’azzurro?

«Una volta la competizione era molto più complicata perché partecipavano le seconde, le terze e le quarte classificate dei campionati mentre adesso queste squadre fanno la Champions League. C’è un po’ di rammarico perché sicuramente il Napoli in passato con un giocatore come Diego anche in Europa avrebbe potuto competere ogni anno per la vittoria finale. Ad ogni modo, dal prossimo anno ci sarà anche la Uefa Conference League. Non mi entusiasma. Forse sarebbe preferibile continuare con un unico torneo oltre la Champions ma con meno squadre, meno incontri, e di conseguenza con partite di livello più alto. Difatti la stessa Europa League oggi si fa interessante dai quarti di finale in poi, quando in gioco restano solo le squadre di vertice che rendono il torneo più avvincente».

Riguardo alla sfida di stasera, quante possibilità ha il Napoli di qualificarsi alla luce del risultato d’andata?

«Credo che le possibilità di ribaltarla ci siano. Il problema principale del Napoli in questa stagione è stata l’alternanza di risultati. Certamente all’andata hanno inciso le assenze. Gli infortuni stanno creando grandi difficoltà a Gattuso ma io penso positivo e credo che il Napoli possa passare il turno».

Con un eventuale passaggio crede che gli azzurri potrebbero anche puntare alla vittoria finale?

«Se sei in corsa devi giocartela. È una questione di mentalità. Se il Napoli va agli ottavi deve provarci. Non si può fare una scelta. Anche in campionato credo possa ancora succedere di tutto in un’annata così particolare. Spero che nonostante le difficoltà ci siano la voglia e la determinazione di lottare fino alla fine perché i tifosi napoletani meritano che ci sia il giusto impegno in tutte le gare ed in tutte le competizioni da parte di chi indossa una maglia dal passato importante e che va sempre onorata».

Crede che le voci sull’allenatore delle scorse settimane abbiano potuto incidere sugli ultimi risultati?

«Questo non lo so. Non sono un dirigente. Posso solo dire che in grandi squadre come il Napoli, se iniziano ad esserci difficoltà e non arrivano i risultati, è normale che l’allenatore sia sotto esame».

Da ex difensore centrale, come giudica la retroguardia partenopea?

«Il Napoli ha dei difensori di livello internazionale, ma il calcio è cambiato tanto. Mentre noi giocavamo a uomo, oggi si gioca a zona. È molto più complicato. C’è una necessità maggiore di una collaborazione di tutta la squadra per effettuare una buona fase difensiva e, negli ultimi anni, forse questo è stato il punto debole del Napoli. Koulibaly, Manolas, Rrahmani e Maksimovic sono ottimi difensori ma per funzionare è importante che ci sia unità d’intenti da parte di tutti i giocatori».

Un parere su Osimhen, l’acquisto più caro della storia del Napoli…

«Quando arrivi in una squadra importante e per certe cifre è ovvio che le aspettative siano tante. Molti giocatori al primo anno incontrano delle difficoltà. È successo anche a Lozano ed oggi ammiriamo un calciatore completamente diverso da quello dello scorso campionato. Credo che il valore di Osimhen non si discuta e sono sicuro che si rivelerà un ottimo acquisto».

Curiosità finale. Appese le scarpette al chiodo, ha intrapreso la carriera d’allenatore. Oggi Corradini è in attesa di una chiamata importante?

«So che il mondo del calcio è pieno di allenatori di ottimo livello che in questo momento non allenano. Io ho avuto un periodo positivo dove ho lavorato con grandi club come Juventus e Watford. Adesso aspetto una chiamata che mi possa permettere di riprendere a fare quello che mi è sempre piaciuto. Stare nel calcio».

Si conclude questa piacevole chiacchierata con uno degli eroi del Napoli del passato. Uno di quelli che ha scelto di lavorare sodo a fari spenti, lasciando accesa la luce dei riflettori su altri campioni dell’epoca ma il cui contributo in quegli anni di successi è stato parimenti determinante. Non possiamo che augurargli di rivederlo presto protagonista in panchina.

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021

Napoli-Granada: prova senza appello

Napoli-Granada: prova senza appello

LA STRADA PER DANZICA

Napoli-Granada: prova senza appello

Il compito della squadra è quello di cancellare la brutta prestazione offerta allo stadio Los Cármenes di Granada

di Bruno Marchionibus

Una gara da preparare bene

Non è un momento semplice quello che sta vivendo il Napoli di Gattuso, il cui cammino da dicembre in poi è stato caratterizzato da un’incostanza di risultati a cui pare non si riesca a trovare rimedio.
Certo, i partenopei hanno a giustificazione almeno parziale del periodo no che stanno vivendo dei fattori che non possono essere trascurati nella valutazione complessiva della stagione. Giocare ogni tre giorni, in un’annata cominciata con una preparazione estiva ridotta, non è semplice e non permette di allenarsi a dovere in vista dei singoli match, e una serie di infortuni e di assenze dovute al Covid come quelli che stanno falcidiando l’organico napoletano avrebbero condizionato il cammino di qualsiasi compagine.
È pur vero, però, che a far storcere il naso a buona parte della tifoseria non sono stati solo i risultati negativi, ma anche il modo in cui alcuni di questi sono giunti, con la squadra che ha mostrato scarsa concretezza e capacità di proporre soluzioni alternative e, in alcuni elementi, una preoccupante difficoltà nel reagire a momenti avversi ed episodi sfortunati all’interno dei novanta minuti.
Il ritorno con gli spagnoli, dunque, diventa un’occasione importante per gli azzurri per compattarsi, offrire una prestazione di carattere come quella vista contro la Juve e provare a ribaltare la sconfitta per 2 a 0 dell’andata, scacciando via almeno in parte critiche e negatività.

Un trofeo da non snobbare

Rimontare gli spagnoli ed andare avanti in Europa, ad ogni modo, non servirebbe solo a dare una scossa “emotiva” al gruppo, ma sarebbe un traguardo importante anche per la società.
Per quanto si debba ammettere che, alla luce delle molteplici assenze nell’organico azzurro, sia difficile immaginare un Napoli in lotta su due fronti fino al termine della stagione, è importante tener presente che anche la vittoria dell’Europa League, così come il quarto posto in campionato, qualifica direttamente alla prossima Champions, obiettivo fondamentale per i partenopei sia dal punto di vista sportivo che da quello economico.
L’EL, inoltre, è un trofeo a volte snobbato dai più nelle sue fasi iniziali, ma che andando avanti nei turni ad eliminazione diretta recupera inevitabilmente il fascino dato dall’essere la discendente della nobile Coppa Uefa, ed un torneo di questo valore merita senza dubbio di essere onorato fino alla fine. C’è da considerare, infine, che ad ogni turno superato la società riceve un bonus economico aggiuntivo, e soprattutto in una fase come quella attuale in cui il Covid ha messo a dura prova il calcio dal punto di vista finanziario anche questo è un aspetto da non trascurare.

La partita

Una rimonta possibile

Due reti da recuperare e la necessità di non subire gol, per non rendere ancora più complicata la rimonta. Questo l’obiettivo per Insigne e compagni in vista del match del Maradona contro il Granada, quando, per riuscire ad approdare agli ottavi di EL, il Napoli dovrà scendere in campo con un approccio e un’attenzione del tutto diversi da quelli visti giovedì scorso in terra spagnola.
Il 2 a 0 del Nuevo Los Cármenes, di fatti, è un risultato che regala ai biancorossi un vantaggio considerevole, ma che non gli garantisce del tutto di avere la meglio nei centottanta minuti. Il Napoli, sulla carta, ha tutte le possibilità di trovare in casa una vittoria larga, ed anzi raggiungere il passaggio del turno partendo da una situazione di svantaggio potrebbe rappresentare una bella iniezione di fiducia per una squadra apparsa non sempre centrata proprio dal punto di vista mentale. I ragazzi di Gattuso, in ogni caso, dovranno avere piena consapevolezza del fatto che non servirà solamente partire forte dal punto di vista offensivo, ma anche tenere alta la concentrazione in fase difensiva, dato che un gol degli iberici richiederebbe al Napoli di segnare almeno quattro reti.

A Granada due minuti di follia

Non è stato certamente un bel Napoli quello visto in Spagna sette giorni fa. Al di là del risultato, che ha premiato i biancorossi, è stata la prestazione in generale della squadra a lasciare l’amaro in bocca ai tifosi campani. Il Napoli, come purtroppo più volte è avvenuto nel corso della stagione, ha di fatto regalato la prima frazione agli avversari, con un approccio poco cattivo ed alcuni blackout difensivi che sono costati ai partenopei le reti di Yangel Herrera e di Kenedy. Nella ripresa gli azzurri hanno provato a fare qualcosa in più costruendo anche qualche occasione, la più favorevole quella capitata sulla testa di Rrahmani, ma non sono mai riusciti a preoccupare davvero gli avversari, pur apparsi non certo irresistibili.
Ancora ben lontano dalla condizione migliore è apparso Osimhen, in difficoltà in diverse situazioni anche dal punto di vista tecnico, così come tutt’altro che positiva è stata la prestazione offerta da Lobotka, sempre più oggetto misterioso. Nota positiva i novanta minuti di Fabian Ruiz, forse il migliore in campo considerando anche che si trattava della prima da titolare dopo essersi negativizzato dal Covid.

Attenzione difensiva e fiducia all’attacco

Proprio guardando alla partita di andata, il Napoli dovrà tener ben presente che a Fuorigrotta servirà una partita di grande attenzione difensiva, dato che subire un gol potrebbe essere mortifero per gli azzurri. A tal proposito fondamentale appare il rientro di Koulibaly, che dopo essere guarito dal Coronavirus avrà senza dubbio voglia di rendersi protagonista di una prestazione di alto livello. Importante sarà anche l’apporto di Fabian, come detto tra i meno negativi a Granada, in un centrocampo che con la lentezza della propria manovra ha rappresentato uno dei problemi emersi in Andalusia. Anche Lorenzo Insigne, con Lozano out e Politano non al meglio, dovrà mettere in campo tutta la sua fantasia per provare a trascinare i suoi agli ottavi.
Per quanto riguarda gli spagnoli, gli uomini da tenere d’occhio sono sicuramente i due esterni alti, Machis e Kenedy, quest’ultimo autore della rete del 2 a 0 in casa. Anche la squadra di Diego Martínez, ad ogni modo, ha dimostrato di avere una difesa tutt’altro che impenetrabile; sarà compito di Osimhen e degli altri uomini d’attacco azzurri riuscire a scardinarla.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Gli anni Sessanta e le prime soddisfazioni

Gli anni Sessanta e le prime soddisfazioni

IL NAPOLI IN EUROPA

Gli anni Sessanta e le prime soddisfazioni

In attesa di tornare in campo per la Champions riviviamo alcune delle esperienze europee del Napoli del passato

di Francesco Marchionibus

All’inizio degli anni Sessanta il Napoli, passata l’epoca dei grandi bomber Jeppson e Vinicio, vive stagioni di sofferenza con una continua altalena tra la serie A e la serie B. Ma è proprio in questi anni che la squadra azzurra si riaffaccia in Europa, riuscendo anche, dopo una prima non indimenticabile apparizione nella Coppa delle Alpi del 1960, a ben figurare.
Tutto nasce nella stagione 1961-62: il Napoli è in serie B e al termine del girone di andata si trova nei bassifondi della classifica nonostante le grandi ambizioni di inizio campionato. A questo punto il presidente Lauro decide di esonerare il mister Baldi e di sostituirlo con il giovane allenatore della Scafatese, l’argentino Bruno Pesaola, già compagno di squadra di Jeppson e Vinicio nel Napoli di qualche anno prima. Il Petisso rigenera la squadra, che può contare su buoni giocatori come Ronzon, Amos Mariani, il giovane Gigi Simoni e l’argentino Juan Carlos Tacchi, e dopo una bella rimonta conduce i partenopei al secondo posto in campionato, che vale la promozione in Serie A.
Ma non è finita qui, perché sull’onda dell’entusiasmo gli azzurri si aggiudicano la Coppa Italia battendo per 2-1 la SPAL nella finale di Roma con il gol decisivo di Ronzon a poco più di dieci minuti dalla fine, e conquistano così il diritto a disputare l’anno successivo la Coppa delle Coppe. E sarà proprio il torneo europeo a regalare ai partenopei le maggiori soddisfazioni della stagione ‘62-‘63, visto che purtroppo il campionato si chiuderà con una nuova retrocessione. La squadra è praticamente la stessa dell’anno precedente, con i soli innesti del giovane attaccante brasiliano Canè e dell’esperto centrocampista argentino Humberto Rosa.
Al primo turno di Coppa delle Coppe gli azzurri sono opposti alla squadra Gallese del Bangor City, e dopo la sconfitta per 2-0 dell’andata e il 3-1 del San Paolo tutto viene deciso nello spareggio di Londra: gli azzurri si impongono per 2 a 1 con la doppietta di Rosa che sigla il gol decisivo a cinque minuti dalla fine ribattendo in rete una respinta del portiere avversario su tiro di Fanello. Allo spareggio viene deciso anche il turno successivo, contro gli ungheresi dell’Ujpest Dozsa, ma questa volta la vittoria è più agevole con gli azzurri che già nel primo tempo si portano sul 3 a 0 con i gol di Fanello, Ronzon e Tacchi e alla fine vincono la partita per 3-1.
Il Napoli accede dunque ai quarti di finale, nei quali affronta l’OFK Belgrado: anche in questo caso sconfitta per 2-0 in trasferta e vittoria 3-1 al San Paolo con qualificazione rinviata allo spareggio che si gioca il 3 aprile a Marsiglia. Gli azzurri, che si presentano alla sfida decisiva in formazione rimaneggiata, riescono a pareggiare con Canè il gol iniziale di Samardzic e a quel punto la partita sembra apertissima. Al 36’ del primo tempo però il centravanti Fanello reagisce ingenuamente a un fallo di Gavric e viene espulso dall’arbitro francese Barbereau. Nel secondo tempo gli Jugoslavi approfittando della superiorità numerica passano subito in vantaggio, poi un Napoli coraggiosissimo sfiora più volte il pareggio con Mariani e Fraschini ma a pochi minuti dalla fine ancora Samardzic chiude la partita: gli azzurri escono dal torneo a testa alta e l’OFK va in semifinale. La delusione è grande, ma la prima vittoria internazionale degli azzurri, seppure in un torneo di minore prestigio, è rimandata solo di qualche anno.
Il Napoli che affronta la stagione 1965 – 66 è molto ambizioso: Il presidente Lauro ha condotto una campagna acquisti esaltante, che ha portato a Napoli i fuoriclasse Altafini e Sivori, prelevati dal Milan e dalla Juventus per 280 e 90 milioni, oltre agli ottimi Nardin e Stenti, e la squadra può contare anche su altri giocatori di livello come l’astro nascente Juliano, il Portiere Bandoni, i difensori Panzanato e Zurlini, il confermato Canè e i veterani Ronzon e Tacchi. Gli azzurri in effetti sono protagonisti di un ottimo campionato che concludono al terzo posto con 45 punti, a cinque lunghezze dall’Inter campione e ad appena un punto dal Bologna.

In Europa la squadra di mister Pesaola è chiamata a giocare la Coppa delle Alpi, un torneo certo meno importante rispetto a Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere (l’antenata della Europa League), ma che proprio per questo si presenta alla portata del Napoli. Al torneo, giunto alla sesta edizione, partecipano quattro squadre Italiane e quattro svizzere, che si affrontano in un girone unico in cui ogni squadra gioca contro le quattro avversarie dell’altra nazione. Per l’Italia oltre ai partenopei sono in lizza la Juventus di Del Sol, Salvadore e Cinesinho, il Catania dell’ex azzurro Fanello e la Spal, in cui gioca il ventenne Fabio Capello.
La prima partita del Napoli è contro la selezione Losanna/Zurigo e gli azzurri, trascinati da uno scatenato Altafini, autore di una tripletta, si impongono per 4 a 0. Dopo quattro giorni si torna in campo per affrontare il Basilea, ancora una volta Altafini illumina la scena con tre reti e il Napoli, sospinto anche dalla grande prestazione di Sivori e dal gol di Montefusco, si impone per 4 a 2. Il terzo incontro è con lo Young Boys, ed è di nuovo 4 – 2: dopo undici minuti gli azzurri sono già in vantaggio di due gol grazie a Sivori e Canè e alla fine di un primo tempo letteralmente dominato il risultato è di 4 a 0; nella ripresa il Napoli rallenta e gli svizzeri limitano il passivo segnando il secondo gol proprio al 90’.
A questo punto Napoli e Juventus sono appaiate in testa alla classifica con 6 punti e per l’assegnazione della Coppa saranno decisive le partite dell’ultima giornata, con il Napoli chiamato a confrontarsi con il Servette e la Juventus con la selezione Losanna/Zurigo. Gli incontri si svolgono in contemporanea il 16 giugno 1966, ed il mister Pesaola per la gara decisiva manda in campo Cuman, Adorni, Zurlini, Stenti, Panzanato, Emoli, Canè, Montefusco, Altafini, Sivori e Bean. Gli azzurri questa volta partono male, sembrano svogliati, e gli svizzeri ne approfittano per andare a segno al 30’ con Heury e concludere in vantaggio il primo tempo.
La Juventus intanto sta perdendo 2 a 0 ma Pesaola, che teme la rimonta dei bianconeri e soprattutto vede i suoi troppo poco determinati, convince lo speaker dello stadio ad annunciare invece che la Juve sta vincendo 2 a 0; poi va negli spogliatoi e con la falsa notizia del vantaggio bianconero dà la scossa ai calciatori azzurri, provocando soprattutto la reazione dell’ex juventino Sivori, “nemico” personale dell’allenatore dei bianconeri Heriberto Herrera.
Grazie all’astuzia del Petisso, nel secondo tempo il Napoli entra in campo trasformato, Sivori trascina i compagni e i gol di Canè, Bean e Montefusco ribaltano la partita: Napoli-Servette si conclude 3-1 e gli azzurri vincono il loro primo trofeo internazionale tra le risate del mister che confessa ai calciatori lo stratagemma utilizzato all’intervallo per motivarli. La squadra azzurra, ricca di campioni e di talento, sarà protagonista in Italia anche nelle stagioni successive, conquistando un brillante quarto posto nel campionato ‘66-‘67 ed arrivando vicina allo scudetto con il secondo posto alle spalle del Milan nella stagione 1967-1968.
Per conquistare ancora la ribalta europea invece si dovrà attendere un altro decennio, ma questa è un’altra storia…

pubblicato il 20 maggio 2020

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

I club italiani in cima all’Europa. Grandi serate a San Siro ed una squadra, quella interista, rimasta viva nella memoria

di Giovanni Gaudiano

Il 20 febbraio 1979, 41 anni fa, ci ha lasciati Nereo Rocco. È singolare come la nostalgia per un uomo, un personaggio come il triestino si senta ogni giorno per chi ama il mondo del calcio. La storia della Coppa dei Campioni e del calcio italiano, proprio nella più importante manifestazione calcistica europea resta e resterà per sempre legata al nome di “el paròn”, un tecnico di cui ancora parlano tutti quelli che hanno giocato per lui. La lunga striscia del Real Madrid e quella breve ma intensa del Benfica furono interrotte nella stagione 1962-63 proprio dal Milan di Rocco. La Milano che si impose nel calcio europeo era in quegli anni una città in grande fermento. L’Italia viveva il suo boom economico e la capitale finanziaria del paese si apprestava a dominare dopo il calcio nazionale anche quello europeo. Furono tre anni intensi, dove la sponda rossonera bruciò quella nerazzurra con la seconda pronta però a prendersi la rivincita, vincendo poi la Coppa dei Campioni per due anni consecutivi.
In ogni caso Andrea Rizzoli, che subito dopo Wembley abbandonerà il ponte di comando, batterà Angelo Moratti iniziando un duello che la società rossonera negli anni a venire vincerà ampiamente.

Il fattore umano di Nereo Rocco

Dopo il bis del Benfica, la squadra lusitana sembrava potesse continuare a tenere il calcio della penisola iberica al primo posto in Europa. Le squadre italiane però, che nelle precedenti sette edizioni avevano già raggiunto la finale con la Fiorentina ed il Milan, mostrarono un’importante crescita. In particolare i campioni d’Italia del Milan affrontarono la competizione europea avendo consolidato il rinnovamento avviato l’anno precedente da Nereo Rocco, innestando nella struttura di una squadra vincente José Altafini, attaccante brasiliano campione del mondo con la nazionale carioca nel 1962, capace di sostituire senza farlo rimpiangere il fenomeno Pelé infortunato ed indisponibile per il mondiale cileno.
Rocco era un uomo semplice ma sul quale si poteva fare affidamento. Veniva da Trieste, una città di mare e di confine che aveva dovuto aspettare il 1920, dopo la prima guerra mondiale, per diventare italiana.
La famiglia del paròn vendeva carni ed anche lui avrebbe abbracciato quel lavoro se non fosse stato per la sua innata passione per il calcio. Era stato un buon giocatore Nereo, fisico importante da centrocampista con il vizio del gol. Il suo rapporto paterno con i giocatori era noto a tutti, come era evidente la sua capacità nel preparare le gare e nel tenere la compagnia su di morale. Si narra che a Wembley prima della finale vinta contro il Benfica avesse detto alla sua squadra in pullman “chi no xe omo, resti sul pullman” e poi fosse crollato sul sedile suscitando l’ilarità del suo gruppo. Quel Milan che non aveva più nelle sua file Schiaffino, Liedholm, Grillo e Cucchiaroni si impose segnando tanto (33 reti in 9 partite con Altafini capocannoniere con 14 realizzazioni).

La finale di Wembley

In quella squadra brillava non ancora ventenne il golden boy, Gianni Rivera, ed in campo con lui giocavano due allenatori aggiunti, Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni, senza dimenticare l’estro e la visione di gioco del brasiliano Dino Sani, un oriundo arrivato al Milan sulla soglia dei trent’anni. Il Milan dovette battere in finale il Benfica di Coluna ed Eusébio, allenato dal cileno Fernando Riera che aveva sostituito in panchina Béla Guttmann.
I portoghesi, che avevano il pronostico dalla loro parte, partirono forte ed Eusebio al 19’ del primo tempo portò in vantaggio la sua squadra. Rocco su consiglio di Maldini cambiò le marcature in difesa, spostando Trapattoni sulla “pantera nera” e Benitez su Torres. Altafini sbagliò una facile occasione per pareggiare nel primo tempo che si concluse con l’infortunio di Coluna. Nel secondo tempo il faro del gioco portoghese restò in campo ma visibilmente menomato. Il Milan ne approfittò e con una doppietta di Altafini fece sua la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Era il 22 maggio del 1963, a Wembley assistettero alla partita circa 50.000 spettatori (45.715 paganti). La squadra che si impose era così composta: Ghezzi, David, Maldini, Trebbi, Benitez, Trapattoni, Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera e Mora.
Il ritorno a Milano per il presidente Rizzoli, per Rocco e la squadra fu trionfale. Il presidente Andrea Rizzoli fu sostituito per la stagione successiva da Felice Riva e Rocco, in disaccordo su diversi aspetti, andò via approdando al Torino. Il Milan negli anni seguenti vinse solo la Coppa Italia del 1966. Le cose cambiarono quando il presidente Franco Carraro nella stagione 1966-67 riportò al Milan Nereo Rocco, i rossoneri vinsero il campionato e si aggiudicarono anche la Coppa delle Coppe.
A Rocco qualcuno voleva affibbiare la patente di catenacciaro. Il fatto strano è rappresentato dal particolare che le sue squadre segnavano sempre tanto. Il triestino si scherniva ed amava parlare di calcio con il suo amico Gianni Brera a tavola davanti ad una bottiglia di vino. Era in quei momenti che la sua simpatia, la sua umanità e le sue qualità, che ne avevano fatto un allenatore vincente, venivano prepotentemente fuori. Nel suo palmarés da allenatore brillano: due scudetti, due coppe dei Campioni, due coppe delle Coppe, una coppa Intercontinentale, tre coppe Italia tutte vinte alla guida del suo Milan. Per la stagione 1962-63 gli fu assegnato anche il Seminatore d’Oro e nel 2012, seppur alla memoria, è stato inserito nella Hall of Fame del Calcio Italiano.

Passaggio di testimone

Da Milano a Milano. La Coppa dei Campioni restò per tre anni di seguito nella città meneghina. Passò dal Milan all’Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera senza dimenticare il grande lavoro svolto da Italo Allodi, uno dei migliori dirigenti che il calcio italiano abbia mai avuto, la cui permanenza all’Inter dal 1959 al 1968 corrisponde all’epoca dei grandi successi della società nerazzurra. Il Milan detentore entrò in gioco nell’edizione del 1963-64 agli ottavi superando agevolmente gli svedesi del IFK Norrkoping. I detentori della coppa furono però eliminati ai quarti dal Real Madrid in virtù della sconfitta subita nella gara d’andata al Bernabéu per 4 a 1 che al ritorno i rossoneri non riuscirono a ribaltare, fermandosi sul 2 a 0. L’Inter arrivò invece alla finale, vincendo sei partite e pareggiandone due. La finale si sarebbe giocata al Prater di Vienna il 27 maggio del 1964.

Helenio Herrera

Per quanto fosse stato benvoluto Rocco, tanto fu difficile inizialmente per l’argentino naturalizzato francese farsi amare dal pubblico nerazzurro. Moratti pensava di aver sbagliato la sua scelta e se ne lamentava con i suoi amici anche per l’alto costo dell’ingaggio di H.H. D’altra parte l’ex difensore e zingaro del calcio aveva delle referenze importanti quando fu ingaggiato dall’Inter. Aveva vinto quattro campionati spagnoli: due con l’Atletico Madrid e due con il Barcellona. Con la squadra catalana aveva anche conquistato due coppe di Spagna ed una Coppa delle Fiere.
Moratti era impaziente, voleva vincere, la vittoria del Milan nella Coppa dei Campioni bruciava sulla pelle. Era ammaliato ed affascinato da questo personaggio che senza dubbio avrebbe lasciato nel mondo del calcio una sua precisa impronta. Dopo Herrera, infatti, il ruolo e l’importanza dell’allenatore in Europa sarebbe profondamente cambiato.
L’argentino era geniale. Aveva studiato il calcio come pochi. Aveva capito in anticipo che la preparazione atletica avrebbe finito per fare la differenza in campo. Inoltre controllava e faceva controllare i suoi giocatori e allenava anche la loro mente, infondendogli la consapevolezza di essere i migliori. Era un abile imbonitore e riusciva in qualche caso a suggestionare i suoi ragazzi al punto da vendergli per chissà quale diavoleria le bustine di zucchero.
Angelo Moratti nei primi due anni seguì sul mercato le indicazioni del suo tecnico che così, mentre il Milan vinceva la sua prima Coppa dei Campioni, si aggiudicò lo scudetto nel 1962-63 con questa formazione base: Buffon, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez e Corso. Nella rosa a disposizione di Herrera spiccavano anche i nomi di: Bugatti, Maschio, Bicicli, Masiero, Bolchi, Hitchens, Tagnin ed altri.

La grande Inter

Per comprendere quanto sia stata grande quella squadra che si impose due volte di seguito in Coppa dei Campioni, ovvero nel 63-64 e 64-65, e nelle stesse annate nella coppa Intercontinentale, è necessario chiamare in causa il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano. Nel suo splendido libro “Splendori e miserie del gioco del calcio” del 1997, lo scrittore citando la formazione di quella che fu definita la “Grande Inter”, ovvero Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suarez e Corso, scrisse: “Quale altra formazione, a distanza di tanti lustri, è impressa più di quella nella memoria di ogni tifoso, anche non nerazzurro?”
Galeano aveva ragione. Saranno state le telecronache di Carosio, le figurine Panini, la Domenica Sportiva e soprattutto tutti i giornali che in quegli anni si sono occupati di calcio a rendere questa squadra famosa e riconosciuta, quasi fosse il prototipo della perfezione.
Herrera costruì una macchina praticamente perfetta. La difesa integralmente italiana, in ossequio alla scuola del nostro paese alla quale si riconosceva di crescere ed allenare i miglior difensori del mondo, era granitica ed impenetrabile. Presentava anche la grande novità del terzino fluidificante e goleador, rappresentato da quel signore in campo e fuori che fu Giacinto Facchetti. A centrocampo ed in attacco l’argentino mischiò un po’ le carte inserendo nella formazione base la solidità di Bedin, il funambolismo di Jair da Costa e la classe e visione di gioco di Luisito Suarez che H.H. portò con sé da Barcellona. Inoltre don Helenio promosse come un titolare inamovibile, proprio nell’anno dello scudetto, Sandro Mazzola, figlio del grande Valentino perito con il Torino nell’incidente di Superga.
L’Inter di Herrera diede al “mago”, come venne soprannominato, una fama indelebile. Ne fece scoprire le qualità istrioniche, le capacità come motivatore e conoscitore di uomini. Nella prossima puntata parleremo delle due finali vinte dall’Inter perché racchiudono storie che i protagonisti di quel calcio hanno lasciato in eredità a questo meraviglioso sport.

(5 – continua)

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

L’Uefa a fatica rimanda di un anno l’Europeo

L’Uefa a fatica rimanda di un anno l’Europeo

Aleksander Čeferin

L’EDITORIALE

L’Uefa a fatica rimanda di un anno l’Europeo

Grande presunzione, poca visione della realtà e troppa ingerenza della parte economica nel mondo del calcio

di Giovanni Gaudiano

L’Uefa ha dunque rinviato gli Europei. Era impossibile pensare che si svolgessero come previsto, anche perché c’erano ancora quattro posti d’assegnare attraverso degli spareggi proprio nella sosta dei campionati prevista per fine marzo. Un particolare questo di cui si è parlato poco. Ora resta aperto il rebus di come portare a termine, se sarà possibile, i campionati e come regolarsi alla stessa maniera per le coppe europee.
La Federazione, la Lega continuano a non brillare per iniziativa e per capacità decisionali.
Il punto di arrivo di questa situazione, alla luce delle serie difficoltà create dal virus, è nell’aria. Il campionato potrebbe terminare con la classifica congelata come appare oggi. Questo per permettere la disputa delle partite di coppa che l’Uefa è intenzionata a portare a termine. Si tratta come sempre di un falso problema e di una posizione difficile da definire.
Nessuno pensa che la soluzione a questi problemi sia facile ma analogamente c’è da chiedersi se qualcuno ha pensato che sarebbe più equilibrato, più sensato metterla su un altro piano.

Contratti in scadenza al 30 giugno

Se è vero che i calciatori sono lavoratori come tutti gli altri, e diciamocelo francamente non è vero, si potrebbe pensare di prolungarli tecnicamente di uno o due mesi e si potrebbe cambiare il periodo dedicato al mercato condensandolo in due/tre settimane. Tanto le vere trattative sono quelle che si concludono prima, se ne parla infatti anche in questi giorni.

Sosta per le vacanze dei calciatori

Si tratta di un diritto comune a tutti i lavoratori. Sarebbe però il caso di domandarsi quante volte è capitato nella vita di tutti quelli che lavorano tutto l’anno di dover accorciare, interrompere, annullare il proprio periodo di ferie per problemi aziendali e per problemi legati alla pubblica utilità. I calciatori appartengono in qualche modo al mondo dello spettacolo e se oggi ad un attore si ponesse l’alternativa di recuperare in estate piuttosto che perdere la scrittura la risposta non c’è dubbio che sarebbe quella di lavorare appena possibile e per tutto il tempo necessario. La questione economica non c’entra, si tratta di rispettare quelli che oggi hanno l’incertezza per il proprio lavoro ed anche quelli che, pur sapendo di riprenderlo, accuseranno perdite rilevanti.

Calendari delle varie manifestazioni

I calendari dovranno essere gioco forza rimodulati quando la situazione sarà più chiara. L’Uefa vuol finire la stagione di coppe per evidenti problemi economici connessi. È di fatto un’azienda quella che ha sede a Nyon. Ed è anche molto importante ma anche molto ricca. Vorrà dire che per un anno avranno meno disponibilità e nella prossima stagione cercheranno di recuperare, visto che poi potrebbe trattarsi di giocare due stagioni ravvicinate.

Diritti televisivi, pay-tv, etc.

Non c’è nulla che non possa essere recuperato nel tempo. La consuetudine ci impone di solito una quasi completa assenza del calcio a giugno ed a luglio con la ripresa generalmente nella seconda parte di agosto. Con gli Europei rimandati a giugno 2021 si potrebbe giocare intensamente da settembre a maggio, cancellando la Nations League e quindi le soste per le nazionali e portando a termine per prima cosa le gare che non si dovessero poter disputare per questa stagione, per poi ripartire immediatamente con la stagione successiva dopo un breve ritiro.
Quelle esposte sono solo delle idee, dei pensieri espressi ad alta voce che però fanno a cazzotti con il fare arrogante, irragionevole e troppo privilegiato per comprendere che le cause di forza maggiore esistono, come ci sono le priorità che non possono essere ignorate da chi per anni ha fatto il suo comodo imponendo ad un mondo che dovrebbe essere basto sullo sport una deviazione insopportabile.
Forse non tutti i mali vengono per nuocere!

pubblicato il 18 marzo 2020

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Il Benfica di Béla Guttmann vince due volte la Champions mettendo fine alla supremazia madrilena

di Giovanni Gaudiano

La volontà di Santiago Bernabéu di vedere il suo Real sempre vincente non ha conosciuto limiti se non quelli dettati dall’impossibilità di convincere qualche giocatore legato alla sua terra, alla sua squadra d’origine. Con Ferenc Puskás il problema il presidente dei blancos lo ebbe all’interno del suo club. Il colonello ungherese viveva da due anni in esilio in Italia, aiutato da qualche amico. Era stato raggiunto dalla famiglia ma anche da una squalifica, richiesta dalla federcalcio ungherese che lo accusava di diserzione e sancita dalla Fifa. La stella della Honvéd venne appiedata per 2 anni ed in molti ritenevano che la sua carriera si fosse oramai chiusa.
Nonostante qualche impegno in gare amichevoli, sulle quali la federazioni chiuse un occhio, appena la squalifica gli fu ridotta Bernabéu bruciò tutti sul tempo e ingaggiò l’ungherese.
A Madrid i commenti erano discordanti ma era praticamente impossibile contrastare la volontà di don Santiago. Puskás aveva 31 anni, era fermo da 18 mesi ed era ingrassato quasi un chilo al mese vista la mancanza di un vero allenamento ed in virtù di un fisico che tendeva alla pinguedine. Bernabéu aveva però predisposto tutto, allestendo un’equipe medica e di preparatori atletici che avrebbe riportato il giocatore in forma. Il risultato fu eccezionale, Puskás visse una seconda giovinezza calcistica vincendo con la maglia del Real: tre coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale, 5 campionati nazionali spagnoli ed una coppa di Spagna. Giocò sino a 40 anni e fu capocannoniere svariate volte nelle varie competizioni.

Puskás e la Coppa del Mondo del 1954

Parlare del talentuoso giocatore magiaro è facile. Nella sua carriera gli è sfuggita solo la Coppa del Mondo nel 1954, in Svizzera, quando la grande Ungheria fu battuta in finale dalla Germania. Puskás fu azzoppato proprio dal tedesco Liebrich, che lo inseguì per tutto l’incontro nel gara del girone di qualificazione centrandolo duramente almeno tre volte sino a procurargli una frattura alla caviglia. Si racconta che l’allenatore tedesco Sepp Herberger avesse chiesto specificamente una marcatura ferrea sul numero 10 magiaro, prevedendo di poter rincontrare l’Ungheria in finale come poi accadde. Puskás giocò egualmente, anche se visibilmente menomato. Nonostante questo portò la sua squadra in vantaggio e avrebbe anche allungato la partita ai supplementari grazie ad un’altra rete messa a segno prima del 90° che, seppur palesemente regolare, fu annullata dall’arbitro della partita, l’inglese Ling.
La scelta del direttore di gara aveva contrariato la delegazione ungherese.
Negli anni precedenti la nazionale magiara e la squadra della Honvéd, che ne rappresentava quasi tutto lo scheletro, avevano più volte battuto sonoramente la nazionale inglese e le squadre di club d’oltre manica e questo avrebbe dovuto consigliare una scelta verso un direttore di gara meno coinvolto. La designazione fu di fatto infelice.
Nelle sue memorie l’allenatore di quella splendida squadra, Gusztáv Sebes, racconta in particolare due aneddoti che spiegano perché avesse fatto giocare Puskás nonostante fosse infortunato.
Prima della partita l’attaccante Sándor Kocsis, che aveva messo a segno due doppiette contro il Brasile agli ottavi e contro l’Uruguay in semifinale, gli chiese: “Mister, ma Puskás giocherà la finale, vero? Mi creda, è molto difficile per me da quando lui non gioca. Tutti mi stanno addosso, tutti mi attaccano. Qualsiasi cosa io faccia, non riesco a liberarmi di tutti. Potremmo marcare il doppio di reti se ci fosse Ferenc”. La sollecitazione del suo giocatore aveva generato nella mente di Sebes un pensiero che lui stesso spiega: “Mi venne in mente la valutazione della rivista tedesca “Kicker” dopo le Olimpiadi: «I giocatori ungheresi sono i maghi del calcio. I fili del gioco convergono tutti verso Puskás. È lui che dirige, che guida la squadra sulla via che conduce alla vittoria»”.

Il primo attacco galactico del Real Madrid. Da sinistra Kopa, Rial, Di Stefano, Puskás e Gento

Dal Real Madrid al Benfica

Tornando alla Coppa dei Campioni, il ciclo del Real si concluse tra le polemiche con la squadra eliminata dagli “odiati” connazionali del Barcellona. In quella sconfitta ci fu un po’ della sfortuna capitata proprio al grande Puskás ai mondiali del 1954. Prima di tutto la finale di quell’anno si sarebbe giocata a Berna, proprio nello stesso stadio dove la sua Ungheria aveva dovuto cedere alla Germania sulla quale peraltro in quegli anni pesavano anche sospetti di doping. E poi di mezzo ci fu ancora una volta un arbitro inglese, quel Reginald Leafe, che aveva diretto anche la famosa partita tra Wolwerhampton e Honvéd del 1954. Agli ottavi di Coppa dei Campioni Leafe annullò 4 reti al Real Madrid, decretandone l’eliminazione. Di Stefano dichiarò che probabilmente la supremazia del Real non piaceva a qualcuno dell’Uefa e che la designazione dell’arbitro inglese, vista la sua direzione, aveva qualcosa di prestabilito.
Il Barcellona arrivò in finale dove si pensava dovesse prevalere ed invece fu sconfitto dal Benfica di Béla Guttmann, un ungherese, che in seguito diverrà austriaco, di origine ebraiche. Il tecnico è noto nella storia del calcio soprattutto per la famosa invettiva scagliata contro la società del Benfica, rea di non avergli voluto aumentare lo stipendio, che ancora oggi resiste e che prevedeva come la società portoghese non avrebbe più vinto dopo il suo licenziamento in campo internazionale.
Guttmann aveva costruito quella squadra attorno all’uomo di maggior classe del momento, il centrocampista Mário Coluna, soprannominato dai tifosi lisbonesi “Il mostro sacro”. Coluna era originario di Inhaca, un’isola del Mozambico, colonia portoghese, aveva iniziato a giocare da attaccante ma per le sue innate doti di eleganza e fantasia e per la grande visione di gioco accoppiata ad un sinistro pungente dalla lunga distanza fu arretrato proprio da Guttmann nel ruolo di centrocampista. Resterà 16 anni al Benfica durante i quali vincerà: 10 scudetti, 6 coppe nazionali e due coppe dei Campioni. Nel 1966 con lui in campo la nazionale portoghese conquisterà il terzo posto ai mondiali d’Inghilterra, che resta ad oggi il miglior risultato raggiunto dalla nazionale lusitana nella massima competizione calcistica mondiale. In quella edizione della Coppa dei Campioni giocherà, poco, la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti evidenziando già in quell’edizione quel complesso e la difficoltà di imporsi in campo internazionale proseguita nel tempo. La squadra allenata da Carlo Parola, con Renato Cesarini nella fase iniziale del campionato di serie A come Direttore Tecnico, vincerà il campionato ma verrà eliminata dalla squadra che diventerà il CSKA di Sofia al primo turno della competizione europea.

Il Benfica concede il bis

Nell’edizione seguente, quella del 1961-62, la squadra portoghese si prenderà il lusso di raddoppiare. Guttmann inserirà in squadra un giovane proveniente anche lui dal Mozambico come Coluna: Eusébio.
Eusébio da Silva Ferreira, che verrà soprannominato la “pantera nera”, in quel primo anno con la maglia del Benfica giocherà complessivamente 31 partite mettendo a segno 29 reti.
Nel corso della sua carriera Eusebio giocherà 440 partite con il Benfica, mettendo a segno 473 reti (totale 733 reti in 745 partite), una media realizzativa eccezionale che gli consentirà di vincere due volte la Scarpa d’oro come miglior realizzatore in Europa nel 1968 e nel 1973 e soprattutto di venire eletto Pallone d’oro nel 1965, giungendo in altre due occasioni secondo.
È stato un attaccante veloce, potente, dotato di ottima tecnica individuale, di un tiro potente e preciso anche dalla lunga distanza e di notevoli capacità acrobatiche. Abile nel dribbling utilizzato quasi con movenze feline, il giovane mozambicano viene schierato come mezzala ma di fatto è una punta che opera quasi come un secondo centravanti.
Sarà il simbolo del Benfica e della nazionale portoghese per molti anni vincendo: 11 campionati, 5 coppe nazionali ed una Coppa dei Campioni.
In finale, il 2 maggio del 1962 ad Amsterdam metterà a segno la quarta e la quinta rete, sul punteggio di tre a tre contro il Real Madrid di: Araquistain, Santamaria, Del Sol, Di Stefano, Puskás e Gento. Il Benfica s’imporrà per 5 a 3 e complessivamente nelle 7 partite disputate la squadra delle aquile metterà a segno 17 reti con Eusébio che in 6 presenze andrà in gol ben 5 volte. In quell’edizione la Juventus uscirà ai quarti per mano del Real. La sfida sarà però di quelle da ricordare. A Torino si imporranno le “merengues” con un gol di Di Stefano, nella gara di ritorno al Chamartin di Madrid sarà Omar Sivori a mettere a segno la rete che obbligherà le due squadre a disputare lo spareggio. Si giocherà al Parco dei Principi di Parigi, la Juventus resterà in partita grazie ancora a Sivori sino a quando non si infortunerà Stacchini e il Real andrà in vantaggio anche per un errore del portiere Anzolin.

(4 – continua)

pubblicato su Napoli n.23 del 12 febbraio 2020