“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

GLI ANNI D’ORO

“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

Antonio Carannante ripercorre gli anni d’oro in azzurro fino ai giorni nostri e indica la necessità per il Napoli di un terzino

di Marco Boscia

Il primo agosto sono trascorsi 95 anni dalla nascita del Napoli. Stagioni condite da successi, gioie, ma anche dolori e sconfitte. Un fallimento e poi la rinascita del 2004 grazie ad Aurelio De Laurentiis. Ancora oggi il numero uno azzurro è alla ricerca, dopo la conquista in 17 anni di presidenza di tre Coppe Italia e due Supercoppe italiane, del primo scudetto della sua era, il terzo della storia del Napoli. Chi quindi meglio di Antonio Carannante, terzino protagonista degli anni d’oro azzurri, prodotto del vivaio napoletano assieme, fra gli altri, a Ciro Ferrara e Ciccio Baiano, può raccontarci cosa si prova a giocare nel Napoli e ad indossare la maglia della propria città: «Vestire i colori azzurri è stata un’emozione indescrivibile. Ho fatto un percorso velocissimo: in due anni prima gli Allievi poi la Primavera e subito dopo la prima squadra. Non mi aspettavo di debuttare in Serie A così giovane, non avevo ancora compiuto 17 anni, e di essere già considerato un ragazzo di prospettiva. La società puntò decisa su di me e dimostrai in quegli anni che non si erano sbagliati. Entrai difatti a far parte del giro della nazionale italiana giovanile fino a conquistare un posto in quella U21 dove ho giocato assieme a Mancini e Vialli».

Quali sono le principali differenze fra il calcio di allora e quello di oggi?

«Prima il calcio era più tecnico, meno tattico e c’era molto più agonismo. Oggi c’è molta più fisicità e gioco di squadra».

Che emozione si prova a giocare con il più grande di tutti?

«Ho giocato precedentemente anche assieme a Ruud Krol, che considero uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Avere l’opportunità di allenarmi e confrontarmi con campioni di questa portata, qualche anno più tardi anche con l’immenso Diego, mi ha aiutato a crescere. Quando Maradona è arrivato al Napoli ha cambiato tutto, ha spostato gli equilibri ed esaltato la piazza. Era il periodo che in Italia c’erano pochi stranieri e i più forti al mondo giocavano tutti in Serie A. Basti pensare che la Juve aveva Boniek e Platini, la Roma Falcao e Cerezo etc.».

C’è un calciatore del primo scudetto che per lei era insostituibile al pari di Diego?

«Tutti. Quella rosa era talmente forte che sarebbe stato impossibile pensare di rinunciare anche ad una sola pedina di quello scacchiere perfetto».

In azzurro oltre a Scudetto e Coppa Italia nel 1987 ha vinto anche la Coppa Uefa nel 1989. A quale dei tre successi sono legati i suoi ricordi più belli?

«A tutti in eguale misura. Quello che successe con lo scudetto forse è stato impareggiabile ma il rammarico è quello di non essere stato protagonista per colpa di un infortunio che frenò la mia crescita proprio nel momento in cui ero diventato titolare. Nel 1989 poi, dopo un’ottima stagione in prestito all’Ascoli, tornai al Napoli. Fui importante nella cavalcata europea, saltai soltanto la sfida con la Juventus, che ci portò ad alzare nel cielo di Stoccarda la Coppa Uefa. Ricordo che già a Monaco, in semifinale, fin dal riscaldamento avemmo la sensazione di potercela fare. Diego ci trascinò sulle note di “Live is Life”. Riuscì ad infonderci la giusta carica per scendere in campo motivati e andare poi a vincere la Coppa».

Per quella vittoria due uomini su tutti furono fondamentali. Mi riferisco a Bianchi e Ferlaino…

«Non dimenticherei Allodi e Juliano. Sono stati importantissimi. Mi hanno cresciuto e per me sono stati i migliori in assoluto, i fondatori di quel progetto che ha portato il Napoli a trionfare sia in Italia che in Europa. Professionalità, serietà e dinamicità sempre al nostro servizio. Con loro ci sentivamo sicuri. Bianchi è stato uno dei migliori allenatori italiani, Allodi in quel periodo è stato il top dei direttori generali, Ferlaino è stato prima di tutto tifoso del Napoli e poi presidente. Persone come loro oggi sono impossibili da trovare nel mondo del calcio».

Quando andò via da Napoli, tralasciando Diego, quale è stato il calciatore più duro da affrontare?

«All’epoca erano tutti forti gli avversari. Ti parlo di ali come Bruno Conti, Franco Causio, Massimo Mauro, Zbigniew Boniek solo per citarne alcuni. Ogni domenica era veramente dura, però io ero abbastanza bravo a stargli addosso. Li attaccavo sempre perché quelli non erano calciatori che potevi aspettare, ti facevano male al minimo spazio che gli concedevi».

Veniamo quindi ad oggi. C’è un calciatore azzurro dell’attuale rosa che le piacerebbe allenare?

«Poiché troppo spesso commettono degli errori banali ed anche io sono stato terzino, mi piacerebbe tanto poter lavorare sulla difesa».

Perché Koulibaly e Manolas ancora non sono riusciti a trovare la giusta intesa?

«Semplicemente perché a mio parere non costituiscono una coppia ben assortita».

Come mai gli azzurri non hanno centrato l’obiettivo Champions quest’anno?

«Credo abbiano pesato tanto gli infortuni. Alcuni giocatori sono insostituibili: nel momento in cui perdi Mertens, Koulibaly, Lozano, Osimhen, Demme etc. per un lungo periodo, e molti anche tutti insieme, aggiunti ai problemi e alle assenze che il Covid ha causato, è normale che una squadra ne possa risentire. Nel Napoli poi non ci sono riserve all’altezza ed è automatico che per una parte di stagione non siano arrivati i risultati. Si è visto come, con il recupero di tutti i calciatori, la squadra sia cambiata».

Cosa ne pensa di Osimhen?

«Per quel poco visto è un calciatore difficile da marcare. Se riuscirà a trovare la giusta continuità potrebbe essere la grande sorpresa del prossimo campionato».

Fosse in De Laurentiis rinnoverebbe il contratto ad Insigne dopo l’ottimo Europeo?

«È un giocatore indiscutibilmente forte, anche se inizia ad essere un pochino avanti con l’età. Quello che gli viene richiesto è sempre stato un gioco molto dispendioso e non so per quanto ancora possa reggere determinati ritmi perché la sua forza è sempre stata la resistenza oltre che la tecnica. Fossi nel presidente comunque gli rinnoverei subito il contratto. Lorenzo è napoletano e oggi anche i più scettici lo adorano e si sono ricreduti. Meriterebbe di chiudere la carriera in azzurro provando, chissà, a regalare il terzo tricolore ai tifosi».

Può essere Luciano Spalletti l’uomo giusto per riuscirci?

«Questo non lo so. Di sicuro è un allenatore esperto e mi auguro che in azzurro possa fare bene. La prima cosa da fare è prendere Emerson Palmieri. È un calciatore straordinario che può dare una grande mano agli azzurri. Potrebbe essere prima di tutto lui l’uomo giusto».

pubblicato su Napoli n.44 del 14 agosto 2021

Ad Alex ora tocca la maglia numero uno

Ad Alex ora tocca la maglia numero uno

FRAMMENTI D’AZZURRO

Ad Alex la maglia numero uno

Meret rappresenta un importante investimento effettuato dalla società e sarebbe irragionevole depauperarlo

di Giovanni Gaudiano

Sembra che il Napoli di Spalletti punterà su Alex Meret per il ruolo di portiere. Verrebbe da dire: era ora.
È bene intendersi con gli estimatori di David Ospina, il colombiano che a fine agosto compirà 33 anni: è un buon portiere ma a nostro avviso si rende necessaria una scelta per evitare che al giovane friulano, 24 anni già compiuti, venga a mancare la giusta continuità e con essa l’esperienza, la sicurezza e l’autostima necessaria per ricoprire il ruolo forse più delicato all’interno di una squadra di calcio.
Abbiamo predisposto in questo numero approfondimenti ed interviste con validi interpreti di questo ruolo nel passato che potranno risultare utili per la formazione di un’idea più precisa.
Meret, in ogni caso, rappresenta un importante investimento soprattutto tecnico effettuato dalla società e sarebbe irragionevole depauperarlo per continuare ad utilizzare un portiere che non ci sembra avere le stesse qualità tecniche e fisiche, che tra l’altro ha quasi dieci anni in più.
La scelta di dare continuità a Meret potrebbe anche consentire il ritorno al Napoli come secondo di un valido prodotto del settore giovanile azzurro, Luigi Sepe, 30 anni da Torre del Greco, che vanta una solida esperienza che ne conferisce una sicura affidabilità. L’augurio è che Spalletti non venga condizionato nella scelta da logiche esterne al terreno di gioco e che la società si muova per dirimere la questione in tempi brevi.

pubblicato su Napoli n. 44 del 14 agosto 2021

Lavoro e strategia per un nuovo Napoli

Lavoro e strategia per un nuovo Napoli

FRAMMENTI D’AZZURRO

Lavoro e strategia per un nuovo Napoli

I prossimi giorni prima dell’inizio del campionato saranno fondamentali per il suo necessario completamento

di Giovanni Gaudiano

Forza Luciano.
Senza esagerare si può dire che la partenza sia stata buona. Intenso il lavoro sul campo e ottima la strategia negli spogliatoi ed ai microfoni.
La copertina ed alcuni servizi di questo numero sono dedicati proprio al nuovo tecnico del Napoli che, va detto adesso, va appoggiato senza indugio alcuno.
In Abruzzo la squadra ha ritrovato in questi giorni la sua rosa al completo. I prossimi giorni prima dell’inizio del campionato saranno fondamentali per il suo necessario completamento.
Il lavoro svolto sia in Trentino che in Abruzzo, intervallato dalle amichevoli e dalla sedute di Castel Volturno, ha mostrato che le idee sono chiare. L’attenzione al reparto arretrato e agli uomini più bisognosi di specifiche cure ne sono una prova. In allenamento Osimhen ha seguito il tecnico con assiduità. Il nigeriano sa bene che la prossima stagione sarà per lui e per la squadra molto importante. Si attendono conferme e giocate spettacolari per partire a spron battuto.
Si accennava alla strategia che il toscano ha messo in atto anche nelle sue dichiarazioni che sono sembrate chiare sin dal primo giorno. Spalletti ha lanciato senza polemica i giusti messaggi alla società, ha cercato sin da subito di ricostruire un giusto ambiente nello spogliatoio ed ha fatto capire che per lui la rosa è forte ma va soprattutto integrata, a maggior ragione se dovesse partire qualche uomo di valore.
L’allenatore del Napoli deve a questo punto lavorare per raggiungere un risultato personale e per la squadra, ossia quello di limitare le sconfitte. Andando a guardare il curriculum di Spalletti, si può scoprire come i migliori rendimenti le sue squadre in tal senso li abbiano raggiunti nella stagione 2007-08 con la Roma sconfitta 4 volte su 38 partite, fu infatti secondo posto; e nel periodo gennaio-maggio 2016 quando da subentrato portò sempre i giallorossi al terzo posto con una sola sconfitta in 19 partite. Nelle due ultime stagioni il Napoli è stato sconfitto in campionato ben 17 volte, 9 volte lo scorso anno ed 8 in precedenza. Troppe. Se il tecnico arrivato da Certaldo saprà abbattere con l’aiuto dei suoi uomini questo dato negativo, gli orizzonti azzurri saranno sereni, si potrà respirare aria di alta montagna, si potranno rivedere in corso d’opera i programmi e si potrà puntare ad aprire davvero un nuovo ciclo.

pubblicato su Napoli n. 44 del 14 agosto 2021

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

L’APPROFONDIMENTO

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La battaglia in corso tra l’asse Dazn-Tim e Sky disorientano i telespettatori esponendoli anche al rischio di maggiori spese

di Francesco Marchionibus

Sembra ieri, ma sono quasi tre anni che Dazn ha esordito nel calcio italiano. La sera del 18 agosto 2018 Lazio – Napoli è stata la prima partita del nostro massimo campionato ad essere trasmessa dalla nuova piattaforma tv, e subito ci sono state grandi polemiche.
La visione del match fu infatti particolarmente complicata, con continui problemi di connessione, interruzioni, blocchi di immagini e qualità video scadente, ed i tifosi invasero i social con migliaia di messaggi di disapprovazione e protesta nei confronti del nuovo operatore.
Con le partite seguenti i problemi tecnici sono stati via via ridotti e anche nei due campionati successivi Dazn ha trasmesso in esclusiva tre partite a settimana di Serie A e tutta la Serie B, giovandosi anche dell’accordo concluso con Sky Italia per l’inclusione dell’applicazione Dazn sulla piattaforma Sky Q.
La qualità del servizio fornito da Dazn in questi tre anni è sicuramente molto migliorata, ma ad oggi c’è ancora un notevole gap da colmare con la storica piattaforma Sky.
Il progresso tecnologico però corre veloce, cambiando anche le modalità delle trasmissioni in video sempre più orientate verso lo streaming online, e soprattutto corrono velocemente gli interessi economici che orientano le scelte di chi governa il calcio, italiano e internazionale.
Ed ecco dunque, nello scorso marzo, la rivoluzione del calcio in tv: Dazn, in partnership con Tim, con un’offerta complessiva di 2,5 miliardi si è aggiudicata i diritti per la trasmissione in esclusiva nel triennio 2021 – 2024 di sette partite settimanali della Serie A, interrompendo la ventennale leadership di Sky.
Si tratta di una rivoluzione che è anche una scommessa, visto che la principale modalità di fruizione proposta da Dazn è proprio quella in streaming, con una diffusione della banda ultralarga che in Italia al momento non è certo ottimale e non copre in maniera omogenea tutto il territorio del Paese.
Senza il collegamento via satellite di Sky non sarà facile vedere le partite in streaming ovunque, ma Tim in attesa di cavalcare l’onda della rete 5G (che si svilupperà grazie anche alle risorse del Recovery Plan) sta già proponendo offerte «bundle» (partite di calcio più internet ad alta velocità) nel tentativo di aumentare gli abbonamenti in fibra che, al momento, sono solo 1,5 milioni su un totale di circa 20 milioni di linee fisse.
L’intesa Dazn/Tim ovviamente preoccupa i maggiori operatori delle telecomunicazioni, da Wind3 a Vodafone a Fastweb ed alla stessa Sky, che temono che il calcio possa essere utilizzato come “killer application”.
Per Tim (che si è impegnata a mettere sul piatto 340 milioni all’anno ed a fornire tutto il supporto tecnologico necessario) il calcio può infatti essere la chiave per sottrarre clienti alla concorrenza, attirandoli con offerte relative alla esclusiva della Serie A abbinate agli altri contenuti che già assicura il pacchetto TimVision.

L’amministratrice delegata di Dazn Veronica Diquattro

La preoccupazione degli operatori è stata confermata dal recente accordo fra Tim e Mediaset per il pacchetto Infinity: ora il menu di TimVision relativo al calcio comprende Dazn con Serie A, Serie B, Europa League, Conference League, Liga spagnola e FA Cup Inglese, e anche Mediaset Infinity con la Champions League (tranne le 16 partite in esclusiva su Amazon Prime); a questi contenuti va poi aggiunta l’offerta di film, serie tv e intrattenimento sia di TimVision che di Infinity.
Sky però non è rimasta a guardare: dopo aver ottenuto le restanti tre partite di Serie A, ha offerto a Dazn 500 mln a stagione per la trasmissione anche sulla sua piattaforma delle 7 partite del competitor, e di fronte al rifiuto ricevuto ha effettuato una segnalazione all’Antitrust, che si è aggiunta a quelle presentate nei mesi scorsi da Wind3, Vodafone e Fastweb.
A seguito delle segnalazioni ricevute, l’Antitrust ha deciso di aprire un’istruttoria sull’accordo Dazn-Tim con una deadline fissata al 30 giugno 2022 per valutare se l’intesa possa risultare restrittiva della libera concorrenza, paventando la possibilità di adottare sin da ora misure cautelari per risolvere le criticità evidenziate.
È in corso insomma una vera e propria guerra, cui fanno da sfondo enormi interessi economici legati non solo al calcio ma all’intero mondo dell’intrattenimento televisivo e dello sviluppo della rete e delle comunicazioni.
Questa guerra però rischia paradossalmente di penalizzare proprio i tifosi, disorientati di fronte alla diversificazione delle offerte TV presenti attualmente sul mercato; tra i “pacchetti” a pagamento occorre infatti destreggiarsi tra quello leader di Dazn e quelli di Sky (oltre alle 3 di A, 121 partite di Champions, l’Europa League e la Conference League, la Premier, la Bundesliga, la Ligue 1 e la Serie B), di Mediaset Infinity (104 partite di Champions), di Amazon Prime (16 partite di Champions) e di Helbiz Media (la Serie B).
In sostanza per guardare tutto il calcio in tv se non si combinano bene le varie offerte (e non è facilissimo) si rischia di spendere più di prima per un servizio spezzettato e forse in alcuni casi meno qualitativo.

pubblicato su Napoli n. 43 del 24 luglio 2021

Napoli 95 anni e una passione infinita

Napoli 95 anni e una passione infinita

TESTIMONE DEL TEMPO

Napoli 95 anni e una passione infinita

Il club azzurro nasce il 1° agosto 1926 sotto il segno del leone, ma nei primi anni fu definito ciuccio. Lo squadrone di Garbutt e altri

di Mimmo Carratelli

Il compleanno del Napoli: 95 anni, 75 campionati in serie A, 12 in serie B, 2 in serie C, 3 nella Divisione nazionale. Due scudetti, otto volte secondo, dieci volte terzo, sei Coppe Italia, una Coppa Uefa, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Alpi ed un torneo italo-inglese. Quattro gli stadi: l’Arenaccia, un campo sportivo militare dal 1926 al 1930; l’Ascarelli dal 1930 al 1942, denominato all’inizio Stadio Vesuvio e dal 1934 Stadio Partenopeo; il Vomero dal dopoguerra al 1959; il San Paolo, inaugurato il 6 dicembre 1959, oggi Stadio Diego Armando Maradona. Nel campionato di serie A, il Napoli è la settima squadra per numeri di punti con l‘handicap di avere disputato meno campionati delle sei squadre che lo precedono (Juve, Inter, Milan, Roma, Fiorentina, Lazio), per media-punti è al quinto posto. Le vittorie del Napoli in serie A sono 1005, i gol 3406.
Questi i “numeri” soverchiati da una passione infinita. Era domenica il 1° agosto 1926 quando nacque il Napoli. C’erano state in città due squadre, il Naples e l’Internazionale, poi fuse nell’Internaples, presidente Giorgio Ascarelli, un industriale tessile di origine ebraica, noto anche per il suo sostegno alle arti e ai club sportivi. Ascarelli radunò i soci dell’Internaples nella sede di Piazza Carità. C’erano Gustavo Zinzaro, Emilio Reale, Davide Pichetti, Adriano Dumontet, Auricchio. Non senza una certa emozione disse: «Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Era nato il Napoli. Un grande fenomeno popolare che legò la squadra di calcio alla città come in nessun altro posto del mondo. Il calcio, a Napoli, divenne il vessillo di ambizioni e rivalse nella contrapposizione al Nord, finendo con l’essere la valvola di sfogo della precarietà e delle umiliazioni quotidiane come se la squadra fosse l’unico strumento di riscatto di una realtà cittadina depressa. Il Napoli divenne la bandiera di un popolo che non trovava altre occasioni e strumenti per vivere pienamente la sua carica emotiva, le sue capacità di sogno e di fantasia, il bisogno di visibilità. Fu il mastice di una realtà controversa e disgregata di una città che finì col riversare sulla squadra di calcio il suo bisogno di identità, la sua tensione a conquistare una ribalta.

L’inizio non fu facile. Nella Divisione nazionale in due gironi, prima che nel 1929 nascesse la serie A a girone unico, com’è oggi, il Napoli raccolse solo insuccessi, due volte salvato dalla Federcalcio. Fu allora che al Bar Brasiliano, ritrovo del tifo all’esterno della Galleria Umberto, un tifoso esclamò: «Questa squadra nostra mi pare ‘o ciuccio ‘e fichelle, trentatré piaghe e ‘a coda fracida». E il Napoli fu per sempre “il ciuccio”.
Giorgio Ascarelli ne segnò il riscatto. Per il campionato 1929-30, ingaggiò l’allenatore inglese William Garbutt, che aveva vinto tre scudetti col Genoa, e investì mezzo milione di lire in sei acquisti: il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi, le mezz’ali Vojak e Mihalic, l’ala Perani e il portiere di riserva Masetti. Completavano la squadra il centravanti Attila Sallustro, il primo idolo del calcio, il “motorino” di centrocampo Buscaglia, il terzino Pippone Innocenti di origini brasiliane, in seguito l‘attaccante Gino Rosetti, che era stato nel formidabile trio d’attacco del Torino con Libonatti e Baloncieri, il mediano Colombari per la cifra-record di 250mila lire, il portiere modenese Arnaldo Sentimenti che trascorse tutta la sua vita a Napoli. E al Rione Luzzatti, facendo prosciugare un terreno acquitrinoso, Ascarelli realizzò in sette mesi uno stadio per oltre ventimila posti con tribuna coperta in legno. Fu lo Stadio Vesuvio.
Il Napoli di Ascarelli e Garbutt conquistò due volte il terzo posto in sei campionati che gli valse la scena internazionale con la partecipazione alla Coppa Europa. Ascarelli morì a 36 anni, stroncato da una peritonite perforante il 12 marzo 1930. Gli fu intitolato lo stadio del Rione Luzzatti. Il regime fascista ne cancellò successivamente il nome, per le origini ebraiche di Ascarelli, denominandolo Stadio Partenopeo, ricostruito in muratura nel 1934 per 40mila posti, poi raso al suolo nel 1942 dai bombardamenti.

Cominciò l’epopea del Vomero, lo stadio sulla collina per tredici campionati e quattro domeniche, lo stadio di Jeppson e Vinicio, di Amadei e Pesaola, di Casari e Gramaglia, di Bugatti e Vinyei, dei sette campionati con Monzeglio in panchina.
Il San Paolo ha segnato il lungo regno di Corrado Ferlaino da quando l’Ingegnere aveva 38 anni (gennaio 1969) fino a che ne ebbe 71 (il 12 febbraio 2002 apparve per l’ultima volta al Campo Paradiso, andandosene su un’auto giapponese).
Nel campionato 1967-68 con Zoff e Altafini, Juliano e Canè, Orlando e Barison, Girardo e Panzanato, Nardin e Pogliana, in panchina Pesaola, il Napoli si piazzò per la prima volta al secondo posto.
L’epoca di Ferlaino cominciò con Chiappella in panchina (cinque anni) e il tentativo di scudetto rintuzzato a Milano (l’Inter, l’arbitro Gonella). L’avvento di Vinicio da allenatore portò il Napoli a lottare per lo scudetto per la seconda volta, impresa sfumata a Torino contro la Juventus. Mancato l’acquisto epocale di Paolo Rossi, arrivò Beppe-gol Savoldi alla cifra-record di due miliardi di lire (1400 milioni al Bologna più la cessione di Clerici e Rampanti). Terza illusione di scudetto nel campionato 1980-81, Rino Marchesi in panchina, in squadra Krol, Bruscolotti, Castellini, Damiani, Musella, Pellegrini, direttore generale Juliano. Il sogno si infranse nella gara casalinga contro il Perugia, decisivi l’autogol di Ferrario al primo minuto e le prodezze del portiere Malizia che inchiodarono il Napoli alla sconfitta.
Dopo due salvezze risicate, prima Pesaola e poi Marchesi al capezzale azzurro, l’arrivo clamoroso di Maradona. I due scudetti, la Coppa Uefa, la Coppa Italia e la Supercoppa italiana, due partecipazioni alla Coppa dei campioni, il Napoli eliminato dal Real Madrid la prima volta, dallo Spartak Mosca (ai rigori) la seconda volta.
Dopo Diego, il declino, l’ultimo grande acquisto (Fonseca dal Cagliari per 8 miliardi e 400 milioni nel 1992), Corbelli e Naldi, il disastro della stagione 1997-98, vergognoso ultimo posto e quinta retrocessione in serie B, il fallimento e la rinascita, cronaca recente o quasi, il Napoli di De Laurentiis sedici volte in Europa (7 in Champions, 9 in Europa League).
Nell’albo d’oro azzurro, i record di Hamsik (520 presenze davanti a Bruscolotti 511 e Juliano 505); i 135 gol di Mertens (Maradona 115); le 252 panchine di Pesaola, davanti a Monzeglio (236) e Bianchi (211); tre capocannonieri in serie A (15 gol Maradona nel 1987-88; 29 gol Cavani nel 2012-13; 36 gol Higuain nel 2015-16).
Tanti numeri, tante storie. E il 1° agosto 2021, il Napoli compie 95 anni.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Il primo presidente-manager del calcio italiano

Il primo presidente-manager del calcio italiano

STORIE AZZURRE

Il primo presidente-manager del calcio italiano

Breve storia di Giorgio Ascarelli attaccato alla sua terra ed ai suoi valori, con le idee chiare su come portare il Napoli al vertice

di Giovanni Gaudiano

Gli indimenticabili

Una storia tanto lunga come quella del Napoli è fatta di tanti avvenimenti animati da tanti personaggi. Certo su tutti aleggia il “genio” arrivato in una calda nottata d’estate da Lanùs via Barcellona al quale, forse anche tardivamente, è stato intitolato lo stadio di Fuorigrotta.
Prima di lui, con lui e dopo di lui sono stati tanti però gli uomini che hanno scritto la storia del Napoli che andrebbero opportunamente ricordati.
Se parliamo della società al massimo livello come fare a non pensare a Giorgio Ascarelli, Achille Lauro, Roberto Fiore, Corrado Ferlaino, Dino Celentano e Aurelio De Laurentiis. Se ci spostiamo tra i dirigenti e addetti della società è impossibile non ricordare Italo Allodi, Pierpaolo Marino, Luciano Moggi e poi tra gli addetti e specialisti a disposizione della società Michelangelo Beato, Giovanni Lambiase, Salvatore Carmando, Gaetano Masturzo e Tommaso Starace.
Ci tocca a questo punto scendere in campo partendo dagli allenatori, ed allora spazio a William Garbutt, Eraldo Monzeglio, Bruno Pesaola e Luis Vinicio nella doppia veste anche di calciatori, Rino Marchesi, Ottavio Bianchi, Alberto Bigon, Walter Novellino, Edy Reja, Walter Mazzarri, Rafa Benitez, Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti. Siamo arrivati ai giocatori e qui occupano uno spazio importante Attila Sallustro, Antonio Vojak, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Hasse Jeppson, Omar Sivori, José Altafini, Antonio Juliano, Jarbas Faustinho Cané, Vincenzo Montefusco, Gianni Improta, Dino Zoff, Beppe Bruscolotti e Ruud Krol per gli anni più indietro nel tempo e Paolo Cannavaro, Gennaro Iezzo, Marek Hamsik, Edinson Cavani, Gonzalo Higuain, Dries Mertens e Lorenzo Insigne più di recente.
Si tratta di un elenco fatto su due piedi che avrà le sue carenze. Chi ricorderà questo o quel nome, chi dirà ma come avete fatto a dimenticare proprio quello. Chiediamo venia sin da ora e promettiamo che, scrivendo prossimamente una storia analitica del Napoli anno per anno, ricorderemo tutti, ma proprio tutti.
Dovendo però cercare davvero una sintesi per poter individuare i cosiddetti indimenticabili, gli imprescindibili, a parte l’extraterrestre argentino sceso a Fuorigrotta, a nostro avviso i punti cardine della storia del Napoli sono rappresentati da: Giorgio Ascarelli, Attila Sallustro, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Antonio Juliano, Corrado Ferlaino ed Aurelio De Laurentiis.
Da questo numero come detto, partendo dall’anniversario della squadra del Napoli, parleremo di alcuni di loro iniziando con questo servizio da Giorgio Ascarelli, un personaggio diventato mitico per quello che accade nel calcio ai nostri giorni. Un uomo dalla grande visione che sfortunatamente per lui, per la città e per la squadra scomparve troppo presto. Nonostante qualcuno storcerà il naso, pensiamo che si possa dire che Ascarelli sarebbe potuto essere per Napoli e la sua squadra quello che è stato e continua ad essere Santiago Bernabéu per il Real Madrid. E se il lettore mostrerà un po’ di pazienza e fiducia, cercheremo di motivare questa similitudine.

Il 1926

Si è già detto (nell’editoriale di apertura di questo numero ndr) che la data del 1° agosto del 1926 per la nascita del Napoli debba ritenersi indicativa, ma visto che da qualche parte si deve iniziare partiamo da quell’anno tanto lontano nel quale si verificarono tanti avvenimenti che avranno delle ripercussioni negli anni che seguiranno.
Nasce infatti proprio quell’anno l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, una scienza affatto esatta che nel tempo condizionerà sempre più la nostra vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna l’ingegnere John Logie Baird presenta il primo prototipo di apparecchio televisivo che oggi occupa in ogni stanza delle nostre case un posto privilegiato. Il fascismo scioglie tutti i consigli comunali e provinciali. L’elezione del sindaco è sostituita dalla nomina governativa dei famigerati podestà che tanto influenzeranno la vita degli italiani. Con un regio decreto viene attuato il primo riordino nella storia del Regno d’Italia del sistema bancario (rafforzamento del ruolo della Banca d’Italia e del ministero del tesoro), sottraendo definitivamente al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia la facoltà di stampare moneta. In questo caso si trattava di completare la spoliazione avviata con la “famosa impresa” dei Mille. A Bologna lo studente quindicenne Anteo Zamboni spara a Benito Mussolini, e viene in seguito linciato dalla folla. Si tratta di una vicenda poco chiara e spregevole con il Duce scampato all’attentato con il rinvio della sua morte, linciaggio compreso. E poi lo scioglimento di tutti i partiti dell’opposizione con le devastazioni a danno delle Camere del Lavoro operate dalle squadracce fasciste. La chiusura dei quotidiani che si opponevano al regime. La pena di morte, il confino per i dissidenti, etc.
In uno scenario simile sembra inverosimile che a Napoli un ricco industriale e commerciante di origini ebraiche abbia avuto l’idea di opporsi al monopolio calcistico del nord fondando una società di calcio, costruendo uno stadio e modificando il tiro dopo i primi insuccessi ottenendo così i primi risultati di rilievo della storia azzurra.

Giorgio Ascarelli

Era un uomo minuto, non alto, Giorgio Ascarelli. Nato a Napoli il 18 maggio del 1894 nel quartiere Pendino, proveniva da una famiglia di commercianti di tessuti. Era figlio di secondo letto, la madre si chiamava Bice Foà. Nella sua educazione ci sono la musica e l’arte grazie proprio alla giovane madre ed il fiuto per gli affari ereditato dall’attempato padre Pacifico. La famiglia Ascarelli, oltre ad essere di tendenze mazziniane e garibaldine, è anche vicina alla Loggia massonica “Losanna” di rito scozzese. Il giovane Giorgio non si sottrae alle influenze familiari, anzi va oltre.
È un convinto socialista, prende in mano le redini dell’azienda familiare e la trasforma, sviluppandola e dandole un respiro internazionale stabilendo una sede a Milano. Come politico e imprenditore però fa tutto questo per la sua città. Partecipa allo sviluppo economico di Napoli facendo suoi i concetti della legge approvata dal governo Giolitti proprio per lo sviluppo della sua città. Sono tante le cose che fa per la sua Napoli, la sua impresa, la sua gente, senza dimenticare lo sport. Viene considerato un filantropo e nessuno fa caso in quel momento alla sua provenienza ebraica. Napoli dimostra anche a quei tempi come nessuna differenza di qualunque genere possa incidere nei rapporti della vita di tutti i giorni. Poi arriveranno i tempi bui imposti dal regime quando però il primo presidente della storia ufficiale del Napoli sarà già scomparso.

Un manager precursore

Il 12 marzo del 1930 un attacco di peritonite perforante portò via ai napoletani Giorgio Ascarelli. Sulla sua attività hanno scritto molto alcuni giornalisti di qualche tempo fa. Tra gli altri Giuseppe Pacileo, attribuendo ad Ascarelli una serie di intuizioni, parla chiaramente dell’impostazione aziendale data al club e dell’idea di dotare la società di uno stadio proprio.
Fece a tempo a vederlo l’elegante Giorgio, visto che il 23 febbraio del 1930 inaugurò lo stadio “Vesuvio” dove la settimana precedente il suo Napoli aveva strapazzato la Triestina con un netto 4 a 1.
Ed i napoletani il 13 marzo ai funerali si riversarono per la strada per rendere al loro presidente l’estremo saluto, al punto che una parte della città dovette essere chiusa al traffico, e non si fermarono chiedendo che quello stadio da lui fortemente voluto gli venisse intitolato.
E fu cosa fatta. Lo stadio voluto da Ascarelli, costruito con una struttura interamente in legno al Rione Luzzatti, capace di ospitare 20.000 spettatori e con una tribuna centrale coperta, prese il suo nome.
Poi all’Italia fu assegnato il secondo Campionato del Mondo – Coppa Rimet nel 1934. Lo stadio Ascarelli fu oggetto di lavori di ampliamento da parte del regime che cavalcava per la sua propaganda l’enorme seguito acquisito dal calcio. Lo stadio fu trasformato in una costruzione di cemento armato con una capacità elevata a 40.000 spettatori. Le pressioni a quel punto per modificarne il nome presero il sopravvento. Il fascismo decise sotto la spinta di una vasta campagna di stampa e d’opinione di chiamarlo Stadio Partenopeo anche per evitare che l’alleato tedesco storcesse il naso per l’intitolazione ad un ebreo. Alla fine in quello stadio si giocò la finale per il terzo e quarto posto proprio tra Germania ed Austria e Mussolini ringraziò quelli che avevano fatto pressioni per il cambiamento del nome dello stadio.

La fine di un sogno

Come tutti i sogni il risveglio fu brusco. Lo stadio fu bombardato durante la guerra, distrutto, vandalizzato da chi ne utilizzò i materiali per alcune costruzioni nell’immediato dopoguerra.
Oggi di quella struttura non c’è più traccia. Si fosse salvata dalla guerra con molte probabilità avrebbe recuperato il suo nome. Forse si dovrebbe pensare ad intitolare una strada, una piazza nei pressi dello stadio Maradona al primo presidente azzurro. Alla stazione della Cumana della Mostra d’Oltremare nell’allestimento dedicato al Calcio Napoli figura per fortuna l’immagine di Giorgio Ascarelli, ma non basta.
Quell’uomo in pochi anni, lavorando anche dietro le quinte ed animato da una vera passione, aveva prima di tutto compreso che dal nome della società dovessero sparire altre dizioni che non fossero quelle della città (suoni da esempio per chi di recente cerca di confondere le carte pensando di lanciare un brand Campania dimenticando volutamente che il brand già esiste e si chiama Napoli) e poi aveva allestito una squadra attorno alla prima grande stella azzurra, Attila Sallustro, ingaggiando Marcello Mihalich, Antonio Vojak, Giuseppe Cavanna, Paulo Innocenti, Carlo Buscaglia ed affidandola a William Garbutt che aveva vinto tre scudetti con il Genoa. L’anno della scomparsa di Ascarelli il Napoli si classificherà al 5° posto in campionato ma solo due stagioni dopo arriverà a raggiungere il terzo posto.
Per queste ragioni riteniamo che se Giorgio Ascarelli avesse vissuto gli stessi 83 anni di Santiago Bernabéu quasi certamente avrebbe potuto elevare il Napoli nell’Olimpo delle squadre italiane in pianta stabile e siamo sicuri che, una volta passata la bufera del regime e della guerra, avrebbe fatto riedificare lo stadio dove il suo/nostro Napoli avrebbe agguantato tante vittorie.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021