S’arricorda ‘o cippo ‘a Furcella

S’arricorda ‘o cippo ‘a Furcella

DETTI NAPOLETANI

S’arricorda ‘o cippo ‘a Furcella

A Napoli quest’espressione viene usata continuamente per indicare qualcosa di desueto, vecchio ed antiquato

di Paola Parisi

La traduzione letteraria di questa locuzione è “è antica come il cippo a Forcella”, una variante italiana del più conosciuto “è vecchio come il cucco”. A Napoli quest’espressione viene usata continuamente per indicare qualcosa di desueto, vecchio ed antiquato.
Questo povero “cippo” viene adoperato spesso e volentieri nel momento in cui qualcuno crede di raccontare un aneddoto inedito, recente. Quando una persona indossa un capo d’abbigliamento superato, démodé, si sentirà quasi sicuramente ammonire con “waaaa… nun se porta chiù… s’arricorda ‘o cipp a Furcella”. In alcuni vicoli o slang familiari si adopera l’espressione “si proprio nù ceppone” riferito ad individui non proprio al passo con i tempi, con modi di fare marcatamente arcaici sia nel linguaggio, negli atteggiamenti e nel modo di abbigliarsi, come se fossero usciti da libri di storia, da pellicole di film muti o scesi da un quadro antico!
Ma procediamo con un certo ordine e, tralasciando la descrizione del celeberrimo quartiere di Forcella, importante arteria vivacissima e colorata, ma purtroppo alternata con episodi non propriamente gloriosi, torniamo al punto cruciale della spiegazione ovvero il “cippo”, erroneamente denominato tale perché, nel nostro caso, sta ad indicare un gruppo di pietre facente parte, un tempo, della cinta muraria di epoca antica che andava a delimitare una delle porte dell’antica Neapolis. È proprio per il loro essere antiche che i napoletani hanno associato questi gruppi di pietre a qualsiasi cosa o persona che ritenuta trapassata (non a miglior vita!), superata.
Inoltre, va detto che il cippo su esplicato non ha alcuna parentela con il “cippo di Sant’Antuono o Sant’Antonio (che si festeggia il 17 gennaio). Quest’ultimo altri non è che una pira, un rogo in cui in occasione di questa festa viene bruciata la “roba vecchia”, come a simboleggiare la chiusura di un ciclo vecchio ed aprirne uno nuovo foriero di cose ed avvenimenti postivi per il futuro. Ed in questa occasione si recita la seguente: “Sant’Antuono… Sant’Antuono…bpigliate ‘o vviecchio e damme ‘o nnuovo…”

pubblicato il 16 marzo 2021

L’estate e la movida al tempo dei Borbone

L’estate e la movida al tempo dei Borbone

LE STORIE DI NAPOLI

L’estate e la movida al tempo dei Borbone

Portici era diventata non solo un’importante arteria per i trasporti ma anche il centro della movida estiva nobiliare

di Paola Parisi

Storia del nome

Il nome di Portici, secondo alcuni autori, deriverebbe dai portici del foro dell’antica Ercolano, mentre secondo un’antica leggenda sarebbe stata fondata dai Romani intorno alla villa di Quinto Ponzio Aquila, nobile romano, congiurato contro Cesare, caduto nella battaglia di Modena del 43 a.C.
A conferma di tale leggenda ci sarebbe il reperto, ritrovato sotto gli scavi di Palazzo Mascabruno, raffigurante un’aquila, attualmente emblema dello stemma comunale, che reca sotto gli artigli le iniziali Q.P.A. Portici, agli albori un piccolo casale che nel 1415, per volere della Regina Giovanna II, fu ceduto al nobiluomo e avventuriero napoletano Sergianni Caracciolo insieme ad altri territori vesuviani, in cambio di denaro. Il periodo aureo di Portici, libera ed autonoma, iniziò con l’arrivo di Carlo III di Borbone che decise nel 1738 di costruirvi la propria residenza estiva. Attorno al Palazzo Reale, l’aristocrazia napoletana fece edificare le proprie residenze dando vita al fenomeno architettonico noto come “Ville Vesuviane del Miglio d’Oro”. I semi dell’indipendenza pian piano presero corpo. Centouno anni dopo, ovvero il 3 ottobre 1839 quando alla presenza di Re Ferdinando II di Borbone, venne inaugurata la Napoli-Portici, prima linea ferroviaria italiana a doppio binario, lunga complessivamente 7,2 chilometri.

La movida al tempo dei Borbone

Dunque possiamo dire, senza ombra di dubbio, che con l’avvento dei Borbone era diventata non solo un’importante arteria per i trasporti ma anche il centro della movida estiva nobiliare. Niente male per chi, seppur simpaticamente, all’interno di uno sketch, la definì “nu murzillo ‘e città”. La scenetta in questione, interpretata dal duo comico “I Sadici piangenti” intitolata San Ciro e ‘o Pataterno narra le lamentele di un Patrono (San Ciro appunto) che soffre di bassa autostima incentivata dal fatto che la sua nomina a Santo protettore l’avesse avuta per una piccola cittadina anziché per Napoli, affidata a San Gennaro. Ma in questa sede, è meglio scherzare con i fanti lasciando stare i santi che hanno ben altre faccende di cui occuparsi!

Fantasmi ed apparizioni

Molte di queste dimore patrizie dianzi accennate hanno una storia particolare: la fantasia popolare dei porticesi ha fatto aleggiare intorno ad esse leggende di fantasmi ed apparizioni. Nel Palazzo dei Principi Serra di Cassano sembra che compaia il fantasma tormentato del principe cadetto Gennaro, giustiziato il 20 agosto 1799 in piazza Mercato a Napoli.
Un’altra presunta apparizione si verifica a Villa Meola: si dice che il primo proprietario, il marchese Carlo Danza, appassionato di teatro, di tanto in tanto appaia insieme con un gruppo di fantasmi attori comici e si prenda gioco dei passanti. E poi personaggi veramente illustri: il principe Carlo Ferdinando di Borbone che nel 1835 litigò nella Reggia di Portici con il re Ferdinando II, suo fratello, per richiedere la sua parte di eredità e il riconoscimento del suo matrimonio con l’inglese Penelope Smyth, non nobile. Morì poco dopo, senza aver ottenuto ciò che voleva. Pare che il fantasma si aggiri ancora disperato tra le stanze del Palazzo Reale. E dulcis in fundo… In un altro vecchio palazzo abiterebbero gli spiriti di due bambini dispettosi che si divertirebbero a fare scherzi e tirare pietre ai passanti. La loro storia però è molto triste. Un giorno, lasciati soli per un po’ di tempo dalla loro mamma, mentre giocavano con dei fiammiferi, appiccarono per errore un incendio alla loro abitazione, morendo tragicamente tra le fiamme.

Il Granatello, il luogo dell’anima

Il Granatello, antico molo borbonico il cui legame con la Reggia di Portici è e resta indissolubile. Il suo nome avrebbe origine dalla presenza di alcuni alberi di melograno presenti nella zona, scomparsi poi a causa di un’eruzione del Vesuvio. Il re Carlo di Borbone fece costruire il fortino del Granatello per impedire gli attacchi esterni via mare. Successivamente, un progetto di trasformazione da un fortino ad un vero e proprio porto fu finanziato da Ferdinando IV. Una spesa faraonica che però incrementò l’attività mercantile e raggiunse il massimo splendore durante la seconda guerra mondiale quando divenne un vero e proprio “satellite” del porto di Napoli. Con il tempo, l’antico fulgore andò spegnendosi. A causa di incurie ed abbandono tutto fu ridotto in uno stato di autentico degrado. Attualmente, grazie a lavori di riqualificazione, è diventato il punto di riferimento e di raduno per trascorrere piacevoli serate. Gli abitanti lo definiscono il “luogo dell’anima” ovvero un posto che fa parte delle loro storie di vita. Una piccola oasi ove ci si reca per ritrovare pace e serenità.

Finalino

Dopo tutto ciò che finora si è letto, chi avrà il coraggio di dire “jamm a Puortece pe’ na’ rapesta”? L’antica locuzione andrebbe riveduta e corretta con buona pace di chi ha faticato umanamente ed economicamente per renderla così paradisiaca e suggestiva. I risultati raggiunti non possono essere denominati “rapeste” pur essendo queste ultime degne di tutto rispetto. Ma non è il caso di scomodare Portici per comprare il suddetto ortaggio. Possiamo andare benissimo dal fruttivendolo sotto casa!

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Maria Puteolana: una virago a difesa di Pozzuoli

Maria Puteolana: una virago a difesa di Pozzuoli

STORIE E LEGGENDE

Maria Puteolana: una virago a difesa di Pozzuoli

Storiograficamente ne abbiamo vaghe notizie ma grazie a Petrarca si è venuti a conoscenza del suo aspetto

di Paola Parisi

Le donne, i cavallier, l’arme e gli amori ovvero le donne stanno all’amore come i cavalieri alle armi. Equazione retorica e nazional popolare ma non nel caso della nostra eroina protagonista: Maria puteolana, coraggiosa guerriera vissuta a Pozzuoli nel XIV secolo quando la città era invasa dagli Angioini ed era costretta a difendersi dagli Aragonesi e dai pirati. L’accostamento dei due termini “Maria” ed “eroina” parrebbe d’impatto pericoloso e fuorviante ma ella era stupefacente in altri ambiti e degna di essere chiamata tale e non Maria la pazza come fu di seguito appellata. Pazza magari lo fu per i suoi tempi, poiché sposò una causa ed uno stile di vita non consono ad una donna. Poco interessata a trine e belletti e più orientata verso spade, dardi e brocchieri, ella ha combattuto fino alla morte difendendo la sua terra ed il suo popolo dai suoi nemici, appunto i nemici di Maria, di gran lunga più temibili degli “Amici” di un’altrettanta famosa e contemporanea Maria. Storiograficamente abbiamo poche e vaghe notizie sulla nostra Virago Puteoli ma grazie al poeta Francesco Petrarca si viene a conoscenza del suo aspetto poiché pare che egli, in occasione di un viaggio a Pozzuoli insieme al re Roberto d’Angiò, avrebbe avuto l’occasione di incontrarla.

Con un encomiabile tatto la descrisse non proprio come un’icona di bellezza ma come una donna provvista di requisiti di forza fisica, coraggio e risolutezza virili. E pare ciò fosse vero in quanto ella sottoponeva i suoi soldati a prove di forza inenarrabili, al termine delle quali soltanto lei ne usciva vittoriosa laddove i prodi guerrieri maschi fallivano miseramente. Il povero poeta le studiò tutte per trovare aggettivi che dessero lustro al suo look ma, a quanto pare, il fallimento era dietro l’angolo anche per lui. Quindi è giusto sgombrare la mente dagli immaginari collettivi che hanno acceso la fantasia di parecchi registi cinematografici. Per essere più fedeli alla descrizione del Petrarca, diciamo immediatamente addio ad Ingrid Bergman nel ruolo di Giovanna d’Arco o Angelina Jolie in Lara Croft, Carrie-Anne Moss di Matrix o Xena la Principessa guerriera e nemmeno Lady Oscar e avviciniamoci a personaggi più fattibili quali Tata Matilda o la Regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie mixata allo charme della signorina Rottenmeier. Viene facile pensare che restò pura… Passi un cavaliere senza macchia ma inconcepibile senza paura.

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019

Genio all’avanguardia alla ricerca dell’impossibile?

Genio all’avanguardia alla ricerca dell’impossibile?

STORIE E LEGGENDE

Genio all’avanguardia alla ricerca dell’impossibile?

Il principe di Sansevero Raimondo di Sangro fu inventore, anatomista, alchimista, massone e tanto altro

di Paola Parisi

La morte non è niente, dice il poeta Henry Scott Holland ma purtroppo dipende da come muori… Quando si parla di Palazzo Sansevero e di coloro che vi hanno dimorato, la morte è tutt’altro che niente. Se vogliamo citare la principessa Maria D’Avalos, la sua dipartita è stata una vera e propria tragedia: storie di corna, intrighi, tresche, onore e disonore. La bellissima principessa pagò con la vita la sua passione per il Duca d’Andria, Fabrizio Carafa, perito anch’egli per mano del marito di lei Carlo Gesualdo principe di Venosa. Leggenda narra che nelle notti senza luna, lo spirito di Maria appare tra le mura del Palazzo e le sue urla strazianti raggelano tutto il quartiere. Col passare del tempo, come se non bastasse, a cementare le sentine, ovvero i luoghi di raccolta di brutture, si classifica al primo posto della hit nientemeno che Raimondo di Sangro Principe di Sansevero. Il suo curriculum vitae è talmente vario e variegato che, possiamo dire, non si è fatto mancare niente: esoterista, inventore, anatomista, alchimista, mecenate, scrittore, accademico, originale esponente del primo illuminismo europeo e massone. Sì, avete letto bene, massone! Fu il Grande Maestro della Massoneria napoletana nonché il primo grande pentito che la storia ricorda: sì perché non esitò a tradire i propri confratelli pur di avere salva la vita e non si spiega come poi non avesse avuto ritorsioni per ciò che aveva fatto. Il suo essere eclettico non fece di lui un’icona di perfezione, anzi si potrebbe definirlo come una personalità geniale e nefasta al tempo stesso, perché se da un lato egli fece rifiorire il mausoleo di famiglia con l’introduzione del Cristo Velato, la celeberrima scultura marmorea di Giuseppe Sanmartino, dall’altro lato egli conviveva con l’idea fissa di padroneggiare i più riposti segreti della vita e di essere ricordato nei secoli dei secoli… e possiamo affermare che sia riuscito nel suo intento, tanto è vero che la Cappella Sansevero è meta di turismo proveniente da ogni parte del mondo e la sua lungimiranza è stata tale da unire il sacro (Cristo velato) con il profano (le macchine anatomiche), i cui corpi sono esposti nei sotterranei della cappella. Egli chiamava così due corpi di un uomo ed una donna incinta il cui apparato circolatorio è completamente integro (feto compreso), dopo aver loro iniettato una sostanza in grado di metallizzarne le vene. Il tutto avvenuto pare con cavie vive, privo il principe di qualunque senso deontologico ed umano. Il tutto eseguito in nome della “ricerca scientifica” a suo dire! Malvoluto dalla Chiesa non solo per questo, ma anche per aver osato dubitare della liquefazione del sangue di San Gennaro riproducendo minuziosamente l’ampolla e chimicamente il sangue e anche perché pare avrebbe commissionato l’omicidio di sette cardinali e con la loro pelle avrebbe rivestito delle poltrone.

Cosa che potrebbe interessare qualche “artigiano della qualità” ma si spera accoratamente che desistano dal desiderio di far poggiare le terga su conce consacrate! Ma non si sa per quale motivo egli riuscì a farla sempre franca, sovrastando il potere ecclesiastico e continuando i suoi esperimenti (fanta) scientifici nel suo laboratorio sotterraneo, nella sua personalissima “Area 51” partenopea sbeffeggiandosi di tutto e tutti, prelevando dalla strada come se fossero prodotti esposti su uno scaffale di un supermercato, poveri reietti destinati a diventare cavie umane per dissetare la sua brama di rendere possibile la vita dopo la morte. Alla fine, quando i segni del tempo e la fine dei suoi giorni si avviavano verso la meta finale, egli stesso si sottopose al padre di tutti gli esperimenti facendosi letteralmente trinciare da uno dei suoi servi e collocare in una bara in attesa di ricomporsi. Ma qualcosa non andò per il verso giusto, poiché il feretro fu aperto improvvisamente ed in largo anticipo rispetto a quanto aveva previsto per cui il povero principe non poté uscire dalla sua bara vivo e vegeto come un prestigiatore alla fine del suo numero e quindi si narra che la sua anima dannata vagasse di notte, urlando nei vicoli che costeggiano Piazza San Domenico Maggiore. Inoltre si tramanda che non è consigliabile ai laureandi, in procinto della tesi, di visitare questo luogo poiché pare che il Principe Raimondo di Sansevero abbia tra l’altro la nomea di jettatore. Sarà stato pure un genio, un precursore dei tempi, un genio folle ma, come si suol dire, si è perso in un bicchier d’acqua. Prima di farsi tagliare come un pollo allo spiedo, non poteva lasciare un biglietto sul coperchio con su scritto: “Non disturbare, sono stanco, distrutto, praticamente… a pezzi?”

pubblicato su Napoli n.16 del 19 ottobre 2019

Gli incontri notturni dei fantasmi del palazzo

Gli incontri notturni dei fantasmi del palazzo

STORIE E LEGGENDE

Gli incontri notturni dei fantasmi del palazzo

Re Ferdinando II di Napoli tentò di impedire il matrimonio di Carlo III con Penelope Smith

di Paola Parisi

Poteva mai esimersi Palazzo Reale dal possedere la sua leggenda e il suo fantasma? Ma anche no! Il protagonista assoluto della vicenda è Carlo III di Borbone, fratello di Re Ferdinando II di Napoli, il quale tentò invano di impedire il matrimonio di Carlo con Penelope Smith, una giovane turista irlandese trovatasi in vacanza in città. Le ragioni del cuore ebbero la meglio sulla ragion di stato e nonostante i divieti di re Ferdinando, molto ferrei al riguardo, egli sposò ugualmente la sua amata con una bella “fuitina” in piena regola che ahimè le costò molto cara ovvero la perdita di tutti i suoi averi e di tutti i suoi diritti nobiliari. Probabilmente all’epoca fu uno dei pochi principi a provare sulla propria pelle l’esperienza dei due cuori ed una capanna. Non vi sono episodi che riportano la qualità ed il tenore della loro vita quotidiana dal momento che la coppia era praticamente sul lastrico ma sappiamo però che il sacro fuoco della loro passione diede come frutto due figli i quali vissero anche loro senza privilegi.

Fin qui, beffardamente possiamo dedurre che i due piccioncini non se la passavano poi così male sotto un certo aspetto alla faccia del fratello! Il Principe, da allora, non mise più piede a palazzo (da vivo) ma si sbizzarrì buon ‘e meglio da morto vagando, di notte, tra le mura di esso urlando ed imprecando contro chi gli aveva tolto tutto… e non risulta difficile comprendere a chi erano rivolti gli epiteti e gli accidenti. A fare “compagnia” a Carlo III c’è la regina Maria Carolina di Borbone. Si dice che ella amava dare sontuose feste a cui partecipavano numerose teste coronate. Secondo voci di abitanti della zona, ancora oggi, passando di notte per le vie adiacenti al palazzo, si possono scorgere dalle finestre, le luci delle feste e le ombre degli ospiti danzanti. Or dunque, tra urla, balli canti epiteti e maledizioni chi avrà avuto la meglio? Si potrebbe, una di queste notti, chiedere alle otto statue dei Re che stanno piantonate là fuori. Visto ca stann senza fa’ nient, potrebbero quantomeno regolare il volume dello stereo di Maria Carolina e redarguire Carlo III ricordandogli: “Carlù… te piacev ‘a signurina eh”?

pubblicato su Napoli n.18 del 25 novembre 2019

Il PAN: Palazzo Carafa di Roccella

Il PAN: Palazzo Carafa di Roccella

STORIE E LEGGENDE

Il PAN: Palazzo Carafa di Roccella

Regalo di nozze, salotto culturale e una demolizione scansata. Oggi è di proprietà del Comune ed ospita mostre temporanee

di Paola Parisi

Grazie al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) gli uomini d’amore, a differenza di quelli di libertà, tornano a parlare nuovamente di Palazzo Carafa. Eh sì perché, pur essendo non molto valorizzato, questo edificio è degno di entrare a far parte a pieno titolo dell’immenso patrimonio storico della città partenopea sia dal punto di vista architettonico che culturale.
La storia e la fortuna di questo palazzo cominciarono con l’acquisizione nel 1667 da parte di Don Francesco di Sangro, che a sua volta la donò al genero Giuseppe Carafa come regalo di nozze. Ma è soltanto nel 1717, quando vi dimorarono Vincenzo Maria Carafa e sua moglie Ippolita Cantelmo Stuart, che divenne uno dei salotti culturali più in voga in quel tempo fino a quando Diomede Carafa, uno degli uomini più influenti sotto il regno degli Aragona, ne fece un vero e proprio museo dell’antichità, ospitando reperti rinvenuti da ogni ove.
I Carafa erano una famiglia molto ricca e potente di commercianti di pellami. Per farsene un’idea è sufficiente guardare i battenti del palazzo, interamente rivestiti in pelle (rosso marocchino) con tanto di stemma araldico: una stadera ed un telaio dove è tesata una pelle d’animale di cui ancora se ne scorgono le trame, guardando con attenzione. Se per un attimo si potesse immaginare di percorrere queste strade senza cartine topografiche, mappe satellitari, cellulari e soprattutto senza caos (e ‘na parola!) e ci si soffermasse a parlare con gli anziani del posto, le cosiddette “memorie storiche”, ci si immergerebbe in un’altra dimensione, una storia nella storia, proiettandoci in questo viaggio nel tempo, vivendo i fasti e il fascino di questi luoghi nella loro interezza e percependone persino gli odori con un pizzico di immaginazione creativa in più: il rumore delle carrozze, il fruscio dei sontuosi abiti delle dame che scendevano da esse, le pompose pettinature adornate con nastri e fiori, i cavalieri impettiti, lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli.

Ecco, appunto i cavalli. Elementi di traino non solo delle carrozze ma anche di una leggenda che li riguarda e con esso il Palazzo. Ma d’altronde, quando si parla di famiglie come Di Sangro, Carafa e Sansevero, poteva mai mancare? Certo che no, ci mancherebbe altro! In questo caso il cavallo è uno e si tratta della testa bronzea posizionata sulla facciata destra del cortile. Tale scultura, dopo diverse diatribe, ebbe finalmente una paternità, ovvero che fosse parte di un monumento equestre che Donatello non ultimò mai per il re Alfonso V d’Aragona, il quale la commissionò probabilmente per collocarla al livello superiore dell’Arco Trionfale del Maschio Angioino. Trattandosi di caval donato, come tradizione vuole, non si guarda in bocca ma si guarda ben oltre ovvero: il resto del cavallo è esistito oppure no? Secondo la tesi che affascina i su menzionati uomini d’amore, la statua per intero fu scolpita non da Donatello ma da… (rullo di tamburi) Virgilio. Sempre lui, onnipresente come ‘o prutusin rint ‘a menesta (il prezzemolo nella minestra). Egli non solo scolpì la statua ma la infuse di un magico potere (non a caso era appellato Virgilio Mago) in grado di donare la guarigione a tutti gli animali affetti da ogni sorta di patologia, qualora avessero effettuato tre giri intorno ad essa. Con buona pace per i veterinari locali e un po’ meno per le povere bestiole, si tratta purtroppo di una leggenda.
Con il trascorrere del tempo si narra che alcuni maniscalchi senza scrupoli distrussero la scultura risparmiandone la testa. Fusero il bronzo per la costruzione delle campane del Duomo e pare che, quando esse suonano, si odono anche dei nitriti cavalcando, ed è proprio il caso di dirlo, con la fantasia. Leggenda a parte, dopo anni di abbandono nel 1964, periodo di una forte speculazione edilizia, un costruttore napoletano iniziò la demolizione del Palazzo di Roccella, senza riuscire a completarla grazie a una protesta di residenti e commercianti: in poche ore il palazzo era stato però già danneggiato in alcuni punti e depredato di molti stucchi e fregi. Venti anni dopo, nel 1984, il Comune di Napoli riuscì ad acquisirne la proprietà, avviandone anche un lungo e complesso restauro. Dal 2004 è diventato il Palazzo delle Arti di Napoli che ospita mostre temporanee, installazioni, una mediateca, spazi di consultazione e focus su fotografia, pittura, scultura, video-arte e design e anche quella faccia di… bronzo del cavallo, che ai rintocchi protesta anch’esso perché s’adda piglià tutt chell che è o suojo. E nun sta’ senza penzier ‘a povera bestia!

pubblicato su Napoli numero 17 del 2 novembre 2019