Quando una passeggiata diventa una lezione di psicologia

Quando una passeggiata diventa una lezione di psicologia

CURIOSITA’

Quando una passeggiata diventa una lezione di psicologia

I peripatetici apprendevano i significati filosofici della vita passeggiando con i loro maestri… a Napoli lo si fa anche da fermi

di Marina Topa

Qualche settimana fa, ancora sotto shock per il timore del contagio Covid, mi fermai alla fermata dell’autobus senza l’intenzione di aspettarlo davvero … approfittavo della panchina per una breve sosta prima di riprendere la mia lunga camminata ma, inaspettatamente, ho appreso una lezione di psicologia che ha cambiato il mio rapporto con i rituali superstiziosi dei tifosi di famiglia di cui mi sono sempre sentita vittima. Sulla stessa panchina, ma sull’estremo opposto al mio, stava seduto un signore, anche lui con il volto coperto dalla mascherina ma non per questo intenzionato ad evitare quel minimo di public relation tipico dei napoletani: subito mi raccontò che aveva vissuto più di 40 anni in Germania ed era tornato qui, nella sua Napoli, giusto due anni fa e Napoli, si sa, è lo scenario di opere teatrali di grande spessore artistico e soprattutto umano!
Il poverino non mi risparmiò tutta la sua sofferenza durante il lockdown… proprio ora che aveva ripreso a sorridere alla vita, perché davvero gli bastava quell’oretta di passeggiata quotidiana per comunicare con chi lo capiva perché “teneva ‘a stessa cervella” era arrivata la batosta!
“Signora, non fa niente che dobbiamo aspettare ‘o pulmann! Quanno state lontano vi manca pure questo … oggi però ‘nu poco m’ ‘ncazzo perché se faccio tardi non ce la faccio a fare ‘na partitella a scopa con mio nipote prima della partita!”
– “Fossero tutti questi i guai, proprio in questo momento! La fate dopo!” – mi è scappato di dire mentre toccavo insofferente la mascherina – “magari vi divertite pure di più, con calma…”
– “E voi pure avete ragione signora! Ma oggi ‘o pulmann deve arrivare presto perché alle 19 inizia la partita e se non facciamo almeno ‘na partitella con mio nipote porta male!”

– E già! Mo’ secondo voi se il Napoli vince o perde dipende da quello che fate voi! … le stesse scemenze in cui credono a casa mia: se non si rispetta tutto un rituale la squadra perde … voi vi credete troppo importanti!” – aggiunsi ridendo ma il signore, a dire il vero con molto garbo ma anche molta serietà mi dette la sua lezione:
– No signora cara, non ci crediamo importanti! E’ che noi il Napoli lo amiamo! I genitori che fanno per amore dei figli? Tutto quello che possono per stare tranquilli con la coscienza apposto che hanno usato al 100% le loro forze per il loro bene! Per il Napoli è la stessa cosa; il tifoso vero deve partecipare come può, e se può farlo facendo delle scemità, come dite voi, l’addà fa’: è un atto d’amore! Specialmente ora che quei poveri guaglioni (riferendosi ai calciatori) sono soli sul campo per colpa ‘e ‘stu maledetto virùs!
Subito mi sono venuti in mente i racconti scambiati con delle amiche a proposito di tutti i vincoli familiari legati all’imminenza di una partita del Napoli: chi ha iniziato il travaglio in silenzio fino alla fine della partita, chi deve fare attenzione ai cibi da preparare, chi ha organizzato il viaggio di nozze in base agli incontri calcistici, chi si è perfino inimicata il padre per aver lasciato il fidanzato prima della partita, provocando un’ alterazione del rituale propiziatorio, chi deve stare attenta all’abbinamento dei colori degli abiti … Donne, amiche, ascoltate bene non viviamo situazioni da vittime bensì COMPIAMO SOLO ATTI D’AMORE!!!

pubblicato il 13 agosto 2020

La campanella che non ha più squillato

La campanella che non ha più squillato

SOCIETA’

La campanella che non ha più squillato

A settembre c’è la necessità vitale di riaprire quel luogo fondamentale di una società basata sulla civiltà

di Marina Imparato

La scuola è terminata per i ragazzi, certo, non per i docenti indaffarati tra riunioni, scrutini, programmi e relazioni di fine anno. Qualcuno potrebbe dire: “Attenzione, la scuola c’è e non è ancora finita per gli allievi, tra loro c’è chi ha gli esami”. Scuola? O skuola? Attenzione ora si chiama “didattica a distanza”.
Distanza e didattica, ci siamo chiesti se nel linguaggio di un adolescente esistano questi due termini, avete mai sentito pronunciare da un ragazzo queste parole?
La seconda indica lontananza, l’altra si avvicina a noia, bella prospettiva per un giovane. Allora c’è da interrogarsi sulla valenza della nuova scuola che vogliamo per i nostri figli. Empatia, rabbia, calore, simpatia, divertimento, gioia, allegria, scoperta, conoscenza, coscienza, novità: quali di questi ritroviamo nella didattica a distanza?
Proviamo: conoscenza, novità, rabbia? E gli altri?
L’empatia ad esempio genera calore e colore assottiglia la distanza tra generazioni, crea gioia, divertimento, stimola la conoscenza e la coscienza.
Il professore più empatico, stimolante, creativo e coinvolgente il ragazzo lo ama, quasi lo aspetta, lo rispetta, studia con maggiore facilità la sua materia.
L’adolescente va ascoltato, seguito e a volte assecondato. Può esserci ciò nella didattica a distanza? Sì, forse, ma in un rapporto di uno ad uno, invece in classe bisogna guardarsi in faccia tutti, non solo il professore con l’alunno altrimenti non è lezione ma interrogazione.
La scuola è comunicazione guidata, la creano gli alunni ogni giorno entrando in classe, con i loro litigi le loro antipatie e simpatie, con i loro amori e dissapori. In quell’ambiente che ricalca la vita esterna ognuno di loro porta il proprio bagaglio familiare, i propri difetti ed i propri pregi, le proprie insicurezze, le proprie certezze, i propri dolori, i propri fallimenti.
La scuola è lì ad aspettarli al suono della campanella e cerca, non sempre con successo, di fornire loro gli strumenti per capirsi e per curarsi dalle ferite, per imparare ad imparare, dà loro quella chance che nella vita reale non avranno più facilmente: sbagliare senza pagarne il conto, capire e rialzarsi.

Alla lunga l’alunno può nella didattica a distanza trovare la gioia e il divertimento di cui necessita? Durante la lezione non c’è vivacità anzi, essa può generare tensione, ansia, specie se in quel momento la connessione fallisce. Può originare ambiguità e diffidenza dell’insegnante verso l’alunno. Per dirla in breve il contatto è ciò che uno strumento virtuale non potrà mai sostituire.
A settembre c’è la necessità vitale di riaprire quel luogo fondamentale di una società basata sulla civiltà e non solo unicamente sul profitto.
Ed allora ci si chiede perché non si è già intervenuti dando dei protocolli per iniziare la sanificazione di quel luogo insostituibile invece di pensare, ancora, alla possibilità di lasciare a casa gli allievi più grandi, e non dimentichiamo gli adolescenti?
Perché non si è già intervenuti, edificando dei veloci prefabbricati, come si è fatto in altre occasioni di urgenza, per abbassare drasticamente il numero di alunni per classe?
Ecco, queste domande sorgono spontanee soprattutto pensando a tutto il personale docente e non docente in condizioni di fragilità, quindi maggiormente a rischio, e a tutti i ragazzi meno fortunati che soffrono di patologie croniche.
Questa incertezza sul prossimo futuro lede alla serenità di tutti.
La scuola ha bisogno di interventi pratici, concreti, un evento catastrofico non può non svegliare le coscienze di chi si occupa d’istruzione.

pubblicato il 01 luglio 2020

“Leggere per ascoltare e ascoltarsi. Dare parola ai bambini”

“Leggere per ascoltare e ascoltarsi. Dare parola ai bambini”

SOCIETÀ

“Leggere per ascoltare e ascoltarsi. Dare parola ai bambini”

Sostenere le giovani generazioni a elaborare i traumi provocati dal virus vuol dire salvaguardare il futuro della società

di Marina Topa

Un grande supporto per un superamento positivo dell’esperienza Covid19, che inevitabilmente ha investito tutte le fasce d’età, è offerto dal progetto del Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e alla Famiglia (DPACF), diretto dalla dottoressa Gemma Trapanese, psichiatra e psicoanalista SPI. Agli Adulti viene data la possibilità di ricercare, grazie alla guida dei professionisti del settore, le risposte più adeguate ai bisogni emergenti dei bambini. Si stanno raccogliendo in un audiolibro in preparazione delle favole “moderne”, cioè scritte sull’onda emotiva di questa emergenza, che aiutino i bambini a “leggere” questo difficile Presente, perché rimanga in modo non traumatico nel loro futuro di Adulti.
Il progetto del DPACF intende offrire un Ascolto indiretto ai bambini aiutando, nel contempo, gli Adulti che si prendono cura di loro a comprendere il mondo interiore infantile.
Le azioni dell’intervento prevedono “tre passi per leggere ed interpretare”.
Si parte da un breve racconto che contiene una letterina, quella di “Agostino il Postino”, indirizzata proprio ai bambini, ai quali sarà fatta pervenire attraverso i genitori, gli insegnanti, i pediatri. I bambini vengono così invitati a rispondere, scrivendo o disegnando. Solo permettendo loro di mettere in parola o col disegno le proprie emozioni ed esprimere le proprie ansie ed i propri timori, gli Adulti (genitori, insegnanti, pediatri), grazie alla guida degli esperti sostenitori del progetto, potranno riconoscere ed intervenire sulle angosce vissute dai bambini, in modo che non vengano soffocate o magari somatizzate con malesseri fisici.
Gli insegnanti, i pediatri e gli stessi genitori potranno far arrivare il racconto di “Agostino il postino” ai bambini dopo aver aderito al Progetto (scrivendo all’indirizzo dipartimentopcf@gmail.com) che è anche illustrato sulla piattaforma messa a disposizione dall’Assessorato Comunale alla Scuola e all’Istruzione (wwwconnessiallascuola.it) e che offre anche agli adulti la favola di Ginevra Bompiani, dal titolo “C’erano una volta Tre Regni”.
Le produzioni dei bambini, una volta raccolte (sempre dai genitori, pediatri e insegnanti), potranno essere fatte pervenire, a partire dal 30 giugno sino al 30 dicembre 2020, al dipartimentopcf@gmail.com.
Gli esperti del DPaCF, a partire da quanto emerso dal materiale raccolto, organizzeranno incontri di restituzione e di discussione con gli stessi adulti genitori, insegnanti e pediatri che sono stati parte attiva nella prima fase del progetto. Lo scopo è proprio quello di realizzare un Ascolto indiretto dei bambini, dei loro bisogni che aiuti gli Adulti che di loro si prendono cura ad una comprensione che orienti risposte adeguate.

Chiediamo alla dottoressa M. Carolina Galdo, psicoterapeuta infantile che collabora al progetto, quali disturbi sono aumentati nei bambini dopo “l’abbandono della normalità” a causa della pandemia.

«Un attento osservatorio affacciato sulle famiglie ha consentito di registrare in questo momento, a carico dei bambini, un aumento di varie forme di disturbi alimentari, dolori addominali ricorrenti, cefalee, episodi asmatici, disturbi del sonno, richiesta dei bambini di dormire nel letto dei genitori.
I bambini hanno bisogno di parole per dare senso alle loro esperienze emotive. Parole offerte dagli adulti che possano dare significato a ciò che accade sul piano di realtà e a quelle risonanze che si generano nel mondo interno del bambino. Non sempre queste parole sono a portata di mano, e questo vale sia per gli adulti che per i bambini in particolar modo in quelle situazioni nelle quali entrambi si trovano a fronteggiare qualcosa di inedito, di sconosciuto e di perturbante. Con il racconto di Agostino, intendiamo offrire ai piccoli lettori, che ascoltano attraverso la voce dell’adulto, la possibilità di ascoltarsi e di mettersi in contatto con il proprio mondo interno».

Chiediamo alla dottoressa Gemma Trapanese, responsabile del Progetto, che si avvale di psicoanalisti, psicoterapeuti dell’età evolutiva e psicoterapeuti di coppia e famiglia, quali pensa che siano i danni di un mancato intervento psicologico appropriato con i bambini, adulti del futuro, e se il diverso grado di consapevolezza della realtà sia un vantaggio.

«L’obiettivo è quello di utilizzare quanto i bambini riescono ad esprimere per aiutare gli adulti che si prendono cura dei bambini a vari livelli, a ben interpretare le loro emozioni impensabili, le loro paure e ansie di questo momento, tutti quei segnali che arrivano anche attraverso il corpo, al fine di favorire risposte adeguate ai loro bisogni.
La complessità della relazione corpo-mente impone la ricerca di una prospettiva in grado di aiutare gli adulti a capire i bambini.
L’ascolto indiretto dei bambini può offrire agli adulti tutti che se ne prendono cura di essere aiutati ad elaborare possibili risposte ben orientate, perché guidate da una attenta comprensione delle paure e delle angosce, non esprimibili e riconducibili a più profonde dinamiche interne. Il fine è quello di mettere gli adulti nelle condizioni di riconoscere in tempo i primi segnali di disagio e di malessere».

pubblicato il 24 giugno 2020

Prepariamo i bambini al ritorno alla vita di sempre

Prepariamo i bambini al ritorno alla vita di sempre

SOCIETA’

Prepariamo i bambini al ritorno alla vita di sempre

Per alcuni il desiderio di tornare a scuola è grande e sarà soddisfatto senza problemi

di Marina Topa

I social in questi giorni continuano a parlare dei rischi che corriamo tutti se si abbas-sa la guardia nei confronti del coronavirus; in troppi non indossano la mascherina o lo fanno male e non rispettano le distanze di sicurezza. Il comportamento estrema-mente responsabile e civile dei mesi scorsi sembra abbandonato dal 4 maggio: la pressione accumulata in molte persone ha provocato, purtroppo, una reazione incon-trollabile!
A questo fenomeno se ne associa un altro parimenti preoccupante: numerosi sono i ragazzi e i bambini che non vogliono uscire di casa. Si potrebbe pensare che, come spesso accade, anche questa volta i giovani si mostrano saggi ma invece non si può far a meno di cogliere, dietro quest’atteggiamento, uno stato emotivo di paura, incer-tezza, ansia.
Il passaggio dalla vita di sempre alla quarantena è stato molto rapido e, per quanto difficile per l’imprevedibilità, non ha visto sottovalutare l’importanza di un supporto soprattutto emotivo ai bambini. In pochi giorni si è attivata la DAD (didattica a di-stanza) per tutti gli ordini scolastici, il suo significato principale è stato quello di creare una continuità con la routine quotidiana, mantenere i contatti con gli insegnan-ti e con i compagni, continuare a svolgere i programmi. Per i più piccoli il coinvol-gimento dei genitori è stato totale quanto indispensabile e speriamo possa essere di auspicio per maggior collaborazione e rispetto dei ruoli reciproco in futuro. Mentre i ragazzi sono autonomi nell’aggiornarsi sulla situazione, i bambini comunque perce-piscono che c’è un pericolo in agguato, ed è anche giusto che lo sappiano ma è ugualmente giusto, da parte degli adulti, aiutarli a riconoscere ed esprimere le loro emozioni e soprattutto rispettarle!
Uno strumento utilissimo per fare ciò è il GIOCO. Nello sviluppo del bambino il gioco, oltre che dal punto di vista psicofisico, svolge un ruolo fondamentale dal pun-to di vista emotivo perché, essendo una forma di espressione creativa, gli permette di accostarsi gradualmente a situazioni paurose con la libertà di interromperle e modifi-carle come e quando crede; al tempo stesso però si abitua ad affrontarle.

Per alcuni bambini il desiderio di tornare a scuola è grande e sarà soddisfatto senza problemi ma per altri, specialmente per i più piccoli potrebbe non essere così. E’ ipo-tizzabile che, senza esserne consapevoli, valutino la quarantena con un ragionamento inconscio e razionale del tipo:
– sto tante ore con mamma e papà (con chi potrei essere più al sicuro?);
– anche se attraverso un video, bene o male mi vedo con i compagni;
– sono al centro dell’attenzione dei miei che si impegnano anche a seguire la classe;
– devo condividere giochi ed altro con poche persone;
– posso addormentarmi e svegliarmi quando voglio;
– fuori c’è un pericolo, ma in casa sono al sicuro;
NON MI RISULTA INDISPENSABILE TORNARE A SCUOLA!

E’ risaputo che la serenità dei genitori si rispecchia in tutto il gruppo familiare ed allo-ra, proprio in questo momento in cui i genitori sono sobbarcati da problemi ed ansie a tutto tondo, GIOCARE insieme è sicuramente una formula che può aiutare tutti.
Importante, inoltre, sarà esprimere le proprie EMOZIONI. Affermare di essere preoc-cupati, annoiati o dispiaciuti di dover tornare al lavoro autorizza il bambino a esprime-re quel tipo di emozioni, se le prova anche lui, e siccome l’esempio è lo strumento educativo più incisivo, aumentano le possibilità che, quando sarà il suo turno, come i genitori, tornerà a scuola senza protestare. Anche il rispetto del diritto a stare un po’ da soli in silenzio è importante riconoscerlo al bambino così come ai genitori.
Soffermiamoci un attimo a pensare cosa proverebbe un bambino che, affermando di provare una delle suddette emozioni si sentisse deridere con appellativi come “fifone sfaticato”… sicuramente si chiuderebbe a riccio, con una ferita nella sua autostima.
E’ che anche noi adulti siamo esseri umani, tra l’altro in questo periodo molto sotto pressione, ma pensate se scappasse uno sfogo tipo: “Mi sembrano mille anni che vai a scuola e ti togli davanti!” – per il genitore è una frase sicuramente dimenticata appe-na finita di pronunciare, ma agli occhi del bambino trasforma la scuola in una puni-zione (come una volta era il collegio) e gli insegnanti in una sorta di carcerieri!
Continuiamo a ripeterci, come da due mesi a questa parte “Andrà tutto bene!” E con-tinuiamo ad adoperarci perché così sia … in fondo abbiamo tutti gli stessi desideri: vedere sorridere i nostri bambini e, più solidali di prima, ritornare alla vita di sempre con la consapevolezza di ciò che veramente ha valore!
In merito ci conforta quanto affermato dalla società Italiana di Psichiatria: l’uomo è un animale sociale, quindi nell’arco di 2 o 3 settimane al massimo, la sindrome dovrebbe risolversi da sola.

pubblicato il 28 maggio 2020

“Un giorno per la memoria” per la Giornata della legalità

“Un giorno per la memoria” per la Giornata della legalità

SCAFFALE PARTENOPEO

“Un giorno per la memoria” per la Giornata della legalità

Sesta ristampa per l’antologia di storie di vittime innocenti per mafia a cura di Anna Copertino ed edita da Homo Scrivens

di Marina Topa

“A tutte le vittime di criminalità dal 1893 ad oggi, e a tutte quelle che ancora non si conoscono”.
Questa è la dedica di “Un giorno per la memoria”, raccolta di storie di vittime innocenti per mafia raccontate da Anna Copertino, che ne ha curato la realizzazione, ed altri 27 autori e pubblicato dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens nel maggio 2018 ed oggi alla sesta ristampa.
L’introduzione, scritta dall’allora Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione dottor Raffaele Cantone, pone l’accento su una riflessione su cui è bene ci soffermassimo tutti: “Il volto mortifero delle mafie” non risparmia nessuno. Tra gli “effetti collaterali” delle organizzazioni criminali – afferma – “il più mostruoso è rappresentato proprio dall’uccisione di comuni cittadini, la cui unica colpa è stata magari trovarsi, come si suol dire, al posto sbagliato al momento sbagliato”.
La realtà è, quindi, che pur restando lontani dagli ambienti mafiosi se ne può essere coinvolti nel ruolo più drammatico, quello della vittima innocente nel senso di puramente causale a differenza di chi, nel momento stesso in cui si avvicina a quell’ambiente (al di là delle motivazioni), sa di correre il rischio.
Le morti portano dolore, tanto dolore, ma sono anche tante le iniziative positive che ne derivano in risposta al bisogno, tutto umano, di trovarne una motivazione. Citarne alcune significherebbe fare un torto ad altre per cui è preferibile che ognuno rifletta su quella che conosce più da vicino. La loro importanza è la stessa, così come è uguale il valore delle vite delle vittime.
Come sottolinea Maurizio de Giovanni nella prefazione, i protagonisti dei singoli racconti sono molto diversi tra loro per ambiente sociale, per attività lavorativa, per età, ma sono accomunati nel dolore dei loro cari. E questo è il messaggio dell’elenco finale di quelle di cui nel libro si citano le storie: in ordine alfabetico.
Con “Un giorno per la memoria” Anna Copertino ha ricevuto il Premio Talenti Vesuviani 2018 (I° classificata sez. saggistica); il Premio Elsa Morante – (Premio Impegno Civile 2019); e il Premio L’Iguana Anna Maria Ortese edizione 2019 (sez. Saggistica). Ma il suo impegno civile non si limita alla scrittura; da anni collabora con varie iniziative perché la sensibilizzazione nei confronti dell’argomento cominci dai giovani tra i banchi di scuola.
Grazie al lavoro svolto per l’associazione Contro le Mafie, con il progetto “Le cinque giornate di Giugliano contro la camorra”, nel 2014 le è stato conferito un premio intitolato a Peppino Impastato

Anna, nell’ideazione di questo libro c’è sicuramente una motivazione profonda presente in te da chissà quanto tempo, ce ne parli?

«Da anni pensavo ad un libro che servisse a ricordare in modo diverso le vittime di criminalità. Nel 2017, dopo anni d’esperienza con l’associazione Libera e dal rapporto d’amicizia creatosi con moltissimi familiari delle vittime è cresciuta esponenzialmente la volontà di farlo. Grazie all’amicizia con Aldo Putignano, della casa editrice Homo Scrivens, ho potuto concretizzare il progetto antologico. Progetto che nasce dall’esigenza di fare memoria di chi è stato ingiustamente e barbaramente strappato all’amore della propria famiglia. Chi resta non riesce a darsi una risposta che lenisca il dolore e spesso allo stesso si aggiunge anche l’infamia fino a che non viene fatta chiarezza sulla totale estraneità della vittima alla criminalità. La memoria, il raccontarli è il modo più giusto per non farli cadere nell’oblio. E non far sentire “soli” chi sopravvive ad un familiare. Il periodo di referenza del Presidio Libera Giugliano “Mena Morlando” mi ha permesso di avvicinarmi in particolare ai familiari campani che con grande dignità vivono il loro dolore. Con la testata giornalistica web RoadTv Italia ho creato la rubrica “Vittime di camorra” dove, con video, intervisto i familiari che mi raccontano la storia dei loro cari. Con moltissimi di loro è nato un rapporto di grande stima ed amicizia, cosa di cui vado molto fiera. Non è facile trovare parole per dirti cosa si legge e cosa si percepisce negli occhi e nel corpo di chi ti sta raccontando di come è stato ucciso il proprio figlio, la madre o il padre, il fratello o la sorella. È una percezione emotiva molto forte, la sensazione di essere sotto l’esplosione di tanti minuscoli pezzi di vetro, e per quanto tu cerchi di scuoterli da te, una parte resta sulla tua stessa pelle. Dolore. Ma anche tantissimo amore. Per amore del Noi in cui credo, ho voluto coinvolgere 27 autori tra scrittori e giornalisti amici, a ognuno di loro ho affidato la memoria di una vittima innocente. Usando l’ordine cronologico per decesso, perché per me tutte le vittime sono uguali. Ho voluto che passasse il messaggio importante della responsabilità e co-responsabilità. Personalmente, ogni giorno faccio memoria, e cerco di far comprendere quanto sia importante, vivere ogni giorno come il 21 marzo».

“Sono ottimista per natura, diversamente non avrei affrontato, come ho fatto, la mia vita fino ad oggi. Gli eventi dolorosi che hanno segnato la mia vita, sono anche quelli che l’hanno resa, poi, felice e migliore”. Questo tuo atteggiamento resiliente nei confronti della vita è un messaggio trasversale che inoltri nel tuo lavoro; che riscontro ne hai dai ragazzi che incontri nelle scuole?

«Forte in me il senso del dovere e della ricordanza e ancor di più, da quando sono stata accolta con amicizia e affetto dai familiari delle vittime. La resilienza nasce dal forte senso di Giustizia, quella con la maiuscola, portata avanti da magistrati onesti e coraggiosi, come Raffaele Cantone, Catello Maresca o Nino Di Matteo per citarne alcuni in cui credo. Il messaggio che cerco di far passare, sperando che ne resti traccia, è il senso di verità e giustizia, il vivere senza omertà, ricordando sempre chi non c’è più, con il loro nome, che è il primo diritto di ogni persona. Lo dico sempre agli studenti campani ma anche di altre regioni italiane – tanti ne ho incontrati – che se è necessario che le cose cambino, dobbiamo iniziare da Noi, siamo Noi il cambiamento. Bisogna trovare il coraggio di dire No alla criminalità che fa morti da entrambi le parti. Bisogna dire No e contrastare la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta. Imparare a dire No significa trasformare il No in quel Noi che unisce e vince. Dobbiamo uscire dall’io e entrare nel Noi. Nessuno si salva da solo, ci si salva e si va avanti solo tutti insieme, lo disse Berlinguer, e lo ha detto anche Papa Francesco. Bisogna essere coesi, non lasciare soli chi ha il coraggio di denunciare. La storia ci insegna ciò che è accaduto a uomini come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Marcello Torre, Domenico Noviello o Mario Diana e a tutti quelli che sono stati lasciati soli. Chiedo ai giovani di usare il libero arbitrio nel rispetto della loro vita, e degli altri, e anche se sanno che potrà essere irta di difficoltà, sarà maggiormente gratificante giungere al traguardo da onesti, con “la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” di cui scriveva Paolo Borsellino. Spero che l’antologia “Un giorno per la memoria”, e ciò che cerco di fare ogni giorno, possa essere vita e memoria per chi voleva solo continuare a stare con i propri cari, vivere al posto giusto e al momento giusto la propria vita. Come lo vogliamo noi. Se le persone, soprattutto i giovani, lo capiranno, allora veramente avremo vinto Noi».

pubblicato il 23 maggio 2020

La maternità come una meta agognata

La maternità come una meta agognata

LO SCAFFALE PARTENOPEO

La maternità come una meta agognata

Il nuovo romanzo della giornalista napoletana Livia Carandente che tratta l’argomento con ironia e sensibilità

di Marina Topa

“Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesi” (Tau Editrice) è il libro con il quale la giornalista napoletana Livia Carandente, che insegna Psicologia della Comunicazione attraverso i simboli, affronta il tema di quando la maternità diventa una meta agognata. L’autrice ha scelto di trattare quest’argomento sotto forma di romanzo; lo fa con pari ironia e sensibilità senza celare il dolore profondo che accompagna le donne che lo vivono sulla propria pelle ed i loro partners. La narrazione degli stati d’animo dei protagonisti, che pur pensando incessantemente al potenziale figlio in arrivo non riducono i rispettivi frenetici ritmi lavorativi quotidiani, fa riflettere su come questa problematica possa influire sul rapporto di coppia portandola a conseguenze estreme ed opposte: divisione o maggiore complicità. Da cattolica, infatti è stata anche autrice e conduttrice del format televisivo “Le vie del Cuore”, dedicato a storie di fede, Livia Carandente inserisce con misurata leggerezza anche il tema di come il ricorso ad alcune metodologie scientifiche possa creare problemi etici e come, nel contempo, non sia affatto semplice l’iter per l’adozione.
Due i messaggi profondi, che vanno al di là del coinvolgimento della trama, e che inducono ad una riflessione rasserenante per chi, coinvolto dal problema, è sottoposto a volte a stress psicofisici superiori alle proprie forze:

1) la maternità biologica è un dono ed in quanto tale non può essere preteso;
2) esistono forme di maternità non meno coinvolgenti e ricche d’amore: la maternità è la forma d’accoglienza per antonomasia, accogliere con amore la vita non significa necessariamente partorire!

Livia, sarebbe bello che fossi proprio tu a dire il primato che questo romanzo ha nella trattazione di un tema così serio. È giusto dirlo perché suggerisce una possibilità di approcciarsi alle delusioni della vita senza farsene inghiottire?

«È un unicum nel suo genere. Di libri che approcciano al tema ce ne sono di innumerevoli ma sono raggruppabili nella categoria scientifica o psicologica. Un romanzo, dedicato al tema, scritto in chiave ironica, non credo fosse mai stato pubblicato. Ne sono orgogliosa».

Fino a qualche decennio fa alle ragazze fidanzate da tempo la domanda d’iter era “a quando le nozze?”, dopo il matrimonio “a quando un bebé?”, e dopo “a quando il fratellino?”. Il tuo libro è un invito a distaccarsi da questo tipo di “obbligo sociale” e ad avere rispetto per la sensibilità del prossimo, in particolare delle donne. Quanto pensi stia cambiando in merito?

«Non credo sia cambiato nulla, in verità. La discrezione sul tema non è molto praticata. Ma vale per tanti altri ambiti. Dovremmo imparare ad essere più sensibili ed empatizzare. Soprattutto rispettare ciò che l’altro vuol far sapere o meno. Alcuni argomenti non possono esaurirsi nei tempi di un caffè».

Livia ha creato una pagina facebook “Quanti figli hai?” dove è possibile leggere commenti, confidenze e testimonianze relative al tema della maternità. Basta aggiungere un like per ricevere aggiornamenti.

pubblicato il 10 maggio 2020