Il racconto come strumento educativo

Il racconto come strumento educativo

SCAFFALE PARTENOPEO

Il racconto come strumento educativo

Carla Abenante con “Non sei nella lista” edito da Homo Scrivens fa il suo esordio con un romanzo inerente al mondo delle famiglie

di Marina Topa

Non sei nella lista (ed. Homo Scrivens) è il primo romanzo di Carla Abenante, una scrittrice che ha alle spalle diversi premi e menzioni per racconti e poesie pubblicate in varie raccolte antologiche.
Nel 2016, nel libro Racconti per sognare, ha affrontato tematiche inerenti al modo di vivere l’amore nel mondo attuale, prendendo spesso spunto dai racconti letti nella pagina di cronaca dei quotidiani: le violenze subite da donne in nome dell’amore, un amore malato che in realtà tutto diventa tranne che un vero sentimento. Lo scopo che l’autrice vuole raggiungere con questi racconti, anche se inventati, è di far sperare e sognare che questo sentimento possa prima o poi trionfare nella sua forma più pura; ecco perché è costante, nei suoi scritti, un messaggio positivo di speranza e voglia di vivere. I suoi personaggi sono frutto della fantasia e vivono in ambienti diversi, ma sono tutti caratterizzati dalla voglia di amare e di essere amati.
Questa prerogativa è presente anche nei personaggi di Non sei nella lista, dove il tema affrontato è quello del bullismo che s’intreccia con quelli della violenza sulle donne, della sfiducia nelle istituzioni che induce troppo spesso le vittime a rinunciare alla denuncia, della sostituzione della presenza fisica ed affettiva dei genitori con il benessere economico, comportamento che alimenta l’abitudine “al tutto e subito”, considerato un diritto acquisito.
A mano a mano che ci si addentra nella storia s’intuisce che la scrittrice è un’insegnante. Infatti Carla Abenante, nonostante abbia seguito un percorso di studi giuridici, ha scelto d’insegnare nella scuola dell’infanzia dove, dotata di una particolare sensibilità, coglie quotidianamente i tanti messaggi errati, contraddittori e poco rispettosi dell’intelligenza umana, che a volte vengono inconsapevolmente lanciati, fin da piccolissimi, alle nuove generazioni. Da maestra sa bene che i bambini imparano dall’esempio e quello che viene loro dato non sempre coincide con quanto si insegna loro verbalmente.
Dalla metà del secolo scorso ad oggi i valori socialmente condivisi si sono gradualmente e notevolmente ridotti, a partire dal rispetto per il prossimo. Ecco perché la lettura di questo libro, avvincente e ricco di tenerezza, è piacevole ed utile. Essa deve assolvere ad un compito preciso e cioè quello di indurre gli adulti a riflettere e valutare quanto sia proficuo “accompagnare” gli adolescenti nel loro percorso di crescita perché crescano in modo sano e sereno, possibilmente in un mondo che lo sia altrettanto.

Da insegnante sperimenti quotidianamente quanto il racconto possa essere un canale preferenziale per introdurre vari argomenti con gli alunni di ogni età. Parlaci di quest’esperienza…

«Insegno nella scuola dell’infanzia dove il racconto è lo strumento al quale ricorro più spesso per l’introduzione di nuovi argomenti. Nel mio livello di scuola non lavoriamo per materia ma per quelli che si chiamano “campi d’esperienza” ed ogni argomento li investe tutti, concatenandoli, a partire dal movimento corporeo. Coinvolgo sempre i miei alunni nella costruzione dei racconti in cui riportano il loro vissuto, poi li riproducono recitandoli e li rappresentano graficamente dando spazio alla fantasia ed all’immaginazione. In fondo il racconto facilita l’interiorizzazione dei vari tipi di competenze ed è uno strumento per me indispensabile».

“Non sei nella lista” è il tuo primo romanzo; cosa ti ha spinto a parlare di bullismo?

«Credo che sia stato proprio il mio essere insegnante: in alcuni alunni, benché piccoli, mi è spesso capitato di vedere degli atteggiamenti da potenziali bulli, adolescenti del domani. Fin da piccoli si può esercitare e/o subire violenza, fosse anche solo psicologica come quando si danno degli appellativi come, per esempio, “ciccione”. Questo attributo può condizionare un bambino fino a minarlo nell’autostima. “Non sei nella lista” nasce da un episodio reale, un fattaccio di cronaca che anni fa mi colpì molto: la tragica storia di quel ragazzo al quale pomparono l’aria compressa. Un atto di una violenza allucinante e sentirlo classificato come “scherzo da ragazzi” mi ferì moltissimo. Poiché credo sempre nella possibilità di salvezza intesa come uscita dall’atteggiamento da bullo, volli esprimere questa mia convinzione con la storia del personaggio Marino: un ragazzino che, da teppistello che era, diventa vittima di bulli e poi paladino delle loro vittime».

A quale categoria di lettori hai pensato di rivolgere questo libro?

«A me piacerebbe che fosse letto dai ragazzi, magari insieme ai genitori! Comunque sarebbe una lettura utile a questi ultimi per comprendere bene quanto sia importante il loro ruolo; nei genitori dei giovani protagonisti si vedono alcuni atteggiamenti negativi come l’insistere con la somministrazione di cibo, concedere tutto e subito senza vivere l’esperienza del divieto, il lasciarli soli nella gestione del loro tempo. In effetti la lettura di questo libro potrebbe anche essere l’occasione per aprire un dialogo con i ragazzi e, proprio per gli episodi che racconta in cui potrebbero riconoscersi tanti di loro, mi piacerebbe fosse adottato come libro di narrativa nelle scuole superiori. La sua lettura da parte dei ragazzi andrebbe opportunamente guidata».

Tra poesia, racconto e romanzo quale tipologia di creazione letteraria ti ha affascinato di più e perché?

«In realtà tutt’e tre, perché ognuna risponde ad un tipo di esigenza comunicativa diversa. I racconti e il romanzo mi permettono di mandare un messaggio “educativo” (forma mentis del docente!) di respiro e li adoro per questo, mentre la poesia mi permette di esprimere la parte più intima del mio essere; nel momento creativo i versi mi escono di getto e per questo la sento una forma di libertà pura. Ho sperimentato anche la scrittura collettiva con il Gruppo 9, una scrittura di gruppo che è un’esperienza molto divertente».

Stai già lavorando alla prossima pubblicazione? Se sì, ci vuoi incuriosire con qualche anticipazione?

«Ho quasi pronto un lavoro che dovrei riprendere e concludere, ma intanto penso che mi piacerebbe anche scrivere il prosieguo di “Non sei nella lista”; vorrei dare ai protagonisti una vita futura arricchita positivamente dall’esperienza vissuta. Chissà se Marino e Aurora continueranno la loro storia, magari potrei inserire un personaggio bullo femminile. Purtroppo ne esistono tanti».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 luglio 2021

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

SCAFFALE PARTENOPEO

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

Giovane scrittore con un innato senso ironico che ha trovato nella scrittura il giusto canale di diffusione della terapia del sorriso che “costa nulla e fa molto bene”!

di Marina Topa

La sua storia è la testimonianza di come la vita può cambiare in modo radicale, imprevedibile quanto improvviso, e di come sia proficuo accettare gli eventi con un atteggiamento costruttivo anziché rassegnato. È stato proprio quest’atteggiamento che gli ha permesso di aprirsi strade fino a quel momento inimmaginabili.
Affettuoso marito e padre di due figli, viveva dedito al lavoro ed alla famiglia. A trent’anni una vita già delineata che scorreva autonomamente… La battuta facile, la compagnia degli amici, qualche intervento simpatico su Facebook e in attesa, prima o poi, della pensione. Tutto era dato per scontato, anche la monotonia! Improvvisamente, però, Vincenzo perde il lavoro ed aumenta il tempo libero a sua disposizione, il rischio depressione incombe ma, fortunatamente per lui e per i suoi cari, fa una scelta resiliente! È arrivato il momento di dare un taglio al passato: si guarda intorno, intraprende altri lavori, evade dalla realtà leggendo vari libri e sente che la scrittura potrebbe essere lo strumento giusto per dare sfogo alle emozioni del momento (momenti di paura, rabbia, sfiducia si contrappongono ad altri di speranza, amore e fiducia). Decide così di iniziare a scrivere.

Siamo nel 2016 e, consapevole di avere il dono dell’ironia, che considera un’arma da tenere sempre affilata e pronta per essere usata, inizia a produrre una serie di racconti divertenti dal titolo Wc Tales – Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale.
La scrittura gli fa praticamente da terapia per riappropriarsi della sua naturale maniera di affrontare la vita… Seguono tanti racconti ironici, pubblicati su varie antologie; con sua grande meraviglia alcuni vincono dei concorsi e, ormai consapevole delle sue capacità letterarie, a maggio del 2020 vede pubblicato il suo romanzo d’esordio Delirio (edito dalla Biplane Edizioni). L’esperienza continua infatti, il 19 aprile 2021, giorno del suo compleanno, vede pubblicato ancora un altro suo lavoro: Un cuore condiviso – Cronache appassionate di una famiglia, una raccolta di aneddoti di vita familiare con cui cerca di far comprendere cosa significa avere la “napoletaneità nelle vene”, una forma culturale che permette di affrontare la quotidianità con un allegro istinto di sopravvivenza abbinato al senso pratico. Insomma, soprattutto in vacanza e soprattutto dopo tutto lo stress accumulato in quest’ultimo anno e mezzo, la leggerezza dei suoi scritti può aiutare a riscoprire il sorriso di cui tutti abbiamo bisogno!

 

pubblicato il 4 luglio 2021

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

SCAFFALE PARTENOPEO

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

Un racconto illustrato per spiegare anche ai più piccini che la scrittura è uno strumento per “sentirsi vicini anche stando lontani e diventare amici”

di Marina Topa

“Più che amiche” è un libro per bambini scritto e disegnato interamente da Silvana Rinaldi, un’insegnante di filosofia in un liceo napoletano. Spontanea sorge una curiosità: cosa spinge una prof del liceo a scrivere una storia che permetta ai più piccini di comprendere come la scrittura, e di conseguenza la lettura, possano diventare uno strumento “per coltivare legami affettivi nonostante la distanza”.
La storia narra di una bambina africana che, per imparare la nostra lingua, scrive delle lettere ad una bambina italiana alla quale gliele legge la madre. Inizia così una corrispondenza tra le due e riescono a conoscersi molto bene perché, si sa, molto spesso la scrittura permette di aprire il proprio cuore meglio dei colloqui in presenza… cresce nelle due amichette il desiderio di conoscersi di persona. La mamma della piccola italiana riuscirà ad accontentarle? Non lo diciamo qui per non sminuire l’interesse per la lettura del racconto (tra l’altro il testo è bilingue italiano/inglese)!
Certamente non è un caso che Silvana abbia realizzato questo libro proprio in questo momento storico in cui il Covid la fa da padrone imponendo il distanziamento sociale anche ai bambini che, ovviamente, più ancora delle altre fasce d’età, hanno difficoltà ad accettarlo e realizzarlo perché contro natura.
Ed è questa curiosità che ci spinge a chiedere all’autrice come mai si è accostata alla letteratura per l’infanzia; scopriamo così che ha insegnato per alcuni anni nella scuola dell’infanzia e poi alla primaria. La sensibilità sviluppata verso le problematiche infantili e l’amore che ha vissuto negli anni di lavoro con i bambini sono rimasti vivi in lei.

Grazie alla scrittura di racconti per bambini sei riuscita a non distaccarti dal mondo dell’infanzia; ti sei anche perfezionata come disegnatrice. Ci racconti la motivazione che ti ha spinto ad intraprendere questo percorso?

«Ho cominciato a lavorare con i bambini appena diplomata all’Istituto Magistrale. Mi ero iscritta all’Università, alla Federico II, a filosofia, la mia passione. Mentre studiavo per gli esami del primo anno, vinsi il concorso per la scuola dell’Infanzia e mi trovai catapultata – così mi sentivo-, prima di compiere vent’anni, in una classe di bambini dai tre ai cinque anni. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio seguivo i corsi all’università. Fu un periodo difficile tra studio e lavoro. Mano a mano che passava il tempo, il rapporto con i piccoli mi piaceva sempre di più, imparai a osservarli e ad ascoltarli. Era bello organizzare laboratori di pittura, farli parlare in cerchio, leggere storie per loro. Quando dopo qualche anno passai alla scuola primaria, ero completamente appassionata al mio lavoro. Dopo la laurea, avrei potuto insegnare alle superiori le mie materie, storia e filosofia, ma sentivo che avevo ancora molto da imparare dai bambini».

Le tappe di questo percorso naturalmente non finiscono qui…

«Facevo parte del gruppo “Leggere per…” che curava un progetto che intendeva diffondere tra gli alunni il piacere della lettura. Fu durante uno dei workshop per docenti organizzati da “Leggere per…” a Napoli, che conobbi Livio Sossi, professore di letteratura per l’infanzia all’Università di Udine. Durante quel laboratorio, ci spiegò come scrivere una storia per l’infanzia, con testo breve e molte immagini, un albo illustrato in pratica. Ci mettemmo al lavoro seguendo le sue indicazioni e quando fu il momento di socializzare i nostri testi nel gruppo, il prof si mostrò molto interessato al mio. Mi incoraggiò a farne un albo utilizzando il testo che avevo scritto e producendo io stessa dei disegni. Nei giorni seguenti mi misi al lavoro, volevo provarci e realizzai il prototipo del mio primo libro. Quando il prof tornò a Napoli, glielo mostrai e lui continuò a incoraggiarmi, stavolta a pubblicarlo. Mandai il prototipo un po’ in giro per case editrici e fu pubblicato. Erano due volumetti “Non so leggere”e “Non so scrivere”. Lo presentò Livio Sossi in persona, da Guida Merliani. Era il 2005 e la maggioranza del pubblico era composta dai miei bambini e dalle loro mamme…»

Il libro fu un successo…

«Intanto, nei laboratori sulla lettura e scrittura organizzati a scuola, i bambini avevano prodotto un libro vero e proprio, con immagini create da loro e con traduzione anche in braille. Questo libro, che partecipò al concorso di Bordano per una fiaba illustrata, vinse il primo premio. Intanto io volevo scrivere per i bambini e volevo anche illustrare, perciò avevo bisogno di imparare e affinare la capacità pittorica, che avevo spontaneamente ma andava curata. Così cominciai a prendere lezioni di pittura e di illustrazione. Durante gli anni in cui ho seguito questi corsi, ho disegnato e dipinto tanto. A fine corso inviavo un prototipo di storia illustrata a tema, al concorso di Bordano, nel settore esordienti ricevendo menzioni d’onore e inserimento nel catalogo dei lavori.
La passione per il mondo dell’infanzia che mi ha spinto a scrivere e a illustrare tante storie per bambini non è finita quando sono passata a insegnare nelle scuole superiori storia e filosofia.
In realtà quello che mi interessa è proprio il rapporto educativo con i discenti poiché trovo che ci sia sempre da imparare. Trovo si impari molto dai propri alunni. Bisogna mettersi in ascolto e in osservazione e, soprattutto impostare un rapporto che passi necessariamente attraverso l’empatia e la relazione affettiva. Noi che veniamo dalla scuola primaria, ci siamo formati sui testi di Rodari, di Mario Lodi, di Don Milani, prima ancora che si diffondessero le letture di Goleman, Gardner e di tutta la psicosociologia più avanzata. E proprio da questi autori abbiamo imparato che senza emozioni e senza affetto, non è possibile alcun apprendimento. Ciò vale per i bambini come per gli adolescenti. Un’ultima cosa non meno importante: insegnare per me è stata ed è tuttora, una sorta di terapia. Io attraverso i miei alunni rivedo me stessa nelle varie fasi della mia vita ed è una sensazione bellissima perché mi fa sentire vicina a loro, mi fa essere una guida autorevole ma che nel contempo li accoglie e li comprende. Il mondo dell’infanzia e il mondo dell’adolescenza dunque continuano a essere una costante scoperta, e mi dicono tanto su me stessa e sulla mia storia».

pubblicato il 9 ottobre 2020

“Il romanzo appartiene al suo autore”

“Il romanzo appartiene al suo autore”

LE STORIE

“Il romanzo appartiene al suo autore”

Una conversazione con de Giovanni su quanto siano differenti i romanzi e le serie adattate per la televisione

di Giovanni Gaudiano

Libri, teatro, cinema, manifestazioni sportive e poi la vita di tutti i giorni che stenta a riprendere il suo ritmo normale. Tutto è stato toccato, modificato da quanto accaduto in questi mesi. Si è ripartiti ma nonostante le cautele, le rassicurazioni è diffuso un senso di disagio oltre che gli evidenti problemi di natura economico-finanziaria.
L’attività televisiva ha beneficiato delle lunghe giornate trascorse in casa ma anche in quel settore le produzioni sono state sospese ed ora finalmente vedono la luce.

Vedremo serie attese da tempo ma quello che sta per essere messo in onda è l’occasione per puntualizzare con un autore prolifico e sempre atteso come Maurizio de Giovanni cosa verrà fuori dallo schermo televisivo.

«Io faccio lo scrittore, le serie televisive sono una cosa carina ma non mi riguardano direttamente. Sono contento perché la condivisione delle storie è maggiore, però io scrivo i romanzi ed in questo senso le storie sono tutte uguali: Ricciardi, Sara, Mina ed i Bastardi sono tutte quante storie che per me sono importanti così come i personaggi, l’ambientazione, l’epoca in cui si svolgono. Non sono quindi le serie televisive che mi rendono più o meno affezionato ai miei personaggi. È importante che si capisca che il romanzo è dell’autore che si siede davanti al computer e scrive quello che vede, quello che sente, non c’è nessuna mediazione. La storia esce per come l’autore la vede. L’unico limite può essere rappresentato dalla capacità di scrittura che incide sui concetti che vuoi esprimere».

La conversazione con Maurizio de Giovanni inizia così.
L’autore più rappresentato del momento rivendica il suo lavoro perché non si confonda cosa vuole dire essere scrittore, essere capace di trasmettere attraverso il racconto quella partecipazione dell’autore alla vita dei suoi personaggi e di conseguenza poi la capacità del lettore di creare un contatto con la storia, immaginando volti, suoni e luoghi attraverso la lettura della pagine del romanzo. Certo la serie televisiva come nel caso dell’opere di de Giovanni finisce per fornire tanti particolari del personaggio immaginato ma in realtà senza il lavoro dello scrittore non esisterebbe nulla, non ci sarebbe la possibilità di dare forse una vita diversa rispetto a quella pensata a quei personaggi che finiscono per affollare le nostre serate passate in comodità in poltrona a casa, al teatro, al cinema.

E quindi per meglio chiarire il concetto diamo ancora spazio alle parole dell’autore che non sono una sorta di rivendicazione del suo lavoro, non ne avrebbe bisogno, ma più che altro una maniera di spiegare quello che abbiamo sotto gli occhi ma che a volte ci sfugge.

«Una serie televisiva come uno spettacolo teatrale, come un film è frutto del concorso di molte professionalità: registi, attori, direttori della fotografia, scenografi, sceneggiatori, costumisti, autori della colonna sonora, ognuno dei quali in maniera corretta e indipendente esercita la propria professionalità. Il prodotto finale nel caso del romanzo è unicamente il frutto della fantasia dell’autore, mentre nel caso della serie televisiva e degli spettacoli teatrali e cinematografici ci sono molte professionalità che contribuiscono a produrlo. Di fatto quell’opera diventa meno tua perché si discosta da quello che avevi in mente quando l’hai scritta, perché tutti gli altri che partecipano alla sua realizzazione con i vari dispositivi ci mettono del loro e finiscono per deviare dalla storia principale. La serie televisiva, una commedia al teatro o un film appartiene meno all’autore che l’ha scritta con diversi gradi di differenza perché per esempio nel caso del teatro c’è maggiore vicinanza a quello che hai scritto, perché al di là degli attori e della scena non si va mentre nella serie televisiva già cambiare i tempi della conversazione può cambiare il significato».

C’è un altro aspetto che vorrei chiarire con il tuo aiuto. In molti dicono che attraverso le serie televisive si finisce per mostrare una Napoli lontana dalla sua realtà perché magari troppo bella, più efficiente e diversa dagli stereotipi che invece le sono stati appiccicati addosso. Cosa ne pensi?

«Si potrebbe obiettare con facilità che la Napoli che viene fuori da Gomorra è troppo brutta. Diciamo che la nostra è una città mondo. È un universo, puoi cercare e trovare varie tipologie di ambienti, di panorami. Io racconto il centro storico con i Bastardi e rappresento una città che ha delle bellezze e delle bruttezze. Ci sono luoghi di difficile lettura sociale, come ad esempio il Pallonetto di Santa Lucia, i Quartieri Spagnoli e poi ci sono anche quei luoghi solari, più ampi e anche monumentali come Piazza Plebiscito e Santa Lucia. Noi sappiamo benissimo che la nostra è una città di conflitti e contraddizioni ed è sempre opportuno raccontarne una parte tenendo ben presente che non si tratta del tutto. Napoli in alcuni aspetti è abbagliante, incantevole e meravigliosa mentre in altri aspetti è buia, oscura e difficile. In fondo non c’è nessuno che possa dire la vera Napoli ve la racconto io. Non lo posso dire io, e neanche Roberto Saviano, Elena Ferrante, Diego De Silva, Valeria Parrella».

Soffermandoci un momento sui Bastardi, hai tratteggiato nel primo romanzo le figure dei personaggi principali proprio nelle note al testo, ora dopo dieci romanzi quale sarebbe la tua definizione, anche sintetica, aggiornata per ognuno di loro alla luce di tutte le storie che hanno attraversato le loro vite?

«I personaggi man mano che tu scrivi cambiano, perché le loro personali situazioni evolvono. Partendo da Luigi Palma, oggi direi che la sua figura somiglia a quella di un buon allenatore che deve mettere in campo la squadra tirando da ognuno il meglio che ha. Lojacono invece è un fantasista, uno di quelli abituato a giocare da solo che però al momento buono sa mettersi al servizio della squadra. Pisanelli è un classico regista che cerca di non correre molto ma ha la capacità di indirizzare gli altri ed è per questo quasi un allenatore in campo mentre la Calabrese è un portiere, tenta di far lavorare bene gli altri anche attraverso le sue informazioni. Marco Aragona invece è un esterno d’attacco estroso, fantasioso che può farti arrabbiare in alcuni momenti ma in altri ti risolve la partita e Francesco Romano è un roccioso difensore centrale che al momento opportuno picchia senza farsi pregare. Poi c’è la Alex Di Nardo che è un terzino capace di coprire ed attaccare all’occorrenza, è una che sa fare bene entrambe le fasi di gioco».

L’utilizzo di termini calcistici è assolutamente condivisibile ed aiuta ad identificare i tuoi personaggi. Ma ti chiedo, lo scrittore finisce per avere tra tanti personaggi una preferenza personale magari dettata dal fatto di rivedersi in quella caratterizzazione?

«Sai, è un po’ la stessa cosa che accade con i figli non perché ce ne sia uno a cui vuoi più bene ma ce ne può essere uno a cui ti senti più affine rispetto agli altri. Penso che Maione in “Ricciardi” e Pisanelli nei “Bastardi” siano quelli che io sento un poco più vicini».

A proposito, quanto è prossimo il nuovo romanzo sui Bastardi e poi pensando un momento all’interpretazione di Lojacono di Gassmann ti chiedo: la sua scelta ti è piaciuta sin dall’inizio?

«Il prossimo libro che pubblicherò sarà proprio sui Bastardi. Uscirà a dicembre e si intitolerà: “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”. Per quanto riguarda Alessandro a me piaceva moltissimo, credo sia un attore straordinario oltre ad essere una persona di rara sensibilità e intelligenza. Sono sempre stato assolutamente soddisfatto che la scelta sia caduta su di lui».

La conversazione ha trattato altri temi che svilupperemo prossimamente ma è impossibile chiudere per il momento questo incontro con Maurizio de Giovanni senza ricordare come il nostro concittadino abbia raggiunto proprio la scorsa settimana con “Troppo freddo per Settembre”, l’ultimo romanzo con al centro l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli Mina, la prima posizione assoluta nei libri di narrativa più venduti in Italia. È un risultato prestigioso per lui che trattiene a stento la sua soddisfazione, per il suo lavoro e per la nostra città che continua a presentare eccellenze in ogni campo nonostante le difficoltà generali e quelle particolari che da noi non sono mai mancate.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

Furia e l’importanza del caratterista

Furia e l’importanza del caratterista

Giacomo Furia

SCAFFALE PARTENOPEO

Furia e l’importanza del caratterista

Francesca Crisci racconta in un libro edito da Graus Giacomo Furia dal punto di vista professionale e privato

di Lorenzo Gaudiano

Non si può consegnare all’oblio un personaggio come Giacomo Furia. Nella sua carriera tra mondo teatrale e cinematografico è vero che il ruolo di protagonista gli sia toccato poche volte, ma il suo protagonismo in realtà si è sempre fondato sulle sue grandi capacità da attore caratterista. Un ruolo apparentemente secondario che richiede qualità innate, una forza interpretativa non comune che nel corso degli anni l’attore originario di Arienzo ha saputo sempre rivestire in maniera eccellente e che purtroppo non gli ha donato la giusta fama.
Con il suo libro “Giacomo Furia. Vita e carriera di un attore caratterista”, edito da Graus Edizioni, la giornalista Francesca Crisci ha voluto ricostruire dal punto di vista pubblico e privato il percorso di un artista che merita di essere ricordato in maniera indelebile insieme a tanti protagonisti del mondo cinematografico e teatrale napoletano.

Alla base del tuo interesse per Giacomo Furia ci sono stati solo motivi didattici oppure altro?

«Durante il mio percorso di studi triennale all’università sostenni un esame di Storia del cinema che naturalmente non prevedeva in programma Giacomo Furia. Nonostante questo al mio relatore proposi come argomento per la tesi di laurea un approfondimento su questo personaggio per il quale avevo un forte interesse personale. Quando ero piccola abitavo a San Felice a Cancello, paese limitrofo a quello di Arienzo dove è nato l’attore caratterista. Mio padre me ne parlava in continuazione guardando i suoi film. A distanza di anni ho sentito la necessità di approfondire le mie conoscenze in merito, realizzare un lavoro che naturalmente riconoscesse a Furia quella rilevanza che non sempre gli è stata riservata nella maniera più opportuna».

Da tesi di laurea a libro, quando hai maturato l’idea di questa trasformazione?

«Nel 2019 ad Arienzo è stato inaugurato il museo-cineteca a lui dedicato. Pensai che potesse essere un’occasione propizia per riprendere in mano quella ricerca avviata all’università ed integrarla con ulteriori contributi. Ne è venuto fuori un libro che offre una visione completa su questo personaggio dal punto di vista sia professionale che privato».

Parlando di Furia viene naturale chiedere quanto sia importante il ruolo dell’attore caratterista nella dinamica di uno spettacolo teatrale o di un film?

«È di fondamentale importanza. Senza i personaggi secondari non esisterebbero azioni, sketch teatrali. Al cinema come a teatro ci sono sicuramente delle gerarchie ma naturalmente la rilevanza del primo attore oltre a venire fuori per le sue qualità artistiche beneficia anche della collaborazione degli attori secondari. Se non fosse così, ci si troverebbe di fronte ad un monologo, ad una tipologia di rappresentazione completamente diversa».

L’autrice del libro Francesca Crisci
Carlo Verdone qualche anno fa ha dichiarato che oggi è difficile creare quei prodotti cinematografici di un tempo dove impiegare i caratteristi, considerati in via d’estinzione. Come spieghi questo fenomeno?

«Verdone ha espresso un suo pensiero riguardante il cinema italiano in generale. Essendo partenopei, a teatro come al cinema il caratterista è sempre esistito e continuerà ad esserlo. L’esempio più efficace per chiarire questo concetto si può ricavare dal film “Benvenuti al Sud”. Tra i personaggi c’è il signor Scapece (interpretato da Salvatore Misticone, ndr) individuabile come attore caratterista per i tratti somatici, il modo di parlare e di gesticolare».

Si può paragonare l’importanza del caratterista con quella riconosciuta oggi agli attori non protagonisti nel cinema?

«Assolutamente sì. Nel mio libro scrivo ad un certo punto che è proprio dalla figura del caratterista nel mondo teatrale e nella commedia cinematografica che in un certo senso sarebbero scaturiti i premi riconosciuti nel cinema attuale agli attori non protagonisti. Parliamo sicuramente di un raggio più ampio ma ciò conferma come in un film tutti i personaggi abbiano la loro importanza».

Secondo te quali sono state le sue migliori interpretazioni?

«I film dove ha ricoperto il ruolo di protagonista, quindi “La banda degli onesti” e “L’oro di Napoli”. Nella sua interpretazione ha comunque mantenuto i tratti del caratterista, naturalmente il suo marchio di fabbrica».

Chiudiamo con una considerazione sul museo che Arienzo gli ha dedicato.

«Era inevitabile omaggiare un grande attore come Furia. Tra l’altro molti non lo conoscevano e non mi riferisco soltanto ai più giovani ma anche ad esempio a tanti quarantenni e cinquantenni. Aver allestito un museo nel paese in cui è nato, anche se per casualità visto che ha sempre vissuto tra Napoli e Roma, è stata anche una opportunità per Arienzo di rivendicarne l’appartenenza, considerato il suo grande prestigio ed il suo attaccamento al paese natale. L’iniziativa che fa parte del progetto “Terra’nnaMurata”, voluta dall’amministrazione comunale capitanata dal sindaco Davide Guida, mi ha offerto anche l’opportunità di guidare per quattro giorni le visite al museo in cui spiegavo ai visitatori i cimeli, le foto e gli oggetti esposti donati dal figlio Filippo».

IL RICORDO

Filippo Furia ricorda suo padre

Parlare esclusivamente della carriera di Giacomo Furia e della sua importanza a livello cinematografico e teatrale potrebbe essere riduttivo, per certi versi banale, poco interessante. Non c’è cosa più bella di scoprire come un personaggio sia al di fuori del palcoscenico, per raccontarne gli aneddoti, le storie più curiose e conoscerne qualche lato inaspettato. Chi meglio di Filippo Furia, figlio di Giacomo, che ha curato la postfazione del libro di Francesca Crisci, può aiutare in questa splendida avventura.

Suo padre è stato un personaggio importante a livello teatrale e cinematografico. Anche lei ha coltivato questa sua passione oppure si è dedicato ad altro?

«No, il sacro fuoco non ardeva dentro di me anche se tutta la mia infanzia e gran parte dell’adolescenza è stata vissuta ascoltando storie di teatro, di persone e personaggi, di progetti riferiti alla prossima stagione. Da giovanissimo cercavo di seguire con curiosità ma senza mai sentirmi coinvolto appieno, di quel mondo brillante per i più io stavo cominciando a conoscere la faccia nascosta che emergeva con forza al di là delle chiacchiere. Ed era un mondo che facevo fatica ad accettare per le sue difficoltà, per i sacrifici che sembrava richiedere, in fondo per la sua normalità. Oggi riesaminando le mie scelte, mi chiedo se alla fine pure il serioso o serissimo mondo del credito, dove ho operato per tutta la mia vita lavorativa, non possa o non debba essere considerato alla stregua di un grande palcoscenico sulle cui tavole ogni attore alla fine cerca solo una cosa: l’applauso del suo pubblico».

Tra pubblico e privato la figura di suo padre rimaneva sempre la stessa oppure c’era qualcosa di diverso?

«Non credo sia mai esistito un Giacomo Furia pubblico in contrapposizione ad uno privato. In ogni ambito lui si manifestava sempre per come era, una persona semplice e normale, al limite timido e schivo, ma sempre fermo e tenacemente ancorato ai valori che gli erano stati trasmessi da una educazione familiare tradizionale, da una mamma matriarca e da un padre idealista e, lui sì, attore in pectore. Ma il dato che a mio giudizio meglio caratterizza mio padre è il suo essere sempre estremamente rigoroso fino a diventare in alcuni casi quasi rigido, e qui è proprio il figlio che parla, che però non sconfinava mai nella prevaricazione».

Come viveva lei dall’esterno il rapporto professionale che Giacomo Furia aveva con personaggi illustri come Eduardo, Peppino e Totò?

«Consideravo queste persone attori famosi certo ma li sentivo e li vivevo maggiormente come persone. Non ho memoria di episodi particolari legati alla mia crescita derivante dalla frequentazione di questa gente famosa se non forse uno che è rimasto inciso dentro di me e credo che sia facilmente comprensibile il perché. Durante la lavorazione de “L’oro di Napoli” alla Mostra d’Oltremare papà mi portò sul set e con un bacio feci la conoscenza di… Sophia Loren».

Che emozione ha provato quando ha avuto tra le mani il libro dedicato a suo padre?

«Inutile negare che sia stato un momento di grossa emozione. Subito mi balenò una domanda: cosa avrebbe pensato lui! Certamente sarebbe arrossito, certamente avrebbe pronunciato centinaia di volte la parola grazie, avrebbe forse anche ceduto a qualche lacrimuccia perché il suo pensiero sarebbe andato alla moglie, alla sua compagna di vita cui forse avrebbe sussurrato: “Ci sei anche tu in queste pagine, ci sono i nostri sacrifici in qualche modo oggi ripagati”. Ritrovato anche io l’equilibrio, ho pensato che quello forse era il modo più bello per dare significato e valore alla sua carriera, quasi a compensare la mancanza nel suo palmarès di qualsiasi titolo o premio, vuoto cui faceva ora da supplenza l’affetto prima di Napoli e poi della sua città natale che si stringevano nel suo ricordo tributandogli l’onore più grande con il ricordo e la memoria».

È gratificante vedere una giovane studentessa che ha scelto a suo tempo di elaborare una tesi di laurea sulla figura di suo padre ed interessarsi a qualcosa che oggi praticamente non esiste più?

«Francesca merita grande affetto, quell’affetto che è riuscito a trasfondere nelle sue pagine nei confronti di mio padre, nei confronti della sua martoriata terra nel tentativo di creare un ideale passaggio di testimone tra generazioni utilizzando come strumento quello che ai più appare solo come un momento ludico. Ho sempre pensato che tra un frizzo e un lazzo in quei film si scrivesse un pezzetto della nostra storia, una raccolta di fotogrammi sul come eravamo o forse meglio sul come erano i nostri padri. Io credo che Francesca sia stata mossa da una grande curiosità, da un orgoglioso senso di appartenenza e nelle pagine che scorrono veloci ciascuno può ritrovare un frammento di vita con la leggerezza di un sorriso».

Non c’è modo migliore per mantenere vivo il ricordo di un personaggio che dedicargli un museo…

«Qui è più che dovuto il grazie alla città di Arienzo, alla sua gente, alle sue istituzioni, al sindaco Guida che tanto si è adoperato per la realizzazione di quella che sembrava un’utopia. L’augurio che mi sento di formulare è che tale iniziativa rimanga sempre viva e attiva, che adempia al suo mandato di trasmettere chi eravamo coinvolgendo sempre e soprattutto i giovani, ampliando l’offerta formativa, coinvolgendoli nell’approfondimento curioso del loro mondo. Tutto è iniziato con il piede giusto e ancora da parte mia un ringraziamento all’istituto d’arte di Maddaloni, che si è a suo tempo inserito splendidamente nel progetto dedicando una mostra a papà autoprodotta dagli studenti. A loro Cardone avrebbe detto…»

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020

“Interrompo dal San Paolo”

“Interrompo dal San Paolo”

SCAFFALE PARTENOPEO

“Interrompo dal San Paolo”

Venti penne femminili coordinate da Pietro Nardiello per raccontare il Napoli e le storie di alcuni suoi campioni legate alla vita della gente comune

di Lorenzo Gaudiano

La genesi del libro, le scelte fatte con una scrittura tutta al femminile richiedono qualche spiegazione ed allora chi meglio del curatore Pietro Nardiello può aiutarci nell’approccio a questo interessante lavoro.

Che tipo di raccolta è “Interrompo dal San Paolo”? Vale per questo libro il motto “E pluribus unum”?

«Se lo slogan latino fa riferimento alla qualità del libro, allora dico che si tratta di una locuzione appropriata. “Interrompo dal San Paolo” è soprattutto un libro di narrativa dove il calcio appare come una delle tante componenti della vita».

Come si costruisce un libro fatto da tante penne, tanti stili diversi e sicuramente tante idee ed impostazioni di scrittura diverse?

«Non esiste un segreto, una ricetta ma solamente l’idea comune di sposare, con determinazione, un progetto. Questo è quanto avvenuto. Le venti donne di quest’antologia credono fermamente che sia necessario dare spazio e valore alla fantasia, alla parola nonostante oggi la tecnologia non possa mancare sia nella quotidianità che nel lavoro. Però quando si trova il giusto equilibrio credo che ne venga fuori un cocktail spumeggiante».

La ricerca della pluralità su uno stesso argomento alla base di una raccolta serve ad arricchire il lettore o può diventare alla fine della lettura un fattore di disorientamento?

«Il filo conduttore del libro è lo stesso, cioè il Napoli, la passione per la squadra di calcio. I racconti e le scritture diverse a mio avviso rappresentano un arricchimento per il lettore».

Cerchiamo di spiegare a questo punto perché venti donne alla macchina da scrivere o meglio al computer?

«Una provocazione alle convinzioni maschie, una provocazione nei confronti di chi pensa che l’analisi sportiva sia una materia di esclusiva competenza maschile. Le donne hanno una sensibilità maggiore della nostra, una visione del mondo diversa e quello che ne è venuto fuori da questi racconti lo dimostra».

La limitazione di pensiero che per anni e forse ancora oggi fa dire che il calcio non sia fatto per le donne c’entra con questa scelta di campo?

«A me non piacciono i talk show sportivi dove la donna è relegata a mettere in mostra tette e cosce per far aumentare l’audience. Vallette deluse, che non sanno leggere nemmeno una classifica e che stanno lì solo perché sono bone. Siamo indietro di almeno cinquant’anni, dobbiamo ancora raggiungere la giusta emancipazione. A quanto mi riferiscono, io non lo sapevo, quest’antologia dovrebbe essere la prima in Italia alla quale hanno partecipato solo donne. Professioniste brave, aggiungerei. Quindi un plauso alla Giammarino Editore che ha creduto in questo progetto».

Le venti scrittrici hanno avuto autonomia nell’elaborare il proprio testo o c’è stata una regia che ha tenuto conto anche delle diverse esperienze e delle differenti età?

«Sì, piena autonomia. Solo ad alcune ho segnalato qualche calciatore che non poteva certamente mancare in un lavoro del genere».

Avete pensato, visto che questo libro credo che apra una nuova collana, a proporre più in avanti storie del calcio di provincia, quello meno conosciuto, legate a quei territori che in molti casi possono forse essere meno note ma più affascinanti?

«Dopo “Interrompo dal San Paolo” in cantiere c’è l’idea di replicare l’iniziativa da altre piazze dalla forte identità. La collana Sport&Soul sarà dedicata ad una narrativa sportiva di qualità. Ci interesseremo anche di realtà più piccole, ma se fa riferimento a pubblicazioni classiche, dedicate alla storia di squadre, società sportive e altro ancora quello sarà un filone che affideremo a una collana diversa».

pubblicato su Napoli n.28 dell’08 agosto 2020