Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

PATRIMONIO DA SALVARE

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Qui è iniziata la storia degli scavi di Ercolano ed ora finalmente il progetto per il suo recupero sembra essere iniziato

di Domenico Sepe

Emanuele Maurizio, il duca archeologo

La storia di Villa d’Elbeuf è strettamente legata all’eponimo duca, figura centrale nella storia degli Scavi di Ercolano. Difatti Emanuele Maurizio di Lorena, questo il suo nome, è l’uomo indicato, da più parti, come colui che ha avviato la stagione degli scavi di Ercolano e quindi anche di Pompei.
Nato a Parigi nel 1677, era il figlio minore del duca Carlo e della seconda moglie e fu principe di Lorena in quanto discendente di Renato II del Casato di Guisa. La sua vita, non essendo erede primario del casato, sembrava essere destinata ad essere poco più di una nota a margine della storia. Ma il suo destino cambiò quando, in cerca di un’occasione, passò al servizio di Giuseppe I d’Austria, tradendo il proprio monarca, Luigi XIV, che lo fece condannare a morte in contumacia.
Il suo nuovo sovrano lo nominò, nel 1706, luogotenente generale della cavalleria a Napoli, che era di recente passata all’Austria dopo la Guerra di successione spagnola, con il compito di garantire che i francesi, che avevano ancora fortissimi interessi sul Meridione d’Italia, restassero fuori da quel lato della Penisola ormai di egemonia austriaca.
Mentre si trovava a Napoli a gestire le truppe dell’Arciduca d’Austria, il duca Emanuele commissionò a Ferdinando Sanfelice, il grande architetto napoletano, una residenza privata a Portici da poter utilizzare come residenza estiva e di rappresentanza, e che divenne poi la prima delle 122 Ville del Miglio d’Oro, che naturalmente venne chiamata Villa d’Elbeuf, forse come richiamo ai titoli che gli erano stati strappati da Luigi XIV.
Negli anni della costruzione della villa e della sua permanenza a Portici, venne a sapere della presenza di reperti archeologici dissotterrati per caso nella vicina Ercolano, nel 1709, ad opera di un contadino che stava scavando un pozzo per il proprio campo.
Andò di persona a vedere questi reperti di marmo pregiato e ne comprò alcuni per la realizzazione di alcune cappelle in diverse chiese di Napoli. Successivamente acquistò il pozzo stesso ed avviò una serie di sondaggi attraverso dei cunicoli sotterranei; era, dunque, iniziata, la stagione degli scavi di Ercolano.
Nel 1719 il Duca ritornò nella natia Francia, dove riprese possesso dei propri titoli e dei propri possedimenti, ma restando sempre indissolubilmente legato a Napoli ed a Portici.
La villa venne acquistata dal duca Giacinto Falletti di Cannalonga e, nel 1738, il re Carlo di Borbone e sua moglie Amalia furono costretti, durante un viaggio per mare, a sbarcare a Portici a causa di una tempesta. Qui furono accolti dal nuovo proprietario per vari giorni e furono mostrate ai coniugi le bellezze della zona ed i reperti archeologici che erano custoditi nella villa. Il re rimase tanto impressionato dalla zona che volle costruire la propria residenza estiva proprio a Portici ed oggi quella splendida reggia estiva ospita la Facoltà d’Agraria della Federico II. Inoltre, incuriosito dai ritrovamenti fatti dal duca, il re commissionò una nuova serie di scavi nella zona di Ercolano, permettendo il rinvenimento di altri manufatti e la sistemazione iniziale dell’area archeologica.
Il duca, nel frattempo, era tornato a vivere in Francia e morì senza eredi a Parigi nel 1763 dopo essere diventato, infine, duca d’Elbeuf nel 1748 a seguito della morte del fratello maggiore e dei suoi figli.
Egli lasciava, dietro di sé, un lascito costituito dai primi scavi ercolanesi che, successivamente, lo avrebbero consacrato a pioniere dell’esplorazione archeologica delle città romane distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La Villa protesa sul mare

Quando si guarda oggi la Villa d’Elbeuf è difficile immaginare che, tempo fa, questa fosse la residenza di uno dei nobili più potenti del Regno di Napoli, visto che attualmente è coperta dai ponteggi e dai tubi.
Ma quest’edificio, che domina lo scenario del Porto del Granatello, eretto nel 1711, è stato un elegantissimo edificio fino a metà del 1800.
La costruzione voluta del principe Emanuele Maurizio di Lorena fece conoscere a Carlo di Borbone la zona ed il re decise di costruire la Reggia di Portici quale residenza estiva. Vennero così tutte le ville che vanno da San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco, quasi tutte in stile Rococò, com’era di moda in quegli anni.
La Villa d’Elbeuf è in stile Rococò e presenta due portali in marmo e piperno a cui si accede da una doppia scalinata monumentale che è collegata ad una terrazza che affaccia sul mare. Il progetto della villa fu dell’architetto Ferdinando Sanfelice, uno dei massimi esponenti del Rococò partenopeo e progettista di tantissimi palazzi a Napoli.
Dopo la costruzione, il duca Emanuele Maurizio aggiunse molte decorazioni alla sua casa, rendendola il perfetto esempio della residenza estiva e di rappresentanza. Il suo aspetto, infatti, nonostante l’attuale stato di abbandono, risulta essere imponente e maestoso e, inoltre, riesce a dominare tutto il bacino del Granatello.
Quando, come detto prima, il re Carlo di Borbone fu ospite del duca di Cannalonga, restando affascinato da questa residenza, e nel 1742 la comprò e la trasformò nella propria dépendance e nell’approdo marittimo per la propria reggia, il cui giardino comincia nelle immediate vicinanze.
Re Carlo, inoltre, era un appassionato di pesca e fece costruire dei canali, scavati nella lava vesuviana che alimentavano delle piccole peschiere convogliando l’acqua marina.
Un’altra caratteristica della villa sono i bagni a mare, fatti costruire nel periodo napoleonico da Gioacchino Murat ai piedi della villa per sé e per la famiglia, che rappresentano un raro esempio di impianto balneare in Stile Impero.
Ma la storia di questo esempio di architettura rococò finì con la costruzione della linea ferroviaria Napoli – Portici che attraversava proprio il parco della Villa d’Elbeuf. La posa dei binari, infatti, spezzò l’unità tra il palazzo ed il parco retrostante sancendo, nei fatti, l’inizio della decadenza per questo edificio.
La villa, dopo l’Unità d’Italia, passò alla famiglia Bruno con un’asta del Demanio ed il percorso discendente verso l’incuria continuò fino agli anni recenti. Oggi la villa si trova in condizioni terribili, dopo essere stata vittima di incendi, di saccheggi. Inoltre, gli stucchi sono stati quasi completamente distrutti e l’edificio versa in una condizione di totale inagibilità e d’insicurezza, visto che mancano le balaustre degli scaloni e vari punti del tetto sono crollati.
Eppure nonostante i ponteggi e lo stato d’abbandono, domina ancora lo scenario del Granatello ed è impossibile non notarla. Quest’edificio, nell’ambito della città di Portici, presenta delle grandi potenzialità museali, specie in collegamento con la vicina Reggia di Portici, di cui per un certo periodo ha fatto parte. Nel 2019, dopo che la villa era stata venduta ad una cordata di imprenditori per il restauro nel 2013, sono finalmente cominciati i lavori di recupero sotto il controllo della Soprintendenza mentre, negli anni, i cittadini di Portici hanno creato alcuni comitati per sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo monumento storico della città. I lavori procedono a rilento, complici sia alcuni problemi finanziari della cordata che l’attuale pandemia che non sono stati d’aiuto per il salvataggio di questo monumento.
Si può solo concludere dicendo che è quantomai necessario recuperare l’edifico che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei massimi esempi d’architettura e storia del Miglio d’Oro.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

La Reggia di Portici: il palazzo vicino al mare

La Reggia di Portici: il palazzo vicino al mare

IL PATRIMONIO

La Reggia di Portici: il palazzo vicino al mare

La magnificenza di una costruzione voluta dai Borbone che, oggi, serve gli obiettivi dell’alta formazione universitaria

di Domenico Sepe

Introduzione

La Reggia di Portici, in realtà, si trova a cavallo tra i Comuni di Portici ed Ercolano e possiede un giardino che parte dalle propaggini del Vesuvio e si allunga fin quasi a ridosso del Porto del Granatello di Portici.
La posizione della Reggia non fu scelta a caso da Carlo di Borbone, ma fu ispirata da una visita dello stesso presso la vicina Villa d’Elboeuf, e pensata quale residenza vicina al mare da avere presso un luogo dal clima mite e piacevole dove poter godere di riposo nei momenti di pausa dagli incarichi di governo. Inoltre fu proprio grazie ai lavori della stessa Reggia di Portici che vennero alla luce i primi reperti del Sito archeologico di Ercolano.
La Reggia ospita, sin dal 1872, la Scuola Superiore di agricoltura, oggi Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, un’eccellenza non solo partenopea, ma nazionale.

La storia di una Reggia costruita vicino al mare

La storia della Reggia di Portici comincia da una visita della coppia reale, Carlo di Borbone e la sua consorte Maria Amalia, presso la villa del Duca d’Elboeuf. Già a quel tempo vi erano stati i primi ritrovamenti dal sito archeologico di Ercolano. I reperti erano ospitati presso la Villa del Duca. Eppure ciò che risultò gradito alla coppia reale fu il clima piacevole di questa zona vicina a Portici, ed entrambi lo ritennero il luogo adatto per ospitare una Reggia lontana dal trambusto degli incarichi ufficiali e dalla città di Napoli.
Il via ai lavori fu dato nel 1738 con un progetto architettonico, in stile neoclassico, commissionato ad Antonio Canevari, richiamato in Italia proprio da Carlo di Borbone per dare seguito, assieme ad altri architetti di fama dell’epoca, al suo ambizioso programma di opere pubbliche e di rappresentanza nel Regno di Napoli.
Tra gli altri artisti che lavorarono per la costruenda reggia vanno ricordati il pittore Giuseppe Bonito, che decorò le sale del palazzo, e lo scultore Joseph Canart che, operando con marmi di Carrara, allestì le opere scultoree del parco reale.
Una serie di palazzi e dimore nobiliari preesistenti (ed espropriati) funsero da base architettonica per la realizzazione della Reggia; ciò comportò anche una serie di opere di scavo che permisero il ritrovamento di numerose opere d’arte di valore archeologico, tra cui un vero e proprio tempio con 24 colonne di marmo. Tali opere furono temporaneamente sistemate in un museo allestito per l’occasione, il Museo di Portici, annesso alla Accademia Ercolanese, luogo, al tempo, di deposito dei reperti provenienti dagli scavi archeologici di Ercolano.
La realizzazione del nuovo palazzo reale, di dimensioni non vastissime, stimolò la costruzione di numerose altre dimore storiche nelle vicinanze (le ville Vesuviane del Miglio d’oro), nate col fine di ospitare la corte reale per la quale non c’era posto a sufficienza nella reggia porticese.
Fu Gioacchino Murat ad arredare ex novo la reggia con mobilio francese e con gusto improntato ad un notevole lusso mentre, sotto Ferdinando II di Borbone, la reggia acquistò un collegamento ferrato con Napoli (con la Ferrovia Napoli-Portici) ed ospitò anche il pontefice Pio IX.

Il polo accademico e la scuola d’agraria

Subito dopo l’Unità d’Italia si sviluppò, in molte città, un dibattito sull’insegnamento agrario in quanto, all’epoca, il settore trainante dell’economia italiana era l’agricoltura, specie al Sud. C’era, quindi, la necessità di organizzare un sistema strutturato per trasmettere le nuove tecniche agricole, di matrice industriale, già note in altre realtà europee.
Fu Carlo Ohlsen, nel 1865, a suggerire al Consiglio provinciale di Napoli di fondare una Scuola Superiore di Agricoltura presso la Reggia di Portici, approfittando del fatto che la stessa, dopo l’Unità, era entrata nel demanio.
Infine, nel 1872, venne costituita la Scuola Superiore e la stessa venne affiancata da un convitto per giovani contadini che, sempre nell’ambito della Scuola Superiore, venissero formati alle tecniche di coltivazione più moderne in modo da preparare una classe di agricoltori che potessero fare concorrenza alle produzioni estere.
L’Istituto superiore agrario di Portici fu aggregato alla Università di Napoli nel 1935, divenendo così Facoltà di Agraria. In seguito a questa aggregazione, l’Istituto perse la sua autonomia didattica, amministrativa e disciplinare e dovette uniformarsi a quanto disposto dal Ministero per tutte le altre Facoltà di Agraria del Regno d’Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale anche la Reggia di Portici, come tutta l’Università di Napoli, subì gravi danni alle strutture e alle attrezzature. Il palazzo fu occupato nel 1943 dagli Alleati e subì la devastazione di numerosi viali, spazi coltivati, serre, parte dell’Orto botanico.

L’Orto botanico di Portici

Con la costituzione della Scuola superiore di agraria nel 1872, fu avviata la trasformazione dei giardini della Reggia in Orto botanico. La realizzazione di tale progetto si deve a Nicola Antonio Pedicino, che intervenne su un’area di circa 9000 metri quadrati adattandola ai nuovi scopi scientifici e didattici. Nella sua parte più grande, nota come Giardino Soprano, vennero collocate piante perenni mentre in una più piccola, il Giardino Segreto, piante annuali e da studio. La successiva direzione di Orazio Comes impresse all’Orto un carattere di maggiore sperimentazione agraria con la coltivazione di diverse varietà di tabacco. Nel 1920 nasceva anche l’Orto Patologico, recuperando un’area precedentemente attribuita alla Stazione sperimentale per le malattie del bestiame. Ancora oggi, dopo 150 anni, l’Orto Botanico rappresenta un centro per lo studio, sul campo, delle discipline legate all’insegnamento superiore in campo agrario, legato a doppio filo con le tradizioni e le innovazioni in questo campo.

La Reggia oggi

La Reggia di Portici, al giorno d’oggi, costituisce un polo accademico e museale di grande importanza nazionale ed oltre. Sotto il profilo accademico viene, qui, proseguita la lunga tradizione, come Dipartimento di Agraria, degli insegnamenti nel campo valorizzando, oggi come tanti anni fa, l’innovazione con un occhio attento alle tradizioni agricole locali. L’attuale emergenza, inoltre, non ha fermato le attività didattiche, che proseguono in continuità con la tradizione d’eccellenza di quest’istituzione.
Quale polo museale, la Reggia è aperta tutti i giorni con la possibilità di visita dell’annesso Giardino Botanico ed è possibile unire la visita alla Reggia con quella ad un’altra eccellenza partenopea, il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, con un biglietto unico per entrambi i poli.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale

Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale

STORIE E LEGGENDE

Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale

Progettato da Domenico Fontana, oggi è un grandioso monumento a disposizione dei napoletani

di Paola Parisi

La fondazione del Palazzo Reale di Napoli risale ai primi del ‘600 per volere del Viceré spagnolo Fernandez Ruiz de Castro con lo scopo di accogliere i sovrani in viaggio per l’Europa. Il progetto fu affidato all’architetto Domenico Fontana che si ispirò ai canoni tardo-rinascimentali. Sulla base di alcune colonne della facciata principale è incisa la sua firma. La facciata, in mattoni e piperno, si articola in tre ordini architettonici: tuscanico, ionico e poi corinzio nei piani superiori. La costruzione del Palazzo si protrasse per secoli e fu completata solo nel 1858 ad opera di Gaetano Genovese, ma il progetto è rimasto comunque fedele al disegno del Fontana. Esso si affaccia su Piazza del Plebiscito, uno dei simboli di Napoli. Dal 1919 l’Appartamento Reale al piano nobile è aperto al pubblico come “Appartamento Storico”. Dal 1923, inoltre, una parte del Palazzo ospita la prestigiosa Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III.

La fondazione della Biblioteca Nazionale di Napoli risale agli ultimi decenni del XVIII secolo, quando, in applicazione di un regio decreto, si cominciarono a collocare nel Palazzo degli Studi, oggi sede del Museo Archeologico, le raccolte librarie fino a quel momento conservate nella Reggia di Capodimonte. Tra queste la famosa libreria farnesiana che Carlo di Borbone, figlio ed erede di Elisabetta Farnese, aveva fatto trasportare nella nostra città nel 1734.
Dopo l’Unità d’Italia fu ulteriormente arricchita con dei manoscritti leopardiani di Antonio Ranieri e la biblioteca teatrale Lucchesi Palli. Nel 1910 fu annessa alla Biblioteca l’Officina dei Papiri Ercolanesi istituita da Carlo di Borbone al fine di custodire i papiri provenienti dagli scavi di Ercolano del 1752-1754. A cotanta ricchezza storico-culturale, si contrappone un profondo senso di tristezza in quanto a questo patrimonio letterario, non gli si dedica l’attenzione dovuta. I mezzi rapidi di divulgazione e di propaganda esistono ma con profondo rammarico si denota uno scarso interesse verso questi preziosi tesori cartacei che costituiscono la vera storia della nostra città. Alle nuove generazioni occorre urgentemente insegnare l’arte di annusare la carta stampata ed il rispetto per coloro che hanno dedicato la loro vita a mettere nero su bianco affinché Napoli sia portavoce di gloria e non di esempi negativi e vanagloriosi. Ergo, usiamo pure i social ma per fini nobili e facciamoci anche un selfie magari con un libro tra le mani e con una didascalia più consona, ovvero modificare il classico “semplicemente io” con un “semplicemente io… leggo” cosicché qualcuno potrà avere credito come influencer.

(Prima parte – continua)

pubblicato su Napoli n. 18 del 25 novembre 2019

Castel Sant’Elmo – Una vista a 360 gradi sulla città

Castel Sant’Elmo – Una vista a 360 gradi sulla città

/LA CITTÀ

Castel Sant’Elmo – Una vista a 360 gradi sulla città

Un avamposto strategico, una prigione, un patrimonio Unesco ma soprattutto la bellezza della città che si apre nella sua interezza

di Domenico Sepe

Il più grande castello della città scavato, in parte, nel tufo, è posto in una posizione privilegiata per guardare tutta la città di Napoli in modo da poterne osservare le bellezze naturali e la storia urbanistica. Nato fortezza militare ed oggi adibito a museo permanente sul Novecento napoletano, è stato teatro di alcuni fra gli eventi più significativi della storia cittadina.

Dal Belforte al Castrum Sancti Erasmi

Il castello trae origine da una torre d’osservazione di epoca normanna chiamata Belforte, di cui abbiamo notizia già dal 1275, un nome con cui a volte ci si riferisce al castello, edificata qui per avere un punto privilegiato per il controllo della città e dei suoi accessi. Del castello le fonti iniziano a parlare con riguardo all’ordine, da parte del re Roberto d’Angiò, di costruire un palazzo, ultimato poi nel 1343, sulla collina nel luogo ove sorgeva la torre. All’epoca del Vicereame spagnolo il castello fu ricostruito, su ordine di Carlo V, da Don Pedro de Toledo realizzando un’opera di fortificazione dell’area nel 1546 e costruendovi anche una chiesa dedicata a Sant’Erasmo, per il quale era già stata edificata un’altra chiesa sin dal X secolo. Già nel 1348 fu messo sotto assedio da Ludovico d’Ungheria. Altri assedi furono quello austriaco del 1707 e quello dei Borbone del 1734, dimostrando il fatto che ne servisse il controllo per dominare sulla città. Infatti, durante i moti del 1799, fu preso dai repubblicani e qui fu proclamata la Repubblica Napoletana. È stato anche carcere militare fino agli anni settanta del XX secolo fino a che non venne restaurato ed aperto nel 1988 come museo.

La stella dalle sei punte

All’esterno Castel Sant’Elmo, per come lo vediamo oggi, è caratterizzato da una forma a stella a sei punte, unica al mondo, frutto di una progettazione prettamente militare, con delle cannoniere negli angoli rientranti. La pianta della struttura fu scavata nel tufo della collina stessa allo scopo di rendere imprendibile questo edificio, dandogli la maggior resistenza possibile. Per accedere all’interno si deve percorrere una rampa ripida e passare un ponticello e, dopo questo, si trova la Grotta dell’Eremita. Sul portale campeggia lo stemma di Carlo V con delle feritoie per la protezione del ponte levatoio. Una volta passato il portale, si può accedere ai locali adibiti a prigione e si accede alle arcate con vista sulla città e salendo si arriva alla Piazza d’Armi, ove si erge la Torre del Castellano. Infine, nel grande piazzale in cima, si trova la chiesa di Sant’Erasmo. Oggi è utilizzato come museo permanente sul Novecento napoletano e centro congressi, dove si svolgono alcune importanti manifestazioni culturali partenopee tra cui il Comicon e, quest’anno, NapoliCittàLibro.

Foto di Claudio Morabito
Avamposto strategico, prigione e patrimonio UNESCO

Tra le curiosità di Castel Sant’Elmo vi è la totale assenza di torrioni che fu considerata una debolezza ma che, con l’avvento dei cannoni, si è rivelata essere un’intuizione di grande valore strategico. Il castello è anche dotato di due grandi cisterne per la riserva d’acqua in caso d’assedio, le quali sono state scavate nella roccia viva. Un’altra curiosità riguarda il nome Sant’Elmo, si ritiene infatti sia la corruzione del nome Erasmo a cui era dedicata una chiesa che si trovava dove ora sorge il castello. Al santo poi ne è stata dedicata un’altra all’interno del castello stesso. Nel 1587 un fulmine colpì la polveriera causando il crollo di buona parte della fortezza, uccidendo 150 persone e provocando gravi danni alla parte sottostante della città ed è qui che fu piantato il primo albero della libertà nel 1799. Sempre qui, inoltre, si consumò l’ultima resistenza della Repubblica Napoletana contro l’armata sanfedista. Nel castello vi furono rinchiusi molti personaggi illustri come Tommaso Campanella e protagonisti della Repubblica Napoletana come Mario Pagano ed Ettore Carafa. Castel Sant’Elmo, poi, è l’unico castello costruito su una pianta a sei punte. Le spiegazioni su questo sono molto varie ma il tutto resta avvolto da un alone di mistero storico. Tra l’altro esso è anche un Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2014 proprio per le sue particolarità costruttive.

Dicono del castello:

“Offre un esempio eminente di un tipo speciale di costruzione architettonica”

Motivazione Patrimonio UNESCO

“Nessuno è mai riuscito a governare Napoli”

Fernand Braudel

“Per la sua bellezza e per la sua fecondità gli Dei si contendono il possesso della città”

Polibio

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

MAV – Realtà e immagine virtuale si incontrano

MAV – Realtà e immagine virtuale si incontrano

Il dr. Orvitti direttore del museo di Pietrarsa

/ IL PATRIMONIO

MAV – Realtà e immagine virtuale si incontrano

Ad Ercolano il museo che ripropone l’aspetto storico delle città devastate dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. prossimo ai 100mila visitatori

di Lorenzo Gaudiano

“La meraviglia è il principio della conoscenza”. È proprio una massima del filosofo greco Aristotele ad inaugurare la visita del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, una vera e propria immersione multimediale in un’epoca remota di cui quei pochi resti rimasti da ammirare diventano protagonisti di affascinanti ricostruzioni digitali, realizzate con l’ausilio delle tecnologie più all’avanguardia. Il risultato è proprio quella meraviglia di cui si parlava, suscitata dalla possibilità di ampliare con questi strumenti la visione della realtà ed affacciarsi in un mondo che non è solo immaginazione ma anche riproduzione di qualcosa che l’istintività della natura in un attimo, nel lontano 79 d.C., ha cancellato con inarrestabile furia.

Da edificio scolastico a museo. La storia del Mav è cominciata nel 2003, quando il Comune di Ercolano e la Provincia di Napoli sottoscrissero un protocollo d’intesa per trasformare l’abbandonata scuola Iaccarino in luogo museale. Poi la costituzione della Fondazione C.I.V.E.S per la gestione del museo e i servizi culturali connessi nel dicembre 2005, l’inaugurazione del Mav nel 2008 e infine l’adesione alla fondazione della Regione Campania nel maggio 2009. Da quel giorno la crescita non si è più fermata grazie all’interesse culturale dei vari visitatori e alle tecnologie di cui il museo dispone per affascinare il pubblico e permettere la conoscenza di un importante pezzo di realtà storica appartenente al nostro territorio.

Ricostruzione virtuale della casa del poeta tragico a Pompei
Testimone di quest’incessante evoluzione è il Direttore Generale della Fondazione C.I.V.E.S. Ciro Cacciola, in carica dal 2009.

«Dal punto di vista dei numeri oggi il Mav ha raggiunto circa i 100mila visitatori l’anno. Dieci anni fa tutto questo era davvero impensabile, quindi è chiaro che ci sia stato un cammino di grande crescita. In base ai riscontri del primo quadrimestre del 2019 abbiamo la certezza di superare la quota di 100mila. Nella precedente annata infatti abbiamo accolto all’incirca cinquecento scuole di Napoli e provincia, abbiamo organizzato centinaia di laboratori per bambini. Poi naturalmente vanno sottolineati i continui aggiornamenti agli exhibit museali, con una dotazione di tecnologie e contenuti in continua evoluzione».

Evoluzione che in questo campo non può assolutamente mancare.

«Con il nuovo allestimento di ottobre, a cui stiamo lavorando già da qualche mese, il Mav sarà l’unica realtà museale ad avere nel proprio percorso tutte le nuove tecnologie di nuovissima generazione tra realtà virtuale, realtà aumentata, realtà mista e strumenti di interattività come il Kinect. Tra l’altro presso i nostri laboratori si lavora anche con alcune tecnologie che sono ancora di uso sperimentale. Rispetto a dieci anni fa il Mav si è evoluto in maniera considerevole. Se non fosse così, non incontrerebbe il gradimento del pubblico perché gli attuali visitatori hanno aspettative diverse da quelle di dieci anni fa. Le tecnologie cambiano continuamente e dunque gli aggiornamenti diventano necessari per avere un riscontro favorevole. La stragrande maggioranza del nostro pubblico è costituita dai cosiddetti millennials, ovvero tutti coloro che sono nati dopo il 2000. È evidente che le aspettative di questi ultimi siano totalmente diverse da quelle della generazione precedente».

Il direttore Ciro Cacciola

Non solo Ercolano, ma anche Pompei, Baia, Stabiae e Capri si offrono agli occhi dei visitatori con una maggiore completezza, che senza dubbio non vuole sostituire ma integrare la conoscenza degli scavi archeologici. Una riproduzione della mappa dell’antica Ercolano con un dispositivo interattivo per visualizzare le schede di accompagnamento relative ai principali punti di interesse della città apre il percorso multimediale che insieme alle voci delle divinità Venere, Dioniso e Atena mostra ai visitatori l’antico aspetto di edifici pubblici come il Teatro e le Terme di Ercolano e il Tempio di Giove a Pompei, delle domus romane più importanti come la casa del Fauno e del citarista e della prestigiosa Villa dei Papiri. Un film in 5D sull’eruzione del Vesuvio che più di 2000 anni fa ha dato origine a tutto chiude una visita affascinante e spettacolare. La conversazione con il direttore Cacciola ora può riprendere..

Realtà degli scavi da una parte, immagini virtuali dall’altra. Lei si schiera?

«Ritengo che le due cose siano complementari. La direzione verso cui quasi tutti i musei tendono oggi è un intreccio sempre più stretto tra la realtà fisica del patrimonio culturale e quella virtuale. I feedback ricevuti sono unanimi su un punto: che la visita al Mav costituisce un complemento agli scavi di Ercolano, favorendone una maggiore comprensione. Questo soprattutto perché i visitatori non sono specialisti del settore ma persone con una grande passione per il patrimonio culturale ed archeologico. Penso che oggi di questo connubio non se ne possa fare più a meno in nessun ambito culturale».

Proprio per questo è stata istituita la ErcolanoVesuvio Card.

«Da dicembre 2018 grazie a questo strumento, che costa 22 euro, si può avere accesso a quattro siti: scavi di Ercolano; Vesuvio; Mav e Ville Vesuviane. Grazie alla Scabec abbiamo fornito ai nostri visitatori l’opportunità con un unico pass di entrare dappertutto».

Non sono solo i turisti stranieri a visitare il museo.

«In percentuale il 40% è costituito da studenti di tutti i livelli di istruzione, il 35% dal turismo internazionale, il restante da famiglie italiane, napoletane e regionali».

E gli eventi organizzati naturalmente non mancano.

«L’anno scorso abbiamo realizzato ed ospitato circa 100 eventi. Alcuni sono gratuiti e rivolti ad un pubblico locale, data la nostra attenzione al campo del sociale. Cerchiamo di calibrare la programmazione da noi offerta in base a tutte le fasce d’età».

Eruzione del Vesuvio

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

Il Palazzo del Re – Da residenza a polo museale

Il Palazzo del Re – Da residenza a polo museale

Il Palazzo Reale di Napoli Ph. Claudio Morabito

/ LA CITTÀ

Il Palazzo del Re – Da residenza a polo museale

Affaccia su una delle più belle piazze d’Italia. Ha attraversato nella sua storia diverse ere con differenti dominazioni

di Domenico Sepe

Nel passeggiare nella zona della Galleria Umberto, proprio di fronte al bar Gambrinus, si può osservare il lato posteriore del Palazzo Reale di Napoli, la cui facciata principale s’affaccia su Piazza del Plebiscito. Questo edificio ha conosciuto vari rifacimenti sino a poco prima dell’Unità d’Italia ma esso è nato come residenza per le visite dei re spagnoli e dei viceré nel Cinquecento per poi essere riadattato come residenza ufficiale della capitale del Regno di Napoli. Ora esso è un polo museale molto importante, è sede della biblioteca nazionale che raccoglie un milione e mezzo di volumi ed è sede di manifestazioni culturali, tra cui, la 12° edizione del Napoli Teatro Festival di quest’anno per cui vale la pena raccontarne la storia.

Dal Palazzo Vicereale ad un Palazzo Reale

La storia di questo complesso inizia dopo la conquista spagnola del Regno di Napoli, con i primi lavori nel 1543 per il Palazzo Vicereale ma, nel 1600, il viceré Ruiz de Castro decise di costruire un nuovo palazzo in onore del re Filippo III d’Asburgo accanto al Palazzo Vicereale il cui progetto fu affidato a Domenico Fontana. Nel 1734 Napoli fu conquistata da Carlo di Borbone e divenne capitale di un regno autonomo, il nuovo re decise di ampliare il complesso e di restaurarlo, furono anche edificati due cortili interni, sistemati i giardini pensili e completata la facciata su via Acton. Nel 1837, a seguito di un incendio, si rese necessario un nuovo restauro dell’intero complesso da parte di Ferdinando II, in chiave neoclassica. Venne abbattuto il palazzo Vicereale e venne creato il corpo di fabbrica che, oggi, ospita la biblioteca nazionale e questi lavori si conclusero nel 1858. Nel 1919 i Savoia lo cedettero al Demanio ed in questo periodo fu spostata la biblioteca mentre gli appartamenti furono conservati a scopo museale ed aperti al pubblico. Subì gravi danni durante la Seconda Guerra Mondiale, con una bomba che colpì il teatrino di corte e l’utilizzo da parte dei soldati angloamericani come luogo di ritrovo. Venne quindi restaurato negli anni Cinquanta e poi, di nuovo, negli anni 2010 recuperando ciò che era prima dei danni subiti.

I cortili e i giardini

Il Palazzo Reale sarà la cornice del Napoli Teatro Festival di quest’anno con l’utilizzo di alcuni dei suoi cortili su cui vale la pena soffermarsi, andranno in scena opere delle Sezioni Italiana ed Internazionale con artisti sia del territorio che esteri, il tutto valorizzando questo splendido complesso che si trova al centro di Napoli come luogo di cultura. Il Cortile d’Onore fa parte del progetto originario del Fontana che prevedeva tre cortili in corrispondenza dei tre ingressi. Si presenta a forma quadrata, con cinque arcate su ogni lato, intorno, al primo piano, una loggia. In una nicchia nella parte orientale del cortile era posta originariamente una vasca, ma in seguito fu sostituita da una fontana, ornata con una statua della Fortuna. Il Cortile delle Carrozze, così chiamato per la vicinanza ad una rimessa di carrozze, si avvicina architettonicamente allo stile dato al palazzo da Domenico Fontana, ha una forma rettangolare, con al centro una vasca di forma ellittica in marmo, ed è unito al cortile d’onore e alla spianata dei bastioni da due corridoi di servizio. La rimessa delle carrozze è un ambiente voltato con spina centrale che verte su nove colonne in ordine dorico. Il giardino del Palazzo Reale è ciò che rimane degli antichi giardini del palazzo Vicereale: questo giardino di passeggio venne realizzato nel 1842 e si trova protetto da un’ala nuova del palazzo, chiamata della Porcellana. Tutto il giardino è cinto da una cancellata con lance dalle punte dorate; presso il cancello d’ingresso, ai lati è decorato da due Palafrenieri in bronzo, copia di quelli realizzati a San Pietroburgo. Da qui è possibile avere una visuale del Maschio Angioino ed è qui che si terrà il Dopofestival del Napoli Teatro Festival.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019