Ilaria Petitto e la storia di “Donnachiara”

Ilaria Petitto e la storia di “Donnachiara”

/ LE STORIE

Ilaria Petitto e la storia di “Donnachiara”

Un racconto che ha per protagonista Montefalcione, i suoi vini e l’evoluzione arrivata con Riccardo Cotarella

di Giovanni Gaudiano

Qualche curva in salita, la collina scalata in macchina che offre al passeggero la possibilità di guardare lo splendido paesaggio: gli alberi, le case coloniche, le ville e poi le vigne, i filari ordinati che nei loro sali scendi creano un disegno armonico, stupendamente ordinato. La meta è Montefalcione, un po’ più di 500 metri sopra il livello del mare, è un paese circondato da un meraviglioso paesaggio dove la serenità, l’equilibrio ti invitano a dare un valore diverso alla vita di tutti i giorni.

Ed è in questo posto che una nobildonna venuta da lontano, da un paesaggio completamente diverso come quello di Maiori sulla Costiera Amalfitana, seppe oltre un secolo fa dedicarsi alla campagna, per iniziare un’avventura che ancora continua e che oggi più che mai pare avere un futuro ben delineato. “Donnachiara” ti aspetta proprio là alla fine di un breve rettilineo, all’inizio di una curva con la sua entrata che non lascia intravedere l’interno. Poi si apre il cancello automatico e appare una suggestiva discesa alberata, lo splendido casale ed il meraviglioso vigneto che si apre alla vista del visitatore.

Ad attendere Ilaria Petitto e suo marito Francesco per mostrare i luoghi del loro lavoro e per parlare di un’attività che oramai è legata indissolubilmente alla famiglia che Antonio Petitto, nobile e medico del posto, ha saputo costruire con la prima Donnachiara, Chiara Mazzarelli venuta dal mare.

«Partiamo dal nome – racconta Ilaria Petitto – per chiarire che Chiara è mia madre e la Donnachiara del nostro marchio era la nonna di mia madre che le era legatissima. Mia madre parla molto spesso di sua nonna descrivendola come una donna moderna, capace di occuparsi delle attività di famiglia che erano legate ai possedimenti della casata del nonno di mamma che si era trasferito da Roma, dove si era laureato in agraria, ad Avellino dove aveva queste proprietà. Mia madre andava spesso in campagna con sua nonna, era un periodo dove la faceva da padrona la mezzadria, e c’era questa casa colonica che ancora oggi esiste dove nei miei ricordi di bambina vedo ancora questi quattro stanzoni dove vivevano quattro distinte famiglie. C’era la stalla vicino alle cucine ed oltre alla vite venivano coltivati il grano ed il tabacco: era un’atmosfera per noi bambini molto affascinante».

Il racconto si interrompe appena qualche secondo, il tempo di degustare un buon caffè e poi Ilaria riprende.

«Mio nonno dopo il terremoto del 1980 comprese che questa zona dell’Irpinia si stava votando molto alla viticoltura e quindi ritenne che la cosa più opportuna, visto anche che i coloni erano andati via, fosse riconvertire tutta quest’azienda agricola a vigneto anche perché Torre alla Nocelle ricade nella zona dell’areale del Taurasi. L’azienda quindi fu tutta convertita alla produzione di Aglianico ed il desiderio di mio nonno era quello di edificare proprio in quel posto una nostra cantina. Successivamente pensammo di costruire la nostra cantina a Montefalcione in considerazione del particolare che con Lapio sono gli unici comuni dove le docg di Taurasi e Fiano si accavallano. Si tratta, peraltro, di due comuni molto particolari anche perché da un punto di vista scenografico sono i più belli. I miei genitori si innamorarono di questa collina dove poi siamo riusciti a costruire la nostra cantina. Con il senno di poi posso dire però che la scelta ci ha un po’ penalizzati perché a Montefalcione, comune agricolo, non incentivano le aziende che hanno bisogno di spazi e noi, che siamo l’unica azienda ecosostenibile, potremmo nel rispetto dell’ambiente avere uno spazio maggiore senza sconvolgere l’attuale paesaggio ma non riusciamo ad avere i permessi necessari».

Ilaria Petitto che ha studiato alla Luiss si occupa dell’azienda da dieci anni, prima era gestita dai due genitori Antonio e Chiara, che hanno iniziato entrambi come insegnanti per poi dedicarsi ad attività imprenditoriali. Non avrebbe mai immaginato di occuparsi di vino ma colta dalla passione per quest’attività, che lei stessa definisce bellissima, ha deciso di dedicarle il suo tempo anche se si tratta di un business complicato dai ritorni molto lunghi.

«La cosa più bella è la capacità che ha il vino di creare rapporti, di unire. È anche singolare come una bottiglia di vino faccia dei percorsi impensabili, arriva ovunque e per noi che abbiamo puntato molto sul mercato estero oggi la soddisfazione più grande è vedere attraverso i social pubblicate le nostre bottiglie dalla Corea al Sudafrica sino agli Stati Uniti».

La vocazione verso l’estero, verso quella che Ilaria chiama una fuga verso un paese diverso, come suggeriscono i suoi ripetuti viaggi lontano dall’Irpinia, non ha però intaccato la voglia di restare, di lavorare in e per questo territorio che lei stessa definisce.

«La campagna irpina è un territorio selvaggio, autentico e bellissimo. Ogni mattina provo la sensazione di innamorarmene anche perché l’ambiente ti dona una grande serenità e questo mi fa pensare che tanti anni fa la mia bisnonna, pur essendo venuta da un mondo totalmente diverso, provò le stesse sensazioni e quindi decise di dedicarsi a questa terra».

Che vantaggio comporta la coltivazione della vite in questo territorio?

«La coltivazione in altezza consente una maturazione più lenta ed una vendemmia ritardata e poi, anche se non si direbbe, protegge le piante da quegli inconvenienti naturali tipo le gelate primaverili».

Con il Professore Riccardo Cotarella
Mercato interno, mercato estero dove Donnachiara è riuscita ad oggi a collocarsi meglio?

«Abbiamo corretto il tiro, eravamo sbilanciati sul mercato estero, in particolare su quello americano, il che non era sano per un’azienda delle nostre dimensioni. Oggi siamo in linea e il nostro inserimento negli Stati Uniti rappresenta un terzo del nostro fatturato. La restante parte è equamente divisa tra mercato interno e quello europeo».

Ci avviamo alla fine della chiacchierata non senza prima soffermarci su Riccardo Cotarella e sull’importanza del suo lavoro per Donnachiara.

«Ritengo che l’esperienza e la professionalità del dr. Cotarella abbiano dato un valore aggiunto enorme al nostro impegno. Personalmente ho studiato diritto e non avevo conoscenze nel campo vitivinicolo. Ho sempre pensato indipendentemente da tutto che il rapporto con l’enologo fosse fondamentale e che dovesse essere soprattutto incentrato sulla comunicazione. Questo modus agendi è iniziato proprio con Riccardo Cotarella sin dal 2015 e le ragioni sono da ricercarsi in due aspetti: il primo è che si tratta di una persona umanamente ricca, frutto dei tanti successi ottenuti negli anni e poi perché il dr. Cotarella che è anche un professore ha la capacità di saper trasmettere le sue conoscenze, la sua attitudine di influenzare positivamente le aziende. Credo che ci siamo reciprocamente scelti e per noi ha rappresentato un cambiamento a 360 gradi, una svolta sia tecnica che nell’organizzazione e nella ricerca della qualità dei vini».

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

“La Locanda del Cerriglio” tra storia e tradizione

“La Locanda del Cerriglio” tra storia e tradizione

/ METTI UNA SERA A CENA

“La Locanda del Cerriglio” tra storia e tradizione

Angela Di Pascale, insieme con il marito Giuseppe Follari, ha ridato vita al luogo preferito da Caravaggio nel suo periodo napoletano

di Marco Boscia

“Taverna d’ ‘o Cerriglio, addó so’ stato cchiù de na vota a bevere e a mangià, giacché, ‘int’ ‘o suonno ca mme so’ sunnato mm’ e’ fatto cchiù ‘e na femmena assaggià; taverna antica, chiara e affummecata, ianca e nera, addurosa e puzzulenta, taverna allera, taverna accurzata, nfruciuta ‘e gente amabbele e cuntenta; a te, ca mmiez’ a pròvole e presótte e a nzerte d’aglie, sott’ ‘e ttrave appese, a na tavula toia, nnanz’ a ddoie vótte, mo vediste Basile e mo Curtese; a te, c’a Diana, a Crezia, a Carmusina mpruvvisà mme faciste sti ccanzone accumpagnate cu na rebecchina, cu na chitarra e cu nu calascione; a te sti smanie ‘e nu perfetto amante, st’ amaro chianto, sti suspire ardente, sti resate e sti llacreme cucente… A te, sti voce d’ ‘o seicento e tante…”

È la signora Angela a recitare nel suo locale, del quale ama definirsi non una semplice Chef ma la padrona di casa, i versi di questa poesia del 1919 di Salvatore Di Giacomo.

Lo fa con gli occhi lucidi ed intrisi d’emozione spiegandone il motivo.

«Mio marito mi ha fatto innamorare del progetto della Locanda quando abbiamo scoperto la poesia – Voce d’ammore antiche – perché leggendola con la voce del cuore, ho capito che per la Locanda poteva esserci una seconda vita».

Angela Di Pascale ha difatti accompagnato il marito Giuseppe in questa sfida; da donna lungimirante ha sposato il progetto mettendoci l’anima e facendo rivivere nella Locanda, attraverso un connubio fra cultura, arte e cucina, le emozioni di un tempo. In passato alla Locanda, ubicata alle spalle di Piazza Bovio nel vicoletto più stretto di Napoli, potevano trovarsi sempre del buon vino, del buon cibo e belle donne; il locale ospitava tutti i tipi di classi sociali: ricchi nobili, grandi artisti e popolino. Si narra inoltre che proprio all’uscita del locale, nell’ottobre del 1609, fu teso un agguato al pittore Michelangelo Merisi (Caravaggio) che venne aggredito forse per vendetta o forse da altri uomini in stato d’ebbrezza.

Ma Angela ed il marito soltanto una volta acquisita la Locanda, con l’iniziale intento di destinarla ad un deposito per l’attività edile di Giuseppe, ne hanno man mano scoperto la storia. Stando a quanto appreso da diversi volumi difatti, pare che l’esatta ubicazione di una storica taverna fosse proprio in zona porto, lambita dal mare e sotto il chiostro di Santa Maria La Nova. Inoltre Salvatore Di Giacomo, in un libro dedicato alle taverne napoletane, parla di “una fontana – presente nella cantina del locale – dalla quale l’acqua esce dalla quantità di un carlino”, la moneta del tempo. Se due indizi non fanno una prova, tre sì: i due coniugi, unitamente alla voce della gente del posto che rievocava diversi eventi della taverna del passato, hanno così capito che si trattava proprio di quella Locanda ed hanno deciso di risanarla, restituendo alla città un pezzo di storia.

Angela sottolinea di come sia stato il progetto ad impossessarsi di loro.

«Soltanto negli ultimi anni dei lavori abbiamo deciso di ricreare l’atmosfera di un tempo ed abbiamo così riaperto la Locanda nel 2014. Pur non provenendo da una famiglia di ristoratori, abbiamo accettato questa sfida: mio marito come restauratore ed io entrando in gioco grazie alla mia smisurata passione per la cucina, di cui ho preso la regia».

Come si è evoluta nel tempo la Locanda?

«Era dislocata su tre livelli: la cantina, la sala ristoro ed al piano superiore le camere da letto, dove le serate continuavano in piacevole compagnia. Oggi abbiamo dedicato due sale alla ristorazione mentre non abbiamo destinato il piano superiore ad un B & B ma, dopo averlo utilizzato i primi anni per l’esposizione di mostre di quadri e fotografie, ne abbiamo fatto luogo per eventi privati».

Oggi cosa offre la Locanda ai suoi clienti?

«La mia cucina, ispirata anche all’opera di Ippolito Cavalcanti duca Di Buonvicino, propone i piatti classici della tradizione napoletana: la regina della casa è la genovese, preparata con le cipolle dolci di Montoro. Tra le altre specialità proposte: il “puparuolo mbuttunato” spellato alla griglia e farcito con melanzane e provola, la polpetta di polpo, il ragù della domenica, una pasta e patate con provola affumicata ed il più classico degli scarparielli. Tra i piatti di mare: i paccheri con baccalà, il risotto alla pescatora, la calamarata del Cerriglio ed oltre ai classici spaghetti con vongole, anche gli spaghetti con la colatura di alici di Cetara, nei quali mi piace aggiungere una panuria di olive nere tostate al forno».

Buon cibo accompagnato da buon vino.

«Certamente. Proponendo piatti tipici napoletani, la scelta, cui si sono dedicati mio marito e nostro figlio Pasquale, è stata quella di inserire nel menù soltanto vini della nostra terra».

C’è un ricordo emozionante di questi primi anni di ristorazione?

«Emozioni ne provo sempre quando racconto la storia del locale, ma un ricordo piacevole è quello di quando è venuto a trovarci Mertens. Era arrivata in Italia la madre per un corso di aggiornamento ed all’improvviso, assieme ad un gruppo di medici luminari che avevano prenotato un tavolo per 20 persone, vedo apparire anche Dries. Lo abbiamo fatto sentire a casa e soltanto a fine serata gli abbiamo chiesto una fotografia. Lui ha sbirciato in cucina ed ha mangiato tutto: si è fatto preparare vari sfizi ed ha voluto assaggiare la nostra pasta e patate. Mertens è un personaggio allegro, semplice e genuino: averlo avuto come ospite è stata una gradevole sorpresa e raccontare al suo tavolo, come faccio con tutti i commensali, la storia del locale è stata un’emozione indescrivibile».

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019