Napoli: chi sarà il prossimo sindaco?

Napoli: chi sarà il prossimo sindaco?

LA CITTÀ

Napoli: chi sarà il prossimo sindaco?

Candidati a diventare primo cittadino sono in sette, in gran parte sostenuti da liste civiche e tra questi mancherà l’attuale sindaco

di Ciro Chiaro

Siamo alle ultime battute della campagna elettorale per le amministrative rinviate, causa Covid, e previste per il 3 e 4 ottobre con eventuale ballottaggio che si terrebbe il 17 e 18.
Candidati a diventare primo cittadino sono in sette, in gran parte sostenuti da liste civiche e tra questi mancherà l’attuale sindaco poiché al termine del secondo mandato. De Magistris ha però individuato in Alessandra Clemente la candidata DemA capace di portare avanti con continuità la linea politica dell’amministrazione in corso. Gli altri candidati sono: Gaetano Manfredi, ex rettore della Federico II, che gode dell’appoggio di PD e Movimento 5 Stelle; Catello Maresca, magistrato che si è messo in aspettativa per dare una mano a questa città e che politicamente è sostenuto dalle forze di destra che trovano spazio in ben 12 liste civiche; Antonio Bassolino, figura storica della sinistra napoletana e nazionale sostenuto unicamente da liste civiche.
Uno di questi quattro probabilmente sarà il prossimo sindaco di Napoli poiché non si ritiene che possano venire sorprese dagli altri candidati: Matteo Brambilla, Giovanni Moscarella e Rossella Solombrino.
Superate le polemiche iniziali sui consueti impresentabili all’interno di alcune liste, la campagna elettorale si è svolta in maniera tranquilla e ordinata, senza particolari polemiche fatto salvo lo scontro tra Catello Maresca e l’ANM a seguito della esclusione di quattro liste a lui collegate fra le quali quella della Lega. Le affermazioni riguardo alla decisione politica assunta dal giudice amministrativo non sono state apprezzate dall’ANM soprattutto perché venivano da un magistrato. Il successivo ricorso è stato rigettato e il Consiglio di Stato ha definitivamente sancito l’irregolarità nella presentazione delle liste e confermata l’esclusione. La decisione riguarda sia il Comune che le Circoscrizioni poiché sono in ballo anche i rinnovi dei consigli circoscrizionali che nella realtà cittadina assumono un ruolo particolarmente importante. A seguito del pronunciamento del Consiglio di Stato anche all’interno della coalizione di Catello Maresca vi sono stati diversi dissapori poiché venivano fatti fuori alcuni nomi eccellenti del panorama politico cittadino, tutti con un gran seguito. Le accuse di eccessivo formalismo nella decisione degli organi amministrativi si sono sprecate, le liste sarebbero state presentate in ritardo e con anomalie riguardo al simbolo, ma la materia elettorale è ben disciplinata dalla legge proprio per garantire la democrazia. Si comprende la delusione visto che alla presentazione delle candidature il magistrato era dato per favorito, sostenuto da una coalizione che sembrava una invincibile armada, cosa che aveva indotto le forze antagoniste a cercare di opporgli un personaggio di alto profilo e si era arrivati a pensare al Presidente della Camera Roberto Fico.

Ma nonostante l’assenza del nome altisonante comunque gli ultimi sondaggi danno favorito Gaetano Manfredi che, pur non essendo politico di professione, ha allacciato buoni rapporti con la politica romana e non sono mancati ai suoi incontri con l’elettorato figure di spicco dei partiti o membri del governo che lo hanno sostenuto.
Tutto sommato quella che si sta per concludere è stata una campagna elettorale di basso profilo: quasi assenti i confronti diretti tra i candidati, limitati i comizi di piazza, anche per motivi sanitari, si sono privilegiati gli incontri con gli elettori in suggestive locations della città ma sempre con l’osservanza delle necessarie cautele e prestando attenzione ad evitare assembramenti. Intensa è stata la presenza nelle televisioni e sui social che attualmente rappresentano il mezzo di comunicazione preferito dalla politica. Il tutto in linea con le ultime tornate elettorali anche a livello nazionale che hanno visto una blanda partecipazione a livello emotivo e una conseguente bassa affluenza alle urne a causa di un ormai consolidato disinteresse verso la politica da parte dei cittadini. Ma in particolare questa campagna elettorale ha dovuto fare i conti anche con le conseguenze della pandemia: le vaccinazioni in corso, la problematica riapertura delle scuole, le vicende legate al green pass e non ultimo il passaggio alla stabilità economica. Situazioni che ci hanno visto tutti coinvolti e che hanno ulteriormente ridimensionato l’importanza dell’evento politico poiché la gente era in tutt’altre faccende affaccendata.
Ma a prescindere dalle situazioni contingenti ancora una volta si è manifestato il vero problema politico nazionale che a livello locale trova la sua massima espressione: i partiti storici che non sanno auto-trasformarsi in efficaci recettori delle istanze dei cittadini e il proliferare di liste civiche raffazzonate, portatrici di mere istanze di parte o privatistiche, lo conferma. Questo qualunquismo impegnato, come l’ha definito Mario Rusciano in un editoriale sul Corriere del Mezzogiorno, comporta non solo l’assenza di programmi strutturati e di provate competenze per portarli avanti ma maggioranze friabili che non consentono la governabilità mettendo in difficoltà le istituzioni anche nella quotidiana operatività.

Eppure in questo momento di rinascita a cui si approccia tutto il paese, grazie anche agli interventi del PNRR, Napoli dovrebbe far sentire alta e forte la sua voce. In una recente intervista l’onorevole Boccia del PD ha dichiarato: «… dico che sia mancata al Sud la guida di Napoli. Non tanto per una visione di insieme, quanto perché Napoli deve essere capitale europea e luogo di cambiamento. Noi tutti ci sentiamo orfani di Napoli».
Questa vision di una Napoli sede di poteri decisionali in campo politico ed economico, capace di essere un volano di crescita per tutto il Mezzogiorno, manca nei programmi dei candidati a futuro sindaco. Infatti tutti, prescindendo da derive ideologiche di destra o di sinistra, hanno puntato sulla realizzazione di servizi efficienti, sul recupero di una buona qualità della vita, sul lavoro, sulla sicurezza e sulla valorizzazione delle risorse culturali della città. Non è mancata ovviamente qualche apertura ad effetto sul nuovo stadio del Napoli, sulla tangenziale gratuita e via discorrendo.
Ovviamente tutti diranno che se si riesce a fare qualcosa su questi punti già è un miracolo considerando che il Comune è in dissesto finanziario e che prima della pandemia si discuteva a livello politico della necessità di una legge per Napoli, praticamente un finanziamento, considerati i problemi della città e le scarse risorse a disposizione per affrontarli.
Questo minimo sindacale, che sicuramente starà bene ai napoletani, visto che vivono in una città che si trova nelle zone più basse della classifica riguardante la qualità della vita, rappresenta il sogno di tutti i candidati, qualsiasi sia il loro orientamento politico, tant’è che non si è data alcuna rilevanza a clamorosi cambi di casacca di determinati soggetti che pure hanno avuto anche una storia politica importante.
Quindi ancora una volta andiamo a votare con la speranza che la coalizione vincente possa dare una soluzione ai tanti problemi che affliggono questa città, coltivando il desiderio che piano piano si possa restituire a Napoli un’immagine più consona alla sua grande storia e alla sua cultura.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Ora è arrivato il momento di riaprire i teatri

Ora è arrivato il momento di riaprire i teatri

IL CANTO DELLA SIRENA

Ora è arrivato il momento di riaprire i teatri

Eduardo De Filippo diceva: “Il teatro porta alla vita e la vita porta al teatro. Non si possono scindere le due cose”

di Giovanni Gaudiano

È stata un’estate particolare.
Voglia di libertà, di uscire, di partire, di sentirsi liberi di incontrare la gente e contemporaneamente frenate, incertezze, notizie mai del tutto chiare ma anche la necessità di andare avanti, di far ripartire l’economia, di dare ossigeno a chi ha rischiato e ancora rischia di dover chiudere i battenti.
Il teatro, i cinema ed i lavoratori a tali attività legati sono tra quelli che continuano a soffrire, a vivere nel dubbio, ad attendere una soluzione.
L’edizione di quest’anno del Campania Teatro Festival che si concluderà nel mese in corso con la sezione internazionale ed altri spettacoli ed una mostra fotografica dedicata a Pino Daniele, continuiamo a domandarci senza trovare una risposta plausibile perché sia stato deciso di abbandonare la denominazione oramai consolidata di Napoli Teatro Festival, ha riavvicinato la città ai palcoscenici.
Si è scelto di recitare all’aperto, la stagione lo consentiva, e l’aver concentrato quasi tutto sulla collina di Capodimonte, approfittando del meraviglioso polmone verde e non solo voluto dai Borbone e della lungimirante disponibilità del direttore del sito Sylvain Bellenger, ha baciato un’edizione di successo che potrebbe aver trovato la sua ideale collocazione anche per le edizioni future.
Il parco, i giardini che hanno accolto le installazioni, il silenzio e la tranquillità rotti solo da qualche aereo in decollo da Capodichino hanno dimostrato che Napoli ha una soluzione per tutto, ci si augura proprio per questo che qualcuno ripensi al machiavellico cambio di denominazione senza dover attendere un nuovo governatore.
La spinta ed il successo della manifestazione ha indotto il Teatro Stabile di Napoli ed il Teatro Diana ad annunciare la riapertura entro settembre.
Incrociamo le dita, dichiariamo tutti che saremo pronti a seguire con rispetto le norme che verranno richieste, appoggiamo la decisione e poi speriamo di occupare le poltrone e poter finalmente tornare ad applaudire i tanti attori già pronti a recitare gli spettacoli classici, quelli sospesi e le novità, senza dimenticare tutti i lavoratori che permettono che tutto questo accada.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

PATRIMONIO DA SALVARE

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Qui è iniziata la storia degli scavi di Ercolano ed ora finalmente il progetto per il suo recupero sembra essere iniziato

di Domenico Sepe

Emanuele Maurizio, il duca archeologo

La storia di Villa d’Elbeuf è strettamente legata all’eponimo duca, figura centrale nella storia degli Scavi di Ercolano. Difatti Emanuele Maurizio di Lorena, questo il suo nome, è l’uomo indicato, da più parti, come colui che ha avviato la stagione degli scavi di Ercolano e quindi anche di Pompei.
Nato a Parigi nel 1677, era il figlio minore del duca Carlo e della seconda moglie e fu principe di Lorena in quanto discendente di Renato II del Casato di Guisa. La sua vita, non essendo erede primario del casato, sembrava essere destinata ad essere poco più di una nota a margine della storia. Ma il suo destino cambiò quando, in cerca di un’occasione, passò al servizio di Giuseppe I d’Austria, tradendo il proprio monarca, Luigi XIV, che lo fece condannare a morte in contumacia.
Il suo nuovo sovrano lo nominò, nel 1706, luogotenente generale della cavalleria a Napoli, che era di recente passata all’Austria dopo la Guerra di successione spagnola, con il compito di garantire che i francesi, che avevano ancora fortissimi interessi sul Meridione d’Italia, restassero fuori da quel lato della Penisola ormai di egemonia austriaca.
Mentre si trovava a Napoli a gestire le truppe dell’Arciduca d’Austria, il duca Emanuele commissionò a Ferdinando Sanfelice, il grande architetto napoletano, una residenza privata a Portici da poter utilizzare come residenza estiva e di rappresentanza, e che divenne poi la prima delle 122 Ville del Miglio d’Oro, che naturalmente venne chiamata Villa d’Elbeuf, forse come richiamo ai titoli che gli erano stati strappati da Luigi XIV.
Negli anni della costruzione della villa e della sua permanenza a Portici, venne a sapere della presenza di reperti archeologici dissotterrati per caso nella vicina Ercolano, nel 1709, ad opera di un contadino che stava scavando un pozzo per il proprio campo.
Andò di persona a vedere questi reperti di marmo pregiato e ne comprò alcuni per la realizzazione di alcune cappelle in diverse chiese di Napoli. Successivamente acquistò il pozzo stesso ed avviò una serie di sondaggi attraverso dei cunicoli sotterranei; era, dunque, iniziata, la stagione degli scavi di Ercolano.
Nel 1719 il Duca ritornò nella natia Francia, dove riprese possesso dei propri titoli e dei propri possedimenti, ma restando sempre indissolubilmente legato a Napoli ed a Portici.
La villa venne acquistata dal duca Giacinto Falletti di Cannalonga e, nel 1738, il re Carlo di Borbone e sua moglie Amalia furono costretti, durante un viaggio per mare, a sbarcare a Portici a causa di una tempesta. Qui furono accolti dal nuovo proprietario per vari giorni e furono mostrate ai coniugi le bellezze della zona ed i reperti archeologici che erano custoditi nella villa. Il re rimase tanto impressionato dalla zona che volle costruire la propria residenza estiva proprio a Portici ed oggi quella splendida reggia estiva ospita la Facoltà d’Agraria della Federico II. Inoltre, incuriosito dai ritrovamenti fatti dal duca, il re commissionò una nuova serie di scavi nella zona di Ercolano, permettendo il rinvenimento di altri manufatti e la sistemazione iniziale dell’area archeologica.
Il duca, nel frattempo, era tornato a vivere in Francia e morì senza eredi a Parigi nel 1763 dopo essere diventato, infine, duca d’Elbeuf nel 1748 a seguito della morte del fratello maggiore e dei suoi figli.
Egli lasciava, dietro di sé, un lascito costituito dai primi scavi ercolanesi che, successivamente, lo avrebbero consacrato a pioniere dell’esplorazione archeologica delle città romane distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La Villa protesa sul mare

Quando si guarda oggi la Villa d’Elbeuf è difficile immaginare che, tempo fa, questa fosse la residenza di uno dei nobili più potenti del Regno di Napoli, visto che attualmente è coperta dai ponteggi e dai tubi.
Ma quest’edificio, che domina lo scenario del Porto del Granatello, eretto nel 1711, è stato un elegantissimo edificio fino a metà del 1800.
La costruzione voluta del principe Emanuele Maurizio di Lorena fece conoscere a Carlo di Borbone la zona ed il re decise di costruire la Reggia di Portici quale residenza estiva. Vennero così tutte le ville che vanno da San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco, quasi tutte in stile Rococò, com’era di moda in quegli anni.
La Villa d’Elbeuf è in stile Rococò e presenta due portali in marmo e piperno a cui si accede da una doppia scalinata monumentale che è collegata ad una terrazza che affaccia sul mare. Il progetto della villa fu dell’architetto Ferdinando Sanfelice, uno dei massimi esponenti del Rococò partenopeo e progettista di tantissimi palazzi a Napoli.
Dopo la costruzione, il duca Emanuele Maurizio aggiunse molte decorazioni alla sua casa, rendendola il perfetto esempio della residenza estiva e di rappresentanza. Il suo aspetto, infatti, nonostante l’attuale stato di abbandono, risulta essere imponente e maestoso e, inoltre, riesce a dominare tutto il bacino del Granatello.
Quando, come detto prima, il re Carlo di Borbone fu ospite del duca di Cannalonga, restando affascinato da questa residenza, e nel 1742 la comprò e la trasformò nella propria dépendance e nell’approdo marittimo per la propria reggia, il cui giardino comincia nelle immediate vicinanze.
Re Carlo, inoltre, era un appassionato di pesca e fece costruire dei canali, scavati nella lava vesuviana che alimentavano delle piccole peschiere convogliando l’acqua marina.
Un’altra caratteristica della villa sono i bagni a mare, fatti costruire nel periodo napoleonico da Gioacchino Murat ai piedi della villa per sé e per la famiglia, che rappresentano un raro esempio di impianto balneare in Stile Impero.
Ma la storia di questo esempio di architettura rococò finì con la costruzione della linea ferroviaria Napoli – Portici che attraversava proprio il parco della Villa d’Elbeuf. La posa dei binari, infatti, spezzò l’unità tra il palazzo ed il parco retrostante sancendo, nei fatti, l’inizio della decadenza per questo edificio.
La villa, dopo l’Unità d’Italia, passò alla famiglia Bruno con un’asta del Demanio ed il percorso discendente verso l’incuria continuò fino agli anni recenti. Oggi la villa si trova in condizioni terribili, dopo essere stata vittima di incendi, di saccheggi. Inoltre, gli stucchi sono stati quasi completamente distrutti e l’edificio versa in una condizione di totale inagibilità e d’insicurezza, visto che mancano le balaustre degli scaloni e vari punti del tetto sono crollati.
Eppure nonostante i ponteggi e lo stato d’abbandono, domina ancora lo scenario del Granatello ed è impossibile non notarla. Quest’edificio, nell’ambito della città di Portici, presenta delle grandi potenzialità museali, specie in collegamento con la vicina Reggia di Portici, di cui per un certo periodo ha fatto parte. Nel 2019, dopo che la villa era stata venduta ad una cordata di imprenditori per il restauro nel 2013, sono finalmente cominciati i lavori di recupero sotto il controllo della Soprintendenza mentre, negli anni, i cittadini di Portici hanno creato alcuni comitati per sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo monumento storico della città. I lavori procedono a rilento, complici sia alcuni problemi finanziari della cordata che l’attuale pandemia che non sono stati d’aiuto per il salvataggio di questo monumento.
Si può solo concludere dicendo che è quantomai necessario recuperare l’edifico che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei massimi esempi d’architettura e storia del Miglio d’Oro.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Io Maddalena come Gelsomina

Io Maddalena come Gelsomina

NAPOLETANI

Io Maddalena come Gelsomina

Maddalena Stornaiuolo ha portato sul grande schermo il personaggio di Gelsomina Verde nel film omonimo di Massimiliano Pacifico

di Giovanni Gaudiano

Il film di Massimiliano Pacifico dedicato alla figura di Gelsomina Verde, anche senza andare in sala, per il momento sta riscuotendo il meritato consenso a testimonianza del buon lavoro fatto.
Il ruolo della sfortunata ragazza di Scampia, affidato a Maddalena Stornaiuolo, somiglia quasi al passaggio del testimone, quel bastoncino oggi di plastica leggero, che viene utilizzato in atletica leggera nelle staffette. Questo perché Maddalena viene anche lei da Scampia: è nata nelle famose vele, c’è cresciuta, ha iniziato a lavorare ed oggi dedica buona parte del suo tempo ai ragazzi che vivono proprio in quella zona di Napoli.
L’attrice napoletana è giovane ma anche mamma e nella chiacchierata mostra la tranquilla consapevolezza di chi raccontando dei suoi inizi dice che tutto è avvenuto quasi per caso. Non parla di una ragazzina che pensava di diventare attrice, avere successo, essere riconosciuta. Certo ha ragione per certi versi a valorizzare la casualità perché nella vita di tutti ci sono momenti, occasioni che la determinano, ma proprio per quello che si diceva non completa il ragionamento, per vera modestia, e omette di dire che lei ha saputo cogliere quel momento, che è riuscita a comprendere quale sarebbe stato il suo talento da coltivare pensando prima di tutto che avrebbe dovuto studiare tanto, impegnarsi di più e soffrire, anche se magari il meno possibile.

Sei nata a Scampia. Come e quando hai capito che potevi fare l’attrice e che l’ambiente nel quale vivevi non avrebbe condizionato la tua vita?

«Avevo quindici anni e fui spinta da molti amici a provare a fare teatro. L’idea fu molto casuale. Si trattava di andare al Teatro Mercadante dove c’era questo laboratorio teatrale “Arrevuoto” con tantissimi giovani che si proponevano. Il primo giorno mi sembrò un ambiente non adatto a me. Ero molto imbarazzata quando mi chiedevano di improvvisare e decisi per questo che non ci sarei andata più. La settimana successiva però mi ripresentai e poi giorno dopo giorno compresi che in quel luogo c’era qualcosa che mi attirava, soprattutto perché compresi che proprio grazie al teatro mi sarei potuta esprimere in una maniera più libera».

Ma accadde anche dell’altro…

«È vero, fui subito scelta per girare “‘O Professore” con Sergio Castellitto, una miniserie televisiva in due puntate diretta da Maurizio Zaccaro. Abbiamo girato per 20 giorni ed ho capito che quel mondo mi piaceva e che potevo dire la mia, anche se ho subito compreso che avrei dovuto mettermi a studiare recitazione con serietà e determinazione per fare questo mestiere».

Come e dove ti sei formata per arrivare ad essere rapidamente un’attrice riconosciuta, affermata?

«Devo fare ancora molta strada in questo lavoro, non si finisce mai di imparare. È una strada lunga che però ti dà sempre stimoli nuovi. Per parlare della mia formazione dopo il laboratorio al Teatro Stabile di Napoli ho studiato tre anni al Teatro Elicantropo con Carlo Cerciello. Poi mi sono iscritta ad una scuola di cinema, “Alla ribalta”, per completare la mia formazione che non volevo fosse solo di tipo teatrale».

A proposito: oggi hai una preferenza tra cinema e teatro?

«Non ho una preferenza ma per me è importante riuscire a trasmettere con la mia recitazione delle emozioni tanto a teatro quanto al cinema. Certo cambia il fatto che a teatro il pubblico sia molto vicino, nei teatri piccoli lo senti addirittura sulla pelle, e poi non ti puoi permettere di sbagliare e ripetere la scena come accade per il cinema. È la magia del teatro che definirei fantastica».

Hai tanti interessi tra i quali occupa un posto importante il laboratorio di recitazione dedicato ai giovani di Scampia che ha chiamato “La Scugnizzeria”. A che punto sei?

«Avevo sempre sognato di occuparmi di una mia scuola di recitazione per potere trasmettere ai ragazzi del territorio l’amore per questa passione e per questo lavoro. Ho iniziato senza una sede fissa ma questa situazione non agevolava lo svolgimento del lavoro. Si perdeva il discorso umano avviato sia con i ragazzi che con le famiglie. Con la mia gravidanza ho dovuto interrompere l’attività personale e mi sono dedicata alla ricerca di una sede che ho trovato e che ho inaugurato subito dopo la nascita di mia figlia. In quattro anni di attività siamo passati da cinque ragazzi presenti al primo giorno agli attuali sessanta, nonostante il tempo perso per la pandemia».

Che risultati stai raccogliendo da questo tuo impegno con i giovani?

«Da un mese è arrivato al cinema il film “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini, nel quale io non sono solo l’acting coach ma ho il piacere di avere cinque ragazzi provenienti da “La Scugnizzeria” che recitano in questo film con Valeria Golino e Pina Turco (entrambe candidate per questo film ai Nastri d’Argento) e c’è addirittura una bambina che recita da co-protagonista. Si tratta di un primo incoraggiante risultato che premia la dedizione di tutti ed è in fondo la gratificazione più importante per il lavoro svolto con passione sino ad oggi».

Parliamo del Nastro d’Argento speciale per la regia del corto “Sufficiente” presentato anche a Venezia. Sei stata sorpresa dal riconoscimento? Quanto ci hai lavorato?

«Come per la recitazione anche in questo caso mi sono avvicinata in punta di piedi e per caso. Con Gianluca Arcopinto, il produttore di Gelsomina, volevo organizzare a “La Scugnizzeria” un corso di produzione cinematografica per offrire agli allievi una conoscenza ed una competenza in più. Il corso alla fine prevedeva la realizzazione di un corto e fu Gianluca che scelse di affidarmene la regia insieme ad Antonio Ruocco. Doveva essere una specie di saggio accademico di fine d’anno e mai ci saremmo aspettati di vincere un Nastro d’Argento, di presentarlo a Venezia dove siamo stati colpiti dal calore che ci ha circondato. È stata una gioia immensa».

Arriviamo a Gelsomina Verde. Come ti sei trovata a recitare in una location così particolare e tanto diversa dai luoghi dove la vicenda si è consumata?

«Credo sia stato un bene girare a Polverigi senza essere in qualche maniera condizionati dal luogo dove si è svolta la vicenda. Stare tutti insieme ci ha consentito di entrare nella storia ripercorrendola in tutte le sue fasi. Parlare poi con Francesco, il fratello di Gelsomina, ascoltare i suoi racconti, vedere gli oggetti appartenuti a questa ragazza è stato per me come ricevere un pugno nello stomaco. Si tratta di una storia forte, molto forte, che andava raccontata per come si è svolta e penso che Massimiliano sia stato capace di rappresentarla con il giusto taglio, portando sullo schermo un prodotto finale che sta tra il film ed il documentario».

Eri già nel cast di “Centoquattordici” sempre con Massimiliano, che evoluzione è stata per te la partecipazione da protagonista a questo film?

«Ero nel cast ed interpretavo l’amica di Gelsomina, ma già si andava delineando il ruolo di Gelsomina che poi mi è stato affidato. Già dopo quel cortometraggio c’era l’intenzione di girare un vero e proprio film. Sono passati un po’ di anni e ci siamo riusciti».

La vicenda la si conosce ma resta comunque incomprensibile tutto quello che accadde. Che peso pensi possa avere nella vita di tutti i giorni per lo spettatore un simile approfondimento?

«Siamo abituati a vedere storie tristi e forti raccontate con molta veridicità, forse anche con troppa spettacolarizzazione, che trasmettono rabbia che al termine della rappresentazione svanisce pensando che si tratta di un film. In questo caso la vena documentaristica del film ti resta, prende il sopravvento perché sentendo anche parlare Francesco, il fratello, ti rendi conto che sta toccando con mano la realtà, una storia triste, forte e soprattutto vera. Questo lavoro potrebbe essere proiettato nelle scuole, nelle associazioni che si occupano dei giovani, potrebbe diventare un promemoria per non dimenticare, per non accantonare con superficialità quello che è accaduto».

Che ruolo può svolgere la cultura in un miglioramento generale della situazione della nostra città?

«Penso sia fondamentale. La nostra città ha una ricchezza che non riesce a valorizzare come avviene all’estero. Fare cultura vuol dire partire dalle cose più semplici, da quello che è alla portata di tutti. Bisogna evitare che la parola incuta timore e venga respinta per senso di inadeguatezza».

Veniamo al presente. A cosa stai lavorando?

«Sto lavorando ad un nuovo corto, questa volta da sola, che in realtà è già in fase di montaggio e che si intitolerà “Coriandoli”. Sarà difficile replicare quanto accaduto con “Sufficiente” ma ci provo. Inoltre stiamo lavorando anche ad un lungometraggio che mi piacerebbe girare nel territorio che mi accoglie da quando sono nata, anche per un senso di riconoscenza per tutto quello che mi ha dato».

Ti piacerebbe essere protagonista di una serie tv?

«Certo. Sono molto affascinata dalle serie televisive. Parlando di una serie come “Gomorra”, al di là delle critiche, è indiscutibile che sia stata girata molto bene. Partecipare ad una produzione simile sarebbe stimolante e sarebbe importante che a girarla fosse un regista esperto e capace di valorizzare l’interpretazione come mi è successo con Alessandro D’Alatri ne “I bastardi di Pizzofalcone”».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Un libro, il mondo, la consapevolezza

Un libro, il mondo, la consapevolezza

RIFLESSIONI

Un libro, il mondo, la consapevolezza

In un mondo dove si legge sempre di meno i libri, sia cartacei che elettronici, rappresentano l’ultimo rifugio della cultura

di Domenico Sepe

Cosa rappresenta un libro?
È una domanda che si presta sicuramente a molte risposte. Ma un libro è, prima di tutto, un continuo viaggio nel proprio io. Leggere permette di conoscere infiniti mondi ed infinite persone.
Questo perché la scrittura è un mezzo senza tempo e, per quanto possa cambiare il suo modo d’essere, diventare elettronica e perdere la sua fisicità, resta sempre la chiave di volta della civiltà umana.
Nessun libro, poi, fa distinzioni tra le persone, tutti possono prendere in mano un libro e leggerlo, da ciò la lettura diventa mezzo per la propria espressione perché permette di scrivere meglio e, quindi, di poter condividere il proprio io con gli altri. Del resto, la forza della scrittura prima, e della stampa poi, è stata la possibilità di rendere facile la comunicazione tra le persone.
Un buon libro, inoltre, è sempre un buon compagno che permette di allargare i propri orizzonti, Leopardi stesso era un accanito lettore che, come disse al proprio padre, non avrebbe mai potuto scrivere senza il patrimonio di conoscenze della biblioteca di Recanati.
Ma i libri non sono soltanto questo, Cesare Beccaria aveva ben chiaro che i libri rappresentano un universo molto più ampio. Infatti, ci sono libri che rappresentano il nostro rapporto con il mondo e la società, che definiscono rapporti, diritti e doveri: i libri delle leggi ed i codici. Questi, infatti, punto fondamentale del suo pensiero, devono essere scritti in una lingua chiara per evitare arbitrii e soprusi e devono essere conosciuti da tutti, di modo che la libertà diventi il patrimonio comune di tutti.
Beccaria affermava quindi un pensiero fondamentale: che la libertà deriva dalla conoscenza e che senza conoscenza non è possibile che ci sia un uomo libero, egli stesso diceva anche che «il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione».
Il libro, quindi, diventa il mezzo per esercitare una libertà consapevole, che diventa analisi del mondo, della politica e dell’informazione, per perseguire una critica finalizzata al miglioramento stesso della società, oltre che di sé stessi.
Ogni uomo nasce libero, ma diventa consapevolmente libero solo grazie al patrimonio di conoscenze contenuto nei libri.

Pensieri sul libro

“Un buon libro è un compagno che ci fa passare dei momenti felici”

Giacomo Leopardi

 

“Senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo”

Cesare Beccaria

 

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

METTI UNA SERA A CENA

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

Da Cava de’ Tirreni a Via Medina nel cuore pulsante di Napoli la seconda apertura di un ristorante guidato da una verace famiglia napoletana

di Lorenzo Gaudiano

«Il cibo, per Eduardo, non era solo qualcosa che serve a sfamarci o a soddisfare la nostra golosità, ma soprattutto ciò che ci mantiene in vita e quindi una cosa da amare, da rispettare. Una cosa sacra insomma». A raccontare ciò è stata Isabella Quarantotti, ultima moglie del drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo, venuta a mancare nel 2005. Un ricordo di poche parole che spiegano chiaramente il significato che il napoletano attribuisce alla cucina: la sua necessità non soltanto fisiologica ma psicologica, l’amore e la religiosità che nutre nei suoi confronti perché depositaria di tradizioni, ricordi, affetti che purtroppo non ci sono più, sensazioni uniche purtroppo cadute in disuso per lasciare spazio all’estetica, alla vana apparenza, utili più a vivere un’esperienza piuttosto che a riempire lo stomaco.
La scelta di riportare un pensiero di un napoletano verace che ai suoi tempi è stato capace con le sue opere di offrire un quadro allora lungimirante ed oggi tra l’altro ancora validissimo della società attuale non è per nulla casuale, perché a via Medina, praticamente al centro di Napoli, da circa un mese è stato inaugurato un ristorante-trattoria che ha fatto dell’amore per la tradizione e del desiderio di tramandare alle nuove generazioni conoscenze e valori che altrimenti cadrebbero nell’oblio la sua filosofia. Si tratta di Ammor – Cucina e Tradizione, alla sua seconda apertura si diceva dopo l’esordio a Cava de’ Tirreni nel dicembre 2019 che nonostante il periodo ha avuto un riscontro positivo e di grande successo, al punto di spingere la famiglia Festa, napoletana verace, ad intraprendere questa nuova avventura nella propria città, nel centro storico, per continuare a far vivere nel tempo, seppur rivisitata con qualche tocco di innovazione, la cosiddetta “cucina delle nonne”, un vulcano di sapori difficile da spiegare a parole e comprensibile soltanto assaggiando quei piatti. Come si facevano allora, con i loro procedimenti originali che richiedevano attenzione, tanta passione, smisurata pazienza, a cui oggi va combinata una materia prima di grande qualità, peculiarità decisiva per fare la differenza.

Basta soltanto entrare nel locale per cogliere tutto questo. Il cuore sacro scelto come simbolo del brand con il suo colore rosso accattivante e di forte impatto, l’accoglienza da parte della proprietà, la profondità che salendo le scale si percepisce dall’aspetto cromatico delle pareti e dal design scelto per l’arredamento che oscilla con grande equilibrio tra il classico e il moderno.
E poi l’esperienza al tavolo, con la possibilità di scegliere portate di terra e di mare che hanno rivelato sin dall’odore, e poi col sapore, l’attenta ricerca della materia prima, la bravura ai fornelli della cuoca e la capacità imprenditoriale di una famiglia a cui piace mangiare bene e che soprattutto punta a far mangiare ancora meglio i propri clienti.
«L’obiettivo di iniziare a Cava de’ Tirreni è stato quello di far conoscere la vera cucina napoletana tradizionale, come la si mangiava ai tempi dei nonni che ci hanno tramandato la cultura degli alimenti e le varie modalità di preparazione. Naturalmente oggi la riproponiamo in una forma leggermente rivisitata, sia nella preparazione che nella presentazione al tavolo, per comunicare la nostra fedeltà alla tradizione ma al tempo stesso far percepire la nostra apertura all’innovazione ed al cambiamento dei tempi. Per questo il nostro brand si chiama Ammor, per combinare tra loro l’amore che si deve avere ai fornelli e il sentimento che unisce le persone. Inizialmente Cava de’ Tirreni ci ha accolto con un po’ di diffidenza, ma col passare del tempo hanno percepito la nostra umiltà, il rispetto per i loro piatti e la tradizione ed hanno cominciato ad apprezzarci molto. Dai 60 coperti lì a Corso Umberto oggi invece siamo arrivati con il nuovo locale di via Medina a 120. Questa posizione così centrale è stata da noi scelta perché volevamo rimanere vicino alle nostre origini, noi siamo di Piazza Mercato, e poi perché molti clienti napoletani che venivano a mangiare a Cava ci hanno sempre chiesto quando avremmo aperto una sede a Napoli. E noi abbiamo voluto accettare questa sfida». Così ci ha introdotto nel mondo di Ammor il proprietario Gerry Festa, parlando della nuova apertura a Via Medina e del locale di Cava de Tirreni da cui tutto ha avuto inizio.
Seduti al tavolo, il menu offre una ricca scelta. Portate soprattutto di terra, anche se il mare non manca. Niente pizza, perché come lo stesso Gerry spiega, «avevamo due forni e per scelta abbiamo voluto eliminarli. I nostri clienti devono identificarci per la cucina. Oltre ai nostri piatti di terra abbiamo preferito proporre poche portate di mare ma di prima qualità. Proprio perché ci piace molto mangiare e per la ristorazione spesso giriamo il mondo, ci abbiamo tenuto particolarmente ad accontentare tutta la clientela ampliando la nostra offerta».
Grande successo ed ottime recensioni sin dal primo giorno di apertura a Napoli, una conferma ma soprattutto una sfida intrapresa nel migliore dei modi e che a quanto pare col passare del tempo sarà ampiamente superata: «Per questo ci tengo a ringraziare la nostra chef Daniela che è la forza di quest’azienda, perché ha saputo con la sua capacità organizzativa in cucina e la sua predisposizione a lavorare duro valorizzare la nostra offerta contribuendo alla nostra crescita. Poi ringrazio il direttore, il cui ruolo è fondamentale per offrire un servizio in più al cliente e capire se è andato tutto bene al tavolo, perché ci sta dando un aiuto significativo mettendo nel nostro progetto il cuore e tutto l’amore possibile. Infine grazie a tutti coloro che ci stanno seguendo e che ci stanno dando grandi soddisfazioni».

Dietro alle preparazioni di Ammor c’è Daniela La Ragione, proveniente da Battipaglia, a cui si deve gran parte del successo del ristorante: «Spero di rimanere sempre con loro perché dal primo momento mi sono trovata benissimo. Con quest’esperienza è come se fossi tornata alle origini, perché anni fa lavoravo nell’agriturismo di famiglia. Poi ho viaggiato molto e mi sono appassionata anche alle preparazioni di mare. La sola cosa che conta per me è soddisfare le persone al tavolo, in quanto sono sempre stata più per l’essere che per l’apparire». Una donna, nonostante il mestiere da chef si tenda a considerarlo più da uomo, la quale a proposito della disparità di genere ha chiarito che «fare lo chef è un lavoro pesante, perché richiede un grande sforzo fisico. Inoltre chi fa questo mestiere deve dimenticare la famiglia perché solitamente durante le feste, le domeniche, i compleanni si lavora e di tempo per sé non ce n’è. Per fortuna il numero di donne in cucina sta crescendo, anche se la verità è che non c’è parità. Una donna per farsi valere deve lavorare più di un uomo e quando si presenta in un posto per lavorare viene guardata sempre con un occhio diverso».
Ad assicurarsi che la clientela esca soddisfatta dal locale è il direttore, napoletano di Posillipo. Una grande esperienza alle spalle nel campo della ristorazione e una forte vitalità che si evince dalla sua partecipazione al progetto Ammor: «Quando mi è stato proposto di fare il direttore a Via Medina, ho pensato che si trattasse di una sfida da cogliere, perché oggi investire in questo settore a Napoli è diventato davvero molto difficile. Ammor ha un target particolare che vuole distinguersi dalla massa e soprattutto una grande voglia di crescere sempre di più. I margini di miglioramento sono ampi e con la proprietà che è sempre presente ed il tempo le cose andranno sempre meglio. L’apertura alla clientela più giovane è importante perché sono i giovani oggi ad uscire di più, oltre ad essere il nostro futuro».
Un importante balzo in avanti per Ammor con l’apertura a Napoli, una crescita che nei programmi non si concluderà qui perché la bontà e la ricercatezza dei piatti, la bellezza del locale, la determinazione della proprietà e la competenza di tutto lo staff lasciano immaginare un futuro più che radioso.

pubblicato su Napoli numero 41 del 26 giugno 2021