Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

LA PAROLA A…

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

I ricordi, le emozioni e le considerazioni del direttore del quotidiano “Roma” Antonio Sasso sull’anniversario della società azzurra

di Lorenzo Gaudiano

Il primo pensiero che viene alla mente quando si parla del tempo che avanza è che si finisce sempre per fare i conti con un inesorabile processo di invecchiamento a cui per le leggi della natura non si può in alcuna maniera sfuggire. Questo principio dovrebbe valere per qualsiasi cosa esistente al mondo, ma in realtà non è proprio così. Passano gli anni, l’età cresce sempre di più, si succedono milioni e milioni di tortuosità, ostacoli e peripezie di ogni tipo ma il Napoli continua ad esistere, a battersi a rimanere lì.
La città partenopea continua ad avere la sua squadra. Unica, senza rivalità cittadine con altre formazioni. Una squadra verso cui il trasporto della tifoseria di generazione in generazione rimane sempre vivo, caloroso, passionale, sia quando si vince qualche trofeo che quando si rimane a mani vuote e le teche della bacheca purtroppo non si riempiono.
È vero che ha 95 anni, forse anche di più stando ai vari racconti relativi alla fondazione della squadra azzurra, ma la storia del Napoli continua ad arricchirsi con il passare del tempo di tanti nuovi ed interessanti capitoli che si vanno ad aggiungere a quelli già impressi nella memoria dei tifosi e che, nonostante facciano parte di un passato comunque lontano, trovano sempre l’occasione per saltare fuori, essere raccontati e quindi risvegliare quelle emozioni indimenticabili e soprattutto mai sopite, riportare alla luce quelle soddisfazioni che al popolo partenopeo piace sempre rimembrare con orgoglio profondo ed esaltare per il significato simbolico di cui si sono caricate, legato naturalmente all’appartenenza e all’amore per il proprio territorio, con tutto il suo patrimonio di bellezze ed eccellenze nei campi più svariati.
Il calcio a Napoli non ha mai rappresentato soltanto uno sport. È sempre stato qualcosa di più, una forza in grado di cambiare il colore del sangue da rosso vivo ad azzurro, così come quello del cuore che non batte mai forte quanto sugli spalti, sul divano dinanzi ad un televisore oppure con la radiolina all’orecchio quando undici uomini con la casacca azzurra scendono in campo. E quel cuore pulsante dal colore azzurro cielo lo ha sempre avuto sin dalla nascita anche Antonio Sasso, il direttore del quotidiano Roma, che nella sua vita da tifoso e nella propria carriera da giornalista di squadre azzurre ne ha viste davvero tante. Quella ai tempi di Achille Lauro presidente, quella che ha visto in campo giocatori come Pesaola, Vinicio, Bugatti, Comaschi, Morin, Molino, Mistone etc., quella vincente di Maradona fino ad arrivare a quella attuale, costruita da De Laurentiis, che dalla C è riuscita a tornare nell’Europa che conta. E che ora ripartirà da Spalletti per ritrovare il proprio posto tra le grandi in Italia e la qualificazione in Champions.

Direttore Sasso, una vita al quotidiano “Roma” ed una naturalmente da tifoso partenopeo. Quindi la passione per la maglia azzurra quando è nata?

«Quasi certamente nel momento in cui ho visto la luce! Mio padre lavorava per il Comandante Lauro, era un tifoso sfegatato del Napoli e mi ha trasmesso sin da subito questa sua passione immensa. Ricordo con grande piacere le prime partite allo stadio al Vomero, il campionato De Martino dove giocavano le riserve delle varie squadre che si teneva il giovedì e che al tempo stesso mi appassionò molto. Si può affermare con certezza che sia nato con il cuore azzurro e naturalmente questa passione continua ad accompagnarmi ancora oggi con la stessa intensità. Sono rimasto affezionato a tanti giocatori, per esempio Pesaola, Vinicio, Comaschi, Bugatti, Morin, Molino e Mistone. Molti calciatori lavoravano nella flotta di Lauro insieme a mio padre, tra questi è rimasto impresso nella mia memoria Enzo Di Mauro, un’ala sinistra non titolare ma che comunque giocava in Serie A».

La società azzurra ha compiuto 95 anni, secondo alcuni in realtà ne dovrebbe festeggiare anche di più. Al di là di questa questione d’età, se le chiedessi di mandare un augurio personale al Napoli per il suo anniversario, cosa direbbe?

«Auguro al Napoli di rimanere con il passare delle stagioni tra le grandi del campionato, mi riferisco quindi ad un piazzamento costante nelle prime quattro posizioni della graduatoria nazionale. Una società che ambisce a rimanere importante deve necessariamente disputare la Champions. Una squadra come il Napoli per gli Scudetti vinti, le Coppe Italia, le Supercoppe e la Coppa Uefa ha la necessità di affermare la propria presenza nell’Europa che conta. Non essere in quel gruppo di squadre blasonate purtroppo significa mancare l’obiettivo stagionale. O meglio, fallire».

Una lunga storia, tanti presidenti. Vogliamo provare a dare una definizione a quei nomi che hanno lasciato un segno più marcato?

«Certo».

Come definirebbe Achille Lauro?

«Il Comandante innamorato di Napoli».

Invece Roberto Fiore e Corrado Ferlaino?

«Il presidente “povero” il primo; il presidente vincente il secondo».

Marino Brancaccio ed infine Aurelio De Laurentiis?

«L’ingegnere lo definirei come l’uomo sempre disponibile, mentre l’attuale patron invece come il presidente che non riesce a sfondare».

Durante la sua carriera, e anche la sua vita personale da tifoso, qual è il momento della storia del Napoli a cui si sente più legato, quello di cui conserva i ricordi più belli?

«Senza dubbio gli anni di Maradona, che mi hanno fatto vivere momenti di gloria non solo sportiva ma anche editoriale. Ai tempi di Diego con “Il giornale di Napoli” e poi “Ultimissime” abbiamo raggiunto picchi di vendita davvero irripetibili e difficili da raggiungere oggi, anche perché in seguito c’è stato un lento e progressivo declino dell’editoria campana».

In questi 95 anni il Napoli ha vinto i suoi trofei e vissuto i suoi momenti belli e brutti. Ma secondo lei, per come sono andate le cose, si sarebbe potuto fare di più oppure il Napoli ha ottenuto quanto gli fosse possibile conseguire?

«Poteva mettere in cassaforte sicuramente molto di più. La forza, il calore e la passione del tifo napoletano meritavano non due ma cento scudetti, ma in questi anni di vita purtroppo il ciuccio ha finito per incassare tanti calci».

Dopo il fallimento De Laurentiis ha saputo ricostruire, riportare in Europa e rendere nuovamente competitivo in campionato il Napoli. Adesso e nel futuro cosa è necessario che si faccia per continuare ad alzare il livello?

«Ho sempre pensato che per creare un club vincente occorra strutturare un adeguato settore giovanile. Se non si costruisce in una città metropolitana come Napoli ed in una regione come la Campania una base in cui si possano allevare i campioni del futuro, le vette a cui aspiriamo saranno sempre un’utopia».

Nonostante l’incubo della Serie C e le difficoltà degli anni precedenti alla gestione De Laurentiis siano lontani, la città è divisa sul presidente: c’è chi lo ama e chi lo critica per la gestione forse troppo oculata della società. Che idea si è fatto su questo sentimento di divisione e soprattutto sulla critica nei suoi confronti che in certi momenti sembrano prevalere?

«Al presidente vanno riconosciuti tanti meriti. Riportare un Napoli fallito nel giro europeo è già da considerare come un eccezionale traguardo, a cui va aggiunto il fatto che negli anni hanno vestito la maglia azzurra calciatori di primissimo livello come Lavezzi, Cavani ed Higuain. Non è riuscito a conquistare i tifosi perché non ha mai considerato Napoli come un punto di riferimento, sia dal punto di vista personale che professionale. Non ha stabilito la sede societaria in città, cerca di tenere sempre lontani i sostenitori dalla squadra, sembra che in certi momenti snobbi i tifosi anche se al tempo stesso finisce comunque per esaltarli».

Per chiudere, due domande sulla situazione attuale. È iniziata l’era Spalletti. Il tecnico toscano è il profilo giusto per una panchina calda e difficile come quella partenopea?

«Sì. Spalletti ha sicuramente un bel caratterino che potrebbe portarlo a confrontarsi spesso sia col presidente che con i giocatori ed i tifosi, ma è un allenatore che sa centrare gli obiettivi che gli vengono richiesti. Come tutti ha i suoi pro e contro, ma ritengo siano maggiori i lati positivi che quelli negativi. Ho grande fiducia in un allenatore che non parte purtroppo col sostegno unanime e la simpatia della tifoseria, però sono convinto che alla fine il campo gli darà ragione se gli saranno garantite le più adeguate condizioni per lavorare».

Già si può ambire alla Champions nella prossima stagione oppure è in atto una ricostruzione alla luce delle dichiarazioni recenti del presidente sulla necessità di far quadrare il bilancio?

«Si può parlare di ricostruzione fino ad un certo punto, anche perché non credo che andranno via tutti i pezzi pregiati. Il Napoli in organico ne ha tanti e senza dubbio non li perderà tutti. Lo scorso anno avrebbe meritato un piazzamento in Champions. Per questo motivo l’obiettivo resterà sempre ritornare tra le prime quattro in classifica e Spalletti con questa rosa ha tutte le carte in regola per centrare questo risultato».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Io Maddalena come Gelsomina

Io Maddalena come Gelsomina

NAPOLETANI

Io Maddalena come Gelsomina

Maddalena Stornaiuolo ha portato sul grande schermo il personaggio di Gelsomina Verde nel film omonimo di Massimiliano Pacifico

di Giovanni Gaudiano

Il film di Massimiliano Pacifico dedicato alla figura di Gelsomina Verde, anche senza andare in sala, per il momento sta riscuotendo il meritato consenso a testimonianza del buon lavoro fatto.
Il ruolo della sfortunata ragazza di Scampia, affidato a Maddalena Stornaiuolo, somiglia quasi al passaggio del testimone, quel bastoncino oggi di plastica leggero, che viene utilizzato in atletica leggera nelle staffette. Questo perché Maddalena viene anche lei da Scampia: è nata nelle famose vele, c’è cresciuta, ha iniziato a lavorare ed oggi dedica buona parte del suo tempo ai ragazzi che vivono proprio in quella zona di Napoli.
L’attrice napoletana è giovane ma anche mamma e nella chiacchierata mostra la tranquilla consapevolezza di chi raccontando dei suoi inizi dice che tutto è avvenuto quasi per caso. Non parla di una ragazzina che pensava di diventare attrice, avere successo, essere riconosciuta. Certo ha ragione per certi versi a valorizzare la casualità perché nella vita di tutti ci sono momenti, occasioni che la determinano, ma proprio per quello che si diceva non completa il ragionamento, per vera modestia, e omette di dire che lei ha saputo cogliere quel momento, che è riuscita a comprendere quale sarebbe stato il suo talento da coltivare pensando prima di tutto che avrebbe dovuto studiare tanto, impegnarsi di più e soffrire, anche se magari il meno possibile.

Sei nata a Scampia. Come e quando hai capito che potevi fare l’attrice e che l’ambiente nel quale vivevi non avrebbe condizionato la tua vita?

«Avevo quindici anni e fui spinta da molti amici a provare a fare teatro. L’idea fu molto casuale. Si trattava di andare al Teatro Mercadante dove c’era questo laboratorio teatrale “Arrevuoto” con tantissimi giovani che si proponevano. Il primo giorno mi sembrò un ambiente non adatto a me. Ero molto imbarazzata quando mi chiedevano di improvvisare e decisi per questo che non ci sarei andata più. La settimana successiva però mi ripresentai e poi giorno dopo giorno compresi che in quel luogo c’era qualcosa che mi attirava, soprattutto perché compresi che proprio grazie al teatro mi sarei potuta esprimere in una maniera più libera».

Ma accadde anche dell’altro…

«È vero, fui subito scelta per girare “‘O Professore” con Sergio Castellitto, una miniserie televisiva in due puntate diretta da Maurizio Zaccaro. Abbiamo girato per 20 giorni ed ho capito che quel mondo mi piaceva e che potevo dire la mia, anche se ho subito compreso che avrei dovuto mettermi a studiare recitazione con serietà e determinazione per fare questo mestiere».

Come e dove ti sei formata per arrivare ad essere rapidamente un’attrice riconosciuta, affermata?

«Devo fare ancora molta strada in questo lavoro, non si finisce mai di imparare. È una strada lunga che però ti dà sempre stimoli nuovi. Per parlare della mia formazione dopo il laboratorio al Teatro Stabile di Napoli ho studiato tre anni al Teatro Elicantropo con Carlo Cerciello. Poi mi sono iscritta ad una scuola di cinema, “Alla ribalta”, per completare la mia formazione che non volevo fosse solo di tipo teatrale».

A proposito: oggi hai una preferenza tra cinema e teatro?

«Non ho una preferenza ma per me è importante riuscire a trasmettere con la mia recitazione delle emozioni tanto a teatro quanto al cinema. Certo cambia il fatto che a teatro il pubblico sia molto vicino, nei teatri piccoli lo senti addirittura sulla pelle, e poi non ti puoi permettere di sbagliare e ripetere la scena come accade per il cinema. È la magia del teatro che definirei fantastica».

Hai tanti interessi tra i quali occupa un posto importante il laboratorio di recitazione dedicato ai giovani di Scampia che ha chiamato “La Scugnizzeria”. A che punto sei?

«Avevo sempre sognato di occuparmi di una mia scuola di recitazione per potere trasmettere ai ragazzi del territorio l’amore per questa passione e per questo lavoro. Ho iniziato senza una sede fissa ma questa situazione non agevolava lo svolgimento del lavoro. Si perdeva il discorso umano avviato sia con i ragazzi che con le famiglie. Con la mia gravidanza ho dovuto interrompere l’attività personale e mi sono dedicata alla ricerca di una sede che ho trovato e che ho inaugurato subito dopo la nascita di mia figlia. In quattro anni di attività siamo passati da cinque ragazzi presenti al primo giorno agli attuali sessanta, nonostante il tempo perso per la pandemia».

Che risultati stai raccogliendo da questo tuo impegno con i giovani?

«Da un mese è arrivato al cinema il film “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini, nel quale io non sono solo l’acting coach ma ho il piacere di avere cinque ragazzi provenienti da “La Scugnizzeria” che recitano in questo film con Valeria Golino e Pina Turco (entrambe candidate per questo film ai Nastri d’Argento) e c’è addirittura una bambina che recita da co-protagonista. Si tratta di un primo incoraggiante risultato che premia la dedizione di tutti ed è in fondo la gratificazione più importante per il lavoro svolto con passione sino ad oggi».

Parliamo del Nastro d’Argento speciale per la regia del corto “Sufficiente” presentato anche a Venezia. Sei stata sorpresa dal riconoscimento? Quanto ci hai lavorato?

«Come per la recitazione anche in questo caso mi sono avvicinata in punta di piedi e per caso. Con Gianluca Arcopinto, il produttore di Gelsomina, volevo organizzare a “La Scugnizzeria” un corso di produzione cinematografica per offrire agli allievi una conoscenza ed una competenza in più. Il corso alla fine prevedeva la realizzazione di un corto e fu Gianluca che scelse di affidarmene la regia insieme ad Antonio Ruocco. Doveva essere una specie di saggio accademico di fine d’anno e mai ci saremmo aspettati di vincere un Nastro d’Argento, di presentarlo a Venezia dove siamo stati colpiti dal calore che ci ha circondato. È stata una gioia immensa».

Arriviamo a Gelsomina Verde. Come ti sei trovata a recitare in una location così particolare e tanto diversa dai luoghi dove la vicenda si è consumata?

«Credo sia stato un bene girare a Polverigi senza essere in qualche maniera condizionati dal luogo dove si è svolta la vicenda. Stare tutti insieme ci ha consentito di entrare nella storia ripercorrendola in tutte le sue fasi. Parlare poi con Francesco, il fratello di Gelsomina, ascoltare i suoi racconti, vedere gli oggetti appartenuti a questa ragazza è stato per me come ricevere un pugno nello stomaco. Si tratta di una storia forte, molto forte, che andava raccontata per come si è svolta e penso che Massimiliano sia stato capace di rappresentarla con il giusto taglio, portando sullo schermo un prodotto finale che sta tra il film ed il documentario».

Eri già nel cast di “Centoquattordici” sempre con Massimiliano, che evoluzione è stata per te la partecipazione da protagonista a questo film?

«Ero nel cast ed interpretavo l’amica di Gelsomina, ma già si andava delineando il ruolo di Gelsomina che poi mi è stato affidato. Già dopo quel cortometraggio c’era l’intenzione di girare un vero e proprio film. Sono passati un po’ di anni e ci siamo riusciti».

La vicenda la si conosce ma resta comunque incomprensibile tutto quello che accadde. Che peso pensi possa avere nella vita di tutti i giorni per lo spettatore un simile approfondimento?

«Siamo abituati a vedere storie tristi e forti raccontate con molta veridicità, forse anche con troppa spettacolarizzazione, che trasmettono rabbia che al termine della rappresentazione svanisce pensando che si tratta di un film. In questo caso la vena documentaristica del film ti resta, prende il sopravvento perché sentendo anche parlare Francesco, il fratello, ti rendi conto che sta toccando con mano la realtà, una storia triste, forte e soprattutto vera. Questo lavoro potrebbe essere proiettato nelle scuole, nelle associazioni che si occupano dei giovani, potrebbe diventare un promemoria per non dimenticare, per non accantonare con superficialità quello che è accaduto».

Che ruolo può svolgere la cultura in un miglioramento generale della situazione della nostra città?

«Penso sia fondamentale. La nostra città ha una ricchezza che non riesce a valorizzare come avviene all’estero. Fare cultura vuol dire partire dalle cose più semplici, da quello che è alla portata di tutti. Bisogna evitare che la parola incuta timore e venga respinta per senso di inadeguatezza».

Veniamo al presente. A cosa stai lavorando?

«Sto lavorando ad un nuovo corto, questa volta da sola, che in realtà è già in fase di montaggio e che si intitolerà “Coriandoli”. Sarà difficile replicare quanto accaduto con “Sufficiente” ma ci provo. Inoltre stiamo lavorando anche ad un lungometraggio che mi piacerebbe girare nel territorio che mi accoglie da quando sono nata, anche per un senso di riconoscenza per tutto quello che mi ha dato».

Ti piacerebbe essere protagonista di una serie tv?

«Certo. Sono molto affascinata dalle serie televisive. Parlando di una serie come “Gomorra”, al di là delle critiche, è indiscutibile che sia stata girata molto bene. Partecipare ad una produzione simile sarebbe stimolante e sarebbe importante che a girarla fosse un regista esperto e capace di valorizzare l’interpretazione come mi è successo con Alessandro D’Alatri ne “I bastardi di Pizzofalcone”».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

TRACCE D’AZZURRO

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

L’ex capitano partenopeo analizza nello specifico come è cambiato il ruolo del difensore rispetto al passato

di Marco Boscia

«A Napoli i tifosi mi hanno ribattezzato “Pal ‘e fierro”. Perché ero un difensore duro che non tirava mai indietro la gamba. Affrontavo gli avversari senza paura. Loro volavano per aria mentre io rimanevo sempre in piedi. Fermo, dritto. Proprio come un palo di ferro».
Basterebbero queste parole per capire che calciatore sia stato Giuseppe Bruscolotti. Ma sarebbe riduttivo. L’ex difensore è stato un pezzo di storia del Napoli. Sedici stagioni da protagonista. Attore principale della retroguardia azzurra dal 1972 al 1988: dal Napoli di Chiappella, passando per quello di Vinicio, Di Marzio, Rambone, Marchesi fino a quello del primo scudetto di Bianchi. Nel suo personale palmares, oltre allo storico tricolore, due Coppe Italia ed una Coppa di Lega italo-inglese, vinta nel 1976 anche grazie ad un suo gol nella sfida di ritorno contro il Southampton. Con 511 presenze ha detenuto per trent’anni il record assoluto di presenze in maglia azzurra, superato nel 2018 da Hamsik, ma tuttora continua a vantare il primato di presenze in Coppa Italia (96).

E la maglia azzurra Bruscolotti se l’è guadagnata con sudore e fatica dopo gli inizi con quella del Sorrento…

«In realtà il mio percorso calcistico era cominciato anche prima con la Pollese. Quasi ventenne arrivai in Serie C1 al Sorrento. Furono due anni indimenticabili. Al primo centrammo la promozione in B. Al secondo non riuscimmo a salvarci ma fu il trampolino di lancio della mia carriera che mi permise di arrivare a vestire l’azzurro. Prima si maturava nelle serie inferiori fino ad arrivare a giocare in Serie A. Oggi è tutto cambiato e spesso si bruciano le tappe troppo in fretta».

Qual è il suo ricordo più bello in azzurro?

«Sono tutti ricordi stupendi: lo scudetto, le coppe, il tifo, la fascia di capitano indossata per ben 5 stagioni. È chiaro poi che quando raggiungi dei traguardi e cominci a vincere sono cose che rimangono nella storia. Quei traguardi per me sono stati doppiamente gioiosi perché ho giocato con i più grandi campioni al mondo dell’epoca. Non solo Diego, al quale mi legava un profondo rapporto di stima ed amicizia. Per me è stato come un fratello e, dopo essere diventato la bandiera del Napoli, il rappresentante della città, quando gli cedetti la fascia di capitano gli chiesi di vincere. Ha mantenuto la promessa e siamo arrivati sul tetto d’Italia».

Quanto è cambiato il ruolo del difensore rispetto agli anni ’70 e ’80?

«Oggi si pensa molto di più a costruire. Alla partecipazione, alla manovra. Ci si dimentica dell’importanza del marcatore puro che ha il compito di difendere innanzitutto la propria porta. Prima si marcava a uomo, oggi a zona. Ognuno sapeva dove posizionarsi e quale giocatore marcare. Anche sui calci piazzati, non c’erano tutti gli assembramenti di 16/18 giocatori in area di rigore che si vedono oggi. Si lasciavano in avanti quasi sempre gli attaccanti ed il trequartista in modo tale da non farsi trovare impreparati in caso di contropiede avversario».

Oramai invece va di moda la cosiddetta costruzione dal basso…

«Sinceramente stento a capirla. Si rischia troppo. Anche quando una squadra passa in vantaggio si continua a giocare in quel modo. Invece bisognerebbe saper leggere ed amministrare la partita. Ci si dimentica troppe volte che il calcio è uno sport complicato e lo si vuole rendere semplice. È un gioco di squadra e i calciatori non sono birilli. Per me ognuno dovrebbe essere lasciato libero di esprimere le proprie potenzialità senza essere obbligato a determinati compiti. Già questo ridimensiona il valore del singolo».

Potrebbe essere uno dei motivi per i quali oggi in Italia abbiamo pochi difensori di qualità rispetto a prima?

«Certo. Perché non c’è più la preparazione. Non viene curata. I difensori oramai pensano più alla fase offensiva che a quella difensiva e spesso vanno in difficoltà. Per capire il concetto basta vedere proprio i due gol incassati dal Napoli contro Cagliari e Verona che sono risultati determinanti per il mancato raggiungimento della Champions. Due gol identici presi per mancanza di concentrazione e con una difesa mal posizionata».

Eppure il Napoli ha chiuso il campionato con la terza miglior difesa dopo quella di Inter e Juventus assieme al Milan…

Non significa nulla. Qualcosa non ha funzionato. Soprattutto quando gli azzurri si sono trovati in vantaggio. Troppe volte si sono fatti rimontare. Il Napoli negli ultimi anni non è riuscito a porre rimedio ad una mancanza di organizzazione e anche di concentrazione. Si è visto anche contro il Verona. Se vai in vantaggio quell’uno a zero devi difenderlo con le unghie e con i denti, ma il Napoli si è abbassato di 10 metri aumentando i rischi e le possibilità di far giocare la squadra avversaria. Ed è chiaro che se resti rintanato nella tua area di rigore basta un episodio ed il gol prima o poi lo prendi».

Come mai Koulibaly e Manolas insieme non hanno trovato il giusto rendimento in questi due anni?

«Sarò categorico. Se si è forti il rendimento c’è. Se non c’è vuol dire che non si è forti. Sono sicuramente due ottimi difensori ma non si può essere forti solo a parole. Bisogna dimostrarlo sul campo e bisogna farlo sempre».

Come cambierà la difesa azzurra con Spalletti e dove in particolare secondo lei bisognerebbe intervenire?

«Lasciamo fare a chi di dovere il proprio mestiere. Sicuramente società e tecnico metteranno in atto delle strategie specifiche atte a completare al meglio la rosa per il prossimo campionato. Certamente, e non scopro io l’acqua calda, bisognerà intervenire prima di tutto sulle fasce».

È giunta l’ora di dare piena fiducia a Meret?

«Sicuramente sì. Ospina andrà via e Meret è già stato promosso nel finale di campionato. Credo che il posto sarà suo e che saprà sicuramente difenderlo. È stato un investimento importante e bisogna credere in questo ragazzo che è riuscito a guadagnarsi anche un posto in Nazionale agli Europei».

Ed insieme a lui anche Di Lorenzo ed Insigne…

«Lo hanno ampiamente meritato. Mi aspetto un grande Europeo dal capitano partenopeo che a 30 anni ha oramai raggiunto la piena maturità. Mi è dispiaciuto non vedere anche Politano fra i convocati. È una scelta che non ho condiviso, anche perché ha disputato una grande stagione».

C’è un difensore in particolare che si sentirebbe di consigliare al Napoli ad occhi chiusi?

«No. Oggi lo prenderei con tutti e due gli occhi sbarrati, perché bisogna valutare veramente per bene tante cose visto che per il mio modo di pensare al difensore, come detto, è un ruolo che si è praticamente smarrito».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

PROTAGONISTI

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

Enrico Ianniello ci parla del lavoro partendo dall’autore, passando per il regista D’Alatri e arrivando ai compagni di viaggio

di Giovanni Gaudiano

Il successo televisivo de Il commissario Ricciardi ha riportato in libreria molti lettori che per una ragione o per un’altra non avevano pensato in precedenza di leggere i libri di Maurizio de Giovanni o che magari non li avevano letti tutti.
L’autore va comprensibilmente fiero di questo che è un risultato importante, ottenuto anche grazie al lavoro di Alessandro D’Alatri e del cast scelto per portare in tv un noir molto particolare che ha subito incontrato il favore del pubblico.
La somma delle cose positive che una tale produzione è stata capace di raccogliere, al di là delle storie raccontate, deve essere necessariamente ascritta anche alla presenza di una serie di attori di grande qualità e capacità. Lo stesso scrittore di recente in un’intervista si è spinto sino a dire che «nessuna città italiana ha una così grande classe attoriale», parlando della sua Napoli.
Ed allora perché non esplorare questi interpreti, peraltro in molti casi già noti, e farlo adesso che la serie è finita e quindi tutti quelli che li hanno visti all’opera si saranno fatti una propria idea? La speranza è ovviamente quella di creare ancora sani motivi di discussione sulla serie di cui si aspetta a questo punto con interesse la seconda stagione.
Analizzando le storie, l’ambientazione temporale e lo sguardo rivolto ad un periodo tanto complicato per l’Italia, quale personaggio poteva essere il più idoneo per aprire un percorso, che proseguiremo, che dal ruolo in Ricciardi potesse dare allo spettatore uno sguardo più ampio anche sull’attore capace di interpretarlo così bene?
Senza alcun dubbio l’interpretazione di Enrico Ianniello del ruolo del dottor Bruno Modo ha nella storia televisiva, come in quella cartacea, una sua rilevanza per una serie di motivi.

Ed allora partiamo da lui, da quel volto simpatico, da una persona con una parlata mai banale come non lo è il personaggio che gli è stato affidato. Dove ti trovi, Enrico? Cosa stai facendo?

«Sono a casa mia, in Spagna (vicino Barcellona, ndr) e sto chiudendo proprio in questi giorni il mio prossimo romanzo che uscirà il 10 giugno per la Feltrinelli. Si tratta di un libro che partirà da una riflessione su un episodio che è rimasto nel cuore di tutti, accaduto oramai 40 anni fa a Vermicino: la tragedia di Alfredino Rampi. La data d’uscita del libro è proprio quella dell’incidente che costò la vita a quel bambino di 6 anni. Il libro comunque non racconta quella storia ma parte solo da quell’episodio per raccontare una storia diversa».

In Spagna, dove si trova Ianniello, il teatro sia pur con limitazioni funziona ma tralasciando questa differenza con il nostro paese parliamo della fiction “Il commissario Ricciardi”. Avevi letto i libri di de Giovanni prima o magari l’hai fatto in quest’occasione di lavoro?

«Li avevo già letti ed in particolar modo quelli dedicati a Ricciardi perché in qualche modo fu un piccolo caso nella comunità del teatro napoletano. C’è infatti una certa vicinanza tra le storie raccontate e il teatro dove spesso sono state ambientate e poi perché Maurizio de Giovanni è un appassionato spettatore teatrale e quindi all’epoca veniva spesso alle varie rappresentazioni e ci eravamo conosciuti in alcune occasioni. Questo ha finito a suo tempo per creare una sorta di piccola comunità che, incontrandosi di frequente, è diventata sempre più numerosa e più coesa proprio per le assidue frequentazioni».

Sono passati 15 anni dall’uscita del primo libro dedicato a Ricciardi, che sensazioni ricordi di avere avuto all’epoca leggendolo?

«Intanto mi era piaciuta la leggerezza e la capacità nella scrittura di Maurizio che lo ha portato a scrivere tanto e bene. Tante storie, tanti personaggi, tutti ritratti con estrema empatia e con una grande vicinanza da parte dello scrittore nel dipingere ogni tratto del personaggio. E poi mi era piaciuta questa intuizione di Luigi Alfredo, il commissario. Tutti più o meno gli attori della mia generazione abbiamo sognato di impersonarlo».

Il tuo personaggio è uno dei più importanti per la struttura temporale nella quale sono calati i noir dell’autore napoletano. Proviamo a descriverlo andando oltre quello che abbiamo visto in televisione…

«Intanto ci sono i romanzi di Maurizio. È lui che ha avuto questa bellissima idea e questa intuizione del personaggio. E la bella intuizione consiste nel fatto che in un’epoca nera sia dal punto di vista iconografico che politico, facendo un lavoro che lo porta ad eseguire di continuo autopsie, a dissezionare cadaveri, tutto da rapportare alle modalità ed agli strumenti a disposizione negli anni 30, soprattutto le mani, quest’uomo sa godersi la vita. Capace come è di riconoscere le gioie di tutti i giorni e quindi di sapersele prendere perché poi tutti i giorni guarda in faccia la morte. Per me Modo è la sintesi più assoluta della napoletanità quando si esprime al meglio. Cioè la capacità di essere simpatico, gioviale, di sapersi godere la vita perché tutti i giorni sa guardare in faccia le cose che appartengono alla morte».

Leggendo il libro, si poteva immaginare un medico magari più vecchio stampo. La tua interpretazione ci ha restituito un personaggio di quei tempi ma con una forte vena attuale. Sei d’accordo?

«Purtroppo sì. E mi esprimo così perché sarebbe bello che l’aspetto antifascista di Bruno Modo fosse una cosa antica e superata. Sarebbe bello dire, uh guarda all’epoca come facevano per essere antifascisti, invece purtroppo non lo è, nel senso che è attuale oggi dover ancora dire certe cose in difesa della libertà, in difesa della donna, in difesa strenua dei diritti di chiunque senza totalitarismi, senza alcuna forma di autoritarismo. E poi penso sia attuale anche per un paradosso. Se all’epoca ci voleva tanto coraggio a parlare, a dire certe cose, oggi ci vuole molto coraggio a stare zitti. Perché oggi tutti noi siamo abituati a dire la prima cosa che ci passa per la testa pubblicandola di qua e di là, invece per dire bene cose importanti brevemente ci vuole molto tempo e quindi ci vorrebbe molto silenzio».

Avete girato durante questo periodo così difficile. Quali difficoltà avete incontrato soprattutto nella parte dove i dialoghi avvengono forzosamente in modalità ravvicinata?

«È cambiato proprio tutto, anche se chi fa cinema e televisione continua a lavorare mentre gli altri sono totalmente fermi. Ho fatto il tampone a giorni alterni, siamo sempre stati soggetti ad un grandissimo controllo. Poi è vero, meno pacche sulle spalle e ci si abbraccia un po’ di meno. Però la simpatia riusciamo sempre ad esprimerla, magari in altri modi».

Tra le location utilizzate so che c’è stata la vecchia zona Nato di Bagnoli con la ricostruzione di una via Roma simile a quella di quei tempi. Come vi siete trovati, quale la sensazione pensando che si trattava di un sito militare per il quale è in corso una riconversione?

«Ho girato poco in quella location, però ho pensato e penso che quello sarebbe un posto bellissimo per farci una cittadella del cinema. Sarebbe la giusta riconversione per un posto nato con un obiettivo militare che diventa luogo d’arte a 360 gradi. Sarebbe una cosa davvero bella. Immagino una cittadella artistica che accoglie frotte di giovani che la frequentano per questo, per la città rappresenterebbe molto».

Parliamo del rapporto con Lino Guanciale e soprattutto di quello con Alessandro D’Alatri, che mi pare abbia con gli sceneggiatori mantenuto la fiction molto aderente alle storie raccontate da Maurizio de Giovanni?

«Parlando degli sceneggiatori è sicuramente andata così, credo siano stati bravi a rispettare la bellezza dei racconti di de Giovanni senza voler correre verso un presunto gusto del pubblico. Gli ascolti hanno dimostrato che, nonostante si tratti di una fiction con meno coriandoli delle altre, sia stata accolta molto bene dagli spettatori. Il regista poi è stato bravo perché è stato capace di raccontare una Napoli che evidentemente lui ama, pur non essendo napoletano, ma l’ha raccontata con la bravura di chi si mette di fronte a Napoli, di chi la vede senza indugiare nel folklore, raccontandola con profondità. Il personaggio di Bruno Modo è un po’ una conferma di come è stata pensata la fiction nel suo complesso. La caratterizzazione anche visiva del personaggio va oltre quella presente nel libro, arricchendo ulteriormente la figura di questo dottore del tempo. Mi sono trovato bene anche con Lino Guanciale perché anche lui viene dal teatro, abbiamo una formazione grammaticalmente parlando simile ed è stato facile intendersi come lo è stato anche con lo strepitoso Antonio Milo».

Le sei puntate hanno avuto molto successo. Ascolti importanti, l’attesa del pubblico nelle settimane di messa in onda è stata evidente. Poteva essere prevedibile visto il successo dei libri e del personaggio ma non è mai scontato…

«È stato un lavoro impegnativo, avevamo il compito di portare sul video dei racconti anche particolari e dalla nostra parte c’è stata anche la capacità direi visiva di Alessandro (il regista D’Alatri, ndr) e di Davide Tondelli, il direttore della fotografia, che hanno reso bella da vedere la storia che lo era già di per sé. Ci sono vari momenti in cui le inquadrature mi sembrano un quadro, anche perché si è andata a cercare una Napoli bellissima attraverso location affascinanti».

Il finale ha lasciato tutto sospeso. Nessuna delle storie che formano il filo conduttore si è chiarita. Ora è iniziata l’attesa per la seconda serie. Quando la girerete e quando potrà arrivare presumibilmente in tv?

«Credo che non la gireremo prima dell’anno prossimo, non sono a conoscenza di date precise ma da quello che so è ancora in corso la fase di scrittura e quindi è probabile possa arrivare sugli schermi nell’autunno del 2022».

Al di là dell’attesa che si crea, che è utile alla produzione, alla Rai, da attore cosa ne pensi: è giusto terminare un ciclo lasciando così tutto in sospeso?

«Fa parte del linguaggio della televisione, è il famoso cliffhanger, ovvero il meccanismo attraverso il quale si porta l’interprete e quindi gli spettatori sull’orlo del burrone e poi non si capisce se ci si butterà o meno. Serve a creare l’attesa della puntata successiva. Non so dire se sia giusto ma è necessario».

Quando ti rivedremo in Rai con la fortunata serie “Un passo dal cielo” che dovrebbe aver cambiato nome e location?

«Dovrebbe essere il primo di aprile se lo confermeranno e si chiamerà “I guardiani del cielo” per rilanciare la serie che è arrivata alla sesta stagione e che è stata spostata nel Cadore nei pressi di Cortina».

In conclusione a fine mese potrebbero riaprire i teatri nelle zone cosiddette gialle. Cosa ne pensi?

«La speranza è che si possa tornare in teatro al più presto ma personalmente non sono molto ottimista. Penso che per i piccoli teatri con la riduzione ad un terzo della capienza non sarà facile riuscirci. Capisco lo slancio di voler tornare tutti quanti a teatro, soprattutto tutti al lavoro, ma senza una vera forma di aiuto per il settore la situazione è molto dura».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini al centro con Vincenzo Nemolato a sinistra ed Eduardo Scarpetta a destra

IL REGISTA

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Il regista ha raccolto la sfida del suo primo film in costume e musicale perché dedicato ad un personaggio a lui caro

di Giovanni Gaudiano

Ph. di Andrea Pirrello

Forse Renato Carosone non ha mai pensato che un giorno qualcuno gli avrebbe dedicato un film e neanche che l’amico Federico Vacalebre avrebbe scritto la sua autobiografia e che addirittura l’avrebbe aggiornata per l’anniversario dei cento anni dalla nascita.
Non sappiamo con certezza se s’aspettasse magari di essere ricordato dopo tanti anni (circa 73) dalla sera in cui nel lontano 1948 allo Shaker Club, di via Nazario Sauro di proprietà della famiglia Rosolino, iniziò l’avventura con il trio formato con Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood.
Qualche sentore l’avrà avuto Renato quando al suo rientro dopo quasi 16 anni dal ritiro l’accoglienza fu a dir poco trionfale. Ci volle tutta la determinazione di Sergio Bernardini per convincerlo ma poi arrivò il sì.
A questo punto, se poi gli si potesse far sapere che il regista del film a lui dedicato è un piemontese, cosa direbbe?
Forse risponderebbe alla sua maniera: “Che t’aggia di’”, ed ancora “Pigliate ‘na pastiglia”. Poi però basterebbe farlo chiacchierare per 10’ con Lucio Pellegrini ed il suo volto s’aprirebbe al suo proverbiale sorriso.
È vero, Pellegrini è nato ad Asti ma guarda caso è amico di Stefano Bollani, di Paolo Conte, ama la musica italiana e poi conosce Napoli, ne conosce la forza creativa, la sincerità, la disponibilità ed il buonumore raramente offuscato da inevitabili momenti di malinconia. Ed allora anche il maestro Carosone plauderebbe all’iniziativa, con la convinzione che magari un napoletano guardato, studiato, considerato da un altro punto di vista sarebbe pittato come si usa dire dalle nostre parti.
Ed allora parliamone a tutto tondo con Lucio Pellegrini, una persona amabile, aperta, capace e come si diceva una volta brava.

L’impegno, la responsabilità di dirigere un film che impatta con fatti conosciuti, storici, biografie presenta più o meno difficoltà rispetto ad una storia che il pubblico scoprirà guardandolo?

«La responsabilità è maggiore anche se si racconta, come in questo caso, di un personaggio lontano nel tempo ma molto conosciuto ed amato. Va tenuto in conto che l’intenzione di fare un film, non un documentario, porta il regista, gli sceneggiatori e gli attori stessi a cercare di reinterpretare il personaggio mostrando una forma di amore e di rispetto per il personaggio. Nel caso di Carosone, che è amatissimo, conoscendo meglio la sua storia, la sua famiglia, quello che ha fatto e i suoi luoghi, lo amiamo ancora di più. È importante che questa passione poi nel film si colga».

In America i lavori cinematografici sul mondo dello spettacolo, soprattutto quello musicale, sono molto ricorrenti. In Italia nonostante la nostra grande tradizione musicale mi sembra un po’ meno. C’è una ragione particolare? Forse siamo più fantasiosi e per questo abbiamo più piacere a scoprire e raccontare storie inedite?

«Credo che qualcosa sia stato fatto anche qui da noi. Certo abbiamo nella nostra tradizione la tendenza a raccontare altri fatti della nostra storia rispetto a quelli del mondo dello spettacolo. Credo anche che siano un po’ più difficili da raccontare le storie del mondo dello spettacolo perché occorre un lavoro di reinterpretazione, di studio, di visualizzazione molto preciso e si lavora su un immaginario che negli spettatori è già presente, anche se magari sotto forma di ricordo lontano. È più complicato ma è anche una sfida più affascinante per chi fa il mio lavoro. Sino ad ora non mi era mai successo ma aspettavo un’occasione simile e sono felice di averla avuta».

Al di là del fatto che siete molto controllati, quanto è stato complicato dirigere un film con tanti personaggi, tanto contorno, tanto movimento in un momento come questo?

«È stato molto complicato, anche se il protocollo molto preciso che abbiamo ci consente di lavorare in grande sicurezza. Raccontare una storia che è ambientata in tre continenti, partendo dall’Eritrea, passando per New York e arrivando a Napoli e Milano, ha prodotto dei condizionamenti. Abbiamo lavorato molto anche con effetti digitali e quello che non abbiamo potuto realizzare dal vivo abbiamo provato a realizzarlo con l’immaginazione e spero che non si veda molto la differenza».

Entriamo nel merito del film. Quanto conoscevi Carosone prima che le affidassero questa regia?

«Lo conoscevo benissimo. Vengo dal nord e sono molto amante della musica italiana. Carosone è un caposaldo, un punto di riferimento per tutto il movimento musicale nazionale e per tutti quelli che amano la storia e l’evoluzione della canzone italiana. Certo non conoscevo tutti i dettagli della sua vita personale ma conoscevo molto bene il tipo di spettacolo che era associato all’attività di Carosone, la sua idea di musica e la sua idea di rappresentazione della propria musica e mi interessava tantissimo mettere in scena il gruppo, prima il trio con Gegè e Van Wood, poi i sestetti dove trovavo Gegè Di Giacomo irresistibile. Nel film infatti c’è moltissima musica, tante canzoni oltre naturalmente alla storia personale e tanto spettacolo che era la parte che mi stimolava di più in partenza su cui abbiamo impiegato la maggior parte dei nostri sforzi. Sono felice del risultato finale anche perché ho lavorato con dei ragazzi fenomenali, molto bravi».

Una digressione, che tipo di musica le piace ascoltare di solito?

«Mi piace ascoltare molto la musica italiana, soprattutto quella che va proprio da quel periodo sino agli anni Ottanta. Poi devo dire che Carosone è stato un apripista nel mondo della canzone e per me è stato stimolante lavorarci. Sono tanti gli artisti, che sono miei amici, come Stefano Bollani, che ha lavorato sin dall’inizio alle musiche di questo film, e come il mio concittadino Paolo Conte che lo considerano un punto di riferimento. C’è stato un filo comune molto italiano e un approccio intimo a questo lavoro che mi ha fatto sentire vicino al mondo napoletano che considero esotico. Non è il posto dove sono cresciuto ma lo amo da morire e ho sempre avuto uno sguardo un po’ stupito nei confronti della città e dei napoletani».

Il richiamo nel titolo al primo disco inciso da Carosone e la sua band ha qualche particolare ragione o è stata una scelta naturale, come poteva essercene un’altra?

«Si è trattato di una scelta naturale, perché intitolarlo così ci è sembrato il modo migliore per rappresentare il nostro film che racconta il percorso di un cantante, di una persona, di un uomo estremamente curioso, dotato di un grande gusto per la rappresentazione modernissima del mondo dello spettacolo. Ci piaceva per questo, come avevo fatto anche lui, associare il suo nome ad un’idea di divertimento, di gioia, di ricchezza. È un film che racconta la rinascita di un paese anche attraverso la musica e che in questo momento speriamo possa rappresentare un momento di benessere di cui abbiamo tutti un po’ bisogno grazie proprio alle sue canzoni».

Il film vuole essere un omaggio nel centenario della nascita dell’artista ma non racconta tutta la vita di Carosone, il tempo sarebbe stato insufficiente. Qual è l’arco temporale che copre?

«In sostanza copre l’avventura artistico-musicale di Carosone dall’inizio quando era giovanissimo e parte per l’Eritrea sino alla decisione di ritirarsi dalle scene con questa scelta un po’ anomala, fuori dagli schemi, così personale. Ci piaceva raccontare la storia di un artista che a 39 anni decide di lasciare il mondo dello spettacolo compiendo una scelta che oggi sarebbe inimmaginabile».

La domanda che sto per fare ti sarà stata già rivolta: da piemontese come hai affrontato questa immersione nel mondo partenopeo? Ti ha aiutato anche la figura internazionale di Carosone?

«Sì, sono piemontese, ma sono oramai romanizzato da 30 anni e Napoli la frequento molto, ho tantissimi amici e collaboratori napoletani. Questo non toglie che Napoli sia una città sempre da scoprire e ogni volta che vengo o ci lavoro mi capita qualcosa di nuovo che non avrei mai immaginato. È una città che ti stupisce sempre. Poi credo che Carosone sia un patrimonio nazionale ed internazionale ed io ho cercato di realizzare un film che avesse quel respiro, che raccontasse una storia esemplare, la storia di un grande talento che senza dimenticare le proprie radici, arricchendosi con le esperienze vissute, riesce a fare una cosa che non ha mai fatto nessuno inventandosi uno stile diverso da tutto quello che lo circonda».

Eduardo Scarpetta interpreta il cantante e Gino Castaldo su La Repubblica ha definito la sua un’interpretazione da manuale ma parlando di Vincenzo Nemolato, che interpreta l’iconico Gegè Di Giacomo, lo ha tratteggiato come strepitoso per un’interpretazione dall’impressionante verosimiglianza. Cosa ti va di aggiungere…

«Mi ha fatto molto piacere leggere quello che ha scritto Castaldo. Il lavoro di casting non è stato semplice e poi quello di preparazione è stato molto lungo. Eduardo e Vincenzo hanno lavorato molto in fase di preparazione, di studio, di prove con Stefano Bollani e con Ciro Caravano dei “Neri per caso”, che è stato il nostro coach per le voci. Abbiamo provato tantissimo la parte di messa in scena cercando di replicare quello che facevano Carosone e Gegè. Abbiamo anche lavorato molto sui costumi. È stato un lavoro ricco fatto con molta passione e sono contento che i primi feedback siano molto positivi. Nei rispettivi ruoli devo dire che il ruolo di Renato era quello della persona seria del gruppo, mentre Gegè era il fantasioso e Vincenzo (Vincenzo Nemolato, ndr) ha fatto secondo me un lavoro strepitoso».

Andando verso la conclusione di questa chiacchierata, hai realizzato nella tua carriera regie importanti nel senso sia dell’interesse che della qualità senza parlare dei riconoscimenti che non sono mancati. Dove collochi “Carosello Carosone”?

«Lo considero un passo in avanti importante rispetto alle cose che ho fatto sino ad oggi. Ho per la prima volta realizzato un film in costume ed era una cosa che volevo fare da tanto tempo ed è stata anche la prima volta che ho diretto un film musicale. Per me è stato mettermi alla prova su qualcosa di diverso rispetto alle mie esperienze precedenti ed è stata senza dubbio una grande scommessa. Mi auguro che vada tutto bene e che ci sia una risposta di gradimento, ci tengo tanto».

Proprio in conclusione ed a proposito di musica, mi racconti di quel video realizzato diverso tempo fa per Piero Pelù?

«Andiamo nella notte dei tempi. Si trattò di una collaborazione molto veloce. Pelù era al suo esordio da solista, è una persona molto curiosa, molto viva che si è mantenuta così a distanza di tanti anni. Sono esperienze rapide che non sono paragonabili al resto del lavoro che un regista fa di solito, ma comunque ti restano».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

UN BATTERISTA PER GEGÈ

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Da buon maestro ha istruito Vincenzo Nemolato nell’interpretazione alla batteria del grande Gegè

di Lorenzo Gaudiano

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani». A Mariano Barba Junior per un attimo gli occhi hanno brillato parlando di un artista che insieme a tutta la band di Carosone rappresenterà per sempre un’icona della musica napoletana a livello sia nazionale che internazionale. Un pezzo di storia che riemerge ogni qual volta si canta il motivetto di una canzone e si riproducono i suoni dei vari strumenti musicali impiegati nelle varie esecuzioni. Un ricordo che è sempre bello tramandare alle generazioni successive anche se i gusti musicali con il tempo inevitabilmente cambiano.
Ad interpretare Gegè in “Carosello Carosone” sarà Vincenzo Nemolato, a cui sarebbe bastata anche soltanto l’impressionante somiglianza fisica con l’artista per interpretare al meglio la parte. Invece no, le cose vanno fatte per bene. E quindi chi meglio di un bravo batterista come Mariano Barba Junior poteva trasmettere all’attore la postura, la gestualità, il sincronismo dei movimenti che caratterizza la performance alla batteria, per omaggiare tutto quello che lo strepitoso Gegè ha rappresentato per gli appassionati di musica e non solo.

Mariano, quando è nata la passione, la voglia di utilizzare le bacchette?

«Provengo da una famiglia di batteristi, a partire da mio zio Gennaro Barba, batterista degli Osanna. Poi c’è mio cugino Mariano, suo figlio, e alla fine io, Mariano Junior. Ho cominciato da bambino per gioco, non mi è stato mai imposto di suonare la batteria o studiare musica. Fino a 17 anni ho suonato per passione, dopodiché ho cominciato a considerare la musica come ipotetico lavoro futuro. Andavo a casa di mio zio e invece di giocare a pallone mi ritrovavo a studiare sullo strumento per un paio d’ore, suonando le cose che mi piacevano».

Ma è vero che le bacchette sono un po’ come il telecomando per chi in casa gestisce la tv?

«Con l’esperienza arriva la consapevolezza che si tratta di un ruolo di grande responsabilità, perché la batteria fa da metronomo per tutta la band. Se durante l’esecuzione musicale per esempio ci dovesse essere qualche flessione nel tempo, automaticamente verrebbe addebitata al batterista. Ciò infatti può diventare un problema, soprattutto nella musica che ascoltiamo oggi dove tutto è organizzato metronomicamente. Ci si trova sempre più spesso a suonare in situazioni dove tutto è programmato in sequenze. In queste situazioni non basta soltanto guardarsi tra musicisti e ritrovare il tempo, perché il computer va avanti e se si perde il tempo, ci si perde in tutto».

C’è una grande tradizione partenopea di batteristi. Lo dobbiamo ai ritmi africani vicini a noi o alla musicalità naturale della nostra terra?

«Penso ci siano entrambe le componenti. Siamo un popolo che negli anni è stato dominato da molte culture di cui abbiamo assorbito i ritmi musicali. Al tempo stesso ritengo che comunque la musicalità faccia parte del nostro DNA. Ci sono tante città italiane influenzate da altre culture, che però non hanno lasciato ad esempio quella musicalità che invece noi napoletani musicalmente siamo riusciti ad assorbire».

Hai avuto un maestro in particolare o, come si dice a Napoli, guardando hai saputo rubare il mestiere?

«Ho studiato osservando e ascoltando molto mio cugino, il mio primo idolo, a cui sono legato non soltanto da interessi musicali ma soprattutto da un rapporto familiare molto stretto. Ci frequentiamo moltissimo, nonostante i dieci anni di differenza. Ho imparato da lui per emulazione finché non ho deciso di intraprendere questa carriera, studiando al conservatorio. Un maestro in particolare non l’ho avuto semplicemente perché mi sono sempre dilettato da solo a capire in cosa dovessi migliorare dal punto di vista tecnico per salire sempre più di livello».

L’insegnamento della batteria da parte tua è cosa di tutti i giorni.

«Insegno Educazione Musicale alla scuola pubblica e privatamente alla RR Sound ad Agnano e nel mio studio a Melito».

Quanti ragazzi di quelli che segui decidono di andare avanti per tentare di diventare dei buoni musicisti?

«Credo dipenda dalla cultura del genitore nei confronti della musica. Se viene percepita come un hobby, allora il ragazzo difficilmente andrà avanti perché non è invogliato e seguito. Se considerata come possibile sbocco o come cosa bella da fare, invece ci prova».

Arriviamo a “Carosello Carosone” ed al tuo impegno per istruire Vincenzo Nemolato. Prima di parlare di lui, ti chiedo però di dirmi due parole su Gegè di Giacomo, l’originale…

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani. Dalla sua scuola, dal suo modo di fare negli anni abbiamo preso spunto perché oltre ad essere batterista lui è stato anche musicista, nel senso che cercava di comporre melodie. Sappiamo che la batteria è uno strumento ritmico, ma con lui si è arrivati anche ad una concezione melodica dello strumento perché faceva cantare i tamburi, cercava il suono da qualsiasi oggetto. Ciò ha dato il La a tutti per poter seguire questa via e non basarsi esclusivamente sulla ritmica».

Vincenzo Nemolato nei panni di Gegè Di Giacomo (ph. Andrea Pirrello)

Ora tocca a Nemolato. Come hai fatto a mettere in condizione Vincenzo di interpretare la parte tecnica del personaggio in così breve tempo?

«Conosco Vincenzo da vent’anni, non mi sono dovuto preoccupare di avere quell’approccio empatico che solitamente si ha con l’alunno per motivarlo. Ho potuto parlargli in modo molto diretto e inoltre sapevo che quando si mette in testa qualcosa in un modo o in un altro riesce ad ottenerla. Abbiamo saltato quindi tutta la parte dedicata alle coccole e al benvenuto sullo strumento (ride ndr), poi sono stato per lui un grande rompiscatole così come lui con me, perché era preoccupato di non riuscire nell’intento ma gli ripetevo che per imparare le movenze del batterista occorreva studio, tempo. Molti che approcciano alla batteria non si rendono conto di quanto tempo ci voglia per riuscire ad allenare l’indipendenza corporea, perché si tratta di coordinare quattro arti in modo diverso simultaneamente, cose che nella vita quotidiana non si fanno abitualmente».

Gino Castaldo, il critico di La Repubblica, lo ha definito strepitoso… E quindi avrebbe dovuto fare un complimento anche a te…

«Mi prendo un po’ di merito allora (ride ndr), perché significa che abbiamo lavorato bene. Sin dall’inizio sapevo che avremmo compiuto un buon percorso, anche perché a lui interessava apprendere la gestualità del batterista senza preoccuparsi del suono che per noi è fondamentale. È stata per me un’esperienza nuova».

Concludiamo con i programmi futuri.

«Sinceramente non vedo l’ora che abbia fine questo tipo di scuola con la DAD, perché è difficile sia per i ragazzi che per i docenti. È mortificante per tutto il lavoro che c’è dietro pensare che l’insegnamento sia un modo per rubare uno stipendio o ottenere una possibilità di vaccinarsi prima di altri».

Molto belli i video su Instagram dove suoni la batteria sui testi di canzoni conosciute.

«È un modo per cercare di emergere. La bravura conta ma c’è anche bisogno dell’occasione. È necessario farsi trovare non solo al posto giusto al momento giusto, ma anche preparato. Vorrei avere sempre la mia occasione ed essere giudicato per la mia abilità musicale, ma occorre anche fare un altro percorso parallelo che riguarda l’immagine, la versatilità che si può avere sullo strumento e i generi musicali. Sono un amante del pop, ma artisticamente non bisogna precludersi nulla. Mi piace molto insegnare ma al momento preferirei andare in giro e suonare, soprattutto per l’emozione che trasmette questo tipo di attività».

L’intervista termina qui. Niente stretta di mano, ma soltanto schermi di computer che si chiudono con la promessa e l’augurio di incontrarsi al più presto da vicino. E soprattutto di ritornare a vedere dal vivo le performances di un batterista umile, sorridente e soprattutto molto bravo, anche come insegnante. Gegè ne sarebbe fiero.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021