“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

PROTAGONISTI

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

Enrico Ianniello ci parla del lavoro partendo dall’autore, passando per il regista D’Alatri e arrivando ai compagni di viaggio

di Giovanni Gaudiano

Il successo televisivo de Il commissario Ricciardi ha riportato in libreria molti lettori che per una ragione o per un’altra non avevano pensato in precedenza di leggere i libri di Maurizio de Giovanni o che magari non li avevano letti tutti.
L’autore va comprensibilmente fiero di questo che è un risultato importante, ottenuto anche grazie al lavoro di Alessandro D’Alatri e del cast scelto per portare in tv un noir molto particolare che ha subito incontrato il favore del pubblico.
La somma delle cose positive che una tale produzione è stata capace di raccogliere, al di là delle storie raccontate, deve essere necessariamente ascritta anche alla presenza di una serie di attori di grande qualità e capacità. Lo stesso scrittore di recente in un’intervista si è spinto sino a dire che «nessuna città italiana ha una così grande classe attoriale», parlando della sua Napoli.
Ed allora perché non esplorare questi interpreti, peraltro in molti casi già noti, e farlo adesso che la serie è finita e quindi tutti quelli che li hanno visti all’opera si saranno fatti una propria idea? La speranza è ovviamente quella di creare ancora sani motivi di discussione sulla serie di cui si aspetta a questo punto con interesse la seconda stagione.
Analizzando le storie, l’ambientazione temporale e lo sguardo rivolto ad un periodo tanto complicato per l’Italia, quale personaggio poteva essere il più idoneo per aprire un percorso, che proseguiremo, che dal ruolo in Ricciardi potesse dare allo spettatore uno sguardo più ampio anche sull’attore capace di interpretarlo così bene?
Senza alcun dubbio l’interpretazione di Enrico Ianniello del ruolo del dottor Bruno Modo ha nella storia televisiva, come in quella cartacea, una sua rilevanza per una serie di motivi.

Ed allora partiamo da lui, da quel volto simpatico, da una persona con una parlata mai banale come non lo è il personaggio che gli è stato affidato. Dove ti trovi, Enrico? Cosa stai facendo?

«Sono a casa mia, in Spagna (vicino Barcellona, ndr) e sto chiudendo proprio in questi giorni il mio prossimo romanzo che uscirà il 10 giugno per la Feltrinelli. Si tratta di un libro che partirà da una riflessione su un episodio che è rimasto nel cuore di tutti, accaduto oramai 40 anni fa a Vermicino: la tragedia di Alfredino Rampi. La data d’uscita del libro è proprio quella dell’incidente che costò la vita a quel bambino di 6 anni. Il libro comunque non racconta quella storia ma parte solo da quell’episodio per raccontare una storia diversa».

In Spagna, dove si trova Ianniello, il teatro sia pur con limitazioni funziona ma tralasciando questa differenza con il nostro paese parliamo della fiction “Il commissario Ricciardi”. Avevi letto i libri di de Giovanni prima o magari l’hai fatto in quest’occasione di lavoro?

«Li avevo già letti ed in particolar modo quelli dedicati a Ricciardi perché in qualche modo fu un piccolo caso nella comunità del teatro napoletano. C’è infatti una certa vicinanza tra le storie raccontate e il teatro dove spesso sono state ambientate e poi perché Maurizio de Giovanni è un appassionato spettatore teatrale e quindi all’epoca veniva spesso alle varie rappresentazioni e ci eravamo conosciuti in alcune occasioni. Questo ha finito a suo tempo per creare una sorta di piccola comunità che, incontrandosi di frequente, è diventata sempre più numerosa e più coesa proprio per le assidue frequentazioni».

Sono passati 15 anni dall’uscita del primo libro dedicato a Ricciardi, che sensazioni ricordi di avere avuto all’epoca leggendolo?

«Intanto mi era piaciuta la leggerezza e la capacità nella scrittura di Maurizio che lo ha portato a scrivere tanto e bene. Tante storie, tanti personaggi, tutti ritratti con estrema empatia e con una grande vicinanza da parte dello scrittore nel dipingere ogni tratto del personaggio. E poi mi era piaciuta questa intuizione di Luigi Alfredo, il commissario. Tutti più o meno gli attori della mia generazione abbiamo sognato di impersonarlo».

Il tuo personaggio è uno dei più importanti per la struttura temporale nella quale sono calati i noir dell’autore napoletano. Proviamo a descriverlo andando oltre quello che abbiamo visto in televisione…

«Intanto ci sono i romanzi di Maurizio. È lui che ha avuto questa bellissima idea e questa intuizione del personaggio. E la bella intuizione consiste nel fatto che in un’epoca nera sia dal punto di vista iconografico che politico, facendo un lavoro che lo porta ad eseguire di continuo autopsie, a dissezionare cadaveri, tutto da rapportare alle modalità ed agli strumenti a disposizione negli anni 30, soprattutto le mani, quest’uomo sa godersi la vita. Capace come è di riconoscere le gioie di tutti i giorni e quindi di sapersele prendere perché poi tutti i giorni guarda in faccia la morte. Per me Modo è la sintesi più assoluta della napoletanità quando si esprime al meglio. Cioè la capacità di essere simpatico, gioviale, di sapersi godere la vita perché tutti i giorni sa guardare in faccia le cose che appartengono alla morte».

Leggendo il libro, si poteva immaginare un medico magari più vecchio stampo. La tua interpretazione ci ha restituito un personaggio di quei tempi ma con una forte vena attuale. Sei d’accordo?

«Purtroppo sì. E mi esprimo così perché sarebbe bello che l’aspetto antifascista di Bruno Modo fosse una cosa antica e superata. Sarebbe bello dire, uh guarda all’epoca come facevano per essere antifascisti, invece purtroppo non lo è, nel senso che è attuale oggi dover ancora dire certe cose in difesa della libertà, in difesa della donna, in difesa strenua dei diritti di chiunque senza totalitarismi, senza alcuna forma di autoritarismo. E poi penso sia attuale anche per un paradosso. Se all’epoca ci voleva tanto coraggio a parlare, a dire certe cose, oggi ci vuole molto coraggio a stare zitti. Perché oggi tutti noi siamo abituati a dire la prima cosa che ci passa per la testa pubblicandola di qua e di là, invece per dire bene cose importanti brevemente ci vuole molto tempo e quindi ci vorrebbe molto silenzio».

Avete girato durante questo periodo così difficile. Quali difficoltà avete incontrato soprattutto nella parte dove i dialoghi avvengono forzosamente in modalità ravvicinata?

«È cambiato proprio tutto, anche se chi fa cinema e televisione continua a lavorare mentre gli altri sono totalmente fermi. Ho fatto il tampone a giorni alterni, siamo sempre stati soggetti ad un grandissimo controllo. Poi è vero, meno pacche sulle spalle e ci si abbraccia un po’ di meno. Però la simpatia riusciamo sempre ad esprimerla, magari in altri modi».

Tra le location utilizzate so che c’è stata la vecchia zona Nato di Bagnoli con la ricostruzione di una via Roma simile a quella di quei tempi. Come vi siete trovati, quale la sensazione pensando che si trattava di un sito militare per il quale è in corso una riconversione?

«Ho girato poco in quella location, però ho pensato e penso che quello sarebbe un posto bellissimo per farci una cittadella del cinema. Sarebbe la giusta riconversione per un posto nato con un obiettivo militare che diventa luogo d’arte a 360 gradi. Sarebbe una cosa davvero bella. Immagino una cittadella artistica che accoglie frotte di giovani che la frequentano per questo, per la città rappresenterebbe molto».

Parliamo del rapporto con Lino Guanciale e soprattutto di quello con Alessandro D’Alatri, che mi pare abbia con gli sceneggiatori mantenuto la fiction molto aderente alle storie raccontate da Maurizio de Giovanni?

«Parlando degli sceneggiatori è sicuramente andata così, credo siano stati bravi a rispettare la bellezza dei racconti di de Giovanni senza voler correre verso un presunto gusto del pubblico. Gli ascolti hanno dimostrato che, nonostante si tratti di una fiction con meno coriandoli delle altre, sia stata accolta molto bene dagli spettatori. Il regista poi è stato bravo perché è stato capace di raccontare una Napoli che evidentemente lui ama, pur non essendo napoletano, ma l’ha raccontata con la bravura di chi si mette di fronte a Napoli, di chi la vede senza indugiare nel folklore, raccontandola con profondità. Il personaggio di Bruno Modo è un po’ una conferma di come è stata pensata la fiction nel suo complesso. La caratterizzazione anche visiva del personaggio va oltre quella presente nel libro, arricchendo ulteriormente la figura di questo dottore del tempo. Mi sono trovato bene anche con Lino Guanciale perché anche lui viene dal teatro, abbiamo una formazione grammaticalmente parlando simile ed è stato facile intendersi come lo è stato anche con lo strepitoso Antonio Milo».

Le sei puntate hanno avuto molto successo. Ascolti importanti, l’attesa del pubblico nelle settimane di messa in onda è stata evidente. Poteva essere prevedibile visto il successo dei libri e del personaggio ma non è mai scontato…

«È stato un lavoro impegnativo, avevamo il compito di portare sul video dei racconti anche particolari e dalla nostra parte c’è stata anche la capacità direi visiva di Alessandro (il regista D’Alatri, ndr) e di Davide Tondelli, il direttore della fotografia, che hanno reso bella da vedere la storia che lo era già di per sé. Ci sono vari momenti in cui le inquadrature mi sembrano un quadro, anche perché si è andata a cercare una Napoli bellissima attraverso location affascinanti».

Il finale ha lasciato tutto sospeso. Nessuna delle storie che formano il filo conduttore si è chiarita. Ora è iniziata l’attesa per la seconda serie. Quando la girerete e quando potrà arrivare presumibilmente in tv?

«Credo che non la gireremo prima dell’anno prossimo, non sono a conoscenza di date precise ma da quello che so è ancora in corso la fase di scrittura e quindi è probabile possa arrivare sugli schermi nell’autunno del 2022».

Al di là dell’attesa che si crea, che è utile alla produzione, alla Rai, da attore cosa ne pensi: è giusto terminare un ciclo lasciando così tutto in sospeso?

«Fa parte del linguaggio della televisione, è il famoso cliffhanger, ovvero il meccanismo attraverso il quale si porta l’interprete e quindi gli spettatori sull’orlo del burrone e poi non si capisce se ci si butterà o meno. Serve a creare l’attesa della puntata successiva. Non so dire se sia giusto ma è necessario».

Quando ti rivedremo in Rai con la fortunata serie “Un passo dal cielo” che dovrebbe aver cambiato nome e location?

«Dovrebbe essere il primo di aprile se lo confermeranno e si chiamerà “I guardiani del cielo” per rilanciare la serie che è arrivata alla sesta stagione e che è stata spostata nel Cadore nei pressi di Cortina».

In conclusione a fine mese potrebbero riaprire i teatri nelle zone cosiddette gialle. Cosa ne pensi?

«La speranza è che si possa tornare in teatro al più presto ma personalmente non sono molto ottimista. Penso che per i piccoli teatri con la riduzione ad un terzo della capienza non sarà facile riuscirci. Capisco lo slancio di voler tornare tutti quanti a teatro, soprattutto tutti al lavoro, ma senza una vera forma di aiuto per il settore la situazione è molto dura».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini al centro con Vincenzo Nemolato a sinistra ed Eduardo Scarpetta a destra

IL REGISTA

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Il regista ha raccolto la sfida del suo primo film in costume e musicale perché dedicato ad un personaggio a lui caro

di Giovanni Gaudiano

Ph. di Andrea Pirrello

Forse Renato Carosone non ha mai pensato che un giorno qualcuno gli avrebbe dedicato un film e neanche che l’amico Federico Vacalebre avrebbe scritto la sua autobiografia e che addirittura l’avrebbe aggiornata per l’anniversario dei cento anni dalla nascita.
Non sappiamo con certezza se s’aspettasse magari di essere ricordato dopo tanti anni (circa 73) dalla sera in cui nel lontano 1948 allo Shaker Club, di via Nazario Sauro di proprietà della famiglia Rosolino, iniziò l’avventura con il trio formato con Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood.
Qualche sentore l’avrà avuto Renato quando al suo rientro dopo quasi 16 anni dal ritiro l’accoglienza fu a dir poco trionfale. Ci volle tutta la determinazione di Sergio Bernardini per convincerlo ma poi arrivò il sì.
A questo punto, se poi gli si potesse far sapere che il regista del film a lui dedicato è un piemontese, cosa direbbe?
Forse risponderebbe alla sua maniera: “Che t’aggia di’”, ed ancora “Pigliate ‘na pastiglia”. Poi però basterebbe farlo chiacchierare per 10’ con Lucio Pellegrini ed il suo volto s’aprirebbe al suo proverbiale sorriso.
È vero, Pellegrini è nato ad Asti ma guarda caso è amico di Stefano Bollani, di Paolo Conte, ama la musica italiana e poi conosce Napoli, ne conosce la forza creativa, la sincerità, la disponibilità ed il buonumore raramente offuscato da inevitabili momenti di malinconia. Ed allora anche il maestro Carosone plauderebbe all’iniziativa, con la convinzione che magari un napoletano guardato, studiato, considerato da un altro punto di vista sarebbe pittato come si usa dire dalle nostre parti.
Ed allora parliamone a tutto tondo con Lucio Pellegrini, una persona amabile, aperta, capace e come si diceva una volta brava.

L’impegno, la responsabilità di dirigere un film che impatta con fatti conosciuti, storici, biografie presenta più o meno difficoltà rispetto ad una storia che il pubblico scoprirà guardandolo?

«La responsabilità è maggiore anche se si racconta, come in questo caso, di un personaggio lontano nel tempo ma molto conosciuto ed amato. Va tenuto in conto che l’intenzione di fare un film, non un documentario, porta il regista, gli sceneggiatori e gli attori stessi a cercare di reinterpretare il personaggio mostrando una forma di amore e di rispetto per il personaggio. Nel caso di Carosone, che è amatissimo, conoscendo meglio la sua storia, la sua famiglia, quello che ha fatto e i suoi luoghi, lo amiamo ancora di più. È importante che questa passione poi nel film si colga».

In America i lavori cinematografici sul mondo dello spettacolo, soprattutto quello musicale, sono molto ricorrenti. In Italia nonostante la nostra grande tradizione musicale mi sembra un po’ meno. C’è una ragione particolare? Forse siamo più fantasiosi e per questo abbiamo più piacere a scoprire e raccontare storie inedite?

«Credo che qualcosa sia stato fatto anche qui da noi. Certo abbiamo nella nostra tradizione la tendenza a raccontare altri fatti della nostra storia rispetto a quelli del mondo dello spettacolo. Credo anche che siano un po’ più difficili da raccontare le storie del mondo dello spettacolo perché occorre un lavoro di reinterpretazione, di studio, di visualizzazione molto preciso e si lavora su un immaginario che negli spettatori è già presente, anche se magari sotto forma di ricordo lontano. È più complicato ma è anche una sfida più affascinante per chi fa il mio lavoro. Sino ad ora non mi era mai successo ma aspettavo un’occasione simile e sono felice di averla avuta».

Al di là del fatto che siete molto controllati, quanto è stato complicato dirigere un film con tanti personaggi, tanto contorno, tanto movimento in un momento come questo?

«È stato molto complicato, anche se il protocollo molto preciso che abbiamo ci consente di lavorare in grande sicurezza. Raccontare una storia che è ambientata in tre continenti, partendo dall’Eritrea, passando per New York e arrivando a Napoli e Milano, ha prodotto dei condizionamenti. Abbiamo lavorato molto anche con effetti digitali e quello che non abbiamo potuto realizzare dal vivo abbiamo provato a realizzarlo con l’immaginazione e spero che non si veda molto la differenza».

Entriamo nel merito del film. Quanto conoscevi Carosone prima che le affidassero questa regia?

«Lo conoscevo benissimo. Vengo dal nord e sono molto amante della musica italiana. Carosone è un caposaldo, un punto di riferimento per tutto il movimento musicale nazionale e per tutti quelli che amano la storia e l’evoluzione della canzone italiana. Certo non conoscevo tutti i dettagli della sua vita personale ma conoscevo molto bene il tipo di spettacolo che era associato all’attività di Carosone, la sua idea di musica e la sua idea di rappresentazione della propria musica e mi interessava tantissimo mettere in scena il gruppo, prima il trio con Gegè e Van Wood, poi i sestetti dove trovavo Gegè Di Giacomo irresistibile. Nel film infatti c’è moltissima musica, tante canzoni oltre naturalmente alla storia personale e tanto spettacolo che era la parte che mi stimolava di più in partenza su cui abbiamo impiegato la maggior parte dei nostri sforzi. Sono felice del risultato finale anche perché ho lavorato con dei ragazzi fenomenali, molto bravi».

Una digressione, che tipo di musica le piace ascoltare di solito?

«Mi piace ascoltare molto la musica italiana, soprattutto quella che va proprio da quel periodo sino agli anni Ottanta. Poi devo dire che Carosone è stato un apripista nel mondo della canzone e per me è stato stimolante lavorarci. Sono tanti gli artisti, che sono miei amici, come Stefano Bollani, che ha lavorato sin dall’inizio alle musiche di questo film, e come il mio concittadino Paolo Conte che lo considerano un punto di riferimento. C’è stato un filo comune molto italiano e un approccio intimo a questo lavoro che mi ha fatto sentire vicino al mondo napoletano che considero esotico. Non è il posto dove sono cresciuto ma lo amo da morire e ho sempre avuto uno sguardo un po’ stupito nei confronti della città e dei napoletani».

Il richiamo nel titolo al primo disco inciso da Carosone e la sua band ha qualche particolare ragione o è stata una scelta naturale, come poteva essercene un’altra?

«Si è trattato di una scelta naturale, perché intitolarlo così ci è sembrato il modo migliore per rappresentare il nostro film che racconta il percorso di un cantante, di una persona, di un uomo estremamente curioso, dotato di un grande gusto per la rappresentazione modernissima del mondo dello spettacolo. Ci piaceva per questo, come avevo fatto anche lui, associare il suo nome ad un’idea di divertimento, di gioia, di ricchezza. È un film che racconta la rinascita di un paese anche attraverso la musica e che in questo momento speriamo possa rappresentare un momento di benessere di cui abbiamo tutti un po’ bisogno grazie proprio alle sue canzoni».

Il film vuole essere un omaggio nel centenario della nascita dell’artista ma non racconta tutta la vita di Carosone, il tempo sarebbe stato insufficiente. Qual è l’arco temporale che copre?

«In sostanza copre l’avventura artistico-musicale di Carosone dall’inizio quando era giovanissimo e parte per l’Eritrea sino alla decisione di ritirarsi dalle scene con questa scelta un po’ anomala, fuori dagli schemi, così personale. Ci piaceva raccontare la storia di un artista che a 39 anni decide di lasciare il mondo dello spettacolo compiendo una scelta che oggi sarebbe inimmaginabile».

La domanda che sto per fare ti sarà stata già rivolta: da piemontese come hai affrontato questa immersione nel mondo partenopeo? Ti ha aiutato anche la figura internazionale di Carosone?

«Sì, sono piemontese, ma sono oramai romanizzato da 30 anni e Napoli la frequento molto, ho tantissimi amici e collaboratori napoletani. Questo non toglie che Napoli sia una città sempre da scoprire e ogni volta che vengo o ci lavoro mi capita qualcosa di nuovo che non avrei mai immaginato. È una città che ti stupisce sempre. Poi credo che Carosone sia un patrimonio nazionale ed internazionale ed io ho cercato di realizzare un film che avesse quel respiro, che raccontasse una storia esemplare, la storia di un grande talento che senza dimenticare le proprie radici, arricchendosi con le esperienze vissute, riesce a fare una cosa che non ha mai fatto nessuno inventandosi uno stile diverso da tutto quello che lo circonda».

Eduardo Scarpetta interpreta il cantante e Gino Castaldo su La Repubblica ha definito la sua un’interpretazione da manuale ma parlando di Vincenzo Nemolato, che interpreta l’iconico Gegè Di Giacomo, lo ha tratteggiato come strepitoso per un’interpretazione dall’impressionante verosimiglianza. Cosa ti va di aggiungere…

«Mi ha fatto molto piacere leggere quello che ha scritto Castaldo. Il lavoro di casting non è stato semplice e poi quello di preparazione è stato molto lungo. Eduardo e Vincenzo hanno lavorato molto in fase di preparazione, di studio, di prove con Stefano Bollani e con Ciro Caravano dei “Neri per caso”, che è stato il nostro coach per le voci. Abbiamo provato tantissimo la parte di messa in scena cercando di replicare quello che facevano Carosone e Gegè. Abbiamo anche lavorato molto sui costumi. È stato un lavoro ricco fatto con molta passione e sono contento che i primi feedback siano molto positivi. Nei rispettivi ruoli devo dire che il ruolo di Renato era quello della persona seria del gruppo, mentre Gegè era il fantasioso e Vincenzo (Vincenzo Nemolato, ndr) ha fatto secondo me un lavoro strepitoso».

Andando verso la conclusione di questa chiacchierata, hai realizzato nella tua carriera regie importanti nel senso sia dell’interesse che della qualità senza parlare dei riconoscimenti che non sono mancati. Dove collochi “Carosello Carosone”?

«Lo considero un passo in avanti importante rispetto alle cose che ho fatto sino ad oggi. Ho per la prima volta realizzato un film in costume ed era una cosa che volevo fare da tanto tempo ed è stata anche la prima volta che ho diretto un film musicale. Per me è stato mettermi alla prova su qualcosa di diverso rispetto alle mie esperienze precedenti ed è stata senza dubbio una grande scommessa. Mi auguro che vada tutto bene e che ci sia una risposta di gradimento, ci tengo tanto».

Proprio in conclusione ed a proposito di musica, mi racconti di quel video realizzato diverso tempo fa per Piero Pelù?

«Andiamo nella notte dei tempi. Si trattò di una collaborazione molto veloce. Pelù era al suo esordio da solista, è una persona molto curiosa, molto viva che si è mantenuta così a distanza di tanti anni. Sono esperienze rapide che non sono paragonabili al resto del lavoro che un regista fa di solito, ma comunque ti restano».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

UN BATTERISTA PER GEGÈ

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Da buon maestro ha istruito Vincenzo Nemolato nell’interpretazione alla batteria del grande Gegè

di Lorenzo Gaudiano

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani». A Mariano Barba Junior per un attimo gli occhi hanno brillato parlando di un artista che insieme a tutta la band di Carosone rappresenterà per sempre un’icona della musica napoletana a livello sia nazionale che internazionale. Un pezzo di storia che riemerge ogni qual volta si canta il motivetto di una canzone e si riproducono i suoni dei vari strumenti musicali impiegati nelle varie esecuzioni. Un ricordo che è sempre bello tramandare alle generazioni successive anche se i gusti musicali con il tempo inevitabilmente cambiano.
Ad interpretare Gegè in “Carosello Carosone” sarà Vincenzo Nemolato, a cui sarebbe bastata anche soltanto l’impressionante somiglianza fisica con l’artista per interpretare al meglio la parte. Invece no, le cose vanno fatte per bene. E quindi chi meglio di un bravo batterista come Mariano Barba Junior poteva trasmettere all’attore la postura, la gestualità, il sincronismo dei movimenti che caratterizza la performance alla batteria, per omaggiare tutto quello che lo strepitoso Gegè ha rappresentato per gli appassionati di musica e non solo.

Mariano, quando è nata la passione, la voglia di utilizzare le bacchette?

«Provengo da una famiglia di batteristi, a partire da mio zio Gennaro Barba, batterista degli Osanna. Poi c’è mio cugino Mariano, suo figlio, e alla fine io, Mariano Junior. Ho cominciato da bambino per gioco, non mi è stato mai imposto di suonare la batteria o studiare musica. Fino a 17 anni ho suonato per passione, dopodiché ho cominciato a considerare la musica come ipotetico lavoro futuro. Andavo a casa di mio zio e invece di giocare a pallone mi ritrovavo a studiare sullo strumento per un paio d’ore, suonando le cose che mi piacevano».

Ma è vero che le bacchette sono un po’ come il telecomando per chi in casa gestisce la tv?

«Con l’esperienza arriva la consapevolezza che si tratta di un ruolo di grande responsabilità, perché la batteria fa da metronomo per tutta la band. Se durante l’esecuzione musicale per esempio ci dovesse essere qualche flessione nel tempo, automaticamente verrebbe addebitata al batterista. Ciò infatti può diventare un problema, soprattutto nella musica che ascoltiamo oggi dove tutto è organizzato metronomicamente. Ci si trova sempre più spesso a suonare in situazioni dove tutto è programmato in sequenze. In queste situazioni non basta soltanto guardarsi tra musicisti e ritrovare il tempo, perché il computer va avanti e se si perde il tempo, ci si perde in tutto».

C’è una grande tradizione partenopea di batteristi. Lo dobbiamo ai ritmi africani vicini a noi o alla musicalità naturale della nostra terra?

«Penso ci siano entrambe le componenti. Siamo un popolo che negli anni è stato dominato da molte culture di cui abbiamo assorbito i ritmi musicali. Al tempo stesso ritengo che comunque la musicalità faccia parte del nostro DNA. Ci sono tante città italiane influenzate da altre culture, che però non hanno lasciato ad esempio quella musicalità che invece noi napoletani musicalmente siamo riusciti ad assorbire».

Hai avuto un maestro in particolare o, come si dice a Napoli, guardando hai saputo rubare il mestiere?

«Ho studiato osservando e ascoltando molto mio cugino, il mio primo idolo, a cui sono legato non soltanto da interessi musicali ma soprattutto da un rapporto familiare molto stretto. Ci frequentiamo moltissimo, nonostante i dieci anni di differenza. Ho imparato da lui per emulazione finché non ho deciso di intraprendere questa carriera, studiando al conservatorio. Un maestro in particolare non l’ho avuto semplicemente perché mi sono sempre dilettato da solo a capire in cosa dovessi migliorare dal punto di vista tecnico per salire sempre più di livello».

L’insegnamento della batteria da parte tua è cosa di tutti i giorni.

«Insegno Educazione Musicale alla scuola pubblica e privatamente alla RR Sound ad Agnano e nel mio studio a Melito».

Quanti ragazzi di quelli che segui decidono di andare avanti per tentare di diventare dei buoni musicisti?

«Credo dipenda dalla cultura del genitore nei confronti della musica. Se viene percepita come un hobby, allora il ragazzo difficilmente andrà avanti perché non è invogliato e seguito. Se considerata come possibile sbocco o come cosa bella da fare, invece ci prova».

Arriviamo a “Carosello Carosone” ed al tuo impegno per istruire Vincenzo Nemolato. Prima di parlare di lui, ti chiedo però di dirmi due parole su Gegè di Giacomo, l’originale…

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani. Dalla sua scuola, dal suo modo di fare negli anni abbiamo preso spunto perché oltre ad essere batterista lui è stato anche musicista, nel senso che cercava di comporre melodie. Sappiamo che la batteria è uno strumento ritmico, ma con lui si è arrivati anche ad una concezione melodica dello strumento perché faceva cantare i tamburi, cercava il suono da qualsiasi oggetto. Ciò ha dato il La a tutti per poter seguire questa via e non basarsi esclusivamente sulla ritmica».

Vincenzo Nemolato nei panni di Gegè Di Giacomo (ph. Andrea Pirrello)

Ora tocca a Nemolato. Come hai fatto a mettere in condizione Vincenzo di interpretare la parte tecnica del personaggio in così breve tempo?

«Conosco Vincenzo da vent’anni, non mi sono dovuto preoccupare di avere quell’approccio empatico che solitamente si ha con l’alunno per motivarlo. Ho potuto parlargli in modo molto diretto e inoltre sapevo che quando si mette in testa qualcosa in un modo o in un altro riesce ad ottenerla. Abbiamo saltato quindi tutta la parte dedicata alle coccole e al benvenuto sullo strumento (ride ndr), poi sono stato per lui un grande rompiscatole così come lui con me, perché era preoccupato di non riuscire nell’intento ma gli ripetevo che per imparare le movenze del batterista occorreva studio, tempo. Molti che approcciano alla batteria non si rendono conto di quanto tempo ci voglia per riuscire ad allenare l’indipendenza corporea, perché si tratta di coordinare quattro arti in modo diverso simultaneamente, cose che nella vita quotidiana non si fanno abitualmente».

Gino Castaldo, il critico di La Repubblica, lo ha definito strepitoso… E quindi avrebbe dovuto fare un complimento anche a te…

«Mi prendo un po’ di merito allora (ride ndr), perché significa che abbiamo lavorato bene. Sin dall’inizio sapevo che avremmo compiuto un buon percorso, anche perché a lui interessava apprendere la gestualità del batterista senza preoccuparsi del suono che per noi è fondamentale. È stata per me un’esperienza nuova».

Concludiamo con i programmi futuri.

«Sinceramente non vedo l’ora che abbia fine questo tipo di scuola con la DAD, perché è difficile sia per i ragazzi che per i docenti. È mortificante per tutto il lavoro che c’è dietro pensare che l’insegnamento sia un modo per rubare uno stipendio o ottenere una possibilità di vaccinarsi prima di altri».

Molto belli i video su Instagram dove suoni la batteria sui testi di canzoni conosciute.

«È un modo per cercare di emergere. La bravura conta ma c’è anche bisogno dell’occasione. È necessario farsi trovare non solo al posto giusto al momento giusto, ma anche preparato. Vorrei avere sempre la mia occasione ed essere giudicato per la mia abilità musicale, ma occorre anche fare un altro percorso parallelo che riguarda l’immagine, la versatilità che si può avere sullo strumento e i generi musicali. Sono un amante del pop, ma artisticamente non bisogna precludersi nulla. Mi piace molto insegnare ma al momento preferirei andare in giro e suonare, soprattutto per l’emozione che trasmette questo tipo di attività».

L’intervista termina qui. Niente stretta di mano, ma soltanto schermi di computer che si chiudono con la promessa e l’augurio di incontrarsi al più presto da vicino. E soprattutto di ritornare a vedere dal vivo le performances di un batterista umile, sorridente e soprattutto molto bravo, anche come insegnante. Gegè ne sarebbe fiero.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

L’ex attaccante ripercorre le fasi salienti della sua carriera dall’esordio al Santos al fianco di Pelé fino all’arrivo in Italia al Mantova

di Marco Boscia

Roccaraso, estate 2000. Quella degli Europei in Belgio e nei Paesi Bassi. Del cucchiaio di Totti dal dischetto all’Olanda in semifinale. Tanti bambini che cullano un sogno, quello di diventare calciatori. Un progetto importante con un coordinatore d’eccezione come Angelo Benedicto Sormani che diresse anche un paio di allenamenti. Una gioia ed un onore per chi scrive oggi che, dopo aver fatto parte di quel gruppo di bambini, ha il piacere di fare un piacevole tuffo nel passato con un grande campione di un calcio che purtroppo stenta a trovare nuove strade.
Nato a Jaú, in Brasile, il 3 luglio 1939 ma di origini italiane, motivo per il quale scelse di indossare la maglia azzurra della nazionale e non quella verdeoro, Sormani è stato uno dei più grandi attaccanti degli anni ‘60 e ‘70. Prima di approdare al Napoli all’età di 31 anni, raggiunse l’apice della sua carriera nelle quattro stagioni al Milan con cui vinse una Coppa Italia, uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.

Venne soprannominato il “Pelé bianco” nella sua breve parentesi a Roma e da allora è sempre stato ricordato così. Forse perché arrivò in Italia nel 1961 dopo aver esordito in Brasile nel Santos al fianco di Pelé, quello vero?

«Parlo di Pelé sempre con grande piacere. Oggi ci sono tanti filmati che mostrano le gesta dei calciatori. Di Pelé invece credo si sia visto solo il 30% di quello che ha realmente fatto. Io ho giocato insieme e contro tanti campioni dell’epoca. Con Rivera, con Altafini, con Beckenbauer, solo per citarne alcuni. Tutti fortissimi ma non c’è stato nessuno con le caratteristiche di Pelé. Credo che se Pelé si fosse allenato per il salto in alto sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per il salto in lungo sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per i 100 metri sarebbe andato alle Olimpiadi. Senza parlare poi di come colpiva il pallone indifferentemente di destro, di sinistro, di testa. È stato un giocatore unico e completo. È nato pronto, sia fisicamente che psicologicamente. Chi di Pelé non ha visto tutto non può paragonarlo a nessun altro. Non so se nascerà mai più uno come lui o più forte di lui».

Dopo il Santos lei arrivò giovanissimo in Italia. Quali difficoltà incontrò nel suo percorso di crescita?

«Ho inseguito un pallone per tutta la vita ma naturalmente ci sono stati momenti in cui le cose non sono andate come avrei voluto. In Italia arrivai al Mantova. Lì feci molto bene e dopo due stagioni fui ceduto alla Roma. Iniziai la mia esperienza in giallorosso con grandi motivazioni ma in una partita con la nazionale in Russia ebbi una distorsione del gomito. Passai più di un anno con la paura dei contrasti, di cadere e di rifarmi male. Fui condizionato tanto da quell’episodio e a Roma non riuscii ad esprimermi al meglio. Mi ripresi fisicamente solo nel finale della stagione successiva alla Sampdoria e così fui ingaggiato dal Milan».

Quanto fu importante in tal senso per la sua crescita il ritorno in panchina al Milan di un allenatore come Nereo Rocco?

«Era una persona speciale, alla mano. Chi si allenava con lui doveva capire il dialetto triestino. Era fenomenale per come coinvolgeva tutti e per come ci faceva stare insieme. Ridevamo, scherzavamo e ci divertivamo sempre. Fu in grado di creare un gruppo unito e con gli stessi obiettivi. Di me seppe forse sfruttare, più di tutti, le mie qualità tecniche».

A proposito di qualità tecniche. In passato il calcio brasiliano sfornava tanti talenti. Come mai secondo lei oggi succede meno?

«Prima in Brasile, in Argentina e nei paesi più poveri bastava un semplice pallone. Per noi era tutto, giocavamo l’intera giornata o a casa da soli contro il muro o per strada con altri ragazzi. Oggi ci sono troppi interessi, esistono un’infinità di scuole calcio ed il calciatore è diventato una figura invidiata da tutti. Si guadagna troppo. Quello che è un divertimento è stato trasformato in altro. Molti genitori credono che i propri figli possano diventare calciatori, invece è difficilissimo, perché la concorrenza è enorme. I ragazzi pensano solo al benessere economico che questo sport può dare ma ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il calcio è prima di tutto passione, divertimento, allegria».

Dopo quattro anni al Milan arrivò al Napoli. Com’era l’ambiente partenopeo?

«Formidabile. Mi sono innamorato di Napoli. Della città e del modo di vivere, molto simile a quello brasiliano. Per quelle che erano le possibilità della società facemmo abbastanza bene. Ho ammirato tantissimo il presidente Ferlaino. Ci ha sempre messo la faccia ed il suo obiettivo era quello di regalare uno scudetto alla città, arrivato poi finalmente alla fine degli anni ‘80. Credo che quello fu uno dei riconoscimenti più giusti per una persona che ha vissuto e che ha dato tutto per il Napoli».

Come mai non concluse la sua carriera di calciatore al Napoli?

«Perché non ho mai scelto dove andare come spesso accade oggi. Andai via a quasi 33 anni e probabilmente quando avevo ancora buon mercato. Passai alla Fiorentina ma l’esperienza non fu delle migliori perché trovai un gruppo di ragazzi giovani che stavano crescendo con una mentalità nuova ed io non riuscii ad integrarmi completamente».

Conclusa la carriera in campo al Vicenza, qualche anno dopo tornò a Napoli da allenatore. Che ricordi ha di quell’esperienza?

«Ti racconto un aneddoto. Nel ‘67 quando giocavo al Milan ebbi l’ernia del disco e a quei tempi per un calciatore si pensava che la carriera potesse finire. Ma mi operai e mi fu consigliato di fare delle sedute alle terme per riprendermi più velocemente. Quando uscivo di lì a ora di pranzo, visto il caldo, mi recavo spesso in un bar per rinfrescarmi con una bevanda. Un giorno il barista mi chiese: “Sei contento di andare al Napoli?” Lo seppi così. Al Milan non me lo avevano ancora comunicato. Quando invece sono venuto a Napoli per fare l’allenatore nel 1978 era la prima volta in vita mia che scelsi dove andare. Accettai e venni volentieri perché mi ero già trovato benissimo. Ancora adesso ho molte amicizie nell’ambiente partenopeo. Con la Primavera fu una delle tappe più belle della mia vita, tanti giovani calciatori riuscirono ad emergere».

Quanto cambia sedersi in panchina?

«Non ho mai studiato tanto come quando ho fatto l’allenatore. Essere allenato ed allenare sono due cose completamente diverse. Volevo far capire come palleggiare, come tirare, come dribblare. Cercare di mostrare come si gioca a calcio a dei giovani ragazzi è una cosa che mi ha entusiasmato e riempito di gioia».

Arriviamo alla partita di domani sera. Chi vede favorito e per chi farà il tifo?

«Non posso sbilanciarmi. Io faccio il tifo per tutte le squadre in cui ho giocato. Sono stato voluto bene in tutte le città dove sono stato. Forse per il mio carattere ho avuto sempre un ottimo rapporto con la gente del posto. Sapevo di essere un ospite e ho imparato che dovevo essere io bravo a diventare mantovano, romano, milanese, napoletano etc. Credo di poter affermare con orgoglio di non aver avuto nessun nemico nel mondo del calcio».

Alla luce degli ultimi risultati, dove crede che possano arrivare queste due squadre a fine stagione?

«È un momento complesso per tutti. Non si può neanche più entrare a prendere un caffè in un bar. Calciatori ed allenatori sono sempre a rischio e vivono con l’incubo dei tamponi. Credo che in questo senso, e giocando ogni tre giorni, la qualità del gioco ne stia risentendo. Ad ogni modo penso che il Milan cercherà di giocarsi lo scudetto fino alla fine e spero che il Napoli riesca a centrare almeno il quarto posto, una squadra così non può restare fuori dall’Europa che conta».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

L’ALTRA COPERTINA

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Dal capello bloccato alla barba della maturità. La breve storia di una ragazzo di nome Pasquale Foggia che voleva fare il calciatore

Intervista di Giovanni Gaudiano

Soccavo per chi non la conosce è difficile da comprendere. Nell’intervista ad un certo punto per indicarla geograficamente è stata usata l’espressione gergale “Soccavo ad est di Fuorigrotta”. Ai fini della chiacchierata serviva a dire che quel quartiere di Napoli è molto vicino allo stadio oggi intitolato a Diego Maradona.
Si diceva che è un quartiere difficile da capire, ma non per la gente che vi abita quanto per la ghettizzazione urbanistica che negli anni si è abbattuta su quella parte della città. È in questa sorta di compromesso all’aria aperta che negli anni d’oro del Napoli di Maradona si viveva di pane e pallone. Campetti improvvisati, spiazzi adibiti a terreni di gioco, viali e strade occupate da tanti ragazzini. Questo perché lo sciagurato piano regolatore non aveva previsto attrezzature sportive pur sapendo di dover ospitare le coppie che dal centro di Napoli, lasciando le case paterne, sarebbero confluite in questa zona e con le proprie famiglie ne avrebbero fatto alla fine un quartiere popoloso.
È in questa realtà che il sogno di un ragazzo come tanti ha preso corpo, grazie alla dedizione di una madre che ha voluto fortemente appoggiarlo, annullandosi, in un percorso difficile, in qualche momento strappalacrime, in una sfida con il tempo che quel ragazzo e quella madre hanno saputo vincere.
Nessuna retorica, nessuna apologia, solo quattro parole per parlare di uno di noi che come noi vive in una città bellissima, meravigliosa, caratterizzata però da evidenti alti e bassi che balzano agli occhi anche solo svoltando un angolo di strada, che alla fine ce l’ha fatta.
Stiamo parlando di Pasquale Foggia. È lui il ragazzo che ha realizzato il sogno. Ed è stato giusto che sia andata così, perché quando ha potuto il suo primo pensiero è stato proprio per quei ragazzini che come lui continuavano a giocare per strada. Si tratta di un’altra storia che poi racconteremo.

Sparo la prima domanda, poi torneremo indietro nel tempo. Dal capello leggermente lungo tenuto dal fermacapelli durante le partite ad una barba dottorale che mette soggezione. Cosa è cambiato in Pasquale Foggia?

«Sono diventato grande. Ho maturato tanta esperienza non solo nel campo da calcio ma anche nella vita di tutti i giorni. Ho messo su famiglia, ho moglie e due figli. È cambiato tutto in un percorso di crescita umana fatto di piccoli passi percorsi ogni giorno. E poi sono tornato, vivo a Napoli e penso che non potrebbe essere diversamente».

Soccavo a est di Fuorigrotta. Tanti bambini sempre a correre dietro ad un pallone. Eri uno di quelli, ne hai parlato in varie occasioni. Come ti vedevi in quel momento, cosa pensavi ti sarebbe accaduto?

«Ero un bambino pieno di sogni. Rispetto a quello che anima i ragazzi di oggi lo facevo, ma non solo io, con tutto me stesso. Era poi il periodo felice per noi napoletani perché avevamo Maradona ed il calcio per me rappresentava la mia vita».

Hai raccontato che tua madre per te è stata fondamentale. Un tuo pensiero su tutti per lei, oggi che quello che le avevi promesso quando avevi solo 7 anni l’hai raggiunto…

«Mia madre ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre la mia guida. Nonostante le tante difficoltà, dovute anche alla separazione con mio padre, ha sempre cercato di darmi tutto quello di cui avevo bisogno. Dall’educazione, all’istruzione, agli insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni. Ha annullato la sua vita per me. E credo che farò fatica in tutta la mia vita a ripagare almeno la metà di quello che lei mi ha dato».

Come andò quando andasti al Padova, chi ti segnalò?

«In quegli anni si giocava il Torneo dei Quartieri ed il Torneo di Natale che era una vetrina per i ragazzi che volevano giocare al calcio. Venivano molti osservatori perché, come noto, la Campania ha sempre prodotto tanti talenti. Era insomma l’occasione per gli addetti ai lavori di scoprire qualche calciatore. In uno di questi tornei mi vide Loris Fincato, che era il responsabile del settore giovanile del Padova e mi portò a fare un provino in Veneto. Avevo dieci anni e da allora non sono più rientrato a Napoli».

Poi il Milan, avevi 16 anni. Pensasti che stavi facendo il grande salto anche se la lontananza da casa si sarebbe fatta sentire ancora di più?

«È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire che forse potevo arrivare a toccare con mano il mio sogno. Il passaggio al Milan cambiò la mia vita, ebbi il primo stipendio che mi diede la possibilità di far lavorare un po’ meno mia madre. In sede al Milan ad attendere c’erano Galliani e l’allenatore Bertuzzo, poi passai con Ballardini».

In seguito tante squadre, tanti presidenti, tanti allenatori. Un po’ con tutti un rapporto concreto che andava oltre il campo da gioco…

«È vero. Sono stato allenato da Giampaolo, da Ammazzalorso, lo stesso Ballardini, Delio Rossi, Mazzarri. Ne ho avuti tanti, ma ho avuto la fortuna sempre di intrattenere buoni rapporti con tutti».

Mi ha colpito, non lo ricordavo, che a Reggio Calabria ti hanno concesso la cittadinanza onoraria per l’anno che arrivasti e la Reggina di Foti si salvò e tu andavi al cena dal presidente…

«Alla Reggina c’era l’abitudine di riunirsi il giovedì sera e stavamo assieme con il presidente e con lui ho intrattenuto un rapporto bellissimo. È una persona per la quale ho molta stima perché ha valori importanti. Quel periodo, anche se breve, ha lasciato in me al di là della cittadinanza onoraria che mi tengo stretta legami profondi».

Prima di arrivare al Benevento non possiamo non parlare della Lazio e di Lotito. Non ti faccio una domanda vera e propria, parliamone…

«Il mio rapporto con il presidente Lotito è sempre stato molto schietto, sincero e a volte anche duro. Ritengo di aver instaurato nel tempo una conoscenza che sia andata oltre il calcio che ancora oggi custodisco. Quando adesso lo incontro è l’occasione per farci un sacco di risate ed è per me soddisfacente che sia così».

Siamo arrivati al Benevento, ad un altro dei tuoi capolavori nei rapporti personali, quello con il presidente Vigorito. Dal settore giovanile alla prima squadra. Da talent scout a direttore sportivo. Cosa hai trovato a poco più di 70 chilometri dalla tua Napoli senza dover andare nel profondo nord?

«Ho trovato grande umanità, grande sensibilità. Il presidente Vigorito è una persona che ti porta al di là del rapporto esistente tra il massimo dirigente e il direttore sportivo. L’ho dichiarato in diverse occasioni che mi porto dentro tanti insegnamenti che lui mi ha dato anche relativamente alla mia vita privata. Ritengo che quest’aspetto sia la cosa più importante che mi sia capitata a Benevento. Ci tengo a ringraziarlo per l’opportunità che mi ha dato e ci tengo ancora di più a quello che mi dà giorno per giorno».

Il presidente di recente ha detto che grazie a te ha capito cosa fa un direttore sportivo. Dopo l’intervista alla tv, quando lo hai saputo cosa vi siete detti?

«L’ho saputo in diretta. Ero in campo per il riscaldamento e vedevo arrivare sul telefono tanti messaggi. Devo dire che un poco mi sono preoccupato, perché quando vinci arrivano tanti messaggi mentre quando perdi un po’ meno e se ti arrivano prima della partita ti chiedi se non sia accaduto qualcosa. Poi c’erano anche i video con le parole del presidente ed allora il tempo di andare in tribuna e senza neanche dirgli una parola di ringraziamento l’ho abbracciato forte».

Nel calcio i risultati sono importanti ma quello che avete costruito a Benevento dal mio punto di vista lo è di più. Mi riferisco ad un sogno fatto di equilibrio e razionalità, di stima e collaborazione. Penso che il Benevento con la salvezza e la permanenza in serie A possa nel futuro pensare ad obiettivi più ambiziosi. Cosa ne pensi?

«Credo che a Benevento sia nato un percorso basato sulla fiducia reciproca e sulla stima. È ovvio che poi tutto passa attraverso i risultati ma per costruire qualcosa d’importante alla base ci devono essere i due fattori che ho citato a prescindere dalla categoria e dagli obiettivi. In questi tre anni si è costruito tanto. Fondamentale è stata la scelta degli uomini che devono accompagnarti in questo impegno e non mi riferisco solo ai calciatori ma intendo dire tutto lo staff a partire dai magazzinieri. Sbaglia chi pensa che basta comprare giocatori bravi per fare risultato. Il concetto non può definirsi assoluto, perché se non costruisci un’anima quella non si compra al mercato e la puoi ottenere solo se la coltivi giorno dopo giorno».

Domani ci sarà il derby con il Napoli. Che sensazione proverà il ragazzo di Soccavo nel vedere lo stadio Maradona vuoto?

«Vedere in generale gli stadi vuoti non ti dà l’impressione di stare giocando a calcio. Vedere lo stadio dove sognavo di giocare da bambino, intitolato alla massima espressione di sempre nel mondo del calcio, vuoto sarà sicuramente triste. Perché Napoli, in questo caso i derby, sono abituati ad avere sugli spalti i tifosi, ad essere circondati da uno stadio caldo e questa cornice mancherà ancora di più proprio perché ci troveremo a giocare nello stadio intitolato a quello che per noi napoletani resterà per sempre il dio del calcio».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

IL PROTAGONISTA

Piá: lo Spider-Man brasiliano

Dribbling, fantasia e gol per uno dei giocatori più amati dai tifosi che appartiene allo storia del Napoli che tornò in massima serie

di Bruno Marchionibus

Gol importanti ed un’infinità di assist in maglia azzurra dal 2005 al 2010. Inacio Piá è stato, dopo il fallimento, il primo giocatore di fantasia dell’allora neonato Napoli Soccer in grado di far sognare i tifosi. Talentuoso esterno d’attacco, l’ex Atalanta fu acquistato da Pierpaolo Marino per poco più di un milione di euro; operazione che negli anni seguenti si rivelò decisamente indovinata, visto che il brasiliano è stato uno dei protagonisti della rinascita partenopea. Piá, a tal proposito, detiene un record particolare: l’attaccante di Ibitinga è infatti l’unico calciatore della storia azzurra ad essere andato a segno in tutte le categorie dalla C alla A ed anche in Europa (Coppa Uefa 2008/09). E parlando di reti, tra i gol maggiormente ricordati di Inacio ci sono senza dubbio quello al Martina, quando il verdeoro festeggiò la realizzazione indossando una maschera di Spider-Man che aveva nascosto nel calzettone, e quello col Benevento in Serie C; lo stesso Benevento che, domenica, il Napoli affronterà in tutt’altre condizioni nel derby campano della massima serie.

Piá, in Serie C contro il Benevento fu grande protagonista con un gol ed un assist. Che ricordo ha di quella partita?

«Un ricordo molto nitido e molto piacevole. Eravamo in Serie C, ma in occasione di quel derby lo stadio era gremito e quella domenica sembrava di giocare in massima serie per l’atmosfera e per l’entusiasmo che si respirava. Aver segnato e aver fatto un assist, poi, rese quella partita per me ancor più speciale».

A proposito di gol, come nacque l’idea dell’esultanza mascherata “alla Uomo Ragno”?

«Spider-Man fin da bambino è sempre stato un supereroe che mi ha affascinato molto. Eravamo in ritiro a Castel Volturno e venne un caro amico, Gaetano, a cui dissi che se mi avesse procurato una maschera dell’Uomo Ragno in caso di gol nella partita successiva avrei festeggiato indossandola. La domenica seguente riuscii a segnare contro il Martina e così ebbi modo di mantenere la promessa».

Cosa la spinse ad accettare Napoli nonostante la terza serie nel gennaio 2005?

«Sicuramente il progetto offerto dalla società e dal direttore Marino. E poi il fascino della piazza; Napoli è sempre Napoli ed io non ebbi dubbi ad accettare immediatamente la proposta degli azzurri, anche se si trattava di scendere di categoria. Sapevo che all’epoca la sfida era riuscire a tornare quanto prima nel calcio che conta; obiettivo che, per fortuna, con quel gruppo riuscimmo a raggiungere in breve tempo».

Il primo anno, tuttavia, si concluse con la finale playoff persa ad Avellino. Dopo quella delusione ha avuto per un attimo la tentazione di andare via?

«La delusione sul momento fu tanta, anche se molti di noi erano arrivati a gennaio col Napoli indietro in classifica rispetto ai primissimi posti, e fare una rincorsa non è mai facile. Marino dopo quella partita mi rassicurò subito sul fatto che il progetto sarebbe andato avanti e che la società continuava a considerarmi un giocatore fondamentale, e pur avendo alcune richieste dalla Serie A decisi senza esitazioni di rimanere in una città con cui ho avuto un bellissimo rapporto fin dal primo impatto».

Com’era il suo rapporto con mister Reja?

«Molto buono. Col mister c’è stato un rapporto bello, anche di amicizia. Reja è sempre stato un allenatore in grado di scegliere il momento più giusto per dire le cose, anche prima delle partite. In quegli anni sono stato molto bene ed il merito è stato certamente anche suo».

C’è qualcuno dei suoi ex compagni con cui è rimasto particolarmente legato?

«Assolutamente sì. Con alcuni di loro anche dopo il ritiro ci sentiamo frequentemente: Montervino, Paolo Cannavaro, Bucchi, Savini, Gatti, De Zerbi».

A proposito di De Zerbi, il tecnico del Sassuolo pare essere uno dei papabili per il dopo Gattuso. Lo vedrebbe bene sulla panchina azzurra?

«Sì. Io credo che Roberto per come vede il calcio e per quello che riesce a trasmettere ai propri giocatori sia pronto per fare un salto ed alzare il suo livello di allenatore. È chiaro che in una piazza come Napoli rispetto a Sassuolo aumenterebbero anche le responsabilità, perché si dovrebbe lottare per vincere ma, ripeto, credo che De Zerbi sia ormai pronto».

A seguito della promozione in A lei andò via in prestito per un anno, salvo poi tornare la stagione seguente in azzurro. Quali le ragioni?

«Diciamo che dopo la promozione la società fu chiara nei miei confronti, comunicandomi che se fossi rimasto lo spazio non sarebbe stato tanto. Molto onestamente io avevo voglia di giocare; mi sentivo gratificato per aver dato un contributo importante nel riportare il Napoli in massima serie e, quando mi capitò l’opportunità di andare in prestito in un contesto in cui sarei stato titolare, preferii per quella stagione cambiare aria».

Il Napoli sta vivendo un periodo non dei migliori. Il rendimento altalenante può dipendere solo dalle assenze o c’è anche dell’altro?

«Beh, questo per i motivi che conosciamo è un anno particolare un po’ per tutti. Non voglio dare la colpa solo agli infortuni perché è un problema che comunque si stanno trovando ad affrontare anche altre squadre, pur se è ovvio che in questa situazione Gattuso è stato penalizzato dal non aver potuto dare continuità alla formazione titolare. In questo momento mi sembra che a Napoli manchi un po’ di entusiasmo, e sicuramente si sente anche l’assenza dei tifosi allo stadio, perché il pubblico di Fuorigrotta è sempre un fattore in grado di fare la differenza. Ad ogni modo, però, il Napoli è ancora in lotta per la zona Champions, ed anche in Europa League, nonostante la sconfitta nell’andata col Granada, il discorso non è chiuso».

Qual è il suo giudizio sull’attacco azzurro attuale ed in particolare su Osimhen?

«Considerando il valore dei singoli giocatori del reparto offensivo, il Napoli sicuramente poteva far meglio. C’è da dire che però i partenopei devono fare a meno da mesi di Mertens ed anche Osimhen tra Covid ed infortunio lo abbiamo visto poco; sicuramente il Napoli ha pagato delle assenze prolungate così importanti in quello che sulla carta doveva essere il suo reparto più forte. Come ho avuto modo di dire anche in passato, in ogni caso, il numero nove è un ottimo giocatore e credo che potrà fare davvero bene in maglia azzurra».

Dopo la carriera da calciatore lei ha intrapreso quella di procuratore. C’è qualche giovane particolarmente interessante tra i suoi assistiti?

«Sì, dopo aver appeso le scarpette al chiodo ho iniziato questo nuovo percorso professionale che mi ha sempre affascinato, e l’ho fatto con la Fedele Management e Gaetano Fedele, che conosco da più di vent’anni. Di ragazzi interessanti ce ne sono molti, però preferisco non fare nomi perché è una fase particolare in cui più lasciamo questi ragazzi tranquilli e meglio cresceranno. Posso dire, comunque, che nella nostra scuderia abbiamo delle “piccole piantine” che possono crescere bene».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021