“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio dalla matita di Enzo Troiano

AGORÀ – DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio spiega quale calcio vedremo ora in avanti. Più possesso alla spagnola e partite ravvicinate all’inglese

di Lorenzo Gaudiano

La ripartenza dopo tre mesi di inattività, una riflessione sul calcio che verrà e su tutte le problematiche inerenti alla preparazione atletica dei calciatori e una considerazione sul presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ha dovuto gestire un momento davvero delicato. Sono temi molto interessanti di cui discutere con Gianni Di Marzio, una persona competente e di grande esperienza calcistica visto che in carriera è stato allenatore a tutto tondo, dirigente sportivo ed attualmente è osservatore e consulente di grandi società oltre che affermato e richiesto opinionista da tutti i media. Il calcio è da sempre parte importante della sua vita. Farne a meno è stato, anche per lui, davvero difficilissimo.

Da un’abbondanza di partite ci siamo ritrovati completamente senza. Quanto ci è mancato il calcio?

«Tantissimo, per tutti gli appassionati è come se fosse mancato l’ossigeno. Dopo tre mesi quasi certamente saremo tutti assetati di partite, anche se ci troveremo ad assistere a qualcosa di completamente diverso. Sarà un calcio senza pubblico, senza quell’agonismo e temperamento abituali, senza quella tensione per il risultato a cui solitamente si assiste sui campi, quindi un calcio più tecnico. Le squadre che propongono una filosofia di gioco basata sul possesso palla, per intenderci alla maniera iberica, sicuramente avranno grandi vantaggi».

In questi ultimi anni siamo passati da un tradizionale calcio domenicale a quello distribuito in tutta la settimana. Come ha reagito il calcio italiano a questo cambiamento?

«All’estero ormai sono tanti anni che si arrivano a giocare persino tre partite alla settimana senza pensare troppo alle possibili conseguenze. In Inghilterra, ad esempio, da sempre si gioca persino nella settimana di Natale e Capodanno perché da quelle parti non conta soltanto il campionato ma anche le coppe nazionali. In Italia invece sia psicologicamente che fisicamente non siamo mai riusciti a sopportarlo. Qui molti allenatori spesso praticano in match ravvicinati turnover massicci che finiscono per alterare completamente i meccanismi della squadra stessa».

Che calcio vedremo?

«Sicuramente sarà un calcio molto condizionato dal punto di vista psicologico. Ci sono situazioni in campo che nel corso di una partita, a prescindere dal protocollo sanitario, sarà difficile controllare in piena sicurezza. Basta pensare alle marcature strette a uomo, agli starnuti casuali, al sudore inevitabile, alle spinte istintive durante i contatti tra i calciatori per comprendere che in campo il pensiero non sarà rivolto soltanto alla partita. Ed è per questo che assisteremo ad una tipologia di calcio a cui non siamo abituati».

Che finale di campionato c’è da aspettarsi?

«Sarà un campionato anomalo, perché tutte le squadre ripartiranno da zero. Solitamente tra una stagione e la successiva ci sono quaranta giorni di riposo prima di cominciare la preparazione, che attraverso un lavoro di capillarizzazione consente alla muscolatura di smaltire l’acido lattico e al corpo di avere una maggiore ossigenazione. Ciò significa riempire il serbatoio fisico di benzina. A quel punto la macchina deve cominciare ad accelerare e per farlo è necessario provarla, quindi disputare delle amichevoli, acquistare il ritmo partita. In tre mesi i calciatori sono stati fermi per buona parte del tempo, gli allenamenti collettivi sono ripresi da poco e la grande differenza rispetto al consueto inizio di stagione sarà quella di dover disputare subito delle gare ufficiali. Magari nelle prime uscite ci sarà grande intensità in campo ma dopo gli infortuni muscolari saranno ricorrenti».

Per il Napoli c’è ancora speranza di riacciuffare il quarto posto?

«È molto difficile. I punti sono tanti, l’Atalanta deve anche recuperare una partita e gli azzurri dovranno giocare lo scontro diretto a Bergamo. Tra l’altro gli orobici sono tra i pochi a praticare un calcio europeo con verticalizzazioni e grande intensità. Gasperini per le sue esperienze nei settori giovanili ha sempre dato alle proprie squadre una filosofia offensiva. Per questo recuperare terreno non sarà affatto semplice».

Il presidente della FIGC Gravina in questi mesi ha mostrato equilibrio in un contesto sicuramente confuso e difficile. Riuscirà a dare al nostro calcio un orientamento più univoco?

«Lo considero la persona adatta perché è un uomo colto che con merito ha accumulato nel corso degli anni grande esperienza. Conosce le problematiche all’interno della federazione e sicuramente grazie ai tanti anni di gavetta saprà rinnovare il nostro calcio».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

Damiani: “Non chiedetemi per chi tiferò”

Damiani: “Non chiedetemi per chi tiferò”

Oscar Damiani con Rino Marchesi

L’INTERVENTO

Damiani: “Non chiedetemi per chi tiferò”

Il manager parla della delusione delle due squadre e dice che dopo solo 12 gare è troppo presto per mollare

di Salvatore Caiazza

Dal ’79 all’82 al Napoli, dall’82 all’84 al Milan. Oscar Damiani, oggi grande manager di calciatori, ha vissuto gli anni migliori tra il Golfo e la Madunnina. Cresciuto nell’Inter, ebbe anche dei trascorsi alla Juventus. Poi chiuse la carriera alla Lazio con 19 presenze. Oggi Damiani vede il calcio in maniera diversa ma non ha mai dimenticato le squadre dove ha giocato. Ai colori azzurri è rimasto molto legato e commenta spesso nelle radio e tv locali le vicissitudini del team di Ancelotti. Naturalmente per la sfida tra Milan e Napoli avrà il cuore diviso a metà. È anche un po’ triste sportivamente parlando, visto e considerato che entrambe le formazioni non stanno attraversando un buon momento. I partenopei sono in piena crisi esistenziale e di risultati. Il Diavolo, invece, pur cambiando la guida tecnica non riesce ad avere continuità. E la classifica piange. Il Napoli è settimo, il Milan addirittura quattordicesimo.

Ma cosa è successo a queste due squadre?

«Sono situazioni diverse. Il Napoli partiva con i favori del pronostico rispetto al Milan, visto e considerato che erano stati confermati tutti i big e c’era stato un mercato importante. Inserendoci pure la permanenza di Ancelotti. Il club rossonero, invece, aveva scelto Giampaolo per dare un gioco ma poi è stato costretto ad affidarsi a Pioli. Che sembrava aver cambiato qualcosa ma poi si è ritrovato senza punti».

Lei conosce molto bene Ancelotti, cosa è successo al Napoli che l’anno scorso arrivò secondo?

«Carlo ce l’ha messa tutta ma non ha avuto al momento risposte importanti dai suoi calciatori. Ha scelto un modulo che funziona, solo che poi si alternano grandi partite a gare mediocri. Basti pensare che in Champions si va bene e in campionato si va ad andamento a fasi alterne. Nella testa dei calciatori c’è qualche stop che non li fa andare avanti».

Poi ci si è messo anche l’ammutinamento…

«Beh non conosco la situazione bene. Ho letto e sentito tante cose ma la verità la conoscono solo loro».

Quindi che partita si aspetta al Meazza?

«Sono due squadre che hanno bisogno di rialzarsi. E quindi proveranno prima a non prenderle. Poi naturalmente ognuna sfrutterà le proprie potenzialità. Certo, il Milan giocando in casa potrebbe sfruttare il fattore campo. Da capire anche se il Napoli recupererà gli uomini migliori come Allan e Manolas».

Ma il Napoli può recuperare la stagione?

«Lo scudetto è bello che andato. La Juve non perde colpi e l’Inter è subito dietro. Ma in questo momento conta soprattutto arrivare almeno quarti. E il tempo per recuperare c’è tutto. Il quarto posto è a cinque punti dove ci sono Lazio e Cagliari. Non so se queste due formazioni riusciranno a mantenere il ritmo delle ultime partite. Ma di certo non si può abdicare dopo 12 giornate di campionato. Bisogna indovinare un ciclo di successi e cambia la storia».

Ma l’ambiente Napoli che lei conosce bene è molto depresso…

«I tifosi azzurri vivono per la loro squadra e quindi vanno capiti. Si sentono traditi ma vi assicuro che ai primi successi cambierà l’umore. È naturale che dopo il pari con il Genoa siano arrivati i fischi. Si sono sentiti traditi dopo una settimana di polemiche».

Ma era giusto andare in ritiro?

«Ripeto, non conosco i fatti».

Allora non resta altro che assistere a questa sfida del Meazza tra due deluse del campionato…

«Certo. E non ditemi per chi tifo. Amo le squadre dove ho giocato e le porterò sempre nel mio cuore».

pubblicato su Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Di Fusco: portiere, preparatore e … attaccante!

Di Fusco: portiere, preparatore e … attaccante!

/L’ANALISI

Di Fusco: portiere, preparatore e … attaccante!

L’ex estremo difensore azzurro parla di Meret e di quanto sia cambiato il ruolo del portiere nel corso degli ultimi anni

di Bruno Marchionibus

Una vita nel calcio, prima da giocatore e poi da allenatore e preparatore dei portieri nonché una recente esperienza come coordinatore regionale del settore giovanile e scolastico della FIGC Campania. Raffaele Di Fusco è un pezzo di storia del Napoli, secondo portiere alle spalle di Garella e Giuliani negli anni degli scudetti, ed anche uno dei pochissimi estremi difensori ad aver disputato uno spezzone di partita in attacco, subentrando a Careca nel corso di Ascoli-Napoli nel 1989.

Meret, Ospina, Karnezis. Il reparto portieri del Napoli può essere considerato il più completo della Serie A?

«Sicuramente. Meret è attualmente uno dei migliori giovani nel ruolo, Ospina ha esperienza internazionale e Karnezis garantisce affidabilità».

Parlando nello specifico di Meret, si può dire che le sue prestazioni siano andate oltre le aspettative?

«La cosa che più mi ha impressionato del numero uno partenopeo è la tranquillità, il modo in cui grazie alla sua tecnica di braccia fa apparire facili anche le parate difficili, qualità importantissima per un portiere. L’ex spallino è uno tra i migliori prospetti italiani; è logico che come tutti i giovani presenti ancora un margine di miglioramento notevole, e starà ai tecnici riuscire a tirare fuori dal giocatore tutte le sue potenzialità».

Sotto quali aspetti crede che possa crescere ulteriormente?

«Credo che il ragazzo al momento, ad esempio, a volte tenda a stare un metro più indietro rispetto alla posizione che dovrebbe acquisire sulle palle laterali; questo è un qualcosa su cui potrà crescere tramite una costruzione fisica che gli permetta però di mantenere le grandi doti elastiche che già possiede. Può migliorare ancora, inoltre, nella tecnica di gambe e nel gioco con i piedi».

Crede, quindi, che il portiere azzurro possa rappresentare il futuro oltre che del Napoli anche della Nazionale?

«Assolutamente sì. Ribadisco che ritengo Meret un ragazzo di grandissima prospettiva, e credo che lui e Donnarumma saranno i portieri dell’Italia per i prossimi dieci anni».

Aprendo una parentesi su Ospina, pensa che il Napoli dovrebbe riscattare il colombiano?

«Come dicevo Ospina porta in dote esperienza ed affidabilità. Tra i fattori “interni” da tenere in considerazione ai fini della riconferma, la società valuterà certamente qual è il rapporto che si è instaurato tra lui ed il portiere scuola Udinese, per la cui crescita il sudamericano potrebbe svolgere un ruolo da “chioccia”; è chiaro che, in tal caso, sarà compito dell’allenatore mantenere gli equilibri tra i due. Io sono convinto che Meret debba giocare il più possibile, per acquisire quanto prima l’esperienza che, inevitabilmente, ancora gli manca; anche il gol subito a Napoli contro l’Arsenal rappresenta una tappa di crescita, perché è anche da episodi così che un portiere ha la possibilità di maturare».

Terminata la carriera da calciatore, lei è stato per anni preparatore dei portieri in diverse società. Quanto, ad oggi, è cambiato il ruolo dell’estremo difensore rispetto a quando giocava?

«Tantissimo. Oggi ogni squadra ha tre portieri in organico e tutti hanno nel corso della stagione occasione di scendere in campo, mentre ai miei tempi eravamo in due ed il secondo giocava solo in casi di emergenza; una volta si cercava il portiere di trent’anni, già esperto, a differenza del calcio attuale in cui ci si affida spesso ai giovani. Ci sono stati, poi, cambiamenti tecnici, dati dalla modifica di alcune regole; all’epoca io ero bravo con i piedi, ma questo era un fondamentale non così richiesto, dato che si potevano bloccare i retropassaggi con le mani. Ed è cambiato tanto anche dal punto di vista del posizionamento e della preparazione, in quanto attualmente esistono tecniche di allenamento molto più evolute».

E poi ci sono i nuovi palloni, che per i portieri hanno complicato non poco le cose …

«È vero; all’epoca non si conosceva il lavoro sulla propriocettività degli arti superiori. Oggi, invece, i palloni leggeri che cambiano facilmente traiettoria hanno portato a rendere fondamentale lo sviluppo di allenamenti specifici in questo campo. I palloni di una volta erano notevolmente più pesanti; ti rompevano le dita (ride, ndr), ma andavano dritti».

A proposito di ciò, lei qualche anno fa ha brevettato il “deviatore di traiettoria”, uno strumento che molte squadre hanno adottato negli allenamenti degli estremi difensori.

«Sì, il “deviatore di traiettoria” lavora sulla propriocettività e sui tempi di reazione, e si è rivelato un ottimo strumento nella preparazione dei portieri. La prima società che lo acquistò fu la Juventus ai tempi in cui Buffon era infortunato alla spalla, poiché durante un convegno in materia ad Assisi fu certificato come questo attrezzo fosse quello che più rispecchiava la realtà del campo, e quindi fosse anche estremamente adatto alla rieducazione dopo un problema fisico come quello subito dal portiere della Nazionale».

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

La violenza ed il razzismo nel calcio

La violenza ed il razzismo nel calcio

/ L’Intervento

La violenza ed il razzismo nel calcio

Massimo Costa

pensa che occorra una maggiore determinazione da parte delle istituzioni

per evitare la violenza nello sport

di Giovanni Gaudiano

La vergogna di Milano nella partita del 26 dicembre tra Inter e Napoli e la guerriglia di Roma di qualche giorno fa. A poca distanza di tempo due episodi che testimoniano come l’ambiente del calcio italiano non stia attraversando uno dei migliori momenti.
Ne parliamo con Massimo Costa attuale segretario Provinciale del PD ma soprattutto arbitro benemerito dell’Associazione Italiana Arbitri della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Massimo Costa
Cosa ne pensi di questa situazione verificatasi a Milano con le urla e gli insulti a Koulibaly e soprattutto di questo razzismo strisciante che continua a imperversare nel campionato italiano?

“É una cosa grave, su cui agire con determinazione a tutti i livelli a partire dalle istituzioni. Si tratta di un fenomeno che può mettere a rischio lo sport, le competizioni e la credibilità del sistema. Non si può più parlare di razzismo strisciante, è un atteggiamento che non va preso sotto gamba che non appartiene al mondo dello sport ma al tempo in cui viviamo. Ne trascende un preoccupante ricorso alla violenza che è diventato drammatico, assistiamo a morti che sono collegati a questo o quell’evento sportivo ma alla fine si tratta di episodi di pura violenza. Bisogna agire con mano ferma, i delinquenti devono andare in galera e rimanerci, pensare di andare allo stadio già armati deve corrispondere ad una condanna di livello. Se non diamo esempi di questo tipo, avremo sempre più difficoltà a contenere la problematica. Le istituzioni calcistiche, che fanno egregiamente il loro lavoro, devono agire anch’esse con grande determinazione”

Sarebbe stato importante interrompere o sospendere la gara tra Inter e Napoli per lanciare un chiaro segnale a tutto il mondo del tifo organizzato e non?

“Ci ho riflettuto a lungo, è complicato dire cosa sarebbe stato meglio fare. La sospensione della partita per esempio potrebbe essere strumentalizzata da tutte le tifoserie per poter aumentare il proprio potere contrattuale nei confronti delle società. E poi una decisione simile avrebbe determinato un serio problema di gestione dell’ordine pubblico visto il numero di spettatori presenti alla partita. Credo sia più praticabile immaginare una sanzione successiva. Chi non merita di vedere una partita di calcio dovrebbe essere allontanato, sarei per il Daspo a vita di fronte a comportamenti di questo tipo, magari immaginando una possibile revisione solo in presenza di comportamenti di sicuro ravvedimento ma almeno dopo dieci anni. Un presunto tifoso che va armato allo stadio e aggredisce avversari e forze dell’ordine merita il Daspo ed altri provvedimenti di legge”

Sei d’accordo con il Presidente Gravina, quando ha detto che il calcio non si deve fermare?

“Sono d’accordo, non si può fermare il campionato per quattro delinquenti. Del resto di fronte alla delinquenza cittadina cosa dovremmo fare: chiudere le città? Io penso che vada adottata la linea dura contro i colpevoli, anche attraverso la tecnologia. Abbiamo telecamere negli stadi che aiutano a identificare i tifosi. Prendiamo i responsabili e diamo un segnale forte”

Gli scontri di Roma che preludono alla partita tra Napoli e Lazio portano un altro tema: le tifoserie in trasferta. Giusto impedire le trasferte a tutte le tifoserie?

“Di fronte a situazioni gravi bisogna agire in maniera straordinaria. Ricordo quando furono aboliti i treni dei tifosi, che rappresentavano un modo tradizionale di seguire la propria squadra, perché ci furono i morti tra i tifosi della Salernitana sotto il tunnel della stazione delle Carrozze. Gli incidenti di Roma di questi giorni sono gravi. È difficile immaginare che questi gruppi di pseudo tifosi invece di sostenere i propri colori non trovino di meglio che aggredire le forze dell’ordine. Il fenomeno non ha nulla di sportivo ma è prettamente delinquenziale e quindi va combattuto con qualunque mezzo”

Che sensazione ti ha lasciato la reazione di Koulibaly, che forse era più rivolta al pubblico che all’arbitro, dal punto di vista umano oltre che professionale?

“Non so se fosse diretta al pubblico. In quel frangente è normale che abbia determinato la sanzione arbitrale. Certo giocare un’intera partita sentendosi beccato costantemente non è piacevole sia sul piano sportivo che su quello umano. Inoltre è umiliante per tutti gli altri spettatori dell’evento e per gli stessi compagni di squadra. A questo proposito ho colto dopo l’espulsione una partecipazione dei calciatori dell’Inter, soprattutto di Icardi, di grande comprensione per quanto stava avvenendo. Il mondo del calcio e le istituzioni devono lottare affinché questo fenomeno sia eradicato”

pubblicato su Napoli n.5 del 20 gennaio 2019