Amichevole in terra francese per il Napoli di Ancelotti

/ L’EDITORIALE

Seconda amichevole di lusso in terra francese per il Napoli di Ancelotti

A Marsiglia non solo una festa ma anche una partita vera per migliorare ulteriormente la forma

di Giovanni Gaudiano

Seconda amichevole internazionale per il Napoli.

Questa sera al Velodrome di Marsiglia gli azzurri con inizio alle ore 21.00 affronteranno l’Olympique di Villas-Boas in una serata dedicata al 120° anniversario dalla fondazione della squadra francese. Per l’occasione il calcio d’inizio sarà dato da un doppio ex Alain Boghossian, che proprio dal Marsiglia arrivò a Napoli di Boskov nel 1994 e vi restò per tre stagioni prima di trasferirsi alla Sampdoria. Si tratterà di una festa ma anche di una partita vera, perché dopo l’esordio internazionale vincente con il Liverpool a tutti oggi farà gola battere la squadra di Ancelotti.

Nel frattempo gli echi del mercato riportano notizie stanche e poco confortanti. La società pare stia cercando di completare la rosa ma la priorità in questo momento sembra riservata ad un paio di uscite che dovrebbero consentire una o forse due operazioni in entrata. È un mercato difficile per tutti visto che da più di un mese si parla degli stessi nomi per le stesse squadre senza che nulla si definisca. Ora sembra che tutto possa ruotare attorno alla posizione di Dybala, la cui cessione al Manchester United potrebbe innescare una serie di operazioni che rivoluzionerebbero l’attacco di parecchie squadre.

Nel frattempo è ritornato Fabian Ruiz, fresco campione d’Europa Under 21, mentre Allan raggiungerà la squadra in tournée in America e Koulibaly sarà a Napoli il 14 agosto con Ounas atteso per il giorno dopo, che però potrebbe essere ceduto o andare in prestito prima di quella data.

Alain Boghossian

L’esordio in campionato è previsto per sabato 24 a Firenze e forse per quella data Ancelotti potrà contare sulla rosa al completo, nuovi arrivi compresi. La variazione di modulo provata in questa fase di preparazione e la duttilità che la squadra potrebbe adottare per affrontare al meglio ogni gara richiedono gli interventi più volte assicurati.

Aurelio De Laurentiis ha parlato di un agosto infuocato mentre il tecnico ha più volte rimandato tutti all’inizio della stagione per la definizione di una rosa forte, competitiva ma incompleta. La sensazione che questa caratteristica di non completare mai il lavoro fatto s’avverte nell’aria. Negli ultimi anni il Napoli avrebbe potuto iscriversi nell’albo di alcune competizioni se solo si fossero fatti alcuni piccoli sforzi.

Nel frattempo procede la campagna abbonamenti, anche se i dati comunicati appaiono discordanti. Si può essere certi che un’entrata di qualità farebbe impennare anche questa attività che comunque la società potrà portare avanti almeno sino al 14 settembre, visto che l’inizio del campionato prevede per gli azzurri due gare in trasferta.

pubblicato il 04 agosto 2019

Quando Dimaro sembra la nostra Napoli

Quando Dimaro sembra la nostra Napoli

/ COPERTINA

Quando Dimaro sembra Napoli

Da nove anni la località alpina ospita il ritiro del Napoli e la pacifica invasione dei suoi fantasiosi tifosi tra i boschi, l’aria fresca e la cucina

di Lorenzo Gaudiano

È estate. Solitamente la meta preferita è il mare per sconfiggere il calore con qualche bagno e mettere da parte per qualche tempo lo stress maturato nel corso dell’anno.

C’è invece chi alla sabbia preferisce l’aria di montagna, il giubbino alla crema solare. Una buona parte dei tifosi napoletani da nove anni a questa parte sceglie di seguire la propria squadra del cuore in Trentino, a Dimaro-Folgarida, per staccare la spina nella splendida e bucolica cornice della Val di Sole e tornare a respirare l’aria del grande calcio con la preparazione estiva del Napoli e le prime amichevoli.

Nel paesino di circa 2100 abitanti manifesti con la nuova maglia da gioco indossata da Insigne, Milik, Zielinski, Koulibaly e Fabiàn Ruiz troneggiano un po’ dappertutto e il percorso verso lo stadio di Carciato è sempre affollato e lo sarà ancora di più con il passare delle settimane. Un tir che ospita lo store del Napoli con la nuova divisa già a ruba, nonostante l’imperituro dibattito tra tradizione ed innovazione ed il parere discordante di tifosi ed addetti ai lavori, il grande seguito alle due sedute giornaliere di allenamento, cosa non possibile a Castel Volturno durante la stagione, e poi le fotografie di rito con i calciatori selezionati a turno e gli eventi serali in piazza per vivere con la squadra quella che non costituisce soltanto una fase iniziale della stagione ma un momento determinante per cominciare con il piede giusto in campionato e nelle varie competizioni in cui il Napoli sarà impegnato.

Quindi, Dimaro o Napoli? Una domanda a cui è difficile rispondere, per la grande affluenza che si registra ogni anno. Saranno i boschi, il kayak, l’aria fresca, i canederli, lo strudel o semplicemente la passione di un popolo che in questo periodo dell’anno ha lo spirito e la forza di riunirsi anche lontano dal Vesuvio e dal mare per offrire il proprio sostegno alla squadra.

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019

Carlo Ancelotti: un calcio alla sfortuna

Carlo Ancelotti: un calcio alla sfortuna

/ LE STORIE

Carlo Ancelotti: un calcio alla sfortuna

Dalla gioventù nella bassa emiliana alla consacrazione a Roma. Gli infortuni e poi la panchina sempre con grande stile

di Giovanni Gaudiano

Carlo Ancelotti è nato e cresciuto a Reggiolo un piccolo paese della bassa reggiana, uno di quei posti tanto cari a Gianni Brera ed a Giovannino Guareschi. Oggi gli abitanti sono poco più di novemila e le ferite del terremoto del 2012 non si sono ancora del tutto rimarginate. E da lì che Carletto, come lo chiamano gli amici, ha iniziato la sua avventura nel mondo del calcio.

Non c’è più a Reggiolo il muretto di via Vallicella contro il quale quel ragazzo bello e sano, nato in casa, tirava i suoi primi calci
La sua famiglia lavora la terra ed il giovane Carlo vuole dare una mano, papà Giuseppe, che ama il calcio, lo lascia invece andare a giocare: ha come un presentimento. Il ragazzo non lo deluse, si mette in mostra nella Juniores del suo paese e passa al Parma dove in un battibaleno si afferma. Il suo primo importante allenatore sarà Cesare Maldini che ne intuisce le qualità e lo sposta nella posizioni di trequartista. Il Parma va in B grazie proprio ad Ancelotti che nello spareggio promozione rifila una doppietta sul risultato di 1 a 1 alla Triestina. In tribuna allo stadio Menti ci sono Dino Viola, indimenticato presidente della Roma, Niels Liedholm e Luciano Moggi: sono andati sino a Vicenza per vederlo. C’è da vincere la concorrenza dell’Inter ma il “barone” Nils lo vuole in giallorosso e Viola lo accontenta. Il passaggio alla Roma segna la consacrazione definitiva di quel ragazzo di campagna.

Il mio primo ricordo diretto di Ancelotti giocatore è del 20 febbraio del 1983. Il Napoli gioca l’ennesimo derby del sole all’Olimpico. E’ l’anno dello scudetto della Roma di Viola, mentre il Napoli tribola in fondo alla classifica e solo l’ennesimo avvento di Bruno Pesaola, coadiuvato da Gennaro Rambone, lo porterà alla salvezza. Eppure in quella squadra azzurra giocano Castellini, Krol, Ferrario ed il neo arrivato dall’Argentina Ramon Diaz. Torniamo all’Olimpico. Proprio Diaz porta in vantaggio un buon Napoli, pareggia Nela. Poi Diaz e Celestini pasticciano in aria avversaria e sull’azione d rimessa proprio lui, Ancelotti, riprende una respinta sul vertice sinistro dell’area partenopea e con un diagonale preciso e forte mette la palla dove Castellini non può proprio arrivare. Sono tra i tifosi azzurri ma l’istinto mi porta a battere le mani. Un gran gol, un gesto tecnico impeccabile. Le sue stagioni alla Roma sono otto i suoi trofei cinque: uno scudetto e quattro coppe Italia. C’è spazio anche per un rimpianto. E’un periodo che Ancelotti è bersagliato dagli infortuni ed uno gli impedisce di essere a disposizione di Liedholm per la finale di Coppa dei Campioni giocata in casa nel 1984 contro il Liverpool, quella persa ai rigori con protagonista il portiere zimbabwese Grobbelaar. Forse con Carletto in campo il presidente Viola avrebbe centrato anche quell’obiettivo.

Nel 1987 passa al Milan dove è appena arrivato Sacchi dal Parma sostituendo proprio il barone Liedholm, negli ultimi tre anni alla Roma il suo tecnico è stato lo svedese Sven-Goran Eriksson. In rossonero arricchirà e completerà la sua bacheca da giocatore ma soprattutto completerà i suoi silenziosi studi da allenatore. Ed è con quella maglia che si materializza il mio secondo vivido ricordo di Ancelotti da giocatore. La partita è quella del primo maggio del 1988, quella del sorpasso del Milan di Sacchi ai danni del Napoli. Al termine di quella gara si parlò molto della doppietta di Virdis, di Van Basten, di Gullit ma a centrocampo il gigante fu lui, Carlo Ancelotti. Dettò i tempi, le geometrie, fece correre la palla in un Milan che trovò campo aperto come mai la squadra di Bianchi aveva concesso. Il pubblico con un dolore al petto a fine partita applaudì le due squadre mentre i giornalisti a bordo campo inseguivano Virdis, Gullit, Van Basten e Sacchi.

La cattiva sorte si insinua ancora e colpisce duro. Ad Italia 90 Azeglio Vicini lo schiera titolare nella prima partita con l’Austria ma subisce una contrattura che lo costringe in infermeria dopo il primo tempo. Rientra nel quarto di finale con l’Irlanda al 62’ al posto di Giannini ma la forma non pare ancora recuperata. Vicini lo rimanda in campo solo nella finale per il terzo posto contro l’Inghilterra. La nazionale si impone ma è tardi.

Il primo ricordo di Ancelotti da allenatore si riferisce alla spedizione italiana per il mondiale americano. E’ un ricordo televisivo ma è rimasto egualmente indelebile. Ancelotti è il secondo di Sacchi. Nel ritiro della Pingry School nel New Jersey sorride, scherza con quelli che fino a poco tempo prima erano i suoi compagni. Poi in panchina è attento, osserva, sta al suo posto, consapevole del ruolo e dell’esperienza determinate per la sua futura carriera che sta vivendo.

Ci sarebbero ancora tanti episodi da ricordare. Una carriera come quella di Ancelotti offre tantissimi spunti.
In chiusura mi piace parlare anche di un momento che non è stato tra i migliori della sua avventura calcistica. E’ il penultimo anno alla guida del Milan. La squadre parte male, alla fine della stagione metterà in bacheca la supercoppa Uefa e il Mondiale per club, nelle prime nove giornate conquista solo 10 punti con tre sconfitte di cui due in casa contro Livorno e Roma.
Dai soliti salotti televisivi, nelle interviste, a cui lui non si sottrae, partono critiche, osservazioni maliziose, frecciatine, qualcuno sfiora la maleducazione. Per qualche istante Ancelotti appare in difficoltà ma non perde il suo solito e consolidato stile: risponde, argomenta, spiega, accetta di parlare delle sue scelte.

Forse quello è stato il momento in cui ho maggiormente valutato l’uomo, il professionista, capace di spiegare più che difendersi senza per una volta tirare in ballo la squadra che per chi non lo ricordasse aveva in rosa tra gli altri: Dida, Cafu, Maldini, Emerson, Pato, Gattuso, Inzaghi, Seedorf, Gilardino, Nesta, Pirlo, Ambrosini, Serginho, Oddo, Bonera, Ronaldo e due giovani promettenti come Darmian e Aubameyang.

Poi decide di andare all’estero ed è storia recente cosa sia riuscito a fare ovunque gli sia stata data l’occasione. Oggi siede sulla panchina del Napoli, meno prestigiosa di quella del Real, del Bayern, del Chelsea, del Psg, del Milan. Ma le sue parole sin dal primo giorno hanno espresso rispetto, attenzione, attaccamento alla città. Carlo Ancelotti è stato un eccellente giocatore, è un bravissimo allenatore, uno dei migliori d’Europa e del mondo, ma soprattutto è un uomo che il successo non ha cambiato. E’ facile immaginare di vederlo ancora in pantaloni corti colpire la palla verso quel muretto di Via Vallicella a Reggiolo, che purtroppo non c’è più.

Dicono di lui:

“Ancelotti potrebbe essere l’uomo giusto per la nazionale”

Silvio Berlusconi

“Lui alla Roma ha dato tanto, anche due ginocchia”

Niels Liedholm

“Ancelotti è un uomo sereno, che non cerca vendette. È nel calcio per sbaglio”

Aurelio De Laurentiis

“Apprezzo la scelta di Ancelotti. È una grande sfida che lo onora. Non so se il Napoli ripeterà il risultato dell’anno passato, ma una cosa è certa: De Laurentiis ha preso il migliore”

Arrigo Sacchi

“Il nuovo ordine di Ancelotti è qualcosa di semplice che ci eravamo scordati, il calcio come antico costume senile, artigianato, un gioco bello perché solito, ma creativo”

Mario Sconcerti

“In questo Napoli vedo meno integralismo, c’è più spazio per la manovra. E’ un Napoli che dà segnali di intelligenza, e l’esperienza dell’allenatore è sempre qualcosa che conta”

Matteo Marani

pubblicato su Napoli n.1 del 28 ottobre 2018

Dalla contestazione alla Champions matematica

Dalla contestazione alla Champions matematica

/ L’EDITORIALE

Dalla contestazione alla Champions matematica

Un brutto clima allo Stirpe sul terreno di gioco e sugli spalti. Ancelotti e Callejon al centro di un’ingiusta polemica

di Lorenzo Gaudiano

Dalle stalle alle stelle.

La contestazione degli ultras allo Stirpe ai danni della squadra, un po’ di guerriglia tra le tifoserie fuori allo stadio, il tentato furto ai danni di Ounas e un’aggressività sul terreno di gioco che non aveva ragione di essere.

Secondo successo consecutivo del Napoli in trasferta, entrambi contro l’ultima e la penultima in classifica, porta finalmente inviolata dopo tanti mesi ma niente accontenta più. Nemmeno la certezza matematica di essere grazie alla sconfitta del Milan contro il Toro tra quelle stelle che disputeranno la prossima Champions (quarta partecipazione consecutiva) soddisfa e soprattutto basta per cancellare gli avvenimenti di ieri pomeriggio e dei giorni scorsi.

Gli striscioni contro Ancelotti sono la cartina al tornasole di una stagione che probabilmente è stata fraintesa. I 91 punti dell’ultimo anno sarriano hanno lasciato intendere che il Napoli con qualche innesto potesse competere. Nonostante questo, nel bel Paese la previsione era che gli azzurri non avrebbero superato il quinto posto e che quindi avrebbero fallito l’approdo in Champions. La classifica però dice ben altro.

Che ragione c’è di contestare una squadra che quest’anno ha sbagliato soltanto la gara ad eliminazione diretta in Coppa Italia? Cosa dovrebbero dire invece le altre squadre italiane che hanno mancato, e stanno mancando, i loro principali obiettivi? Ma soprattutto che ragione c’è di rigettare a Callejon la maglietta da lui indossata per 300 volte e sudata per ogni singolo minuto giocato?

Non è stata la miglior stagione per l’esterno spagnolo, su questo non c’è dubbio. Troppi gol sulla coscienza e una presenza in campo non efficace nelle partite più importanti. Nonostante questo il 7 partenopeo si è messo sempre a disposizione di tutti gli allenatori: mai una parola fuori posto ed un impegno in campo che in nessun modo si può discutere.

“Meritiamo di più” è un coro che ci può anche stare, perché chi si impegna a seguire il Napoli tutte le settimane in casa ed in trasferta probabilmente merita il massimo possibile. Callejon e la squadra però non meritavano un simile trattamento dopo una stagione comunque positiva per il secondo posto, il buon girone Champions e i quarti di finale in Europa League.

Tornando al campo, Mertens supera Maradona per gol in serie A e Younes si mette in mostra per la prossima stagione. Del Frosinone c’è poco da dire. Le parole del presidente De Laurentiis furono un po’ esagerate, ma la reazione alla provocazione è stata forse peggiore. Un atteggiamento aggressivo in campo da parte dei ciociari e la conduzione arbitrale superficiale di La Penna sono la dimostrazione che i nemici del Napoli sono sparsi e ben nascosti.

Sarebbe il caso che la tifoseria non si unisse a loro.

pubblicato il 29 aprile 2019

Il Napoli e l’Europa League dopo la Champions

Il Napoli e l’Europa League dopo la Champions

/ L’approfondimento

Il Napoli e l’Europa League

Ranking e premi: ecco perché il Napoli dovrebbe puntare alla seconda competizione europea magari intervenendo sul mercato

di Francesco Marchionibus

Il sogno Champions del Napoli si è infranto di fronte a un girone di qualificazione difficilissimo, in cui gli azzurri si sono misurati con due delle candidate alla vittoria finale della competizione, e al termine del quale nonostante le belle prestazioni fornite sono stati costretti all’eliminazione solo per differenza reti e con una sola sconfitta subita. Ma proprio il cammino condotto nelle partite del girone ha mostrato come la squadra azzurra sia oramai in grado di competere praticamente ad armi pari, e comunque di non sfigurare, con le maggiori potenze calcistiche europee. Ecco dunque che l’eliminazione dalla Champions, una volta superata l’amarezza per aver visto sfumare in extremis un traguardo quasi raggiunto, può rappresentare il trampolino di lancio per una grande stagione in Europa League: il carisma di mister Ancelotti e la sua abitudine a disputare le competizioni internazionali, unitamente alla sempre maggiore consapevolezza della propria forza da parte dei giocatori, molti dei quali hanno oramai maturato anche una buona esperienza internazionale, possono consentire al Napoli di arrivare molto avanti in E.L. e, perché no, di puntare alla vittoria finale. E se gli azzurri riusciranno a disputare una grande Europa League, oltre a regalare ulteriori emozioni e soddisfazioni alla tifoseria, compiranno un ulteriore importante passo in avanti anche per il consolidamento futuro del club partenopeo, sia dal punto di vista sportivo che da quello economico. In primo luogo, infatti, andare avanti il più possibile in E.L. consentirà al Napoli di conquistare i punti necessari per mantenere il proprio ranking internazionale (attualmente la 16^ posizione), se non addirittura per migliorarlo, e quindi di presentarsi ai sorteggi della prossima Champions 2019/2020 mantenendo la seconda fascia. Inoltre, grazie all’incremento dei premi previsti in questa stagione per la partecipazione all’Europa League, il club azzurro arrivando in fondo alla competizione potrebbe garantirsi un ritorno economico molto interessante. La UEFA ha stabilito un montepremi complessivo per l’E.L. 2018/2019 di 560 milioni di euro, con un aumento di oltre 160 milioni rispetto alla stagione precedente. Del montepremi totale il 25% (140 milioni di euro, 2,92 a squadra) è destinato ai 48 club partecipanti alla fase iniziale a gironi, il 30% (168 milioni) attribuito in base alle prestazioni (1 milione alle vincenti dei gironi, 0,5 alle seconde, 0,5 per i sedicesimi, 1,1 per gli ottavi, 1,5 per i quarti, 2,4 per le semifinali e 4,5 per le finaliste, con 4 milioni ulteriori per la squadra vincente), il 15% (84 milioni) attribuito in base al ranking degli ultimi dieci anni e il 30% (168 milioni) in base al cosiddetto “market pool”, e cioè alla suddivisione delle quote del mercato televisivo. Con questi numeri, anche se non è possibile stabilire in anticipo la cifra precisa che si potrà incassare (gli importi distribuiti dal market pool per ogni singolo club possono essere calcolati non prima della fine della competizione), è però possibile stimare che il raggiungimento delle semifinali di E.L. possa essere più remunerativo della partecipazione agli ottavi di Champions e che arrivare in finale di E.L., magari vincendola, possa equivalere a disputare un quarto di finale di C.L.. Questo vuol dire che con l’attuale situazione di classifica della serie A il club azzurro pur non facendo calare la tensione in campionato dovrà considerare l’Europa League come un obiettivo primario, per prestigio sportivo, prospettive future e ritorno economico. Per questo motivo, anche se il mister ufficialmente ha dichiarato che non ci saranno interventi sul mercato di gennaio e se la gran parte delle notizie che si rincorrono in questi giorni sono destinate a rimanere solo voci senza fondamento, per il Napoli in prospettiva europea sarebbe importante acquistare uno/due giocatori capaci di elevare ulteriormente la qualità della rosa senza alterarne gli equilibri.

pubblicato su Napoli n.5 del 20 gennaio 2019

Sono Hamsik ma chiamatemi “Marekiaro”

Sono Hamsik ma chiamatemi “Marekiaro”

/ Lo Scaffale Partenopeo

Sono Hamsik ma chiamatemi “Marekiaro”

Un’autobiografia scritta a quattro mani con Monica
Scozzafava ed impreziosita da un racconto di Maurizio De Giovanni

di Marina Topa

“Marekiaro”, l’autobiografia del capitano azzurro Marek Hamsik scritta con Monica Scozzafava ed arricchita da un racconto di Maurizio De Giovanni, è qualcosa in più che la semplice storia di un atleta; è il racconto di un ragazzo capace di raggiungere il successo rimanendo umile e ben attaccato ai valori che gli sono stati insegnati diventando anche i suoi, è il percorso di vita di un giovane calciatore slovacco che a Napoli, città tanto diversa dal paese ai piedi dei Carpazi che gli ha dato i natali, trova sorprendentemente la sua seconda casa, diventa uomo, realizza i suoi sogni e tocca il cielo con un dito, pur senza mai montarsi la testa ed abbandonare la sua caratteristica semplicità.

Lo scrittore Maurizio De Giovanni a Dimaro con Ancelotti

“Il Napoli è una seconda famiglia, nella quale ho assunto la mia parte di
responsabilità. Non sono napoletano, ma ho il sangue azzurro” afferma nel
libro lo stesso Hamsik che, come racconta De Giovanni nel testo che
accompagna questa autobiografia, con gli anni è diventato il Capitano della
città prima ancora che della squadra, un uomo in missione per conto di
quello che ormai è anche il suo popolo. Marek, stagione dopo stagione, e
quelle all’ombra del Vesuvio sono ormai dodici, ha conquistato l’amore ed il
rispetto della città partenopea con i fatti più che con le parole, e nelle
pagine di “Marekiaro” ripercorre tutto il vissuto che lo ha portato a
guadagnarsi sul campo la qualifica di “bandiera” del Napoli, battendo tutti i
record che era possibile battere con questi colori, a partire da quello delle
reti realizzate in maglia azzurra che fu di Diego Armando Maradona.

Il capitano in azione contro il Liverpool

pubblicato su Napoli n.2 del 06 novembre 2018