Ragazzi, il pallone lo porto io!

Ragazzi, il pallone lo porto io!

FRAMMENTI D’AZZURRO

Ragazzi, il pallone lo porto io!

Il capitano azzurro ha mostrato in questo inizio di stagione del Napoli di essere consapevole del suo ruolo

di Giovanni Gaudiano

La prima foto che abbiamo scelto serve anche un po’ a sorridere sull’argomento calcio di rigore. Più che datemi il pallone che vado a tirare, sembra che per la postura, per la determinazione e per lo sguardo perso non si sa verso quale parte dello stadio e verso chi, Insigne volesse dire: «Fermi tutti, il pallone l’ho portato io. Sono il capitano e vado a tirare».
È andata bene. Il capitano azzurro ha mostrato in un momento delicato della partita di essere consapevole del suo ruolo. Ed ha potuto, a giusta ragione, esultare riprendendosi quel pallone che forse a fine partita si sarà davvero portato a casa.
A lui, dopo questo momento di Napoli – Venezia, non ci resta che chiedere di diventare sempre più il leader in campo di cui il Napoli ha bisogno, cercando anche di limitare le sconsiderate reazioni dei suoi compagni di gioco durante la partita.
Il riferimento va alla imperdonabile reazione di Victor Osimhen.
Al nigeriano, che stenta ad abituarsi al trattamento riservatogli dai difensori delle squadre italiane, proprio Insigne dovrà spiegare come va la storia e dovrà ricordargli che perdere la partita per un irragionevole comportamento non è ammissibile.
Ci sono pochi ma e nessun se: l’attaccante azzurro ha sbagliato, come dimostra la successiva ritrovata consapevolezza di sé che si palesa evidente nella seconda foto che proponiamo, dove nasconde il viso con la maglietta.
È giusto a questo punto appoggiare la seria sportività, non c’erano dubbi, messa in mostra su tale argomento da Patrizio Oliva che nei giorni dopo la gara ha fatto riferimento al regolamento, ha giustamente apostrofato il giocatore ed ha invitato tutti i napoletani ad evitare il ricorrente atteggiamento vittimistico.
L’allenatore e capitan Insigne dovranno aiutare Osimhen a tornare “humble” (umile) per giocare sopportando anche qualche fallo di troppo, rivalersi segnando tanti gol ed evitando che altri arbitri possano qualificarlo come un violento!

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

È necessario attendere, il campionato è lungo

È necessario attendere, il campionato è lungo

L’ALTRA COPERTINA

È necessario attendere, il campionato è lungo

Sono state disputate soltanto tre partite di una stagione che sarà lunghissima e subito cominciano a piovere i primi giudizi

di Lorenzo Gaudiano

«Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi». Aprire con questo pensiero dello psichiatra ed antropologo svizzero Carl Gustav Jung la riflessione che abitualmente accompagna il Benevento nelle pagine di questa rivista è propedeutico ad un discorso che bisognerebbe cercare di tenere sempre a mente quando si analizza ciò che si ha davanti.
Sono state disputate soltanto tre partite di una stagione che sarà lunghissima e subito naturalmente cominciano a piovere i primi giudizi sul rendimento del nuovo Benevento di Fabio Caserta, che come ha messo in chiara evidenza alcune importanti positività al tempo stesso ha fatto vedere qualche aspetto cha va corretto e migliorato assolutamente per il prosieguo del campionato.
Tenendo presente che la rosa è stata per larga parte rivoluzionata ed arricchita di nuovi innesti che stanno a mano a mano integrandosi nello schema di gioco sannita ed apprendendo la filosofia tattica del tecnico calabrese, vedere comunque un primo affiatamento tra i vari reparti ed un gioco comunque fluido che porta i campani spesso alla conclusione è qualcosa di estremamente positivo.
Il contributo della vecchia guardia al rendimento mostrato in queste prime partite è stato senza dubbio importante. I nuovi innesti poi in buona parte hanno saputo mettersi in mostra, mentre altri hanno ancora bisogno di tempo per entrare nei meccanismi della squadra, anche se sono calciatori che Caserta conosce bene e che ha voluto fortemente.
Dati questi elementi qualche difficoltà ci pare riguardi la difesa, dove il Benevento ha mostrato una certa fragilità ed un assetto ancora non pienamente trovato.
Di tempo per lavorare sicuramente ce ne sarà, l’importante è che non ci si abbandoni a giudizi troppo frettolosi, positivi e negativi che siano, perché come è stato sottolineato più volte il campionato di B è davvero lungo e soprattutto molto complesso.
Caricare di eccessive aspettative questa squadra ed il suo allenatore potrebbe essere soltanto nocivo, mentre attendere con pazienza, fiducia e convinzione sarà di grande aiuto per la conquista degli obiettivi prefissati ad inizio stagione.
La fretta è sempre stata una cattiva consigliera. Proprio per questo è necessario in questo momento analizzare in maniera obiettiva le prestazioni della squadra e le scelte della società, senza lasciarsi andare a verdetti definitivi e considerazioni prodromiche che in questo momento della stagione lasciano il tempo che trovano.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

LA SFIDA

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

Il Napoli di Luciano Spalletti affronta al Maradona nella prima partita di cartello della stagione la Juventus di Massimiliano Allegri

di Bruno Marchionibus

Non una partita ma “La partita”

Napoli-Juventus vale tre punti come ogni match ma vale anche qualcosa, probabilmente molto, di più. Nel capoluogo campano, infatti, la Vecchia Signora è da sempre considerata la rivale per eccellenza, e di conseguenza l’incrocio con i bianconeri, per il pubblico partenopeo, non è una semplice partita ma la partita più attesa dell’anno, la prima data che i tifosi napoletani cerchiano in rosso al momento della compilazione dei calendari. D’altra parte, Napoli-Juve è anche la sfida che più di tutte rappresenta l’antitesi tra Sud e Nord: da un lato la città dei Savoia, dall’altro la vecchia capitale del regno delle Due Sicilie che da sempre caratterizza il nostro Paese molto più che altre nazioni. Gli ultimi anni, inoltre, hanno acuito l’antagonismo tra le due compagini, con due simboli della rinascita azzurra come Higuain e Sarri passati dall’altra parte della barricata (non con grandissime fortune), e soprattutto con uno Scudetto contestatissimo vinto al fotofinish dalla Juventus proprio sul Napoli del Sarrismo e del calcio spettacolo. Un titolo perso sul filo di lana poi soltanto in minima parte riscattato, per i partenopei, con la vittoria della Coppa Italia 2020 ai rigori proprio sulla Signora.

Primi match poco Allegri

Dopo l’anno con Sarri al timone, vincente ma non soddisfacente per l’ambiente juventino, e quello da dimenticare sotto la guida di Pirlo, la dirigenza bianconera in estate ha deciso di affidarsi al ritorno di Max Allegri, vincitore in Piemonte di cinque campionati e capace due volte di raggiungere la finale di Champions. Le prime due uscite stagionali, nonostante il palmares del tecnico livornese, hanno tuttavia mostrato una Juve fragile difensivamente, specialmente a causa di un centrocampo che offre poca copertura alla retroguardia, e affidata più che altro alle giocate individuali, Chiesa su tutti, in fase offensiva. Il pareggio per 2 a 2 a Udine e la clamorosa sconfitta interna per 1 a 0 con l’Empoli, insomma, hanno certamente lanciato dei segnali di allarme per la squadra bianconera che vanno al di là dei punti persi. Sarà compito di Allegri, dunque, riuscire a dare un equilibrio alla squadra e, in special modo, compattare il gruppo per sopperire alla partenza di Cristiano Ronaldo, che nei suoi tre anni a Torino ha vissuto di luci e ombre ma che in ogni caso rappresentava un fuoriclasse in grado di risolvere le partite da solo.

Luciano Spalletti: un passato da cancellare

Dal punto di vista del Napoli, ad ogni modo, la falsa partenza della Juve fornisce alla squadra azzurra la possibilità, vincendo il match del Maradona, di mettere tra sé e i bianconeri un gap potenziale di otto punti in classifica; distanza che ci sarebbe naturalmente tutto il tempo di colmare con un intero torneo da giocare, ma che rappresenterebbe un ottimo punto di partenza su cui costruire la stagione 2021/22. Per farlo, dovrà essere bravo Spalletti a invertire la rotta dei suoi precedenti tanto con l’allenatore juventino quanto, soprattutto, con i bianconeri. Per il mister di Certaldo, infatti, se il bilancio dei confronti con Allegri racconta di tre successi, tre pareggi e cinque sconfitte, è il dato degli incontri con la Juventus a risultare impietoso: appena due vittorie, cinque pareggi e ben venti gare perse. Tra queste, brucia ancora nella memoria dei supporters azzurri la sconfitta con la Juve per 3 a 2 dell’Inter di Spalletti nel maggio 2018, che costò al Napoli il terzo titolo della sua storia. Quel ricordo, però, ormai rappresenta il passato, e con la sfida alla Juve l’allenatore partenopeo ha l’opportunità di entrare fin da subito prepotentemente nel cuore dei suoi nuovi tifosi.

Partita a scacchi in mediana e su entrambe le corsie laterali

Per quanto riguarda l’aspetto tattico, è facile immaginare che Allegri, dopo le difficoltà palesate dalla sua squadra nelle prime due giornate, possa operare qualche cambio in mediana e nel reparto avanzato. Dovrà essere dunque brava la retroguardia napoletana a saper fronteggiare un attacco in grado di sfruttare tanto rapidità e fantasia (Chiesa, Dybala) quanto fisicità e fiuto del gol (Morata, Kean). Come spesso accade, poi, la zona del campo in cui si deciderà la gara potrebbe essere il centrocampo. L’inserimento del nuovo acquisto Locatelli potrebbe dare ai bianconeri più qualità, ma non risolvere del tutto i problemi in copertura; quanto al Napoli, poi, Lobotka è sembrato tutt’altro giocatore rispetto a quello visto nella passata stagione, e Fabian, pur parso in condizione non ottimale, potrebbe trarre dal gol con il Genoa la fiducia necessaria per tornare a rendere sui livelli del girone di ritorno del campionato scorso. Molto importante, per gli azzurri, sarà anche riuscire a contenere gli ospiti sulle corsie esterne, dove di fatto la Juve vinse la partita dello Stadium ad aprile; in quell’occasione i partenopei soffrirono molto sulla propria fascia sinistra di difesa, e chissà che Spalletti per arginare gli spunti in velocità degli avversari non possa decidere di puntare sin da inizio gara su Juan Jesus terzino bloccato.

Fiducia ad Elmas

Proprio per il poco filtro offerto dalla mediana juventina a Bonucci e compagni, un ruolo fondamentale potrebbe averlo chi, nel Napoli, sarà deputato a giocare tra le linee. Zielinski, non al meglio a seguito del problema accusato contro il Venezia, o Elmas avranno la possibilità di essere “l’uomo in più” della sfida; il macedone, in special modo, dopo essere stato il vero e proprio jolly della rosa nell’ultima stagione, pare aver trovato una collocazione più precisa in cui sta rendendo bene, e una prestazione importante con la Juve potrebbe davvero promuovere il giovane Eljif al rango di titolare aggiunto. Imprescindibile, naturalmente, sarà poi Lorenzo Insigne, decisivo con un calcio di rigore nella sfida dell’ultimo campionato e reduce da un Europeo vinto che sembra avergli dato ancora più fiducia nei propri mezzi; è al capitano che Spalletti chiederà le giocate decisive per battere i rivali bianconeri.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Benevento vs Lecce: scontro fra giallorossi

Benevento vs Lecce: scontro fra giallorossi

SERIE B

Benevento vs Lecce: scontro fra giallorossi

Il Benevento di Fabio Caserta stasera ospita al Ciro Vigorito il Lecce dell’ex Marco Baroni in una sfida affascinante

di Marco Boscia

Stasera il Benevento di Fabio Caserta torna in campo fra le mura amiche nell’anticipo della terza giornata del campionato cadetto. Al Vigorito sarà di scena il Lecce dell’ex Marco Baroni che venderà sicuramente cara la pelle dopo un inizio di stagione al di sotto delle aspettative. Nei primi due match stagionali difatti i salentini hanno racimolato un solo punto in classifica, frutto di un’inaspettata e sonora sconfitta per 3 a 0 a Cremona ed un pareggio in casa per 1 a 1 contro il neopromosso Como, tornato a calcare i campi della Serie B dopo cinque anni e due fallimenti. Ma anche i padroni di casa non possono permettersi ulteriori passi falsi, specialmente in una sfida come quella di stasera contro una diretta concorrente alla testa della classifica e dopo la sconfitta di Parma per 1-0 maturata alla seconda giornata addirittura al minuto ’97. Ed anche perché, come risaputo, la Serie B è un campionato lungo ed estenuante che nasconde sempre numerose insidie, come dimostrato dalla sfida contro la neopromossa Alessandria della prima giornata battuta dai sanniti con difficoltà con un pirotecnico 4-3 al Vigorito.

Sfida al vertice

Sembra presto per dirlo ma siamo abbastanza sicuri di poter affermare che Benevento – Lecce di stasera è una sfida fra due squadre che saranno assolute protagoniste di questo campionato. È solo la terza giornata ma gli organici delle due compagini lasciano presagire una stagione importante. I presidenti Vigorito e Damiani hanno costruito due squadre che sembrano già pronte da subito a poter puntare alla promozione in A. Il patron sannita, con il prezioso lavoro di Foggia, ha avuto il merito di non rivoluzionare totalmente la squadra che lo scorso anno è riuscita a giocarsi fino all’ultima giornata la permanenza in Serie A, persa contro il Torino di Cairo. Pochi ma importanti gli innesti di Vigorito che, nonostante la dolorosa cessione di Montipó, rimpiazzato bene con Paleari, è riuscito ad aggiungere all’organico quelle che sembrerebbero le giuste pedine – Calo, Acampora, Elia e Masciangelo su tutti – che unite allo zoccolo duro – Glik, Ionita, Letizia, Improta, Insigne, Sau e Lapadula fra gli altri – dovrebbero permettere, assieme alla voglia del neoallenatore Caserta di arrivare finalmente in massima serie alla guida delle streghe, fin da subito ai sanniti di intraprendere un campionato importante per puntare con decisione nuovamente alla promozione in A. Il Lecce è ripartito invece da una certezza come Marco Baroni che lo scorso anno, dopo essere subentrato a Domenico Toscano sulla panchina della Reggina a dicembre, ha portato i calabresi a concludere il campionato cadetto all’undicesimo posto grazie a 10 vittorie, 10 pareggi e 7 sconfitte. Importanti sono stati anche gli acquisti, grazie al solito lavoro di Pantaleo Corvino, di Strafezza, esterno brasiliano ex Corinthias, capace di andare spesso in rete e che lo scorso anno ha impressionato con la maglia della Spal, società che ha acquisito proprio dal Lecce lo storico capitano Mancosu che vanta più di 50 gol in maglia giallorossa, assieme a quello di Di Mariano, nipote dell’ex calciatore Totó Schillaci, dal Venezia e alle scommesse Hjulmand, ventiduenne centrocampista danese prelevato per 1 milione di euro dalla squadra austriaca del Modling, e Listkowski, centrocampista ventitreenne polacco acquistato per 300.000 € dal Pogon Stettino, oltre alla fondamentale permanenza di due uomini chiave come Gabriel in porta e Coda in attacco.

L’ex della prima promozione in serie A

Ha scolpito il suo nome sulle mura della città di Napoli con il memorabile gol alla Lazio che nel 1990 è valso il secondo scudetto della storia partenopea. Acquistato dal Lecce l’estate precedente, in azzurro Marco Baroni è rimasto due stagioni, siglando anche il gol numero 3000 della storia del Napoli contro il Bologna e fallendo un rigore fondamentale contro lo Spartak Mosca che valse l’eliminazione degli azzurri dalla Coppa dei Campioni nella stagione 1990/1991. Carriera lunga quella dell’ex difensore che nel 2000 appese gli scarpini al chiodo quando militava in C2 con la maglia della Rondinella e di cui divenne poi subito allenatore. Esperienza oramai già lunga anche quella in panchina, giunta alla sua ventesima stagione. Allena oggi il Lecce dopo aver sostituito Eugenio Corini, altro ex Napoli, che ha pagato con l’esonero un finale di campionato poco soddisfacente nonostante l’estate scorsa avesse firmato un contratto triennale con i giallorossi (il Lecce era secondo a sei giornate dal termine ma con quattro sconfitte finì quarto accedendo ai playoff, poi persi in semifinale contro il Venezia). Per Baroni oggi sarà una gara speciale: torna nuovamente al Vigorito dopo la prima storica promozione in Serie A del Benevento ottenuta alla guida dei sanniti nella stagione 2016/2017 grazie alla vittoria dei playoff in finale contro il Carpi. L’anno successivo fu esonerato dopo nove giornate e altrettante sconfitte in Serie A cedendo la panchina a Roberto De Zerbi, che non riuscì nell’impresa di salvare i sanniti. Nonostante questo Baroni a Benevento è rimasto ugualmente forse l’allenatore più amato di sempre dalla tifoseria.

Precedenti e curiosità

L’ultima volta al Vigorito è stata tre anni fa: il 27 agosto 2018 la sfida della prima giornata del campionato cadetto fra Benevento e Lecce, che chiusero la stagione rispettivamente al terzo posto, venendo poi sconfitto in semifinale playoff dal Cittadella, ed al secondo, ottenendo la promozione diretta in Serie A, finì con un pirotecnico 3-3. Lecce avanti di 3 reti che si fece poi raggiungere nel finale dai sanniti da un gol di Coda su rigore. Proprio l’attaccante trentaduenne di Cava de’ Tirreni, dopo un triennio con il Benevento fra il 2017 ed il 2020, ed il titolo di capocannoniere della scorsa edizione del campionato cadetto già con la maglia del Lecce, sarà il grande ex della sfida di stasera. Su 11 match totali al Vigorito 7 le vittorie dei padroni di casa, che invece non sono mai riusciti a vincere in trasferta al Via Del Mare di Lecce, 3 pareggi ed un solo successo dei salentini per 2 a 1 in Lega Pro nel 2014.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

L’ULTIMA PARTITA

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

Più successi che sconfitte nella storia del Napoli in Coppa Italia. Peccato per le finali perse con Di Marzio e Montefusco

di Bruno Marchionibus

AI NOSTRI LETTORI

Nel numero del 13 giugno abbiamo dedicato un servizio alle finali ed agli allenatori del Napoli che le hanno giocate. Doveva essere un modo di augurare alla squadra azzurra un buon viatico verso la gara contro la Juventus.
È andata bene. È arrivato il successo e con esso la sesta Coppa Italia da mettere in bell’evidenza in bacheca.
Riproponiamo il servizio, che il lettore può anche trovare nella versione cartacea caricata sul sito, e vi anticipiamo la copertina del nuovo numero che sarà in edicola con il Roma di martedì 23 per presentare il ritorno del Napoli in campionato in quel di Verona.
Buona lettura.

Anni ‘60-’70: dal Petisso a Beppe-Gol

È nel 1962 che, alla sua prima finale, il Napoli si aggiudica la prima Coppa Italia della sua storia, e lo fa rendendosi protagonista di un’impresa che ancora oggi nessuna squadra è riuscita a ripetere: vincere il trofeo militando in Serie B. Gli azzurri di mister Pesaola, da poco passato dal campo alla panchina, infatti, in quella stagione non solo ottengono la promozione dalla cadetteria al massimo campionato, ma compiono anche un’incredibile cavalcata in Coppa fino all’ultimo atto dell’Olimpico superando compagini del calibro di Torino e Roma. A decidere la finale in gara unica contro la S.P.A.L., il 21 giugno, sono Corelli e Ronzon, che rendono vano il gol del ferrarese Micheli; i ragazzi del Petisso, così, entrano di diritto nella storia del Napoli e del calcio italiano.
Bisognerà aspettare dieci anni per ritrovare i partenopei protagonisti della Coppa nazionale, col Napoli che tra il ‘72 ed il ‘78 disputerà ben tre finali. Nel 1972 è il Milan di Rocco che, imponendosi sugli azzurri di Chiappella per 2 a 0, impedisce a Dino Zoff di chiudere nel migliore dei modi la sua esperienza napoletana, mentre nel ‘76 i campani dominano la finalissima con il Verona vincendo per 4 a 0 con una doppietta del bomber Savoldi. Sconfitta, infine, nel 1978 per i partenopei di Di Marzio, superati 2 a 1 in rimonta dall’Inter con gol decisivo di Bini a pochi minuti dal termine, in un’edizione il cui capocannoniere fu lo stesso Beppe-gol.

Anni ’80: una cavalcata Ma-Gi-Ca

Il 1987 è l’anno di grazia per i colori azzurri; il 10 maggio arriva il primo storico Tricolore, il 7 giugno la terza coccarda. Il percorso del Napoli di Maradona in Coppa è semplicemente impressionante, con 13 vittorie su 13 partite giocate a certificare un record rimasto imbattuto dopo oltre trent’anni. La finale con l’Atalanta, disputata in questo caso sui 180 minuti, per gli uomini di Bianchi è una pura formalità: al San Paolo i partenopei dilagano per 3 a 0 grazie a Renica, Muro e Bagni, al ritorno anche Bergamo viene espugnata col gol partita di Giordano a cinque minuti dalla fine. A ulteriore riprova del dominio napoletano di quell’annata, basti pensare che i primi tre posti della classifica marcatori vengono occupati proprio dai tre componenti di quella che, in attesa di Careca, è una prova generale della Ma-Gi-Ca: Giordano (10 reti), Maradona (7) e Carnevale (5).
Due anni dopo il Napoli arriva ancora una volta fino in fondo al tabellone, trovandosi al cospetto della Samp di Vialli e Mancini. A Fuorigrotta gli azzurri si impongono per 1 a 0, ma a Genova vengono demoliti per quattro reti a zero; si conclude così per Maradona e compagni un’annata che era stata comunque ricca di soddisfazioni grazie alla vittoria della Coppa Uefa a Stoccarda. 

Anni ‘90 e 2000: discesa agli Inferi e ritorno in Paradiso

La finale del 1997 contro il Vicenza è l’ultimo sussulto di un Napoli già inesorabilmente avviato verso il declino, che culminerà nel 2004 con il fallimento della società. I partenopei si presentano al cospetto dei veneti forti di un’epica semifinale vinta ai rigori contro l’Inter, ma dopo l’1 a 0 del San Paolo firmato Pecchia, al Menti, col numero 10 Beto in panchina, i campani vengono raggiunti nel primo tempo e poi battuti ai supplementari. In panchina siede Montefusco che ha sostituito Simoni, scomparso recentemente.
Passano quindici anni e un nuovo Napoli, risorto dalle ceneri e targato De Laurentiis, affronta in gara unica per la finalissima di Coppa Italia la Juve di Conte, che si è aggiudicata il campionato con zero sconfitte al passivo. I ragazzi di Mazzarri si rendono protagonisti di una partita perfetta, e nella ripresa sono due pezzi della storia azzurra recente a regalare il trionfo ai tifosi partenopei: prima Cavani la sblocca dagli undici metri, poi Hamsik la chiude in contropiede.
Ultimo successo napoletano, infine, è quello ottenuto da Benitez nel 2014 contro la Fiorentina. Quella sera all’Olimpico, tuttavia, né la doppietta di Insigne né il gol partita di Mertens possono cancellare la tragicità di ciò che nel pomeriggio è avvenuto a pochi metri dallo stadio, col ferimento di Ciro Esposito che, purtroppo, un mese più tardi passerà a seguire la sua squadra del cuore dalla tribuna del Paradiso.

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

L’EDITORIALE

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

Gianni Infantino vorrebbe cogliere l’occasione per riformare profondamente il mondo del calcio. Ci riuscirà?

di Giovanni Gaudiano

Lo spazio concesso dal forzato stop delle attività alle opinioni ed alle interviste ai personaggi pubblici propone ogni giorno una serie di interventi da cui scaturiscono naturali alcune riflessioni.
Nel numero di ieri mattina de “La Gazzetta dello Sport” è apparsa una ampia intervista al presidente della FIFA Gianni Infantino.
L’occasione è partita dal suo 50° compleanno ma poi il presidente si è dilungato sulla situazione venutasi a creare nel mondo del calcio per effetto del virus, che ne ha determinato la sospensione di tutte le attività.
L’intervento dell’italo-svizzero è apparso abbastanza equilibrato, razionale come nella caratteristica del presidente federale, forse solo in parte rivedibile quando si è parlato della possibilità che il calcio possa andare in recessione.
Infantino ha dovuto con candore ammettere come la Fifa abbia sostanze, nel caso specifiche riserve economiche, importanti ed ampie che si sono formate grazie all’attività calcistica e che a tale attività dovrebbero essere sempre e soltanto destinate.
È ovvio che la poltrona occupata a Zurigo abbia un forte valore politico che l’attuale presidente ha speso immediatamente, durante il suo primo mandato quasi per “riconoscenza” ai propri elettori, quando ha portato all’approvazione la nuova formula del Mondiale aprendo le porte a 48 squadre che dal 2026 se lo giocheranno nella fase finale.
Partendo da questa sua realizzazione, sembra strano sentirlo ora parlare di revisione dei tornei, di meno partite, di attenzione alla salute dei giocatori e come si diceva del rischio di una recessione che coinvolga il mondo del calcio.
Le disponibilità che la Fifa ha a sua disposizione sono notevoli e si sono formate grazie all’interesse dei grandi sponsor che assistono il governo del calcio mondiale nell’organizzazione dei grandi eventi.

Nel passato presidenti come il brasiliano Havelange, come Blatter e come Platini sono stati oggetto di attenzione particolare sull’argomento per avere gestito personalisticamente la propria carica. Infantino ha aggiunto anche di non avere specifiche paure e di essere ottimista di natura. Nei prossimi mesi queste sue tendenze saranno messe a dura prova, soprattutto se l’intero mondo del calcio per una volta tenderà verso risoluzioni più aderenti alla realtà, più al passo con i tempi, più ragionevoli.
Nel frattempo, quando la tempesta sarà passata, si aspetta di leggere e poi considerare quali saranno le scelte della Fifa sperando di poter assistere ad un’inversione di rotta che tenga finalmente in giusta considerazione il valore sportivo nel lavoro svolto in Svizzera.
E quindi ecco le parole del presidente che ci si augura non restino tali: «In futuro dobbiamo avere almeno 50 nazionali che possono vincere i Mondiali, non solo 8 europee e 2 sudamericane. E 50 club che possano vincere i Mondiali per club, non solo 5 o 6 europei. Ed una ventina di questi cinquanta saranno europei, il che mi sembra già meglio dei 5 o 6 odierni».
Il Mondiale per club, con la nuova formula, che si sarebbe dovuto giocare in Cina il prossimo anno è stato rimandato almeno sino al 2022 quando si dovrebbe giocare dal 21 novembre al 18 dicembre il Mondiale in Qatar.
Quando parla di alleggerire il calendario della stagione calcistica come pensa di organizzare il mondiale per club, il Mondiale in Qatar, che si giocherà in pieno autunno, le qualificazioni delle nazionali (compresa l’inutile Nations League), le coppe internazionali ed alla fine i campionati e le coppe nazionali? Come pensa di salvaguardare la salute dei giocatori tagliando il numero di partite, mentre gli impegni previsti sembrano orientati verso il contrario.
Come pensa di raggiungere il traguardo di ben 50 squadre nazionali capaci di vincere un Mondiale se nel calcio europeo, per non parlare nello specifico di quello italiano, i nomi dei club che si aggiudicano i campionati sono più o meno sempre gli stessi?
Ha considerato gli interessi economici delle società di calcio che oggi parlano di recessione, di perdite, di sospensione degli stipendi, etc?
Il compito che aspetta il presidente è gravoso e per poter portare a risultati importanti dovrebbe per una volta lasciare fuori dalla porta pressioni politiche e atteggiamenti ostili da parte delle grandi società. Sarà capace Infantino di imporsi e rivedere il mondo del calcio alla ricerca di un ritorno verso una maggiore normalità?

pubblicato il 24 marzo 2020