Qual buon vento è il Benevento

Qual buon vento è il Benevento

ECHI DAL SANNIO

Qual buon vento è il Benevento

La squadra giallorossa sino alla fine del campionato combatterà sempre fissando quello striscione finale che rappresenta la porta per la A

di Gigi Amati

Giallo e rosso contro gli altri colori

Qual buon vento, è il Benevento. Il Benevento che senza bussare entra nelle zone alte della classifica e ricorda a chi se ne fosse dimenticato, o abbia fatto finta di dimenticarlo, che nella lotta per la promozione c’è anche la Strega, eccome se c’è. Il giallo e il rosso si aggiungono al nero e all’azzurro del sorprendente Pisa, al bianco e al nero di un Ascoli che dopo secoli di anonimato vuol fare nuovamente la voce grossa, ovviamente al bianco e azzurro di quel Brescia che si scrive Brescia ma per ovvi motivi si legge Pippo Inzaghi, ai tanti colori diversi di Frosinone, Reggina, Cremonese, Cittadella, in attesa di Lecce, Parma, forse Spal: tante tinte, tante nuances che formano il magico caleidoscopio della Serie B, da sempre autentica cartina al tornasole dell’Italia intera, la vera rappresentazione del tricolore: dal mare ai monti, dai capoluoghi alla provincia più sana, dal grande al piccolo dal piccolo al grande in un abbraccio di tifosi e passione calcistica.

Il Benevento mostra i muscoli

Che bel vento, il Benevento che regala al suo popolo il primo refrigerio dopo tanta afa, apre, anzi spalanca le finestre della sua stagione mostrando idealmente i muscoli alla scelta compagnia che di qui a maggio combatterà, sgomiterà, farà la voce grossa, cadrà, si rialzerà, sempre tenendo lo sguardo fisso su quello striscione finale che rappresenta la porta per il ritorno in Serie A. La retta via imboccata dalla Strega è il segnale giusto per scatenare la battaglia, ma è soprattutto l’ennesima testimonianza del costante buon lavoro del presidente Vigorito, nocchiero impavido che tiene la nave giallorossa costantemente in linea di galleggiamento, anche dopo il colpo dell’immeritata retrocessione e della necessità di partire con piani ambiziosi, certo, ma tenendo ben presenti le difficoltà che anche il calcio attraversa in una stagione delle nostre vite e delle nostre esistenze che quella vita e quell’esistenza le ha messe a dura prova, le ha sottoposte a pressione e torsione, le ha piegate e strizzate aprendo loro la porta su un chissà e un chissà quando che non avevamo mai affrontato.

Vigorito nocchiero impavido

Il presidente Vigorito è sempre rimasto lì, lì dove le circostanze, la responsabilità, il senso del dovere, la passione lo hanno chiamato. Ha tenuto la testa alta dopo le bassezze subite nel finale della scorsa stagione, colpi bassi che avrebbero atterrato Tyson, ma non lui, fiero combattente con e per la Strega. Ha guardato al passato, certo, ma per prenderne esempio, non per inutili lamenti; ha guardato al presente, facendo bene attenzione ai conti e al domino delle carte e delle scadenze; ha però anche dato un occhio al futuro con il solito sguardo visionario, facendosi guidare dall’orgoglio e dalla costante voglia di sfida. È così del resto che un comandante in capo guida con saggezza l’imbarcazione: resta vigile nella bonaccia e si mostra solido nella tempesta, cuore e nervi, fegato e muscoli, dimostrando alla truppa che lui è lì con loro, davanti a loro, in mezzo a loro.

Fate largo e spalancate le finestre

Naturalmente il bello e il difficile devono ancora venire, la stagione è ancora in fasce e i conti, come sempre accade con la B, si faranno alla fine del lungo viale fatto di sfide e duelli, di trasferte delicate e complesse gare casalinghe, di salite e discese, di spifferi e correnti, schiaffi e sorrisi, affanni e sospiri, sussurri e grida. Su questo, tranquilli, vigilano Foggia e Caserta, mente e braccio di un progetto giallorosso che viaggia con sapienza e costanza, con attenzione e prudenza ma senza rinunciare agli slanci, agli assalti, al coraggio, alla faccia truce che un’aspirante promossa deve avere e mostrare ai rivali, tutti, senza sconti. In attesa dell’atteso faccia a faccia con Inzaghi, una sfida fatalmente nei pensieri e nei cuori di tutto il popolo della Strega, intanto è riapparso dalle nebbie estive Lapadula, il bomber con la faccia da pugile, il gringo che ha fatto al contrario il percorso del libro Cuore: dalle Ande agli Appennini, dal Cile all’Italia, dal Sudamerica a Benevento. Ha messo da parte il dispiacere di aver perso la Serie A, ha accantonato la rabbia per tanti attaccanti che in A giocano e non sono certo più degni di lui di salire su certi palcoscenici, ha fatto di tutto questo il carburante giusto per riaccendere i motori e tornarci, in A, con il Benevento, lo stregone e la Strega, con quella maglia e insieme a quella gente che da sempre è abituata a conquistarsi tutto, senza regali: perché da sempre è più bello festeggiare in questo modo.
Qual buon vento, è il Benevento: fate largo e spalancate le finestre.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

L’uomo mascherato per il Benevento

L’uomo mascherato per il Benevento

L’ALTRA COPERTINA

L’uomo mascherato per il Benevento

Prossimo a lasciare il club giallorosso nell’estate scorsa, Gianluca Lapadula oggi è l’uomo in più ed il pezzo da novanta della squadra

di Lorenzo Gaudiano

A chi non piacciono i supereroi. Salvano il mondo mettendo a repentaglio la propria vita, si adoperano per il miglioramento della società senza chiedere nulla in cambio, combattono fino allo stremo delle proprie forze perché sanno che il destino dell’umanità è nelle loro mani e da loro soltanto dipende, considerano sempre al primo posto prima il dovere e poi il piacere, naturalmente se c’è lo spazio ed il tempo per coltivarlo.
Benevento ha il suo supereroe, anzi in realtà ne avrebbe più d’uno. Questa volta per la copertina della ribattuta Benevento della nostra rivista la scelta è ricaduta su di lui, Gianluca Lapadula. Un paladino della giustizia in campo, con i gol e lo spirito di sacrificio come armi e persino con il volto coperto da una maschera come tutti i personaggi dei fumetti con cui si cresce e si gioca da bambini. Un supereroe a tutti gli effetti, visto che quando si scatena riesce a riportare l’ordine, a sistemare le cose, a salvare quindi il risultato di una partita, come quello contro il Cittadella di qualche settimana fa.
Non quando cala il sole, perché si gioca praticamente a tutti gli orari, ma quando calca il prato verde la sua identità cambia, così come il suo nome. Uomo mascherato per trovarne uno semplice e d’impatto, italiano, come piace a noi. Jack-man, in linea con la tendenza ormai consueta a fare ricorso a continui anglicismi entrati a far parte persino dei vocabolari di tutte le lingue del mondo, se si vuole provare a dare libero sfogo alla fantasia.
Uno spirito determinato, aggressivo, bramoso di raggiungere ogni pallone che potrebbe finire nei piedi sbagliati, si impossessa di lui al fischio dell’arbitro e in quella frazione di tempo il suo obiettivo primario diventa quello di garantire la sicurezza della sua tifoseria, felice e tranquilla giustamente quando in classifica al termine di una partita si possono contare tre punti in più.
Il coraggio, la forza interiore ed esteriore, la versatilità, la capacità di destreggiarsi in ogni tipo di prova, l’attaccamento ai principi sani dello sport ed il senso di protezione più della comunità che di se stesso ad un supereroe come Lapadula non mancano. Tutte queste qualità le possiede tutte. E le mette in pratica sempre. Anche quando magari non parte titolare ma subentra.

Decisivo, anche se i minuti che gli vengono concessi sono pochi, lo rimane sempre, perché lui è in realtà di un’altra categoria. Quella categoria in cui il Benevento vorrebbe tornare al più presto, consapevole però che non bisogna assolutamente andare di fretta ma compiere piccoli ma solidi passi verso la crescita e la maturità necessaria per raggiungere alla fine l’obiettivo prefissato.
Avere in organico un attaccante del suo calibro per il campionato cadetto è un privilegio, l’occasione per infondere la giusta sicurezza e tranquillità ad una tifoseria in apprensione ogni qual volta si deve fronteggiare un avversario diverso in campo. Perché quando si ha la certezza di avere qualcuno che sia in grado di garantire protezione da tutte le avversità e da tutti i nemici si dorme certamente più sereni e spensierati, in questo caso parlando di calcio ci si gode meglio lo spettacolo, visto che ogni pallone giocato può diventare un gol ed una gioia immensa da vivere.
Il Benevento ha il suo supereroe offensivo chiamato a proteggere dall’assalto delle pretendenti alla massima serie. La sua macchina da gol implacabile pronta a regalare punti preziosi nei vari momenti di una stagione lunga e difficile. Il suo leader grintoso e combattivo che avrebbe potuto firmare con qualsiasi squadra in A ma che alla fine ha deciso di rimanere nel Sannio per essere ancora protagonista, partecipare ad un progetto tecnico nuovo ed interessante allestito da un presidente vulcanico e ricco di idee come Oreste Vigorito, entrare nel cuore di una tifoseria sempre calda e passionale con i propri beniamini, nella gioia e nel dolore così come nella vittoria e nella sconfitta. Con l’augurio di non essere uno dei tanti, ma di essere ricordato per le sue gesta, il suo impegno e il suo contributo in campo.
Tutti vorrebbero Jack-man alle proprie dipendenze. Fortunatamente il Benevento può vantarlo e naturalmente coccolarlo. Lui saprà naturalmente ripagare tutto questo, ovviamente con i gol. E tutta la piazza quasi certamente si sentirà sempre al sicuro, giornata dopo giornata, augurandosi qualcosa di importante a fine stagione e soprattutto sognando qualcosa di veramente bello, a cui per ora sarebbe meglio non pensare.

pubblicato su Napoli n. 47 del 30 settembre 2021

Benevento-Perugia: Caserta contro il suo passato

Benevento-Perugia: Caserta contro il suo passato

LA PARTITA

Benevento-Perugia: Caserta contro il suo passato

Il tecnico approdato a Benevento ritrova il Perugia da avversario pochi mesi dopo essere riuscito a riportare gli umbri in serie B

di Marco Boscia

Oggi alle 20.30 a chiudere la settima giornata di Serie B, che si aprirà con l’anticipo di domani sera fra Lecce e Monza, ci sarà il posticipo del Vigorito fra Benevento e Perugia. Fabio Caserta ritroverà quindi il suo recente passato e con il “suo” Benevento è pronto a vendere cara la pelle per portare a casa tre punti fondamentali che potrebbero lanciare i sanniti fra le primissime posizioni della classifica. Dopo un inizio col freno a mano tirato – una pirotecnica e difficile vittoria alla prima contro l’Alessandria per 4 a 3, la sconfitta di Parma per 1 a 0 ed il pareggio a reti bianche contro il Lecce – difatti sembra che i sanniti stiano pian piano trovando la giusta quadratura anche grazie ad un attacco dove Marco Sau si è finalmente sbloccato nella trasferta di Ascoli vinta per 2 a 0 due settimane fa e che ha ritrovato un grande Gianluca Lapadula, un lusso per la Serie B e autore di una tripletta contro il Cittadella, da subentrato, nel match successivo.

La scelta di Caserta

Sicuramente per l’arrivo di Fabio Caserta a Benevento sono stati decisivi gli ottimi rapporti fra Massimiliano Santopadre, presidente del Perugia, ed il patron sannita Oreste Vigorito. Ma sono le motivazioni che hanno fatto la differenza nella scelta di Caserta ed è stato proprio lo stesso allenatore ad averlo dichiarato più volte in conferenza stampa. Quella di Benevento è una sfida che ha accettato volentieri per cercare di riportare subito in massima serie una squadra forte che è riuscita a trattenere la maggior parte dei calciatori che lo scorso anno hanno disputato in maglia giallorossa anche il campionato di A non riuscendo, nonostante un buon girone d’andata, a guadagnarsi la permanenza nella massima divisione. Dopo aver appunto riportato il Perugia dalla Lega Pro alla B, Caserta è arrivato a Benevento conscio delle difficoltà e delle pressioni che avrebbe incontrato nel corso del campionato ma con la convinzione di poter riuscire a fare bene cercando di riportare subito la squadra di Vigorito in Serie A e magari di riuscire finalmente a disputare la sua prima stagione in panchina in massima serie. Il neoallenatore sannita non ha mai nascosto di ispirarsi ad Antonio Conte, dal quale è anche stato allenato ai tempi dell’Atalanta, nella stagione 2009/2010, e del quale ha sempre apprezzato la carica agonistica e le motivazioni che il tecnico ex Inter riesce quasi sempre ad infondere agli uomini delle sue squadre. Anche Caserta vuole provarci ed adesso è il momento di cominciare a cacciare gli artigli, motivare i suoi e cercare di inanellare una serie di risultati utili consecutivi per guadagnare le prime posizioni in classifica. E per farlo ovviamente il tecnico sannita dovrà affidarsi soprattutto al suo pacchetto offensivo.

L’attacco sannita

Marco Sau, Gabriele Moncini, Enrico Brignola, Giuseppe Di Serio e Gianluca Lapadula. Sono questi i cinque attaccanti a disposizione di Fabio Caserta. Il primo a riuscire a sbloccarsi, recentemente nella trasferta di Ascoli, è stato Sau che ha aperto le marcature della sfida al 15° minuto poi chiusa da Roberto Insigne 9 minuti più tardi. Proprio il fratello del capitano del Napoli, Lorenzo, sembra essere fra i calciatori più in forma dei sanniti in questo inizio di stagione ma, pur essendo un giocatore offensivo, adesso Caserta ha bisogno anche dei gol dei suoi attaccanti. Il primo che dovrà recuperare la piena forma dopo l’infortunio alla caviglia che l’ha tenuto lontano dal rettangolo verde nelle prime uscite stagionali è Lapadula, fiore all’occhiello della rosa sannita che, assieme a Glik e Sau, è l’uomo di maggiore esperienza del Benevento. Dopo le voci di mercato che lo volevano insistentemente lontano dal capoluogo campano, Lapadula è invece rimasto e adesso agli ordini di Caserta vuole fare di tutto per rendersi protagonista di una stagione importante per cercare di guidare i suoi compagni di squadra, a suon di gol, verso la promozione in massima serie. Oltre a lui servirà ovviamente anche l’apporto dei suoi compagni di reparto ed in tal senso saranno fondamentali anche le reti dei più giovani Brignola, Di Serio e Moncini che dovranno essere bravi a sfruttare, almeno inizialmente, gli spezzoni di gara che l’allenatore gli concederà per cercare di metterlo, di domenica in domenica, in difficoltà nelle scelte di formazione.

L’avversario

Dopo l’addio di Caserta a guidare gli umbri è arrivato Massimiliano Alvini su cui il Perugia ha deciso di puntare nonostante l’allenatore non sia riuscito a centrare l’obiettivo della permanenza in B sulla panchina della Reggiana la scorsa stagione. Alvini è arrivato in Umbria consapevole, pur essendo la squadra una neopromossa, di non potersi accontentare di una salvezza tranquilla in una piazza così ambiziosa come quella biancorossa ed ha accettato la sfida per cercare, all’età di 51 anni, di consacrarsi definitivamente in panchina dopo aver allenato Quarrata, Tuttocuoio, Pistoiese, Albinoleffe ed appunto Reggiana. Sotto il profilo tattico il lavoro svolto al Perugia da Caserta, che era solito schierare la squadra con un 4-3-3 o un 3-4-2-1, è servito molto ad Alvini che come modulo di gioco predilige da sempre il 3-4-1-2 con il trequartista alle spalle delle due punte che almeno in questo inizio di stagione sembrano essere, a fare coppia fissa, Murano e Carretta.

I precedenti

Otto i precedenti fra Benevento e Perugia in terra campana: 5 vittorie del Benevento, 2 pareggi e 1 vittoria del Perugia. Il primo incontro al Vigorito risale alla stagione 2008/2009, campionato di Lega Pro 1^ Divisione Girone B, quando il Benevento si impose per 1 a 0 con gol di Colombini al minuto 24. Altre tre sfide in Lega Pro: quella dell’anno successivo terminata 3-1 in favore dei padroni di casa con la doppietta di Evacuo, poi la sconfitta del Benevento per 1 a 0 con gol di Ciofani nella stagione 2012/2013 e quindi il pareggio per 1 a 1 in quella 2013/2014. Le altre quattro sfide al Vigorito si sono disputate tutte in serie cadetta: due nel 2016/2017, la prima terminata 0-0 e la seconda, valevole per i playoff, vinta dal Benevento per 1 a 0 con gol di Chibsah nella ripresa, una nel 2018/2019 vinta dal Benevento per 2 a 1 con le reti di Coda e Bandinelli e l’ultima nella stagione 2019/2020 vinta sempre dai sanniti per 1 a 0 con gol di Armenteros.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

L’ULTIMA PARTITA

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

Più successi che sconfitte nella storia del Napoli in Coppa Italia. Peccato per le finali perse con Di Marzio e Montefusco

di Bruno Marchionibus

AI NOSTRI LETTORI

Nel numero del 13 giugno abbiamo dedicato un servizio alle finali ed agli allenatori del Napoli che le hanno giocate. Doveva essere un modo di augurare alla squadra azzurra un buon viatico verso la gara contro la Juventus.
È andata bene. È arrivato il successo e con esso la sesta Coppa Italia da mettere in bell’evidenza in bacheca.
Riproponiamo il servizio, che il lettore può anche trovare nella versione cartacea caricata sul sito, e vi anticipiamo la copertina del nuovo numero che sarà in edicola con il Roma di martedì 23 per presentare il ritorno del Napoli in campionato in quel di Verona.
Buona lettura.

Anni ‘60-’70: dal Petisso a Beppe-Gol

È nel 1962 che, alla sua prima finale, il Napoli si aggiudica la prima Coppa Italia della sua storia, e lo fa rendendosi protagonista di un’impresa che ancora oggi nessuna squadra è riuscita a ripetere: vincere il trofeo militando in Serie B. Gli azzurri di mister Pesaola, da poco passato dal campo alla panchina, infatti, in quella stagione non solo ottengono la promozione dalla cadetteria al massimo campionato, ma compiono anche un’incredibile cavalcata in Coppa fino all’ultimo atto dell’Olimpico superando compagini del calibro di Torino e Roma. A decidere la finale in gara unica contro la S.P.A.L., il 21 giugno, sono Corelli e Ronzon, che rendono vano il gol del ferrarese Micheli; i ragazzi del Petisso, così, entrano di diritto nella storia del Napoli e del calcio italiano.
Bisognerà aspettare dieci anni per ritrovare i partenopei protagonisti della Coppa nazionale, col Napoli che tra il ‘72 ed il ‘78 disputerà ben tre finali. Nel 1972 è il Milan di Rocco che, imponendosi sugli azzurri di Chiappella per 2 a 0, impedisce a Dino Zoff di chiudere nel migliore dei modi la sua esperienza napoletana, mentre nel ‘76 i campani dominano la finalissima con il Verona vincendo per 4 a 0 con una doppietta del bomber Savoldi. Sconfitta, infine, nel 1978 per i partenopei di Di Marzio, superati 2 a 1 in rimonta dall’Inter con gol decisivo di Bini a pochi minuti dal termine, in un’edizione il cui capocannoniere fu lo stesso Beppe-gol.

Anni ’80: una cavalcata Ma-Gi-Ca

Il 1987 è l’anno di grazia per i colori azzurri; il 10 maggio arriva il primo storico Tricolore, il 7 giugno la terza coccarda. Il percorso del Napoli di Maradona in Coppa è semplicemente impressionante, con 13 vittorie su 13 partite giocate a certificare un record rimasto imbattuto dopo oltre trent’anni. La finale con l’Atalanta, disputata in questo caso sui 180 minuti, per gli uomini di Bianchi è una pura formalità: al San Paolo i partenopei dilagano per 3 a 0 grazie a Renica, Muro e Bagni, al ritorno anche Bergamo viene espugnata col gol partita di Giordano a cinque minuti dalla fine. A ulteriore riprova del dominio napoletano di quell’annata, basti pensare che i primi tre posti della classifica marcatori vengono occupati proprio dai tre componenti di quella che, in attesa di Careca, è una prova generale della Ma-Gi-Ca: Giordano (10 reti), Maradona (7) e Carnevale (5).
Due anni dopo il Napoli arriva ancora una volta fino in fondo al tabellone, trovandosi al cospetto della Samp di Vialli e Mancini. A Fuorigrotta gli azzurri si impongono per 1 a 0, ma a Genova vengono demoliti per quattro reti a zero; si conclude così per Maradona e compagni un’annata che era stata comunque ricca di soddisfazioni grazie alla vittoria della Coppa Uefa a Stoccarda. 

Anni ‘90 e 2000: discesa agli Inferi e ritorno in Paradiso

La finale del 1997 contro il Vicenza è l’ultimo sussulto di un Napoli già inesorabilmente avviato verso il declino, che culminerà nel 2004 con il fallimento della società. I partenopei si presentano al cospetto dei veneti forti di un’epica semifinale vinta ai rigori contro l’Inter, ma dopo l’1 a 0 del San Paolo firmato Pecchia, al Menti, col numero 10 Beto in panchina, i campani vengono raggiunti nel primo tempo e poi battuti ai supplementari. In panchina siede Montefusco che ha sostituito Simoni, scomparso recentemente.
Passano quindici anni e un nuovo Napoli, risorto dalle ceneri e targato De Laurentiis, affronta in gara unica per la finalissima di Coppa Italia la Juve di Conte, che si è aggiudicata il campionato con zero sconfitte al passivo. I ragazzi di Mazzarri si rendono protagonisti di una partita perfetta, e nella ripresa sono due pezzi della storia azzurra recente a regalare il trionfo ai tifosi partenopei: prima Cavani la sblocca dagli undici metri, poi Hamsik la chiude in contropiede.
Ultimo successo napoletano, infine, è quello ottenuto da Benitez nel 2014 contro la Fiorentina. Quella sera all’Olimpico, tuttavia, né la doppietta di Insigne né il gol partita di Mertens possono cancellare la tragicità di ciò che nel pomeriggio è avvenuto a pochi metri dallo stadio, col ferimento di Ciro Esposito che, purtroppo, un mese più tardi passerà a seguire la sua squadra del cuore dalla tribuna del Paradiso.

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

L’EDITORIALE

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

Gianni Infantino vorrebbe cogliere l’occasione per riformare profondamente il mondo del calcio. Ci riuscirà?

di Giovanni Gaudiano

Lo spazio concesso dal forzato stop delle attività alle opinioni ed alle interviste ai personaggi pubblici propone ogni giorno una serie di interventi da cui scaturiscono naturali alcune riflessioni.
Nel numero di ieri mattina de “La Gazzetta dello Sport” è apparsa una ampia intervista al presidente della FIFA Gianni Infantino.
L’occasione è partita dal suo 50° compleanno ma poi il presidente si è dilungato sulla situazione venutasi a creare nel mondo del calcio per effetto del virus, che ne ha determinato la sospensione di tutte le attività.
L’intervento dell’italo-svizzero è apparso abbastanza equilibrato, razionale come nella caratteristica del presidente federale, forse solo in parte rivedibile quando si è parlato della possibilità che il calcio possa andare in recessione.
Infantino ha dovuto con candore ammettere come la Fifa abbia sostanze, nel caso specifiche riserve economiche, importanti ed ampie che si sono formate grazie all’attività calcistica e che a tale attività dovrebbero essere sempre e soltanto destinate.
È ovvio che la poltrona occupata a Zurigo abbia un forte valore politico che l’attuale presidente ha speso immediatamente, durante il suo primo mandato quasi per “riconoscenza” ai propri elettori, quando ha portato all’approvazione la nuova formula del Mondiale aprendo le porte a 48 squadre che dal 2026 se lo giocheranno nella fase finale.
Partendo da questa sua realizzazione, sembra strano sentirlo ora parlare di revisione dei tornei, di meno partite, di attenzione alla salute dei giocatori e come si diceva del rischio di una recessione che coinvolga il mondo del calcio.
Le disponibilità che la Fifa ha a sua disposizione sono notevoli e si sono formate grazie all’interesse dei grandi sponsor che assistono il governo del calcio mondiale nell’organizzazione dei grandi eventi.

Nel passato presidenti come il brasiliano Havelange, come Blatter e come Platini sono stati oggetto di attenzione particolare sull’argomento per avere gestito personalisticamente la propria carica. Infantino ha aggiunto anche di non avere specifiche paure e di essere ottimista di natura. Nei prossimi mesi queste sue tendenze saranno messe a dura prova, soprattutto se l’intero mondo del calcio per una volta tenderà verso risoluzioni più aderenti alla realtà, più al passo con i tempi, più ragionevoli.
Nel frattempo, quando la tempesta sarà passata, si aspetta di leggere e poi considerare quali saranno le scelte della Fifa sperando di poter assistere ad un’inversione di rotta che tenga finalmente in giusta considerazione il valore sportivo nel lavoro svolto in Svizzera.
E quindi ecco le parole del presidente che ci si augura non restino tali: «In futuro dobbiamo avere almeno 50 nazionali che possono vincere i Mondiali, non solo 8 europee e 2 sudamericane. E 50 club che possano vincere i Mondiali per club, non solo 5 o 6 europei. Ed una ventina di questi cinquanta saranno europei, il che mi sembra già meglio dei 5 o 6 odierni».
Il Mondiale per club, con la nuova formula, che si sarebbe dovuto giocare in Cina il prossimo anno è stato rimandato almeno sino al 2022 quando si dovrebbe giocare dal 21 novembre al 18 dicembre il Mondiale in Qatar.
Quando parla di alleggerire il calendario della stagione calcistica come pensa di organizzare il mondiale per club, il Mondiale in Qatar, che si giocherà in pieno autunno, le qualificazioni delle nazionali (compresa l’inutile Nations League), le coppe internazionali ed alla fine i campionati e le coppe nazionali? Come pensa di salvaguardare la salute dei giocatori tagliando il numero di partite, mentre gli impegni previsti sembrano orientati verso il contrario.
Come pensa di raggiungere il traguardo di ben 50 squadre nazionali capaci di vincere un Mondiale se nel calcio europeo, per non parlare nello specifico di quello italiano, i nomi dei club che si aggiudicano i campionati sono più o meno sempre gli stessi?
Ha considerato gli interessi economici delle società di calcio che oggi parlano di recessione, di perdite, di sospensione degli stipendi, etc?
Il compito che aspetta il presidente è gravoso e per poter portare a risultati importanti dovrebbe per una volta lasciare fuori dalla porta pressioni politiche e atteggiamenti ostili da parte delle grandi società. Sarà capace Infantino di imporsi e rivedere il mondo del calcio alla ricerca di un ritorno verso una maggiore normalità?

pubblicato il 24 marzo 2020

Ora De Laurentiis non può più nascondersi

Ora De Laurentiis non può più nascondersi

IL GIORNO DOPO NAPOLI-INTER

Ora De Laurentiis non può più nascondersi

L’esonero di Ancelotti, la cui vicenda è tutta da scoprire, le scelte non fatte in estate, il ritiro, le multe e tanti evitabili giudizi vadano in archivio

di Giovanni Gaudiano

Tre evidenti errori, tre gol di una Inter pragmatica come il suo allenatore. Sprazzi di buona volontà in casa azzurra, qualche positivo lampo personale ed il ritorno ad un vecchio modulo che il Napoli con la rosa attuale pare non possa più interpretare.
Nel dopo partita inizia la resa dei conti, avviata da opinionisti, media, tifosi che erano pronti a lanciarla dopo la tregua natalizia.
“È un disastro” per alcuni; “l’impresa è troppo ardua per il tecnico calabrese” per altri; “è tutta colpa di Ancelotti” per altri ancora e poi c’è chi punta decisamente il dito accusatore nei confronti del presidente, reo di aver sottovalutato sin qui la situazione.
D’altronde è di pochi giorni fa la sua dichiarazione: “Il peggio è passato”.
È un labirinto nel quale è difficile muoversi e da cui è ancora più difficile uscire.

Il Napoli visto contro l’Inter è la versione della squadra venuta fuori a fine settembre con l’inopinata sconfitta in casa con il Cagliari. Non era un incidente di percorso, al contrario era un campanello d’allarme che qualcosa si stava inceppando.
Da quel momento in poi ogni questione è diventata un problema, la squadra ha tenuto almeno sino alla gara interna con l’Atalanta, al termine della quale l’intervento pubblico del presidente contro il “palazzo” ha creato ulteriore scompiglio.
Poi l’immeritata sconfitta all’Olimpico ed il pareggio interno con il Salisburgo sono diventate, insieme al ritiro ordinato dalla società, le micce che hanno provocato la deflagrazione.
Un’intricata storia di cose dette e non fatte, di decisioni non prese, di uscite da parte del presidente che non ha lesinato espressioni poco piacevoli a carico di alcuni suoi giocatori.
Nel frattempo un’ulteriore mossa nella sostanza oramai inutile e fuori luogo: la società dichiara che la responsabilità di ordinare ritiri è di esclusiva competenza del tecnico.
Doveva essere così già in precedenza. Il presidente è vero che ha libertà di azione ma non può esautorare de facto il suo allenatore senza neanche avvertirlo delle sue intenzioni.
È questo il vero punto della situazione, anche se in molti fanno finta di non capirlo.

Gli accordi tra De Laurentiis e Ancelotti pare prevedessero con specifiche clausole che al tecnico da gennaio 2020 venisse aumentato notevolmente l’ingaggio ed a molti è sfuggita la facilità con la quale l’allenatore emiliano si sia liberato.
Infatti il mancato rispetto di tale accordo avrebbe liberato Ancelotti sin da subito, cosa che è sotto gli occhi di tutti.
Ora potrebbe apparire più chiaro, se le cose fossero andate così come alcuni spifferi fanno sapere, che per trovare il più responsabile di una tale preoccupante situazione non bisogna guardare troppo in là.
Potrebbero quindi partire quelle critiche più volte sopite per la presenza di una gestione sportiva e soprattutto finanziaria di rispetto ma ci pare di poter affermare che il momento non sia quello giusto.
Il Napoli, l’ambiente, il tecnico, già da molti qualificato come inadatto pensando ai risultati e non alle sue reali capacità sulle quali era lecito dubitare sin da subito, la squadra hanno bisogno di ritrovare la fiducia per ritrovare compattezza e risultati che restano alla portata degli azzurri come dimostrato proprio dalla gara contro l’Inter.
La corrente è forte ma si può risalire, sin dove è difficile dirlo, ma guai a pensare di galleggiare. Il Napoli non è stato costruito per questo, non lo saprebbe fare e potrebbe affondare.
Il presidente si muova, faccia per una volta anche la sua parte sportiva, ci metta un po’ di cuore, se ne ha, per riportare prima il sereno e poi pensare subito dopo ad una convincente e realizzabile ricostruzione.

pubblicato il 07 gennaio 2020