NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

SEGNALIBRO

NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

Oggi nella splendida cornice di Palazzo Reale è una giornata di festa e lo sarà fino a domenica. Tutti i cittadini sono invitati

di Lorenzo Gaudiano

Oggi è una giornata di festa. Lo sarà fino a domenica. E tutti i cittadini napoletani, in una cornice che non poteva essere più storica, splendida ed affascinante di quella offerta da una sede come Palazzo Reale, sono invitati a festeggiare, esultare per l’inizio di una manifestazione culturale che arricchisce ulteriormente il prestigio del capoluogo partenopeo, condividere insieme a tutti gli editori del nostro territorio e provenienti da tutta Italia una gioia immensa, perché NapoliCittàLibro è ritornato a vedere la luce, lasciandosi alle spalle l’interruzione dello scorso anno, tutte le difficoltà organizzative attraversate in questi mesi in cui si è fatto veramente di tutto per mantenere in vita quest’iniziativa.
È grazie ai soci fondatori che questa festa può avere inizio. È merito loro se Napoli anche quest’anno potrà offrire un’occasione di confronto culturale ai lettori con tutti gli operatori del settore editoriale per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze, esplorare aspetti legati al mondo del libro che non si possono apprendere semplicemente comprandoli dagli scaffali della libreria, comprendere sfumature delle pagine stesse ascoltando le parole dell’autore, dell’editore che ha consentito a quell’autore di vedere pubblicato il proprio testo. Ed è proprio agli organizzatori, Alessandro Polidoro, Diego Guida e Rosario Bianco a cui va aggiunto come socio fondatore il direttore del Centro Produzione della Rai Antonio Parlati, che deve essere rivolto un grazie sentito per aver contribuito alla diffusione dell’immagine più bella che la città possa offrire ai propri figli ed al resto della Penisola, aver permesso alla cultura l’opportunità di far valere la propria forza, trionfare ancora una volta.
Protagonista sarà appunto il libro. Diceva Sciascia che «il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e leggi diventa un mondo». Nei porticati di accesso al museo di Palazzo Reale e nel Cortile d’onore saranno più di 90 i mondi da esplorare con gli stand degli editori pronti a mettere in esposizione i propri libri. Una festa anche per loro, che finalmente stanno ritrovando le opportunità di incontro con il pubblico di lettori, dopo un anno e mezzo in cui il mondo editoriale si è ritrovato a dover affrontare una rapida trasformazione, adeguarsi al progresso dei tempi, alla nuova situazione che ha colpito l’intera popolazione, sfruttare tutti gli strumenti possibili per tirare avanti, sopravvivere, non mollare la presa. Fortunatamente il peggio sta passando per loro, come per tutti. E questo Salone è la prima occasione aperta al pubblico per poter condividere la soddisfazione, dare sfogo all’entusiasmo, diffondere un ulteriore messaggio di speranza e fiducia per il futuro.

Quindi bisogna festeggiare. E bisogna farlo anche per l’uomo presente sulla copertina di questo numero speciale dedicato al Salone del Libro partenopeo. Luis Sepùlveda con la sua produzione letteraria, giornalistica, le sue interviste, il suo impegno politico-sociale resterà per sempre impresso nei cuori di tutti. Sarebbe stato bello che, come previsto, ad aprire questa terza edizione fosse proprio lui, con il suo accento spagnolo, la sua abilità a proporre metafore pensate da un momento all’altro in grado di spiegare la realtà e trasmettere concetti talmente forti da rimanere impressi, il suo spirito a volte sarcastico e a tratti anche malinconico, che si può dire lo accomunasse a noi napoletani.
La commemorazione prevista all’inaugurazione era un atto più che dovuto che mira ad essere anche simbolico. Dopo tanto dolore, è arrivato il momento di ripartire dall’attimo in cui la vita di tutti si è interrotta. Sepùlveda non c’è più, molti altri sono venuti a mancare, ma l’esistenza deve andare avanti, perché c’è davvero tanto da fare.
L’autore cileno diceva di sognare «un futuro in pace, di amicizia, un futuro senza la minaccia costante di chi è il più forte. Forse è un futuro utopico ma io credo che questa utopia sia possibile». Ebbene sì, lo è. A condizione che la cultura venga valorizzata, primeggi a dispetto di altre cose considerate più importanti dalle istituzioni, rinforzi ancora di più le proprie radici aprendosi a tutti i ceti sociali, interessando un pubblico sempre maggiore, cancellando tutti i tipi di differenze, così da poterne uscire sempre più arricchiti e migliori di quello che si potrebbe già essere. Anche perché, come diceva Pier Paolo Pasolini, «puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura».
Anche la nostra rivista ha sposato questa missione e sarà lì tra le vostre mani per festeggiare insieme a voi organizzatori, editori e lettori, esservi di compagnia tra i vari stand ed omaggiare con orgoglio e soddisfazione un altro grande successo della nostra città.
Quindi non ci resta che augurare un buon Salone a tutti!

pubblicato su Napoli n. 42 del 1 luglio 2021

Il Salone del libro partenopeo sta per cominciare

Il Salone del libro partenopeo sta per cominciare

Diego Guida

L’EDITORE

Il Salone del libro partenopeo sta per cominciare

Diego Guida racconta l’emozione, la soddisfazione, l’attesa per la fiera soprattutto quanto mancherà la presenza di Sepùlveda”

di Lorenzo Gaudiano

Pochi giorni al 1° luglio e l’attesa per la terza edizione di NapoliCittàLibro cresce sempre di più. Una data simbolica, che coincide con la possibilità decretata dal governo nazionale di riaprire al pubblico le fiere. Una location storica, prestigiosa e bellissima come Palazzo Reale dove gli ampi spazi aperti e le sale destinate agli eventi sono pronti ad acquistare una vitalità nuova, ad offrire sia agli espositori che agli utenti un assaggio di normalità perduta e prossima a padroneggiare nuovamente le vite di tutti, sempre con pazienza e naturalmente con grande cautela. E il libro, protagonista indiscusso del primo salone a riaprire in battenti in Italia, ultimo baluardo di una cultura destinata a sopravvivere per sempre ed edenico rifugio durante la reclusione forzata vissuta con la paura di un serpeggiante nemico invisibile pronto a colpire in qualunque momento.
La fiera costituirà un’occasione, oltre che di grande interesse dal punto di vista culturale, di festa ed immensa gioia, un primo passo verso la riconquista di quello che concerne la natura sociale di tutti gli esseri umani, uno spiraglio di luce che si spera nel più breve tempo possibile possa diventare un bagliore invasivo, accecante. E le parole appunto di uno dei soci fondatori, Diego Guida, trasmettono una grande emozione ed una smisurata soddisfazione per un evento che nobilita la nostra città a partire proprio dal campo dell’editoria.

A pochi giorni dalla fiera qual è l’emozione prevalente?

«Siamo davvero entusiasti. Il 1° luglio sarà anche una data simbolica, perché l’inaugurazione della fiera coinciderà con il primo giorno utile decretato dal Governo per la riapertura delle fiere al pubblico. Napoli sarà la prima città in Italia ad ospitare un evento simile legato al mondo del libro, confermando la sua posizione di prestigio tra i saloni più importanti sostenuti dalla rete internazionale ALDUS».

Ci sono stati momenti in cui è prevalsa la paura che ci sarebbe voluto più tempo per rivedere di nuovo il Salone in Campania?

«Purtroppo sì. Sicuramente avere più tempo a disposizione sarebbe stato l’ideale per organizzare ancora meglio questa fiera, ma è anche vero che questo periodo è il migliore possibile. Se avessimo pensato a rinviarla dopo l’estate, saremmo entrati in un vortice di altre manifestazioni culturali e promozionali del libro. Vogliamo che il nostro salone rappresenti un ritorno alla normalità, sperando si possa non dico cantare vittoria contro il virus ma almeno recuperare i propri spazi personali e sociali».

Dato il suo grande patrimonio artistico e culturale, quanto è importante per Napoli eccellere con una sua fiera anche nel campo dell’editoria?

«È fondamentale soprattutto per la rinascita della nostra stessa città dopo un periodo di grande crisi tra riduzioni di finanziamenti e pandemia, per far capire quanto sia importante la cultura per la crescita sociale del territorio».

Palazzo Reale è la location di questa edizione. Si può dire sia stata anche una scelta simbolica: il cuore del centro storico di Napoli che si offre ad una manifestazione che esalta la filiera del libro, la sua tradizione ma anche la sua apertura all’innovazione?

«Sicuramente. L’entusiasmo e la disponibilità del direttore Epifani ci dimostrano che le grandi realtà nel nostro territorio sono pronte non solo ad accoglierci ma anche a collaborare per offrire un’immagine diversa e di grande qualità della nostra città. Se aggiungiamo che una serie di persone che stiamo invitando hanno il piacere di tornare a Napoli e riscoprirla dopo anni di lontananza siamo davvero sulla buona strada. Inoltre abbiamo lanciato un bando per volontari pronti ad aiutarci nell’accoglienza e nella gestione dei vari eventi previsti, che avranno l’occasione di impegnarsi in attività che potrebbero diventare la loro professione un giorno».

Quanto mancherà Sepùlveda?

«Moltissimo. Ho previsto per la cerimonia di apertura che si terrà al Teatro di Corte alle ore 11 una piccola commemorazione a lui dedicata, di intesa con la casa editrice Guanda, proprietaria dei diritti di traduzione per l’Italia dei testi del poeta cileno. Sepùlveda aveva preparato una sorta di inno alla libreria, affinché continui a rappresentare una delle principali promotrici della crescita culturale dei vari Paesi. In questo caso il suo intervento da noi conservato contribuirà anche a dare il segnale che il significato culturale del libro, oltre a tramandare ai posteri determinati valori ed idee, ha la forza di superare anche la vita terrena».

Quindi che funzione può avere il libro in un mondo che con il progresso dell’umanità sviluppa strumenti diversi?

«Il libro resterà il vettore per la libera circolazione delle idee. Le innovazioni tecnologiche sono preziose, ma l’importante è che siano sempre al servizio della realizzazione del prodotto cartaceo».

Per chiudere, una riflessione sul tema di questa terza edizione che è “Passaggi”.

«Rispetto a quello che abbiamo pensato per l’anno scorso il tema sarà aggiornato sulla base di quanto ci è accaduto. Abbiamo voluto intestare le sale che ospiteranno gli eventi culturali alle isole Covid free del nostro golfo, perché non si intenda soltanto il passaggio della cultura che arriva tramite il mare e il mondo esterno in città e passa al resto dell’entroterra, ma anche il transito dalla reclusione forzata alla vita ordinaria».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Rosario Bianco e Alessandro Polidoro parlano di NapoliCittàLibro

Rosario Bianco e Alessandro Polidoro parlano di NapoliCittàLibro

IL SALONE DEL LIBRO PARTENOPEO

Rosario Bianco e Alessandro Polidoro parlano di NapoliCittàLibro

Dal 1 al 4 luglio a Palazzo Reale si terrà la terza edizione della fiera del libro rinviata lo scorso anno a causa del Covid

di Lorenzo Gaudiano

Lo scorso anno a causa della diffusione del virus si arrivò alla decisione di rinviare la terza edizione di NapoliCittàLibro. Un brutto smacco da parte del sogghignante nemico invisibile ad un settore economico che, come tutti gli altri, ha pagato a caro prezzo l’assenza di un evento importante naturalmente non soltanto per la città di Napoli ma soprattutto per tutta la filiera produttiva del libro stesso in quanto patrimonio di valori e conoscenze da difendere da una parte, strumento di vita e anche di guadagno dall’altra.
Oggi pare che finalmente il peggio stia passando ed il settore dell’editoria, che in questo anno e mezzo ha saputo comunque andare avanti adattandosi alla situazione, può guardare non solo con speranza ma con grandissima fiducia ed attesa a questa terza edizione che si terrà a Palazzo Reale dal 1 al 4 luglio.
Chi meglio dei rappresentanti di due delle case editrici che hanno dato vita a questa fiera, Rosario Bianco per la Rogiosi Editore e Alessandro Polidoro per la Alessandro Polidoro Editore, poteva raccontarci del prossimo evento riguardante la città, delle emozioni suscitate dalla sua organizzazione e di una location scelta non solo per motivi di sicurezza ma anche per una chiara ragione simbolica.

Manca pochissimo a NapoliCittàLibro, a quanto pare il primo appuntamento in Italia dedicato all’editoria che riapre al pubblico. Qual è l’emozione prevalente visto che le vostre case editrici sono tra i soci fondatori?

Bianco: «Sicuramente a prevalere è l’emozione di rivivere la normalità del confronto con il lettore curioso e dell’interlocuzione con i tanti colleghi provenienti dal resto del Paese e coinvolti da un evento così importante».

Polidoro: «Senza dubbio l’attesa, che cresce a mano a mano che ci avviciniamo alla data di inizio della fiera. Stiamo lavorando tutti insieme molto alacremente, con la Regione Campania e Scabec oltre agli altri partner, per organizzare questa terza edizione del Salone del libro. Forte è l’emozione ma anche il senso di responsabilità verso il primo evento di questo genere in Italia all’aperto».

Quanto è stato difficile a causa della situazione che stiamo vivendo organizzare quest’evento? Ci sono stati momenti in cui è prevalsa la paura che ci sarebbe voluto più tempo per rivedere di nuovo il Salone in Campania?

Bianco: «Sì. Per questo abbiamo rinviato più volte la data. È stato faticoso ma alla fine l’abbiamo trovata, anche se non era per nulla facile organizzare un evento del genere dove gli espositori saranno un po’ meno di quelli che un’occasione simile avrebbe potuto configurare. Siamo arrivati comunque a 100 standisti e non possiamo lamentarci. Grazie a tutti i nostri eccezionali partner, alla nostra buona volontà e ad una collaborazione ormai collaudata, così come al Direttore di Palazzo Reale (Mario Epifani ndr), persona straordinaria e disponibile, tutto è stato superato in virtù del fatto che c’era tanta volontà di organizzare quest’edizione».

Polidoro: «La paura ci ha sempre accompagnato in questi mesi, anche se abbiamo comunque continuato a credere nell’organizzazione dell’evento e a lavorare sempre con grande speranza. Oggi i dati della pandemia sono più favorevoli, la campagna vaccinale continua con efficacia e sembra più vicina quella luce fuori dal tunnel che speriamo di vedere pienamente il 1 luglio».

Rosario Bianco
Palazzo Reale è la location scelta per questa edizione. Al di là dei motivi di sicurezza si può dire sia stata anche una scelta simbolica: il cuore del centro storico di Napoli che si offre ad una manifestazione che esalta il libro, la sua filiera, il suo valore culturale, la sua tradizione ma anche la sua apertura all’innovazione?

Bianco: «La location è stata scelta proprio per stare nel cuore pulsante di Napoli. La nostra intenzione è appunto quella di far vivere ai lettori, agli ospiti e ai colleghi del Nord la parte più bella della nostra città. Questo naturalmente comporta alcune difficoltà di carattere logistico e organizzativo, ma ci dà l’opportunità di garantire al centro di Napoli un evento affascinante e bello come quello del Salone del libro».

Polidoro: «Dal punto di vista simbolico è il cuore di Napoli che ritorna finalmente a battere dopo un anno e mezzo che la storia di certo non dimenticherà. È la riappropriazione da parte nostra della quotidianità perduta».

Protagonista quindi è il libro, ultimo baluardo di una cultura destinata comunque a sopravvivere per sempre. Che funzione può avere il libro in un mondo che con il progresso dell’umanità sviluppa strumenti ed interessi diversi?

Bianco: «Il libro è uno strumento di libertà, di evasione, di rilassamento, di aggiornamento culturale e per questo non sarà mai abbandonato. In un anno e mezzo è cresciuto il numero dei lettori in Italia. Sarà stata la costrizione in casa, ma si tratta sicuramente di un dato che conforta coloro che portano avanti un’attività come la nostra e organizzano un evento come il nostro».

Polidoro: «Abbiamo registrato in questi mesi una evidente controtendenza, ossia che il libro sta diventando sempre più parte della quotidianità delle famiglie. Le vendite sono in grande incremento, le case editrici sono sempre più organizzate e da oggi la cultura in generale ed il libro sono al centro del PNRR nazionale previsto dal Governo all’interno delle strategie di recupero e di valorizzazione di tutti i settori economici. La cultura quindi è al centro del motore anche economico della nazione, dell’Europa e di tutto il mondo».

Alessandro Polidoro

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021

La cultura è un motore per la nostra società

La cultura è un motore per la nostra società

Antonio Parlati con Francesco Pinto

IN PRIMO PIANO

La cultura è un motore per la nostra società

Il Direttore del Centro produzione Rai di Napoli Antonio Parlati si racconta e parla del suo lavoro al Salone del Libro

di Giovanni Gaudiano

Il napoletano è oramai lingua da qualche tempo, ma a differenza dell’unità italiana non c’è stato bisogno di attendere per creare i napoletani. Quelli vengono da prima, da sempre. Quelli li riconosci da lontano e non per le classiche caratteristiche negative che qualcuno ha voluto subdolamente evidenziare, ma al contrario per tutto quanto di positivo fa parte dell’essere napoletano. Fantasia, inventiva, capacità di arrangiarsi, apertura mentale al nuovo, al diverso, voglia di imporsi, di scalare le posizioni e poi la bonarietà, il sorriso, la simpatia e quella determinante capacità di sapersi non prendere troppo sul serio. Il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati è un napoletano, per fortuna, e basta parlargli ed ascoltarlo per capire come è la maggior parte dei napoletani che grazie alla proprie capacità e caratteristiche ce l’hanno fatta. Chiacchierare con Antonio Parlati è semplice, significa trascorrere il tempo piacevolmente e poi man mano ti rendi conto che come tutti i napoletani che si rispettino è lì davanti a te con il cuore in una mano e la tazzina di caffè pronta nell’altra.

Lei è nato a Napoli nel 1958. Quali sono i ricordi legati alla sua gioventù, al suo quartiere?

«Sono cresciuto a Santa Lucia dove vivo anche adesso e mi considero un luciano a tutti gli effetti. Se debbo parlare di quando ero ragazzo, mi ricordo come il mio quartiere fosse considerato quello del contrabbando, quello degli inseguimenti a mare, proprio davanti alla costa, da parte della Guardia di Finanza che cercava di fermare quei velocissimi e famosi motoscafi blu. Sembrava per noi ragazzini di assistere ad un film dal vivo. Poi la mia gioventù è stata condita da tante partite di pallone tra ragazzi, una passione che mi è rimasta; e poi c’erano le comitive, quelle formate da un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, che al sabato pomeriggio si riunivano per stare insieme, per andare in giro, per conoscersi».

Come ed in cosa è cambiata la nostra città dagli anni della sua gioventù?

«Parto sempre dal presupposto che con l’età si acquisisca una percezione del mondo che ti circonda completamente diversa. Passando dalla gioventù alla maturità cambia il modo di rapportarsi al posto in cui vivi. Nel tempo acquisisci il concetto del pericolo. Se ripenso alla mia gioventù, ricordo che se a mezzanotte un amico ti diceva andiamo a Roma a prenderci una birra lo si faceva senza pensare se ne valesse la pena, per stare con gli amici si restava nel traffico anche per diverse ore».

E Santa Lucia come è cambiata?

«Santa Lucia, che a me piace molto, a partire dalla sua posizione invidiabile non è mai diventato un quartiere commerciale. Nonostante questo è cambiato molto, resta un punto di riferimento perché si trova al centro della città. Volendo, puoi andare a piedi ovunque senza dover partire dai quartieri periferici per trascorrere una serata nella nostra splendida Napoli. Penso che tutta la zona andrebbe valorizzata molto di più. Il progetto di pedonalizzazione che avrebbe dovuto coinvolgerla del tutto si è fermato e ritengo sia stata un’occasione persa».

Perché decise di andare in Brasile? Che tipo di scelta poteva essere raggiungere un paese tanto lontano e tanto diverso?

«Lo feci per seguire un carissimo amico dell’università che ci si trasferì perché aveva uno zio che viveva in quel paese. Ero attirato dal fatto di andare a vivere in un posto straniero tanto lontano, poi ci andai prima con un mio zio e ne rimasi folgorato e la mia decisione si rafforzò. Mio padre fu d’accordo ma mi lasciò la possibilità di ritornare se mi fossi ricreduto. Quando mi sono trasferito, le cose in Brasile cambiarono e mi resi conto dopo un po’ che sarebbe stato meglio tornare nonostante ad appena 22 anni vivessi ad Ipanema con la massima libertà. Fu dura tornare indietro».

A proposito del Brasile, che squadra seguiva?

«La Fluminense che aveva la maglia con i colori della nostra bandiera e che aveva un’accesa rivalità con il Flamengo, squadra più titolata e forte ma che non raccoglieva molte simpatie».

Aveva solo cinque anni il 7 marzo del 1963 quando Amintore Fanfani inaugurava il Centro di Produzione Rai in via Marconi a Fuorigrotta. Conosceva questo edificio così all’avanguardia a partire dalla sua architettura per quei tempi?

«No. Non conoscevo la struttura. Vivevo dall’altra parte della città. Certo attorno al Centro di Produzione della Rai nacque in quegli anni un polo, una zona intera e nuova del quartiere Fuorigrotta. Era un’epoca dove si parlava di meno e forse si faceva di più».

Dopo pochi mesi nel suo nuovo incarico ha parlato di un possibile e forse necessario refreshing della struttura. Si riferiva alla struttura portante o a quella che vi lavora?

«La struttura portante ne ha bisogno. Ha una sua bellezza inalterata negli anni che va conservata ed è un impegno non facile da mantenere. C’è d’altronde grande rispetto per questa meraviglia per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare, perché chi l’ha progettata ha avuto una grande lungimiranza. C’è una coerenza funzionale nella sua struttura e quindi è giusto pensare di tenerla sempre al meglio. D’altra parte è giusto ricordare che si tratta dell’unico Centro di Produzione Rai che abbia al suo interno un Auditorium».

Si può dire che lei sia uno che ce l’ha fatta. Che suggerimento darebbe ad un giovane che oggi pensa di trovare il suo posto nel mondo del lavoro?

«Non è facile. Gli direi probabilmente di non spaventarsi ed accettare qualunque sfida la vita ti proponga e soprattutto di insistere se un tentativo dovesse andare male».

Veniamo a NapoliCittàLibro. Qual è stato il primo pensiero che da socio fondatore le è passato per la testa quando ha saputo che il salone si sarebbe tenuto?

«C’era il desiderio e la voglia di ricominciare, anche se la situazione complicata nella quale ci si è trovati imponeva altre priorità. E devo ammettere che tutto sembrava remare contro al punto che abbiamo anche pensato di mollare, ma in virtù di quanto dicevo prima abbiamo resistito, abbiamo guardato avanti grazie anche alla verve da trascinatore di Diego Guida, ci siamo fatti coraggio a vicenda pensando che ce l’avremmo fatta. Ritengo che la cultura sia un vero motore per la società ed è anche un’occasione di grande arricchimento personale e quindi l’impegno a ripartire era dovuto».

Come seguirà NapoliCittàLibro la Rai?

«Rai Cultura seguirà certamente l’evento, visto che tra l’altro con il nostro Centro di Produzione c’è una proficua collaborazione. Per quanto riguarda l’impegno più specifico, quello quotidiano e di approfondimento, gli organizzatori del Salone sono in contatto per riuscire ad ottenere la migliore copertura possibile, tenuto conto che la questione pandemica non è ancora risolta. C’è comunque attorno al Salone un grande interesse anche perché sarà la prima manifestazione di questo genere che riaprirà i battenti».

Lei è anche presidente della Sezione Industria Culturale e Creativa dell’Unione Industriali di Napoli. Qual è l’impegno che bisogna profondere per rilanciare un comparto tanto vitale per la nostra città?

«Sento sempre parlare che sarebbe necessario fare rete, stare insieme e condividere gli obiettivi, poi alla fine, e non so se al Meridione la cosa è più accentuata, ognuno va per la sua strada. Non so quale sia il motivo principale che porta a questo stato di cose ma oggettivamente il problema dello stare insieme e della condivisione esiste. A parole sembriamo imbattibili ma nella realtà i problemi sono davvero tanti. Ritengo che questo stato di cose non aiuti nessuno e che certi gap che abbiamo con altre zone del Paese possano essere annullati solo con un maggiore e convinto sforzo collettivo».

Quanto mancherà la presenza di Luis Sepùlveda, anche se la manifestazione resta dedicata a lui, portato via proprio dal Covid?

«Mancherà tantissimo. La notizia ci ha colto impreparati anche dal punto di vista emotivo. Ci resterà la sua umanità, la sua sensibilità oltre che la profondità del grande scrittore-poeta. Certo sarebbe stato bello averlo qui tra di noi dal vivo, ascoltare la sua voce. Sarebbe stata un’occasione di arricchimento del patrimonio personale per ognuno di noi, ma purtroppo non sarà così».

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

L’INTERVISTA

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

Dialogo con Ruggero Cappuccio, direttore del Campania Teatro Festival, che parla della poca considerazione del mondo della cultura nel nostro Paese

di Giovanni Gaudiano

Il Campania Teatro Festival 2021 è inziato. Dopo l’anteprima di marzo con il maestro Muti e l’Orchestra Cherubini al Mercadante da sabato 12 giugno il sipario si è alzato su questa manifestazione che nelle dieci sezioni previste, nelle 25 location impegnate, arriverà a proporre 159 eventi in un mese con 70 debutti assoluti di cui tre nazionali. Un concentrato di spettacoli di grande qualità dove ognuno ha potuto e sta continuando a scegliere quello che preferisce.
Ne parliamo con il direttore, di quello che da quest’edizione è diventato il Campania Teatro Festival, Ruggero Cappuccio con il quale oltre a parlare della manifestazione la chiacchierata è scivolata sulla situazione generale che tocca il mondo dello spettacolo. Ed abbiamo accolto, condividendola, la questione culturale che lo stesso Cappuccio con le sue parole ha posto al centro della vita di tutti i giorni, trattandola come un nodo fondamentale per il futuro del nostro Paese.
L’attore, regista e scrittore ha voluto sottolineare come spesso venga sottovalutato il valore della cultura e come la genesi di un tale atteggiamento sia da ricercare partendo sin dalla base. Non c’è dubbio che in Europa il paese che potrebbe trarre maggior giovamento da una vera politica culturale è proprio il nostro ma il problema nasce proprio dalla scarsa generale preparazione, dalla poca sensibilità e conoscenza di tale valore presente nella classe dirigente, formatasi con il miraggio del raggiungimento di una posizione sociale di vantaggio tout court non accompagnata dalla necessaria lucida visione del futuro che proprio il nostro grande passato consentirebbe.

La prima domanda che abbiamo rivolto a Ruggero Cappuccio riguarda la ricaduta sui lavoratori dello spettacolo della pandemia e la possibilità che quest’edizione del festival possa diventare una sorta di spartiacque per una riapertura che a questo punto appare possibile…

«Si è riaperta una speranza. Il Covid ha evidenziato i problemi, le criticità su molti fronti ed in particolare nel settore dei lavoratori dello spettacolo. Viviamo in un paese nel quale occorrerebbe oggettivamente una legge tendente a sanare le posizioni approssimative che gravano sulla testa dei lavoratori dello spettacolo. Questo stato di cose è alimentato dalla considerazione che l’artista sia tendenzialmente un intrattenitore o un perditempo. In altre nazioni dove l’investimento sulla cultura è molto forte e penso alla Francia, all’Austria, alla Germania le cose funzionano in un modo molto diverso. Naturalmente non è solo un problema di leggi».

Da dove nasce questo stato di cose?

«Una qualunque legge discende dalla condizione culturale del paese che la emana. Se analizziamo la nostra situazione scopriamo come in Germania ad esempio un tedesco legga in media 70 libri in un anno contro i 7 di un italiano. Questo dato nel tempo influisce sulla formazione delle classi dirigenti che al di là delle Alpi risentono positivamente non soltanto della cultura tecnica universitaria nel campo economico-finanziario necessaria per guidare un paese. A quella preparazione specifica s’accompagna il senso del valore riconosciuto a tutto il patrimonio culturale che è stato possibile comprendere proprio in virtù di una maggiore cultura di base».

A questo punto quindi non è solo una questione di volontà?

«Noi siamo a secco di condizione culturale perché quando intercettiamo i nostri politici in televisione, sui giornali, almeno di rarissime eccezioni, noi non sentiamo nessuna condizione culturale in queste persone. Non citano mai un libro che hanno letto, non citano mai un filosofo o un musicista. Non citano niente. Sono dei pallidi amministratori di condominio che si limitano a fare i conti. A pensarci l’Italia sembra una gigantesca asta dove ci sono gli offerenti e i sofferenti. Il ministro Franceschini volenterosamente sta cercando di risolvere questi problemi, questo gli va riconosciuto, ma quello dei lavoratori dello spettacolo non è di questo o quel ministro perché riguarda l’intero governo. All’estero ci vedono come il paese di Venezia, Firenze, Roma, Napoli, di Leonardo, di Michelangelo, mica come il paese dell’industria siderurgica. A dispetto però di quest’enorme patrimonio noi dimostriamo di non essere in grado di curarlo e di proteggerlo. Siamo afflitti da una sindrome autodistruttiva».

Si tratta di un’analisi degna di approfondimento e lo faremo. Passiamo al programma di quest’edizione del festival, la quinta che la vede direttore. Quanto è stato difficile organizzarla?

«Vorrei ricordare innanzitutto che il Campania Teatro Festival mette in campo 1500 lavoratori, all’interno della manifestazione c’è il progetto “Il sogno reale” dedicato al pensiero culturale dei Borbone di Napoli e tutto questo determina crescita culturale e semplicemente lavoro. Certo è stato difficilissimo perché, come un po’ in tutti i settori, le cose semplici sono state gravate da immense e macchinose complicazioni. All’impegno però si è aggiunto un grandissimo entusiasmo da parte di tutti a partire dagli artisti per il desiderio di ritornare ad agire».

Perché si è pensato di trasformare il nome da Napoli Teatro Festival a Campania Teatro Festival?

«Da quando ho assunto la direzione il Festival ha lavorato molto su Napoli ma anche nel resto della Campania, in piccoli e medi villaggi. Penso a Pietrelcina, a Montesarchio, ad Amalfi, a Solofra, a Santa Maria Capua Vetere ed ovviamente anche alle città come Salerno e Caserta. L’idea è sempre stata quella di lavorare molto nei piccoli centri e questa tendenza la svilupperemo ancora di più l’anno prossimo. Il tema è creare un’interrelazione tra i piccoli borghi e la grande capitale Napoli. Questo perché nei piccoli borghi solo la cultura può contrastare il fenomeno sanguinoso che si sta verificando negli ultimi tempi con lo spopolamento. A questo aggiungerei anche che il Festival è proposto dalla Fondazione Campania dei Festival che sin dall’inizio ha manifestato la volontà di accendere più fuochi in Campania che fossero altrettanti festival. Cambiare la denominazione al festival è anche una sfida: quella di mettere al centro l’intera regione per portarla all’attenzione di tutti».

Vorrei soffermarmi sulla quarta edizione del Pompeii Theatrum Mundi. Tre rappresentazioni al debutto. Ad aprire sarà il suo “Resurrexit Cassandra” con Sonia Bergamasco per la regia di Jan Fabre che sarà di scena fino ad oggi. Una tragedia moderna con protagonista un personaggio della mitologia greca che affonda le sue radici nell’autolesionismo a cui la razza umana sembra non poter rinunziare. Può essere questa la chiave di lettura di questa rappresentazione?

«Cassandra è un personaggio che si è reincarnato molte volte nell’arco della storia. Ha conosciuto tutte le declinazioni del personaggio femminile, dall’aristocratica alla prostituta, da una deportata in un campo di concentramento ad una donna violata. In ogni momento è stata anche una donna inascoltata e torna a fare quest’ultima arringa all’umanità sperando che venga accolta per salvare le sorti della razza umana e del pianeta, dispensandola così dalla necessità di doversi reincarnare ancora. Per milioni di anni il pianeta ha fatto a meno degli esseri umani e potrebbe ritornare in quella condizione se non s’interverrà. Tornando sul discorso dei politici, che si aggancia a “Resurrexit Cassandra”, aggiungo che posso capire l’ignoranza, la mancanza di cultura ma non l’insensibilità. Ho conosciuto persone incolte ma dalla grande sensibilità e quindi ritengo che la mancanza di questo sentimento sia imperdonabile».

Concludiamo parlando di Ruggero Cappuccio in libreria. Perché ha pensato di presentare una nuova versione de “La notte dei due silenzi” che fu finalista allo Strega nel 2008? A cos’altro sta lavorando?

«Ci sono dei libri che sono popolati da personaggi che non muoiono con la pubblicazione ma che continuano a lavorare nelle mente dello scrittore e che reclamano ancora un diritto di parola. È successo questo: che i fantasmi che partecipano alla stesura di un libro non hanno mai smesso di abitare casa mia e hanno reclamato perché avevano ancora qualcosa da dire. Poi Feltrinelli ci teneva a raccogliere tutti i miei romanzi presso di sé e “La notte dei due silenzi” era l’unico fuori dalla piattaforma. C’è poi un nuovo romanzo edito sempre da Feltrinelli che sarà in libreria a settembre. Inoltre con Claudio Di Palma abbiamo girato un film prodotto dallo Stabile di Napoli in un castello del Cilento che doveva essere uno spettacolo teatrale, “Il sorriso di San Giovanni”, che sarà pronto verso ottobre e che verrà anche proposto a Rai Cultura».

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021

Procida capitale: “La cultura non isola”

Procida capitale: “La cultura non isola”

L’EVENTO

Procida: “La cultura non isola”

La sua vittoria ci dice che la Campania ha le risorse ma che deve sempre battere il suo peggior nemico: se stessa

di Ciro Chiaro

La più piccola delle isole dell’arcipelago campano, da sempre lontana dai clamori suscitati dalle presenze dei vip a Capri o dagli eccessi causati dalle orde di vacanzieri ad Ischia, adesso è sotto i riflettori. La nomina di Procida, piccolo gioiello del Mediterraneo, a capitale della cultura italiana per il 2022 ci ha riempiti di gioia ma anche un po’ anche sorpreso.
La concorrenza era forte, tra le candidature spiccavano città importanti (Ancona, Bari, L’Aquila, Taranto, Trapani) siti storici unici al mondo (Cerveteri, Volterra) e luoghi che vantavano paesaggi incantevoli (Pieve di Soligo, Verbania). Come ha precisato il Presidente della Giuria, Stefano Baia Curioni, nel momento della comunicazione al ministro Franceschini, «è la prima volta che il premio va ad un borgo e non a un capoluogo di provincia». Procida conta poche migliaia di abitanti, è tranquilla e riservata, ma ha presentato il progetto più convincente e riceverà dal Ministero dei Beni Culturali un milione di euro per la sua realizzazione. Precisando che la nomina di capitale italiana della cultura è un riconoscimento alla capacità di un progetto a prescindere dalle bellezze del posto o dalla sua storia, inoltre ha aggiunto: «Ci è stato chiaro che il nostro lavoro non sarebbe stato facile. Siamo stati sfidati dalla qualità delle proposte, alcune concepite dai migliori progettisti di politiche culturali non solo d’Italia, anche d’Europa. Ogni città ha portato nel suo progetto le proprie gemme e i propri demoni. E la buona notizia è che l’idea di uno sviluppo sociale ed economico a base culturale sta diventando un approccio comune e una pratica progettuale concreta. La cultura è pensata come pane quotidiano, finalmente».

Nell’ambito del progetto Procida: la cultura non isola per il prossimo anno sono in programma 44 progetti culturali, 330 giorni di programmazione, 240 artisti, 40 opere originali, 8 spazi culturali rigenerati.
Un progetto ambizioso dunque che ci spinge a fare immediatamente alcune considerazioni. La prima riguarda proprio il titolo del progetto. Procida è isola ma quando si fa cultura non si è mai isolati. I legami con il resto del mondo diventano solidi e continuativi. Questo concetto vale ancora di più oggi che viviamo l’isolamento forzato a causa della pandemia in atto e ci stiamo accorgendo di quanto siano importanti per noi le relazioni. L’idea inoltre che uno sviluppo economico basato sulla cultura si stia affermando sempre di più, con una concezione della cultura come pane quotidiano, come necessità esistenziale non può che fare bene alla nostra società e al degrado imperante.
Tutto ciò ci inorgoglisce, l’emergere della nostra cultura identitaria con questi riconoscimenti ci fa apprezzare ancora di più quello che siamo. Ma è altrettanto vero quanto detto su altre testate e che ci deve far riflettere. La vittoria di Procida nella competizione ancora una volta ci dice che la Campania ha le risorse per trionfare ma deve sempre battere il suo peggior nemico: se stessa.
Approfitto di questa occasione per ricordare una grande artista, figlia di quest’isola: Concetta Barra. Ero un ragazzino preso dai Led Zeppelin e Deep Purple ma il primo disco di Concetta, Nascette mmiez’ ‘o mare, sapeva di miracolo. Grazie a lei e a suo figlio Peppe Barra per quanto ci hanno dato.

pubblicato su Napoli n. 32 del 30 gennaio 2021