Il fenomeno Maurizio de Giovanni

Il fenomeno Maurizio de Giovanni

IL CANTO DELLA SIRENA

Il fenomeno Maurizio de Giovanni

Lo scrittore è stato insignito della Laurea honoris causa in Filologia moderna per il suo lavoro letterario sfociato in tre serie di successo

di Giovanni Gaudiano

La nuova stagione televisiva della rete ammiraglia Rai si è aperta con il ritorno nelle case degli italiani, che l’attendevano, della terza serie de I bastardi di Pizzofalcone, tratta dai libri di Maurizio de Giovanni.
La precedente serie si era chiusa con uno scoppio nei pressi del ristorante dove la squadra capeggiata dal commissario Palma, Massimiliano Gallo, e dall’ispettore Lojacono, Alessandro Gassmann, stava festeggiando i successi della propria attività e la conferma del commissariato tenuto in piedi, dopo uno scandalo, da personale diciamo indesiderato in altri commissariati.
L’onere di rompere il ghiaccio nei palinsesti autunnali ha certificato il successo di un lavoro nato dalla penna dello scrittore, che lo scorso anno ha presentato l’undicesimo capitolo delle storie legate a questo gruppo di interessanti poliziotti e che di sicuro sta lavorando ad un prossimo capitolo che probabilmente arriverà in libreria entro la fine dell’anno o al massimo nella prossima primavera.

Lo scrittore però ha raccolto in questa fase della sua vita una serie di riconoscimenti e successi che confermano una sua posizione di prestigio nel mondo culturale della città e non solo.
Il 13 settembre il rettore dell’Università Federico II Matteo Lorito gli ha conferito la Laurea honoris causa in Filologia moderna al termine di una cerimonia definibile appassionata e sentita da tutti i presenti.
Lo scrittore visibilmente emozionato ha tenuto la sua lectio magistralis durante la quale è riuscito come sempre a mettere al centro la nostra città con i suoi pregi e con quei difetti che nessuno riuscirà mai a capire se vanno considerati una croce o forse una strana forma di delizia.
Ma veniamo ai riconoscimenti per i suoi lavori.
Il Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani, che ogni anno assegna i Nastri d’Argento, quest’anno ha scelto Napoli per premiare per la prima volta anche le Grandi Serie Internazionali, che negli ultimi anni hanno sempre più conquistato il favore degli spettatori grazie anche ad un lavoro basato sulla qualità.
In questa prima edizione, tenutasi al Teatrino di Corte di Palazzo Reale i lavori di Maurizio de Giovanni che sono stati trasformati in serie televisive hanno ricevuto importanti riconoscimenti. Nella sezione serie dell’anno si è imposto Il commissario Ricciardi. Lo stesso de Giovanni è stato premiato con un Nastro Speciale per la sua intera produzione letteraria diventata televisiva (I bastardi, Mina Settembre e il già citato Ricciardi). Altri riconoscimenti sono andati ai popolarissimi protagonisti de I bastardi: Tosca D’Aquino e Massimiliano Gallo.
Ma non basta. Giovedì la serie Il commissario Ricciardi avrebbe potuto aggiudicarsi anche il Globo d’Oro essendo stata inserita tra le tre serie televisive che si sono contese il prestigioso premio (le altre due sono: Speravo de morì prima, che si è aggiudicata il premio, e Suburra) mentre l’11 settembre ha già ricevuto il Premio Biagio Agnes, giunto alla XIII edizione, per la miglior fiction, riconoscimento condiviso con menzione all’attore Lino Guanciale.
Un’estate di successi dunque per lo scrittore e per la sua Napoli, attiva e all’avanguardia nel settore come non mai.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Spalletti: ancora un toscano per ADL

PROFILI

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Col Napoli parte una nuova avventura per il tecnico di Certaldo, appassionato di buon vino e di un calcio offensivo e verticale

di Lorenzo Gaudiano

«Il calcio è il cuore del mondo, batte allo stesso modo ovunque e chi lo ama non gioca mai in trasferta ma sempre in casa». Non si tratta di un pensiero di un filosofo dell’antichità, nemmeno di una citazione letteraria famosa. Potrebbe sembrarlo, vista la sua esattezza, il suo profondo significato, l’emozione che suscita. Poco più di una ventina di parole da cui, guardandole e riascoltandole di continuo, si finisce per cogliere una molteplicità di valori celati, ricavare persino l’essenza genuina di uno sport che col passare degli anni pare si stia smarrendo sempre di più per inseguire principi diversi. Più lontani dalla competitività, più vicini agli interessi economici.
In realtà sono semplicemente le parole di un uomo per il quale il calcio ha sempre rappresentato una componente fondamentale della sua vita, un ambito in cui ha saputo dimostrare sin da subito le proprie competenze in materia, una passione che a distanza di anni continua a rimanere viva nonostante le numerose esperienze, i successi e le soddisfazioni ottenute dal conseguimento dei vari obiettivi prefissati. È di Luciano Spalletti che si parla, il prossimo allenatore del Napoli, colui che il presidente De Laurentiis ha scelto per intraprendere un nuovo cammino con tappa principale nella prima stagione con un piazzamento in zona Champions. Per altre tappe naturalmente si vedrà strada facendo.

Mi manda Boccaccio

La storia di Luciano parte dalla Toscana, per essere più precisi da Certaldo, la città di Giovanni Boccaccio, l’autore del famoso Decamerone. Dalle parole riportate in precedenza si vede che è probabilmente la città stessa ad ispirare una simile profondità di pensiero ed espressione. Un luogo davvero incantevole se si considerano gli splendidi e suggestivi vigneti, uliveti e la bellezza di una natura che con forza mostra il suo ammaliante ed incontrastabile predominio. Un immenso patrimonio a cui sessantadue anni fa si è aggiunta un’altra eccellenza che a distanza di qualche tempo avrebbe fatto parlare di sé in Italia e nel mondo, contribuendo al prestigio di un posto già noto grazie alle pagine della letteratura italiana.

Dagli scarpini ai taccuini

Spalletti con le scarpette ai piedi era un centrocampista. In carriera non è andato oltre la C1, ma in campo già si percepiva che il suo futuro sarebbe stato in panchina per le sue capacità di motivazione e la sua disciplina tattica. Gli mancava il talento, quella dote che invece dimostra di avere a bordo campo con il saper leggere bene le partite, prevedere le mosse degli allenatori avversari, motivare al meglio i propri calciatori verso la conquista della vittoria finale. Giovanili della Fiorentina, poi Entella, Spezia ed Empoli dove a 34 anni decide di slacciare definitivamente gli scarpini. Per lui però non è finita col mondo del calcio, c’è ancora qualcosa che il giovane di Certaldo può dare alla sua più grande passione e che naturalmente troverà tra i taccuini, le lavagne e i pennarelli per disegnare gli schemi tattici.

Empoli fine ed inizio

Empoli non è solo la fine di una vita, ma l’inizio di una nuova. Luciano parte dalle giovanili, una palestra ma anche una grande responsabilità considerando la grande attenzione che il club toscano ha per il settore giovanile. La prima squadra è in difficoltà in C1, la retrocessione è davvero ad un passo ma a sei giornate dalla fine Spalletti viene promosso per provare a dare una scossa. La salvezza arriva miracolosamente grazie ai play-out, meglio di così non si poteva davvero fare. La stagione successiva torna nuovamente con le giovanili prima di approdare in prima squadra con cui vince la Coppa Italia di C e centra la promozione in B. Poi subito il salto in massima serie e la conquista della salvezza a certificare il suo valore aggiunto in panchina, la sua conoscenza del calcio, la sua capacità di portare sempre a casa l’obiettivo.

Mettersi in discussione

L’ascesa però è piena di ostacoli. Negli anni successivi Luciano comincia ad incontrare diverse difficoltà. Brevi esperienze con Sampdoria e Venezia che pesano sul suo percorso di crescita e che di fatto costituiscono una pesante battuta d’arresto dopo i risultati positivi del passato. Poi arriva l’Udinese con cui la conquista della salvezza non basta per ottenere la riconferma. Non gira più bene a quanto pare, il suo successo sembra ormai sulla via del tramonto. L’unico modo per provare ad uscirne è rimettersi in discussione. Arriva la proposta dell’Ancona in B e Spalletti accetta senza se e senza ma. È salvezza a fine stagione. Luciano ritorna sereno e speranzoso, anche perché il meglio deve ancora venire.

Dalla Champions alla Champions

Di nuovo l’Udinese, per riprendere da dove aveva interrotto. Due anni consecutivi centra un piazzamento in Coppa Uefa, al terzo arriva la qualificazione alla Champions e la Panchina d’Oro. La stella di Luciano finalmente comincia a brillare e ad accorgersene è la Roma, con cui in quattro anni arrivano i primi trofei tra Coppa Italia e Supercoppa. Dopo cinque anni in Russia allo Zenit, dove arrivano due Scudetti, una Coppa nazionale e una Supercoppa, Spalletti torna ancora alla guida dei giallorossi, con cui centra un terzo ed un secondo posto dopo record di punti e una lite infinita con capitan Totti, stigmate negativa sul curriculum più umano che professionale dello stesso Luciano. È all’Inter che il suo cammino momentaneamente si è concluso, con due piazzamenti Champions che mancavano da tanti anni e uno stop sabbatico che conoscerà la parola fine a partire dal primo luglio.

Un uomo schietto per Napoli

Guardando le conferenze stampa passate, le sue dichiarazioni e le opinioni dei calciatori da lui allenati si comprende come Spalletti sia un personaggio con un carattere particolare. Sempre schietto, sincero in positivo ed in negativo, Luciano legge tutto, ricorda tutto, contesta quando c’è da contestare, ammette quando c’è da ammettere qualche errore. Le sue reazioni suscitano sempre meraviglia, a volte fanno anche ridere, possono persino non piacere perché sono autentiche, genuine. Il Napoli oggi in panchina ha bisogno di un uomo simile dopo mesi di silenzio e una gestione comunicativa non all’altezza di un club che ambisce a posizioni importanti in classifica ed in Europa. E l’augurio è che la squadra azzurra possa ritornare ad essere bella da vedere come “La Rimessa”, l’affascinante tenuta a Montaione dove in questo periodo lontano dal calcio Spalletti si è rifugiato. In campagna, con il suo ottimo vino, le magliette dei calciatori più stimati e quel calcio offensivo e verticale di cui il Napoli avrebbe davvero bisogno.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Quei minuti di silenzio allo Stadium

Quei minuti di silenzio allo Stadium

/ L’EDITORIALE

Quei minuti di silenzio allo Stadium

Il Napoli va sotto per i suoi errori. Ancelotti modifica la squadra che recupera il risultato, poi una sfortunata autorete vanifica tutto

di Giovanni Gaudiano

Parole, tante parole. Immagini, tante immagini. Giudizi sommari, i soliti.

Carlo Ancelotti, nonostante la sua visibile contrarietà per quanto si era visto durante la partita, ha forse detto l’unica cosa giusta sulla quale riflettere attentamente. “Non sarei stato contento anche se la partita fosse terminata sul 3 a 3”. Il tecnico è rimasto deluso dalla prestazione della sua squadra, che ha concesso alla Juve di portarsi in largo vantaggio senza sfruttare le possibilità che il campo stava palesando. Si tenga presente che gli elogi sulla grande prima ora dei bianconeri da parte di tutti gli addetti ai lavori sono come sempre esagerati e fuori luogo. La Juventus ha potuto sfruttare gli ampi spazi concessi dal Napoli ancora incapace di tenere la squadra corta per una serie di fattori che saranno oggetto di altro intervento. Gli stessi spazi che il Napoli, pur avendo a disposizione, non ha saputo cogliere per avvantaggiarsene. Ancelotti è stato chiaro, chiarissimo.

La squadra ed alcuni interpreti devono crescere. Uomini su cui si fonda il progetto sono apparsi fuori forma e per la prima volta abbiamo potuto assistere a dei cambi che avevano sovvertito l’esito della gara perché va detto che sin dal primo minuto del secondo tempo il Napoli è apparso un’altra squadra, dove soprattutto la fase offensiva mostrava ben altra consistenza rispetto ai primi 45’.

C’è da lavorare tanto. C’è da sistemare la fase difensiva che, va detto, risente di un carente filtro del centrocampo, zona dove qualcuno è fuori condizione. Sette reti in due partite sono un’enormità per una squadra che intende competere al vertice. A questo proposito, una riflessione che lascia tanta amarezza è quella di pensare di avere segnato tre reti allo Stadium senza che questo abbia significato punti. Ora Ancelotti potrà lavorare sin da martedì su quelli che resteranno in sede, pochi. Ci saranno Koulibaly, Milik e Llorente che potrebbero mettersi in linea con quelli in migliore condizione. La ripresa del campionato e l’avvio della Champions dovranno vedere in campo da subito una squadra più equilibrata, capace di ridurre gli spazi agli avversari e più rapida come in alcuni momenti del secondo tempo di Torino.

Il finale è dedicato all’inqualificabile pubblico di Torino. Chi avrà la compiacenza di leggere sappia, se non lo sa già, che tra quei presenti vi sono moltissimi figli di meridionali. È bastato mettere a segno il primo gol, quello di Manolas, per asciugare la gola a chi cantava motivi non propri e sul pareggio qualcuno avrà pensato addirittura di gettarsi dagli spalti.

Torino è una bellissima città dove oggi si produce poco. Ha qualche monumento per la presenza dei Savoia. Detiene ancora un potere economico dovuto soprattutto al passato ma dal punto di vista dell’educazione e della civiltà da anni sta facendo dei passi all’indietro evidenti. Se proprio dobbiamo trovare un sorriso, ringraziamo il Napoli per aver zittito quei cori e per aver dato ancora una volta una lezione di stile, vedasi le interviste del tecnico e dei giocatori azzurri. A proposito ma lo stile Juventus, di cui tanto parlava l’avvocato Agnelli, esiste ancora?

pubblicato su Napoli il 01 settembre 2019

Carlo Ancelotti e la rosa del suo Napoli

Carlo Ancelotti e la rosa del suo Napoli

/ L’EDITORIALE

Ancelotti e la rosa del suo Napoli

La costruzione della nuova squadra è partita, toccherà anche alla società mettergli a disposizione un organico funzionale per lottare su tutti i fronti

di Giovanni Gaudiano

La stagione volge al termine. Quattro giornate ancora e poi per tutti i giocatori inizieranno le vacanze. Il calcio italiano cancellato dalle competizioni europee ai quarti dovrà riflettere su questa debolezza, sull’incapacità di avere un ruolo credibile in coppa. Per il Napoli è stata comunque una stagione da valutare in senso positivo. Lo pensa anche Ancelotti, che ha avuto modo di saggiare il valore dell’intera rosa a sua disposizione e questo gli tornerà utile nella costruzione della sua prima vera squadra qui a Napoli. Ora tocca alla società, al presidente De Laurentiis, a Cristiano Giuntoli mettergli a disposizione la miglior rosa possibile, la più funzionale per lottare su tutti i fronti sin dal prossimo agosto.

Non sarà semplice ma potrà essere possibile. Potrebbe costare qualche sacrificio ma non sarà necessaria una vera e propria rifondazione. Si dovrà lavorare di fino sul mercato con intelligenza, andando a cogliere le opportunità che faranno al caso del Napoli e poi si dovrà pensare, se possibile, a dotare la squadra di una mente pensante, di un giocatore capace con la propria personalità di dare finalmente un volto definito al gioco, di dettare bene i tempi in mezzo al campo sia in costruzione che in ripiegamento e che soprattutto faccia crescere la personalità, la determinazione e la capacità di saper gestire le partite, quelle vinte prima di giocare e quelle da conquistare sul campo, come ogni squadra che possa dirsi tale deve tentare di fare.

L’uscita del Napoli dalla Champions prima e dall’Europa League dopo e quella di tutte le altre squadre italiane a partire da chi ha fatto importanti investimenti dimostra che il calcio italiano è molto indietro. In giugno l’europeo Under 21 ci dirà se la nazionale ha un serbatoio dal quale potrà attingere per il futuro. Manca, per il momento, al movimento la caratteristica più importante per imporsi in campo internazionale: un gioco moderno e credibile. Non quello che il Napoli ha messo in mostra negli scorsi anni, tanto acclamato da quelli che cercano di vendere fumo e che ha dimostrato da solo di non essere capace di imporsi a nessun livello. Parlo, invece, del vero gioco del calcio, magari quello all’italiana rivisitato, quello capace di coniugare qualità tecniche a quelle tattiche, dove anche l’azione di contropiede e la sana capacità difensiva riacquistano il loro vero valore.

Una volta si diceva che per costruire una grande squadra fosse necessaria la dorsale centrale di qualità: un portiere di garanzia, un difensore centrale (all’epoca il libero) di grande qualità, un centrocampista dai piedi buoni dotato di una importante visione di gioco ed un attaccante in grado di assicurare un buon bottino di reti. Se questo discorso è ancora valido, e ritengo lo sia, il Napoli almeno due giocatori che hanno le caratteristiche richieste li ha già in rosa: Meret e Koulibaly. La buona stagione di Milik potrebbe far pensare che forse anche il terzo vertice, quello in attacco, è coperto. Manca la pedina giusta a centrocampo. Se la società riuscirà a trovarla, si può star certi che Ancelotti saprà gestirla al meglio. L’appuntamento è a Dimaro.

L’augurio è quello di vedere sulle Dolomiti, in Val di Sole, la squadra già al completo e pronta a prepararsi per una stagione che bisognerà far diventare ricordevole.

pubblicato su Napoli n.9 del 30 aprile 2019