L’INTERVISTA

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

Dialogo con Ruggero Cappuccio, direttore del Campania Teatro Festival, che parla della poca considerazione del mondo della cultura nel nostro Paese

di Giovanni Gaudiano

Il Campania Teatro Festival 2021 è inziato. Dopo l’anteprima di marzo con il maestro Muti e l’Orchestra Cherubini al Mercadante da sabato 12 giugno il sipario si è alzato su questa manifestazione che nelle dieci sezioni previste, nelle 25 location impegnate, arriverà a proporre 159 eventi in un mese con 70 debutti assoluti di cui tre nazionali. Un concentrato di spettacoli di grande qualità dove ognuno ha potuto e sta continuando a scegliere quello che preferisce.
Ne parliamo con il direttore, di quello che da quest’edizione è diventato il Campania Teatro Festival, Ruggero Cappuccio con il quale oltre a parlare della manifestazione la chiacchierata è scivolata sulla situazione generale che tocca il mondo dello spettacolo. Ed abbiamo accolto, condividendola, la questione culturale che lo stesso Cappuccio con le sue parole ha posto al centro della vita di tutti i giorni, trattandola come un nodo fondamentale per il futuro del nostro Paese.
L’attore, regista e scrittore ha voluto sottolineare come spesso venga sottovalutato il valore della cultura e come la genesi di un tale atteggiamento sia da ricercare partendo sin dalla base. Non c’è dubbio che in Europa il paese che potrebbe trarre maggior giovamento da una vera politica culturale è proprio il nostro ma il problema nasce proprio dalla scarsa generale preparazione, dalla poca sensibilità e conoscenza di tale valore presente nella classe dirigente, formatasi con il miraggio del raggiungimento di una posizione sociale di vantaggio tout court non accompagnata dalla necessaria lucida visione del futuro che proprio il nostro grande passato consentirebbe.

La prima domanda che abbiamo rivolto a Ruggero Cappuccio riguarda la ricaduta sui lavoratori dello spettacolo della pandemia e la possibilità che quest’edizione del festival possa diventare una sorta di spartiacque per una riapertura che a questo punto appare possibile…

«Si è riaperta una speranza. Il Covid ha evidenziato i problemi, le criticità su molti fronti ed in particolare nel settore dei lavoratori dello spettacolo. Viviamo in un paese nel quale occorrerebbe oggettivamente una legge tendente a sanare le posizioni approssimative che gravano sulla testa dei lavoratori dello spettacolo. Questo stato di cose è alimentato dalla considerazione che l’artista sia tendenzialmente un intrattenitore o un perditempo. In altre nazioni dove l’investimento sulla cultura è molto forte e penso alla Francia, all’Austria, alla Germania le cose funzionano in un modo molto diverso. Naturalmente non è solo un problema di leggi».

Da dove nasce questo stato di cose?

«Una qualunque legge discende dalla condizione culturale del paese che la emana. Se analizziamo la nostra situazione scopriamo come in Germania ad esempio un tedesco legga in media 70 libri in un anno contro i 7 di un italiano. Questo dato nel tempo influisce sulla formazione delle classi dirigenti che al di là delle Alpi risentono positivamente non soltanto della cultura tecnica universitaria nel campo economico-finanziario necessaria per guidare un paese. A quella preparazione specifica s’accompagna il senso del valore riconosciuto a tutto il patrimonio culturale che è stato possibile comprendere proprio in virtù di una maggiore cultura di base».

A questo punto quindi non è solo una questione di volontà?

«Noi siamo a secco di condizione culturale perché quando intercettiamo i nostri politici in televisione, sui giornali, almeno di rarissime eccezioni, noi non sentiamo nessuna condizione culturale in queste persone. Non citano mai un libro che hanno letto, non citano mai un filosofo o un musicista. Non citano niente. Sono dei pallidi amministratori di condominio che si limitano a fare i conti. A pensarci l’Italia sembra una gigantesca asta dove ci sono gli offerenti e i sofferenti. Il ministro Franceschini volenterosamente sta cercando di risolvere questi problemi, questo gli va riconosciuto, ma quello dei lavoratori dello spettacolo non è di questo o quel ministro perché riguarda l’intero governo. All’estero ci vedono come il paese di Venezia, Firenze, Roma, Napoli, di Leonardo, di Michelangelo, mica come il paese dell’industria siderurgica. A dispetto però di quest’enorme patrimonio noi dimostriamo di non essere in grado di curarlo e di proteggerlo. Siamo afflitti da una sindrome autodistruttiva».

Si tratta di un’analisi degna di approfondimento e lo faremo. Passiamo al programma di quest’edizione del festival, la quinta che la vede direttore. Quanto è stato difficile organizzarla?

«Vorrei ricordare innanzitutto che il Campania Teatro Festival mette in campo 1500 lavoratori, all’interno della manifestazione c’è il progetto “Il sogno reale” dedicato al pensiero culturale dei Borbone di Napoli e tutto questo determina crescita culturale e semplicemente lavoro. Certo è stato difficilissimo perché, come un po’ in tutti i settori, le cose semplici sono state gravate da immense e macchinose complicazioni. All’impegno però si è aggiunto un grandissimo entusiasmo da parte di tutti a partire dagli artisti per il desiderio di ritornare ad agire».

Perché si è pensato di trasformare il nome da Napoli Teatro Festival a Campania Teatro Festival?

«Da quando ho assunto la direzione il Festival ha lavorato molto su Napoli ma anche nel resto della Campania, in piccoli e medi villaggi. Penso a Pietrelcina, a Montesarchio, ad Amalfi, a Solofra, a Santa Maria Capua Vetere ed ovviamente anche alle città come Salerno e Caserta. L’idea è sempre stata quella di lavorare molto nei piccoli centri e questa tendenza la svilupperemo ancora di più l’anno prossimo. Il tema è creare un’interrelazione tra i piccoli borghi e la grande capitale Napoli. Questo perché nei piccoli borghi solo la cultura può contrastare il fenomeno sanguinoso che si sta verificando negli ultimi tempi con lo spopolamento. A questo aggiungerei anche che il Festival è proposto dalla Fondazione Campania dei Festival che sin dall’inizio ha manifestato la volontà di accendere più fuochi in Campania che fossero altrettanti festival. Cambiare la denominazione al festival è anche una sfida: quella di mettere al centro l’intera regione per portarla all’attenzione di tutti».

Vorrei soffermarmi sulla quarta edizione del Pompeii Theatrum Mundi. Tre rappresentazioni al debutto. Ad aprire sarà il suo “Resurrexit Cassandra” con Sonia Bergamasco per la regia di Jan Fabre che sarà di scena fino ad oggi. Una tragedia moderna con protagonista un personaggio della mitologia greca che affonda le sue radici nell’autolesionismo a cui la razza umana sembra non poter rinunziare. Può essere questa la chiave di lettura di questa rappresentazione?

«Cassandra è un personaggio che si è reincarnato molte volte nell’arco della storia. Ha conosciuto tutte le declinazioni del personaggio femminile, dall’aristocratica alla prostituta, da una deportata in un campo di concentramento ad una donna violata. In ogni momento è stata anche una donna inascoltata e torna a fare quest’ultima arringa all’umanità sperando che venga accolta per salvare le sorti della razza umana e del pianeta, dispensandola così dalla necessità di doversi reincarnare ancora. Per milioni di anni il pianeta ha fatto a meno degli esseri umani e potrebbe ritornare in quella condizione se non s’interverrà. Tornando sul discorso dei politici, che si aggancia a “Resurrexit Cassandra”, aggiungo che posso capire l’ignoranza, la mancanza di cultura ma non l’insensibilità. Ho conosciuto persone incolte ma dalla grande sensibilità e quindi ritengo che la mancanza di questo sentimento sia imperdonabile».

Concludiamo parlando di Ruggero Cappuccio in libreria. Perché ha pensato di presentare una nuova versione de “La notte dei due silenzi” che fu finalista allo Strega nel 2008? A cos’altro sta lavorando?

«Ci sono dei libri che sono popolati da personaggi che non muoiono con la pubblicazione ma che continuano a lavorare nelle mente dello scrittore e che reclamano ancora un diritto di parola. È successo questo: che i fantasmi che partecipano alla stesura di un libro non hanno mai smesso di abitare casa mia e hanno reclamato perché avevano ancora qualcosa da dire. Poi Feltrinelli ci teneva a raccogliere tutti i miei romanzi presso di sé e “La notte dei due silenzi” era l’unico fuori dalla piattaforma. C’è poi un nuovo romanzo edito sempre da Feltrinelli che sarà in libreria a settembre. Inoltre con Claudio Di Palma abbiamo girato un film prodotto dallo Stabile di Napoli in un castello del Cilento che doveva essere uno spettacolo teatrale, “Il sorriso di San Giovanni”, che sarà pronto verso ottobre e che verrà anche proposto a Rai Cultura».

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021