Un trio eccezionale: Sivori, Altafini e Cané

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Canè: “Al Napoli servono certezze”

Cané parla del calcio e della sua evoluzione. Ancelotti una “zingarata” del presidente, solo con Benitez investimenti adeguati

di Giovanni Gaudiano

Da Rio a Napoli per restarci una vita. Dal calcio brasiliano di quell’epoca, fatto di tecnica, di individualità, qualità cresciute tra la sabbia di Copacabana e i campi sterrati dei paesini dell’entroterra al calcio europeo degli anni 60 che già basava la sua forza sulla tattica, sulle qualità atletiche dei singoli e soprattutto sulle disponibilità economiche. Jarbas Faustino Cané ha percorso quella strada perché aveva il sogno da realizzare di giocare in Europa. Di famiglia numerosa dove il padre, appassionato di calcio, con il suo lavoro non faceva mancare nulla, a Napoli ha trovato il suo mondo, senza mai dimenticare il Brasile, ha trovato la donna della sua vita e l’affetto dei napoletani che lo ricordano e ne parlano ancora, come se la domenica scendesse in campo con la maglietta azzurra.
Andando indietro nel tempo, il ricordo del primo gol, messo a segno dall’ala azzurra il 14 ottobre del 1973 contro la Juventus, e della sua testa brizzolata che sguscia nella difesa bianconera e trafigge Zoff è un film che ritorna puntualmente quando al San Paolo arriva la “vecchia signora”, battuta domenica dal Napoli di Gattuso.

Eppure questa storia ha rischiato di non essere scritta perché inspiegabilmente nel 1969 Ferlaino cedette il brasiliano al Bari. Cosa successe Cané?

«Si trattò di una vera e propria fregatura tiratami dal presidente. Alla fine del campionato precedente avevo avuto un colloquio con Ferlaino, l’allenatore Chiappella ed un consulente medico della società perché io avevo un ginocchio in disordine e riuscivo ad allenarmi solo dal giovedì. La società aveva anche acquistato Salvi che in quella stagione aveva giocato meno della metà delle partite ma in un altro ruolo, mentre io giocai 26 su 30 partite segnando 6 reti. Fui confermato e partii per le mie vacanze per il Brasile. Al ritorno in aereo appresi del mio trasferimento. Erano altri tempi, non potevo oppormi e così a malincuore trovai un accordo soddisfacente per andare a giocare in Puglia».

In realtà era successo che Harald Nielsen, il centravanti danese che il Napoli aveva preso dall’Inter l’anno precedente, non voleva andare a Bari e di fatto smise di giocare e la società decise per il trasferimento di Cané. A Bari, però, il brasiliano era atteso da Oronzo Pugliese che lo aveva richiesto espressamente. Che ricordo ha del “mago di Turi”?

«Pugliese era un uomo all’antica che però i suoi risultati li aveva ottenuti. Era un sanguigno ed i suoi rapporti con i giornalisti erano difficili. A Roma, dove aveva fatto buoni risultati, ebbe qualche divergenza con Mario Gismondi, che era il direttore del Corriere dello Sport. Finì per ritrovarselo in Puglia e fu attaccato nonostante a novembre il Bari fosse terzo in classifica. La società poi non si mosse bene sul mercato autunnale prendendo qualche giovane e cedendo Tentorio, Correnti e De Nardi che erano stati tra gli artefici della promozione in serie A e iniziò la discesa che portò all’esonero di Pugliese e alla retrocessione».

A proposito di allenatori, oltre a Chiappella e Pugliese di cui abbiamo già parlato, lei ha giocato per Pesaola, Monzeglio, Parola, Toneatto, Vinicio. Chi è stato il più importante nella sua carriera?

«Certamente Bruno Pesaola. Venivamo entrambi dal Sud America e quando è venuto a giocare in Italia il “petisso” ha avuto delle problematiche molto simili alle mie. Mi ha dato dei consigli importanti, mi ha suggerito di stare tranquillo perché ero molto giovane e quindi sarei riuscito ad ambientarmi, anche se il calcio italiano era molto diverso da quello sudamericano. Il nostro rapporto è durato una vita, indipendentemente dal calcio».

In Brasile il calcio si gioca dappertutto. Quindi è vero che le capitava, come si racconta, di giocare quattro partite in due giorni?

«Avevo tredici/quattordici anni e da ragazzi in periferia quando giocavamo, soprattutto di domenica, l’intera giornata era dedicata alla nostra passione: il futebol, come si dice in portoghese. Ci divertivamo e non ci accorgevamo che dalla mattina si era fatta sera».

Che società trovò a Napoli Cané? Che ruolo recitava il Napoli nel campionato italiano?

«Il Napoli era una società molto anomala a quei tempi. Il tifo e la passione che seguiva la squadra erano coinvolgenti. Si finiva per mettere il massimo dell’impegno per battere le grandi avversarie, il Milan, l’Inter, la Juventus, la Roma. Poi magari si andava a Varese o a Brescia e le si buscava. Non c’era una società forte ed organizzata alle spalle, si tendeva a prendere il giocatore dal nome altisonante che magari aveva pochi stimoli, anche perché era avanti negli anni, e si trascurava il settore giovanile. Io ricordo che, quando sono arrivato a Napoli, Juliano e Montefusco giocavano nelle giovanili e in dieci anni sono stati gli unici due a giocare dopo in prima squadra grazie proprio a Pesaola. Al pubblico poi piaceva vedere all’opera i grandi giocatori, anche se alla fine non si vinceva».

Con Pesaola e Fiore prima e Vinicio e Ferlaino dopo il Napoli con lei in campo sfiorò lo scudetto in due, forse anche tre occasioni…

«Con l’arrivo di Sivori ed Altafini si poteva davvero pensare di vincere. Sivori era un “tardone” quando è venuto a Napoli, invece Altafini era ancora giovane. La storia è nota, i due arrivarono in azzurro perché Agnelli non voleva cedere l’argentino né al Milan né all’Inter e lo stesso fece la dirigenza del Milan che mai avrebbe dato Altafini alla Juve. A Napoli non avrebbero creato problemi perché la squadra era considerata da metà classifica ed invece il potenziale c’era. Avremmo potuto portare a Napoli lo scudetto, diciamo che mancò una società all’altezza del compito».

Avendo giocato in quelle squadre con entrambi gli allenatori, quale esprimeva il gioco che più le piaceva?

«Vinicio portò nel campionato italiano delle novità. Il Napoli giocava un calcio dallo stile brasiliano. Zona totale e la pressão che possiamo considerare l’antenata del pressing. C’erano novità sul piano atletico. Vinicio da giovane era stato allenato dal famoso Paulo Lima Amaral, preparatore atletico del Brasile campione del mondo del 1958 e del 1962, che un anno è stato anche alla Juventus come allenatore. A Napoli la squadra rispose positivamente alla metodologia importata da Vinicio anche grazie ad un giusto equilibrio tra giocatori giovani e d’esperienza. Avevamo un allenatore che era un uomo tutto d’un pezzo e noi lo seguivamo e abbiamo fatto benissimo. Sicuramente si poteva vincere ma la debolezza era rappresentata sempre dalla società».

Veniamo a Napoli – Juventus. Nel 1973 una sua splendida rete aprì la strada alla vittoria che mancava da qualche anno contro i bianconeri. Cosa ricorda di quella partita, di quella giornata?

«I gol per chi gioca in serie A da professionista sono tutti belli, anche quelli che sembrano brutti oppure occasionali restano comunque impressi nella memoria di chi li ha realizzati. L’avversario che hai di fronte è importante ma realizzare una rete nel calcio è una sensazione meravigliosa in ogni caso».

Cané con l’armatore-presidente Achille Lauro
Si fa un gran parlare di esterni che giocano a piede contrario ma intanto è difficile vedere un cross, un traversone fatto bene. Si parla di gioco sulle fasce ma l’ala di una volta che andava sul fondo e metteva la palla a rientrare si vede molto raramente. Cos’è cambiato?

«Gli schemi di gioco sono cambiati totalmente. Adesso c’è il difensore che fa l’attaccante con semplicità e non sa difendere e l’attaccante che sa fare il difensore ma non sa attaccare. È un’evoluzione del calcio moderno che non può essere paragonato a quello di 40/50 anni fa. Oggi vediamo un calcio povero di fuoriclasse. È facile per un giocatore non particolarmente dotato segnare due/tre reti in una partita e magari anche ripetersi. Prima per fare un gol ce ne voleva. Le marcature a uomo erano la regola, i difensori cercavano di picchiare senza essere visti dagli arbitri, che non concedevano facilmente il calcio di rigore. Per assurdo oggi si cerca il portiere bravo con i piedi quando dovrebbe esserlo soprattutto con le mani. È cambiato tanto ma molti dimenticano che il pallone è rimasto rotondo».

Il momento del Napoli è delicato. Cosa ci vorrebbe per uscirne fuori al più presto?

«Delle certezze. De Laurentiis è bravo con i numeri ma di calcio capisce poco. Ha ingaggiato Ancelotti perché doveva mascherare l’errore di aver lasciato andare via Sarri. Io avrei pensato a prendere prima un grandissimo giocatore e poi a scegliere l’allenatore. Nessuno ha capito che Sarri i risultati li aveva ottenuti con dei giocatori normali che hanno appreso le sue idee e sono diventati dei buoni giocatori».

Domenica il Napoli ha battuto la Juventus. Ci sono margini di ripresa?

«La vedo dura. Pensando agli ultimi dieci anni che hanno visto il Napoli sempre in Europa, credo che il presidente dovesse cambiare qualcosa. Ha pensato di portare Ancelotti per mascherare i veri problemi ed è andata male. Al Napoli mancano uomini di calcio nella società e si vede e senza quelle competenze è difficile vincere, basta ricordare cosa ha dovuto costruire a suo tempo Ferlaino attorno a Maradona per vincere lo scudetto. De Laurentiis solo nel primo anno di Benitez ha preso giocatori di qualità che l’allenatore gli aveva chiesto, poi ha fatto un po’ di zingarate. Io pensavo che ci riprovasse con Ancelotti ma non è andata così».

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020