TRACCE D’AZZURRO

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

L’ex capitano partenopeo analizza nello specifico come è cambiato il ruolo del difensore rispetto al passato

di Marco Boscia

«A Napoli i tifosi mi hanno ribattezzato “Pal ‘e fierro”. Perché ero un difensore duro che non tirava mai indietro la gamba. Affrontavo gli avversari senza paura. Loro volavano per aria mentre io rimanevo sempre in piedi. Fermo, dritto. Proprio come un palo di ferro».
Basterebbero queste parole per capire che calciatore sia stato Giuseppe Bruscolotti. Ma sarebbe riduttivo. L’ex difensore è stato un pezzo di storia del Napoli. Sedici stagioni da protagonista. Attore principale della retroguardia azzurra dal 1972 al 1988: dal Napoli di Chiappella, passando per quello di Vinicio, Di Marzio, Rambone, Marchesi fino a quello del primo scudetto di Bianchi. Nel suo personale palmares, oltre allo storico tricolore, due Coppe Italia ed una Coppa di Lega italo-inglese, vinta nel 1976 anche grazie ad un suo gol nella sfida di ritorno contro il Southampton. Con 511 presenze ha detenuto per trent’anni il record assoluto di presenze in maglia azzurra, superato nel 2018 da Hamsik, ma tuttora continua a vantare il primato di presenze in Coppa Italia (96).

E la maglia azzurra Bruscolotti se l’è guadagnata con sudore e fatica dopo gli inizi con quella del Sorrento…

«In realtà il mio percorso calcistico era cominciato anche prima con la Pollese. Quasi ventenne arrivai in Serie C1 al Sorrento. Furono due anni indimenticabili. Al primo centrammo la promozione in B. Al secondo non riuscimmo a salvarci ma fu il trampolino di lancio della mia carriera che mi permise di arrivare a vestire l’azzurro. Prima si maturava nelle serie inferiori fino ad arrivare a giocare in Serie A. Oggi è tutto cambiato e spesso si bruciano le tappe troppo in fretta».

Qual è il suo ricordo più bello in azzurro?

«Sono tutti ricordi stupendi: lo scudetto, le coppe, il tifo, la fascia di capitano indossata per ben 5 stagioni. È chiaro poi che quando raggiungi dei traguardi e cominci a vincere sono cose che rimangono nella storia. Quei traguardi per me sono stati doppiamente gioiosi perché ho giocato con i più grandi campioni al mondo dell’epoca. Non solo Diego, al quale mi legava un profondo rapporto di stima ed amicizia. Per me è stato come un fratello e, dopo essere diventato la bandiera del Napoli, il rappresentante della città, quando gli cedetti la fascia di capitano gli chiesi di vincere. Ha mantenuto la promessa e siamo arrivati sul tetto d’Italia».

Quanto è cambiato il ruolo del difensore rispetto agli anni ’70 e ’80?

«Oggi si pensa molto di più a costruire. Alla partecipazione, alla manovra. Ci si dimentica dell’importanza del marcatore puro che ha il compito di difendere innanzitutto la propria porta. Prima si marcava a uomo, oggi a zona. Ognuno sapeva dove posizionarsi e quale giocatore marcare. Anche sui calci piazzati, non c’erano tutti gli assembramenti di 16/18 giocatori in area di rigore che si vedono oggi. Si lasciavano in avanti quasi sempre gli attaccanti ed il trequartista in modo tale da non farsi trovare impreparati in caso di contropiede avversario».

Oramai invece va di moda la cosiddetta costruzione dal basso…

«Sinceramente stento a capirla. Si rischia troppo. Anche quando una squadra passa in vantaggio si continua a giocare in quel modo. Invece bisognerebbe saper leggere ed amministrare la partita. Ci si dimentica troppe volte che il calcio è uno sport complicato e lo si vuole rendere semplice. È un gioco di squadra e i calciatori non sono birilli. Per me ognuno dovrebbe essere lasciato libero di esprimere le proprie potenzialità senza essere obbligato a determinati compiti. Già questo ridimensiona il valore del singolo».

Potrebbe essere uno dei motivi per i quali oggi in Italia abbiamo pochi difensori di qualità rispetto a prima?

«Certo. Perché non c’è più la preparazione. Non viene curata. I difensori oramai pensano più alla fase offensiva che a quella difensiva e spesso vanno in difficoltà. Per capire il concetto basta vedere proprio i due gol incassati dal Napoli contro Cagliari e Verona che sono risultati determinanti per il mancato raggiungimento della Champions. Due gol identici presi per mancanza di concentrazione e con una difesa mal posizionata».

Eppure il Napoli ha chiuso il campionato con la terza miglior difesa dopo quella di Inter e Juventus assieme al Milan…

Non significa nulla. Qualcosa non ha funzionato. Soprattutto quando gli azzurri si sono trovati in vantaggio. Troppe volte si sono fatti rimontare. Il Napoli negli ultimi anni non è riuscito a porre rimedio ad una mancanza di organizzazione e anche di concentrazione. Si è visto anche contro il Verona. Se vai in vantaggio quell’uno a zero devi difenderlo con le unghie e con i denti, ma il Napoli si è abbassato di 10 metri aumentando i rischi e le possibilità di far giocare la squadra avversaria. Ed è chiaro che se resti rintanato nella tua area di rigore basta un episodio ed il gol prima o poi lo prendi».

Come mai Koulibaly e Manolas insieme non hanno trovato il giusto rendimento in questi due anni?

«Sarò categorico. Se si è forti il rendimento c’è. Se non c’è vuol dire che non si è forti. Sono sicuramente due ottimi difensori ma non si può essere forti solo a parole. Bisogna dimostrarlo sul campo e bisogna farlo sempre».

Come cambierà la difesa azzurra con Spalletti e dove in particolare secondo lei bisognerebbe intervenire?

«Lasciamo fare a chi di dovere il proprio mestiere. Sicuramente società e tecnico metteranno in atto delle strategie specifiche atte a completare al meglio la rosa per il prossimo campionato. Certamente, e non scopro io l’acqua calda, bisognerà intervenire prima di tutto sulle fasce».

È giunta l’ora di dare piena fiducia a Meret?

«Sicuramente sì. Ospina andrà via e Meret è già stato promosso nel finale di campionato. Credo che il posto sarà suo e che saprà sicuramente difenderlo. È stato un investimento importante e bisogna credere in questo ragazzo che è riuscito a guadagnarsi anche un posto in Nazionale agli Europei».

Ed insieme a lui anche Di Lorenzo ed Insigne…

«Lo hanno ampiamente meritato. Mi aspetto un grande Europeo dal capitano partenopeo che a 30 anni ha oramai raggiunto la piena maturità. Mi è dispiaciuto non vedere anche Politano fra i convocati. È una scelta che non ho condiviso, anche perché ha disputato una grande stagione».

C’è un difensore in particolare che si sentirebbe di consigliare al Napoli ad occhi chiusi?

«No. Oggi lo prenderei con tutti e due gli occhi sbarrati, perché bisogna valutare veramente per bene tante cose visto che per il mio modo di pensare al difensore, come detto, è un ruolo che si è praticamente smarrito».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021