L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Nel club madrileno da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente

di Domenico Sepe

Quanti sono i presidenti di una squadra di calcio che possono vantare di aver vinto per cinque volte di seguito la mitica Coppa dei Campioni? Solo uno: Santiago Bernabéu.
Il suo Real Madrid fu incontrastato dominatore della manifestazione dalla prima edizione del 1955-56 sino a quella del 1959-60 (la rivincerà sotto la sua guida anche nel 1965-66), Don Santiago si impegnò personalmente perché l’idea lanciata da Gabriel Hanot dalle colonne de L’Equipe diventasse realtà, convincendo Fifa ed Uefa che il torneo avrebbe avuto successo con o senza di loro.
Bernabéu entrò nel club da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente, aveva studiato diritto ed aveva trovato lavoro al Ministero del Commercio ma la sua attività per il Real Madrid ed il calcio non avrà mai sosta.
In poco tempo la società spagnola fu organizzata nel miglior modo possibile per l’epoca, il presidente aveva uno sguardo lungo, vedeva già a quell’epoca cosa sarebbe diventato il calcio e nonostante la Spagna, quando divenne il numero uno del Real, attraversasse un periodo di grande crisi seppe gestire al meglio le difficoltà al punto da ottenere dal Banco Mercantil e Industrial, di cui era presidente l’amico Rafael Salgado, un importante prestito che gli consentì di edificare lo stadio che dal 1955 gli è stato intitolato.
Bernabéu è stato presidente ininterrottamente dal 1943 sino al 1978, dando sempre al Real la spinta per essere un club guida nel calcio europeo e mondiale. Durante la sua presidenza furono conquistati ben 29 trofei ufficiali (71 quelli vinti in totale) ed a Madrid giocarono calciatori tra i più importanti della storia del calcio mondiale.

Presidente da dove si parte per costruire una società così forte e vincente nel tempo?

«Quando mi hanno nominato presidente pensavo che lo sarei stato solo per un anno, avevo trentaquattro anni, credevo che si trattasse di una transizione, il club veniva da periodo molto buio. Decisi comunque che avrei avviato la mia attività dedicandomi alla riorganizzazione del club che conoscevo bene. Partivo sempre da un’idea fissa, che era quella della popolarità che il football stava acquisendo, e soprattutto dall’attrazione che questo sport scatenava negli appassionati. Dicevo sempre ai miei collaboratori, per cercare di infondergli la mia passione, che il calcio era una tentazione così grande che un paralitico su una sedia a rotelle avrebbe allungato la gamba se una palla gli fosse passata davanti».

Per lei lo stadio di proprietà già in quegli anni significava tanto per la società, quale fu l’idea che la guidò in tale direzione?

«Il Real Madrid è sempre stata una squadra popolare. Appartiene al popolo e tutti gli appassionati hanno bisogno di una loro casa comune che per un club calcistico altro non può essere che lo stadio. Poi pensavo da sempre che per costruire una squadra vincente ci fosse bisogno di una struttura sia societaria che sportiva e lo stadio era determinante. Debbo dire però che, se non avessi avuto l’aiuto del mio amico Rafael Salgado, non si sarebbe potuto realizzare nulla. In quel momento ci volle un bel coraggio da parte della banca, che lui rappresentava, nell’erogare il finanziamento. La mattina del nostro incontro, prima di entrare in banca, mi fermai in un angolo ed ho visto formarsi una lunga coda di clienti in pochi minuti. L’economia spagnola era in grande difficoltà, la guerra aveva compromesso tante attività e la fiducia generale era molto scarsa. Nonostante tutto in poco tempo riuscimmo a concordare l’operazione grazie alla quale avremmo costruito il centro dei sogni di tutti gli appassionati madridisti».

Il Real Madrid è sempre stato etichettato come la squadra del Generale Francisco Franco, che c’è di vero?

«Per anni ci hanno identificati come la squadra del regime, forse anche perché avevamo l’attitudine a vincere. Posso dire che i governi di Franco ci hanno sfruttato per la nostra immagine popolare e non ci hanno mai dato neanche cinque centesimi. Lo sport viene sempre utilizzato da chi governa per fare propaganda e approfittare della situazione».

Molti giocatori l’hanno definita come un secondo padre, quale è stato da parte sua in tanti anni il rapporto con i giocatori e cosa pensa sia cambiato oggi?

«È vero, ho avuto un buon rapporto con i miei giocatori. A tutti per prima cosa ho sempre detto che la maglia del Real Madrid è bianca e che può sporcarsi per il fango, per il sudore e persino per il sangue ma che tutti quelli che la indossano devono onorarla e devono andare oltre le macchie alla fine di ogni partita. Chi non la pensa così o non vuole più stare a Madrid sa già dove si trova la porta. Penso anche che non ci siano giocatori giovani e vecchi in senso assoluto, ci sono solo buoni e cattivi giocatori indipendentemente dalla loro età: Puskás arrivò da noi a 31 anni, qualcuno diceva che era finito ed invece ha scritto per noi, per se stesso e per il calcio in generale pagine di storia indelebili. Un club di calcio è come una famiglia, solo più grande del solito. Tutto quello che accade deve restare tra le mura della casa di questa famiglia. Se uno qualsiasi dei tesserati (dirigente, allenatore, giocatore, magazziniere etc.) racconta ad altri quello che accade nel club, sbaglia ed espone tutti al grave rischio dell’illazione, della notizia a tutti i costi che troppo spesso risulta inventata. Il club deve pretendere sempre una linea di comportamento e deve essere sempre coerente nella gestione».

Per un dirigente di calcio quanto è importante il rapporto con la stampa e con il pubblico?

«È fondamentale. Il presidente di un club calcistico deve rispettare la piazza, il pensiero degli altri, poi è evidente che debba prendere le decisioni che ritiene più utili per la vita e il futuro della società. Generalmente il pubblico si stanca dei grandi giocatori prima che inizi la loro fase calante, è quasi un fatto naturale. La stampa invece frequentemente è a caccia di notizie scottanti per realizzare quello che viene chiamato “scoop”. Quest’attività può in qualche caso essere fallace, la notizia raccolta essere fasulla o manipolata e può portare dei danni al club. Proprio per questo la società deve impegnarsi con la sua organizzazione affinché si possano evitare questi momenti negativi. In sostanza è giusto che ci sia un naturale rispetto da parte di tutti. Quando sono diventato presidente del Real per prima cosa ho voluto attribuire ad ognuno dei dirigenti un preciso compito, responsabilizzando tutti per evitare confusione e conferire a tutti la giusta autorevolezza».

Le parole di Bernabéu, pronunziate ben oltre sessant’anni fa, ed i concetti espressi chiariscono come sarebbe assurdo dire che erano altri tempi. Chi vorrà fare un facile raffronto ai giorni nostri troverà tante risposte ai quesiti che in questi ultimi giorni hanno occupato tutti gli appassionati a Napoli come a Milano ed anche in Europa. Il calcio ha bisogno di idee, di organizzazione, di capacità di saper tollerare o di far passare la propria decisione senza imporla. Il calcio è dialogo ma è diventato, anche se la storia di Bernabéu dice che era così anche nel 1943, un affare più economico che sportivo, dove le ragioni di tutti hanno il loro peso.
Forse i presidenti di oggi farebbero bene a conoscere meglio la storia di un antesignano come Santiago Bernabéu, al quale fu intitolato lo stadio da vivo perché era e resta l’anima del Real Madrid.

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019