Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

L’INCOGNITA

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

Una storia importante. Eppure al bivio. Trent’anni compiuti e un altro solo anno di contratto. Nel momento migliore della carriera

di Francesco Modugno

Dieci decimi di Insigne. Come quel numero che porta luccicante dietro la schiena. Icona e orgoglio. Simbolo del talento, bandiera del calcio di una Nazione. Il numero di quelli bravi. Che hanno fatto la storia azzurra. Rivera, Antognoni, Baggio, Del Piero, Totti… E ora lui. Il meglio! Mai era accaduto prima, tra Europei e Mondiale. Un dieci napoletano. Il dieci del Napoli. Il dieci che gli appartiene per colpi e genio. Ma che mai ha potuto avere. E onestamente neanche ha mai reclamato. Qualche foto se l’è sì fatta da ragazzino. E l’ha legittimamente magari anche sognata. La 10 qui è però un totem. È devozione e reliquia. È di Diego per sempre. E Diego lui se l’è tatuato addosso.
E allora si tiene stretta questa. Azzurra comunque; con quel nome, il suo, che è di fatto anche aggettivo di se stesso. Dal vocabolario: «Dicesi insigne di persona che si distingue per singolari doti, pregi, meriti, qualità». Insomma, l’insigne Insigne. Il 10 spesso con lode e acclamazione generale.
Insigne è ormai di tutti, è nazional-popolare; ha valicato i confini, rappresenta il Paese, è indipendente dalla squadra di club.
Ha uno status acquisito. Titoli e galloni. Che pure – paradossalmente – proprio a Napoli sono discussi. Quasi negati. La sua Napoli. Certi sussurri ancora si sentono. Basta una partita sbagliata, ancor più poi se è quella decisiva. Il capro espiatorio. Quello da additare. Un tiro a giro finito in curva ed ecco la litania. È la Napoli che da mamma si fa matrigna; che dai suoi figli pretende sempre di più; indifferente anche ai numeri, sebbene oggettivi.
109 gol fin qui; tanti di inequivocabile bellezza e quasi un centinaio di assist. Lassù, in alto. Tra i primi di sempre in ogni classifica speciale, anche delle presenze; e con la possibilità di scalarle tutte. Di comandarle. Insigne sta lì. Tra i bomber ha staccato Cavani e Sallustro. E adesso è a sei reti da Maradona; davanti ci sono solo Hamsik e Mertens. E anche per le presenze è appena giù dal podio; dietro Juliano, Bruscolotti e ancora Hamsik.
Una storia importante. Eppure al bivio. Trent’anni compiuti e un altro solo anno di contratto. Nel momento migliore della carriera. Maturità e continuità accertata. Valore riconosciuto. Apprezzamenti e titoloni. Dunque, grandi, pure le ambizioni; di ogni tipo. Il momento delle scelte; tipiche dell’età. Avrà opportunità e proposte, nuovi stimoli da cercare, valutazioni da fare e decisioni da prendere. Col cuore che però batte qua, pulsa a Napoli. Casa sua. La squadra sua.
Nella trattativa del rinnovo tutto sposterà. Tutto conta. Tutta ne determinerà l’esito. E a trattare si è in due. Il calciatore e la società. L’appuntamento è a dopo gli Europei, quando tutto sarà più chiaro. Scenari e ricchezza del mercato; corteggiatori platonici e reali acquirenti. E soprattutto saranno chiare le volontà, quelle ora solo percepibili. Date per scontato.
Ragione e sentimento dunque, e non per forza di cose opposte. Tutto sarà messo sul tavolo di un discorso da impostare; per certi versi da cominciare. Gli approcci hanno aperto varchi ora da percorrere.

Insigne e il Napoli è il romanzo di una vita. Scoperto da Peppe Santoro. Acquistato per 1500 euro più un po’ di palloni e un paio di biglietti di tribuna per assistere a un Napoli-Juventus. Un affare, non solo di cuore. I primi veri calci al pallone e i guadagni. Speranze e attaccamento. Dalle giovanili alla fascia da capitano. Dal Viareggio alla Champions. Dal debutto in A a Livorno con Mazzarri in panchina all’ultima esaltante stagione con Gattuso: diciannove gol e undici assist. Il miglior Insigne o quasi. Perché super lo era stato anche con Sarri. E così con Benitez, si era guadagnato i mondiali. Ora ha la stima di Mancini. Totale. E un obiettivo in testa che tiene per ora apparentemente lontano quella scadenza che pure tornerà a breve nei suoi pensieri: 30 giugno 2022. E la data è più vicina di quel che sembra; il calendario del calcio(mercato) ha altri tempi. E infatti ci pensa Vincenzo Pisacane, il suo procuratore. E ci pensa – ovvio – anche il Napoli. Che di Insigne ne riconosce le virtù tecniche e morali. Ma anche le aspirazioni economiche.
Il rischio è il tormentone. Una trattativa fatta e recitata, come da copione di ogni negoziazione. Ognuno farà la propria parte; rivendicando condizioni e trattamenti migliori, ostentando potere e alternative. Ma tendendo sempre la mano. Un rinnovo bello e (im)possibile.
Due i fronti. Insigne il campione all’ultimo grande contratto. Il Napoli la società solida e forte, ma comunque stressata nei conti e minata nelle strategie da una pandemia di sistema. Certezze e dubbi e due le opzioni. Offerta indecente e spiazzante da una grande d’Europa o trattativa potenzialmente lunga un anno; con lo spettro di arrivare a febbraio con Insigne libero di firmare per chi vorrà. Tanti i fattori. Il progetto, i legami e gli affetti, famiglia, denaro e immagine. E in più quella pressione addosso – ambientale e ancor più mediatica – da gestire in una città che non sai mai dov’è che si schiererà: qua o là, mischiando anima e portafogli, facendo proprie le sue verità.
Insigne è il capitano di fatto a scadenza. E non è il primo negli ultimi anni. Come già in passato, quando il calcio era un altro e altre erano anche le regole e a ogni rinnovo Totonno Juliano si impuntava trattando allo spasimo. Di recente ci è passato Paolo Cannavaro. Napoletano della Loggetta partito una notte in treno verso Sassuolo. Non andò benissimo. E anche per Hamsik fu un tiramolla di quattrini e volontà miste. Laute offerte, false ritirate, rilanci e tweet per bloccare (prima) e poi liberarlo per il Dalian. Quel Marek Hamsik era l’uomo di tutti i record. Quelli che Insigne può però battere. Ma ad una sola condizione: che rinnovi.
Una firma per la vita. D(i)ecideranno il Napoli e Insigne. Spalletti osserva interessato. Di 10 ne capisce.

*giornalista Sky Sport

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Una rosa da completare per competere

Una rosa da completare per competere

IL MERCATO

Una rosa da completare per competere

La società dovrà con qualche cessione provvedere a rinforzare le zone di campo dove in questi anni si sono mostrate carenze

di Gianluca Gifuni

Nel futuro del Napoli riecheggia il modulo 4-2-3-1. Prima era stato di Benitez, poi di Gattuso. Da oggi sarà quello di Spalletti. Un sistema di gioco congeniale alle caratteristiche di molti dei calciatori offensivi azzurri. Insigne, Politano e Lozano sono praticamente perfetti per quel tipo di assetto.
Se la rivoluzione tattica del nuovo Napoli sarà minima, non si può immaginare lo stesso per la rosa. È probabile che ci sia uno sfoltimento con qualche cessione illustre e una serie di acquisti funzionali che abbassino anche l’età media della squadra.
Il Napoli vuole tornare in Champions, ma allo stesso tempo deve ridimensionare il monte ingaggi per far fronte alle perdite degli ultimi due anni, ‘macchiati’ da un settimo e un quinto posto che hanno sottratto almeno 100 milioni di euro dalle casse del club. Le passività registrate nelle ultime due stagioni imporranno, dunque, un paio di cessioni eccellenti. L’indiziato numero uno è Kalidou Koulibaly.
Il difensore azzurro guadagna 6 milioni di euro netti a stagione ed è tra i calciatori che hanno più mercato. Sul futuro c’è molta indecisione, così lo stesso giocatore ha chiesto un incontro con De Laurentiis. Al momento il Napoli pare orientato a comunicare al senegalese la sua volontà di venderlo. Il numero uno azzurro disse di no due anni fa all’offerta stratosferica di 105 milioni del Manchester United e successivamente se n’è pentito. Oggi, tuttavia, le cose sono cambiate e la realtà dice che il calciatore è alla soglia dei 30 anni ed è reduce da due stagioni non esaltanti: tradotto in soldoni significa che il valore del suo cartellino è di 50 milioni, non uno di più. In ogni caso De Laurentiis per offerte inferiori a questa cifra non si siederebbe neppure al tavolo della discussione. Assai più chiara la questione Fabian Ruiz. Il centrocampista qualche mese fa ha rifiutato il prolungamento del contratto, in scadenza a giugno 2023, comunicando alla società la volontà di ritornare in Spagna, il suo paese: l’Atletico Madrid è pronto a presentare la sua offerta che, come per Koulibaly, non potrà essere inferiore a 50 milioni.
Con i potenziali 100 milioni incassati dalle cessioni, il Napoli si preparerebbe a sparare le sue cartucce sul mercato in entrata. Sul taccuino del ds Giuntoli ci sono decine di calciatori, seguiti con interesse da mesi. La priorità è chiara a tutti: c’è bisogno di un terzino sinistro. Con Ghoulam infortunato, Hysaj in scadenza e Mario Rui lacunoso in fase difensiva, la casella è praticamente libera. In cima alla lista del club c’è Emerson Palmieri, 26 anni, di proprietà del Chelsea con contratto in scadenza nel 2022, allievo di Spalletti nella Roma del 2016. Per acquistare l’italo-brasiliano, esterno della Nazionale italiana, potrebbero bastare una decina di milioni. Per la fascia sinistra piace molto anche lo spagnolo Alfonso Pedraza, fresco vincitore dell’Europa League con il Villarreal. Il Napoli ha già chiesto informazioni sul 25enne e aspetta il momento giusto per affondare il colpo. Costo del cartellino 15 milioni. C’è un terzo nome, assai meno caro degli altri due, nella lista del club per la corsia mancina. Si tratta dello svedese Gabriel Gudmundsson, 22enne del Groningen, per il quale potrebbero bastare 5-7 milioni di euro. Restando in orbita difesa, se dovesse partire Koulibaly, il Napoli avrebbe la necessità di sostituirlo.

Questa volta, al fianco di Manolas e Rrahmani, Giuntoli vorrebbe puntare su un centrale stile Albiol, che abbia capacità tattiche, organizzative e di impostazione della manovra. Pau Torres, 24enne del Villarreal, è tra i preferiti ma costa obiettivamente molto, più o meno 50 milioni. L’alternativa potrebbe essere Marcos Senesi, argentino del Feyenoord che ha già mostrato il suo gradimento al trasferimento in azzurro attraverso le dichiarazioni di chi lo assiste. Il Napoli lo segue da oltre un anno; il suo cartellino costa all’incirca 20 milioni. Tra le ipotesi per sostituire Koulibaly c’è anche quella che conduce ad un altro argentino: German Pezzella della Fiorentina. Il difensore viola piace al Napoli da molto tempo e sarebbe il profilo ideale per affiancare un marcatore impulsivo come Manolas.
Il nuovo progetto Napoli prevede che i vertici del club incontrino presto Luciano Spalletti per definire le strategie da adottare sul mercato. Poiché Bakayoko tornerà alla base, c’è bisogno di acquistare almeno un centrocampista, due se dovesse partire Fabian. Matias Vecino, che quest’anno ha giocato poco perché reduce da un grave infortunio al ginocchio, potrebbe rappresentare l’affare giusto da cogliere al volo. Il centrocampista uruguaiano è un pupillo di Spalletti, con il quale, nelle due stagioni all’Inter, ha giocato 71 partite con 8 gol e 5 assist. Considerati i buoni rapporti tra il Napoli e il club nerazzurro, c’è la possibilità di assicurarsi il suo cartellino con una decina di milioni. Vecino potrebbe completare il centrocampo azzurro anche se mancherebbe comunque un regista, figura indispensabile per proporre il modulo 4-2-3-1. Nel settore offensivo non è un mistero che il Napoli sia da tempo affascinato da Mattia Zaccagni: col Verona c’è già l’accordo, si attende la decisione del calciatore. Zaccagni può giocare sia in mediana che sulla trequarti. Per la zona a ridosso delle punte Giuntoli vorrebbe scommettere sul giovanissimo del Bruges Charles De Ketelaere, 20 anni, classe da vendere e un costo vicino ai 20 milioni di euro. In attacco Osimhen, con l’ottimo finale nel campionato scorso, si è ritagliato il suo spazio: sarà certamente la prima punta titolare. Tuttavia il Napoli sta seguendo con insistenza Kaio Jorge, 19enne attaccante del Santos, una delle grandi promesse del calcio brasiliano. Insomma, gli obiettivi non mancano e sono tutti funzionali allo schema 4-2-3-1. Luciano da Certaldo è già davanti alla plancia di comando. Pronti, si parte. Mi raccomando, però. Prima le cessioni, poi gli acquisti.

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

IL PARERE

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

È il terzo toscano alla corte del presidente De Laurentiis dopo Mazzarri e Sarri e poteva arrivare già a gennaio

di Francesco Modugno

C’è sempre stato nei suoi pensieri, sin da quella sera inquieta del 25 gennaio.
Il Napoli l’aveva persa male a Verona. E De Laurentiis era furibondo.
Non ne voleva più sentire di Gattuso. Non ne riconosceva neanche gli alibi, che pure c’erano. Le assenze, le tante partite ravvicinate, la salute malandata di Ringhio; e anche qualche errore, certo.
Un momentaccio. E non sembrava ci fossero prospettive; solo la paura di ripiombare nell’anonimato.
De Laurentiis sbottò. Era una furia. Voleva cambiare tutto. Tutto e subito. Voleva un altro allenatore. E cominciò a chiamarne tanti. Aprì il casting. La selezione di quelli disponibili per l’immediato, eventualmente prenotandoli per il futuro. Un listone. C’era anche Spalletti lì dentro. Anche lui tra gli altri. Ma avanti, tra i top.
C’era. Eppure non era però ancora il momento. Che poi è arrivato. Quattro mesi dopo. Lunghissimi. Entusiasmanti ma atroci.
Speranze e illusioni. Una rincorsa frenetica. Ansimante. Difficile. Anche se bella, spettacolare assai. Come il Napoli di Gattuso in tutto il girone di ritorno. Gol e punti, tanti. E da record. Da recriminare per quel che poteva e sarebbe dovuto essere. Ma non era. Non è stato. Mezza stagione con la convinzione di potercela fare. Di arrivarci, sì, tra le prime quattro. E magari anche di un colpo di scena finale. Irreale, proprio perché di teatro. Gattuso ancora a Napoli. Trattenuto o ritornato, fate pure. Comunque con quel contratto ch’era rimasto chiuso nel cassetto.
Ma il calcio è davvero come la vita. Vero, crudo. E così, pari col Cagliari ed il fatal Verona; l’atroce beffa. La resa e gli addii nel silenzio, tra rabbia, musi lunghi e De Laurentiis – ancor più fermo – certo ch’era giusto cambiare.
E allora avanti tutta col casting. Allargato e ambizioso. E un po’ anche misterioso.

La questione allenatore è da sempre che va così. Lo sceglie ADL. In autonomia. E ci mancherebbe, è il padrone. Ma pure in esclusiva. Riservato e imprevedibile. Li sente tutti. Sistema accanto valutazioni, racconti e sensazioni. Poi ne fa una sintesi. Confrontandosi col mercato. L’opportunità di prenderli. La concorrenza. E quei profili – da gennaio – erano ancora tutti lì. Suggestioni e idee, scommesse e sogni. Da Sarri a Galtier, a Inzaghi e Italiano. E così Allegri, corteggiato. E ovviamente lui, Luciano Spalletti. Il candidato forte dall’inizio. La scelta (anche) della ragione nella città dei sentimenti. Se l’obiettivo è la Champions, lui ne è uno specialista. Undici volte qualificato nelle sue ultime dodici stagioni. E prim’ancora aveva portato anche l’Udinese tra le prime quattro. Aveva fatto la storia. Quasi sempre tra i primi in Italia. Spesso anche vicino, vicinissimo allo scudetto. E campione in Russia con lo Zenit San Pietroburgo. Lo zar.
Spalletti la decisione che si è imposta, si è fatta largo nel mercato. Il profilo di personalità e carattere in un ambiente che non è per quelli anonimi. Per i grigi. Spalletti arriva. E così anche in campo.
Evoluto, ricercatore, per certi versi rivoluzionario. La sua Roma tra le più belle squadre degli ultimi venti, venticinque anni. Quella del 4-2-3-1 con Totti falso centravanti e Perrotta incursore. La sua Roma, l’albero di Natale del Milan di Ancelotti e Kakà e la meraviglia del Napoli di Sarri. Quell’azzurra nostalgia che ha fatto ormai della bellezza un parametro molto napoletano per valutare gli allenatori: e l’indice di Spalletti è alto.
Due anni di contratto. L’opzione per il terzo ed eventualmente anche per un quarto.
Teoricamente, 4 anni.
A due milioni e sette/otto netti circa a stagione. Bonus Coppe e scudetto.
Un nuovo progetto. Un ciclo da aprire, ancora con un allenatore toscano. Mazzarri stupì Napoli: secondo in classifica e Champions con quaranta milioni di monte ingaggio. Sarri stava facendo il colpo di stato con 18 uomini. E una città dietro. Ora Spalletti. L’intuizione che è anche della continuità; con principi tattici nei quali il Napoli si riconosce. Che sente suoi. Il 4-2-3-1 da personalizzare e calibrare, esaltando individualità e gruppo. Una visione di un calcio di qualità, esaltante da proporre se hai i piedi di Zielinski, il genio di Insigne, i lampi di Lozano e la forza devastante di Osimhen; il centravanti forse mai avuto da Spalletti; differente per struttura e caratteristiche da quelli passati. Non è Totti. Non è Icardi. Forse un po’ Salah e Gervinho per la capacità di attaccare la profondità e trovarsi spazi a campo aperto.
Una sfida in più in una città che l’aspetta, ora incuriosita e sospesa, quasi diffidente per presa di posizione social, bulimica di considerazioni negli anni economicamente più duri per il calcio, disastrato dalla pandemia e che anche a Napoli ha prodotto un rosso in bilancio di quasi 20 milioni e la riflessione sul monte ingaggi, da provare a ridurre del trenta per cento.
Ma poi si tornerà a giocare. E ancor prima ci saranno il mercato e le notti stellate in ritiro. Napoli è pronta ad accendersi. A sognare. A stare dalla sua parte. A scendere in campo col Napoli di Spalletti.

*giornalista Sky Sport

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

SCAFFALE PARTENOPEO

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

Giovane scrittore con un innato senso ironico che ha trovato nella scrittura il giusto canale di diffusione della terapia del sorriso che “costa nulla e fa molto bene”!

di Marina Topa

La sua storia è la testimonianza di come la vita può cambiare in modo radicale, imprevedibile quanto improvviso, e di come sia proficuo accettare gli eventi con un atteggiamento costruttivo anziché rassegnato. È stato proprio quest’atteggiamento che gli ha permesso di aprirsi strade fino a quel momento inimmaginabili.
Affettuoso marito e padre di due figli, viveva dedito al lavoro ed alla famiglia. A trent’anni una vita già delineata che scorreva autonomamente… La battuta facile, la compagnia degli amici, qualche intervento simpatico su Facebook e in attesa, prima o poi, della pensione. Tutto era dato per scontato, anche la monotonia! Improvvisamente, però, Vincenzo perde il lavoro ed aumenta il tempo libero a sua disposizione, il rischio depressione incombe ma, fortunatamente per lui e per i suoi cari, fa una scelta resiliente! È arrivato il momento di dare un taglio al passato: si guarda intorno, intraprende altri lavori, evade dalla realtà leggendo vari libri e sente che la scrittura potrebbe essere lo strumento giusto per dare sfogo alle emozioni del momento (momenti di paura, rabbia, sfiducia si contrappongono ad altri di speranza, amore e fiducia). Decide così di iniziare a scrivere.

Siamo nel 2016 e, consapevole di avere il dono dell’ironia, che considera un’arma da tenere sempre affilata e pronta per essere usata, inizia a produrre una serie di racconti divertenti dal titolo Wc Tales – Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale.
La scrittura gli fa praticamente da terapia per riappropriarsi della sua naturale maniera di affrontare la vita… Seguono tanti racconti ironici, pubblicati su varie antologie; con sua grande meraviglia alcuni vincono dei concorsi e, ormai consapevole delle sue capacità letterarie, a maggio del 2020 vede pubblicato il suo romanzo d’esordio Delirio (edito dalla Biplane Edizioni). L’esperienza continua infatti, il 19 aprile 2021, giorno del suo compleanno, vede pubblicato ancora un altro suo lavoro: Un cuore condiviso – Cronache appassionate di una famiglia, una raccolta di aneddoti di vita familiare con cui cerca di far comprendere cosa significa avere la “napoletaneità nelle vene”, una forma culturale che permette di affrontare la quotidianità con un allegro istinto di sopravvivenza abbinato al senso pratico. Insomma, soprattutto in vacanza e soprattutto dopo tutto lo stress accumulato in quest’ultimo anno e mezzo, la leggerezza dei suoi scritti può aiutare a riscoprire il sorriso di cui tutti abbiamo bisogno!

 

pubblicato il 4 luglio 2021

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

TESTIMONE DEL TEMPO

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Lippi il primo. Poi il sanguigno Ulivieri. Di passaggio Colomba. Mazzarri e la Grande Bellezza di Sarri. Ora Spalletti

di Mimmo Carratelli

Toscani di terra e di mare sulle panchine del calcio italico, i “maledetti toscani”. Una schiera. Svelti di lingua, la lingua di Dante, e sfaccimmeria toscana che Renzo Ulivieri, pisano di San Miniato, definisce “merdite” con eleganza pendente, «noi toscani abbiamo qualcosa in più, la merdite, appunto».
Sei allenatori toscani sulla panchina del Napoli: Marcello Lippi, Ulivieri, Franco Colomba, Walter Mazzarri, Maurizio Sarri, Luciano Spalletti.
Ulivieri venne ad allenare il Napoli in serie B nel 1998. Aveva 57 anni, oggi ne ha 80. Fallì la promozione. Nono posto con 25 punti persi in casa (8 pareggi, 3 sconfitte). Espulso a più riprese. Si dimise dopo quattro pareggi consecutivi nel finale, Serie A lontana, sostituito da Montefusco nelle ultime tre giornate.
Poiché aveva un pessimo carattere fu per tutti Renzaccio, un pezzo d’uomo e un umore irascibile. Si nutriva di sarde fritte, fagioli col tonno, pane col rigatino e spaghetti con la bottarga. Iroso, redarguito, ammonito ed espulso in continuazione. Narcisista spudorato e fedele solo a tre cose: Coppi, il Livorno e la politica.
Quando si presentava per la prima volta in uno spogliatoio diceva: «Qui comandiamo in tre: io, Ulivieri e il figlio della Gina». La Gina era sua mamma. Diceva: «Palla a terra e testa alta, il calcio deve respirare». Precisò: «Meno pressing, maggiore cura del palleggio, più ricerca della manovra».
Ulivieri ha allenato per cinquant’anni, dal 1965 al 2015. Smise guidando la Scalese, squadra femminile di San Miniato. Prima di allenare il Napoli era stato in tredici club diversi. Dopo, allenò ancora altre sei squadre.
Il tecnico è stato il secondo dei sei toscani sulla panchina del Napoli. L’aveva preceduto, nel 1993, Marcello Lippi che, prima di arrivare nel golfo azzurro a 45 anni, aveva fatto due anni in A col Cesena e un anno con l’Atalanta, per il resto era stato alla guida di squadre in Serie C.
Fu Ottavio Bianchi a portare Lippi a Napoli. Scelta eccellente. Lippi, toscano di Viareggio, conquistò un sesto posto e riportò il Napoli in Coppa Uefa.
Da giocatore, elegante battitore libero, Lippi era stato il bello della Sampdoria. Gli si imbiancarono anzitempo i capelli e il suo fascino aumentò. Da allenatore, Napoli lo creò. La Juve lo rapì (1994). L’Avvocato Agnelli l’accolse così: «Lippi è il miglior prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli».
Lasciò la Juve e naufragò due anni nell’Inter. Disse “merda” nelle occasioni ostili e, dopo una sconfitta, dichiarò: «Mi vergogno di questa squadra. Fossi il presidente dell’Inter caccerei l’allenatore, poi prenderei a calci i giocatori». Fu cacciato, confortato da uno stipendio di quattro miliardi, il suo straordinario sussidio di disoccupazione pagatogli dall’Inter.
Tornò alla Juve per altri tre anni. Scacciò la malinconia e i rancori e promise: «Tornerò antipatico a tutti». La Juve ricominciò a correre e Marcello Lippi a fumare il sigaro con soddisfazione. Esaurite le glorie juventine, il viareggino dagli occhi azzurri concluse in Cina il suo ricco mestiere di allenatore, tre anni al Guangzhou per 12 milioni di euro l’anno. In Cina arrivò da campione del mondo. La vittoria del 2006 della Nazionale italiana in Germania è scolpita nel suo curriculum. Napoli era ormai un ricordo lontano.

Nella confusa stagione 2002-03, tramontata l’epoca di Ferlaino e allontanatosi Corbelli, l’imprenditore alberghiero Salvatore Naldi prese il Napoli in Serie B. Gli azzurri si salvarono dalla retrocessione in Serie C per un punto.
Nel valzer sulla panchina, arrivò Franco Colomba di Grosseto, persona mite. Era stato un giocatore delizioso nel Bologna, il mestiere di allenatore non sembrava il più adatto alla sua persona gentile e paziente. Colomba guidò il Napoli per 15 partite (2 vittorie, 6 pareggi, 7 sconfitte). Gli subentrò Franco Scoglio per dieci partite. Tornò Colomba per le ultime 13 giornate (5 vittorie, 5 pareggi, 3 sconfitte).
Un’apparizione passeggera quella dell’allenatore grossetano. Dei tecnici toscani, Colomba è stato il meno sanguigno e agitato, anzi per niente sanguigno e agitato, ma pacato e un po’ rassegnato al mestiere che non gli cambiò mai il carattere di uomo perbene, disponibile, garbato.
Walter Mazzarri di San Vincenzo, provincia di Livorno, era stato il vice di Ulivieri nel Napoli 1998-99. Tornò a Napoli da allenatore nel 2009 subentrando dopo sette partite a Roberto Donadoni. Per due campionati aveva allenato la Sampdoria. Eroe a Reggio Calabria quando conquistò la salvezza con la Reggina appesantita da 15 punti di penalizzazione.
Mazzarri rimase sulla panchina azzurra per quattro anni conquistando due volte la partecipazione alla Champions League e due volte quella all’Europa League. In Champions arrivò agli ottavi di finale, eliminato dal Chelsea ai tempi supplementari nella partita di ritorno a Londra. Giocava un solido 3-5-2. Vinse la Coppa Italia 2012: il Napoli batté in finale la Juventus 2-0 a Roma. Ebbe in squadra Lavezzi, Hamsik, Quagliarella, Cavani, Pandev.
Un toscano introverso, Mazzarri. Perfezionista, attento, preciso, pignolo. Un martello per i giocatori. «Sono un riflessivo esasperato, un rimuginatore» ammise. Nei momenti romantici raccontava: «Faccio un mestiere bellissimo. Ho cominciato a pensarci a 28 anni quando ancora giocavo». Nelle giovanili della Fiorentina, mezz’ala, doveva essere il nuovo Antognoni. Non lo fu.

Fumatore imperterrito, agitatore massimo a bordo campo gettando via la giacca e rimanendo in camicia assolutamente bianca. «Lo so, sto sulle scatole a molti, nel nostro ambiente c’è molta gelosia». Aveva fatto una buona gavetta. «Ho cominciato ad Acireale dove, prima di me, avevano cacciato undici allenatori in tre anni».
Nei momenti di relax diceva: «Godo come un riccio quando vedo realizzarsi sul campo quello per cui ho lavorato in settimana». Aveva una foresta di capelli in testa. Un giorno, Walter Mazzarri si spinse oltre: «Se si confrontano le rose delle squadre che abbiamo avuto, io meglio di Mourinho». «Sono pronto per una grande squadra» disse e piantò il Napoli per l’Inter. A Milano, fece un quinto posto e l’anno dopo venne esonerato.
Discendendo dalle colline toscane, preceduto, avvolto e seguito da una nuvola di fumo senza filtro, nell’estate del 2015, scappato Benitez al Real Madrid, arrivò a Napoli Maurizio Sarri con una lunga gavetta in squadre minori e gli ultimi tre anni all’Empoli a miracol del suo gioco mostrare.
Proprio contro il Napoli di Benitez, l’Empoli di Sarri aveva impressionato e stravinto. De Laurentiis volle scommettere sul tecnico portandolo in Serie A alla rispettabile età di 56 anni. Era nato a Bagnoli, Maurizio Sarri, figlio di un gruista toscano che lavorava all’Italsider. Diventò toscano per carattere e residenza.
Fumava più sigarette di Mazzarri (una sigaretta ogni 12 minuti) ed era più martello nella ripetitività ossessiva dei suoi schemi in allenamento, i giocatori azzurri sorvegliati e monitorati dai droni, una novità a Napoli, che volteggiavano nel cielo e sui campi di Castelvolturno. In tre anni creò un Napoli spettacolare, ma non riuscì a vincere un solo trofeo.
Rimasero, nel golfo, la Grande Bellezza azzurra, il record dei 91 punti, infine la resa in un albergo fiorentino nella corsa verso lo scudetto giungendo a un soffio dallo scipparlo alla Juventus. Maurizio Sarri fu il Grande Deriso del bel gioco a zero tituli. La convivenza con De Laurentiis fu subito aspra e guerreggiata. Lasciò il Napoli dopo 114 partite di campionato (79 vittorie, 22 pareggi, 13 sconfitte), ma fallì il cammino in Coppa Italia e in Europa.
Quando passò alla Juve vinse il campionato con Cristiano Ronaldo, ma disse: «Nessuno giocherà mai come il mio Napoli». Fu la goccia che fece traboccare il suo esonero.

Ed ecco il sesto allenatore toscano sulla panchina del Napoli, Luciano Spalletti nato a Certaldo nella Toscana empolese, con agriturismo a Fucecchio e la Società agricola Safe produttrice di vini. Un ricco terriero, se vogliamo. I soldi del calcio investiti nella terra delle colline toscane.
Allenatore appassionato e stizzoso, anche esonerato e subentrante, color terracotta e calvo, preciso un bonzo. Il migliore e il peggiore, secondo le circostanze. La maggior gloria e primo miglior premio, tre milioni l’anno, è la permanenza di Spalletti sulla panchina della Roma dal 2005 per quattro anni conquistando tre secondi posti, poi un sesto posto e l’esonero.
L’esilio dorato a San Pietroburgo innalzò Spalletti a zar dello Zenit vincendo due volte il campionato russo. Esonerato all’inizio del quarto anno, Spalletti fece ritorno a Roma, ma non fu come la prima volta. Il dissidio con Totti segnò quegli anni. In ogni caso Spalletti portò la Roma al terzo posto il primo anno, al secondo nel campionato successivo.
L’Inter è stata la sua ultima esperienza. Due stagioni, due volte quarto posto a 4,5 milioni l’anno. Esonerato con due anni di contratto ancora, Spalletti si ritirò sulle sue colline empolesi pagato dall’Inter.
Prima che De Laurentiis lo attraesse al Napoli, dissoltasi la meteora Gattuso, Luciano Spalletti ha vissuto due anni felici a Montaione, nella Bassa Valdelsa fiorentina, il suo rifugio da contadino, la fattoria, il suo olio, il suo vino, e cavalli, cinghiali, galline, anatre, due struzzi e un alpaca, specie di pecora sudamericana che dà buon latte e magnifica lana tosandola una volta l’anno.
Un gran Cincinnato, che si ritirò a coltivare i suoi quattro iugeri oltre il Tevere, il toscano Luciano Spalletti che ora lascia i campi e torna alle battaglie e alle ansie del pallone ed è pronto a battere i pugni e la testa sul tavolo delle conferenze stampa perché ha un bel caratterino cercando paglia per cento cavalli.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021