Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

PATRIMONIO DA SALVARE

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Qui è iniziata la storia degli scavi di Ercolano ed ora finalmente il progetto per il suo recupero sembra essere iniziato

di Domenico Sepe

Emanuele Maurizio, il duca archeologo

La storia di Villa d’Elbeuf è strettamente legata all’eponimo duca, figura centrale nella storia degli Scavi di Ercolano. Difatti Emanuele Maurizio di Lorena, questo il suo nome, è l’uomo indicato, da più parti, come colui che ha avviato la stagione degli scavi di Ercolano e quindi anche di Pompei.
Nato a Parigi nel 1677, era il figlio minore del duca Carlo e della seconda moglie e fu principe di Lorena in quanto discendente di Renato II del Casato di Guisa. La sua vita, non essendo erede primario del casato, sembrava essere destinata ad essere poco più di una nota a margine della storia. Ma il suo destino cambiò quando, in cerca di un’occasione, passò al servizio di Giuseppe I d’Austria, tradendo il proprio monarca, Luigi XIV, che lo fece condannare a morte in contumacia.
Il suo nuovo sovrano lo nominò, nel 1706, luogotenente generale della cavalleria a Napoli, che era di recente passata all’Austria dopo la Guerra di successione spagnola, con il compito di garantire che i francesi, che avevano ancora fortissimi interessi sul Meridione d’Italia, restassero fuori da quel lato della Penisola ormai di egemonia austriaca.
Mentre si trovava a Napoli a gestire le truppe dell’Arciduca d’Austria, il duca Emanuele commissionò a Ferdinando Sanfelice, il grande architetto napoletano, una residenza privata a Portici da poter utilizzare come residenza estiva e di rappresentanza, e che divenne poi la prima delle 122 Ville del Miglio d’Oro, che naturalmente venne chiamata Villa d’Elbeuf, forse come richiamo ai titoli che gli erano stati strappati da Luigi XIV.
Negli anni della costruzione della villa e della sua permanenza a Portici, venne a sapere della presenza di reperti archeologici dissotterrati per caso nella vicina Ercolano, nel 1709, ad opera di un contadino che stava scavando un pozzo per il proprio campo.
Andò di persona a vedere questi reperti di marmo pregiato e ne comprò alcuni per la realizzazione di alcune cappelle in diverse chiese di Napoli. Successivamente acquistò il pozzo stesso ed avviò una serie di sondaggi attraverso dei cunicoli sotterranei; era, dunque, iniziata, la stagione degli scavi di Ercolano.
Nel 1719 il Duca ritornò nella natia Francia, dove riprese possesso dei propri titoli e dei propri possedimenti, ma restando sempre indissolubilmente legato a Napoli ed a Portici.
La villa venne acquistata dal duca Giacinto Falletti di Cannalonga e, nel 1738, il re Carlo di Borbone e sua moglie Amalia furono costretti, durante un viaggio per mare, a sbarcare a Portici a causa di una tempesta. Qui furono accolti dal nuovo proprietario per vari giorni e furono mostrate ai coniugi le bellezze della zona ed i reperti archeologici che erano custoditi nella villa. Il re rimase tanto impressionato dalla zona che volle costruire la propria residenza estiva proprio a Portici ed oggi quella splendida reggia estiva ospita la Facoltà d’Agraria della Federico II. Inoltre, incuriosito dai ritrovamenti fatti dal duca, il re commissionò una nuova serie di scavi nella zona di Ercolano, permettendo il rinvenimento di altri manufatti e la sistemazione iniziale dell’area archeologica.
Il duca, nel frattempo, era tornato a vivere in Francia e morì senza eredi a Parigi nel 1763 dopo essere diventato, infine, duca d’Elbeuf nel 1748 a seguito della morte del fratello maggiore e dei suoi figli.
Egli lasciava, dietro di sé, un lascito costituito dai primi scavi ercolanesi che, successivamente, lo avrebbero consacrato a pioniere dell’esplorazione archeologica delle città romane distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La Villa protesa sul mare

Quando si guarda oggi la Villa d’Elbeuf è difficile immaginare che, tempo fa, questa fosse la residenza di uno dei nobili più potenti del Regno di Napoli, visto che attualmente è coperta dai ponteggi e dai tubi.
Ma quest’edificio, che domina lo scenario del Porto del Granatello, eretto nel 1711, è stato un elegantissimo edificio fino a metà del 1800.
La costruzione voluta del principe Emanuele Maurizio di Lorena fece conoscere a Carlo di Borbone la zona ed il re decise di costruire la Reggia di Portici quale residenza estiva. Vennero così tutte le ville che vanno da San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco, quasi tutte in stile Rococò, com’era di moda in quegli anni.
La Villa d’Elbeuf è in stile Rococò e presenta due portali in marmo e piperno a cui si accede da una doppia scalinata monumentale che è collegata ad una terrazza che affaccia sul mare. Il progetto della villa fu dell’architetto Ferdinando Sanfelice, uno dei massimi esponenti del Rococò partenopeo e progettista di tantissimi palazzi a Napoli.
Dopo la costruzione, il duca Emanuele Maurizio aggiunse molte decorazioni alla sua casa, rendendola il perfetto esempio della residenza estiva e di rappresentanza. Il suo aspetto, infatti, nonostante l’attuale stato di abbandono, risulta essere imponente e maestoso e, inoltre, riesce a dominare tutto il bacino del Granatello.
Quando, come detto prima, il re Carlo di Borbone fu ospite del duca di Cannalonga, restando affascinato da questa residenza, e nel 1742 la comprò e la trasformò nella propria dépendance e nell’approdo marittimo per la propria reggia, il cui giardino comincia nelle immediate vicinanze.
Re Carlo, inoltre, era un appassionato di pesca e fece costruire dei canali, scavati nella lava vesuviana che alimentavano delle piccole peschiere convogliando l’acqua marina.
Un’altra caratteristica della villa sono i bagni a mare, fatti costruire nel periodo napoleonico da Gioacchino Murat ai piedi della villa per sé e per la famiglia, che rappresentano un raro esempio di impianto balneare in Stile Impero.
Ma la storia di questo esempio di architettura rococò finì con la costruzione della linea ferroviaria Napoli – Portici che attraversava proprio il parco della Villa d’Elbeuf. La posa dei binari, infatti, spezzò l’unità tra il palazzo ed il parco retrostante sancendo, nei fatti, l’inizio della decadenza per questo edificio.
La villa, dopo l’Unità d’Italia, passò alla famiglia Bruno con un’asta del Demanio ed il percorso discendente verso l’incuria continuò fino agli anni recenti. Oggi la villa si trova in condizioni terribili, dopo essere stata vittima di incendi, di saccheggi. Inoltre, gli stucchi sono stati quasi completamente distrutti e l’edificio versa in una condizione di totale inagibilità e d’insicurezza, visto che mancano le balaustre degli scaloni e vari punti del tetto sono crollati.
Eppure nonostante i ponteggi e lo stato d’abbandono, domina ancora lo scenario del Granatello ed è impossibile non notarla. Quest’edificio, nell’ambito della città di Portici, presenta delle grandi potenzialità museali, specie in collegamento con la vicina Reggia di Portici, di cui per un certo periodo ha fatto parte. Nel 2019, dopo che la villa era stata venduta ad una cordata di imprenditori per il restauro nel 2013, sono finalmente cominciati i lavori di recupero sotto il controllo della Soprintendenza mentre, negli anni, i cittadini di Portici hanno creato alcuni comitati per sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo monumento storico della città. I lavori procedono a rilento, complici sia alcuni problemi finanziari della cordata che l’attuale pandemia che non sono stati d’aiuto per il salvataggio di questo monumento.
Si può solo concludere dicendo che è quantomai necessario recuperare l’edifico che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei massimi esempi d’architettura e storia del Miglio d’Oro.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Un libro, il mondo, la consapevolezza

Un libro, il mondo, la consapevolezza

RIFLESSIONI

Un libro, il mondo, la consapevolezza

In un mondo dove si legge sempre di meno i libri, sia cartacei che elettronici, rappresentano l’ultimo rifugio della cultura

di Domenico Sepe

Cosa rappresenta un libro?
È una domanda che si presta sicuramente a molte risposte. Ma un libro è, prima di tutto, un continuo viaggio nel proprio io. Leggere permette di conoscere infiniti mondi ed infinite persone.
Questo perché la scrittura è un mezzo senza tempo e, per quanto possa cambiare il suo modo d’essere, diventare elettronica e perdere la sua fisicità, resta sempre la chiave di volta della civiltà umana.
Nessun libro, poi, fa distinzioni tra le persone, tutti possono prendere in mano un libro e leggerlo, da ciò la lettura diventa mezzo per la propria espressione perché permette di scrivere meglio e, quindi, di poter condividere il proprio io con gli altri. Del resto, la forza della scrittura prima, e della stampa poi, è stata la possibilità di rendere facile la comunicazione tra le persone.
Un buon libro, inoltre, è sempre un buon compagno che permette di allargare i propri orizzonti, Leopardi stesso era un accanito lettore che, come disse al proprio padre, non avrebbe mai potuto scrivere senza il patrimonio di conoscenze della biblioteca di Recanati.
Ma i libri non sono soltanto questo, Cesare Beccaria aveva ben chiaro che i libri rappresentano un universo molto più ampio. Infatti, ci sono libri che rappresentano il nostro rapporto con il mondo e la società, che definiscono rapporti, diritti e doveri: i libri delle leggi ed i codici. Questi, infatti, punto fondamentale del suo pensiero, devono essere scritti in una lingua chiara per evitare arbitrii e soprusi e devono essere conosciuti da tutti, di modo che la libertà diventi il patrimonio comune di tutti.
Beccaria affermava quindi un pensiero fondamentale: che la libertà deriva dalla conoscenza e che senza conoscenza non è possibile che ci sia un uomo libero, egli stesso diceva anche che «il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione».
Il libro, quindi, diventa il mezzo per esercitare una libertà consapevole, che diventa analisi del mondo, della politica e dell’informazione, per perseguire una critica finalizzata al miglioramento stesso della società, oltre che di sé stessi.
Ogni uomo nasce libero, ma diventa consapevolmente libero solo grazie al patrimonio di conoscenze contenuto nei libri.

Pensieri sul libro

“Un buon libro è un compagno che ci fa passare dei momenti felici”

Giacomo Leopardi

 

“Senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo”

Cesare Beccaria

 

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

L’INIZIATIVA

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

“Il Lucernario” è un interessante progetto nell’ambito del Museo Filangieri del regista Francesco Saponaro

di Domenico Sepe

Il lucernario è un’apertura che permette ad uno sprazzo di luce di illuminare un luogo senza luce, un’apertura che connette quanto era prima oscuro con il mondo e permette di vedere il cielo.
Sotto l’auspicio di questo nome nasce il video drama Il Lucernario per la regia di Francesco Saponaro nell’ambito di un progetto che mira a far rifiorire edifici di uso pubblico attraverso l’arte del teatro.
Prima ancora di parlare dell’opera in sé, deve essere citato il grande lavoro svolto per rendere possibile questa realizzazione. Infatti, la cooperativa sociale “Me Ti”, con la partecipazione al bando SIAE “Per chi crea”, ha realizzato un progetto che prevede la realizzazione di uno spettacolo teatrale con l’uso di residenze artistiche.
Il progetto si dipana nell’esplorazione del rapporto tra sacro e profano attraverso due edifici simbolo di queste due realtà: il Museo Filangieri ed il Museo del Tesoro di San Gennaro, entrambi in via Duomo. Grazie all’uso di questi luoghi per poter realizzare il progetto si sta, al contempo esplorando il rapporto tra due estremi della società partenopea che vive, da sempre, sul sottile filo che separa la religiosità e la credenza popolare dalla sobrietà dell’istituzione pubblica. Un modo di essere che rappresenta una delle tante espressioni dell’essere di gusto tipicamente partenopeo, ben lontano dalla logica settentrionale rappresentata, ad esempio, nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Sull’asse creato in via Duomo dai due edifici sopracitati si dipana la genesi de Il Lucernario, una residenza artistica sviluppata attraverso azioni performative site-specific ispirata alla morte sul lavoro di Salvatore, garzone di bar che nel luglio 2018, per arrotondare, accettò un lavoro extra a nero precipitando dal quarto piano e morendo. Ed ecco che allora, come vuole il nome, l’opera illumina su un segmento di vita troppo spesso dimenticato con l’obiettivo di essere non solo arte, ma vera missione civile a tutela della libertà delle persone.
Il segmento conclusivo della residenza è curato dal regista Francesco Saponaro, professionista con alle spalle già vari lavori di grande risonanza nazionale, impegnato da alcune settimane a dirigere un cast di giovani interpreti che in questo processo di elaborazione creativa è chiamato a interpretare una costellazione di ruoli che oscillano tra passato storico e presente urbano.
La prima parte della residenza ha visto la raccolta e l’analisi di documenti
dagli archivi dei due musei. La seconda ha coinvolto due autori – coordinati dallo scrittore e sceneggiatore Massimiliano Virgilio – nella stesura di un testo che prendeva spunto dai materiali reperiti nelle ricerche e dalle storie preesistenti sul territorio in cui insistono le due istituzioni museali.

È ora in pieno svolgimento la terza e conclusiva parte del progetto: un’intensa e quotidiana azione di ricerca creativa riservata a cinque attrici/attori finalizzata alla creazione di un’azione performativa a partire dalla drammaturgia originale e che il regista Francesco Saponaro ha deciso di elaborare in una sceneggiatura filmica attraverso la formula innovativa di un video drama che fonde il lavoro di messa in scena teatrale con la video arte e il documentario, in un dialogo serrato con il prezioso patrimonio artistico e le suggestioni del Museo Filangieri.
Ed il Museo Filangieri diventa luogo dell’espressione del miglior momento del pensiero napoletano. Il riferimento è, infatti, al più grande illuminista napoletano, Gaetano Filangieri, che volle creare uno spazio a disposizione di tutti dove i valori supremi dell’umanità e della libertà potessero vivere. Infatti, in una residenza artistica lunga un mese, sotto la supervisione di Saponaro, tanti spazi e sale del Museo si trasformano sino a diventare lo spazio scenico ed il set cinematografico necessario alla realizzazione de Il Lucernario. Gli ambienti, dunque, assumono una nuova veste e saranno il palcoscenico per la realizzazione della rappresentazione che ha avuto il suo debutto online a giugno.
Dovendo affrontare la situazione presente, il video drama si rivela la scelta-chiave per la costruzione dello spazio artistico richiesto dalla rappresentazione teatrale. Sarà, dunque, questo il formato per la scommessa sull’intreccio di linguaggi voluto dalla compagnia teatrale e, dalle parole dello stesso regista: «Dall’originale drammaturgia di impianto più strettamente teatrale, Il Lucernario ha assunto una sintassi di natura cinematografica». La settima arte, dunque, s’incontra con il teatro in un inedito connubio che permetterà agli spettatori di godere dei beni custoditi nel Museo Filangieri tra cui la Testa di San Giovanni Battista di Jusepe de Ribera e Incontro dei santi Pietro e Paolo condotti al martirio di Mattia Preti.
Non secondaria, in conseguenza di questo progetto, è la consapevolezza cui si può giungere attraverso gli strumenti culturali. In rima tra sorte e morte, il miracolo vero è salvarsi. Poiché la disgrazia, prim’ancora che le morti bianche, è la mancanza di diritti.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Il racconto come strumento educativo

Il racconto come strumento educativo

SCAFFALE PARTENOPEO

Il racconto come strumento educativo

Carla Abenante con “Non sei nella lista” edito da Homo Scrivens fa il suo esordio con un romanzo inerente al mondo delle famiglie

di Marina Topa

Non sei nella lista (ed. Homo Scrivens) è il primo romanzo di Carla Abenante, una scrittrice che ha alle spalle diversi premi e menzioni per racconti e poesie pubblicate in varie raccolte antologiche.
Nel 2016, nel libro Racconti per sognare, ha affrontato tematiche inerenti al modo di vivere l’amore nel mondo attuale, prendendo spesso spunto dai racconti letti nella pagina di cronaca dei quotidiani: le violenze subite da donne in nome dell’amore, un amore malato che in realtà tutto diventa tranne che un vero sentimento. Lo scopo che l’autrice vuole raggiungere con questi racconti, anche se inventati, è di far sperare e sognare che questo sentimento possa prima o poi trionfare nella sua forma più pura; ecco perché è costante, nei suoi scritti, un messaggio positivo di speranza e voglia di vivere. I suoi personaggi sono frutto della fantasia e vivono in ambienti diversi, ma sono tutti caratterizzati dalla voglia di amare e di essere amati.
Questa prerogativa è presente anche nei personaggi di Non sei nella lista, dove il tema affrontato è quello del bullismo che s’intreccia con quelli della violenza sulle donne, della sfiducia nelle istituzioni che induce troppo spesso le vittime a rinunciare alla denuncia, della sostituzione della presenza fisica ed affettiva dei genitori con il benessere economico, comportamento che alimenta l’abitudine “al tutto e subito”, considerato un diritto acquisito.
A mano a mano che ci si addentra nella storia s’intuisce che la scrittrice è un’insegnante. Infatti Carla Abenante, nonostante abbia seguito un percorso di studi giuridici, ha scelto d’insegnare nella scuola dell’infanzia dove, dotata di una particolare sensibilità, coglie quotidianamente i tanti messaggi errati, contraddittori e poco rispettosi dell’intelligenza umana, che a volte vengono inconsapevolmente lanciati, fin da piccolissimi, alle nuove generazioni. Da maestra sa bene che i bambini imparano dall’esempio e quello che viene loro dato non sempre coincide con quanto si insegna loro verbalmente.
Dalla metà del secolo scorso ad oggi i valori socialmente condivisi si sono gradualmente e notevolmente ridotti, a partire dal rispetto per il prossimo. Ecco perché la lettura di questo libro, avvincente e ricco di tenerezza, è piacevole ed utile. Essa deve assolvere ad un compito preciso e cioè quello di indurre gli adulti a riflettere e valutare quanto sia proficuo “accompagnare” gli adolescenti nel loro percorso di crescita perché crescano in modo sano e sereno, possibilmente in un mondo che lo sia altrettanto.

Da insegnante sperimenti quotidianamente quanto il racconto possa essere un canale preferenziale per introdurre vari argomenti con gli alunni di ogni età. Parlaci di quest’esperienza…

«Insegno nella scuola dell’infanzia dove il racconto è lo strumento al quale ricorro più spesso per l’introduzione di nuovi argomenti. Nel mio livello di scuola non lavoriamo per materia ma per quelli che si chiamano “campi d’esperienza” ed ogni argomento li investe tutti, concatenandoli, a partire dal movimento corporeo. Coinvolgo sempre i miei alunni nella costruzione dei racconti in cui riportano il loro vissuto, poi li riproducono recitandoli e li rappresentano graficamente dando spazio alla fantasia ed all’immaginazione. In fondo il racconto facilita l’interiorizzazione dei vari tipi di competenze ed è uno strumento per me indispensabile».

“Non sei nella lista” è il tuo primo romanzo; cosa ti ha spinto a parlare di bullismo?

«Credo che sia stato proprio il mio essere insegnante: in alcuni alunni, benché piccoli, mi è spesso capitato di vedere degli atteggiamenti da potenziali bulli, adolescenti del domani. Fin da piccoli si può esercitare e/o subire violenza, fosse anche solo psicologica come quando si danno degli appellativi come, per esempio, “ciccione”. Questo attributo può condizionare un bambino fino a minarlo nell’autostima. “Non sei nella lista” nasce da un episodio reale, un fattaccio di cronaca che anni fa mi colpì molto: la tragica storia di quel ragazzo al quale pomparono l’aria compressa. Un atto di una violenza allucinante e sentirlo classificato come “scherzo da ragazzi” mi ferì moltissimo. Poiché credo sempre nella possibilità di salvezza intesa come uscita dall’atteggiamento da bullo, volli esprimere questa mia convinzione con la storia del personaggio Marino: un ragazzino che, da teppistello che era, diventa vittima di bulli e poi paladino delle loro vittime».

A quale categoria di lettori hai pensato di rivolgere questo libro?

«A me piacerebbe che fosse letto dai ragazzi, magari insieme ai genitori! Comunque sarebbe una lettura utile a questi ultimi per comprendere bene quanto sia importante il loro ruolo; nei genitori dei giovani protagonisti si vedono alcuni atteggiamenti negativi come l’insistere con la somministrazione di cibo, concedere tutto e subito senza vivere l’esperienza del divieto, il lasciarli soli nella gestione del loro tempo. In effetti la lettura di questo libro potrebbe anche essere l’occasione per aprire un dialogo con i ragazzi e, proprio per gli episodi che racconta in cui potrebbero riconoscersi tanti di loro, mi piacerebbe fosse adottato come libro di narrativa nelle scuole superiori. La sua lettura da parte dei ragazzi andrebbe opportunamente guidata».

Tra poesia, racconto e romanzo quale tipologia di creazione letteraria ti ha affascinato di più e perché?

«In realtà tutt’e tre, perché ognuna risponde ad un tipo di esigenza comunicativa diversa. I racconti e il romanzo mi permettono di mandare un messaggio “educativo” (forma mentis del docente!) di respiro e li adoro per questo, mentre la poesia mi permette di esprimere la parte più intima del mio essere; nel momento creativo i versi mi escono di getto e per questo la sento una forma di libertà pura. Ho sperimentato anche la scrittura collettiva con il Gruppo 9, una scrittura di gruppo che è un’esperienza molto divertente».

Stai già lavorando alla prossima pubblicazione? Se sì, ci vuoi incuriosire con qualche anticipazione?

«Ho quasi pronto un lavoro che dovrei riprendere e concludere, ma intanto penso che mi piacerebbe anche scrivere il prosieguo di “Non sei nella lista”; vorrei dare ai protagonisti una vita futura arricchita positivamente dall’esperienza vissuta. Chissà se Marino e Aurora continueranno la loro storia, magari potrei inserire un personaggio bullo femminile. Purtroppo ne esistono tanti».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 luglio 2021

Il futuro del Benevento si chiama Fabio Caserta

Il futuro del Benevento si chiama Fabio Caserta

ECHI DAL SANNIO

Il futuro del Benevento si chiama Fabio Caserta

Il presidente Vigorito ha individuato nell’ex tecnico del Perugia lo stratega perfetto per plasmare una nuova squadra

di Gigi Amati

Il sì a Vigorito

Benevento e Caserta insieme. Non è l’unione di due capoluoghi campani per cercare magnifiche sorti e progressive, ma la Strega giallorossa che ha scelto Fabio Caserta per il nuovo assalto alla Serie A. Calabrese di Melito di Porto Salvo, 42 anni, Caserta ha detto ciao ciao al Perugia dopo averlo riportato in Serie B e dopo un po’ di tira e molla con gli umbri ha detto sì al presidente Vigorito che ha visto in lui il condottiero ideale per archiviare definitivamente la delusione, lo stratega giusto per far ripartire il cammino verso l’alto, la guida perfetta per plasmare un nuovo Benevento che possa di nuovo marchiare a fuoco con il proprio sigillo la Serie B, se possibile da salutare nuovamente da qui a una decina di mesi o poco più. Ha seguito istinto e ragione, come sempre, Vigorito quando ha dovuto scegliere come e da chi ripartire, ha metabolizzato rabbia e amarezza per quanto accaduto, le ha trasformate in energia – eolica, naturalmente, nel suo caso – ne ha fatto giusto carburante per la macchina giallorossa ed ha scelto Caserta, tecnico vincente ed emergente, ma emergente non soltanto perché vincente. Naturalmente fanno peso nel suo curriculum le promozioni in Serie B della Juve Stabia, 2019, e qualche mese fa del Perugia, imprese non di poco conto, né da trascurare, perché uscire vincenti dalla cosiddetta terza serie tutta sabbie mobili e lotta nel fango non è facile per nessuno. Caserta però è emergente – e predestinato al grande calcio – perché maneggia uomini e moduli con grande destrezza, non si lascia incatenare da numeri e schemini, semplicemente valorizza e fa lievitare tecnicamente la rosa: e se poi arrivano anche i risultati non è certo un problema, anzi.

Parola chiave: gruppo

E c’è poi una parola che brilla come oro nella carriera da allenatore di Caserta: gruppo. E accanto altre parole di facile comprensione e di altrettanta importanza: legame, coesione, unione, scudo. Lui è così per natura, con lui squadra e staff tecnico sono una cosa sola, un organismo di corpi e menti e cuori e respiri e muscoli che si muove compatto e determinato, una vera e propria garanzia contro le inevitabili pressioni che arrivano dall’esterno, l’unico banco di prova al quale testare una macchina complessa qual è una squadra di calcio con annessi e connessi.

La A nel mirino

Da calciatore Caserta ha giocato in Serie A con Catania, Lecce, Atalanta, Cesena dopo aver iniziato da Barcellona Pozzo di Gotto e da quattro anni di C2 a buon livello. Da allenatore ha cominciato quasi per caso con la Juve Stabia (era il secondo di Gaetano Fontana) e in seguito ha fatto il Supercorso con gente come Luca Toni, Paolo Montero, Thiago Motta, Walter Samuel e Andrea Pirlo. Adesso il suo presente e il suo orizzonte si chiamano Benevento, la sua panchina d’oro è quella giallorossa, il suo obiettivo è riportare la Strega in Serie A, dove per la seconda volta si è affacciata troppo brevemente pagando anche colpe non sue ed è scivolata sul più bello dopo aver lasciato tracce nitide e indimenticabili.

Vigorito leone, leopardo e provetto scacchista

Il lavoro di Caserta inizierà a breve dal ritiro di Cascia, dove metterà a punto il suo Benevento. Con sé avrà più o meno lo staff di sempre: l’allenatore in seconda Accursi, il preparatore atletico Chinnici, i collaboratori Inverno e Viola, il volto nuovo sarà l’allenatore dei portieri Gori che debutta nel ruolo. Guiderà, Caserta, un Benevento che ancora una volta prende forza ed energia dalla forza e dall’energia della società, che poi si traduce in forza ed energia del presidente Vigorito, un leone quando si tratta di difendere la propria creatura, un leopardo per la velocità di pensiero ed azione, ma anche un provetto scacchista quando si tratta di ponderare bene le proprie mosse.

Un nuovo Benevento sta nascendo

Archiviato Inzaghi e il corteo di gioie e dolori, feste e dispiaceri, Vigorito ha pensato ha soppesato ha valutato ha riflettuto, ed ha scelto Caserta. Ma ha anche rinforzato le fondamenta di una società già forte di suo – «non si costruiscono grattacieli sulle sabbie mobili» ama dire – e una traccia del suo fare, del suo agire la si trova anche nella scelta di affidare le redini dello staff medico giallorosso a Enrico D’Andrea, specialista in medicina fisica, fisiatria e riabilitazione, che lascia il Napoli dopo 16 anni ed ha scelto Benevento per continuare la sua preziosa opera. Il suo saluto all’ambiente azzurro ha commosso tanti per la profondità delle sue parole e la capacità di esprimere sentimenti profondi con parole semplici e dirette. Ma è la sua grande esperienza insieme con le capacità professionali e l’enorme passione per il proprio lavoro che ne fanno un altro pilastro sul quale sta nascendo il nuovo Benevento, quello che dovrà far battere ancora i cuori dei tifosi e sventolare le bandiere giallorosse, in una comunione d’intenti squadra-società-città che rappresentano da sempre l’ingrediente più semplice e insieme più difficile per vincere nel calcio.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021