La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

L’APPROFONDIMENTO

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La battaglia in corso tra l’asse Dazn-Tim e Sky disorientano i telespettatori esponendoli anche al rischio di maggiori spese

di Francesco Marchionibus

Sembra ieri, ma sono quasi tre anni che Dazn ha esordito nel calcio italiano. La sera del 18 agosto 2018 Lazio – Napoli è stata la prima partita del nostro massimo campionato ad essere trasmessa dalla nuova piattaforma tv, e subito ci sono state grandi polemiche.
La visione del match fu infatti particolarmente complicata, con continui problemi di connessione, interruzioni, blocchi di immagini e qualità video scadente, ed i tifosi invasero i social con migliaia di messaggi di disapprovazione e protesta nei confronti del nuovo operatore.
Con le partite seguenti i problemi tecnici sono stati via via ridotti e anche nei due campionati successivi Dazn ha trasmesso in esclusiva tre partite a settimana di Serie A e tutta la Serie B, giovandosi anche dell’accordo concluso con Sky Italia per l’inclusione dell’applicazione Dazn sulla piattaforma Sky Q.
La qualità del servizio fornito da Dazn in questi tre anni è sicuramente molto migliorata, ma ad oggi c’è ancora un notevole gap da colmare con la storica piattaforma Sky.
Il progresso tecnologico però corre veloce, cambiando anche le modalità delle trasmissioni in video sempre più orientate verso lo streaming online, e soprattutto corrono velocemente gli interessi economici che orientano le scelte di chi governa il calcio, italiano e internazionale.
Ed ecco dunque, nello scorso marzo, la rivoluzione del calcio in tv: Dazn, in partnership con Tim, con un’offerta complessiva di 2,5 miliardi si è aggiudicata i diritti per la trasmissione in esclusiva nel triennio 2021 – 2024 di sette partite settimanali della Serie A, interrompendo la ventennale leadership di Sky.
Si tratta di una rivoluzione che è anche una scommessa, visto che la principale modalità di fruizione proposta da Dazn è proprio quella in streaming, con una diffusione della banda ultralarga che in Italia al momento non è certo ottimale e non copre in maniera omogenea tutto il territorio del Paese.
Senza il collegamento via satellite di Sky non sarà facile vedere le partite in streaming ovunque, ma Tim in attesa di cavalcare l’onda della rete 5G (che si svilupperà grazie anche alle risorse del Recovery Plan) sta già proponendo offerte «bundle» (partite di calcio più internet ad alta velocità) nel tentativo di aumentare gli abbonamenti in fibra che, al momento, sono solo 1,5 milioni su un totale di circa 20 milioni di linee fisse.
L’intesa Dazn/Tim ovviamente preoccupa i maggiori operatori delle telecomunicazioni, da Wind3 a Vodafone a Fastweb ed alla stessa Sky, che temono che il calcio possa essere utilizzato come “killer application”.
Per Tim (che si è impegnata a mettere sul piatto 340 milioni all’anno ed a fornire tutto il supporto tecnologico necessario) il calcio può infatti essere la chiave per sottrarre clienti alla concorrenza, attirandoli con offerte relative alla esclusiva della Serie A abbinate agli altri contenuti che già assicura il pacchetto TimVision.

L’amministratrice delegata di Dazn Veronica Diquattro

La preoccupazione degli operatori è stata confermata dal recente accordo fra Tim e Mediaset per il pacchetto Infinity: ora il menu di TimVision relativo al calcio comprende Dazn con Serie A, Serie B, Europa League, Conference League, Liga spagnola e FA Cup Inglese, e anche Mediaset Infinity con la Champions League (tranne le 16 partite in esclusiva su Amazon Prime); a questi contenuti va poi aggiunta l’offerta di film, serie tv e intrattenimento sia di TimVision che di Infinity.
Sky però non è rimasta a guardare: dopo aver ottenuto le restanti tre partite di Serie A, ha offerto a Dazn 500 mln a stagione per la trasmissione anche sulla sua piattaforma delle 7 partite del competitor, e di fronte al rifiuto ricevuto ha effettuato una segnalazione all’Antitrust, che si è aggiunta a quelle presentate nei mesi scorsi da Wind3, Vodafone e Fastweb.
A seguito delle segnalazioni ricevute, l’Antitrust ha deciso di aprire un’istruttoria sull’accordo Dazn-Tim con una deadline fissata al 30 giugno 2022 per valutare se l’intesa possa risultare restrittiva della libera concorrenza, paventando la possibilità di adottare sin da ora misure cautelari per risolvere le criticità evidenziate.
È in corso insomma una vera e propria guerra, cui fanno da sfondo enormi interessi economici legati non solo al calcio ma all’intero mondo dell’intrattenimento televisivo e dello sviluppo della rete e delle comunicazioni.
Questa guerra però rischia paradossalmente di penalizzare proprio i tifosi, disorientati di fronte alla diversificazione delle offerte TV presenti attualmente sul mercato; tra i “pacchetti” a pagamento occorre infatti destreggiarsi tra quello leader di Dazn e quelli di Sky (oltre alle 3 di A, 121 partite di Champions, l’Europa League e la Conference League, la Premier, la Bundesliga, la Ligue 1 e la Serie B), di Mediaset Infinity (104 partite di Champions), di Amazon Prime (16 partite di Champions) e di Helbiz Media (la Serie B).
In sostanza per guardare tutto il calcio in tv se non si combinano bene le varie offerte (e non è facilissimo) si rischia di spendere più di prima per un servizio spezzettato e forse in alcuni casi meno qualitativo.

pubblicato su Napoli n. 43 del 24 luglio 2021

Napoli 95 anni e una passione infinita

Napoli 95 anni e una passione infinita

TESTIMONE DEL TEMPO

Napoli 95 anni e una passione infinita

Il club azzurro nasce il 1° agosto 1926 sotto il segno del leone, ma nei primi anni fu definito ciuccio. Lo squadrone di Garbutt e altri

di Mimmo Carratelli

Il compleanno del Napoli: 95 anni, 75 campionati in serie A, 12 in serie B, 2 in serie C, 3 nella Divisione nazionale. Due scudetti, otto volte secondo, dieci volte terzo, sei Coppe Italia, una Coppa Uefa, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Alpi ed un torneo italo-inglese. Quattro gli stadi: l’Arenaccia, un campo sportivo militare dal 1926 al 1930; l’Ascarelli dal 1930 al 1942, denominato all’inizio Stadio Vesuvio e dal 1934 Stadio Partenopeo; il Vomero dal dopoguerra al 1959; il San Paolo, inaugurato il 6 dicembre 1959, oggi Stadio Diego Armando Maradona. Nel campionato di serie A, il Napoli è la settima squadra per numeri di punti con l‘handicap di avere disputato meno campionati delle sei squadre che lo precedono (Juve, Inter, Milan, Roma, Fiorentina, Lazio), per media-punti è al quinto posto. Le vittorie del Napoli in serie A sono 1005, i gol 3406.
Questi i “numeri” soverchiati da una passione infinita. Era domenica il 1° agosto 1926 quando nacque il Napoli. C’erano state in città due squadre, il Naples e l’Internazionale, poi fuse nell’Internaples, presidente Giorgio Ascarelli, un industriale tessile di origine ebraica, noto anche per il suo sostegno alle arti e ai club sportivi. Ascarelli radunò i soci dell’Internaples nella sede di Piazza Carità. C’erano Gustavo Zinzaro, Emilio Reale, Davide Pichetti, Adriano Dumontet, Auricchio. Non senza una certa emozione disse: «Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Era nato il Napoli. Un grande fenomeno popolare che legò la squadra di calcio alla città come in nessun altro posto del mondo. Il calcio, a Napoli, divenne il vessillo di ambizioni e rivalse nella contrapposizione al Nord, finendo con l’essere la valvola di sfogo della precarietà e delle umiliazioni quotidiane come se la squadra fosse l’unico strumento di riscatto di una realtà cittadina depressa. Il Napoli divenne la bandiera di un popolo che non trovava altre occasioni e strumenti per vivere pienamente la sua carica emotiva, le sue capacità di sogno e di fantasia, il bisogno di visibilità. Fu il mastice di una realtà controversa e disgregata di una città che finì col riversare sulla squadra di calcio il suo bisogno di identità, la sua tensione a conquistare una ribalta.

L’inizio non fu facile. Nella Divisione nazionale in due gironi, prima che nel 1929 nascesse la serie A a girone unico, com’è oggi, il Napoli raccolse solo insuccessi, due volte salvato dalla Federcalcio. Fu allora che al Bar Brasiliano, ritrovo del tifo all’esterno della Galleria Umberto, un tifoso esclamò: «Questa squadra nostra mi pare ‘o ciuccio ‘e fichelle, trentatré piaghe e ‘a coda fracida». E il Napoli fu per sempre “il ciuccio”.
Giorgio Ascarelli ne segnò il riscatto. Per il campionato 1929-30, ingaggiò l’allenatore inglese William Garbutt, che aveva vinto tre scudetti col Genoa, e investì mezzo milione di lire in sei acquisti: il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi, le mezz’ali Vojak e Mihalic, l’ala Perani e il portiere di riserva Masetti. Completavano la squadra il centravanti Attila Sallustro, il primo idolo del calcio, il “motorino” di centrocampo Buscaglia, il terzino Pippone Innocenti di origini brasiliane, in seguito l‘attaccante Gino Rosetti, che era stato nel formidabile trio d’attacco del Torino con Libonatti e Baloncieri, il mediano Colombari per la cifra-record di 250mila lire, il portiere modenese Arnaldo Sentimenti che trascorse tutta la sua vita a Napoli. E al Rione Luzzatti, facendo prosciugare un terreno acquitrinoso, Ascarelli realizzò in sette mesi uno stadio per oltre ventimila posti con tribuna coperta in legno. Fu lo Stadio Vesuvio.
Il Napoli di Ascarelli e Garbutt conquistò due volte il terzo posto in sei campionati che gli valse la scena internazionale con la partecipazione alla Coppa Europa. Ascarelli morì a 36 anni, stroncato da una peritonite perforante il 12 marzo 1930. Gli fu intitolato lo stadio del Rione Luzzatti. Il regime fascista ne cancellò successivamente il nome, per le origini ebraiche di Ascarelli, denominandolo Stadio Partenopeo, ricostruito in muratura nel 1934 per 40mila posti, poi raso al suolo nel 1942 dai bombardamenti.

Cominciò l’epopea del Vomero, lo stadio sulla collina per tredici campionati e quattro domeniche, lo stadio di Jeppson e Vinicio, di Amadei e Pesaola, di Casari e Gramaglia, di Bugatti e Vinyei, dei sette campionati con Monzeglio in panchina.
Il San Paolo ha segnato il lungo regno di Corrado Ferlaino da quando l’Ingegnere aveva 38 anni (gennaio 1969) fino a che ne ebbe 71 (il 12 febbraio 2002 apparve per l’ultima volta al Campo Paradiso, andandosene su un’auto giapponese).
Nel campionato 1967-68 con Zoff e Altafini, Juliano e Canè, Orlando e Barison, Girardo e Panzanato, Nardin e Pogliana, in panchina Pesaola, il Napoli si piazzò per la prima volta al secondo posto.
L’epoca di Ferlaino cominciò con Chiappella in panchina (cinque anni) e il tentativo di scudetto rintuzzato a Milano (l’Inter, l’arbitro Gonella). L’avvento di Vinicio da allenatore portò il Napoli a lottare per lo scudetto per la seconda volta, impresa sfumata a Torino contro la Juventus. Mancato l’acquisto epocale di Paolo Rossi, arrivò Beppe-gol Savoldi alla cifra-record di due miliardi di lire (1400 milioni al Bologna più la cessione di Clerici e Rampanti). Terza illusione di scudetto nel campionato 1980-81, Rino Marchesi in panchina, in squadra Krol, Bruscolotti, Castellini, Damiani, Musella, Pellegrini, direttore generale Juliano. Il sogno si infranse nella gara casalinga contro il Perugia, decisivi l’autogol di Ferrario al primo minuto e le prodezze del portiere Malizia che inchiodarono il Napoli alla sconfitta.
Dopo due salvezze risicate, prima Pesaola e poi Marchesi al capezzale azzurro, l’arrivo clamoroso di Maradona. I due scudetti, la Coppa Uefa, la Coppa Italia e la Supercoppa italiana, due partecipazioni alla Coppa dei campioni, il Napoli eliminato dal Real Madrid la prima volta, dallo Spartak Mosca (ai rigori) la seconda volta.
Dopo Diego, il declino, l’ultimo grande acquisto (Fonseca dal Cagliari per 8 miliardi e 400 milioni nel 1992), Corbelli e Naldi, il disastro della stagione 1997-98, vergognoso ultimo posto e quinta retrocessione in serie B, il fallimento e la rinascita, cronaca recente o quasi, il Napoli di De Laurentiis sedici volte in Europa (7 in Champions, 9 in Europa League).
Nell’albo d’oro azzurro, i record di Hamsik (520 presenze davanti a Bruscolotti 511 e Juliano 505); i 135 gol di Mertens (Maradona 115); le 252 panchine di Pesaola, davanti a Monzeglio (236) e Bianchi (211); tre capocannonieri in serie A (15 gol Maradona nel 1987-88; 29 gol Cavani nel 2012-13; 36 gol Higuain nel 2015-16).
Tanti numeri, tante storie. E il 1° agosto 2021, il Napoli compie 95 anni.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

PATRIMONIO DA SALVARE

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Qui è iniziata la storia degli scavi di Ercolano ed ora finalmente il progetto per il suo recupero sembra essere iniziato

di Domenico Sepe

Emanuele Maurizio, il duca archeologo

La storia di Villa d’Elbeuf è strettamente legata all’eponimo duca, figura centrale nella storia degli Scavi di Ercolano. Difatti Emanuele Maurizio di Lorena, questo il suo nome, è l’uomo indicato, da più parti, come colui che ha avviato la stagione degli scavi di Ercolano e quindi anche di Pompei.
Nato a Parigi nel 1677, era il figlio minore del duca Carlo e della seconda moglie e fu principe di Lorena in quanto discendente di Renato II del Casato di Guisa. La sua vita, non essendo erede primario del casato, sembrava essere destinata ad essere poco più di una nota a margine della storia. Ma il suo destino cambiò quando, in cerca di un’occasione, passò al servizio di Giuseppe I d’Austria, tradendo il proprio monarca, Luigi XIV, che lo fece condannare a morte in contumacia.
Il suo nuovo sovrano lo nominò, nel 1706, luogotenente generale della cavalleria a Napoli, che era di recente passata all’Austria dopo la Guerra di successione spagnola, con il compito di garantire che i francesi, che avevano ancora fortissimi interessi sul Meridione d’Italia, restassero fuori da quel lato della Penisola ormai di egemonia austriaca.
Mentre si trovava a Napoli a gestire le truppe dell’Arciduca d’Austria, il duca Emanuele commissionò a Ferdinando Sanfelice, il grande architetto napoletano, una residenza privata a Portici da poter utilizzare come residenza estiva e di rappresentanza, e che divenne poi la prima delle 122 Ville del Miglio d’Oro, che naturalmente venne chiamata Villa d’Elbeuf, forse come richiamo ai titoli che gli erano stati strappati da Luigi XIV.
Negli anni della costruzione della villa e della sua permanenza a Portici, venne a sapere della presenza di reperti archeologici dissotterrati per caso nella vicina Ercolano, nel 1709, ad opera di un contadino che stava scavando un pozzo per il proprio campo.
Andò di persona a vedere questi reperti di marmo pregiato e ne comprò alcuni per la realizzazione di alcune cappelle in diverse chiese di Napoli. Successivamente acquistò il pozzo stesso ed avviò una serie di sondaggi attraverso dei cunicoli sotterranei; era, dunque, iniziata, la stagione degli scavi di Ercolano.
Nel 1719 il Duca ritornò nella natia Francia, dove riprese possesso dei propri titoli e dei propri possedimenti, ma restando sempre indissolubilmente legato a Napoli ed a Portici.
La villa venne acquistata dal duca Giacinto Falletti di Cannalonga e, nel 1738, il re Carlo di Borbone e sua moglie Amalia furono costretti, durante un viaggio per mare, a sbarcare a Portici a causa di una tempesta. Qui furono accolti dal nuovo proprietario per vari giorni e furono mostrate ai coniugi le bellezze della zona ed i reperti archeologici che erano custoditi nella villa. Il re rimase tanto impressionato dalla zona che volle costruire la propria residenza estiva proprio a Portici ed oggi quella splendida reggia estiva ospita la Facoltà d’Agraria della Federico II. Inoltre, incuriosito dai ritrovamenti fatti dal duca, il re commissionò una nuova serie di scavi nella zona di Ercolano, permettendo il rinvenimento di altri manufatti e la sistemazione iniziale dell’area archeologica.
Il duca, nel frattempo, era tornato a vivere in Francia e morì senza eredi a Parigi nel 1763 dopo essere diventato, infine, duca d’Elbeuf nel 1748 a seguito della morte del fratello maggiore e dei suoi figli.
Egli lasciava, dietro di sé, un lascito costituito dai primi scavi ercolanesi che, successivamente, lo avrebbero consacrato a pioniere dell’esplorazione archeologica delle città romane distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La Villa protesa sul mare

Quando si guarda oggi la Villa d’Elbeuf è difficile immaginare che, tempo fa, questa fosse la residenza di uno dei nobili più potenti del Regno di Napoli, visto che attualmente è coperta dai ponteggi e dai tubi.
Ma quest’edificio, che domina lo scenario del Porto del Granatello, eretto nel 1711, è stato un elegantissimo edificio fino a metà del 1800.
La costruzione voluta del principe Emanuele Maurizio di Lorena fece conoscere a Carlo di Borbone la zona ed il re decise di costruire la Reggia di Portici quale residenza estiva. Vennero così tutte le ville che vanno da San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco, quasi tutte in stile Rococò, com’era di moda in quegli anni.
La Villa d’Elbeuf è in stile Rococò e presenta due portali in marmo e piperno a cui si accede da una doppia scalinata monumentale che è collegata ad una terrazza che affaccia sul mare. Il progetto della villa fu dell’architetto Ferdinando Sanfelice, uno dei massimi esponenti del Rococò partenopeo e progettista di tantissimi palazzi a Napoli.
Dopo la costruzione, il duca Emanuele Maurizio aggiunse molte decorazioni alla sua casa, rendendola il perfetto esempio della residenza estiva e di rappresentanza. Il suo aspetto, infatti, nonostante l’attuale stato di abbandono, risulta essere imponente e maestoso e, inoltre, riesce a dominare tutto il bacino del Granatello.
Quando, come detto prima, il re Carlo di Borbone fu ospite del duca di Cannalonga, restando affascinato da questa residenza, e nel 1742 la comprò e la trasformò nella propria dépendance e nell’approdo marittimo per la propria reggia, il cui giardino comincia nelle immediate vicinanze.
Re Carlo, inoltre, era un appassionato di pesca e fece costruire dei canali, scavati nella lava vesuviana che alimentavano delle piccole peschiere convogliando l’acqua marina.
Un’altra caratteristica della villa sono i bagni a mare, fatti costruire nel periodo napoleonico da Gioacchino Murat ai piedi della villa per sé e per la famiglia, che rappresentano un raro esempio di impianto balneare in Stile Impero.
Ma la storia di questo esempio di architettura rococò finì con la costruzione della linea ferroviaria Napoli – Portici che attraversava proprio il parco della Villa d’Elbeuf. La posa dei binari, infatti, spezzò l’unità tra il palazzo ed il parco retrostante sancendo, nei fatti, l’inizio della decadenza per questo edificio.
La villa, dopo l’Unità d’Italia, passò alla famiglia Bruno con un’asta del Demanio ed il percorso discendente verso l’incuria continuò fino agli anni recenti. Oggi la villa si trova in condizioni terribili, dopo essere stata vittima di incendi, di saccheggi. Inoltre, gli stucchi sono stati quasi completamente distrutti e l’edificio versa in una condizione di totale inagibilità e d’insicurezza, visto che mancano le balaustre degli scaloni e vari punti del tetto sono crollati.
Eppure nonostante i ponteggi e lo stato d’abbandono, domina ancora lo scenario del Granatello ed è impossibile non notarla. Quest’edificio, nell’ambito della città di Portici, presenta delle grandi potenzialità museali, specie in collegamento con la vicina Reggia di Portici, di cui per un certo periodo ha fatto parte. Nel 2019, dopo che la villa era stata venduta ad una cordata di imprenditori per il restauro nel 2013, sono finalmente cominciati i lavori di recupero sotto il controllo della Soprintendenza mentre, negli anni, i cittadini di Portici hanno creato alcuni comitati per sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo monumento storico della città. I lavori procedono a rilento, complici sia alcuni problemi finanziari della cordata che l’attuale pandemia che non sono stati d’aiuto per il salvataggio di questo monumento.
Si può solo concludere dicendo che è quantomai necessario recuperare l’edifico che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei massimi esempi d’architettura e storia del Miglio d’Oro.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Un libro, il mondo, la consapevolezza

Un libro, il mondo, la consapevolezza

RIFLESSIONI

Un libro, il mondo, la consapevolezza

In un mondo dove si legge sempre di meno i libri, sia cartacei che elettronici, rappresentano l’ultimo rifugio della cultura

di Domenico Sepe

Cosa rappresenta un libro?
È una domanda che si presta sicuramente a molte risposte. Ma un libro è, prima di tutto, un continuo viaggio nel proprio io. Leggere permette di conoscere infiniti mondi ed infinite persone.
Questo perché la scrittura è un mezzo senza tempo e, per quanto possa cambiare il suo modo d’essere, diventare elettronica e perdere la sua fisicità, resta sempre la chiave di volta della civiltà umana.
Nessun libro, poi, fa distinzioni tra le persone, tutti possono prendere in mano un libro e leggerlo, da ciò la lettura diventa mezzo per la propria espressione perché permette di scrivere meglio e, quindi, di poter condividere il proprio io con gli altri. Del resto, la forza della scrittura prima, e della stampa poi, è stata la possibilità di rendere facile la comunicazione tra le persone.
Un buon libro, inoltre, è sempre un buon compagno che permette di allargare i propri orizzonti, Leopardi stesso era un accanito lettore che, come disse al proprio padre, non avrebbe mai potuto scrivere senza il patrimonio di conoscenze della biblioteca di Recanati.
Ma i libri non sono soltanto questo, Cesare Beccaria aveva ben chiaro che i libri rappresentano un universo molto più ampio. Infatti, ci sono libri che rappresentano il nostro rapporto con il mondo e la società, che definiscono rapporti, diritti e doveri: i libri delle leggi ed i codici. Questi, infatti, punto fondamentale del suo pensiero, devono essere scritti in una lingua chiara per evitare arbitrii e soprusi e devono essere conosciuti da tutti, di modo che la libertà diventi il patrimonio comune di tutti.
Beccaria affermava quindi un pensiero fondamentale: che la libertà deriva dalla conoscenza e che senza conoscenza non è possibile che ci sia un uomo libero, egli stesso diceva anche che «il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione».
Il libro, quindi, diventa il mezzo per esercitare una libertà consapevole, che diventa analisi del mondo, della politica e dell’informazione, per perseguire una critica finalizzata al miglioramento stesso della società, oltre che di sé stessi.
Ogni uomo nasce libero, ma diventa consapevolmente libero solo grazie al patrimonio di conoscenze contenuto nei libri.

Pensieri sul libro

“Un buon libro è un compagno che ci fa passare dei momenti felici”

Giacomo Leopardi

 

“Senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo”

Cesare Beccaria

 

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

L’INIZIATIVA

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

“Il Lucernario” è un interessante progetto nell’ambito del Museo Filangieri del regista Francesco Saponaro

di Domenico Sepe

Il lucernario è un’apertura che permette ad uno sprazzo di luce di illuminare un luogo senza luce, un’apertura che connette quanto era prima oscuro con il mondo e permette di vedere il cielo.
Sotto l’auspicio di questo nome nasce il video drama Il Lucernario per la regia di Francesco Saponaro nell’ambito di un progetto che mira a far rifiorire edifici di uso pubblico attraverso l’arte del teatro.
Prima ancora di parlare dell’opera in sé, deve essere citato il grande lavoro svolto per rendere possibile questa realizzazione. Infatti, la cooperativa sociale “Me Ti”, con la partecipazione al bando SIAE “Per chi crea”, ha realizzato un progetto che prevede la realizzazione di uno spettacolo teatrale con l’uso di residenze artistiche.
Il progetto si dipana nell’esplorazione del rapporto tra sacro e profano attraverso due edifici simbolo di queste due realtà: il Museo Filangieri ed il Museo del Tesoro di San Gennaro, entrambi in via Duomo. Grazie all’uso di questi luoghi per poter realizzare il progetto si sta, al contempo esplorando il rapporto tra due estremi della società partenopea che vive, da sempre, sul sottile filo che separa la religiosità e la credenza popolare dalla sobrietà dell’istituzione pubblica. Un modo di essere che rappresenta una delle tante espressioni dell’essere di gusto tipicamente partenopeo, ben lontano dalla logica settentrionale rappresentata, ad esempio, nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Sull’asse creato in via Duomo dai due edifici sopracitati si dipana la genesi de Il Lucernario, una residenza artistica sviluppata attraverso azioni performative site-specific ispirata alla morte sul lavoro di Salvatore, garzone di bar che nel luglio 2018, per arrotondare, accettò un lavoro extra a nero precipitando dal quarto piano e morendo. Ed ecco che allora, come vuole il nome, l’opera illumina su un segmento di vita troppo spesso dimenticato con l’obiettivo di essere non solo arte, ma vera missione civile a tutela della libertà delle persone.
Il segmento conclusivo della residenza è curato dal regista Francesco Saponaro, professionista con alle spalle già vari lavori di grande risonanza nazionale, impegnato da alcune settimane a dirigere un cast di giovani interpreti che in questo processo di elaborazione creativa è chiamato a interpretare una costellazione di ruoli che oscillano tra passato storico e presente urbano.
La prima parte della residenza ha visto la raccolta e l’analisi di documenti
dagli archivi dei due musei. La seconda ha coinvolto due autori – coordinati dallo scrittore e sceneggiatore Massimiliano Virgilio – nella stesura di un testo che prendeva spunto dai materiali reperiti nelle ricerche e dalle storie preesistenti sul territorio in cui insistono le due istituzioni museali.

È ora in pieno svolgimento la terza e conclusiva parte del progetto: un’intensa e quotidiana azione di ricerca creativa riservata a cinque attrici/attori finalizzata alla creazione di un’azione performativa a partire dalla drammaturgia originale e che il regista Francesco Saponaro ha deciso di elaborare in una sceneggiatura filmica attraverso la formula innovativa di un video drama che fonde il lavoro di messa in scena teatrale con la video arte e il documentario, in un dialogo serrato con il prezioso patrimonio artistico e le suggestioni del Museo Filangieri.
Ed il Museo Filangieri diventa luogo dell’espressione del miglior momento del pensiero napoletano. Il riferimento è, infatti, al più grande illuminista napoletano, Gaetano Filangieri, che volle creare uno spazio a disposizione di tutti dove i valori supremi dell’umanità e della libertà potessero vivere. Infatti, in una residenza artistica lunga un mese, sotto la supervisione di Saponaro, tanti spazi e sale del Museo si trasformano sino a diventare lo spazio scenico ed il set cinematografico necessario alla realizzazione de Il Lucernario. Gli ambienti, dunque, assumono una nuova veste e saranno il palcoscenico per la realizzazione della rappresentazione che ha avuto il suo debutto online a giugno.
Dovendo affrontare la situazione presente, il video drama si rivela la scelta-chiave per la costruzione dello spazio artistico richiesto dalla rappresentazione teatrale. Sarà, dunque, questo il formato per la scommessa sull’intreccio di linguaggi voluto dalla compagnia teatrale e, dalle parole dello stesso regista: «Dall’originale drammaturgia di impianto più strettamente teatrale, Il Lucernario ha assunto una sintassi di natura cinematografica». La settima arte, dunque, s’incontra con il teatro in un inedito connubio che permetterà agli spettatori di godere dei beni custoditi nel Museo Filangieri tra cui la Testa di San Giovanni Battista di Jusepe de Ribera e Incontro dei santi Pietro e Paolo condotti al martirio di Mattia Preti.
Non secondaria, in conseguenza di questo progetto, è la consapevolezza cui si può giungere attraverso gli strumenti culturali. In rima tra sorte e morte, il miracolo vero è salvarsi. Poiché la disgrazia, prim’ancora che le morti bianche, è la mancanza di diritti.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021