Il Napoli e la strategia dei portieri

Il Napoli e la strategia dei portieri

L’APPROFONDIMENTO

Il Napoli e la strategia dei portieri

Due primi portieri per Gattuso che stenta a dare fiducia al giovane friulano talentuoso Meret scegliendo il colombiano Ospina

di Francesco Marchionibus

Anche in questa stagione, come nelle due precedenti, sembra proprio che il Napoli vedrà alternarsi tra i pali il “predestinato” Meret e l’esperto Ospina.
Abilità nel gioco con i piedi, personalità e capacità di guidare la difesa sono le doti che l’allenatore riconosce al portiere colombiano in contrapposizione al diffuso riconoscimento di una classe innata, di una cura dei fondamentali, di una grande freddezza e di un’esplosività che il giovane friulano può contrapporre nel duello per il posto da titolare.
Si tratta di due portieri di grande valore, che formano una tra le migliori coppie della Serie A, tanto che la società azzurra per assicurarsene le prestazioni ha effettuato due anni fa un investimento importante, prelevando Meret dall’Udinese per 26 milioni in un’operazione complessiva con l’ingaggio anche del greco Karnezis e Ospina dall’Arsenal per 3,5 milioni.
Con Alex (che ha 23 anni) il Napoli ha fatto un acquisto valido per il presente ma anche e soprattutto per il futuro, assicurandosi uno dei portieri in prospettiva più forti d’Italia e non solo, che grazie alle sue qualità vedrà crescere ulteriormente anche il proprio valore di mercato: un ottimo investimento quindi dal punto di vista tecnico ma anche, come spesso accade per la società azzurra, da quello economico.
Ospina è invece considerato il classico “usato sicuro”, un giocatore di esperienza (32 anni) destinato nei piani della società a fare da “chioccia” al collega più giovane nonostante non abbia nei fondamentali del ruolo il suo punto forte. Per il valore dei giocatori, e considerando le cifre in circolazione, anche gli ingaggi corrisposti ai due estremi difensori (1,8 mln a Meret e 2,5 mln a Ospina) contribuiscono a rendere il loro acquisto un buon affare.
Alle spalle dei due titolari, che peraltro sono molto amici e vivono con grande sportività il loro dualismo, quest’anno il giovane Contini ha sostituito come terzo portiere il greco Karnezis, ceduto al Lille nell’ambito dell’affare Osimhen.
La partenza dell’ex Udinese è stata una operazione dettata da esigenze di bilancio più che tecniche, visto che oltre a ridurre lievemente il monte ingaggi (stipendio di 0,8 mln per Karnezis e 0,5 mln per Contini) ha assicurato al Napoli una discreta plusvalenza (cessione per 5 milioni, nonostante il greco non abbia praticamente mai giocato, a fronte di un valore residuo a bilancio di circa 0,5 mln).
L’avvicendamento nel ruolo di terzo portiere del Napoli porta con sé anche un altro dato positivo: con Nikita Contini (24 anni) ci si affida a un giovane estremo difensore proveniente dal vivaio azzurro, che si è già messo in buona luce nelle serie inferiori (quasi 120 partite tra B e C) e che con l’ingresso nella rosa di prima squadra potrà soltanto accrescere la propria cifra tecnica e il proprio valore di mercato.

Si tratta di un aspetto importante, soprattutto se si considera che negli ultimi anni le squadre italiane si sono rivolte sempre più a giocatori stranieri anche per ricoprire il delicatissimo ruolo del portiere, con la conseguenza che, soprattutto a certi livelli, per i giovani estremi difensori di scuola italiana si sono sempre più ridotte le opportunità di mettersi in mostra. E questo nonostante per storia e tradizione la nostra “scuola” dei portieri sia probabilmente la migliore al mondo.
Se inizialmente sono state soprattutto le grandi del nostro campionato a fare ricorso ai portieri stranieri, quasi sempre di alto livello, oramai quasi tutte le squadre schierano, come titolari o come riserve, numeri uno provenienti da oltreconfine.
Nello scorso campionato tra le prime sette classificate solo Atalanta e Milan hanno avuto tra i pali un titolare italiano, il Napoli come sappiamo ha alternato Meret ed Ospina, mentre la Juventus, l’Inter e le romane si sono affidate a portieri stranieri.
Attualmente sui sessanta portieri delle venti compagini di serie A ben 24 sono stranieri, e solo in cinque squadre tutti e tre gli estremi difensori in rosa sono italiani.
Tra i portieri acquistati all’estero ci sono grandi campioni e ottimi giocatori che possono innalzare il livello qualitativo delle loro squadre. Spesso però arrivano nel nostro campionato giocatori “normali”, ai quali di certo molti giovani portieri provenienti dai settori giovanili delle nostre società hanno poco da invidiare.
Estremi difensori come Gollini, Cragno, Montipò, Audero e i più esperti Sepe, Silvestri e Cordaz sono l’esempio lampante di come la scuola italiana possa ancora produrre ottimi portieri se ai giovani vengono date fiducia e la possibilità di giocare e fare esperienza.
E la scelta della società azzurra di puntare su Meret (anche se per ora in alternanza con l’esperto “El patron” Ospina) va considerata proprio in questa ottica.
Una scelta onerosa, se si pensa che il giovane friulano del Napoli è il portiere di Serie A che è costato di più, e che testimonia come la società azzurra creda ciecamente nelle sue potenzialità. Ma anche una scelta oculata, visto che recentemente l’osservatorio calcistico del CIES ha inserito Meret al decimo posto, primo tra gli italiani, nella classifica mondiale dei portieri con il valore di mercato più alto.
Il futuro insomma inevitabilmente è di Alex e speriamo che lo viva il più a lungo possibile nella nostra squadra per riprendere la tradizione dei grandissimi portieri italiani che hanno vestito la maglia del Napoli e della nazionale, come il campione del mondo Giuseppe Cavanna, Ottavio Bugatti, il “Giaguaro” Castellini e soprattutto l’immenso Dino Zoff.

pubblicato su Napoli nr. 31 del 03 ottobre 2020

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

SCAFFALE PARTENOPEO

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

Un racconto illustrato per spiegare anche ai più piccini che la scrittura è uno strumento per “sentirsi vicini anche stando lontani e diventare amici”

di Marina Topa

“Più che amiche” è un libro per bambini scritto e disegnato interamente da Silvana Rinaldi, un’insegnante di filosofia in un liceo napoletano. Spontanea sorge una curiosità: cosa spinge una prof del liceo a scrivere una storia che permetta ai più piccini di comprendere come la scrittura, e di conseguenza la lettura, possano diventare uno strumento “per coltivare legami affettivi nonostante la distanza”.
La storia narra di una bambina africana che, per imparare la nostra lingua, scrive delle lettere ad una bambina italiana alla quale gliele legge la madre. Inizia così una corrispondenza tra le due e riescono a conoscersi molto bene perché, si sa, molto spesso la scrittura permette di aprire il proprio cuore meglio dei colloqui in presenza… cresce nelle due amichette il desiderio di conoscersi di persona. La mamma della piccola italiana riuscirà ad accontentarle? Non lo diciamo qui per non sminuire l’interesse per la lettura del racconto (tra l’altro il testo è bilingue italiano/inglese)!
Certamente non è un caso che Silvana abbia realizzato questo libro proprio in questo momento storico in cui il Covid la fa da padrone imponendo il distanziamento sociale anche ai bambini che, ovviamente, più ancora delle altre fasce d’età, hanno difficoltà ad accettarlo e realizzarlo perché contro natura.
Ed è questa curiosità che ci spinge a chiedere all’autrice come mai si è accostata alla letteratura per l’infanzia; scopriamo così che ha insegnato per alcuni anni nella scuola dell’infanzia e poi alla primaria. La sensibilità sviluppata verso le problematiche infantili e l’amore che ha vissuto negli anni di lavoro con i bambini sono rimasti vivi in lei.

Grazie alla scrittura di racconti per bambini sei riuscita a non distaccarti dal mondo dell’infanzia; ti sei anche perfezionata come disegnatrice. Ci racconti la motivazione che ti ha spinto ad intraprendere questo percorso?

«Ho cominciato a lavorare con i bambini appena diplomata all’Istituto Magistrale. Mi ero iscritta all’Università, alla Federico II, a filosofia, la mia passione. Mentre studiavo per gli esami del primo anno, vinsi il concorso per la scuola dell’Infanzia e mi trovai catapultata – così mi sentivo-, prima di compiere vent’anni, in una classe di bambini dai tre ai cinque anni. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio seguivo i corsi all’università. Fu un periodo difficile tra studio e lavoro. Mano a mano che passava il tempo, il rapporto con i piccoli mi piaceva sempre di più, imparai a osservarli e ad ascoltarli. Era bello organizzare laboratori di pittura, farli parlare in cerchio, leggere storie per loro. Quando dopo qualche anno passai alla scuola primaria, ero completamente appassionata al mio lavoro. Dopo la laurea, avrei potuto insegnare alle superiori le mie materie, storia e filosofia, ma sentivo che avevo ancora molto da imparare dai bambini».

Le tappe di questo percorso naturalmente non finiscono qui…

«Facevo parte del gruppo “Leggere per…” che curava un progetto che intendeva diffondere tra gli alunni il piacere della lettura. Fu durante uno dei workshop per docenti organizzati da “Leggere per…” a Napoli, che conobbi Livio Sossi, professore di letteratura per l’infanzia all’Università di Udine. Durante quel laboratorio, ci spiegò come scrivere una storia per l’infanzia, con testo breve e molte immagini, un albo illustrato in pratica. Ci mettemmo al lavoro seguendo le sue indicazioni e quando fu il momento di socializzare i nostri testi nel gruppo, il prof si mostrò molto interessato al mio. Mi incoraggiò a farne un albo utilizzando il testo che avevo scritto e producendo io stessa dei disegni. Nei giorni seguenti mi misi al lavoro, volevo provarci e realizzai il prototipo del mio primo libro. Quando il prof tornò a Napoli, glielo mostrai e lui continuò a incoraggiarmi, stavolta a pubblicarlo. Mandai il prototipo un po’ in giro per case editrici e fu pubblicato. Erano due volumetti “Non so leggere”e “Non so scrivere”. Lo presentò Livio Sossi in persona, da Guida Merliani. Era il 2005 e la maggioranza del pubblico era composta dai miei bambini e dalle loro mamme…»

Il libro fu un successo…

«Intanto, nei laboratori sulla lettura e scrittura organizzati a scuola, i bambini avevano prodotto un libro vero e proprio, con immagini create da loro e con traduzione anche in braille. Questo libro, che partecipò al concorso di Bordano per una fiaba illustrata, vinse il primo premio. Intanto io volevo scrivere per i bambini e volevo anche illustrare, perciò avevo bisogno di imparare e affinare la capacità pittorica, che avevo spontaneamente ma andava curata. Così cominciai a prendere lezioni di pittura e di illustrazione. Durante gli anni in cui ho seguito questi corsi, ho disegnato e dipinto tanto. A fine corso inviavo un prototipo di storia illustrata a tema, al concorso di Bordano, nel settore esordienti ricevendo menzioni d’onore e inserimento nel catalogo dei lavori.
La passione per il mondo dell’infanzia che mi ha spinto a scrivere e a illustrare tante storie per bambini non è finita quando sono passata a insegnare nelle scuole superiori storia e filosofia.
In realtà quello che mi interessa è proprio il rapporto educativo con i discenti poiché trovo che ci sia sempre da imparare. Trovo si impari molto dai propri alunni. Bisogna mettersi in ascolto e in osservazione e, soprattutto impostare un rapporto che passi necessariamente attraverso l’empatia e la relazione affettiva. Noi che veniamo dalla scuola primaria, ci siamo formati sui testi di Rodari, di Mario Lodi, di Don Milani, prima ancora che si diffondessero le letture di Goleman, Gardner e di tutta la psicosociologia più avanzata. E proprio da questi autori abbiamo imparato che senza emozioni e senza affetto, non è possibile alcun apprendimento. Ciò vale per i bambini come per gli adolescenti. Un’ultima cosa non meno importante: insegnare per me è stata ed è tuttora, una sorta di terapia. Io attraverso i miei alunni rivedo me stessa nelle varie fasi della mia vita ed è una sensazione bellissima perché mi fa sentire vicina a loro, mi fa essere una guida autorevole ma che nel contempo li accoglie e li comprende. Il mondo dell’infanzia e il mondo dell’adolescenza dunque continuano a essere una costante scoperta, e mi dicono tanto su me stessa e sulla mia storia».

pubblicato il 9 ottobre 2020

Il rituale familiare e la partita di calcio

Il rituale familiare e la partita di calcio

IL CALCIO VISTO DALLE DONNE

Il rituale familiare e la partita di calcio

“Chi ama non dimentica” di Alessia Bartiromo è un racconto autobiografico nella raccolta “Interrompo dal San Paolo”

di Marina Topa

“Chi ama non dimentica” è il titolo del racconto con il quale Alessia Bartiromo, giornalista televisiva e della carta stampata, oltre che telecronista, ha collaborato alla stesura di “Interrompo dal San Paolo”, curato da Pietro Nardiello, insieme ad altre diciannove donne provenienti da diversi ambienti lavorativi ma con in comune una vera e propria professione, anche se non prevede pensionamenti: essere tifose del Napoli!
L’esperienza ci insegna che l’amore del tifoso per la sua squadra è tra quelli meno suscettibili all’infedeltà e questa affermazione è sostenuta anche dalla testimonianza di Alessia: quello per il Napoli è un amore trasmesso nel DNA da generazioni ed interiorizzato dall’esempio quotidiano degli adulti di famiglia.
Anche il suo racconto, come gli altri, testimonia che l’amore per la squadra del cuore di fatto è uno degli strumenti più validi per trasmettere valori essenziali come i sentimenti, il rispetto per la condivisione di ideali e per gli stati emotivi dell’altro, la tradizione, la conoscenza della cultura del popolo di appartenenza.
Gli aneddoti di “Interrompo dal San Paolo” sono tutti legati al modo di vivere il calcio nella maggior parte delle famiglie partenopee, vissuti e narrati con animo femminile; leggendoli quasi tutti possiamo ritrovarci nell’elemento autobiografico dell’autrice. Nel racconto della Bartiromo, specialmente per le donne non proprio giovanissime, è facile condividere la consapevolezza del ruolo aggregante del calcio con la figura della signora Anna, la nonna, e la saggezza nell’utilizzarlo con una maestria (perdonino gli uomini) tutta femminile. È dedicato alla sua famiglia e ruota attorno a Roberto Sosa, l’attaccante argentino che ha segnato il goal con il quale il Napoli ha riconquistato la serie B. Con sensibilità descrive come quel giorno, che per un bambino al quale è stato negato di andare allo stadio era destinato a restare nella memoria come uno dei più tristi della sua vita, grazie all’amorevole intervento della nonna riesce a trasformarsi in uno dei ricordi più belli ed entusiasmanti.
L’autrice evidenzia un altro elemento importante: quanto profonda sia stata l’umiliazione che molti tifosi hanno vissuto con la retrocessione e quanto sia stato dignitoso il saper contenere l’esplosione di gioia nel riavvicinarsi alla serie A. Poteva apparire scontato il ritorno nella massima serie per una squadra come il Napoli ma di fatto non lo era e di sicuro il contenimento dell’entusiasmo era un modo per sconfiggere la paura di non farcela!

Nel tuo racconto si evince un forte coinvolgimento emotivo, in quale dei protagonisti incontriamo Alessia?

«Io, Alessia, sono il sottofondo di tutto il racconto. In ogni personaggio ci sono delle sfumature del mio vissuto emotivo in una famiglia meravigliosa, nella quale l’unione era alimentata molto anche dal rituale domenicale scandito dalla partita del Napoli. Sono molto grata ai miei familiari ed in particolare a mio nonno per avermi trasmesso questa passione… In realtà i miei nonni non abitavano nei pressi del San Paolo ma al Vomero; ricordo, però, che dal loro terrazzo vedevamo lo stadio da lontano e vivevamo tutte le vibrazioni a distanza e ne ho un ricordo bellissimo. Mia nonna era meno tifosa della signora Anna, il suo coinvolgimento calcistico era legato soprattutto all’amore per i singoli membri della famiglia ed al ruolo che il tifo per il Napoli giocava nell’unità della famiglia stessa. Ricordo poi il diverso modo di vivere la promozione di categoria della squadra: per noi giovani era un’esplosione di gioia mentre per i più adulti, che avevano vissuto il Napoli di Maradona, non poteva essere così».

Tra i racconti sentiti su Maradona e la tua conoscenza del Pampa sicuramente un calciatore argentino rappresentava una garanzia. Per affrontare i 90 minuti di gioco con serenità, però, è necessario anche aver fiducia nel portiere… da quando hai iniziato a seguire il calcio chi è stato per te il “number one” dei portieri?

«Da sempre sono stata molto legata ai portieri del Napoli. Fin da piccola andavo in curva e lì c’è proprio una vicinanza fisica con il portiere. Nello svolgimento del mio lavoro ho avuto anche l’opportunità di incontrare in più occasioni Pino Taglialatela: una persona eccezionale a tutto tondo! Lo considero un simbolo della storia del Napoli ed è lui il mio “number one”.

Condividi il dualismo tra Meret e Ospina o credi che ci dovrebbe essere una gerarchia ben definita? In tal caso su chi dei due punteresti?

«È sicuramente un dualismo molto particolare che soprattutto in Serie A raramente abbiamo visto, anche considerando che quasi sempre c’è almeno una propensione per uno dei portieri in rosa. Tuttavia questa alternanza, con Gattuso, sta proseguendo anche in questo avvio di stagione, col mister che pare ancora preferire Ospina per la sua capacità di giocare coi piedi. Sicuramente mi dispiace per un giovane di talento come Meret che rappresenta il calcio del futuro non solo del Napoli ma anche della Nazionale. Credo che con una stagione durante la quale si disputeranno tante partite, ad ogni modo, si arriverà ad una gerarchia più definita. Chissà, magari schierando, ad esempio un portiere in campionato ed un altro nelle Coppe, in modo che anche Alex possa avere le sue chances».

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano”

“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano”

SOCIETA’

“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano”

Il libro di Nisida 2020 edito da Diego Guida e curato da Maria Franco professoressa di lettere dell’istituto

di Marina Topa

Come sempre dopo episodi di violenza c’è chi grida vendetta, chi chiede giustizia e chi spera che non se ne verifichino più… e per fortuna c’è anche chi alla speranza affianca azioni costruttive e per costruttivo, soprattutto in un carcere minorile, s’intende operare affinché il giovane che ha commesso un reato recuperi gli strumenti per reintegrarsi nella società con diversi parametri relazionali, troppo spesso e purtroppo mai conosciuti prima.
“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano” è il libro di Nisida 2020 edito da Diego Guida e curato da Maria Franco professoressa di lettere dell’istituto, ideatrice ed organizzatrice del laboratorio di scrittura che va avanti da anni con ottimi risultati.
Come quelli pubblicati in precedenza, anche questo libro è scritto “a più mani” infatti si compone di racconti scritti insieme ai ragazzi dell’Istituto Penitenziario di Nisida da Viola Ardone, Sara Bilotti, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Mario Gelardi, Antonio Menna, Patrizia Rinaldi.
La scrittura è stata lo strumento che ha permesso ai ragazzi di aprirsi e far sentire la propria voce, spesso finalmente anche a se stessi. Ognuno di loro che una volta scontata la pena riesce con fatica e determinazione, e purtroppo molto spesso in solitudine, a percorrere un cammino nuovo nella libertà e nella legalità, è un successo dell’istituzione.
«Per me è difficile lasciare i ragazzi di Nisida anche solo per un momento, nella mia mente» confessa la prof. Franco. In realtà il suo essere insegnante non è stato lo svolgimento di una professione ma di una missione, una scelta di vita che, coinvolgendola nel cuore e nella mente, le ha reso impossibile allontanarsi da quel mondo anche dopo il pensionamento, nel 2019, conclusivo di una carriera di 35 anni (non a caso nel 2011 fu nominata cavaliere al merito della Repubblica e nel 2017 fu insignita dell’Italian Teacher Prize).

Il suo profondo desiderio, maturato a partire dal 1984, cioè da quando prese servizio all’IPM di Nisida, è «Dare ai ragazzi la possibilità di riflettere, sempre. Fornirgli gli strumenti per aiutarli a scegliere, visto che moltissimi di questi ragazzi si sono ritrovati in situazioni più grandi di loro, più complesse, in cui la possibilità di scelta è risultata davvero difficile».
E nel suo percorso didattico ha sperimentato che
«Se e quando il ragazzo “difficile” ritrova, nelle storie, qualcosa che gli parla di sé e, insieme, di mondi per lui diversi e magari lontani, scopre che un libro può essere, in carcere, una compagnia piena di calorose sorprese».
Prima di leggere “Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano” è opportuno conoscere le motivazioni ed il grande lavoro che lo precede.
Maria Franco, che ha coinvolto con entusiasmo anche altri colleghi nell’esperienza, ha mostrato la sensibilità insita nell’animo del vero docente che gli impedisce il distacco emotivo dai suoi alunni, dichiarando: «Ho sempre sentito una senso di inadeguatezza verso le storie e i vissuti di questi ragazzi – racconta –. Sono storie che mi porterò per sempre nel cuore. E mi interrogheranno per sempre. Anche perché molte di queste storie le trovo inaccettabili per una Repubblica democratica. Non dovrebbero esistere situazioni così drammatiche. Uno Stato democratico dovrebbe essere in grado di prevenire».
Il libro inizia con una delicata dedica a Riccardo Muti che ha fatto conoscere la magia della musica ai ragazzi di Nisida e prosegue dividendosi in 3 parti la cui struttura riprende e completa un lavoro didattico svolto in classe. Alcuni dei giovani autori possono addirittura considerarsi “scrittori veterani” in quanto avevano già partecipato alla compilazione di libri progettati e pubblicati negli anni precedenti a testimonianza dell’interesse suscitato in loro.
“Dietro l’angolo, c’è ancora strada” ha ricevuto il 23 settembre il Premio Siani.
Questo riconoscimento, oltre ad essere importante perché conferma e sottolinea il valore di tutto il lavoro che ha portato alla realizzazione del testo, incentiva a mantenere alta l’attenzione alle problematiche della crescita nel nostro territorio, purtroppo molto spesso più difficili che altrove.

pubblicato il 30 settembre 2020

Quando una passeggiata diventa una lezione di psicologia

Quando una passeggiata diventa una lezione di psicologia

CURIOSITA’

Quando una passeggiata diventa una lezione di psicologia

I peripatetici apprendevano i significati filosofici della vita passeggiando con i loro maestri… a Napoli lo si fa anche da fermi

di Marina Topa

Qualche settimana fa, ancora sotto shock per il timore del contagio Covid, mi fermai alla fermata dell’autobus senza l’intenzione di aspettarlo davvero … approfittavo della panchina per una breve sosta prima di riprendere la mia lunga camminata ma, inaspettatamente, ho appreso una lezione di psicologia che ha cambiato il mio rapporto con i rituali superstiziosi dei tifosi di famiglia di cui mi sono sempre sentita vittima. Sulla stessa panchina, ma sull’estremo opposto al mio, stava seduto un signore, anche lui con il volto coperto dalla mascherina ma non per questo intenzionato ad evitare quel minimo di public relation tipico dei napoletani: subito mi raccontò che aveva vissuto più di 40 anni in Germania ed era tornato qui, nella sua Napoli, giusto due anni fa e Napoli, si sa, è lo scenario di opere teatrali di grande spessore artistico e soprattutto umano!
Il poverino non mi risparmiò tutta la sua sofferenza durante il lockdown… proprio ora che aveva ripreso a sorridere alla vita, perché davvero gli bastava quell’oretta di passeggiata quotidiana per comunicare con chi lo capiva perché “teneva ‘a stessa cervella” era arrivata la batosta!
“Signora, non fa niente che dobbiamo aspettare ‘o pulmann! Quanno state lontano vi manca pure questo … oggi però ‘nu poco m’ ‘ncazzo perché se faccio tardi non ce la faccio a fare ‘na partitella a scopa con mio nipote prima della partita!”
– “Fossero tutti questi i guai, proprio in questo momento! La fate dopo!” – mi è scappato di dire mentre toccavo insofferente la mascherina – “magari vi divertite pure di più, con calma…”
– “E voi pure avete ragione signora! Ma oggi ‘o pulmann deve arrivare presto perché alle 19 inizia la partita e se non facciamo almeno ‘na partitella con mio nipote porta male!”

– E già! Mo’ secondo voi se il Napoli vince o perde dipende da quello che fate voi! … le stesse scemenze in cui credono a casa mia: se non si rispetta tutto un rituale la squadra perde … voi vi credete troppo importanti!” – aggiunsi ridendo ma il signore, a dire il vero con molto garbo ma anche molta serietà mi dette la sua lezione:
– No signora cara, non ci crediamo importanti! E’ che noi il Napoli lo amiamo! I genitori che fanno per amore dei figli? Tutto quello che possono per stare tranquilli con la coscienza apposto che hanno usato al 100% le loro forze per il loro bene! Per il Napoli è la stessa cosa; il tifoso vero deve partecipare come può, e se può farlo facendo delle scemità, come dite voi, l’addà fa’: è un atto d’amore! Specialmente ora che quei poveri guaglioni (riferendosi ai calciatori) sono soli sul campo per colpa ‘e ‘stu maledetto virùs!
Subito mi sono venuti in mente i racconti scambiati con delle amiche a proposito di tutti i vincoli familiari legati all’imminenza di una partita del Napoli: chi ha iniziato il travaglio in silenzio fino alla fine della partita, chi deve fare attenzione ai cibi da preparare, chi ha organizzato il viaggio di nozze in base agli incontri calcistici, chi si è perfino inimicata il padre per aver lasciato il fidanzato prima della partita, provocando un’ alterazione del rituale propiziatorio, chi deve stare attenta all’abbinamento dei colori degli abiti … Donne, amiche, ascoltate bene non viviamo situazioni da vittime bensì COMPIAMO SOLO ATTI D’AMORE!!!

pubblicato il 13 agosto 2020