Qual buon vento è il Benevento

Qual buon vento è il Benevento

ECHI DAL SANNIO

Qual buon vento è il Benevento

La squadra giallorossa sino alla fine del campionato combatterà sempre fissando quello striscione finale che rappresenta la porta per la A

di Gigi Amati

Giallo e rosso contro gli altri colori

Qual buon vento, è il Benevento. Il Benevento che senza bussare entra nelle zone alte della classifica e ricorda a chi se ne fosse dimenticato, o abbia fatto finta di dimenticarlo, che nella lotta per la promozione c’è anche la Strega, eccome se c’è. Il giallo e il rosso si aggiungono al nero e all’azzurro del sorprendente Pisa, al bianco e al nero di un Ascoli che dopo secoli di anonimato vuol fare nuovamente la voce grossa, ovviamente al bianco e azzurro di quel Brescia che si scrive Brescia ma per ovvi motivi si legge Pippo Inzaghi, ai tanti colori diversi di Frosinone, Reggina, Cremonese, Cittadella, in attesa di Lecce, Parma, forse Spal: tante tinte, tante nuances che formano il magico caleidoscopio della Serie B, da sempre autentica cartina al tornasole dell’Italia intera, la vera rappresentazione del tricolore: dal mare ai monti, dai capoluoghi alla provincia più sana, dal grande al piccolo dal piccolo al grande in un abbraccio di tifosi e passione calcistica.

Il Benevento mostra i muscoli

Che bel vento, il Benevento che regala al suo popolo il primo refrigerio dopo tanta afa, apre, anzi spalanca le finestre della sua stagione mostrando idealmente i muscoli alla scelta compagnia che di qui a maggio combatterà, sgomiterà, farà la voce grossa, cadrà, si rialzerà, sempre tenendo lo sguardo fisso su quello striscione finale che rappresenta la porta per il ritorno in Serie A. La retta via imboccata dalla Strega è il segnale giusto per scatenare la battaglia, ma è soprattutto l’ennesima testimonianza del costante buon lavoro del presidente Vigorito, nocchiero impavido che tiene la nave giallorossa costantemente in linea di galleggiamento, anche dopo il colpo dell’immeritata retrocessione e della necessità di partire con piani ambiziosi, certo, ma tenendo ben presenti le difficoltà che anche il calcio attraversa in una stagione delle nostre vite e delle nostre esistenze che quella vita e quell’esistenza le ha messe a dura prova, le ha sottoposte a pressione e torsione, le ha piegate e strizzate aprendo loro la porta su un chissà e un chissà quando che non avevamo mai affrontato.

Vigorito nocchiero impavido

Il presidente Vigorito è sempre rimasto lì, lì dove le circostanze, la responsabilità, il senso del dovere, la passione lo hanno chiamato. Ha tenuto la testa alta dopo le bassezze subite nel finale della scorsa stagione, colpi bassi che avrebbero atterrato Tyson, ma non lui, fiero combattente con e per la Strega. Ha guardato al passato, certo, ma per prenderne esempio, non per inutili lamenti; ha guardato al presente, facendo bene attenzione ai conti e al domino delle carte e delle scadenze; ha però anche dato un occhio al futuro con il solito sguardo visionario, facendosi guidare dall’orgoglio e dalla costante voglia di sfida. È così del resto che un comandante in capo guida con saggezza l’imbarcazione: resta vigile nella bonaccia e si mostra solido nella tempesta, cuore e nervi, fegato e muscoli, dimostrando alla truppa che lui è lì con loro, davanti a loro, in mezzo a loro.

Fate largo e spalancate le finestre

Naturalmente il bello e il difficile devono ancora venire, la stagione è ancora in fasce e i conti, come sempre accade con la B, si faranno alla fine del lungo viale fatto di sfide e duelli, di trasferte delicate e complesse gare casalinghe, di salite e discese, di spifferi e correnti, schiaffi e sorrisi, affanni e sospiri, sussurri e grida. Su questo, tranquilli, vigilano Foggia e Caserta, mente e braccio di un progetto giallorosso che viaggia con sapienza e costanza, con attenzione e prudenza ma senza rinunciare agli slanci, agli assalti, al coraggio, alla faccia truce che un’aspirante promossa deve avere e mostrare ai rivali, tutti, senza sconti. In attesa dell’atteso faccia a faccia con Inzaghi, una sfida fatalmente nei pensieri e nei cuori di tutto il popolo della Strega, intanto è riapparso dalle nebbie estive Lapadula, il bomber con la faccia da pugile, il gringo che ha fatto al contrario il percorso del libro Cuore: dalle Ande agli Appennini, dal Cile all’Italia, dal Sudamerica a Benevento. Ha messo da parte il dispiacere di aver perso la Serie A, ha accantonato la rabbia per tanti attaccanti che in A giocano e non sono certo più degni di lui di salire su certi palcoscenici, ha fatto di tutto questo il carburante giusto per riaccendere i motori e tornarci, in A, con il Benevento, lo stregone e la Strega, con quella maglia e insieme a quella gente che da sempre è abituata a conquistarsi tutto, senza regali: perché da sempre è più bello festeggiare in questo modo.
Qual buon vento, è il Benevento: fate largo e spalancate le finestre.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Luciano Spalletti pronto a pagare un fiorino

Luciano Spalletti pronto a pagare un fiorino

VERSO FIORENTINA-NAPOLI

Luciano Spalletti pronto a pagare un fiorino

L’allenatore del Napoli si vestirà da Troisi per chiedere con decisione di superare l’ostacolo che gli frapporrà il tecnico viola

di Domenico Sepe

Luciano Spalletti idealmente utilizzerà la battuta del film Scusate il ritardo per portare a casa un risultato positivo. È proprio a Firenze infatti, prima della pausa del campionato, che Napoli e Fiorentina si affronteranno per la conferma definitiva delle proprie ambizioni: due squadre che vogliono dimostrare quanto di buono è stato fatto nelle rispettive nuove gestioni. Da un lato, la squadra di Spalletti vuole confermare l’ottimo momento con una prestazione di alto livello, mentre dall’altra parte, la squadra di Italiano non vuole certo concedere una facile passeggiata al parco ai partenopei.

Artemio Franchi: un uomo, uno stadio

La partita che domenica alle 18.00 vedrà di fronte Fiorentina e Napoli si giocherà nel tempio del calcio fiorentino: lo storico stadio Artemio Franchi. Questo impianto, inaugurato nel 1931 con il nome di “Stadio Comunale”, fu dedicato nel 1991 dal Comune di Firenze alla memoria di un suo illustre cittadino: il dirigente di FIGC, UEFA, FIFA e Fiorentina Artemio Franchi.
Nato a Firenze da genitori senesi, è stato il dirigente della Viola negli anni del suo splendore, con uno scudetto ed una Coppa della Coppe, tra l’altro manifestazione organizzata proprio su sua iniziativa.
Successivamente Franchi fu eletto alla guida della FIGC dal 1967 al 1976 e, con lui alla guida, l’Italia colse il primo trofeo dopo molti anni, l’Europeo del 1968. Fu anche Presidente UEFA e Vicepresidente FIFA dal 1973 fino alla tragica morte avvenuta in un incidente stradale nel 1983 ed a lui, oltre allo stadio di Firenze, fu dedicato anche lo stadio di Siena, sua città natale. L’impianto sportivo, dunque, è un omaggio ad un uomo che si è adoperato nel mondo del calcio varcando i confini nazionali con i molteplici incarichi ricoperti nella sua longeva carriera da dirigente.

La nuova Fiorentina di Italiano

Sulla panchina viola siede da questa stagione Vincenzo Italiano, un allenatore che, già allo Spezia, ha dimostrato di saper realizzare l’impossibile. La Fiorentina, con la nuova guida tecnica, ha mostrato, in questo primo scampolo di campionato, una grinta alla ricerca della vittoria che mancava da molti anni, ridando al popolo di Firenze la voglia di sognare.
Complice anche il nuovo corso del patron Commisso, la Viola di Italiano è stata rivitalizzata da una serie di innesti azzeccati e dal lavoro del mister sull’intera rosa messagli a disposizione dalla società. L’avvio della stagione è stato incoraggiante con tre vittorie consecutive ai danni di Torino, Atalanta e Genoa. Poi la battuta d’arresto con i campioni in carica dell’Inter di Simone Inzaghi ha un po’ lasciato perplesso l’ambiente per come è maturato il risultato.

Due sistemi di gioco a confronto

Il Napoli e la Fiorentina sono due squadre accomunate in questa stagione dalla novità per entrambe nella guida tecnica. Entrambe le squadre sono impostate per proporre il proprio gioco perché preferiscono evitare di dover aspettare le mosse dell’avversaria di turno.
Ci sono però alcune differenze sostanziali. Il Napoli di Spalletti gioca, anche a causa degli infortuni, con un 4-2-3-1. Durante la fase di possesso i centrali si occupano di marcatura ed ogni tanto partecipano allo sviluppo della manovra mentre, in fase di non possesso, il Napoli sa difendersi con due linee di difesa costituite dai difensori e dai mediani, questi ultimi pronti a far ripartire la squadra in velocità quando è possibile organizzare un contropiede o a costruire con il possesso palla azioni manovrate ed elaborate con calma e consapevolezza.
Dall’altro alto, la Fiorentina di Italiano gioca in modo ambizioso con una tattica che appare già ben definita. Italiano applica con il suo 4-3-3 un pressing asfissiante sugli avversari. L’ottima condizione fisica, dimostrata finora, permette alla Viola di mantenere questa pressione per larghi tratti della partita. Il problema manifestato dalla squadra riguarda soprattutto i due esterni di difesa, capaci in fase di costruzione e meno in ripiegamento. Questa debolezza è emersa con evidenza nella batosta subita in casa dall’Inter di Simone Inzaghi.

Vlahovic vs Osimhen: fisicità e velocità

Probabili protagonisti della sfida tra Napoli e Fiorentina saranno i rispettivi terminali offensivi che interpretano il proprio ruolo con qualche differenza.
L’attaccante viola, Dusan Vlahovic, è un nove puro, un centravanti mancino, fisico e tecnico. Con la sua altezza di 1 metro e 90, Dusan domina l’area di rigore con il proprio corpo sovrastando spesso gli avversari sulle palle inattive. Dopo essere maturato come riserva della Fiorentina, il giocatore è stato responsabilizzato diventando bravo nel far salire la squadra e risultando devastante in campo aperto. È dotato di una forte progressione e riesce a controllare l’area di rigore e, nonostante la giovane età Italiano gli ha affidato le sorti del proprio attacco.
Il Napoli, dal suo canto, può contare sulla dirompente velocità di Victor Osimhen. Infatti, il giovane attaccante partenopeo ha dimostrato, già l’anno scorso, di possedere uno scatto difficile da arginare da parte delle difese avversarie e con i suoi movimenti riesce ad attirare su di sé più difensori nella marcatura, aprendo ampi spazi per le incursioni degli esterni. Inoltre, ha un piede in continuo miglioramento capace di gesti tecnici che non gli venivano accreditati.
Dunque, laddove Vlahovic ci mette la pura fisicità, Osimhen compensa con la velocità e l’imprevedibilità, incarnando perfettamente il ruolo di attaccante moderno e versatile capace non solo di segnare, ma di aprire anche preziosi spazi per i compagni.

Un mitico ex partenopeo

Infine, è da ricordare che Italiano può schierare anche José Callejon che ha indossato per sette stagioni la divisa azzurra da titolare inamovibile. Tutti i partenopei conoscono le potenzialità di questo giocatore e tutti gli appassionati di calcio ne apprezzano la tecnica calcistica, l’intelligenza e la duttilità che gli consentono di essere utile alla propria squadra in ogni parte del campo. Dopo la prima stagione con la Fiorentina caratterizzata da alti e bassi Callejon è ritornato, a pieno titolo, tra i protagonisti della stagione viola ed è un giocatore su cui Vincenzo Italiano potrà contare nell’intero arco del campionato, anche se domenica gli azzurri lo abbracceranno con affetto ma cercheranno sin dal primo minuto, se il suo tecnico lo schiererà tra i titolari, di rendergli la vita impossibile.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Napoli: chi sarà il prossimo sindaco?

Napoli: chi sarà il prossimo sindaco?

LA CITTÀ

Napoli: chi sarà il prossimo sindaco?

Candidati a diventare primo cittadino sono in sette, in gran parte sostenuti da liste civiche e tra questi mancherà l’attuale sindaco

di Ciro Chiaro

Siamo alle ultime battute della campagna elettorale per le amministrative rinviate, causa Covid, e previste per il 3 e 4 ottobre con eventuale ballottaggio che si terrebbe il 17 e 18.
Candidati a diventare primo cittadino sono in sette, in gran parte sostenuti da liste civiche e tra questi mancherà l’attuale sindaco poiché al termine del secondo mandato. De Magistris ha però individuato in Alessandra Clemente la candidata DemA capace di portare avanti con continuità la linea politica dell’amministrazione in corso. Gli altri candidati sono: Gaetano Manfredi, ex rettore della Federico II, che gode dell’appoggio di PD e Movimento 5 Stelle; Catello Maresca, magistrato che si è messo in aspettativa per dare una mano a questa città e che politicamente è sostenuto dalle forze di destra che trovano spazio in ben 12 liste civiche; Antonio Bassolino, figura storica della sinistra napoletana e nazionale sostenuto unicamente da liste civiche.
Uno di questi quattro probabilmente sarà il prossimo sindaco di Napoli poiché non si ritiene che possano venire sorprese dagli altri candidati: Matteo Brambilla, Giovanni Moscarella e Rossella Solombrino.
Superate le polemiche iniziali sui consueti impresentabili all’interno di alcune liste, la campagna elettorale si è svolta in maniera tranquilla e ordinata, senza particolari polemiche fatto salvo lo scontro tra Catello Maresca e l’ANM a seguito della esclusione di quattro liste a lui collegate fra le quali quella della Lega. Le affermazioni riguardo alla decisione politica assunta dal giudice amministrativo non sono state apprezzate dall’ANM soprattutto perché venivano da un magistrato. Il successivo ricorso è stato rigettato e il Consiglio di Stato ha definitivamente sancito l’irregolarità nella presentazione delle liste e confermata l’esclusione. La decisione riguarda sia il Comune che le Circoscrizioni poiché sono in ballo anche i rinnovi dei consigli circoscrizionali che nella realtà cittadina assumono un ruolo particolarmente importante. A seguito del pronunciamento del Consiglio di Stato anche all’interno della coalizione di Catello Maresca vi sono stati diversi dissapori poiché venivano fatti fuori alcuni nomi eccellenti del panorama politico cittadino, tutti con un gran seguito. Le accuse di eccessivo formalismo nella decisione degli organi amministrativi si sono sprecate, le liste sarebbero state presentate in ritardo e con anomalie riguardo al simbolo, ma la materia elettorale è ben disciplinata dalla legge proprio per garantire la democrazia. Si comprende la delusione visto che alla presentazione delle candidature il magistrato era dato per favorito, sostenuto da una coalizione che sembrava una invincibile armada, cosa che aveva indotto le forze antagoniste a cercare di opporgli un personaggio di alto profilo e si era arrivati a pensare al Presidente della Camera Roberto Fico.

Ma nonostante l’assenza del nome altisonante comunque gli ultimi sondaggi danno favorito Gaetano Manfredi che, pur non essendo politico di professione, ha allacciato buoni rapporti con la politica romana e non sono mancati ai suoi incontri con l’elettorato figure di spicco dei partiti o membri del governo che lo hanno sostenuto.
Tutto sommato quella che si sta per concludere è stata una campagna elettorale di basso profilo: quasi assenti i confronti diretti tra i candidati, limitati i comizi di piazza, anche per motivi sanitari, si sono privilegiati gli incontri con gli elettori in suggestive locations della città ma sempre con l’osservanza delle necessarie cautele e prestando attenzione ad evitare assembramenti. Intensa è stata la presenza nelle televisioni e sui social che attualmente rappresentano il mezzo di comunicazione preferito dalla politica. Il tutto in linea con le ultime tornate elettorali anche a livello nazionale che hanno visto una blanda partecipazione a livello emotivo e una conseguente bassa affluenza alle urne a causa di un ormai consolidato disinteresse verso la politica da parte dei cittadini. Ma in particolare questa campagna elettorale ha dovuto fare i conti anche con le conseguenze della pandemia: le vaccinazioni in corso, la problematica riapertura delle scuole, le vicende legate al green pass e non ultimo il passaggio alla stabilità economica. Situazioni che ci hanno visto tutti coinvolti e che hanno ulteriormente ridimensionato l’importanza dell’evento politico poiché la gente era in tutt’altre faccende affaccendata.
Ma a prescindere dalle situazioni contingenti ancora una volta si è manifestato il vero problema politico nazionale che a livello locale trova la sua massima espressione: i partiti storici che non sanno auto-trasformarsi in efficaci recettori delle istanze dei cittadini e il proliferare di liste civiche raffazzonate, portatrici di mere istanze di parte o privatistiche, lo conferma. Questo qualunquismo impegnato, come l’ha definito Mario Rusciano in un editoriale sul Corriere del Mezzogiorno, comporta non solo l’assenza di programmi strutturati e di provate competenze per portarli avanti ma maggioranze friabili che non consentono la governabilità mettendo in difficoltà le istituzioni anche nella quotidiana operatività.

Eppure in questo momento di rinascita a cui si approccia tutto il paese, grazie anche agli interventi del PNRR, Napoli dovrebbe far sentire alta e forte la sua voce. In una recente intervista l’onorevole Boccia del PD ha dichiarato: «… dico che sia mancata al Sud la guida di Napoli. Non tanto per una visione di insieme, quanto perché Napoli deve essere capitale europea e luogo di cambiamento. Noi tutti ci sentiamo orfani di Napoli».
Questa vision di una Napoli sede di poteri decisionali in campo politico ed economico, capace di essere un volano di crescita per tutto il Mezzogiorno, manca nei programmi dei candidati a futuro sindaco. Infatti tutti, prescindendo da derive ideologiche di destra o di sinistra, hanno puntato sulla realizzazione di servizi efficienti, sul recupero di una buona qualità della vita, sul lavoro, sulla sicurezza e sulla valorizzazione delle risorse culturali della città. Non è mancata ovviamente qualche apertura ad effetto sul nuovo stadio del Napoli, sulla tangenziale gratuita e via discorrendo.
Ovviamente tutti diranno che se si riesce a fare qualcosa su questi punti già è un miracolo considerando che il Comune è in dissesto finanziario e che prima della pandemia si discuteva a livello politico della necessità di una legge per Napoli, praticamente un finanziamento, considerati i problemi della città e le scarse risorse a disposizione per affrontarli.
Questo minimo sindacale, che sicuramente starà bene ai napoletani, visto che vivono in una città che si trova nelle zone più basse della classifica riguardante la qualità della vita, rappresenta il sogno di tutti i candidati, qualsiasi sia il loro orientamento politico, tant’è che non si è data alcuna rilevanza a clamorosi cambi di casacca di determinati soggetti che pure hanno avuto anche una storia politica importante.
Quindi ancora una volta andiamo a votare con la speranza che la coalizione vincente possa dare una soluzione ai tanti problemi che affliggono questa città, coltivando il desiderio che piano piano si possa restituire a Napoli un’immagine più consona alla sua grande storia e alla sua cultura.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

L’APPROFONDIMENTO

La guerra dei diritti televisivi nella prossima stagione

La battaglia in corso tra l’asse Dazn-Tim e Sky disorientano i telespettatori esponendoli anche al rischio di maggiori spese

di Francesco Marchionibus

Sembra ieri, ma sono quasi tre anni che Dazn ha esordito nel calcio italiano. La sera del 18 agosto 2018 Lazio – Napoli è stata la prima partita del nostro massimo campionato ad essere trasmessa dalla nuova piattaforma tv, e subito ci sono state grandi polemiche.
La visione del match fu infatti particolarmente complicata, con continui problemi di connessione, interruzioni, blocchi di immagini e qualità video scadente, ed i tifosi invasero i social con migliaia di messaggi di disapprovazione e protesta nei confronti del nuovo operatore.
Con le partite seguenti i problemi tecnici sono stati via via ridotti e anche nei due campionati successivi Dazn ha trasmesso in esclusiva tre partite a settimana di Serie A e tutta la Serie B, giovandosi anche dell’accordo concluso con Sky Italia per l’inclusione dell’applicazione Dazn sulla piattaforma Sky Q.
La qualità del servizio fornito da Dazn in questi tre anni è sicuramente molto migliorata, ma ad oggi c’è ancora un notevole gap da colmare con la storica piattaforma Sky.
Il progresso tecnologico però corre veloce, cambiando anche le modalità delle trasmissioni in video sempre più orientate verso lo streaming online, e soprattutto corrono velocemente gli interessi economici che orientano le scelte di chi governa il calcio, italiano e internazionale.
Ed ecco dunque, nello scorso marzo, la rivoluzione del calcio in tv: Dazn, in partnership con Tim, con un’offerta complessiva di 2,5 miliardi si è aggiudicata i diritti per la trasmissione in esclusiva nel triennio 2021 – 2024 di sette partite settimanali della Serie A, interrompendo la ventennale leadership di Sky.
Si tratta di una rivoluzione che è anche una scommessa, visto che la principale modalità di fruizione proposta da Dazn è proprio quella in streaming, con una diffusione della banda ultralarga che in Italia al momento non è certo ottimale e non copre in maniera omogenea tutto il territorio del Paese.
Senza il collegamento via satellite di Sky non sarà facile vedere le partite in streaming ovunque, ma Tim in attesa di cavalcare l’onda della rete 5G (che si svilupperà grazie anche alle risorse del Recovery Plan) sta già proponendo offerte «bundle» (partite di calcio più internet ad alta velocità) nel tentativo di aumentare gli abbonamenti in fibra che, al momento, sono solo 1,5 milioni su un totale di circa 20 milioni di linee fisse.
L’intesa Dazn/Tim ovviamente preoccupa i maggiori operatori delle telecomunicazioni, da Wind3 a Vodafone a Fastweb ed alla stessa Sky, che temono che il calcio possa essere utilizzato come “killer application”.
Per Tim (che si è impegnata a mettere sul piatto 340 milioni all’anno ed a fornire tutto il supporto tecnologico necessario) il calcio può infatti essere la chiave per sottrarre clienti alla concorrenza, attirandoli con offerte relative alla esclusiva della Serie A abbinate agli altri contenuti che già assicura il pacchetto TimVision.

L’amministratrice delegata di Dazn Veronica Diquattro

La preoccupazione degli operatori è stata confermata dal recente accordo fra Tim e Mediaset per il pacchetto Infinity: ora il menu di TimVision relativo al calcio comprende Dazn con Serie A, Serie B, Europa League, Conference League, Liga spagnola e FA Cup Inglese, e anche Mediaset Infinity con la Champions League (tranne le 16 partite in esclusiva su Amazon Prime); a questi contenuti va poi aggiunta l’offerta di film, serie tv e intrattenimento sia di TimVision che di Infinity.
Sky però non è rimasta a guardare: dopo aver ottenuto le restanti tre partite di Serie A, ha offerto a Dazn 500 mln a stagione per la trasmissione anche sulla sua piattaforma delle 7 partite del competitor, e di fronte al rifiuto ricevuto ha effettuato una segnalazione all’Antitrust, che si è aggiunta a quelle presentate nei mesi scorsi da Wind3, Vodafone e Fastweb.
A seguito delle segnalazioni ricevute, l’Antitrust ha deciso di aprire un’istruttoria sull’accordo Dazn-Tim con una deadline fissata al 30 giugno 2022 per valutare se l’intesa possa risultare restrittiva della libera concorrenza, paventando la possibilità di adottare sin da ora misure cautelari per risolvere le criticità evidenziate.
È in corso insomma una vera e propria guerra, cui fanno da sfondo enormi interessi economici legati non solo al calcio ma all’intero mondo dell’intrattenimento televisivo e dello sviluppo della rete e delle comunicazioni.
Questa guerra però rischia paradossalmente di penalizzare proprio i tifosi, disorientati di fronte alla diversificazione delle offerte TV presenti attualmente sul mercato; tra i “pacchetti” a pagamento occorre infatti destreggiarsi tra quello leader di Dazn e quelli di Sky (oltre alle 3 di A, 121 partite di Champions, l’Europa League e la Conference League, la Premier, la Bundesliga, la Ligue 1 e la Serie B), di Mediaset Infinity (104 partite di Champions), di Amazon Prime (16 partite di Champions) e di Helbiz Media (la Serie B).
In sostanza per guardare tutto il calcio in tv se non si combinano bene le varie offerte (e non è facilissimo) si rischia di spendere più di prima per un servizio spezzettato e forse in alcuni casi meno qualitativo.

pubblicato su Napoli n. 43 del 24 luglio 2021

Napoli 95 anni e una passione infinita

Napoli 95 anni e una passione infinita

TESTIMONE DEL TEMPO

Napoli 95 anni e una passione infinita

Il club azzurro nasce il 1° agosto 1926 sotto il segno del leone, ma nei primi anni fu definito ciuccio. Lo squadrone di Garbutt e altri

di Mimmo Carratelli

Il compleanno del Napoli: 95 anni, 75 campionati in serie A, 12 in serie B, 2 in serie C, 3 nella Divisione nazionale. Due scudetti, otto volte secondo, dieci volte terzo, sei Coppe Italia, una Coppa Uefa, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Alpi ed un torneo italo-inglese. Quattro gli stadi: l’Arenaccia, un campo sportivo militare dal 1926 al 1930; l’Ascarelli dal 1930 al 1942, denominato all’inizio Stadio Vesuvio e dal 1934 Stadio Partenopeo; il Vomero dal dopoguerra al 1959; il San Paolo, inaugurato il 6 dicembre 1959, oggi Stadio Diego Armando Maradona. Nel campionato di serie A, il Napoli è la settima squadra per numeri di punti con l‘handicap di avere disputato meno campionati delle sei squadre che lo precedono (Juve, Inter, Milan, Roma, Fiorentina, Lazio), per media-punti è al quinto posto. Le vittorie del Napoli in serie A sono 1005, i gol 3406.
Questi i “numeri” soverchiati da una passione infinita. Era domenica il 1° agosto 1926 quando nacque il Napoli. C’erano state in città due squadre, il Naples e l’Internazionale, poi fuse nell’Internaples, presidente Giorgio Ascarelli, un industriale tessile di origine ebraica, noto anche per il suo sostegno alle arti e ai club sportivi. Ascarelli radunò i soci dell’Internaples nella sede di Piazza Carità. C’erano Gustavo Zinzaro, Emilio Reale, Davide Pichetti, Adriano Dumontet, Auricchio. Non senza una certa emozione disse: «Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Era nato il Napoli. Un grande fenomeno popolare che legò la squadra di calcio alla città come in nessun altro posto del mondo. Il calcio, a Napoli, divenne il vessillo di ambizioni e rivalse nella contrapposizione al Nord, finendo con l’essere la valvola di sfogo della precarietà e delle umiliazioni quotidiane come se la squadra fosse l’unico strumento di riscatto di una realtà cittadina depressa. Il Napoli divenne la bandiera di un popolo che non trovava altre occasioni e strumenti per vivere pienamente la sua carica emotiva, le sue capacità di sogno e di fantasia, il bisogno di visibilità. Fu il mastice di una realtà controversa e disgregata di una città che finì col riversare sulla squadra di calcio il suo bisogno di identità, la sua tensione a conquistare una ribalta.

L’inizio non fu facile. Nella Divisione nazionale in due gironi, prima che nel 1929 nascesse la serie A a girone unico, com’è oggi, il Napoli raccolse solo insuccessi, due volte salvato dalla Federcalcio. Fu allora che al Bar Brasiliano, ritrovo del tifo all’esterno della Galleria Umberto, un tifoso esclamò: «Questa squadra nostra mi pare ‘o ciuccio ‘e fichelle, trentatré piaghe e ‘a coda fracida». E il Napoli fu per sempre “il ciuccio”.
Giorgio Ascarelli ne segnò il riscatto. Per il campionato 1929-30, ingaggiò l’allenatore inglese William Garbutt, che aveva vinto tre scudetti col Genoa, e investì mezzo milione di lire in sei acquisti: il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi, le mezz’ali Vojak e Mihalic, l’ala Perani e il portiere di riserva Masetti. Completavano la squadra il centravanti Attila Sallustro, il primo idolo del calcio, il “motorino” di centrocampo Buscaglia, il terzino Pippone Innocenti di origini brasiliane, in seguito l‘attaccante Gino Rosetti, che era stato nel formidabile trio d’attacco del Torino con Libonatti e Baloncieri, il mediano Colombari per la cifra-record di 250mila lire, il portiere modenese Arnaldo Sentimenti che trascorse tutta la sua vita a Napoli. E al Rione Luzzatti, facendo prosciugare un terreno acquitrinoso, Ascarelli realizzò in sette mesi uno stadio per oltre ventimila posti con tribuna coperta in legno. Fu lo Stadio Vesuvio.
Il Napoli di Ascarelli e Garbutt conquistò due volte il terzo posto in sei campionati che gli valse la scena internazionale con la partecipazione alla Coppa Europa. Ascarelli morì a 36 anni, stroncato da una peritonite perforante il 12 marzo 1930. Gli fu intitolato lo stadio del Rione Luzzatti. Il regime fascista ne cancellò successivamente il nome, per le origini ebraiche di Ascarelli, denominandolo Stadio Partenopeo, ricostruito in muratura nel 1934 per 40mila posti, poi raso al suolo nel 1942 dai bombardamenti.

Cominciò l’epopea del Vomero, lo stadio sulla collina per tredici campionati e quattro domeniche, lo stadio di Jeppson e Vinicio, di Amadei e Pesaola, di Casari e Gramaglia, di Bugatti e Vinyei, dei sette campionati con Monzeglio in panchina.
Il San Paolo ha segnato il lungo regno di Corrado Ferlaino da quando l’Ingegnere aveva 38 anni (gennaio 1969) fino a che ne ebbe 71 (il 12 febbraio 2002 apparve per l’ultima volta al Campo Paradiso, andandosene su un’auto giapponese).
Nel campionato 1967-68 con Zoff e Altafini, Juliano e Canè, Orlando e Barison, Girardo e Panzanato, Nardin e Pogliana, in panchina Pesaola, il Napoli si piazzò per la prima volta al secondo posto.
L’epoca di Ferlaino cominciò con Chiappella in panchina (cinque anni) e il tentativo di scudetto rintuzzato a Milano (l’Inter, l’arbitro Gonella). L’avvento di Vinicio da allenatore portò il Napoli a lottare per lo scudetto per la seconda volta, impresa sfumata a Torino contro la Juventus. Mancato l’acquisto epocale di Paolo Rossi, arrivò Beppe-gol Savoldi alla cifra-record di due miliardi di lire (1400 milioni al Bologna più la cessione di Clerici e Rampanti). Terza illusione di scudetto nel campionato 1980-81, Rino Marchesi in panchina, in squadra Krol, Bruscolotti, Castellini, Damiani, Musella, Pellegrini, direttore generale Juliano. Il sogno si infranse nella gara casalinga contro il Perugia, decisivi l’autogol di Ferrario al primo minuto e le prodezze del portiere Malizia che inchiodarono il Napoli alla sconfitta.
Dopo due salvezze risicate, prima Pesaola e poi Marchesi al capezzale azzurro, l’arrivo clamoroso di Maradona. I due scudetti, la Coppa Uefa, la Coppa Italia e la Supercoppa italiana, due partecipazioni alla Coppa dei campioni, il Napoli eliminato dal Real Madrid la prima volta, dallo Spartak Mosca (ai rigori) la seconda volta.
Dopo Diego, il declino, l’ultimo grande acquisto (Fonseca dal Cagliari per 8 miliardi e 400 milioni nel 1992), Corbelli e Naldi, il disastro della stagione 1997-98, vergognoso ultimo posto e quinta retrocessione in serie B, il fallimento e la rinascita, cronaca recente o quasi, il Napoli di De Laurentiis sedici volte in Europa (7 in Champions, 9 in Europa League).
Nell’albo d’oro azzurro, i record di Hamsik (520 presenze davanti a Bruscolotti 511 e Juliano 505); i 135 gol di Mertens (Maradona 115); le 252 panchine di Pesaola, davanti a Monzeglio (236) e Bianchi (211); tre capocannonieri in serie A (15 gol Maradona nel 1987-88; 29 gol Cavani nel 2012-13; 36 gol Higuain nel 2015-16).
Tanti numeri, tante storie. E il 1° agosto 2021, il Napoli compie 95 anni.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021