Real Madrid-Manchester City: la sfida dei miliardi

Real Madrid-Manchester City: la sfida dei miliardi

L’APPROFONDIMENTO

Real Madrid-Manchester City: la sfida dei miliardi

Nonostante i diversi palmarés, è una sfida tra big non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello economico

di Francesco Marchionibus

Va in scena stasera Real Madrid – Manchester City, ottavo di Champions League tra due delle favorite per la vittoria finale. Il club madridista è quello che ha vinto più titoli al mondo, con 33 campionati, 19 Coppe e 11 Supercoppe di Spagna, 1 Coppa della Liga e 1 Coppa Duarte in patria, e all’estero 13 Coppe dei Campioni/Champions League, 2 Coppe UEFA, 4 Supercoppe UEFA, 3 Coppe Intercontinentali e 4 Coppe del Mondo per club, oltre ad una Coppa Iberoamericana, per un totale di 27 trofei ufficiali internazionali. Il City, che ha conosciuto addirittura la terza serie inglese verso la fine degli anni ‘90, nella sua storia ha conquistato 6 campionati, 6 Coppe d’Inghilterra, 6 Coppe di Lega, 6 Charity/Community Shield e, a livello internazionale, appena 1 Coppa delle Coppe nel 1970. Confronto da fare impallidire, ma se pensiamo che 13 dei suoi trofei il Manchester li ha conquistati negli ultimi 10 anni allora la prospettiva muta decisamente.
Ed infatti è proprio nell’ultimo decennio che la storia dei Citizens è cambiata radicalmente, con l’acquisto da parte dell’Abu Dhabi United Group del principe Mansour Bin Zayd Al Nahyan. Il gruppo arabo, dalla potenza economica smisurata, ha reso la società una delle più ricche e la squadra una delle più forti e, soprattutto dopo l’avvento di Guardiola, più spettacolari del panorama mondiale. È quindi più che legittimo, nonostante i diversi palmarés, parlare di sfida tra big, e non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello economico. Il Real Madrid ha ottenuto nell’ultimo bilancio un fatturato di 757,3 milioni di euro, secondo soltanto ai rivali storici del Barcellona, ed è da sempre una delle società più ricche al mondo.
È una polisportiva strutturata come associazione ed elegge il proprio presidente ogni tre anni. Per poter essere eletto presidente il candidato deve essere socio da almeno 20 anni consecutivi e deve presentare una fideiussione personale pari al 15% del fatturato del club. L’attuale presidente, Florentino Perez, è al suo terzo mandato consecutivo, e la sua politica di acquistare grandissimi fuoriclasse ha portato il club madridista, da sempre ai vertici mondiali, ad essere identificato come la squadra dei galacticos.

Il Real è al terzo posto nel mondo per valore della rosa (pari a 1,08 miliardi di euro), dietro al Liverpool e proprio al City, in testa con un valore di 1,29 miliardi. Primi per valore della rosa, i Citizens con 610,6 milioni sono invece “appena” sesti nella classifica per fatturato. La proprietà araba, che inizialmente ha acquisito il City per utilizzarlo come canale di promozione della compagnia aerea Etihad, nell’ultimo decennio ha investito sul mercato oltre 1,8 miliardi di euro per potenziare la squadra. La continua corsa ad incrementare i numeri del bilancio ha portato però il City a violare le norme del fair play finanziario e ad essere riconosciuto colpevole di illecite sponsorizzazioni: lo sceicco Mansour nel 2014 avrebbe gonfiato le cifre dei contratti di sponsorizzazione, versando in società 68 milioni di sterline spacciati appunto per ricavi da sponsor mentre in realtà 60 milioni sarebbero provenuti dall’Abu Dhabi United Group, sempre di sua proprietà. La conseguenza è stata la squalifica per le prossime due stagioni da ogni competizione europea.
In attesa dell’esito del ricorso, il City ha dunque un’occasione importantissima per raggiungere un traguardo finora solo sognato e a cui rischia di dover rinunciare ancora per qualche anno. Le Merengues e i Citizens si sono già incontrati in Champions in due occasioni, entrambe favorevoli ai madridisti. Nella stagione 2012/2013 City e Real si sono affrontate nelle qualificazioni: pareggio per 1-1 a Manchester e vittoria 3-2 degli spagnoli a Madrid, con il City che chiuse all’ultimo posto il girone, che comprendeva anche Borussia Dortmund e Ajax, senza riuscire a vincere neanche una partita. Il secondo confronto è stato invece la semifinale del 2016 (che è tra l’altro il miglior risultato raggiunto dal City in Champions), al termine della quale il Real si è qualificato alla finale, poi vinta contro l’Atletico Madrid, grazie al pareggio a reti inviolate di Manchester e alla vittoria per 1-0 ottenuta al Bernabeu con un gol di Bale.
L’esito del doppio confronto in programma tra stasera e il prossimo 17 marzo è sicuramente molto incerto ed è difficile pronosticare chi avrà la meglio, se saranno premiati gli spunti e le giocate dei fuoriclasse di Zidane o il gioco corale dei campioni schierati da Guardiola. In ogni caso, approderà ai quarti una grande squadra che si candiderà alla vittoria del trofeo e rappresenterà un ostacolo molto difficile da superare per tutte le altre qualificate.

pubblicato il 26 febbraio 2020

Santiago Calatrava – “Nella luce di Napoli”

Santiago Calatrava – “Nella luce di Napoli”

LA MOSTRA

Santiago Calatrava – “Nella luce di Napoli”

Una mostra dedicata all’architetto valenciano al Museo nazionale di Capodimonte sino al 20 maggio

di Domenico Sepe

Il Museo nazionale di Capodimonte, già luogo dove sono collezionate alcune delle opere più significative nel campo delle arti visive italiane, ospita, dal 6 dicembre e sino al 20 maggio, una mostra dedicata all’architetto valenciano Santiago Calatrava con il nome “Santiago Calatrava. Nella luce di Napoli”. Essa sottolinea l’amore dell’artista per la città, culla e porto del Mediterraneo, crocevia di culture e civiltà differenti.

L’autore

Santiago Calatrava è nato nel 1951 a Benimànet, poco distante dalla città di Valencia, in Spagna, e all’età di soli otto anni ha iniziato gli studi di disegno e pittura presso la Scuola delle Arti e dei Mestieri della sua città. Nel 1968 si iscrive al Politecnico dell’Università di Valencia dove, dopo essersi laureato in architettura, si specializza in urbanistica. Nel 1979 consegue il dottorato di ricerca in ingegneria civile presso l’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo.
Tra le sue opere più famose sono da ricordare il ponte dell’Alamillo a Siviglia del 1992, il Centro Olimpico di Atene del 2004, il porto di Marina d’Arechi a Salerno del 2012 ed il Ponte della Costituzione a Venezia del 2008.

La stazione dell’alta velocità Mediopadana di Reggio Emilia

La mostra

La mostra si trova nelle sale del secondo piano del Museo, qui sono collocate le maquette delle architetture più importanti da lui realizzate tra cui quella per il World Trade Center Transportation Hub detto “Oculus” memoria dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle e simbolo della rinascita della città. Sono presenti anche alcune idee progettuali come i Ponti per Genova, disegnato e offerto alla città dopo il crollo del Ponte Morandi, e gli Sharq Crossing Bridges.
In mostra anche le sculture di tutte le sue fasi. Un’ampia selezione in materiali molto diversi: dall’ebano, marmo bianco, alabastro, rame dorato, alluminio, granito nero fino al bronzo. Le prime furono realizzate negli anni ’80 e sono composte da diversi cubi geometrici in pietra pesante in tensione, collegati principalmente da cavi d’acciaio, come si vede chiaramente nella sua scultura Musical. Opere capaci di comunicare quel cruciale senso di leggerezza che troviamo in tutti i suoi edifici. Accanto ad esse opere di forme astratte pure ispirate alla natura e all’arte delle Cicladi e poi sculture ispirate alla natura ed alle piante.
Ampio spazio ai disegni: dipinti a pastello e carboncini in cui si ritrovano i suoi temi principali: alberi, tori e il nudo femminile. Comincia da giovanissimo a disegnare il corpo umano per esplorarne il senso e la dinamica del movimento. Le forme umane, rese attraverso la tensione muscolare e figure parziali, saranno decisive nello sviluppo del suo linguaggio architettonico. Disegna incessantemente centinaia di acquerelli come percorso di meditazione della sua architettura. Non c’è da stupirsi, dunque, che la prima vocazione di Santiago Calatrava sia stata il disegno e che sia la sua attività di pittore che di scultore abbiano influenzato decisivamente quella di architetto e ingegnere.
Il Cellaio nel Real Bosco di Capodimonte ospita la seconda sezione della Mostra e sono qui esposte oltre 50 opere in ceramica in ideale dialogo con l’antica produzione della Real Fabbrica di Porcellana, opere d’arte di grande potenza visiva e dipinte con grande precisione della calligrafia. La ceramica è una materia che Calatrava ha conosciuto in Spagna a Manises, vicino Valencia in una delle più grandi scuole europee. Ciò che Calatrava apprezza di più in quest’arte è la sua tecnica ancestrale, il meticoloso processo necessario per trasformare un materiale primordiale in un oggetto di estremo lusso. Alcune delle ceramiche in mostra riprendono le figure rosse su fondo nero della tradizione ellenica e mediterranea, di cui si trova traccia anche nella produzione celtiberica. L’uso di colori e di pigmenti primitivi è il richiamo all’ancestrale funzione totemica del segno.
La mostra “Santiago Calatrava. Nella luce di Napoli” offre una riflessione senza precedenti sui suoi 40 anni di carriera, svela la sua ricca produzione artistica attraverso una prospettiva e una chiave di lettura completamente nuova: la luce, componente fondamentale di ogni sua grande architettura. E proprio un innovativo progetto di lighting design renderà possibile una nuova narrazione di tutte le sfaccettature del suo lavoro, esplorando nel dettaglio il suo audace uso dei materiali e dei colori, valorizzando le sue forme scultoree, approfondendo la ricerca pittorica e la produzione ceramica.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

La Dea e Gasperini all’esame di maturità

La Dea e Gasperini all’esame di maturità

L’APPROFONDIMENTO

La Dea e Gasperini all’esame di maturità

Luci nerazzurre a San Siro per la Champions League ma in questa occasione non sono per l’Inter

di Francesco Marchionibus

Questa sera al Meazza di Milano va in scena la sfida di andata degli ottavi di finale di Champions League tra Atalanta e Valencia. L’impegno per gli uomini di Gasperini appare certamente ostico, per la caratura e l’esperienza degli avversari, ma non impossibile. Il Valencia, che è uno dei club più titolati di Spagna, ha vinto sei campionati (gli ultimi due, nel 2002 e nel 2004, con Rafa Benitez in panchina), otto Coppe del Re e una Supercoppa Spagnola. Fuori dai propri confini invece ha vinto una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, due Supercoppe Europee, due Coppe delle Fiere e una Coppa Intertoto; ha anche disputato due finali consecutive di Champions League, nel 2000 con il Real Madrid e nel 2001 con il Bayern Monaco, quando alla guida c’era l’argentino Hector Cuper, perdendole entrambe. Attualmente occupa il 25° posto del ranking europeo.
Disputa le partite casalinghe allo stadio Mestalla, il più antico di Spagna, un impianto da 55mila posti inaugurato nel 1923 e ristrutturato nel 1973, che prende il nome dall’omonimo torrente che scorre ancora oggi sotto la sua struttura.
Dal 2014 il 70% della società è di proprietà dell’imprenditore Peter Lim, inserito dalla rivista Forbes all’ottavo posto fra le persone più ricche di Singapore con un patrimonio netto stimato in 1,6 miliardi di dollari. Dopo alcuni anni anonimi, la squadra ha raggiunto nelle ultime stagioni buoni risultati, con due quarti posti in campionato e soprattutto con la vittoria nel 2018-19 della Coppa di Spagna.
L’ottima rosa di calciatori, che ha un valore stimato in 529,5 milioni di euro, ha come elementi di spicco il centrocampista Carlos Soler e l’attaccante Rodrigo, oltre agli italiani Florenzi (in prestito da gennaio) e Piccini e l’ex interista Kondogbia. L’attuale allenatore è Albert Celades, in precedenza vice di Lopetegui con il Real e CT dell’under 21 spagnola, subentrato nello scorso settembre a Marcelino. Da segnalare che a seguito dell’avvicendamento in panchina i calciatori del Valencia si sono resi protagonisti di un mini-ammutinamento, rifiutandosi di accompagnare il nuovo tecnico nella conferenza stampa prima del debutto in Champions League col Chelsea. Nonostante le polemiche iniziali però la squadra con Celades è migliorata sia nel gioco che nei risultati, ha raggiunto la qualificazione agli ottavi di C.L. e in campionato attualmente è 7^ in piena lotta Champions.
Il Valencia gioca prevalentemente con il 4-4-2 ma applica anche il 4-3-3, segna molto (è il quarto attacco della Liga con 27 reti) ma subisce anche molto (24 gol presi con una media di uno a partita nelle gare casalinghe).

L’Atalanta, che insieme al Genoa è la squadra che ha vinto più volte la Serie B, è ovviamente molto meno titolata: nella sua storia ha conquistato solo una Coppa Italia, nel ‘62-’63, e come miglior piazzamento in Serie A ha ottenuto il terzo posto della scorsa stagione, che le è valso la partecipazione all’attuale Champions. In campo internazionale (dove attualmente occupa la 56^ posizione del ranking) ha partecipato per quattro volte alla Coppa UEFA/Europa League e per due volte alla Coppa delle Coppe, torneo in cui ha ottenuto il miglior risultato a livello europeo con la semifinale disputata nel 1987-88, quando militava nel campionato cadetto ed aveva alla guida Emiliano Mondonico. Un palmares da “provinciale di lusso”, comunque soddisfacente in rapporto alla storia e alle dimensioni del club lombardo. Ma la società orobica negli ultimi anni è divenuta sempre più un modello vincente di programmazione e di gestione, come testimoniato dai risultati sportivi ed economici in continuo miglioramento. Un ruolo fondamentale nella crescita dell’Atalanta lo ha rivestito il presidente Antonio Percassi, in carica (dopo una prima breve parentesi dal ‘90 al ‘94) dal giugno 2010.
Percassi è un ex calciatore della Dea, in cui ha militato per sette stagioni negli anni settanta, che una volta appese le scarpette al chiodo si è dimostrato un abilissimo imprenditore avviando in diversi settori una serie di attività che lo hanno portato a raggiungere nel 2017 con la sua holding Odissea un volume di affari complessivo superiore agli 800 milioni di euro.
Il presidente ha trasferito le sue abilità imprenditoriali nella gestione del club orobico dandogli un’impostazione moderna, e attenta alla continua evoluzione del calcio italiano e internazionale. Dopo aver acquistato nel maggio 2017 per la cifra di 8,6 mln lo stadio di Bergamo, l’Atalanta nel luglio 2019 ha concluso un accordo con l’azienda elettronica Gewiss cedendole per sei stagioni i diritti di naming del complesso sportivo, che ha preso il nome di Gewiss Stadium. La Gewiss, che offre soluzioni impiantistiche d’avanguardia e realizza sistemi completi per l’illuminazione di campi sportivi, affiancherà l‘Atalanta nei lavori di riqualificazione dello stadio, per i quali è previsto un investimento di 40mln di euro.
Un altro fiore all’occhiello della società bergamasca è il centro sportivo di Zingonia, dove si allenano sia la prima squadra che le formazioni giovanili. L’impianto comprende 5 campi di calcio regolari, uno per il calcio a 7 e uno “polivalente”, tutti illuminati e con tribune per gli spettatori.
Il centro è anche attrezzato con sala wellness, sala massaggi, vasche per il ghiaccio, piscina, palestre, sala riunioni, uffici, oltre che ovviamente con spogliatoi per squadra e staff tecnico. Per i giovani il centro è un ambiente ideale per allenarsi e per crescere a contatto con i calciatori già affermati. Ed infatti il settore giovanile dell’Atalanta, per tradizione tra i migliori in Italia ed in Europa, negli ultimi anni ha raggiunto risultati di eccellenza.

Nel 2014 uno studio del “CIES Football Observatory” lo ha collocato addirittura all’ottavo posto nel mondo per numero di giocatori provenienti dalle giovanili che giocano nei 5 campionati europei top. Ovviamente il gran numero di giocatori di valore prodotti dal vivaio atalantino rappresenta per la società anche una importantissima fonte di ricavi. Ed è anche grazie a questi ricavi, insieme alla grande competenza nel fare mercato, che la società orobica negli ultimi anni si è costantemente rafforzata ottenendo contemporaneamente saldi attivi dal calciomercato (l’ultimo si è chiuso con una differenza positiva di oltre 45mln).
Tutte le premesse di carattere organizzativo ed economico hanno trovato poi nelle ultime stagioni il riscontro del campo e dei risultati grazie al lavoro del tecnico Gasperini, che ha dato alla squadra una precisa identità valorizzando al massimo le capacità di ogni calciatore (la rosa dell’Atalanta ha un valore stimato in 297,6 mln) all’interno di un sistema di gioco sempre più collaudato. Intensità, velocità, compattezza e anche trame di gioco piacevoli, insieme ad una sempre maggiore consapevolezza dei propri mezzi, hanno permesso anche quest’anno all’Atalanta di stare nei piani alti della classifica di serie A, e le hanno consentito di approdare agli ottavi di C.L. E allora anche se in base alla tradizione dei club, al ranking, al valore delle rose ed ai risultati raggiunti in passato i pronostici dovrebbero essere tutti dalla parte degli iberici, se consideriamo la crescita esponenziale del club orobico, lo stato di forma attuale della squadra bergamasca e l’entusiasmo che sta coinvolgendo tutto il “pianeta Atalanta” possiamo pensare che le chances della Dea di passare il turno non siano poche.

pubblicato il 19 febbraio 2020

Un invito a provare la bellezza del volontariato

Un invito a provare la bellezza del volontariato

L’ASSOCIAZIONE

Un invito a provare la bellezza del volontariato

Domani alle ore 17.30 l’associazione onlus “Opera Don Bonifacio – Azione Verde” organizza un workshop presso “Qui fu Napoli”

di Marina Topa

L’associazione onlus “Opera Don Bonifacio – Azione Verde” fondata dal sacerdote nigeriano Don Bonifacio Duru nel 2002, organizza un workshop domani alle ore 17,30 – presso “Qui fu Napoli” in via Salvador Rosa 157, per fare il punto dei risultati raggiunti grazie al lavoro di tanti volontari e diffondere gli obiettivi auspicabili. Con il motto “i bambini sono la ricchezza delle nazioni povere e la speranza dell’umanità”, questa onlus si è programmata di promuovere lo sviluppo umano in tutto il mondo realizzando progetti finalizzati all’educazione, l’istruzione, la formazione di bambini e adulti e la garanzia del diritto alla salute. Il luogo di partenza è stato il territorio della Diocesi Cattolica di Orlu (a sud-est della Nigeria) ma il desiderio è quello di estendere le iniziative a territori sempre più vasti.
Un impegnativo progetto in corso è “Azione verde University” che mira ad offrire a circa 5000 studenti opportunità di sviluppo umano con la costruzione di università, mensa, alloggi, centri sportivi, chiesa, biblioteca ed altre strutture di incontro. “Azione Verde” punta anche al sostenimento delle vedove con progetti di microcredito per il soddisfacimento dei bisogni di base. Tutt’oggi si è raggiunto il numero di 500 adozioni a distanza che permettono a bambini nigeriani di crescere dignitosamente nella loro terra; concorre a tale scopo il programma di borse di studio pluriennali per consentire il prosieguo degli studi universitari e l’inserimento nel mondo del lavoro, anche all’estero. Ogni anno, inoltre, nei mesi estivi, un gruppo crescente di volontari di tutti i paesi partecipa ad una missione, sempre in Nigeria, realizzando concretamente l’amore per l’umanità ed il confronto rispettoso delle diverse culture. Altro grande traguardo raggiunto è la realizzazione dell’“Aqua Viva Hospital” dove svolge un ruolo decisivo anche il supporto del team medico volontario italiano. Partecipare all’incontro non significa impiegare un po’ del proprio tempo per darsi l’opportunità di conoscere ed aprirsi ad orizzonti nuovi.

pubblicato il 14 febbraio 2020

Masaniello: re di Napoli o re dei pazzi?

Masaniello: re di Napoli o re dei pazzi?

STORIE E LEGGENDE

Masaniello: re di Napoli o re dei pazzi?

Percorso semiserio nella vita del capo popolo più famoso nella storia della città di Napoli, un Re dei vip ante litteram

di Paola Parisi

Se il potere logora… chi non ce l’ha… la persona di Masaniello è stata una delle eccezioni dal momento che il suo breve ed intenso potere lo ha logorato fino alla fine dei suoi giorni. Figlio di umili pescatori, Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, è stato protagonista della Rivolta Napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio 1647, la popolazione della città insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo (le cosiddette gabelle imposte dai governanti sugli alimenti di largo consumo). Nella vita di questo personaggio non è sempre facile distinguere gli avvenimenti realmente accaduti da quelli elaborati dal mito e quindi ognuno racconta la sua storia. Luciano De Crescenzo lo descrisse con due parole chiave: ovvero Amore e disordine, che racchiudono in sé il suo operato, la sua leggenda, la sua storia. Ragazzo di umili origini che seppe imporsi con la sua rivoluzione ai dominatori obbligandoli ad abolire i tributi ed i balzelli che gravavano su una popolazione già umiliata, martoriata e vessata… constatazioni veritiere e non un saggio di retorica populista. Si narra inoltre che questa sommossa non fu tutta farina del suo sacco, ma in parte inzolfata buono e meglio da Don Giulio Genoino, giurista e prete cattolico, nonché mentore, consigliere ed artefice (nelle retrovie) o più semplicemente sceneggiatore e regista della rivolta e Masaniello come attore protagonista, duttile e facile da manovrare dato il basso livello culturale e sociale. Il poveretto aveva a sua disposizione solo i suoi ardori giovanili e la convinzione di avere come sua Università della vita la strada, elementi più che sufficienti a suo dire, per impaurire e sconfiggere i “vecchi volponi” di palazzo reale. In un primo momento parve funzionare tanto è vero che egli, con il suo esercito di disperati e al grido “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” le gabelle furono abolite ma giusto il tempo, da parte dei suddetti volponi, di incassare il colpo e pensare ad una controffensiva.

Mentre a palazzo il conclave dei potenti aveva luogo, il giovane ed ardimentoso condottiero raccolse i frutti del suo operato: il popolo lo incoronò “Re di Napoli”, osannandolo ed incensandolo alla stregua di un imperatore o addirittura venerandolo come un santo. Egli beatamente si crogiolava nei suoi successi e si adagiava da un alloro all’altro come se niente fosse e intanto il piano B da parte dei nobili non tardò ad arrivare. Mai strategia si rivelò più azzeccata da parte della corte. Masaniello non solo era il Re del Popolo ma anche il Re dei Vip tra le mura dei manieri reali. E da lì che i deliri di onnipotenza presero il sopravvento, inebriato da tanta considerazione (ovviamente e palesemente fittizia) egli perse totalmente il senso della realtà dando in escandescenze, emanando leggi assurde, improponibili, decidendo persino le sorti di questo o quel prigioniero. E quindi finire per passare dal Re di Napoli al Re dei pazzi non fu molto difficile e tutti quelli che l’avevano seguito in principio nella nobile causa piano piano lo abbandonarono al suo destino dapprima clemente, poiché miracolosamente sfuggito ad un attentato e contemporaneamente le voci sulla sua pazzia prendevano sempre più corpo. La piazza a quei tempi era più potente delle odierne piattaforme social per cui la pazzia di Tommasino si potrebbe dire che diventò virale ed egli non faceva praticamente niente per smentire la sua nomea e di conseguenza evitare il pericolo di nuovi attentati. Purtroppo il secondo gli fu fatale: due colpi di archibugio posero fine alla sua giovane vita, poi fu decapitato e gettato tra i rifiuti… dimostrazione che aveva veramente perso la testa! Quando tutto tornò alla normalità, cioè quando i sovrani imposero nuovamente la loro autorità ripristinando il sistema fiscale, il popolo rimpianse Masaniello, gli resero omaggio ricomponendo ciò che restava del suo corpo, rimettendo la testa al solito posto, cioè sul collo (e qui solo un estimatore del grande Totò può coglierne il senso!). Ah povero Masaniello, non sapremo mai se nero saresti stato più bello… Non eri né menomato e neppure diplomato, però eri pazzo e inevitabilmente e inconfutabilmente a qualcuno hai scassat ‘o …

pubblicato il 05 febbraio 2020