Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

LA PARTITA DI OGGI

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

Dopo aver battuto Milan e Roma fuori casa il Napoli è chiamato a non fallire l’esame al Maradona contro il Crotone ultimo

di Marco Boscia

Gli azzurri

Recuperati i 12 nazionali che sono stati in giro per il mondo, il Napoli arriva al match di oggi con 5 risultati utili consecutivi e 13 punti conquistati su 15. E, soprattutto, dopo aver ottenuto il massimo dalle trasferte di Milano e Roma con cui si è rilanciato in classifica portandosi a meno due da quel quarto posto che gli garantirebbe la qualificazione alla prossima Champions. Per raggiungerlo bisogna che gli uomini di Gattuso anche oggi scendano in campo per conquistare i 3 punti preparandosi poi ad affrontare la Juventus fra quattro giorni a Torino nel match contro i bianconeri che, dopo diversi rinvii e le svariate polemiche che ha generato da ottobre in poi, sembra essere finalmente alle porte.

I rossoblù

Gli ospiti arrivano al match da ultimi della classe ma con un nuovo allenatore in panchina, arrivato in Calabria esattamente un mese fa. In quattro partite Serse Cosmi ha ottenuto soltanto 3 punti battendo il Torino. Dopo il 5 a 1 rimediato a Bergamo dall’Atalanta alla prima, l’allenatore sembra essere ugualmente riuscito, in poche settimane di lavoro, a dare ai suoi calciatori una mentalità diversa. La squadra calabrese è già apparsa più vogliosa e convinta dei propri mezzi e, anche nelle sconfitte contro Lazio e Bologna, è riuscita a mettere in difficoltà gli avversari fino al novantesimo. Il Crotone scenderà oggi in campo senza avere quindi nulla da perdere e per giocarsi le ultime residue possibilità di ottenere la permanenza in massima serie.

Grinta e passione

Da una parte Gattuso, dall’altra Cosmi. Due allenatori simili. Sanguigni, schietti, sinceri, che in carriera non le hanno mai mandate a dire. Non è la prima volta che si incrociano in panchina. È già successo ai tempi della B quando guidavano rispettivamente Pisa e Trapani. E poi lo scorso anno quando il Perugia, appena ingaggiato Cosmi, venne battuto 2 a 0 dal Napoli, con una doppietta di Insigne nell’ormai ex San Paolo, nella gara valevole per gli ottavi di finale di Coppa Italia. Ma stasera il Crotone di Cosmi, che stuzzicato ha accettato di provare a fare il miracolo, venderà cara la pelle. Come non ricordare il suo quadriennio alla guida del Perugia, agli inizi degli anni 2000, in cui lanciò alcuni giovani come Materazzi e Grosso, poi campioni del mondo nel 2006, e dove conquistò per tre volte la salvezza riuscendo anche a portare la società, dell’allora presidente Gaucci, con la vittoria dell’Intertoto, in Europa. Dopo aver sfiorato la salvezza con il Lecce nel 2012, Cosmi è poi nuovamente tornato alla ribalta in serie B. Prima con il Trapani, portato in finale playoff, persa contro il Pescara, e poi con l’Ascoli, squadra presa in corsa e portata ad una miracolosa salvezza nella stagione 2017/2018 con 32 punti in 25 partite.

Gli uomini chiave

In vista della sfida alla Juventus, Gattuso oggi non dovrebbe rischiare Lozano dal primo minuto. Il messicano è anche diffidato e, visto il periodo particolarmente roseo di Politano, è probabile che il tecnico si affidi ancora a lui sulla corsia offensiva di destra. In difesa assenti Koulibaly, squalificato, e Rrahmani, ancora infortunato. A centrocampo uno fra Demme e Ruiz, entrambi diffidati, potrebbe rifiatare in luogo di Bakayoko. Nelle file del Crotone non dovrebbero riuscire a recuperare dai rispettivi infortuni i tre ex “napoletani” Luperto, Cigarini ed Ounas. Cosmi dovrà rinunciare in mezzo al campo anche a Petriccione, squalificato, sostituendolo probabilmente con Molina ed avanzando Messias dietro le punte in un 3-4-1-2 offensivo. Il tecnico perugino confida nella verve sotto porta di Simy, cannoniere più prolifico della storia dei calabresi, già a quota 13 in classifica marcatori in questa stagione ed in gol sei volte nelle ultime quattro partite.

I precedenti

Quello di oggi sarà il decimo confronto fra Napoli e Crotone. Una storia recente, cominciata nel 2001, che vede i campani in netto vantaggio sui calabresi. 7 vittorie azzurre, 1 pareggio, nel campionato di Serie B stagione 2001/2002, ed 1 sola vittoria rossoblù, sempre in B nel 2007. L’ultima vittoria del Napoli in casa, nonché ultima panchina azzurra di Sarri, risale al 20/05/2018, quando gli azzurri si imposero per 2 a 1 condannando alla B i calabresi. Nella sfida d’andata quest’anno il Napoli si è imposto per 0 a 4 allo Scida di Crotone con i gol di Insigne, Lozano, Demme e Petagna.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

L’ex attaccante ripercorre le fasi salienti della sua carriera dall’esordio al Santos al fianco di Pelé fino all’arrivo in Italia al Mantova

di Marco Boscia

Roccaraso, estate 2000. Quella degli Europei in Belgio e nei Paesi Bassi. Del cucchiaio di Totti dal dischetto all’Olanda in semifinale. Tanti bambini che cullano un sogno, quello di diventare calciatori. Un progetto importante con un coordinatore d’eccezione come Angelo Benedicto Sormani che diresse anche un paio di allenamenti. Una gioia ed un onore per chi scrive oggi che, dopo aver fatto parte di quel gruppo di bambini, ha il piacere di fare un piacevole tuffo nel passato con un grande campione di un calcio che purtroppo stenta a trovare nuove strade.
Nato a Jaú, in Brasile, il 3 luglio 1939 ma di origini italiane, motivo per il quale scelse di indossare la maglia azzurra della nazionale e non quella verdeoro, Sormani è stato uno dei più grandi attaccanti degli anni ‘60 e ‘70. Prima di approdare al Napoli all’età di 31 anni, raggiunse l’apice della sua carriera nelle quattro stagioni al Milan con cui vinse una Coppa Italia, uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.

Venne soprannominato il “Pelé bianco” nella sua breve parentesi a Roma e da allora è sempre stato ricordato così. Forse perché arrivò in Italia nel 1961 dopo aver esordito in Brasile nel Santos al fianco di Pelé, quello vero?

«Parlo di Pelé sempre con grande piacere. Oggi ci sono tanti filmati che mostrano le gesta dei calciatori. Di Pelé invece credo si sia visto solo il 30% di quello che ha realmente fatto. Io ho giocato insieme e contro tanti campioni dell’epoca. Con Rivera, con Altafini, con Beckenbauer, solo per citarne alcuni. Tutti fortissimi ma non c’è stato nessuno con le caratteristiche di Pelé. Credo che se Pelé si fosse allenato per il salto in alto sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per il salto in lungo sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per i 100 metri sarebbe andato alle Olimpiadi. Senza parlare poi di come colpiva il pallone indifferentemente di destro, di sinistro, di testa. È stato un giocatore unico e completo. È nato pronto, sia fisicamente che psicologicamente. Chi di Pelé non ha visto tutto non può paragonarlo a nessun altro. Non so se nascerà mai più uno come lui o più forte di lui».

Dopo il Santos lei arrivò giovanissimo in Italia. Quali difficoltà incontrò nel suo percorso di crescita?

«Ho inseguito un pallone per tutta la vita ma naturalmente ci sono stati momenti in cui le cose non sono andate come avrei voluto. In Italia arrivai al Mantova. Lì feci molto bene e dopo due stagioni fui ceduto alla Roma. Iniziai la mia esperienza in giallorosso con grandi motivazioni ma in una partita con la nazionale in Russia ebbi una distorsione del gomito. Passai più di un anno con la paura dei contrasti, di cadere e di rifarmi male. Fui condizionato tanto da quell’episodio e a Roma non riuscii ad esprimermi al meglio. Mi ripresi fisicamente solo nel finale della stagione successiva alla Sampdoria e così fui ingaggiato dal Milan».

Quanto fu importante in tal senso per la sua crescita il ritorno in panchina al Milan di un allenatore come Nereo Rocco?

«Era una persona speciale, alla mano. Chi si allenava con lui doveva capire il dialetto triestino. Era fenomenale per come coinvolgeva tutti e per come ci faceva stare insieme. Ridevamo, scherzavamo e ci divertivamo sempre. Fu in grado di creare un gruppo unito e con gli stessi obiettivi. Di me seppe forse sfruttare, più di tutti, le mie qualità tecniche».

A proposito di qualità tecniche. In passato il calcio brasiliano sfornava tanti talenti. Come mai secondo lei oggi succede meno?

«Prima in Brasile, in Argentina e nei paesi più poveri bastava un semplice pallone. Per noi era tutto, giocavamo l’intera giornata o a casa da soli contro il muro o per strada con altri ragazzi. Oggi ci sono troppi interessi, esistono un’infinità di scuole calcio ed il calciatore è diventato una figura invidiata da tutti. Si guadagna troppo. Quello che è un divertimento è stato trasformato in altro. Molti genitori credono che i propri figli possano diventare calciatori, invece è difficilissimo, perché la concorrenza è enorme. I ragazzi pensano solo al benessere economico che questo sport può dare ma ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il calcio è prima di tutto passione, divertimento, allegria».

Dopo quattro anni al Milan arrivò al Napoli. Com’era l’ambiente partenopeo?

«Formidabile. Mi sono innamorato di Napoli. Della città e del modo di vivere, molto simile a quello brasiliano. Per quelle che erano le possibilità della società facemmo abbastanza bene. Ho ammirato tantissimo il presidente Ferlaino. Ci ha sempre messo la faccia ed il suo obiettivo era quello di regalare uno scudetto alla città, arrivato poi finalmente alla fine degli anni ‘80. Credo che quello fu uno dei riconoscimenti più giusti per una persona che ha vissuto e che ha dato tutto per il Napoli».

Come mai non concluse la sua carriera di calciatore al Napoli?

«Perché non ho mai scelto dove andare come spesso accade oggi. Andai via a quasi 33 anni e probabilmente quando avevo ancora buon mercato. Passai alla Fiorentina ma l’esperienza non fu delle migliori perché trovai un gruppo di ragazzi giovani che stavano crescendo con una mentalità nuova ed io non riuscii ad integrarmi completamente».

Conclusa la carriera in campo al Vicenza, qualche anno dopo tornò a Napoli da allenatore. Che ricordi ha di quell’esperienza?

«Ti racconto un aneddoto. Nel ‘67 quando giocavo al Milan ebbi l’ernia del disco e a quei tempi per un calciatore si pensava che la carriera potesse finire. Ma mi operai e mi fu consigliato di fare delle sedute alle terme per riprendermi più velocemente. Quando uscivo di lì a ora di pranzo, visto il caldo, mi recavo spesso in un bar per rinfrescarmi con una bevanda. Un giorno il barista mi chiese: “Sei contento di andare al Napoli?” Lo seppi così. Al Milan non me lo avevano ancora comunicato. Quando invece sono venuto a Napoli per fare l’allenatore nel 1978 era la prima volta in vita mia che scelsi dove andare. Accettai e venni volentieri perché mi ero già trovato benissimo. Ancora adesso ho molte amicizie nell’ambiente partenopeo. Con la Primavera fu una delle tappe più belle della mia vita, tanti giovani calciatori riuscirono ad emergere».

Quanto cambia sedersi in panchina?

«Non ho mai studiato tanto come quando ho fatto l’allenatore. Essere allenato ed allenare sono due cose completamente diverse. Volevo far capire come palleggiare, come tirare, come dribblare. Cercare di mostrare come si gioca a calcio a dei giovani ragazzi è una cosa che mi ha entusiasmato e riempito di gioia».

Arriviamo alla partita di domani sera. Chi vede favorito e per chi farà il tifo?

«Non posso sbilanciarmi. Io faccio il tifo per tutte le squadre in cui ho giocato. Sono stato voluto bene in tutte le città dove sono stato. Forse per il mio carattere ho avuto sempre un ottimo rapporto con la gente del posto. Sapevo di essere un ospite e ho imparato che dovevo essere io bravo a diventare mantovano, romano, milanese, napoletano etc. Credo di poter affermare con orgoglio di non aver avuto nessun nemico nel mondo del calcio».

Alla luce degli ultimi risultati, dove crede che possano arrivare queste due squadre a fine stagione?

«È un momento complesso per tutti. Non si può neanche più entrare a prendere un caffè in un bar. Calciatori ed allenatori sono sempre a rischio e vivono con l’incubo dei tamponi. Credo che in questo senso, e giocando ogni tre giorni, la qualità del gioco ne stia risentendo. Ad ogni modo penso che il Milan cercherà di giocarsi lo scudetto fino alla fine e spero che il Napoli riesca a centrare almeno il quarto posto, una squadra così non può restare fuori dall’Europa che conta».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

È arrivata l’ora di “espugnare” il Vigorito!

È arrivata l’ora di “espugnare” il Vigorito!

L’ANALISI

È ora di “espugnare” il Vigorito!

Il Benevento vuole tornare a conquistare tre punti fondamentali contro la Fiorentina tra le mura del proprio stadio

di Marco Boscia

Cambio di passo

Bisogna invertire il ruolino di marcia del 2021. Una sola vittoria, a inizio anno, arrivata in Sardegna contro il Cagliari. Poi 5 sconfitte e 5 pareggi. Bottino misero per chi vuole provare a raggiungere la salvezza. È il momento di prendersi i 3 punti fra le mura amiche! Lì dove il Benevento ci è riuscito solo 2 volte in stagione, contro Bologna e Genoa. A maggior ragione dopo un girone d’andata più che dignitoso ed aver sorpreso come squadra rivelazione del campionato. In quello di ritorno il Benevento sta difatti riscontrando le classiche difficoltà della neopromossa. L’undicesimo posto conquistato dopo le prime 19 gare appare solo un ricordo. I punti di distacco dalla terzultima si sono sensibilmente ridotti. E le altre nel frattempo non sono rimaste ferme a guardare. Il Torino ed il Cagliari stanno traendo giovamento dalle rispettive cure Nicola e Semplici, il Genoa sembra rinato con il solito Ballardini in panchina, l’Udinese ed il Bologna si sono risollevate dalle sabbie mobili che le avevano viste fermarsi più del dovuto in zone pericolose, lo Spezia di Italiano sta dimostrando di poter mettere in difficoltà qualsiasi avversario e la Fiorentina di Prandelli, fra alti e bassi, sta faticosamente cercando di risollevarsi. Proprio i viola saranno ospiti oggi pomeriggio alle 18.00 al Vigorito per uno degli anticipi della ventisettesima giornata di Serie A in quella che si preannuncia una sfida avvincente e che avrebbe meritato una cornice di pubblico importante.

Nel nome di Astori

Destino beffardo. Precisamente tre anni dopo la Fiorentina torna ad affrontare il Benevento, seppur al Vigorito. Difatti l’11 marzo 2018 la squadra viola si trovò costretta a scendere in campo all’Artemio Franchi di Firenze per un match, proprio contro la squadra campana, che non avrebbe mai voluto disputare. Una settimana prima, a Udine, la tragica scomparsa del suo capitano. Una morte che colpì l’intero mondo pallonaro e non solo. Da quel momento una maglia viola di Davide Astori, o azzurra della nazionale italiana, una sua immagine dal campo o una sua fotografia sono apparsi in tutti i locali di Firenze. Ed ogni domenica quando la Fiorentina scende in campo lo fa anche per il suo numero 13, sempre vivo nel cuore di chi continua a lottare sul rettangolo verde.

LA PRESENTAZIONE

Sfida salvezza

All’andata la spuntarono i sanniti. Oggi pomeriggio il Benevento incrocia nuovamente la Fiorentina per dare una sterzata al campionato

Esordio amaro

Prandelli torna sulla panchina della Fiorentina dopo 10 anni. Lì dove aveva lasciato uno splendido ricordo nel suo quinquennio, fatto di successi e di qualificazioni in Europa. Lo fa per sostituire Iachini. A Firenze lo accolgono a braccia aperte, solo virtualmente visto il periodo storico. Il debutto non è però quello sognato. È il 22 novembre 2020 ed in un Artemio Franchi deserto il tecnico di Orzinuovi vide le “streghe”. Difatti un Benevento roccioso, arcigno, operaio e coraggioso riuscì a spuntarla vincendo di misura ed ottenendo tre punti preziosi. Gli uomini di Inzaghi seppero vincere e soffrire sbloccando la partita soltanto ad inizio ripresa e conservando il vantaggio fino al termine della gara. Non fu forse una squadra bella da vedere ma, se vincere è l’unica cosa che conta, specialmente per una neopromossa in lotta per la salvezza, allora i sanniti seppero interpretare in maniera perfetta la loro parte, anche a discapito dello spettacolo, rendendo amaro l’esordio bis di Prandelli sulla panchina della Fiorentina.

I padroni di casa

Dopo un intero girone la situazione sembra però mutata. Gli uomini di Inzaghi arrivano alla delicata sfida di oggi dopo aver rischiato di perdere sette giorni fa contro lo Spezia nonostante l’iniziale vantaggio. Il punto guadagnato è comunque servito a muovere la classifica ma a pesare sull’andamento della sfida in Liguria sono state anche le assenze di Schiattarella ed Insigne, multati dalla società e puniti da Inzaghi per una lite furibonda in allenamento. Il tecnico piacentino dovrebbe poter contare anche sul loro apporto oggi per mettere alle corde una Fiorentina che, parimenti, non può permettersi altri passi falsi. Se in difesa Inzaghi spera nel recupero sulla fascia destra di almeno uno fra Depaoli e Letizia, per evitare di dover nuovamente adattare Improta nel ruolo di terzino, in attacco, dopo il gol e la buona prova offerta, il tecnico sembra orientato a confermare il ventiduenne argentino Gaich che dovrà vincere il ballottaggio con Lapadula per una maglia da titolare.

Gli ospiti

Quella che oggi arriva al Vigorito è una Fiorentina che, ad inizio stagione, mai si sarebbe aspettata di lottare per la salvezza. D’altronde quella viola è la squadra con il settimo monte ingaggi della Serie A. Significa che qualcosa è andato storto. La squadra del presidente Commisso sembra difatti contare più sulle individualità che sul collettivo. Il presidente viola, una volta ottenuta l’eventuale permanenza in massima serie, più che sul nuovo stadio, farebbe bene a concentrarsi sulla programmazione futura per cercare di dare un’identità precisa ad una squadra e ad una piazza che meriterebbero ben altri risultati. C’è però prima, come detto, da raggiungere l’obiettivo primario della salvezza. Per farlo Prandelli vuole cercare di vincere già oggi mandando i suoi in campo con l’ormai consueto 3-5-2. Pesante l’assenza di Castrovilli, ancora infortunato, che sarà sostituito probabilmente da Valero con Amrabat e Pulgar ai lati. Se a sinistra appare praticamente certa la presenza di Biraghi, sulla fascia di destra solito ballottaggio tra Venuti, Caceres e Malcuit. Ma per vincere servono i gol che il tecnico spera possano arrivare grazie al contributo del suo duo d’attacco, formato quasi certamente da Vlahovic e Ribéry, che torna in campo dopo aver saltato la sfida con il Parma della scorsa settimana per squalifica.

2 a 1 per i viola nei precedenti

Sono soltanto tre i precedenti fra le due compagini nella loro storia. I primi due nella stagione 2017/2018 alla prima apparizione dei sanniti in Serie A. Il 23 ottobre 2017 la Fiorentina si impose per 3-0 al Vigorito con i gol di Benassi, Babacar e Thereau, su rigore, condannando i padroni di casa alla nona sconfitta consecutiva dall’inizio di quel campionato. Al ritorno, l’11 marzo 2018, in un Artemio Franchi stracolmo per commemorare Davide Astori, fu Victor Hugo a regalare i 3 punti ai viola. Quest’anno, come detto, il Benevento è invece riuscito ad imporsi per 1 a 0 a Firenze nella sfida d’andata grazie al primo gol in Serie A di Riccardo Improta.

pubblicato su Napoli n. 35 del 13 marzo 2021

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

TRACCE D’AZZURRO

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

L’ex difensore azzurro vede una qualificazione ancora possibile nonostante il 2 a 0 rimediato in Andalusia

di Marco Boscia

Sono trascorsi “soltanto” 32 anni. Era un altro calcio. Un altro Napoli. Che poteva contare sulla presenza in campo di Diego Armando Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi in grado di trasformare cose impossibili, per gli altri, in cose di normale amministrazione. Ma in quella squadra, che la notte del 17 maggio 1989 alzò al cielo di Stoccarda la Coppa Uefa, militavano altri calciatori che, insieme a Diego, furono in grado di trascinare gli azzurri verso le vette più alte, sia in Italia che in Europa, mai raggiunte nella propria storia. Chi approdò all’ombra del Vesuvio all’inizio di quell’annata trionfante fu Giancarlo Corradini, difensore centrale e, all’occorrenza, anche terzino. Dopo sei stagioni al Torino, Corradini divenne subito uno dei protagonisti principali di quella squadra e di quella cavalcata europea con 12 presenze, da titolare, in altrettante partite. Nessuno meglio di lui può quindi spiegarci quali furono e possono essere di nuovo i segreti per un Napoli vincente.

Partiamo dal passato. Che gruppo era quello al di là di Maradona?

«Era un Napoli nuovo. Ricostruito. L’anno precedente aveva perso lo scudetto per un soffio. Io ebbi la fortuna di partecipare a questo nuovo progetto. Arrivai assieme ad Alemao, Fusi, Crippa a dare un nuovo volto ad una squadra che era comunque già fra le più forti d’Italia».

Ci fu un momento preciso nel quale capiste di poter vincere la Coppa Uefa?

«La partita della svolta fu quella di ritorno al San Paolo contro la Juventus nei quarti di finale. Il 2 a 0 subito a Torino all’andata rischiava di eliminarci dalla competizione. Abbiamo avuto il merito, e un po’ di fortuna, di giocare una partita di ritorno formidabile. Segnammo ad un minuto dalla fine dei tempi supplementari il gol che ribaltò le gerarchie. Fu un segno del destino».

C’è un episodio particolare, un aneddoto, che le va di raccontare?

«Il lunedì della settimana di quella partita nacque il mio primo figlio. Bianchi mi permise di stare vicino a mia moglie. Due giorni dopo battemmo la Juventus con quell’impresa al San Paolo. Fu una delle più belle settimane della mia vita sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista familiare».

Com’era il suo rapporto con Ottavio Bianchi?

«Non avvertii la presunta tensione che c’era stata la stagione precedente legata anche al fatto di aver perso lo scudetto. Mi aiutò molto ad ambientarmi perché nel passaggio da una squadra come il Torino ad una come il Napoli cambiarono tante cose. Significava arrivare in una società che era stata capace di allestire una squadra di vertice che lottava ogni anno per tutti i trofei in palio. Vissi quella stagione con Bianchi in maniera positiva. Poi l’ho riavuto anche quattro anni dopo quando subentrò a Ranieri. Posso affermare con certezza che è una persona equilibrata e di un’enorme competenza».

Che sensazione provò in finale nella partita di ritorno a Stoccarda nel vedere uno stadio per più di metà colorato d’azzurro?

«Una volta la competizione era molto più complicata perché partecipavano le seconde, le terze e le quarte classificate dei campionati mentre adesso queste squadre fanno la Champions League. C’è un po’ di rammarico perché sicuramente il Napoli in passato con un giocatore come Diego anche in Europa avrebbe potuto competere ogni anno per la vittoria finale. Ad ogni modo, dal prossimo anno ci sarà anche la Uefa Conference League. Non mi entusiasma. Forse sarebbe preferibile continuare con un unico torneo oltre la Champions ma con meno squadre, meno incontri, e di conseguenza con partite di livello più alto. Difatti la stessa Europa League oggi si fa interessante dai quarti di finale in poi, quando in gioco restano solo le squadre di vertice che rendono il torneo più avvincente».

Riguardo alla sfida di stasera, quante possibilità ha il Napoli di qualificarsi alla luce del risultato d’andata?

«Credo che le possibilità di ribaltarla ci siano. Il problema principale del Napoli in questa stagione è stata l’alternanza di risultati. Certamente all’andata hanno inciso le assenze. Gli infortuni stanno creando grandi difficoltà a Gattuso ma io penso positivo e credo che il Napoli possa passare il turno».

Con un eventuale passaggio crede che gli azzurri potrebbero anche puntare alla vittoria finale?

«Se sei in corsa devi giocartela. È una questione di mentalità. Se il Napoli va agli ottavi deve provarci. Non si può fare una scelta. Anche in campionato credo possa ancora succedere di tutto in un’annata così particolare. Spero che nonostante le difficoltà ci siano la voglia e la determinazione di lottare fino alla fine perché i tifosi napoletani meritano che ci sia il giusto impegno in tutte le gare ed in tutte le competizioni da parte di chi indossa una maglia dal passato importante e che va sempre onorata».

Crede che le voci sull’allenatore delle scorse settimane abbiano potuto incidere sugli ultimi risultati?

«Questo non lo so. Non sono un dirigente. Posso solo dire che in grandi squadre come il Napoli, se iniziano ad esserci difficoltà e non arrivano i risultati, è normale che l’allenatore sia sotto esame».

Da ex difensore centrale, come giudica la retroguardia partenopea?

«Il Napoli ha dei difensori di livello internazionale, ma il calcio è cambiato tanto. Mentre noi giocavamo a uomo, oggi si gioca a zona. È molto più complicato. C’è una necessità maggiore di una collaborazione di tutta la squadra per effettuare una buona fase difensiva e, negli ultimi anni, forse questo è stato il punto debole del Napoli. Koulibaly, Manolas, Rrahmani e Maksimovic sono ottimi difensori ma per funzionare è importante che ci sia unità d’intenti da parte di tutti i giocatori».

Un parere su Osimhen, l’acquisto più caro della storia del Napoli…

«Quando arrivi in una squadra importante e per certe cifre è ovvio che le aspettative siano tante. Molti giocatori al primo anno incontrano delle difficoltà. È successo anche a Lozano ed oggi ammiriamo un calciatore completamente diverso da quello dello scorso campionato. Credo che il valore di Osimhen non si discuta e sono sicuro che si rivelerà un ottimo acquisto».

Curiosità finale. Appese le scarpette al chiodo, ha intrapreso la carriera d’allenatore. Oggi Corradini è in attesa di una chiamata importante?

«So che il mondo del calcio è pieno di allenatori di ottimo livello che in questo momento non allenano. Io ho avuto un periodo positivo dove ho lavorato con grandi club come Juventus e Watford. Adesso aspetto una chiamata che mi possa permettere di riprendere a fare quello che mi è sempre piaciuto. Stare nel calcio».

Si conclude questa piacevole chiacchierata con uno degli eroi del Napoli del passato. Uno di quelli che ha scelto di lavorare sodo a fari spenti, lasciando accesa la luce dei riflettori su altri campioni dell’epoca ma il cui contributo in quegli anni di successi è stato parimenti determinante. Non possiamo che augurargli di rivederlo presto protagonista in panchina.

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021

Inter vs Benevento: il ritorno di Pippo

Inter vs Benevento: il ritorno di Pippo

IL BENEVENTO ALLA “SCALA”

Inter vs Benevento: il ritorno di Pippo

Stasera alle 20.45 al Meazza i sanniti alla ricerca di un risultato diverso rispetto alla sfida d’andata del Vigorito

di Marco Boscia

Fra salvezza e scudetto

Il 2021 ha portato per ora 4 punti in altrettante partite, frutto di una sola vittoria, due pesanti sconfitte e del pareggio per 2 a 2 contro il Torino della settimana scorsa. Nella ventesima giornata, la prima di ritorno, il Benevento torna ad affrontare l’Inter. Lo fa con maggiori consapevolezze. Con la voglia di continuare a stupire. Ma con l’obiettivo primario di raggiungere la salvezza nel più breve tempo possibile. Filippo Inzaghi dovrà essere bravo a trasmettere ai suoi la giusta carica per cercare un approccio alla gara diverso rispetto all’andata. Al Vigorito difatti i campani si ritrovarono sotto di tre reti dopo appena mezz’ora, doppietta di Lukaku e rete di Gagliardini, ma il Benevento accorciò le distanze con il gol di Caprari al 34’. Dopo il gol di Hakimi in chiusura di primo tempo, nella ripresa gli uomini di Conte gestirono il largo vantaggio trovando il quinto gol di Martinez prima della seconda marcatura di Caprari che fissò il punteggio sul definitivo 2-5. Anche stasera il tecnico nerazzurro sarà obbligato a vincere per conquistare 3 punti fondamentali nella corsa scudetto. Inzaghi proverà invece a continuare a far recitare al suo Benevento il ruolo di “rompiscatole” del campionato.

Nemici in campo amici fuori

L’Inter parte con il favore dei pronostici. Ma Inzaghi vuole cercare di invertire il ruolino di marcia della sua squadra contro le big del campionato che, nel girone d’andata, ha regalato soltanto due punti in classifica al tecnico piacentino, contro Juventus e Lazio. Proverà a cominciare dalla proibitiva sfida del Meazza, cercando di imbrigliare la squadra dell’amico Conte. I due tecnici, da calciatori, hanno condiviso importanti frammenti di carriera insieme. Costellati soprattutto di vittorie più che di sconfitte. Con la maglia azzurra della Nazionale. Ed anche con quella bianconera della Juventus. Quattro anni insieme a Torino, dal 1997 al 2001, quando il bomber partì poi per Milano, sponda rossonera.

L’assist di Pippo

Da annoverare, ai tempi della Juventus, l’assist che, nel tentativo di colpire al volo verso la porta, Inzaghi, allora rapace attaccante d’area di rigore, più abituato a segnare che a far segnare, al minuto 85 dei quarti di finale di Champions League contro l’Olympiacos, stagione 1998/1999, servì involontariamente proprio a Conte. Il centrocampista, liberatosi della marcatura avversaria, segnò permettendo ai bianconeri di andare a giocarsi la semifinale contro il Manchester United, poi vincitore del trofeo.

Le mosse dei due tecnici

I padroni di casa dovrebbero scendere in campo con il consueto e rodato 3-5-2 di Conte. Possibile che il tecnico pugliese conceda un turno di riposo ad un attaccante dopo le fatiche di Coppa Italia di mercoledì contro i cugini rossoneri. Nel suo sistema di gioco, a recitare un ruolo fondamentale dovrebbero essere i due laterali di centrocampo, a cui Conte chiede di percorrere l’intera fascia d’appartenenza e di proporsi in fase offensiva dando manforte al duo d’attacco. Hakimi e Young si candidano in questo senso ad una maglia da titolare ma, a prescindere dagli interpreti, il Benevento dovrà prestare massima attenzione alla superiorità numerica che i due esterni avversari potrebbero creare. Inzaghi dovrebbe optare quindi per un 4-3-2-1 con un’impostazione tattica difensiva per cercare di evitare di subire una goleada come all’andata. Possibile un trio di centrocampo con Ionita, Dabo ed Hetemaj a fare da filtro dinanzi alla difesa. La squadra sannita ha però già sin qui dimostrato di non disdegnare un gioco propositivo. Sarà importante per provare a fare il colpaccio il lavoro dei trequartisti, probabilmente capitan Viola e Caprari, che dovranno fungere da collante fra i reparti cercando di non far mancare il loro supporto all’attaccante centrale.

I precedenti

Soltanto due i precedenti al Meazza. Il primo risale al 24 febbraio 2018. Sulla panchina dei nerazzurri Luciano Spalletti, su quella dei giallorossi Roberto De Zerbi. Dopo un primo tempo senza tirare mai verso la porta avversaria, nella ripresa l’Inter chiuse la pratica nel giro di tre minuti con i gol da palla inattiva di Skriniar e Ranocchia. Sfortunata la squadra campana che non riuscì a raccogliere i frutti del gioco espresso in campo. Seconda sfida due anni fa, il 13 gennaio 2019. Il Benevento, che militava in B e con Christian Bucchi alla guida, lasciò San Siro con un sonoro 6 a 2 inferto dall’Inter nella gara valevole per gli ottavi di finale di Coppa Italia. Per i nerazzurri doppiette di Lautaro e Candreva oltre ai gol di Icardi e Dalbert. Di Insigne e Bandinelli le reti beneventane.

pubblicato su Napoli e Benevento n.32 del 30 gennaio 2021