Benevento-Perugia: Caserta contro il suo passato

Benevento-Perugia: Caserta contro il suo passato

LA PARTITA

Benevento-Perugia: Caserta contro il suo passato

Il tecnico approdato a Benevento ritrova il Perugia da avversario pochi mesi dopo essere riuscito a riportare gli umbri in serie B

di Marco Boscia

Oggi alle 20.30 a chiudere la settima giornata di Serie B, che si aprirà con l’anticipo di domani sera fra Lecce e Monza, ci sarà il posticipo del Vigorito fra Benevento e Perugia. Fabio Caserta ritroverà quindi il suo recente passato e con il “suo” Benevento è pronto a vendere cara la pelle per portare a casa tre punti fondamentali che potrebbero lanciare i sanniti fra le primissime posizioni della classifica. Dopo un inizio col freno a mano tirato – una pirotecnica e difficile vittoria alla prima contro l’Alessandria per 4 a 3, la sconfitta di Parma per 1 a 0 ed il pareggio a reti bianche contro il Lecce – difatti sembra che i sanniti stiano pian piano trovando la giusta quadratura anche grazie ad un attacco dove Marco Sau si è finalmente sbloccato nella trasferta di Ascoli vinta per 2 a 0 due settimane fa e che ha ritrovato un grande Gianluca Lapadula, un lusso per la Serie B e autore di una tripletta contro il Cittadella, da subentrato, nel match successivo.

La scelta di Caserta

Sicuramente per l’arrivo di Fabio Caserta a Benevento sono stati decisivi gli ottimi rapporti fra Massimiliano Santopadre, presidente del Perugia, ed il patron sannita Oreste Vigorito. Ma sono le motivazioni che hanno fatto la differenza nella scelta di Caserta ed è stato proprio lo stesso allenatore ad averlo dichiarato più volte in conferenza stampa. Quella di Benevento è una sfida che ha accettato volentieri per cercare di riportare subito in massima serie una squadra forte che è riuscita a trattenere la maggior parte dei calciatori che lo scorso anno hanno disputato in maglia giallorossa anche il campionato di A non riuscendo, nonostante un buon girone d’andata, a guadagnarsi la permanenza nella massima divisione. Dopo aver appunto riportato il Perugia dalla Lega Pro alla B, Caserta è arrivato a Benevento conscio delle difficoltà e delle pressioni che avrebbe incontrato nel corso del campionato ma con la convinzione di poter riuscire a fare bene cercando di riportare subito la squadra di Vigorito in Serie A e magari di riuscire finalmente a disputare la sua prima stagione in panchina in massima serie. Il neoallenatore sannita non ha mai nascosto di ispirarsi ad Antonio Conte, dal quale è anche stato allenato ai tempi dell’Atalanta, nella stagione 2009/2010, e del quale ha sempre apprezzato la carica agonistica e le motivazioni che il tecnico ex Inter riesce quasi sempre ad infondere agli uomini delle sue squadre. Anche Caserta vuole provarci ed adesso è il momento di cominciare a cacciare gli artigli, motivare i suoi e cercare di inanellare una serie di risultati utili consecutivi per guadagnare le prime posizioni in classifica. E per farlo ovviamente il tecnico sannita dovrà affidarsi soprattutto al suo pacchetto offensivo.

L’attacco sannita

Marco Sau, Gabriele Moncini, Enrico Brignola, Giuseppe Di Serio e Gianluca Lapadula. Sono questi i cinque attaccanti a disposizione di Fabio Caserta. Il primo a riuscire a sbloccarsi, recentemente nella trasferta di Ascoli, è stato Sau che ha aperto le marcature della sfida al 15° minuto poi chiusa da Roberto Insigne 9 minuti più tardi. Proprio il fratello del capitano del Napoli, Lorenzo, sembra essere fra i calciatori più in forma dei sanniti in questo inizio di stagione ma, pur essendo un giocatore offensivo, adesso Caserta ha bisogno anche dei gol dei suoi attaccanti. Il primo che dovrà recuperare la piena forma dopo l’infortunio alla caviglia che l’ha tenuto lontano dal rettangolo verde nelle prime uscite stagionali è Lapadula, fiore all’occhiello della rosa sannita che, assieme a Glik e Sau, è l’uomo di maggiore esperienza del Benevento. Dopo le voci di mercato che lo volevano insistentemente lontano dal capoluogo campano, Lapadula è invece rimasto e adesso agli ordini di Caserta vuole fare di tutto per rendersi protagonista di una stagione importante per cercare di guidare i suoi compagni di squadra, a suon di gol, verso la promozione in massima serie. Oltre a lui servirà ovviamente anche l’apporto dei suoi compagni di reparto ed in tal senso saranno fondamentali anche le reti dei più giovani Brignola, Di Serio e Moncini che dovranno essere bravi a sfruttare, almeno inizialmente, gli spezzoni di gara che l’allenatore gli concederà per cercare di metterlo, di domenica in domenica, in difficoltà nelle scelte di formazione.

L’avversario

Dopo l’addio di Caserta a guidare gli umbri è arrivato Massimiliano Alvini su cui il Perugia ha deciso di puntare nonostante l’allenatore non sia riuscito a centrare l’obiettivo della permanenza in B sulla panchina della Reggiana la scorsa stagione. Alvini è arrivato in Umbria consapevole, pur essendo la squadra una neopromossa, di non potersi accontentare di una salvezza tranquilla in una piazza così ambiziosa come quella biancorossa ed ha accettato la sfida per cercare, all’età di 51 anni, di consacrarsi definitivamente in panchina dopo aver allenato Quarrata, Tuttocuoio, Pistoiese, Albinoleffe ed appunto Reggiana. Sotto il profilo tattico il lavoro svolto al Perugia da Caserta, che era solito schierare la squadra con un 4-3-3 o un 3-4-2-1, è servito molto ad Alvini che come modulo di gioco predilige da sempre il 3-4-1-2 con il trequartista alle spalle delle due punte che almeno in questo inizio di stagione sembrano essere, a fare coppia fissa, Murano e Carretta.

I precedenti

Otto i precedenti fra Benevento e Perugia in terra campana: 5 vittorie del Benevento, 2 pareggi e 1 vittoria del Perugia. Il primo incontro al Vigorito risale alla stagione 2008/2009, campionato di Lega Pro 1^ Divisione Girone B, quando il Benevento si impose per 1 a 0 con gol di Colombini al minuto 24. Altre tre sfide in Lega Pro: quella dell’anno successivo terminata 3-1 in favore dei padroni di casa con la doppietta di Evacuo, poi la sconfitta del Benevento per 1 a 0 con gol di Ciofani nella stagione 2012/2013 e quindi il pareggio per 1 a 1 in quella 2013/2014. Le altre quattro sfide al Vigorito si sono disputate tutte in serie cadetta: due nel 2016/2017, la prima terminata 0-0 e la seconda, valevole per i playoff, vinta dal Benevento per 1 a 0 con gol di Chibsah nella ripresa, una nel 2018/2019 vinta dal Benevento per 2 a 1 con le reti di Coda e Bandinelli e l’ultima nella stagione 2019/2020 vinta sempre dai sanniti per 1 a 0 con gol di Armenteros.

pubblicato su Napoli n.47 del 30 settembre 2021

Benevento vs Lecce: scontro fra giallorossi

Benevento vs Lecce: scontro fra giallorossi

SERIE B

Benevento vs Lecce: scontro fra giallorossi

Il Benevento di Fabio Caserta stasera ospita al Ciro Vigorito il Lecce dell’ex Marco Baroni in una sfida affascinante

di Marco Boscia

Stasera il Benevento di Fabio Caserta torna in campo fra le mura amiche nell’anticipo della terza giornata del campionato cadetto. Al Vigorito sarà di scena il Lecce dell’ex Marco Baroni che venderà sicuramente cara la pelle dopo un inizio di stagione al di sotto delle aspettative. Nei primi due match stagionali difatti i salentini hanno racimolato un solo punto in classifica, frutto di un’inaspettata e sonora sconfitta per 3 a 0 a Cremona ed un pareggio in casa per 1 a 1 contro il neopromosso Como, tornato a calcare i campi della Serie B dopo cinque anni e due fallimenti. Ma anche i padroni di casa non possono permettersi ulteriori passi falsi, specialmente in una sfida come quella di stasera contro una diretta concorrente alla testa della classifica e dopo la sconfitta di Parma per 1-0 maturata alla seconda giornata addirittura al minuto ’97. Ed anche perché, come risaputo, la Serie B è un campionato lungo ed estenuante che nasconde sempre numerose insidie, come dimostrato dalla sfida contro la neopromossa Alessandria della prima giornata battuta dai sanniti con difficoltà con un pirotecnico 4-3 al Vigorito.

Sfida al vertice

Sembra presto per dirlo ma siamo abbastanza sicuri di poter affermare che Benevento – Lecce di stasera è una sfida fra due squadre che saranno assolute protagoniste di questo campionato. È solo la terza giornata ma gli organici delle due compagini lasciano presagire una stagione importante. I presidenti Vigorito e Damiani hanno costruito due squadre che sembrano già pronte da subito a poter puntare alla promozione in A. Il patron sannita, con il prezioso lavoro di Foggia, ha avuto il merito di non rivoluzionare totalmente la squadra che lo scorso anno è riuscita a giocarsi fino all’ultima giornata la permanenza in Serie A, persa contro il Torino di Cairo. Pochi ma importanti gli innesti di Vigorito che, nonostante la dolorosa cessione di Montipó, rimpiazzato bene con Paleari, è riuscito ad aggiungere all’organico quelle che sembrerebbero le giuste pedine – Calo, Acampora, Elia e Masciangelo su tutti – che unite allo zoccolo duro – Glik, Ionita, Letizia, Improta, Insigne, Sau e Lapadula fra gli altri – dovrebbero permettere, assieme alla voglia del neoallenatore Caserta di arrivare finalmente in massima serie alla guida delle streghe, fin da subito ai sanniti di intraprendere un campionato importante per puntare con decisione nuovamente alla promozione in A. Il Lecce è ripartito invece da una certezza come Marco Baroni che lo scorso anno, dopo essere subentrato a Domenico Toscano sulla panchina della Reggina a dicembre, ha portato i calabresi a concludere il campionato cadetto all’undicesimo posto grazie a 10 vittorie, 10 pareggi e 7 sconfitte. Importanti sono stati anche gli acquisti, grazie al solito lavoro di Pantaleo Corvino, di Strafezza, esterno brasiliano ex Corinthias, capace di andare spesso in rete e che lo scorso anno ha impressionato con la maglia della Spal, società che ha acquisito proprio dal Lecce lo storico capitano Mancosu che vanta più di 50 gol in maglia giallorossa, assieme a quello di Di Mariano, nipote dell’ex calciatore Totó Schillaci, dal Venezia e alle scommesse Hjulmand, ventiduenne centrocampista danese prelevato per 1 milione di euro dalla squadra austriaca del Modling, e Listkowski, centrocampista ventitreenne polacco acquistato per 300.000 € dal Pogon Stettino, oltre alla fondamentale permanenza di due uomini chiave come Gabriel in porta e Coda in attacco.

L’ex della prima promozione in serie A

Ha scolpito il suo nome sulle mura della città di Napoli con il memorabile gol alla Lazio che nel 1990 è valso il secondo scudetto della storia partenopea. Acquistato dal Lecce l’estate precedente, in azzurro Marco Baroni è rimasto due stagioni, siglando anche il gol numero 3000 della storia del Napoli contro il Bologna e fallendo un rigore fondamentale contro lo Spartak Mosca che valse l’eliminazione degli azzurri dalla Coppa dei Campioni nella stagione 1990/1991. Carriera lunga quella dell’ex difensore che nel 2000 appese gli scarpini al chiodo quando militava in C2 con la maglia della Rondinella e di cui divenne poi subito allenatore. Esperienza oramai già lunga anche quella in panchina, giunta alla sua ventesima stagione. Allena oggi il Lecce dopo aver sostituito Eugenio Corini, altro ex Napoli, che ha pagato con l’esonero un finale di campionato poco soddisfacente nonostante l’estate scorsa avesse firmato un contratto triennale con i giallorossi (il Lecce era secondo a sei giornate dal termine ma con quattro sconfitte finì quarto accedendo ai playoff, poi persi in semifinale contro il Venezia). Per Baroni oggi sarà una gara speciale: torna nuovamente al Vigorito dopo la prima storica promozione in Serie A del Benevento ottenuta alla guida dei sanniti nella stagione 2016/2017 grazie alla vittoria dei playoff in finale contro il Carpi. L’anno successivo fu esonerato dopo nove giornate e altrettante sconfitte in Serie A cedendo la panchina a Roberto De Zerbi, che non riuscì nell’impresa di salvare i sanniti. Nonostante questo Baroni a Benevento è rimasto ugualmente forse l’allenatore più amato di sempre dalla tifoseria.

Precedenti e curiosità

L’ultima volta al Vigorito è stata tre anni fa: il 27 agosto 2018 la sfida della prima giornata del campionato cadetto fra Benevento e Lecce, che chiusero la stagione rispettivamente al terzo posto, venendo poi sconfitto in semifinale playoff dal Cittadella, ed al secondo, ottenendo la promozione diretta in Serie A, finì con un pirotecnico 3-3. Lecce avanti di 3 reti che si fece poi raggiungere nel finale dai sanniti da un gol di Coda su rigore. Proprio l’attaccante trentaduenne di Cava de’ Tirreni, dopo un triennio con il Benevento fra il 2017 ed il 2020, ed il titolo di capocannoniere della scorsa edizione del campionato cadetto già con la maglia del Lecce, sarà il grande ex della sfida di stasera. Su 11 match totali al Vigorito 7 le vittorie dei padroni di casa, che invece non sono mai riusciti a vincere in trasferta al Via Del Mare di Lecce, 3 pareggi ed un solo successo dei salentini per 2 a 1 in Lega Pro nel 2014.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

GLI ANNI D’ORO

“È arrivata l’ora di tornare a vincere”

Antonio Carannante ripercorre gli anni d’oro in azzurro fino ai giorni nostri e indica la necessità per il Napoli di un terzino

di Marco Boscia

Il primo agosto sono trascorsi 95 anni dalla nascita del Napoli. Stagioni condite da successi, gioie, ma anche dolori e sconfitte. Un fallimento e poi la rinascita del 2004 grazie ad Aurelio De Laurentiis. Ancora oggi il numero uno azzurro è alla ricerca, dopo la conquista in 17 anni di presidenza di tre Coppe Italia e due Supercoppe italiane, del primo scudetto della sua era, il terzo della storia del Napoli. Chi quindi meglio di Antonio Carannante, terzino protagonista degli anni d’oro azzurri, prodotto del vivaio napoletano assieme, fra gli altri, a Ciro Ferrara e Ciccio Baiano, può raccontarci cosa si prova a giocare nel Napoli e ad indossare la maglia della propria città: «Vestire i colori azzurri è stata un’emozione indescrivibile. Ho fatto un percorso velocissimo: in due anni prima gli Allievi poi la Primavera e subito dopo la prima squadra. Non mi aspettavo di debuttare in Serie A così giovane, non avevo ancora compiuto 17 anni, e di essere già considerato un ragazzo di prospettiva. La società puntò decisa su di me e dimostrai in quegli anni che non si erano sbagliati. Entrai difatti a far parte del giro della nazionale italiana giovanile fino a conquistare un posto in quella U21 dove ho giocato assieme a Mancini e Vialli».

Quali sono le principali differenze fra il calcio di allora e quello di oggi?

«Prima il calcio era più tecnico, meno tattico e c’era molto più agonismo. Oggi c’è molta più fisicità e gioco di squadra».

Che emozione si prova a giocare con il più grande di tutti?

«Ho giocato precedentemente anche assieme a Ruud Krol, che considero uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Avere l’opportunità di allenarmi e confrontarmi con campioni di questa portata, qualche anno più tardi anche con l’immenso Diego, mi ha aiutato a crescere. Quando Maradona è arrivato al Napoli ha cambiato tutto, ha spostato gli equilibri ed esaltato la piazza. Era il periodo che in Italia c’erano pochi stranieri e i più forti al mondo giocavano tutti in Serie A. Basti pensare che la Juve aveva Boniek e Platini, la Roma Falcao e Cerezo etc.».

C’è un calciatore del primo scudetto che per lei era insostituibile al pari di Diego?

«Tutti. Quella rosa era talmente forte che sarebbe stato impossibile pensare di rinunciare anche ad una sola pedina di quello scacchiere perfetto».

In azzurro oltre a Scudetto e Coppa Italia nel 1987 ha vinto anche la Coppa Uefa nel 1989. A quale dei tre successi sono legati i suoi ricordi più belli?

«A tutti in eguale misura. Quello che successe con lo scudetto forse è stato impareggiabile ma il rammarico è quello di non essere stato protagonista per colpa di un infortunio che frenò la mia crescita proprio nel momento in cui ero diventato titolare. Nel 1989 poi, dopo un’ottima stagione in prestito all’Ascoli, tornai al Napoli. Fui importante nella cavalcata europea, saltai soltanto la sfida con la Juventus, che ci portò ad alzare nel cielo di Stoccarda la Coppa Uefa. Ricordo che già a Monaco, in semifinale, fin dal riscaldamento avemmo la sensazione di potercela fare. Diego ci trascinò sulle note di “Live is Life”. Riuscì ad infonderci la giusta carica per scendere in campo motivati e andare poi a vincere la Coppa».

Per quella vittoria due uomini su tutti furono fondamentali. Mi riferisco a Bianchi e Ferlaino…

«Non dimenticherei Allodi e Juliano. Sono stati importantissimi. Mi hanno cresciuto e per me sono stati i migliori in assoluto, i fondatori di quel progetto che ha portato il Napoli a trionfare sia in Italia che in Europa. Professionalità, serietà e dinamicità sempre al nostro servizio. Con loro ci sentivamo sicuri. Bianchi è stato uno dei migliori allenatori italiani, Allodi in quel periodo è stato il top dei direttori generali, Ferlaino è stato prima di tutto tifoso del Napoli e poi presidente. Persone come loro oggi sono impossibili da trovare nel mondo del calcio».

Quando andò via da Napoli, tralasciando Diego, quale è stato il calciatore più duro da affrontare?

«All’epoca erano tutti forti gli avversari. Ti parlo di ali come Bruno Conti, Franco Causio, Massimo Mauro, Zbigniew Boniek solo per citarne alcuni. Ogni domenica era veramente dura, però io ero abbastanza bravo a stargli addosso. Li attaccavo sempre perché quelli non erano calciatori che potevi aspettare, ti facevano male al minimo spazio che gli concedevi».

Veniamo quindi ad oggi. C’è un calciatore azzurro dell’attuale rosa che le piacerebbe allenare?

«Poiché troppo spesso commettono degli errori banali ed anche io sono stato terzino, mi piacerebbe tanto poter lavorare sulla difesa».

Perché Koulibaly e Manolas ancora non sono riusciti a trovare la giusta intesa?

«Semplicemente perché a mio parere non costituiscono una coppia ben assortita».

Come mai gli azzurri non hanno centrato l’obiettivo Champions quest’anno?

«Credo abbiano pesato tanto gli infortuni. Alcuni giocatori sono insostituibili: nel momento in cui perdi Mertens, Koulibaly, Lozano, Osimhen, Demme etc. per un lungo periodo, e molti anche tutti insieme, aggiunti ai problemi e alle assenze che il Covid ha causato, è normale che una squadra ne possa risentire. Nel Napoli poi non ci sono riserve all’altezza ed è automatico che per una parte di stagione non siano arrivati i risultati. Si è visto come, con il recupero di tutti i calciatori, la squadra sia cambiata».

Cosa ne pensa di Osimhen?

«Per quel poco visto è un calciatore difficile da marcare. Se riuscirà a trovare la giusta continuità potrebbe essere la grande sorpresa del prossimo campionato».

Fosse in De Laurentiis rinnoverebbe il contratto ad Insigne dopo l’ottimo Europeo?

«È un giocatore indiscutibilmente forte, anche se inizia ad essere un pochino avanti con l’età. Quello che gli viene richiesto è sempre stato un gioco molto dispendioso e non so per quanto ancora possa reggere determinati ritmi perché la sua forza è sempre stata la resistenza oltre che la tecnica. Fossi nel presidente comunque gli rinnoverei subito il contratto. Lorenzo è napoletano e oggi anche i più scettici lo adorano e si sono ricreduti. Meriterebbe di chiudere la carriera in azzurro provando, chissà, a regalare il terzo tricolore ai tifosi».

Può essere Luciano Spalletti l’uomo giusto per riuscirci?

«Questo non lo so. Di sicuro è un allenatore esperto e mi auguro che in azzurro possa fare bene. La prima cosa da fare è prendere Emerson Palmieri. È un calciatore straordinario che può dare una grande mano agli azzurri. Potrebbe essere prima di tutto lui l’uomo giusto».

pubblicato su Napoli n.44 del 14 agosto 2021

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

TRACCE D’AZZURRO

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

L’ex capitano partenopeo analizza nello specifico come è cambiato il ruolo del difensore rispetto al passato

di Marco Boscia

«A Napoli i tifosi mi hanno ribattezzato “Pal ‘e fierro”. Perché ero un difensore duro che non tirava mai indietro la gamba. Affrontavo gli avversari senza paura. Loro volavano per aria mentre io rimanevo sempre in piedi. Fermo, dritto. Proprio come un palo di ferro».
Basterebbero queste parole per capire che calciatore sia stato Giuseppe Bruscolotti. Ma sarebbe riduttivo. L’ex difensore è stato un pezzo di storia del Napoli. Sedici stagioni da protagonista. Attore principale della retroguardia azzurra dal 1972 al 1988: dal Napoli di Chiappella, passando per quello di Vinicio, Di Marzio, Rambone, Marchesi fino a quello del primo scudetto di Bianchi. Nel suo personale palmares, oltre allo storico tricolore, due Coppe Italia ed una Coppa di Lega italo-inglese, vinta nel 1976 anche grazie ad un suo gol nella sfida di ritorno contro il Southampton. Con 511 presenze ha detenuto per trent’anni il record assoluto di presenze in maglia azzurra, superato nel 2018 da Hamsik, ma tuttora continua a vantare il primato di presenze in Coppa Italia (96).

E la maglia azzurra Bruscolotti se l’è guadagnata con sudore e fatica dopo gli inizi con quella del Sorrento…

«In realtà il mio percorso calcistico era cominciato anche prima con la Pollese. Quasi ventenne arrivai in Serie C1 al Sorrento. Furono due anni indimenticabili. Al primo centrammo la promozione in B. Al secondo non riuscimmo a salvarci ma fu il trampolino di lancio della mia carriera che mi permise di arrivare a vestire l’azzurro. Prima si maturava nelle serie inferiori fino ad arrivare a giocare in Serie A. Oggi è tutto cambiato e spesso si bruciano le tappe troppo in fretta».

Qual è il suo ricordo più bello in azzurro?

«Sono tutti ricordi stupendi: lo scudetto, le coppe, il tifo, la fascia di capitano indossata per ben 5 stagioni. È chiaro poi che quando raggiungi dei traguardi e cominci a vincere sono cose che rimangono nella storia. Quei traguardi per me sono stati doppiamente gioiosi perché ho giocato con i più grandi campioni al mondo dell’epoca. Non solo Diego, al quale mi legava un profondo rapporto di stima ed amicizia. Per me è stato come un fratello e, dopo essere diventato la bandiera del Napoli, il rappresentante della città, quando gli cedetti la fascia di capitano gli chiesi di vincere. Ha mantenuto la promessa e siamo arrivati sul tetto d’Italia».

Quanto è cambiato il ruolo del difensore rispetto agli anni ’70 e ’80?

«Oggi si pensa molto di più a costruire. Alla partecipazione, alla manovra. Ci si dimentica dell’importanza del marcatore puro che ha il compito di difendere innanzitutto la propria porta. Prima si marcava a uomo, oggi a zona. Ognuno sapeva dove posizionarsi e quale giocatore marcare. Anche sui calci piazzati, non c’erano tutti gli assembramenti di 16/18 giocatori in area di rigore che si vedono oggi. Si lasciavano in avanti quasi sempre gli attaccanti ed il trequartista in modo tale da non farsi trovare impreparati in caso di contropiede avversario».

Oramai invece va di moda la cosiddetta costruzione dal basso…

«Sinceramente stento a capirla. Si rischia troppo. Anche quando una squadra passa in vantaggio si continua a giocare in quel modo. Invece bisognerebbe saper leggere ed amministrare la partita. Ci si dimentica troppe volte che il calcio è uno sport complicato e lo si vuole rendere semplice. È un gioco di squadra e i calciatori non sono birilli. Per me ognuno dovrebbe essere lasciato libero di esprimere le proprie potenzialità senza essere obbligato a determinati compiti. Già questo ridimensiona il valore del singolo».

Potrebbe essere uno dei motivi per i quali oggi in Italia abbiamo pochi difensori di qualità rispetto a prima?

«Certo. Perché non c’è più la preparazione. Non viene curata. I difensori oramai pensano più alla fase offensiva che a quella difensiva e spesso vanno in difficoltà. Per capire il concetto basta vedere proprio i due gol incassati dal Napoli contro Cagliari e Verona che sono risultati determinanti per il mancato raggiungimento della Champions. Due gol identici presi per mancanza di concentrazione e con una difesa mal posizionata».

Eppure il Napoli ha chiuso il campionato con la terza miglior difesa dopo quella di Inter e Juventus assieme al Milan…

Non significa nulla. Qualcosa non ha funzionato. Soprattutto quando gli azzurri si sono trovati in vantaggio. Troppe volte si sono fatti rimontare. Il Napoli negli ultimi anni non è riuscito a porre rimedio ad una mancanza di organizzazione e anche di concentrazione. Si è visto anche contro il Verona. Se vai in vantaggio quell’uno a zero devi difenderlo con le unghie e con i denti, ma il Napoli si è abbassato di 10 metri aumentando i rischi e le possibilità di far giocare la squadra avversaria. Ed è chiaro che se resti rintanato nella tua area di rigore basta un episodio ed il gol prima o poi lo prendi».

Come mai Koulibaly e Manolas insieme non hanno trovato il giusto rendimento in questi due anni?

«Sarò categorico. Se si è forti il rendimento c’è. Se non c’è vuol dire che non si è forti. Sono sicuramente due ottimi difensori ma non si può essere forti solo a parole. Bisogna dimostrarlo sul campo e bisogna farlo sempre».

Come cambierà la difesa azzurra con Spalletti e dove in particolare secondo lei bisognerebbe intervenire?

«Lasciamo fare a chi di dovere il proprio mestiere. Sicuramente società e tecnico metteranno in atto delle strategie specifiche atte a completare al meglio la rosa per il prossimo campionato. Certamente, e non scopro io l’acqua calda, bisognerà intervenire prima di tutto sulle fasce».

È giunta l’ora di dare piena fiducia a Meret?

«Sicuramente sì. Ospina andrà via e Meret è già stato promosso nel finale di campionato. Credo che il posto sarà suo e che saprà sicuramente difenderlo. È stato un investimento importante e bisogna credere in questo ragazzo che è riuscito a guadagnarsi anche un posto in Nazionale agli Europei».

Ed insieme a lui anche Di Lorenzo ed Insigne…

«Lo hanno ampiamente meritato. Mi aspetto un grande Europeo dal capitano partenopeo che a 30 anni ha oramai raggiunto la piena maturità. Mi è dispiaciuto non vedere anche Politano fra i convocati. È una scelta che non ho condiviso, anche perché ha disputato una grande stagione».

C’è un difensore in particolare che si sentirebbe di consigliare al Napoli ad occhi chiusi?

«No. Oggi lo prenderei con tutti e due gli occhi sbarrati, perché bisogna valutare veramente per bene tante cose visto che per il mio modo di pensare al difensore, come detto, è un ruolo che si è praticamente smarrito».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Benevento-Parma: tre punti nell’uovo di Pasqua

Benevento-Parma: tre punti nell’uovo di Pasqua

L’ANALISI

Consolidare la classifica

Dopo aver “stregato” la Juventus allo Stadium prima della sosta il Benevento cerca un altro successo nella sfida contro il Parma. Per Filippo Inzaghi e Roberto D’Aversa un confronto che potrebbe segnare la stagione

di Marco Boscia

Da un lato il Benevento, dall’altro il Parma. Due squadre con lo stesso obiettivo, la salvezza, ma che arrivano alla sfida di oggi in maniera diversa. Sarà importante in tal senso l’approccio alla gara e, a fare la differenza, potrebbero essere le motivazioni e la giusta carica che Filippo Inzaghi e Roberto D’Aversa saranno in grado di infondere ai propri uomini.

Come arrivano i sanniti

Benevento rinvigorito dal prestigioso successo contro la Juventus del 21 marzo. Difatti, nonostante le importanti assenze per squalifica di Glik e Schiattarella, Inzaghi a Torino ha saputo cambiare volto alla sua squadra imbrigliando i bianconeri con un inconsueto 5-3-2 che ha permesso ai sanniti, prima della sosta per le nazionali, di guadagnare 3 punti fondamentali nella corsa salvezza. Punti che hanno acquisito una valenza maggiore con la concomitante sconfitta delle quattro compagini che in classifica si trovano attualmente alle spalle dei sanniti. Sono 7 adesso i punti di vantaggio del Benevento sul Cagliari, che occupa la terzultima posizione, e ben 10 sul Parma, posizionato al penultimo posto.

Come arrivano i ducali

Saranno proprio i gialloblù a giocarsi le ultime carte a disposizione per ottenere la permanenza in massima serie oggi alle 15.00 al Vigorito. Il Parma arriva alla sfida dopo la pesante sconfitta in casa contro il Genoa. I ducali, passati in vantaggio con una splendida rovesciata di Pellé, si sono poi disuniti facendosi rimontare prima e sorpassare poi dai rossoblù che, con la doppietta del subentrato Scamacca, sono riusciti ad ottenere un successo importante in chiave salvezza. Parma che ha perso così la possibilità di ottenere un successo importante che gli avrebbe permesso di muovere la classifica dando continuità alla prestigiosa, ed anche inaspettata, vittoria contro la Roma di sette giorni prima.

LA PRESENTAZIONE

Benevento-Parma: tre punti nell’uovo di Pasqua

A dieci gare dalla fine del campionato oggi allo Stadio Ciro Vigorito un confronto importante per le due formazioni

Obiettivo vittoria

Il pareggio, arrivato già nella sfida d’andata, stavolta potrebbe non servire ad entrambe le contendenti. Visto il vantaggio del Benevento sulla terzultima potrebbe forse fare più comodo ai padroni di casa, ma vincere, a questo punto della stagione, sarebbe fondamentale per i sanniti che potrebbero allungare ancora in classifica superando inoltre la soglia dei 30 punti. Di contro, la vittoria è l’unica strada percorribile dal Parma per continuare a sperare in una salvezza che, giornata dopo giornata, è iniziata ad apparire sempre più improbabile. Se, infatti, nelle prime sedici gare di campionato il Parma aveva ottenuto soltanto 12 punti con Liverani alla guida, non è riuscito a fare meglio nelle successive dodici gare con il ritorno di D’Aversa in panchina conquistando solo 7 punti.

Ritorno al passato

Se da un lato il presidente del Benevento, Oreste Vigorito, sta portando avanti un progetto con Filippo Inzaghi, capace di battere ogni tipo di record lo scorso anno in B, il nuovo patron del Parma, l’americano Kyle Krause, non si sarebbe forse mai aspettato di vivere una stagione del genere, soprattutto considerando l’undicesimo posto conquistato dai gialloblù nello scorso torneo. Svariati sono stati gli errori. Innanzitutto la mancata conferma alla guida tecnica di Roberto D’Aversa che, in quattro anni, era riuscito a riportare la squadra dalla C alla A conquistando in massima serie un quattordicesimo posto ed, appunto, l’undicesimo dello scorso anno. All’arrivo di Liverani in panchina sarebbe poi dovuto corrispondere un rinnovamento della rosa. Ma la società in estate non si è mossa sul mercato, consegnando al nuovo allenatore una formazione praticamente identica a quella dell’anno precedente e non assecondando la sua filosofia di gioco. La società ha pensato ad acquisire a titolo definitivo quei calciatori che avevano fatto una buona stagione e che erano arrivati in prestito – Sepe, Inglese, Grassi, Karamoh, Pezzella, Hernani – perdendo due pilastri importanti per la squadra – Darmian e Kulusevski – acquistati da Inter e Juventus. Nel suo 4-3-1-2, Liverani non ha quindi avuto a disposizione un vero trequartista, dovendo adattare più volte diversi calciatori in quel ruolo. Dopo sedici partite e soli 12 punti conquistati, il tecnico ha pagato con l’esonero la mancanza di risultati. La società ha pensato quindi di fare retromarcia richiamando D’Aversa e rinnovando, principalmente nel reparto avanzato, la rosa nel mercato invernale. Intervento che, ad oggi, appare essere risultato tardivo e che, per il momento, non ha sortito i risultati sperati.

Le mosse dei due tecnici

La gara di oggi si presenta, per i motivi sopracitati, come un confronto che entrambi gli allenatori vorranno cercare di giocarsi a viso aperto. Per farlo Inzaghi sembra intenzionato a riproporre dall’inizio il tandem d’attacco Lapadula-Gaich che a Torino ha dimostrato di poter coesistere e che potrebbe rivelarsi la carta vincente del tecnico piacentino da qui fino al termine della stagione. D’Aversa invece, se Gervinho non dovesse recuperare dal problema muscolare ai flessori della coscia sinistra, dovrebbe insistere su Man e Karamoh insieme a Pellé nel tridente offensivo dopo la buona prova offerta contro il Genoa. Scalpita per una maglia da titolare Gagliolo, appena tornato a disposizione e che dovrebbe occupare il ruolo di terzino sinistro in luogo dello squalificato Pezzella.

I precedenti

Uno soltanto il precedente fra Benevento e Parma. Quello della sfida d’andata al Tardini. Finì a reti inviolate e prevalse più la paura di perdere che la voglia di superare l’avversario. Soprattutto per i padroni di casa. A fare la partita furono di più gli ospiti che, in particolar modo nella ripresa, sfiorarono il vantaggio in varie occasioni. Dopo la vittoria contro la Fiorentina ed il pareggio contro la Juventus, il Benevento, forse nel suo momento stagionale migliore, ripropose un’altra prestazione di carattere e di spessore. Il Parma, allora allenato da Liverani, con il pareggio guadagnò il suo decimo punto in classifica e, ad un girone di distanza, si presenta alla sfida del Vigorito con soli 9 punti in più.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021