Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

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DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

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Il prof. Eugenio Albarella spiega l’evoluzione del ruolo del preparatore non più consulente ma specialista in uno staff più articolato

di Lorenzo Gaudiano

C’è molta disinformazione quando si commentano in televisione, su un giornale oppure in vari momenti della vita quotidiana le prestazioni in una partita delle squadre di calcio. Si analizzano le statistiche, si commentano dati, si fanno considerazioni che spesso non tengono presente il quadro d’insieme che è alla base del lavoro di un allenatore e di tutti i suoi collaboratori. L’attenzione naturalmente viene catturata dal risultato finale che orienta le riflessioni e condiziona i giudizi sul rendimento dei vari giocatori e sull’operato dello staff, nonostante alle spalle di tutto ci sia comunque una programmazione che sin dal periodo preparatorio di inizio stagione viene elaborata tenendo in considerazione una serie di componenti che necessariamente devono coesistere, intrecciarsi alla perfezione affinché i risultati sperati possano al termine del campionato essere messi in cassaforte. Si tratta di aspetti fisici, tecnici, tattici, caratteriali e persino ambientali di cui spesso non si parla perché non interessano, quando invece costituirebbero gli elementi per spiegare gli esiti di una partita, le situazioni che spesso le squadre si trovano a vivere.
Rispetto al passato oggi il calcio è più intenso, sottopone gli atleti ad un numero esorbitante di partite che di anno in anno finiscono per aumentare sempre di più e richiedono continui aggiornamenti da parte degli staff tecnici per adeguarsi ai tempi che cambiano ed apprendere nuove metodologie di lavoro che mettano in condizione i calciatori di sostenere una simile intensità agonistica.
Non è facile avventurarsi in simili discorsi, soprattutto a causa delle tante banalizzazioni e dei luoghi comuni sempre più diffusi. Ed è per questo che un dialogo con un preparatore atletico come il prof. Eugenio Albarella può aiutare ad entrare in un argomento in realtà scientifico, molto complesso, ma al tempo stesso molto interessante ed importante soprattutto per accrescere la propria cultura sportiva. Del resto le sue esperienze in varie squadre di club fino ad arrivare all’avventura in Giappone con la Nazionale nipponica guidata da Alberto Zaccheroni costituiscono un bagaglio importante, di grande prestigio e validissimo che, oltre a certificare il suo valore professionale, favorisce una discussione a 360 gradi sulla diversa concezione culturale del calcio nel mondo e sulla sua netta trasformazione rispetto al passato.

In carriera tanti anni vissuti all’estero. Che esperienza è stata?

«Sicuramente formativa. Non nascondo che il periodo in Giappone ha rappresentato una vera e propria esperienza di vita che porterò preziosamente nel mio cuore, perché ho vissuto una cultura sociale completamente diversa, sicuramente più collettiva rispetto alla nostra che è più individualistica. Parlando di calcio ad esempio, dove il noi è fondamentale per la creazione del team, ho riscontrato una grande disponibilità verso il lavoro, la novità e l’applicazione che alla fine hanno dato anche dei grossi riscontri».

Tante avventure in carriera come preparatore, di cui buona parte negli staff di Zaccheroni. Com’è stato lavorare con un professionista come lui?

«Mi lega ad Alberto un rapporto, oltre che professionale, soprattutto affettivo perché stiamo parlando di un grande professionista e di una persona perbene. Quando si ha a che fare con rarità del genere nel mondo del lavoro, in particolar modo nel calcio, bisogna fare il possibile per tenersele strette, al di là di quelli che possono essere i pro e contro in una scelta. Posso solo ringraziarlo per questi anni di collaborazione che mi hanno consentito di vivere esperienze ad alto livello».

C’è un contesto in cui è stato più semplice ed agevole lavorare?

«Più che semplice, forse esiste quello più in linea con la propria indole, il proprio modo di concepire la cultura del lavoro. I quattro anni di esperienza in Giappone sono stati importanti non soltanto per gli obiettivi conseguiti, ma anche per il continuo feedback che si riscontrava dalla grande disponibilità, il profondo senso del lavoro e la cultura civica del posto, elementi che negli ultimi tempi in Italia facevo fatica a percepire soprattutto in club di alta qualificazione».

Perché quel tipo di cultura sportiva non riesce ad imporsi nel risultato sportivo?

«Quando si entra nel vivo di una competizione, cominciano a contare la storia, il peso della maglia che si indossa, l’esperienza, le energie nervose. Sono tutti aspetti importanti che incidono e spiegano perché prevalgono alla fine sempre quelle 4/5 nazioni che sanno affrontare con personalità i momenti decisivi».

Per esempio anche i maestri inglesi riscontrano grande difficoltà…

«Anche in questo caso c’è un discorso culturale da fare, che riguarda l’organizzazione dei campionati. In vista di competizioni internazionali per squadre di Nazionali l’Inghilterra si presenta sempre con un numero di partite elevato nelle gambe e fa tanta fatica ad offrire prestazioni adeguate alla propria qualità a causa di tornei nazionali molto agguerriti ed avvincenti. Sono molto curioso di vedere cosa succederà invece nel 2022 con i Mondiali in Qatar, che si terranno in autunno a metà stagione».

Torniamo un po’ indietro nel tempo. Quando ha capito che la professione di preparatore atletico sarebbe stata la sua strada?

«Prima del calcio, praticavo canottaggio. Studiando all’università il mio amore per lo sport è cresciuto sempre di più, così come la curiosità. Il mio primo maestro, il dott. Giuseppe La Mura (il dott./tecnico che ha scoperto i fratelli Abbagnale ndr), appunto diceva che non avevo ancora superato l’età del perché e questa forma mentis l’ho trasferita anche nello studio. Visto che mi era stata assegnata una tesi di laurea riguardante la preparazione atletica nel calcio, mi sono dovuto confrontare con una letteratura molto scarna in quel periodo, parliamo di metà anni 80».

Quindi non è stato per nulla facile…

«Infatti l’unica opportunità per approcciarmi nel modo migliore a questo mondo era contattare i massimi esperti di allora nella metodologia dell’allenamento. Uno di questi era il prof. Enrico Arcelli, preparatore nel Varese di Fascetti, con cui nacque un’empatia reciproca. Il feedback professionale era talmente stimolante che, una volta laureato, mi trasferii subito a Milano per poterlo seguire nei suoi dettami, anche se la cosa non fu molto semplice. Non avendo le basi per un’indipendenza economica, facevo i turni di notte alla Sip e di giorno continuavo a studiare, fin quando poi è diventata la mia professione».

Dall’inizio della sua attività ad oggi come è cambiato il mondo del calcio dal punto di vista del preparatore?

«Come in tutte le cose l’evoluzione è continua e la storia e l’esperienza conducono sempre a nuove strade. Oggi il preparatore non è più il consulente dell’allenatore che porta all’interno del calcio anche l’esperienza di sport diversi. Dopo 30 anni di storia come figura riconosciuta in questo ambiente è diventato uno specialista della preparazione all’interno di uno staff articolato e costituito da tante professionalità scientifiche diverse».

C’è un aspetto in cui si nota particolarmente questo cambiamento?

«Se facciamo un paragone tra il calcio di oggi e quello tra gli anni 90 e primi anni duemila, in precedenza una squadra blasonata disputava al massimo 50 partite, gare con le Nazionali comprese. Oggi ne somma invece circa 70/75. Qualche anno fa si giocava ogni 5 giorni, adesso la media è di 3 partite alla settimana. È cambiata l’intensità di gioco, diventata chiaramente più alta. In una gara si sviluppavano circa 450 azioni, ora sono praticamente il doppio con un’esasperazione tattica dove tempi e spazi sono ridotti al minimo e gli atleti sono costretti ad andare a scontro fisico più spesso, esponendosi ad un maggior rischio di infortuni».

Il lavoro del preparatore atletico si è trasformato radicalmente?

«Sicuramente nella metodologia di lavoro ora vanno tenuti in considerazione tutti questi fattori. Ribadisco sempre che chi fa questo mestiere, sin da quando parte la programmazione del lavoro, deve tener presente le famigerate cinque domande: cosa si deve allenare, come, quando, quanto la si deve allenare e soprattutto chi si sta allenando. La specificità del modello prestativo è diventata fondamentale nel momento in cui oggi un allenatore non è più quell’artigiano che in funzione del tempo modella la materia a propria immagine e somiglianza, ma un killer che ha poche possibilità per incidere e non si può permettere di sbagliare».

Guardando le statistiche, si apprende come siano aumentati i km percorsi da parte degli atleti…

«Questo è diventato uno dei tanti luoghi comuni. Si cade spesso nell’errore di voler misurare la prestazione degli atleti in valori di volume inteso come somma di km percorsi, un dato che non è per nulla correlato alle caratteristiche di un sport di squadra dove a determinare l’indice di performance sono più componenti: fisiche, organiche, tattiche, tecniche, caratteriali e ambientali. Quando si vuole semplificare tutto con un numero, dico sempre che se fosse questo il problema basterebbe mettere un maratoneta in campo». .

In questa stagione si ritorna ai tempi abituali della preparazione estiva dopo un anno in cui tutto è stato affrettato. Nel Napoli, come in altre squadre, partire con un nuovo allenatore può costituire un vantaggio?

«Nel calcio il tempo per un allenatore di incidere è sempre meno, quando in realtà ne occorrerebbe di più. Questo aspetto ha reso necessario un adeguamento delle strategie di allenamento. Anche nel periodo preparatorio non c’è più la possibilità di influire in una forma così classica e a blocchi come le metodologie negli anni passati erroneamente consigliavano. Oggi sono diventate fondamentali la specificità del modello prestativo e l’ottimizzazione dei tempi di lavoro, possibili soltanto se tra staff tecnico e giocatori, e all’interno dello staff tecnico stesso, si lavora con conoscenza ed in grande sinergia. Se nell’annus horribilis, come lo definisco, hanno vinto nei vari campionati le squadre caratterizzate da una continuità gestionale, partire con un nuovo allenatore significa quindi ricominciare da capo e può richiedere tempi più lunghi per risultati effettivi».

Chiudiamo con una considerazione sugli infortuni muscolari. A fronte di un numero maggiore di partite sono aumentati notevolmente. In che maniera si può incidere per ridurre le percentuali di rischio?

«L’unica strada da percorrere è allenarsi bene, cioè in forma specifica, evitando di voler raggiungere certi obiettivi attraverso percorsi di allenamento molto lunghi e lontani soprattutto da quegli schemi motori che sono richiesti durante la partita la domenica».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

METTI UNA SERA A CENA

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

Da Cava de’ Tirreni a Via Medina nel cuore pulsante di Napoli la seconda apertura di un ristorante guidato da una verace famiglia napoletana

di Lorenzo Gaudiano

«Il cibo, per Eduardo, non era solo qualcosa che serve a sfamarci o a soddisfare la nostra golosità, ma soprattutto ciò che ci mantiene in vita e quindi una cosa da amare, da rispettare. Una cosa sacra insomma». A raccontare ciò è stata Isabella Quarantotti, ultima moglie del drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo, venuta a mancare nel 2005. Un ricordo di poche parole che spiegano chiaramente il significato che il napoletano attribuisce alla cucina: la sua necessità non soltanto fisiologica ma psicologica, l’amore e la religiosità che nutre nei suoi confronti perché depositaria di tradizioni, ricordi, affetti che purtroppo non ci sono più, sensazioni uniche purtroppo cadute in disuso per lasciare spazio all’estetica, alla vana apparenza, utili più a vivere un’esperienza piuttosto che a riempire lo stomaco.
La scelta di riportare un pensiero di un napoletano verace che ai suoi tempi è stato capace con le sue opere di offrire un quadro allora lungimirante ed oggi tra l’altro ancora validissimo della società attuale non è per nulla casuale, perché a via Medina, praticamente al centro di Napoli, da circa un mese è stato inaugurato un ristorante-trattoria che ha fatto dell’amore per la tradizione e del desiderio di tramandare alle nuove generazioni conoscenze e valori che altrimenti cadrebbero nell’oblio la sua filosofia. Si tratta di Ammor – Cucina e Tradizione, alla sua seconda apertura si diceva dopo l’esordio a Cava de’ Tirreni nel dicembre 2019 che nonostante il periodo ha avuto un riscontro positivo e di grande successo, al punto di spingere la famiglia Festa, napoletana verace, ad intraprendere questa nuova avventura nella propria città, nel centro storico, per continuare a far vivere nel tempo, seppur rivisitata con qualche tocco di innovazione, la cosiddetta “cucina delle nonne”, un vulcano di sapori difficile da spiegare a parole e comprensibile soltanto assaggiando quei piatti. Come si facevano allora, con i loro procedimenti originali che richiedevano attenzione, tanta passione, smisurata pazienza, a cui oggi va combinata una materia prima di grande qualità, peculiarità decisiva per fare la differenza.

Basta soltanto entrare nel locale per cogliere tutto questo. Il cuore sacro scelto come simbolo del brand con il suo colore rosso accattivante e di forte impatto, l’accoglienza da parte della proprietà, la profondità che salendo le scale si percepisce dall’aspetto cromatico delle pareti e dal design scelto per l’arredamento che oscilla con grande equilibrio tra il classico e il moderno.
E poi l’esperienza al tavolo, con la possibilità di scegliere portate di terra e di mare che hanno rivelato sin dall’odore, e poi col sapore, l’attenta ricerca della materia prima, la bravura ai fornelli della cuoca e la capacità imprenditoriale di una famiglia a cui piace mangiare bene e che soprattutto punta a far mangiare ancora meglio i propri clienti.
«L’obiettivo di iniziare a Cava de’ Tirreni è stato quello di far conoscere la vera cucina napoletana tradizionale, come la si mangiava ai tempi dei nonni che ci hanno tramandato la cultura degli alimenti e le varie modalità di preparazione. Naturalmente oggi la riproponiamo in una forma leggermente rivisitata, sia nella preparazione che nella presentazione al tavolo, per comunicare la nostra fedeltà alla tradizione ma al tempo stesso far percepire la nostra apertura all’innovazione ed al cambiamento dei tempi. Per questo il nostro brand si chiama Ammor, per combinare tra loro l’amore che si deve avere ai fornelli e il sentimento che unisce le persone. Inizialmente Cava de’ Tirreni ci ha accolto con un po’ di diffidenza, ma col passare del tempo hanno percepito la nostra umiltà, il rispetto per i loro piatti e la tradizione ed hanno cominciato ad apprezzarci molto. Dai 60 coperti lì a Corso Umberto oggi invece siamo arrivati con il nuovo locale di via Medina a 120. Questa posizione così centrale è stata da noi scelta perché volevamo rimanere vicino alle nostre origini, noi siamo di Piazza Mercato, e poi perché molti clienti napoletani che venivano a mangiare a Cava ci hanno sempre chiesto quando avremmo aperto una sede a Napoli. E noi abbiamo voluto accettare questa sfida». Così ci ha introdotto nel mondo di Ammor il proprietario Gerry Festa, parlando della nuova apertura a Via Medina e del locale di Cava de Tirreni da cui tutto ha avuto inizio.
Seduti al tavolo, il menu offre una ricca scelta. Portate soprattutto di terra, anche se il mare non manca. Niente pizza, perché come lo stesso Gerry spiega, «avevamo due forni e per scelta abbiamo voluto eliminarli. I nostri clienti devono identificarci per la cucina. Oltre ai nostri piatti di terra abbiamo preferito proporre poche portate di mare ma di prima qualità. Proprio perché ci piace molto mangiare e per la ristorazione spesso giriamo il mondo, ci abbiamo tenuto particolarmente ad accontentare tutta la clientela ampliando la nostra offerta».
Grande successo ed ottime recensioni sin dal primo giorno di apertura a Napoli, una conferma ma soprattutto una sfida intrapresa nel migliore dei modi e che a quanto pare col passare del tempo sarà ampiamente superata: «Per questo ci tengo a ringraziare la nostra chef Daniela che è la forza di quest’azienda, perché ha saputo con la sua capacità organizzativa in cucina e la sua predisposizione a lavorare duro valorizzare la nostra offerta contribuendo alla nostra crescita. Poi ringrazio il direttore, il cui ruolo è fondamentale per offrire un servizio in più al cliente e capire se è andato tutto bene al tavolo, perché ci sta dando un aiuto significativo mettendo nel nostro progetto il cuore e tutto l’amore possibile. Infine grazie a tutti coloro che ci stanno seguendo e che ci stanno dando grandi soddisfazioni».

Dietro alle preparazioni di Ammor c’è Daniela La Ragione, proveniente da Battipaglia, a cui si deve gran parte del successo del ristorante: «Spero di rimanere sempre con loro perché dal primo momento mi sono trovata benissimo. Con quest’esperienza è come se fossi tornata alle origini, perché anni fa lavoravo nell’agriturismo di famiglia. Poi ho viaggiato molto e mi sono appassionata anche alle preparazioni di mare. La sola cosa che conta per me è soddisfare le persone al tavolo, in quanto sono sempre stata più per l’essere che per l’apparire». Una donna, nonostante il mestiere da chef si tenda a considerarlo più da uomo, la quale a proposito della disparità di genere ha chiarito che «fare lo chef è un lavoro pesante, perché richiede un grande sforzo fisico. Inoltre chi fa questo mestiere deve dimenticare la famiglia perché solitamente durante le feste, le domeniche, i compleanni si lavora e di tempo per sé non ce n’è. Per fortuna il numero di donne in cucina sta crescendo, anche se la verità è che non c’è parità. Una donna per farsi valere deve lavorare più di un uomo e quando si presenta in un posto per lavorare viene guardata sempre con un occhio diverso».
Ad assicurarsi che la clientela esca soddisfatta dal locale è il direttore, napoletano di Posillipo. Una grande esperienza alle spalle nel campo della ristorazione e una forte vitalità che si evince dalla sua partecipazione al progetto Ammor: «Quando mi è stato proposto di fare il direttore a Via Medina, ho pensato che si trattasse di una sfida da cogliere, perché oggi investire in questo settore a Napoli è diventato davvero molto difficile. Ammor ha un target particolare che vuole distinguersi dalla massa e soprattutto una grande voglia di crescere sempre di più. I margini di miglioramento sono ampi e con la proprietà che è sempre presente ed il tempo le cose andranno sempre meglio. L’apertura alla clientela più giovane è importante perché sono i giovani oggi ad uscire di più, oltre ad essere il nostro futuro».
Un importante balzo in avanti per Ammor con l’apertura a Napoli, una crescita che nei programmi non si concluderà qui perché la bontà e la ricercatezza dei piatti, la bellezza del locale, la determinazione della proprietà e la competenza di tutto lo staff lasciano immaginare un futuro più che radioso.

pubblicato su Napoli numero 41 del 26 giugno 2021

Fulvio Rillo: il Benevento ripartirà da zero

Fulvio Rillo: il Benevento ripartirà da zero

L’ALTRA COPERTINA

Fulvio Rillo: il Benevento ripartirà da zero

È necessaria una programmazione a lungo termine per tornare in A e la scelta di Fabio Caserta è un’importante scommessa

di Lorenzo Gaudiano

La stagione in Serie A da poco conclusasi ora è in archivio. Certo la delusione è ancora cocente se si ci si pensa, ma è arrivato il momento di lasciarsela alle spalle e cominciare a guardare avanti.
Il presidente Oreste Vigorito si è preso tutto il tempo necessario per valutare e scegliere l’allenatore più adatto alle esigenze della squadra e della società. È Fabio Caserta l’uomo scelto per ripartire, programmare un futuro che avrà come obiettivo il ritorno nel campionato dei grandi attraverso una serie di step che comprendono la valorizzazione del settore giovanile, il ringiovanimento generale della rosa e l’impianto di una struttura societaria ancora più stabile, anche se su questo ultimo punto si è detto che il Benevento è sempre stato forte ed all’avanguardia tra i tanti club che militano in A da anni.
A parlare della stagione che verrà e dell’allenatore chiamato ad una sfida importante dopo le promozioni dalla C con Juve Stabia e Perugia è Fulvio Rillo, titolare dell’azienda Rillo Costruzioni, uno degli sponsor del Benevento Calcio, insieme al padre Andrea ed al fratello Gabriele. Una realtà consolidata del Sannio a cui Rillo appartiene dall’età di 18 anni e che si è aperta nel tempo al mondo del calcio.

Ha raccontato che l’entrata in azienda è avvenuta dopo il conseguimento del diploma perché suo padre le disse che c’era bisogno di lei…

«Era l’inizio degli anni 80 e mio padre, una volta conseguito il diploma, mi disse che non potevo continuare gli studi perché occorreva qualcuno che lo aiutasse a portare avanti un’azienda a quei tempi in grandissima crescita. Era un periodo di grande boom lavorativo nel settore delle costruzioni. Quindi sono stato catapultato in azienda alla precoce età di 18 anni, diventandone già amministratore».

Avrebbe voluto laurearsi in Economia e commercio, ma si può dire in fondo che in azienda ha finito per interessarsi della parte commerciale?

«Sì. Mio padre mi ha trasmesso il DNA del lavoro. Quando ho cominciato a lavorare in giovane età nell’azienda di famiglia, sin da subito con l’esperienza ho portato avanti un percorso importante di crescita sul campo che naturalmente mi ha consentito di svolgere le mie mansioni nel modo migliore e più adeguato possibile. È inevitabile che l’innovazione richieda aggiornamenti continui e che quindi si finisca sempre sui libri a studiare per adeguarsi ai tempi che corrono velocemente».

Lei è Vice Presidente di Confindustria a Benevento con delega alla Programmazione Territoriale e Infrastrutture, componente del Consiglio Direttivo di ANCE nel cui ambito è Presidente della Cassa Edile. Tante cariche operative che comportano una grande applicazione personale e soprattutto numerose responsabilità. Per gestire tutto questo al di là dell’azienda di famiglia, che sacrifici è costretto a fare ogni giorno?

«Se ci si vuole occupare di tutte queste attività come le svolgo personalmente, sono necessari un grande spirito di sacrificio e soprattutto una forte consapevolezza che tutte queste mansioni purtroppo finiranno per sottrarre tempo a qualcos’altro, per esempio la famiglia. Tra i vari impegni in azienda e nelle varie associazioni il tempo scorre e per fare tutto non basta una giornata lavorativa di 8 ore, ma di 12/13. Ad esempio il ruolo di Presidente della Cassa Edile presenta responsabilità di tutti i generi, perché si tratta di un contesto dove circolano importanti risorse economiche da gestire al meglio. Già in passato c’è stato un fallimento e Benevento purtroppo non ci ha fatto una bella figura, anche se ora siamo riusciti a rimetterla in pista con bilanci sempre in ordine, coinvolgendo il più possibile il personale addetto. Posso dirmi soltanto contento di quanto è stato fatto da parte di tutti».

Lei ha anche giocato a calcio a buon livello, la sua ultima partita prima di appendere le scarpette al chiodo è stata a 50 anni. Come ci è riuscito e che messaggio possiamo inviare ai giovani pensando alla sua longevità agonistica?

«Il calcio purtroppo non è un divertimento, ma è fatto soprattutto di sacrifici. Occorre spesso rinunciare a tanti piaceri della gioventù, per esempio andare in discoteca, uscire con la propria fidanzatina o stare in compagnia degli amici. Se non si fanno sacrifici, magari si può ugualmente diventare dei campioni ma si finisce per non avere vita lunga nel calcio. Il fisico è come una macchina, va curato quotidianamente. Non mi sono pentito di tutto quello che ho fatto, anzi il mio rimorso è quello di non poter giocare più».

Il calcio è la passione anche dei suoi figli. Il primo, Andrea, purtroppo ha dovuto smettere prematuramente per un infortunio; il secondo, Francesco, è un terzino e sta facendo esperienza. Lo rivedremo al Benevento?

«Per ora è stato convocato per la preparazione estiva, poi naturalmente si vedrà nelle prossime settimane. L’esperienza con la Casertana è stata importante soprattutto per il fatto che si trattava di una squadra composta da quasi tutti giovani. Per quanto lì lo aspettino, il Benevento è la sua priorità, anche perché il primo amore non si scorda mai».

Per il Benevento si è chiusa una stagione che poteva andare diversamente. Cosa prevale adesso: delusione, rabbia o la convinzione che in A il club sannita può ritagliarsi il suo spazio?

«Può trovare il suo spazio in massima serie, anche se la delusione è ancora cocente. In questo momento non mi va di individuare eventuali colpevoli, perché quel che è fatto è fatto. Bisogna prenderne atto e limitare gli errori in futuro. Sinceramente sono stato più contento in occasione della prima retrocessione, perché vedere sugli spalti circa 20000 tifosi incitare comunque la squadra nonostante la posizione di classifica e i canali televisivi esaltare quest’atteggiamento sportivo mi ha emozionato molto. Invece quest’anno è stato doloroso, quando si assapora la salvezza che poi scappa di mano la delusione viene spontanea».

È stato doloroso non permettere ai tifosi di assistere a questa seconda esperienza in A. Nella prossima stagione dovrebbe tornare il calore popolare sugli spalti. Quanto ha pesato quest’anno l’assenza del pubblico, soprattutto nelle gare decisive?

«Il Vigorito è una piccola bomboniera. Il pubblico sugli spalti vale come un dodicesimo uomo la cui presenza in campo si avverte. Il clima con gli stadi vuoti è stato diverso. Da sponsor infatti ho assistito alle partite e sembravano degli allenamenti. L’atmosfera sarà diversa».

Chiudiamo parlando di Fabio Caserta. Due promozioni in B con Juve Stabia e Perugia e il ritorno in A come obiettivo che per la sua carriera sarebbe uno step ulteriore. Che squadra gli verrà affidata?

«Si tratta di una importante scommessa. Ha fatto benissimo in Serie C, ma in Serie B c’è davvero tanta concorrenza. La scelta del presidente Vigorito rappresenta il segnale nei confronti della città e del pubblico che bisogna ripartire da zero. Bisogna immaginare l’anno prossimo nell’ottica di un progetto che solidifichi ancora di più questa realtà per arrivare a riconquistare la massima serie. Il presidente sicuramente allestirà una squadra non solo all’altezza ma anche più giovane, continuando a valorizzare il settore giovanile, perché è importante che vengano fuori da lì giocatori da impiegare in prima squadra».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Spalletti: ancora un toscano per ADL

PROFILI

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Col Napoli parte una nuova avventura per il tecnico di Certaldo, appassionato di buon vino e di un calcio offensivo e verticale

di Lorenzo Gaudiano

«Il calcio è il cuore del mondo, batte allo stesso modo ovunque e chi lo ama non gioca mai in trasferta ma sempre in casa». Non si tratta di un pensiero di un filosofo dell’antichità, nemmeno di una citazione letteraria famosa. Potrebbe sembrarlo, vista la sua esattezza, il suo profondo significato, l’emozione che suscita. Poco più di una ventina di parole da cui, guardandole e riascoltandole di continuo, si finisce per cogliere una molteplicità di valori celati, ricavare persino l’essenza genuina di uno sport che col passare degli anni pare si stia smarrendo sempre di più per inseguire principi diversi. Più lontani dalla competitività, più vicini agli interessi economici.
In realtà sono semplicemente le parole di un uomo per il quale il calcio ha sempre rappresentato una componente fondamentale della sua vita, un ambito in cui ha saputo dimostrare sin da subito le proprie competenze in materia, una passione che a distanza di anni continua a rimanere viva nonostante le numerose esperienze, i successi e le soddisfazioni ottenute dal conseguimento dei vari obiettivi prefissati. È di Luciano Spalletti che si parla, il prossimo allenatore del Napoli, colui che il presidente De Laurentiis ha scelto per intraprendere un nuovo cammino con tappa principale nella prima stagione con un piazzamento in zona Champions. Per altre tappe naturalmente si vedrà strada facendo.

Mi manda Boccaccio

La storia di Luciano parte dalla Toscana, per essere più precisi da Certaldo, la città di Giovanni Boccaccio, l’autore del famoso Decamerone. Dalle parole riportate in precedenza si vede che è probabilmente la città stessa ad ispirare una simile profondità di pensiero ed espressione. Un luogo davvero incantevole se si considerano gli splendidi e suggestivi vigneti, uliveti e la bellezza di una natura che con forza mostra il suo ammaliante ed incontrastabile predominio. Un immenso patrimonio a cui sessantadue anni fa si è aggiunta un’altra eccellenza che a distanza di qualche tempo avrebbe fatto parlare di sé in Italia e nel mondo, contribuendo al prestigio di un posto già noto grazie alle pagine della letteratura italiana.

Dagli scarpini ai taccuini

Spalletti con le scarpette ai piedi era un centrocampista. In carriera non è andato oltre la C1, ma in campo già si percepiva che il suo futuro sarebbe stato in panchina per le sue capacità di motivazione e la sua disciplina tattica. Gli mancava il talento, quella dote che invece dimostra di avere a bordo campo con il saper leggere bene le partite, prevedere le mosse degli allenatori avversari, motivare al meglio i propri calciatori verso la conquista della vittoria finale. Giovanili della Fiorentina, poi Entella, Spezia ed Empoli dove a 34 anni decide di slacciare definitivamente gli scarpini. Per lui però non è finita col mondo del calcio, c’è ancora qualcosa che il giovane di Certaldo può dare alla sua più grande passione e che naturalmente troverà tra i taccuini, le lavagne e i pennarelli per disegnare gli schemi tattici.

Empoli fine ed inizio

Empoli non è solo la fine di una vita, ma l’inizio di una nuova. Luciano parte dalle giovanili, una palestra ma anche una grande responsabilità considerando la grande attenzione che il club toscano ha per il settore giovanile. La prima squadra è in difficoltà in C1, la retrocessione è davvero ad un passo ma a sei giornate dalla fine Spalletti viene promosso per provare a dare una scossa. La salvezza arriva miracolosamente grazie ai play-out, meglio di così non si poteva davvero fare. La stagione successiva torna nuovamente con le giovanili prima di approdare in prima squadra con cui vince la Coppa Italia di C e centra la promozione in B. Poi subito il salto in massima serie e la conquista della salvezza a certificare il suo valore aggiunto in panchina, la sua conoscenza del calcio, la sua capacità di portare sempre a casa l’obiettivo.

Mettersi in discussione

L’ascesa però è piena di ostacoli. Negli anni successivi Luciano comincia ad incontrare diverse difficoltà. Brevi esperienze con Sampdoria e Venezia che pesano sul suo percorso di crescita e che di fatto costituiscono una pesante battuta d’arresto dopo i risultati positivi del passato. Poi arriva l’Udinese con cui la conquista della salvezza non basta per ottenere la riconferma. Non gira più bene a quanto pare, il suo successo sembra ormai sulla via del tramonto. L’unico modo per provare ad uscirne è rimettersi in discussione. Arriva la proposta dell’Ancona in B e Spalletti accetta senza se e senza ma. È salvezza a fine stagione. Luciano ritorna sereno e speranzoso, anche perché il meglio deve ancora venire.

Dalla Champions alla Champions

Di nuovo l’Udinese, per riprendere da dove aveva interrotto. Due anni consecutivi centra un piazzamento in Coppa Uefa, al terzo arriva la qualificazione alla Champions e la Panchina d’Oro. La stella di Luciano finalmente comincia a brillare e ad accorgersene è la Roma, con cui in quattro anni arrivano i primi trofei tra Coppa Italia e Supercoppa. Dopo cinque anni in Russia allo Zenit, dove arrivano due Scudetti, una Coppa nazionale e una Supercoppa, Spalletti torna ancora alla guida dei giallorossi, con cui centra un terzo ed un secondo posto dopo record di punti e una lite infinita con capitan Totti, stigmate negativa sul curriculum più umano che professionale dello stesso Luciano. È all’Inter che il suo cammino momentaneamente si è concluso, con due piazzamenti Champions che mancavano da tanti anni e uno stop sabbatico che conoscerà la parola fine a partire dal primo luglio.

Un uomo schietto per Napoli

Guardando le conferenze stampa passate, le sue dichiarazioni e le opinioni dei calciatori da lui allenati si comprende come Spalletti sia un personaggio con un carattere particolare. Sempre schietto, sincero in positivo ed in negativo, Luciano legge tutto, ricorda tutto, contesta quando c’è da contestare, ammette quando c’è da ammettere qualche errore. Le sue reazioni suscitano sempre meraviglia, a volte fanno anche ridere, possono persino non piacere perché sono autentiche, genuine. Il Napoli oggi in panchina ha bisogno di un uomo simile dopo mesi di silenzio e una gestione comunicativa non all’altezza di un club che ambisce a posizioni importanti in classifica ed in Europa. E l’augurio è che la squadra azzurra possa ritornare ad essere bella da vedere come “La Rimessa”, l’affascinante tenuta a Montaione dove in questo periodo lontano dal calcio Spalletti si è rifugiato. In campagna, con il suo ottimo vino, le magliette dei calciatori più stimati e quel calcio offensivo e verticale di cui il Napoli avrebbe davvero bisogno.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

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SEGNALIBRO

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Oggi nella splendida cornice di Palazzo Reale è una giornata di festa e lo sarà fino a domenica. Tutti i cittadini sono invitati

di Lorenzo Gaudiano

Oggi è una giornata di festa. Lo sarà fino a domenica. E tutti i cittadini napoletani, in una cornice che non poteva essere più storica, splendida ed affascinante di quella offerta da una sede come Palazzo Reale, sono invitati a festeggiare, esultare per l’inizio di una manifestazione culturale che arricchisce ulteriormente il prestigio del capoluogo partenopeo, condividere insieme a tutti gli editori del nostro territorio e provenienti da tutta Italia una gioia immensa, perché NapoliCittàLibro è ritornato a vedere la luce, lasciandosi alle spalle l’interruzione dello scorso anno, tutte le difficoltà organizzative attraversate in questi mesi in cui si è fatto veramente di tutto per mantenere in vita quest’iniziativa.
È grazie ai soci fondatori che questa festa può avere inizio. È merito loro se Napoli anche quest’anno potrà offrire un’occasione di confronto culturale ai lettori con tutti gli operatori del settore editoriale per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze, esplorare aspetti legati al mondo del libro che non si possono apprendere semplicemente comprandoli dagli scaffali della libreria, comprendere sfumature delle pagine stesse ascoltando le parole dell’autore, dell’editore che ha consentito a quell’autore di vedere pubblicato il proprio testo. Ed è proprio agli organizzatori, Alessandro Polidoro, Diego Guida e Rosario Bianco a cui va aggiunto come socio fondatore il direttore del Centro Produzione della Rai Antonio Parlati, che deve essere rivolto un grazie sentito per aver contribuito alla diffusione dell’immagine più bella che la città possa offrire ai propri figli ed al resto della Penisola, aver permesso alla cultura l’opportunità di far valere la propria forza, trionfare ancora una volta.
Protagonista sarà appunto il libro. Diceva Sciascia che «il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e leggi diventa un mondo». Nei porticati di accesso al museo di Palazzo Reale e nel Cortile d’onore saranno più di 90 i mondi da esplorare con gli stand degli editori pronti a mettere in esposizione i propri libri. Una festa anche per loro, che finalmente stanno ritrovando le opportunità di incontro con il pubblico di lettori, dopo un anno e mezzo in cui il mondo editoriale si è ritrovato a dover affrontare una rapida trasformazione, adeguarsi al progresso dei tempi, alla nuova situazione che ha colpito l’intera popolazione, sfruttare tutti gli strumenti possibili per tirare avanti, sopravvivere, non mollare la presa. Fortunatamente il peggio sta passando per loro, come per tutti. E questo Salone è la prima occasione aperta al pubblico per poter condividere la soddisfazione, dare sfogo all’entusiasmo, diffondere un ulteriore messaggio di speranza e fiducia per il futuro.

Quindi bisogna festeggiare. E bisogna farlo anche per l’uomo presente sulla copertina di questo numero speciale dedicato al Salone del Libro partenopeo. Luis Sepùlveda con la sua produzione letteraria, giornalistica, le sue interviste, il suo impegno politico-sociale resterà per sempre impresso nei cuori di tutti. Sarebbe stato bello che, come previsto, ad aprire questa terza edizione fosse proprio lui, con il suo accento spagnolo, la sua abilità a proporre metafore pensate da un momento all’altro in grado di spiegare la realtà e trasmettere concetti talmente forti da rimanere impressi, il suo spirito a volte sarcastico e a tratti anche malinconico, che si può dire lo accomunasse a noi napoletani.
La commemorazione prevista all’inaugurazione era un atto più che dovuto che mira ad essere anche simbolico. Dopo tanto dolore, è arrivato il momento di ripartire dall’attimo in cui la vita di tutti si è interrotta. Sepùlveda non c’è più, molti altri sono venuti a mancare, ma l’esistenza deve andare avanti, perché c’è davvero tanto da fare.
L’autore cileno diceva di sognare «un futuro in pace, di amicizia, un futuro senza la minaccia costante di chi è il più forte. Forse è un futuro utopico ma io credo che questa utopia sia possibile». Ebbene sì, lo è. A condizione che la cultura venga valorizzata, primeggi a dispetto di altre cose considerate più importanti dalle istituzioni, rinforzi ancora di più le proprie radici aprendosi a tutti i ceti sociali, interessando un pubblico sempre maggiore, cancellando tutti i tipi di differenze, così da poterne uscire sempre più arricchiti e migliori di quello che si potrebbe già essere. Anche perché, come diceva Pier Paolo Pasolini, «puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura».
Anche la nostra rivista ha sposato questa missione e sarà lì tra le vostre mani per festeggiare insieme a voi organizzatori, editori e lettori, esservi di compagnia tra i vari stand ed omaggiare con orgoglio e soddisfazione un altro grande successo della nostra città.
Quindi non ci resta che augurare un buon Salone a tutti!

pubblicato su Napoli n. 42 del 1 luglio 2021