Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

PROFILI

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Il difficile inizio del polacco e il ritorno in Italia al neopromosso Benevento grazie ad un’intuizione del ds. Pasquale Foggia

di Lorenzo Gaudiano

Dietro ad un uomo che su un terreno di gioco insegue e dà un calcio al pallone c’è sempre una storia. Anche il difensore polacco Kamil Glik, pronto per una nuova avventura in Serie A con il Benevento neopromosso a distanza di quattro anni dall’ultima presenza con la maglia del Torino, ne ha una.
Per raccontarla, bisogna tornare al febbraio 1988. In Germania c’era ancora il Muro di Berlino abbattuto un anno dopo, in Polonia invece il regime comunista. La Seconda Guerra Mondiale era ormai lontana e il dominio nazista soltanto un bruttissimo ricordo, anche se in giro per l’Europa Orientale qualche influenza culturale nel corso degli anni purtroppo era sopravvissuta. Jacek e Grazyna Glik diedero alla luce Kamil in un paesino della Slesia, Jastrzębie-Zdrój, di quasi centomila abitanti. Il nome tradotto significa “Terme dei falchi”. Infatti verso la fine degli anni cinquanta dell’Ottocento furono scoperte delle sorgenti termali che resero il luogo famoso in tutta Europa. La rinomanza oggi è venuta meno ma a mandare avanti l’economia del paese ci hanno sempre pensato i giacimenti di carbone. In un quartiere di case popolari che si chiama Osiedle Przyjaźń, in italiano “complesso Amicizia”, ci sono 22 edifici e 532 appartamenti costruiti tra gli anni sessanta ed ottanta. Uno di questi è la casa della famiglia Glik, dove il futuro calciatore ha mosso i primi passi e ha cominciato ad appassionarsi al gioco del calcio, prima con il pallone tra i piedi e in seguito il telecomando tra le mani seduto sul divano.
In realtà sarebbe potuta anche non cominciare mai la carriera calcistica del polacco. Ad un anno e mezzo sepsi e meningite hanno messo seriamente in pericolo la sua vita. Poche speranze da parte dei medici, la sofferenza, la paura di una famiglia intera e una storia destinata alla conclusione ancor prima di iniziare.
Il destino però ha fatto sentire la sua voce. Il piccolo Glik fortunatamente guarì e in tenera età già diede dimostrazione di quella forza che in campo oggi costituisce una delle sue principali qualità.

Il padre e il Bayern nel cuore

Col passare degli anni la passione per il calcio cresce sempre di più, la sua squadra preferita è il Bayern Monaco. Kamil infatti ha la doppia cittadinanza perché il nonno nacque in Alta Slesia quando questa faceva ancora parte della nazione tedesca. Il padre lavorava in Germania e al suo ritorno per il bambino c’era sempre un regalino: la maggior parte delle volte gadget oppure magliette del club bavarese. Nonostante questo, il suo senso di appartenenza alla Polonia è fortissimo e non è stato mai in discussione. Così come il rapporto con suo padre, che purtroppo ha sempre avuto seri problemi di alcolismo. Un giorno infatti portò Kamil con sé a pescare. Naturalmente il bottino fu cospicuo non soltanto per la pazienza e la grande perizia tecnica ma soprattutto grazie ad un piccolo aiutino. Nel mezzo del lago dove una mattina si erano recati il padre Jacek fece esplodere della dinamite rubata dalla miniera in cui lavorava. Tutti i pesci salirono a galla, la pesca fu facile ma il pescato non arrivò a casa, perché fu venduto in cambio di soldi spesi a loro volta per ubriacarsi.
Lezioni di vita no di certo, ma momenti indimenticabili che hanno insegnato sicuramente qualcosa al giovane Glik.

Andata in Europa, ritorno in Polonia

La famiglia Glik iscrisse in piena infanzia il figlio ad una scuola calcio locale, il MOSiR Jastrzębie Zdrój. A quattordici anni il passaggio al WSP Wodzisław Śląski a pochi chilometri da casa, a diciassette il prestito al Silesia Lubomia, sempre in Slesia. Un anno dopo Kamil si trasferì in Spagna, all’Horadada, squadra della comunità Valenciana militante nel quarto campionato spagnolo. Sicuramente non il più blasonato dei palcoscenici, che gli ha offerto però l’opportunità di approdare al Real Madrid C, seconda squadra giovanile delle “merengues” da qualche anno soppressa. Un ambiente sicuramente formativo, dove mettersi in evidenza è molto complicato. La caparbietà per tenere duro al polacco non è mai mancata ma nonostante ciò non è molto contento. La tentazione di ritornare in patria, di avvicinarsi alla propria famiglia, di intraprendere una avventura sicuramente più avvincente è forte. Così come se ne è andato, torna in Polonia, al Piast Gliwice. Il padre però muore per un infarto a 42 anni, Glik è distrutto. Il calcio lo ha aiutato a superare il momento peggiore della sua vita, a continuare il suo percorso di crescita. Dopo due anni Kamil riuscì ad affermarsi come difensore solido e grintoso, diventando il primo calciatore di quel club ad indossare la maglia della nazionale.

Maestro Ventura

Così si aprirono le porte di un altro paese per Glik: l’Italia. La sensazione allora era che il viaggio sarebbe stato diverso rispetto a quello in terra spagnola di qualche anno prima. Esordio in Europa League e nessuna presenza in Serie A, forse un altro buco nell’acqua. L’anno successivo il prestito al Bari e la fiducia di Gian Piero Ventura, allora allenatore dei pugliesi, lo hanno aiutato finalmente ad emergere. Il mister non esitò a portarlo con sé al Torino dove il polacco con il passare delle stagioni è diventato anche capitano. Cinque anni dopo l’addio al campionato che lo ha consacrato, destinazione Monaco, con cui è arrivato anche l’esordio in Champions League.

Un’unione di ritorni

Il Benevento che torna in massima serie a due anni di distanza dalla prima storica partecipazione, Kamil Glik che ritorna a giocare nel campionato italiano. Un’unione di ritorni, per scrivere una nuova storia che si spera possa essere bella per entrambi. La squadra giallorossa aveva bisogno di un difensore d’esperienza, il polacco di una nuova sfida e soprattutto di una piazza che con i suoi incantesimi saprà senza dubbio dargli tanto amore, infondergli immenso calore, chissà forse più del capoluogo piemontese.
In campo è un duro: un custode difficile da superare in difesa; un grande pericolo in attacco con la sua fisicità e la sua abilità nel colpo di testa. Qualche anno fa ha dichiarato che al termine del carriera calcistica gli piacerebbe mettersi alla prova negli sport di combattimento. Glik ha ancora 32 anni, in Italia con la moglie Marta e le due figlie si è trovato sempre bene e tutti si augurano che quel momento sia ancora ancora molto lontano. Dalla sua storia e dal suo valore sul terreno di gioco, quasi sicuramente lo è.

Parola a Glik

“Sono veramente contento di essere qui. Ho già avuto modo di passeggiare per la città: è piccola e calorosa. Si percepisce chiaramente l’amore che i tifosi provano per questa squadra. Speriamo che possano tornare al più presto allo stadio perché saranno per noi un valore aggiunto”

“In campo devi dare tutto, giocare duro e leale. Insomma, non devi stare lì a fare il figo ma lottare”

pubblicato su Napoli n.29 del 30 agosto 2020

Per il Benevento questa volta sarà diverso

Per il Benevento questa volta sarà diverso

APPUNTI IN GIALLOROSSO

Per il Benevento questa volta sarà diverso

L’obiettivo è fare tesoro di tutti gli errori commessi due anni fa per evitare che possano ripetersi di nuovo

di Lorenzo Gaudiano

Il ritiro a Seefeld in Austria si è concluso, l’esordio in campionato si fa sempre più vicino e l’attesa nella città di Benevento cresce sempre di più.
La squadra giallorossa è alla sua seconda avventura nella massima serie. L’obiettivo è fare tesoro di tutti gli errori commessi due anni fa per evitare che possano ripetersi anche in quest’occasione e avviare un ciclo importante nell’Olimpo del calcio italiano. Non rientrerà tra le classiche divinità greche ma non dimentichiamo che la “Strega” ha pur sempre poteri magici e che quindi ha tutto il necessario per misurarsi con le squadre italiane più blasonate del nostro Paese.
Accostamento mitologico-folcloristico a parte, il Benevento merita la Serie A per tutta una serie di fattori. Per prima cosa è giusto sottolineare la grande organizzazione societaria data al club dal presidente Oreste Vigorito, che nella sua attività imprenditoriale ha sempre avuto il pregio di guardare avanti, pensare in grande, valorizzare ciò che ha per le mani. La ricerca e la fiducia verso i giovani per i ruoli dirigenziali e societari, lo staff tecnico e i giocatori sono un valido esempio di una programmazione acuta e lungimirante oltre che la dimostrazione della seria volontà di costruire una realtà importante che possa puntare sempre più in alto con il passare degli anni. Ci credevano in pochi nell’energia eolica, oggi le energie rinnovabili rappresentano il presente e soprattutto il futuro. E chi ci dice che per il Benevento non potrebbe essere lo stesso?

Ciò sarà possibile con investimenti oculati e di prospettiva. Il ds Foggia si è mosso bene. Anche in questa sessione di calciomercato i primi movimenti sono stati quelli giusti, finalizzati al rafforzamento di una rosa che ha dominato il campionato cadetto.
Tutto questo è sicuramente fondamentale ma alla fine a determinare le sorti del club sarà il campo. Lo scorso anno Pippo Inzaghi ha fatto un ottimo lavoro, costruendo grazie a giocatori di buon livello e fortemente determinati una squadra difficile da battere, superiore a tutte le altre contendenti, nonostante non ci fossero i favori del pronostico per la promozione diretta. In Serie A però la musica sarà diversa, le difficoltà saranno maggiori. Dopo l’esperienza al Milan dove tutti i suoi successori hanno fatto fatica, i pochi mesi al Bologna in cui qualcosa non è andata per il verso giusto, ecco la sfida già vinta con il Benevento.
La città sannita ha una tifoseria calorosa che non farà mancare il sostegno alla squadra. Si spera che il nemico invisibile venga sconfitto al più presto e che gli spalti del Vigorito e di tutti gli stadi tornino ad essere pieni per coprire le urla degli allenatori a bordo campo.
Bentornato in A Benevento, la nostra testata ti augura buona fortuna.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020

“Interrompo dal San Paolo”

“Interrompo dal San Paolo”

SCAFFALE PARTENOPEO

“Interrompo dal San Paolo”

Venti penne femminili coordinate da Pietro Nardiello per raccontare il Napoli e le storie di alcuni suoi campioni legate alla vita della gente comune

di Lorenzo Gaudiano

La genesi del libro, le scelte fatte con una scrittura tutta al femminile richiedono qualche spiegazione ed allora chi meglio del curatore Pietro Nardiello può aiutarci nell’approccio a questo interessante lavoro.

Che tipo di raccolta è “Interrompo dal San Paolo”? Vale per questo libro il motto “E pluribus unum”?

«Se lo slogan latino fa riferimento alla qualità del libro, allora dico che si tratta di una locuzione appropriata. “Interrompo dal San Paolo” è soprattutto un libro di narrativa dove il calcio appare come una delle tante componenti della vita».

Come si costruisce un libro fatto da tante penne, tanti stili diversi e sicuramente tante idee ed impostazioni di scrittura diverse?

«Non esiste un segreto, una ricetta ma solamente l’idea comune di sposare, con determinazione, un progetto. Questo è quanto avvenuto. Le venti donne di quest’antologia credono fermamente che sia necessario dare spazio e valore alla fantasia, alla parola nonostante oggi la tecnologia non possa mancare sia nella quotidianità che nel lavoro. Però quando si trova il giusto equilibrio credo che ne venga fuori un cocktail spumeggiante».

La ricerca della pluralità su uno stesso argomento alla base di una raccolta serve ad arricchire il lettore o può diventare alla fine della lettura un fattore di disorientamento?

«Il filo conduttore del libro è lo stesso, cioè il Napoli, la passione per la squadra di calcio. I racconti e le scritture diverse a mio avviso rappresentano un arricchimento per il lettore».

Cerchiamo di spiegare a questo punto perché venti donne alla macchina da scrivere o meglio al computer?

«Una provocazione alle convinzioni maschie, una provocazione nei confronti di chi pensa che l’analisi sportiva sia una materia di esclusiva competenza maschile. Le donne hanno una sensibilità maggiore della nostra, una visione del mondo diversa e quello che ne è venuto fuori da questi racconti lo dimostra».

La limitazione di pensiero che per anni e forse ancora oggi fa dire che il calcio non sia fatto per le donne c’entra con questa scelta di campo?

«A me non piacciono i talk show sportivi dove la donna è relegata a mettere in mostra tette e cosce per far aumentare l’audience. Vallette deluse, che non sanno leggere nemmeno una classifica e che stanno lì solo perché sono bone. Siamo indietro di almeno cinquant’anni, dobbiamo ancora raggiungere la giusta emancipazione. A quanto mi riferiscono, io non lo sapevo, quest’antologia dovrebbe essere la prima in Italia alla quale hanno partecipato solo donne. Professioniste brave, aggiungerei. Quindi un plauso alla Giammarino Editore che ha creduto in questo progetto».

Le venti scrittrici hanno avuto autonomia nell’elaborare il proprio testo o c’è stata una regia che ha tenuto conto anche delle diverse esperienze e delle differenti età?

«Sì, piena autonomia. Solo ad alcune ho segnalato qualche calciatore che non poteva certamente mancare in un lavoro del genere».

Avete pensato, visto che questo libro credo che apra una nuova collana, a proporre più in avanti storie del calcio di provincia, quello meno conosciuto, legate a quei territori che in molti casi possono forse essere meno note ma più affascinanti?

«Dopo “Interrompo dal San Paolo” in cantiere c’è l’idea di replicare l’iniziativa da altre piazze dalla forte identità. La collana Sport&Soul sarà dedicata ad una narrativa sportiva di qualità. Ci interesseremo anche di realtà più piccole, ma se fa riferimento a pubblicazioni classiche, dedicate alla storia di squadre, società sportive e altro ancora quello sarà un filone che affideremo a una collana diversa».

pubblicato su Napoli n.28 dell’08 agosto 2020

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio dalla matita di Enzo Troiano

AGORÀ – DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio spiega quale calcio vedremo ora in avanti. Più possesso alla spagnola e partite ravvicinate all’inglese

di Lorenzo Gaudiano

La ripartenza dopo tre mesi di inattività, una riflessione sul calcio che verrà e su tutte le problematiche inerenti alla preparazione atletica dei calciatori e una considerazione sul presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ha dovuto gestire un momento davvero delicato. Sono temi molto interessanti di cui discutere con Gianni Di Marzio, una persona competente e di grande esperienza calcistica visto che in carriera è stato allenatore a tutto tondo, dirigente sportivo ed attualmente è osservatore e consulente di grandi società oltre che affermato e richiesto opinionista da tutti i media. Il calcio è da sempre parte importante della sua vita. Farne a meno è stato, anche per lui, davvero difficilissimo.

Da un’abbondanza di partite ci siamo ritrovati completamente senza. Quanto ci è mancato il calcio?

«Tantissimo, per tutti gli appassionati è come se fosse mancato l’ossigeno. Dopo tre mesi quasi certamente saremo tutti assetati di partite, anche se ci troveremo ad assistere a qualcosa di completamente diverso. Sarà un calcio senza pubblico, senza quell’agonismo e temperamento abituali, senza quella tensione per il risultato a cui solitamente si assiste sui campi, quindi un calcio più tecnico. Le squadre che propongono una filosofia di gioco basata sul possesso palla, per intenderci alla maniera iberica, sicuramente avranno grandi vantaggi».

In questi ultimi anni siamo passati da un tradizionale calcio domenicale a quello distribuito in tutta la settimana. Come ha reagito il calcio italiano a questo cambiamento?

«All’estero ormai sono tanti anni che si arrivano a giocare persino tre partite alla settimana senza pensare troppo alle possibili conseguenze. In Inghilterra, ad esempio, da sempre si gioca persino nella settimana di Natale e Capodanno perché da quelle parti non conta soltanto il campionato ma anche le coppe nazionali. In Italia invece sia psicologicamente che fisicamente non siamo mai riusciti a sopportarlo. Qui molti allenatori spesso praticano in match ravvicinati turnover massicci che finiscono per alterare completamente i meccanismi della squadra stessa».

Che calcio vedremo?

«Sicuramente sarà un calcio molto condizionato dal punto di vista psicologico. Ci sono situazioni in campo che nel corso di una partita, a prescindere dal protocollo sanitario, sarà difficile controllare in piena sicurezza. Basta pensare alle marcature strette a uomo, agli starnuti casuali, al sudore inevitabile, alle spinte istintive durante i contatti tra i calciatori per comprendere che in campo il pensiero non sarà rivolto soltanto alla partita. Ed è per questo che assisteremo ad una tipologia di calcio a cui non siamo abituati».

Che finale di campionato c’è da aspettarsi?

«Sarà un campionato anomalo, perché tutte le squadre ripartiranno da zero. Solitamente tra una stagione e la successiva ci sono quaranta giorni di riposo prima di cominciare la preparazione, che attraverso un lavoro di capillarizzazione consente alla muscolatura di smaltire l’acido lattico e al corpo di avere una maggiore ossigenazione. Ciò significa riempire il serbatoio fisico di benzina. A quel punto la macchina deve cominciare ad accelerare e per farlo è necessario provarla, quindi disputare delle amichevoli, acquistare il ritmo partita. In tre mesi i calciatori sono stati fermi per buona parte del tempo, gli allenamenti collettivi sono ripresi da poco e la grande differenza rispetto al consueto inizio di stagione sarà quella di dover disputare subito delle gare ufficiali. Magari nelle prime uscite ci sarà grande intensità in campo ma dopo gli infortuni muscolari saranno ricorrenti».

Per il Napoli c’è ancora speranza di riacciuffare il quarto posto?

«È molto difficile. I punti sono tanti, l’Atalanta deve anche recuperare una partita e gli azzurri dovranno giocare lo scontro diretto a Bergamo. Tra l’altro gli orobici sono tra i pochi a praticare un calcio europeo con verticalizzazioni e grande intensità. Gasperini per le sue esperienze nei settori giovanili ha sempre dato alle proprie squadre una filosofia offensiva. Per questo recuperare terreno non sarà affatto semplice».

Il presidente della FIGC Gravina in questi mesi ha mostrato equilibrio in un contesto sicuramente confuso e difficile. Riuscirà a dare al nostro calcio un orientamento più univoco?

«Lo considero la persona adatta perché è un uomo colto che con merito ha accumulato nel corso degli anni grande esperienza. Conosce le problematiche all’interno della federazione e sicuramente grazie ai tanti anni di gavetta saprà rinnovare il nostro calcio».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

Giuseppe Ferraro: l’amore per Napoli e la filosofia

Giuseppe Ferraro: l’amore per Napoli e la filosofia

SCAFFALE PARTENOPEO

Giuseppe Ferraro: l’amore per Napoli e la filosofia

Nel suo ultimo libro “Nostalgia del desiderio” l’autore partenopeo racconta ed esalta la bellezza della propria città

di Lorenzo Gaudiano

Poco più di un anno fa viene trasmessa in televisione “L’amica geniale”, serie televisiva ispirata dall’omonimo libro di Elena Ferrante. Il professore Giuseppe Ferraro non è abituato ad accendere la TV, ma di tanto in tanto si trova a sbirciare. Si ritrova proiettato sullo schermo il rione Luzzatti in cui è cresciuto, il liceo Garibaldi che ha frequentato in giovane età e l’emozione è davvero fortissima, anche se la ricostruzione non è del tutto fedele. Sovviene il ricordo degli anni giovanili e l’avvicinamento alla filosofia, che lo ha accompagnato in un percorso professionale ricco di tappe: la cattedra di Filosofia morale alla Federico II; la scuola “Filosofia fuori le mura” di cui è responsabile; gli anni all’università di Friburgo; i suoi libri, tra cui “La porta di Parmenide” e il più recente “Nostalgia del desiderio – La filosofia che nasce a Napoli” editi da Castelvecchi.

È stato emozionante rivedere in televisione il luogo in cui è cresciuto?

«L’ambientazione temporale della serie televisiva riguarda un’età che precede di poco la mia. Il rione Luzzatti fa parte di quei luoghi magici nella nostra città che producono arte, solitudine, pensieri. Perché sorgono tra la città e il paese, tra la periferia ed il centro. Inoltre tanti anni fa lì c’era anche l’Ascarelli, il primo stadio del Napoli».

Visto che abbiamo fatto un salto indietro nel tempo, quando ha capito che la filosofia avrebbe guidato il suo cammino?

«Negli anni in cui insegnavo alla Federico II, ad un certo punto mi sono chiesto se dovessi continuare a fare quello che stavo facendo, rinunciare o farlo diversamente. Visto che la filosofia si occupa di questioni estreme, decisi di portare la filosofia nei luoghi estremi, ovvero carceri minorili, zone periferiche, scuole “a rischio”, per vedere che cosa la filosofia stessa avesse da dire. Ed è così che è cominciato questo mio cammino che ha rinforzato la mia passione per questa disciplina, che aiuta ognuno di noi a capire il senso di ciò che ci circonda».

Il suo percorso è proseguito successivamente con la scrittura.

«La scrittura in realtà è qualcosa che appartiene a tutti. Rispecchia l’esigenza umana di rivelarsi, di esprimere quello che intimamente si sente e che alcuni preferiscono nascondere dietro ad una narrazione artificiosa. Per me in realtà ha sempre rappresentato uno stato d’animo, l’occasione di raccontare storie di pensieri».

Arriviamo al suo ultimo libro. Perché “Nostalgia del desiderio”?

«Per spiegare il titolo basta una sola parola che appartiene al sentimento peculiare di questa città: l’aupucundria, e non appocundria come l’ha riportata l’enciclopedia Treccani. È un’espressione di derivazione greca che raccoglie insieme la nostalgia e il desiderio. La nostalgia è il desiderio di quello che si è vissuto perché ritorni, il desiderio è la nostalgia di ciò che si ha dentro ma che non si possiede perché non si è ancora vissuto».

Cosa l’ha spinta a dedicarsi a questo libro?

«Adoperando la parola “aupucundria” mi sono riferito a Pino Daniele, perché lo considero un trovatore come si diceva dei poeti provenzali, colui che ha raccolto le voci della città e le ha musicate. L’aupucundria è di chi in fondo è pieno ma che si sente vuoto perché in questa città viviamo costantemente l’effimero, siamo assaltati dalla paura della morte, dalla finitezza di ogni cosa, non ci si apre al futuro. Mi è piaciuto sottolineare quest’aspetto nel libro, ossia che viviamo nella città più bella del mondo ma che non le diamo il bene che le promettiamo. La bellezza è divina, l’essere umano non può costruire niente di più bello di quello che già c’è, per cui finisce per essere quasi invidioso di questa bellezza finendo per sfregiarla».

Cosa secondo lei rende la città di Napoli speciale rispetto alle altre?

«Qui si impara la gioia del vivere e il dispiacere di esistere. Questo è un sentimento peculiare della nostra città, un orgoglio che ogni cittadino napoletano porta dentro con sé e che lo rende diverso e riconoscibile da tutti gli altri. Lontano da qui siamo facilmente identificabili. La napoletanità invece, a differenza di quanto si sente in giro, è la rovina di Napoli, è un cliché, una parola che raccoglie tutto ciò che la nostra città offre di negativo. Non mi piace usarla, perché ci chiude in noi stessi e ci esclude».

Lei ha scritto che: “La filosofia che nasce a Napoli è Napoli come io la trovai e come lei mi ha trovato”. Quindi come la vede oggi?

«Come è sempre stata, come l’hanno vista quelli che ci hanno preceduto e come la vedranno quelli che verranno. Napoli è gelosa di se stessa. È inquietante che in questa città non ci sia mai stato un governo da parte della sua gente. È stata sempre governata da stranieri, è sempre stata occupata, invasa. Per questo il popolo di questa città si è abituato a irridere il potere, a non volerlo, a considerarlo come straniero ed estraneo. Ripeto sempre che a Napoli il popolo il potere non lo vuole per poter fare quello che vuole. Non abbiamo avuto nessuna educazione ad un autogoverno. Il potere è visto sempre come qualcosa da aggirare, ingannare. Le regole non sono prese seriamente in considerazione, meno si rispettano più si festeggia la propria furbizia».

Progetti futuri?

«A breve uscirà il mio nuovo libro che si intitola “La memoria dell’amore”, edito da Chiarelettere che è una casa editrice milanese».

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020