Furia e l’importanza del caratterista

Furia e l’importanza del caratterista

Giacomo Furia

SCAFFALE PARTENOPEO

Furia e l’importanza del caratterista

Francesca Crisci racconta in un libro edito da Graus Giacomo Furia dal punto di vista professionale e privato

di Lorenzo Gaudiano

Non si può consegnare all’oblio un personaggio come Giacomo Furia. Nella sua carriera tra mondo teatrale e cinematografico è vero che il ruolo di protagonista gli sia toccato poche volte, ma il suo protagonismo in realtà si è sempre fondato sulle sue grandi capacità da attore caratterista. Un ruolo apparentemente secondario che richiede qualità innate, una forza interpretativa non comune che nel corso degli anni l’attore originario di Arienzo ha saputo sempre rivestire in maniera eccellente e che purtroppo non gli ha donato la giusta fama.
Con il suo libro “Giacomo Furia. Vita e carriera di un attore caratterista”, edito da Graus Edizioni, la giornalista Francesca Crisci ha voluto ricostruire dal punto di vista pubblico e privato il percorso di un artista che merita di essere ricordato in maniera indelebile insieme a tanti protagonisti del mondo cinematografico e teatrale napoletano.

Alla base del tuo interesse per Giacomo Furia ci sono stati solo motivi didattici oppure altro?

«Durante il mio percorso di studi triennale all’università sostenni un esame di Storia del cinema che naturalmente non prevedeva in programma Giacomo Furia. Nonostante questo al mio relatore proposi come argomento per la tesi di laurea un approfondimento su questo personaggio per il quale avevo un forte interesse personale. Quando ero piccola abitavo a San Felice a Cancello, paese limitrofo a quello di Arienzo dove è nato l’attore caratterista. Mio padre me ne parlava in continuazione guardando i suoi film. A distanza di anni ho sentito la necessità di approfondire le mie conoscenze in merito, realizzare un lavoro che naturalmente riconoscesse a Furia quella rilevanza che non sempre gli è stata riservata nella maniera più opportuna».

Da tesi di laurea a libro, quando hai maturato l’idea di questa trasformazione?

«Nel 2019 ad Arienzo è stato inaugurato il museo-cineteca a lui dedicato. Pensai che potesse essere un’occasione propizia per riprendere in mano quella ricerca avviata all’università ed integrarla con ulteriori contributi. Ne è venuto fuori un libro che offre una visione completa su questo personaggio dal punto di vista sia professionale che privato».

Parlando di Furia viene naturale chiedere quanto sia importante il ruolo dell’attore caratterista nella dinamica di uno spettacolo teatrale o di un film?

«È di fondamentale importanza. Senza i personaggi secondari non esisterebbero azioni, sketch teatrali. Al cinema come a teatro ci sono sicuramente delle gerarchie ma naturalmente la rilevanza del primo attore oltre a venire fuori per le sue qualità artistiche beneficia anche della collaborazione degli attori secondari. Se non fosse così, ci si troverebbe di fronte ad un monologo, ad una tipologia di rappresentazione completamente diversa».

L’autrice del libro Francesca Crisci
Carlo Verdone qualche anno fa ha dichiarato che oggi è difficile creare quei prodotti cinematografici di un tempo dove impiegare i caratteristi, considerati in via d’estinzione. Come spieghi questo fenomeno?

«Verdone ha espresso un suo pensiero riguardante il cinema italiano in generale. Essendo partenopei, a teatro come al cinema il caratterista è sempre esistito e continuerà ad esserlo. L’esempio più efficace per chiarire questo concetto si può ricavare dal film “Benvenuti al Sud”. Tra i personaggi c’è il signor Scapece (interpretato da Salvatore Misticone, ndr) individuabile come attore caratterista per i tratti somatici, il modo di parlare e di gesticolare».

Si può paragonare l’importanza del caratterista con quella riconosciuta oggi agli attori non protagonisti nel cinema?

«Assolutamente sì. Nel mio libro scrivo ad un certo punto che è proprio dalla figura del caratterista nel mondo teatrale e nella commedia cinematografica che in un certo senso sarebbero scaturiti i premi riconosciuti nel cinema attuale agli attori non protagonisti. Parliamo sicuramente di un raggio più ampio ma ciò conferma come in un film tutti i personaggi abbiano la loro importanza».

Secondo te quali sono state le sue migliori interpretazioni?

«I film dove ha ricoperto il ruolo di protagonista, quindi “La banda degli onesti” e “L’oro di Napoli”. Nella sua interpretazione ha comunque mantenuto i tratti del caratterista, naturalmente il suo marchio di fabbrica».

Chiudiamo con una considerazione sul museo che Arienzo gli ha dedicato.

«Era inevitabile omaggiare un grande attore come Furia. Tra l’altro molti non lo conoscevano e non mi riferisco soltanto ai più giovani ma anche ad esempio a tanti quarantenni e cinquantenni. Aver allestito un museo nel paese in cui è nato, anche se per casualità visto che ha sempre vissuto tra Napoli e Roma, è stata anche una opportunità per Arienzo di rivendicarne l’appartenenza, considerato il suo grande prestigio ed il suo attaccamento al paese natale. L’iniziativa che fa parte del progetto “Terra’nnaMurata”, voluta dall’amministrazione comunale capitanata dal sindaco Davide Guida, mi ha offerto anche l’opportunità di guidare per quattro giorni le visite al museo in cui spiegavo ai visitatori i cimeli, le foto e gli oggetti esposti donati dal figlio Filippo».

IL RICORDO

Filippo Furia ricorda suo padre

Parlare esclusivamente della carriera di Giacomo Furia e della sua importanza a livello cinematografico e teatrale potrebbe essere riduttivo, per certi versi banale, poco interessante. Non c’è cosa più bella di scoprire come un personaggio sia al di fuori del palcoscenico, per raccontarne gli aneddoti, le storie più curiose e conoscerne qualche lato inaspettato. Chi meglio di Filippo Furia, figlio di Giacomo, che ha curato la postfazione del libro di Francesca Crisci, può aiutare in questa splendida avventura.

Suo padre è stato un personaggio importante a livello teatrale e cinematografico. Anche lei ha coltivato questa sua passione oppure si è dedicato ad altro?

«No, il sacro fuoco non ardeva dentro di me anche se tutta la mia infanzia e gran parte dell’adolescenza è stata vissuta ascoltando storie di teatro, di persone e personaggi, di progetti riferiti alla prossima stagione. Da giovanissimo cercavo di seguire con curiosità ma senza mai sentirmi coinvolto appieno, di quel mondo brillante per i più io stavo cominciando a conoscere la faccia nascosta che emergeva con forza al di là delle chiacchiere. Ed era un mondo che facevo fatica ad accettare per le sue difficoltà, per i sacrifici che sembrava richiedere, in fondo per la sua normalità. Oggi riesaminando le mie scelte, mi chiedo se alla fine pure il serioso o serissimo mondo del credito, dove ho operato per tutta la mia vita lavorativa, non possa o non debba essere considerato alla stregua di un grande palcoscenico sulle cui tavole ogni attore alla fine cerca solo una cosa: l’applauso del suo pubblico».

Tra pubblico e privato la figura di suo padre rimaneva sempre la stessa oppure c’era qualcosa di diverso?

«Non credo sia mai esistito un Giacomo Furia pubblico in contrapposizione ad uno privato. In ogni ambito lui si manifestava sempre per come era, una persona semplice e normale, al limite timido e schivo, ma sempre fermo e tenacemente ancorato ai valori che gli erano stati trasmessi da una educazione familiare tradizionale, da una mamma matriarca e da un padre idealista e, lui sì, attore in pectore. Ma il dato che a mio giudizio meglio caratterizza mio padre è il suo essere sempre estremamente rigoroso fino a diventare in alcuni casi quasi rigido, e qui è proprio il figlio che parla, che però non sconfinava mai nella prevaricazione».

Come viveva lei dall’esterno il rapporto professionale che Giacomo Furia aveva con personaggi illustri come Eduardo, Peppino e Totò?

«Consideravo queste persone attori famosi certo ma li sentivo e li vivevo maggiormente come persone. Non ho memoria di episodi particolari legati alla mia crescita derivante dalla frequentazione di questa gente famosa se non forse uno che è rimasto inciso dentro di me e credo che sia facilmente comprensibile il perché. Durante la lavorazione de “L’oro di Napoli” alla Mostra d’Oltremare papà mi portò sul set e con un bacio feci la conoscenza di… Sophia Loren».

Che emozione ha provato quando ha avuto tra le mani il libro dedicato a suo padre?

«Inutile negare che sia stato un momento di grossa emozione. Subito mi balenò una domanda: cosa avrebbe pensato lui! Certamente sarebbe arrossito, certamente avrebbe pronunciato centinaia di volte la parola grazie, avrebbe forse anche ceduto a qualche lacrimuccia perché il suo pensiero sarebbe andato alla moglie, alla sua compagna di vita cui forse avrebbe sussurrato: “Ci sei anche tu in queste pagine, ci sono i nostri sacrifici in qualche modo oggi ripagati”. Ritrovato anche io l’equilibrio, ho pensato che quello forse era il modo più bello per dare significato e valore alla sua carriera, quasi a compensare la mancanza nel suo palmarès di qualsiasi titolo o premio, vuoto cui faceva ora da supplenza l’affetto prima di Napoli e poi della sua città natale che si stringevano nel suo ricordo tributandogli l’onore più grande con il ricordo e la memoria».

È gratificante vedere una giovane studentessa che ha scelto a suo tempo di elaborare una tesi di laurea sulla figura di suo padre ed interessarsi a qualcosa che oggi praticamente non esiste più?

«Francesca merita grande affetto, quell’affetto che è riuscito a trasfondere nelle sue pagine nei confronti di mio padre, nei confronti della sua martoriata terra nel tentativo di creare un ideale passaggio di testimone tra generazioni utilizzando come strumento quello che ai più appare solo come un momento ludico. Ho sempre pensato che tra un frizzo e un lazzo in quei film si scrivesse un pezzetto della nostra storia, una raccolta di fotogrammi sul come eravamo o forse meglio sul come erano i nostri padri. Io credo che Francesca sia stata mossa da una grande curiosità, da un orgoglioso senso di appartenenza e nelle pagine che scorrono veloci ciascuno può ritrovare un frammento di vita con la leggerezza di un sorriso».

Non c’è modo migliore per mantenere vivo il ricordo di un personaggio che dedicargli un museo…

«Qui è più che dovuto il grazie alla città di Arienzo, alla sua gente, alle sue istituzioni, al sindaco Guida che tanto si è adoperato per la realizzazione di quella che sembrava un’utopia. L’augurio che mi sento di formulare è che tale iniziativa rimanga sempre viva e attiva, che adempia al suo mandato di trasmettere chi eravamo coinvolgendo sempre e soprattutto i giovani, ampliando l’offerta formativa, coinvolgendoli nell’approfondimento curioso del loro mondo. Tutto è iniziato con il piede giusto e ancora da parte mia un ringraziamento all’istituto d’arte di Maddaloni, che si è a suo tempo inserito splendidamente nel progetto dedicando una mostra a papà autoprodotta dagli studenti. A loro Cardone avrebbe detto…»

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

PROFILI

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Il difficile inizio del polacco e il ritorno in Italia al neopromosso Benevento grazie ad un’intuizione del ds. Pasquale Foggia

di Lorenzo Gaudiano

Dietro ad un uomo che su un terreno di gioco insegue e dà un calcio al pallone c’è sempre una storia. Anche il difensore polacco Kamil Glik, pronto per una nuova avventura in Serie A con il Benevento neopromosso a distanza di quattro anni dall’ultima presenza con la maglia del Torino, ne ha una.
Per raccontarla, bisogna tornare al febbraio 1988. In Germania c’era ancora il Muro di Berlino abbattuto un anno dopo, in Polonia invece il regime comunista. La Seconda Guerra Mondiale era ormai lontana e il dominio nazista soltanto un bruttissimo ricordo, anche se in giro per l’Europa Orientale qualche influenza culturale nel corso degli anni purtroppo era sopravvissuta. Jacek e Grazyna Glik diedero alla luce Kamil in un paesino della Slesia, Jastrzębie-Zdrój, di quasi centomila abitanti. Il nome tradotto significa “Terme dei falchi”. Infatti verso la fine degli anni cinquanta dell’Ottocento furono scoperte delle sorgenti termali che resero il luogo famoso in tutta Europa. La rinomanza oggi è venuta meno ma a mandare avanti l’economia del paese ci hanno sempre pensato i giacimenti di carbone. In un quartiere di case popolari che si chiama Osiedle Przyjaźń, in italiano “complesso Amicizia”, ci sono 22 edifici e 532 appartamenti costruiti tra gli anni sessanta ed ottanta. Uno di questi è la casa della famiglia Glik, dove il futuro calciatore ha mosso i primi passi e ha cominciato ad appassionarsi al gioco del calcio, prima con il pallone tra i piedi e in seguito il telecomando tra le mani seduto sul divano.
In realtà sarebbe potuta anche non cominciare mai la carriera calcistica del polacco. Ad un anno e mezzo sepsi e meningite hanno messo seriamente in pericolo la sua vita. Poche speranze da parte dei medici, la sofferenza, la paura di una famiglia intera e una storia destinata alla conclusione ancor prima di iniziare.
Il destino però ha fatto sentire la sua voce. Il piccolo Glik fortunatamente guarì e in tenera età già diede dimostrazione di quella forza che in campo oggi costituisce una delle sue principali qualità.

Il padre e il Bayern nel cuore

Col passare degli anni la passione per il calcio cresce sempre di più, la sua squadra preferita è il Bayern Monaco. Kamil infatti ha la doppia cittadinanza perché il nonno nacque in Alta Slesia quando questa faceva ancora parte della nazione tedesca. Il padre lavorava in Germania e al suo ritorno per il bambino c’era sempre un regalino: la maggior parte delle volte gadget oppure magliette del club bavarese. Nonostante questo, il suo senso di appartenenza alla Polonia è fortissimo e non è stato mai in discussione. Così come il rapporto con suo padre, che purtroppo ha sempre avuto seri problemi di alcolismo. Un giorno infatti portò Kamil con sé a pescare. Naturalmente il bottino fu cospicuo non soltanto per la pazienza e la grande perizia tecnica ma soprattutto grazie ad un piccolo aiutino. Nel mezzo del lago dove una mattina si erano recati il padre Jacek fece esplodere della dinamite rubata dalla miniera in cui lavorava. Tutti i pesci salirono a galla, la pesca fu facile ma il pescato non arrivò a casa, perché fu venduto in cambio di soldi spesi a loro volta per ubriacarsi.
Lezioni di vita no di certo, ma momenti indimenticabili che hanno insegnato sicuramente qualcosa al giovane Glik.

Andata in Europa, ritorno in Polonia

La famiglia Glik iscrisse in piena infanzia il figlio ad una scuola calcio locale, il MOSiR Jastrzębie Zdrój. A quattordici anni il passaggio al WSP Wodzisław Śląski a pochi chilometri da casa, a diciassette il prestito al Silesia Lubomia, sempre in Slesia. Un anno dopo Kamil si trasferì in Spagna, all’Horadada, squadra della comunità Valenciana militante nel quarto campionato spagnolo. Sicuramente non il più blasonato dei palcoscenici, che gli ha offerto però l’opportunità di approdare al Real Madrid C, seconda squadra giovanile delle “merengues” da qualche anno soppressa. Un ambiente sicuramente formativo, dove mettersi in evidenza è molto complicato. La caparbietà per tenere duro al polacco non è mai mancata ma nonostante ciò non è molto contento. La tentazione di ritornare in patria, di avvicinarsi alla propria famiglia, di intraprendere una avventura sicuramente più avvincente è forte. Così come se ne è andato, torna in Polonia, al Piast Gliwice. Il padre però muore per un infarto a 42 anni, Glik è distrutto. Il calcio lo ha aiutato a superare il momento peggiore della sua vita, a continuare il suo percorso di crescita. Dopo due anni Kamil riuscì ad affermarsi come difensore solido e grintoso, diventando il primo calciatore di quel club ad indossare la maglia della nazionale.

Maestro Ventura

Così si aprirono le porte di un altro paese per Glik: l’Italia. La sensazione allora era che il viaggio sarebbe stato diverso rispetto a quello in terra spagnola di qualche anno prima. Esordio in Europa League e nessuna presenza in Serie A, forse un altro buco nell’acqua. L’anno successivo il prestito al Bari e la fiducia di Gian Piero Ventura, allora allenatore dei pugliesi, lo hanno aiutato finalmente ad emergere. Il mister non esitò a portarlo con sé al Torino dove il polacco con il passare delle stagioni è diventato anche capitano. Cinque anni dopo l’addio al campionato che lo ha consacrato, destinazione Monaco, con cui è arrivato anche l’esordio in Champions League.

Un’unione di ritorni

Il Benevento che torna in massima serie a due anni di distanza dalla prima storica partecipazione, Kamil Glik che ritorna a giocare nel campionato italiano. Un’unione di ritorni, per scrivere una nuova storia che si spera possa essere bella per entrambi. La squadra giallorossa aveva bisogno di un difensore d’esperienza, il polacco di una nuova sfida e soprattutto di una piazza che con i suoi incantesimi saprà senza dubbio dargli tanto amore, infondergli immenso calore, chissà forse più del capoluogo piemontese.
In campo è un duro: un custode difficile da superare in difesa; un grande pericolo in attacco con la sua fisicità e la sua abilità nel colpo di testa. Qualche anno fa ha dichiarato che al termine del carriera calcistica gli piacerebbe mettersi alla prova negli sport di combattimento. Glik ha ancora 32 anni, in Italia con la moglie Marta e le due figlie si è trovato sempre bene e tutti si augurano che quel momento sia ancora ancora molto lontano. Dalla sua storia e dal suo valore sul terreno di gioco, quasi sicuramente lo è.

Parola a Glik

“Sono veramente contento di essere qui. Ho già avuto modo di passeggiare per la città: è piccola e calorosa. Si percepisce chiaramente l’amore che i tifosi provano per questa squadra. Speriamo che possano tornare al più presto allo stadio perché saranno per noi un valore aggiunto”

“In campo devi dare tutto, giocare duro e leale. Insomma, non devi stare lì a fare il figo ma lottare”

pubblicato su Napoli n.29 del 30 agosto 2020

Per il Benevento questa volta sarà diverso

Per il Benevento questa volta sarà diverso

APPUNTI IN GIALLOROSSO

Per il Benevento questa volta sarà diverso

L’obiettivo è fare tesoro di tutti gli errori commessi due anni fa per evitare che possano ripetersi di nuovo

di Lorenzo Gaudiano

Il ritiro a Seefeld in Austria si è concluso, l’esordio in campionato si fa sempre più vicino e l’attesa nella città di Benevento cresce sempre di più.
La squadra giallorossa è alla sua seconda avventura nella massima serie. L’obiettivo è fare tesoro di tutti gli errori commessi due anni fa per evitare che possano ripetersi anche in quest’occasione e avviare un ciclo importante nell’Olimpo del calcio italiano. Non rientrerà tra le classiche divinità greche ma non dimentichiamo che la “Strega” ha pur sempre poteri magici e che quindi ha tutto il necessario per misurarsi con le squadre italiane più blasonate del nostro Paese.
Accostamento mitologico-folcloristico a parte, il Benevento merita la Serie A per tutta una serie di fattori. Per prima cosa è giusto sottolineare la grande organizzazione societaria data al club dal presidente Oreste Vigorito, che nella sua attività imprenditoriale ha sempre avuto il pregio di guardare avanti, pensare in grande, valorizzare ciò che ha per le mani. La ricerca e la fiducia verso i giovani per i ruoli dirigenziali e societari, lo staff tecnico e i giocatori sono un valido esempio di una programmazione acuta e lungimirante oltre che la dimostrazione della seria volontà di costruire una realtà importante che possa puntare sempre più in alto con il passare degli anni. Ci credevano in pochi nell’energia eolica, oggi le energie rinnovabili rappresentano il presente e soprattutto il futuro. E chi ci dice che per il Benevento non potrebbe essere lo stesso?

Ciò sarà possibile con investimenti oculati e di prospettiva. Il ds Foggia si è mosso bene. Anche in questa sessione di calciomercato i primi movimenti sono stati quelli giusti, finalizzati al rafforzamento di una rosa che ha dominato il campionato cadetto.
Tutto questo è sicuramente fondamentale ma alla fine a determinare le sorti del club sarà il campo. Lo scorso anno Pippo Inzaghi ha fatto un ottimo lavoro, costruendo grazie a giocatori di buon livello e fortemente determinati una squadra difficile da battere, superiore a tutte le altre contendenti, nonostante non ci fossero i favori del pronostico per la promozione diretta. In Serie A però la musica sarà diversa, le difficoltà saranno maggiori. Dopo l’esperienza al Milan dove tutti i suoi successori hanno fatto fatica, i pochi mesi al Bologna in cui qualcosa non è andata per il verso giusto, ecco la sfida già vinta con il Benevento.
La città sannita ha una tifoseria calorosa che non farà mancare il sostegno alla squadra. Si spera che il nemico invisibile venga sconfitto al più presto e che gli spalti del Vigorito e di tutti gli stadi tornino ad essere pieni per coprire le urla degli allenatori a bordo campo.
Bentornato in A Benevento, la nostra testata ti augura buona fortuna.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020

“Interrompo dal San Paolo”

“Interrompo dal San Paolo”

SCAFFALE PARTENOPEO

“Interrompo dal San Paolo”

Venti penne femminili coordinate da Pietro Nardiello per raccontare il Napoli e le storie di alcuni suoi campioni legate alla vita della gente comune

di Lorenzo Gaudiano

La genesi del libro, le scelte fatte con una scrittura tutta al femminile richiedono qualche spiegazione ed allora chi meglio del curatore Pietro Nardiello può aiutarci nell’approccio a questo interessante lavoro.

Che tipo di raccolta è “Interrompo dal San Paolo”? Vale per questo libro il motto “E pluribus unum”?

«Se lo slogan latino fa riferimento alla qualità del libro, allora dico che si tratta di una locuzione appropriata. “Interrompo dal San Paolo” è soprattutto un libro di narrativa dove il calcio appare come una delle tante componenti della vita».

Come si costruisce un libro fatto da tante penne, tanti stili diversi e sicuramente tante idee ed impostazioni di scrittura diverse?

«Non esiste un segreto, una ricetta ma solamente l’idea comune di sposare, con determinazione, un progetto. Questo è quanto avvenuto. Le venti donne di quest’antologia credono fermamente che sia necessario dare spazio e valore alla fantasia, alla parola nonostante oggi la tecnologia non possa mancare sia nella quotidianità che nel lavoro. Però quando si trova il giusto equilibrio credo che ne venga fuori un cocktail spumeggiante».

La ricerca della pluralità su uno stesso argomento alla base di una raccolta serve ad arricchire il lettore o può diventare alla fine della lettura un fattore di disorientamento?

«Il filo conduttore del libro è lo stesso, cioè il Napoli, la passione per la squadra di calcio. I racconti e le scritture diverse a mio avviso rappresentano un arricchimento per il lettore».

Cerchiamo di spiegare a questo punto perché venti donne alla macchina da scrivere o meglio al computer?

«Una provocazione alle convinzioni maschie, una provocazione nei confronti di chi pensa che l’analisi sportiva sia una materia di esclusiva competenza maschile. Le donne hanno una sensibilità maggiore della nostra, una visione del mondo diversa e quello che ne è venuto fuori da questi racconti lo dimostra».

La limitazione di pensiero che per anni e forse ancora oggi fa dire che il calcio non sia fatto per le donne c’entra con questa scelta di campo?

«A me non piacciono i talk show sportivi dove la donna è relegata a mettere in mostra tette e cosce per far aumentare l’audience. Vallette deluse, che non sanno leggere nemmeno una classifica e che stanno lì solo perché sono bone. Siamo indietro di almeno cinquant’anni, dobbiamo ancora raggiungere la giusta emancipazione. A quanto mi riferiscono, io non lo sapevo, quest’antologia dovrebbe essere la prima in Italia alla quale hanno partecipato solo donne. Professioniste brave, aggiungerei. Quindi un plauso alla Giammarino Editore che ha creduto in questo progetto».

Le venti scrittrici hanno avuto autonomia nell’elaborare il proprio testo o c’è stata una regia che ha tenuto conto anche delle diverse esperienze e delle differenti età?

«Sì, piena autonomia. Solo ad alcune ho segnalato qualche calciatore che non poteva certamente mancare in un lavoro del genere».

Avete pensato, visto che questo libro credo che apra una nuova collana, a proporre più in avanti storie del calcio di provincia, quello meno conosciuto, legate a quei territori che in molti casi possono forse essere meno note ma più affascinanti?

«Dopo “Interrompo dal San Paolo” in cantiere c’è l’idea di replicare l’iniziativa da altre piazze dalla forte identità. La collana Sport&Soul sarà dedicata ad una narrativa sportiva di qualità. Ci interesseremo anche di realtà più piccole, ma se fa riferimento a pubblicazioni classiche, dedicate alla storia di squadre, società sportive e altro ancora quello sarà un filone che affideremo a una collana diversa».

pubblicato su Napoli n.28 dell’08 agosto 2020

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio dalla matita di Enzo Troiano

AGORÀ – DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio spiega quale calcio vedremo ora in avanti. Più possesso alla spagnola e partite ravvicinate all’inglese

di Lorenzo Gaudiano

La ripartenza dopo tre mesi di inattività, una riflessione sul calcio che verrà e su tutte le problematiche inerenti alla preparazione atletica dei calciatori e una considerazione sul presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ha dovuto gestire un momento davvero delicato. Sono temi molto interessanti di cui discutere con Gianni Di Marzio, una persona competente e di grande esperienza calcistica visto che in carriera è stato allenatore a tutto tondo, dirigente sportivo ed attualmente è osservatore e consulente di grandi società oltre che affermato e richiesto opinionista da tutti i media. Il calcio è da sempre parte importante della sua vita. Farne a meno è stato, anche per lui, davvero difficilissimo.

Da un’abbondanza di partite ci siamo ritrovati completamente senza. Quanto ci è mancato il calcio?

«Tantissimo, per tutti gli appassionati è come se fosse mancato l’ossigeno. Dopo tre mesi quasi certamente saremo tutti assetati di partite, anche se ci troveremo ad assistere a qualcosa di completamente diverso. Sarà un calcio senza pubblico, senza quell’agonismo e temperamento abituali, senza quella tensione per il risultato a cui solitamente si assiste sui campi, quindi un calcio più tecnico. Le squadre che propongono una filosofia di gioco basata sul possesso palla, per intenderci alla maniera iberica, sicuramente avranno grandi vantaggi».

In questi ultimi anni siamo passati da un tradizionale calcio domenicale a quello distribuito in tutta la settimana. Come ha reagito il calcio italiano a questo cambiamento?

«All’estero ormai sono tanti anni che si arrivano a giocare persino tre partite alla settimana senza pensare troppo alle possibili conseguenze. In Inghilterra, ad esempio, da sempre si gioca persino nella settimana di Natale e Capodanno perché da quelle parti non conta soltanto il campionato ma anche le coppe nazionali. In Italia invece sia psicologicamente che fisicamente non siamo mai riusciti a sopportarlo. Qui molti allenatori spesso praticano in match ravvicinati turnover massicci che finiscono per alterare completamente i meccanismi della squadra stessa».

Che calcio vedremo?

«Sicuramente sarà un calcio molto condizionato dal punto di vista psicologico. Ci sono situazioni in campo che nel corso di una partita, a prescindere dal protocollo sanitario, sarà difficile controllare in piena sicurezza. Basta pensare alle marcature strette a uomo, agli starnuti casuali, al sudore inevitabile, alle spinte istintive durante i contatti tra i calciatori per comprendere che in campo il pensiero non sarà rivolto soltanto alla partita. Ed è per questo che assisteremo ad una tipologia di calcio a cui non siamo abituati».

Che finale di campionato c’è da aspettarsi?

«Sarà un campionato anomalo, perché tutte le squadre ripartiranno da zero. Solitamente tra una stagione e la successiva ci sono quaranta giorni di riposo prima di cominciare la preparazione, che attraverso un lavoro di capillarizzazione consente alla muscolatura di smaltire l’acido lattico e al corpo di avere una maggiore ossigenazione. Ciò significa riempire il serbatoio fisico di benzina. A quel punto la macchina deve cominciare ad accelerare e per farlo è necessario provarla, quindi disputare delle amichevoli, acquistare il ritmo partita. In tre mesi i calciatori sono stati fermi per buona parte del tempo, gli allenamenti collettivi sono ripresi da poco e la grande differenza rispetto al consueto inizio di stagione sarà quella di dover disputare subito delle gare ufficiali. Magari nelle prime uscite ci sarà grande intensità in campo ma dopo gli infortuni muscolari saranno ricorrenti».

Per il Napoli c’è ancora speranza di riacciuffare il quarto posto?

«È molto difficile. I punti sono tanti, l’Atalanta deve anche recuperare una partita e gli azzurri dovranno giocare lo scontro diretto a Bergamo. Tra l’altro gli orobici sono tra i pochi a praticare un calcio europeo con verticalizzazioni e grande intensità. Gasperini per le sue esperienze nei settori giovanili ha sempre dato alle proprie squadre una filosofia offensiva. Per questo recuperare terreno non sarà affatto semplice».

Il presidente della FIGC Gravina in questi mesi ha mostrato equilibrio in un contesto sicuramente confuso e difficile. Riuscirà a dare al nostro calcio un orientamento più univoco?

«Lo considero la persona adatta perché è un uomo colto che con merito ha accumulato nel corso degli anni grande esperienza. Conosce le problematiche all’interno della federazione e sicuramente grazie ai tanti anni di gavetta saprà rinnovare il nostro calcio».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020