Domani al Palapartenope il musical “A Christmas Carol”

Domani al Palapartenope il musical “A Christmas Carol”

IL MUSICAL

Domani al Palapartenope il musical “A Christmas Carol”

Ideato e scritto dalla Compagnia BIT di Torino e prodotto da DPM Produzioni, sarà in scena alle ore 16.30

di Lorenzo Gaudiano

“A Christmas Carol” di Dickens è un capolavoro della letteratura. Ha ispirato film, rappresentazioni teatrali e lavori di vario genere per il grande apporto ed il successo conseguiti nel corso degli anni. È stato persino adattato per il teatro musicale da Melina Pellicano e rappresentato in giro per l’Italia in città come Asti, Bologna, Montecatini, Brescia, Ferrara, Milano, Napoli, Torino, Legnano, Genova, Carpi, Belluno, Bolzano e Trento, registrando in tutti i teatri diversi sold-out. Il musical è stato ideato e scritto dalla Compagnia BIT di Torino e prodotto da DPM Produzioni. Domani pomeriggio alle ore 16.30 sarà in scena a Napoli al Teatro Palapartenope con un cast che potrà fare affidamento su oltre quaranta bambini provenienti da tutta Italia.

Ebenezer Scrooge affronterà gli spiriti del Natale passato, presente e futuro come un vero e proprio cammino di redenzione per comprendere il vero valore ed il significato di questa festività. In occasione dell’incontro con il primo spirito il protagonista rivivrà diverse immagini della sua infanzia, come l’incontro con la sorella minore Fan, che nelle date napoletane del musical sarà interpretata dall’undicenne Alexandra Romano, animata da una passione forte per il teatro musicale sin da quando aveva cinque anni. Canto, danza classica, tip-tap, musical jazz, coro, teatro e pianoforte sono veramente tante cose ed Alexandra, nonostante la sua giovanissima età, ha già imparato tanto, migliorandosi di anno in anno. Oltre al ruolo solista di Fan e di Belinda Cratchit nel fortunato musical “A Christmas Carol, Nel 2018 infatti ha partecipato al Tour Music Fest raggiungendo la seconda tappa, ha frequentato il Tour Music Camp al CET di Mogol e nel gennaio 2019 ha partecipato allo spettacolo bolognese “Una canzone per un sorriso” con Aleandro Baldi e Fabrizio Berlincioni.

«Sono metà lombarda e metà campana, perché mio papà è di Caserta e i nonni e gli zii vivono qui. Sono molto felice di tornare al Teatro Palapartenope, dove il 21 dicembre scorso noi del musical abbiamo ricevuto un’emozionatissima standing ovation! Mi piace interpretare la piccola Fan perché mi rispecchio molto nella sua dolcezza. Chiede al mio fratellino Ebenezer di tornare a casa con me e con il papà. Io non ho fratelli né sorelle, ma mi piacerebbe molto avere qualcuno con cui condividere le giornate, i giochi e le gioie» sono alcune parole di Alexandra Romano, un raro esempio di come si possa già avere una grande passione e grande determinazione nel coltivarla anche in giovane età.

pubblicato l’11 gennaio 2020

Tony Laudadio: la lezione di Gassman

Tony Laudadio: la lezione di Gassman

Vittorio Gassman

LE STORIE

Tony Laudadio: la lezione di Gassman

Un artista diviso tra l’amore per il teatro, la scrittura e la musica. Da ieri al Ridotto del Mercadante con “Tossine”

di Lorenzo Gaudiano

“Recitare non è molto diverso da una malattia mentale: un attore non fa altro che ripartire la propria persona con altre. È una specie di schizofrenia”. Quella di Vittorio Gassman sulla recitazione non è soltanto una frase ad effetto ricercata, una divagazione filosofica oppure un accostamento semantico forzato, forse persino complesso da cogliere, ma anche una riflessione profonda. Perché in realtà non si parla di una semplice professione, ma di un’arte dove la psicologia probabilmente riveste il ruolo principale. È appunto su questa forte connessione che focalizza l’attenzione nei suoi testi, che siano drammaturgie teatrali o romanzi, Tony Laudadio, che ha frequentato nel suo percorso di formazione la Bottega Teatrale di Firenze, la scuola di recitazione fondata proprio da Gassman che purtroppo da diversi anni ha chiuso i battenti.

Proprio per questo sembra opportuno dire due parole su quello che venne soprannominato “il mattatore”.

«Alla Bottega non era un insegnante fisso ma era spesso presente nella sala dove svolgevamo i nostri esercizi per osservare. Grazie al suo carisma riusciva ad avere su tutti gli studenti una influenza positiva e fortissima. Era una persona dolce, umana e schietta. Aveva la capacità di individuare velocemente ciò di cui ognuno aveva bisogno».

Prima della Bottega però eri già salito sul palcoscenico…

«A nove anni frequentavo assiduamente l’Oratorio dell’Istituto Salesiano di Caserta e in occasione della messinscena di “Biancaneve e i sette nani” ho interpretato il ruolo di Dotto. Naturalmente a quei tempi il teatro rappresentava soltanto un divertimento».

Quando hai acquisito quindi la consapevolezza che la recitazione fosse la tua strada?

«Per tanti anni ho avuto un dubbio interiore molto profondo, perché in realtà la mia passione era, e continua ad essere, la musica. All’inizio suonavo il flauto traverso, successivamente mi sono dedicato al sassofono e per questo ritenevo che la musica fosse la mia strada. La svolta è arrivata con il mio ingresso alla Bottega. Due anni di studio e formazione mi hanno dato la consapevolezza di potermi dedicare alla recitazione. Quello che oggi per me è un mestiere in realtà continua ad essere un divertimento, perché alla fine l’inconscio ci guida verso il vero luogo che ognuno di noi desidera».

Tony Laudadio con Enrico Ianniello
Una curiosità: perché la Bottega Teatrale di Firenze?

«Ho partecipato a due selezioni: una a Roma per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico; un’altra per la Bottega. Per pura selezione naturale alla fine sono stato preso a Firenze. Tutto sommato, è andata meglio così perché le sue attività didattiche si sposavano meglio con quello che volevo fare dopo. La bottega era una scuola con un’impronta metodica e culturale molto precisa che faceva riferimento al pensiero dell’austriaco Rudolf Steiner e che proponeva un lavoro intensivo sulla parola e sul linguaggio».

Nel corso della formazione ci sono stati degli autori o drammaturghi teatrali verso i quali oggi nutri un forte debito?

«Sembra paradossale ma personalmente per il teatro mi hanno influenzato più gli autori di romanzi che i drammaturghi. Ad esempio i romanzi brevi di Dostoevskij sono stati importanti perché costituiscono per me un compendio per la costruzione psicologica dei personaggi migliore dei testi teatrali».

Con Enrico Ianniello hai fondato la compagnia Onorevole Teatro Casertano per cercare, come hai raccontato in passato, di proporre una tua idea di teatro.

«All’epoca eravamo giovani e la nostra idea era che il teatro dovesse offrire sempre l’occasione di un contatto territoriale, non concretizzandosi esclusivamente nella scelta e nel lavoro collettivo su un testo. Il teatro doveva diventare il luogo di riferimento per noi artisti, i ragazzi, il pubblico e le scuole. Secondo questo principio per tre anni abbiamo gestito il Teatro Garibaldi a Santa Maria Capua, ristrutturato perché fatiscente proprio grazie al nostro contributo. In quell’idea del teatro sicuramente più sociale che artistica inoltre si innestava il discorso relativo alla drammaturgia contemporanea ancora non concluso, ma che personalmente mi ha portato alla scrittura».

Quanto è stato importante per il tuo percorso professionale l’incontro con Teatri Uniti?

«Teatri Uniti ha una peculiarità straordinaria: non è soltanto una compagnia teatrale ma anche una comunità dai confini sempre aperti. Mi sono da sempre sentito parte di un gruppo ampio che riesce ad essere produttivo anche quando i punti di vista artistici inevitabilmente sono differenti. Con Toni Servillo ho collaborato a diverse regie, Teatri Uniti inoltre ci ha dato una grande mano nella gestione del Garibaldi e ad un certo punto, in modo del tutto naturale, le due cooperative si sono sovrapposte».

Da “Il tempo è veleno” al nuovo spettacolo “Tossine”, in scena al Ridotto del Mercadante da ieri al 19 gennaio, sembra ci sia una certa affinità tematica.

«Si tratta di un percorso che tende ad analizzare ciò che accade di velenoso e tossico nei rapporti umani e la difficoltà a curare con un antidoto queste tossicità. I due testi sviluppano un tema simile in uno stile diverso, visto che in questa occasione ci troviamo davanti ad una commedia quasi comica. “Il tempo è veleno” ha un altro background, anche se il nucleo di partenza è sempre quello: come i rapporti umani si avvelenano impercettibilmente nel tempo, arrivando a non saper più gestire questo veleno crescente. Le conseguenze qui sono tragiche, ma anche comiche».

In un’intervista passata hai dichiarato che ti piace entrare nella mente delle persone. La tua produzione si fonda su questa peculiarità?

«In realtà è un mio desiderio cercare di comprendere empaticamente cosa passi nella testa degli altri e riproporlo in un romanzo o in un testo teatrale, per fare in modo che i lettori o gli spettatori capiscano che l’arte per noi è un esercizio intrigante ma soprattutto complesso».

Venendo a “Tossine”, cosa puoi dirci del tuo personaggio?

«È uno scrittore di due romanzi di successo, in difficoltà al terzo, che ha avvelenato con la quotidianità il rapporto con la propria moglie. Si troverà ad affrontare una situazione in cui i veleni accumulati nel tempo verranno fuori e il personaggio scoprirà cose di sé e della moglie che non pensava realizzabili».

In questi testi che hai scritto interpreti un ruolo nella messinscena. Nel momento in cui un attore scrive un testo alla cui recitazione prenderà parte, che valutazione fa in relazione al proprio personaggio?

«In realtà quando scrivo un testo, inizialmente non penso che vi prenderò parte ma l’inconscio dell’attore che scrive per il teatro parte dal presupposto che qualche personaggio sarà suo. In questo caso specifico è stato abbastanza sorprendente perché io stesso non sapevo bene quale delle due figure maschili avrei interpretato e soprattutto ero tentato da entrambi i personaggi. Dedicandomi sia a romanzi che a testi teatrali, cerco di distinguere le mie produzioni. Se finisco per essere attratto in quanto attore da quello che sto scrivendo, allora vuol dire che quel testo può essere più adatto per la recitazione teatrale; se invece non riesco a ritrovarmici come attore, allora forse quel testo è meglio affidarlo alle pagine scritte».

Programmi futuri?

«È stato un periodo intenso. A fine aprile inizierà la produzione di uno spettacolo con una compagnia di Barcellona “La Perla 29” in Spagna. Sarò Domenico Soriano in “Filumena Marturano” per la regia di Oriol Broggi. A settembre invece uscirà il mio nuovo romanzo».

LA REGISTA

Monica Nappo “La mia finestra sempre aperta sul mondo”

Tony Laudadio l’ha chiamata per lo spettacolo “Tossine”, in scena al Ridotto del Mercadante da ieri al 19 gennaio, per affidarle la regia

Presentarla è difficile, perché le cose che sa fare sono davvero tante. Monica Nappo è attrice, regista, traduttrice, cantante e quasi sicuramente tanto altro. Lo si percepisce dal suo sguardo, dal modo di esprimersi, dall’atteggiamento, che trasmettono immediatamente all’interlocutore di turno la grande determinazione e il desiderio di mettersi sempre in discussione con nuove ed interessanti sfide. Per il testo di Tony Laudadio “Tossine”, in scena al Ridotto del Mercadante dall’8 al 19 gennaio, le è stata affidata la regia.

Una nuova ed intrigante avventura. Cosa ci può rivelare della rappresentazione?

«In realtà quasi nulla, proprio per non dare troppe indicazioni e alimentare maggiormente l’interesse verso la rappresentazione e soprattutto verso il lavoro di tre attori di razza, che vantano alle loro spalle un grande bagaglio di esperienze. È molto bello lavorare con persone che si sanno armonizzare bene tra di loro e questo si nota dalla velocità con cui riescono ad immedesimarsi subito in qualcosa che gli viene proposto o che loro stessi propongono».

In un’intervista passata hai dichiarato che le registe donne hanno sempre più problemi rispetto agli uomini. Perché?

«Per non estenderci nella discussione ad un fenomeno globale che è quello di un patriarcato di cui si parla con molta nonchalance in tutte le culture, credo che l’Italia ancora non sia riuscita a distaccarsi da una mentalità piuttosto conservatrice. Sarebbe giusto che come negli altri paesi si possa godere di pari opportunità, nel senso che non è assolutamente giusto che una donna debba dimostrare cinque volte in più di essere migliore di una persona che la società dovrebbe presentare come equivalente».

Tra i suoi film preferiti, come lei stessa ha raccontato, ci sono Frankenstein Junior e French Connection. Come è possibile avere un ventaglio così ampio?

«Ritengo che sia giusto essere curiosi in assoluto. È come avere una finestra sempre aperta sul mondo. Se decido che la finestra è grande, da French Connection a Frankenstein Junior ho una veduta più ampia. Se decido che mi piace soltanto “Il braccio violento della legge”, è come decidere di mettersi un solo tipo di occhiali. Penso che la vita sia contemporaneamente molto buffa e anche violenta, un insieme di cose molto diverse fra loro e credo sia una fortuna e un compito quello dell’artista di ricordarsene e ricordarlo».

Quali sono i suoi programmi futuri?

«Riprenderò con Paola Senatore, assistente alla regia in “Tossine”, “Il silenzio grande” di Maurizio de Giovanni in giro per i teatri italiani. Tornerò al Ridotto del Mercadante dal 26 marzo al 5 aprile con “Eden” con la regia di Pierpaolo e dal 16 al 26 aprile sarò all’Eliseo con “Ogni bellissima cosa – Every brilliant thing”, un testo di cui mi è stata affidata la traduzione e la regia».

L’ATTORE

Ivan Castiglione “Ed io tra di voi il terzo comodo”

L’attore napoletano nello spettacolo “Tossine” interpreterà il ruolo di un killer, ritrovandosi all’interno di una coppia in grande difficoltà

In “Tossine” è un killer “premuroso ma un po’ distratto”, come lo ha definito la regista Monica Nappo, che entra nell’universo privato di una coppia dove vengono fuori a poco a poco tutti i veleni sopiti nel tempo ma mai davvero risolti. Nella sua carriera tra cinema, televisione e teatro spesso Ivan Castiglione si è imbattuto spesso in ruoli simili, anche se lontano da cineprese o fuori dal palcoscenico il suo atteggiamento da duro all’istante lascia il posto alla simpatia.

Guardando sia lei che Tony, di primo acchito non si intuisce chi interpreterà il ruolo del killer, anche se lei ha dei precedenti…

«Credo che sia difficile per il solo fatto che tutti gli attori di genere maschile almeno una volta nella loro carriera hanno interpretato una parte da criminale. Spesso ho vestito i panni del poliziotto oppure del killer. Però una cosa su Tony posso dirla con certezza, ovvero che sia più scrittore di me (ride ndr)».

Che ruolo ha quindi nella rappresentazione il suo personaggio?

«In realtà è un “terzo comodo”, perché viene inserito in questa storia familiare su decisione della moglie per cercare di risolvere una situazione problematica che forse contribuisce a peggiorare. È un personaggio abbastanza ambiguo, di più non posso svelare».

A proposito della sua carriera, che sensazione prova quando recita a Napoli rispetto ad altre località?

«Quando un napoletano recita nella propria città, vengono a vederti persone a cui ogni volta almeno per me è importante dimostrare se sono migliorato e cercare di dare una prova della mia crescita. Anche se, devo dire la verità, a volte il pubblico napoletano è strano, perché ho la sensazione che su situazioni che non appartengono al proprio contesto abbia più difficoltà a ridere».

Prossimi impegni?

«Prenderò parte al progetto teatrale di Mario Gelardi “La peste al Rione Sanità” prodotto dal Teatro Stabile di Napoli e che sarà in scena dal 21 al 26 aprile e tornerò poi al Bellini con “Battuage” in scena lo scorso dicembre».

L’ATTRICE

Teresa Saponangelo Un ruolo comico ma introspettivo

Dopo “Il tempo è veleno” anche in “Tossine” l’attrice sarà al fianco di Tony Laudadio questa volta nel ruolo della moglie e con un killer in agguato tra la coppia

Dai dubbi relativi alla vendita della casa di famiglia all’osservazione del proprio rapporto di coppia copiosamente intriso di veleno per tutti i problemi in passato rimasti irrisolti. Da “Il tempo è veleno” a “Tossine”, entrambi testi di Tony Laudadio, Teresa Saponangelo con il suo personaggio si ritrova ad affrontare situazioni delicate e complesse allo stesso tempo, per certi aspetti persino affini, naturalmente con un atteggiamento diverso: più drammatico nella prima; più comico nella seconda.

In scena nuovamente con un testo di Tony. Una tematica molto simile, uno sviluppo narrativo sicuramente diverso. Può rivelarci qualcosa del suo personaggio?

«Il mio personaggio è una donna determinata, molto simpatica, una figura femminile di temperamento e rispetto al testo precedente sono più decisa su quello che voglio fare. Con grande piacere nuovamente ho affrontato un altro testo di Tony con caratteristiche diverse e soprattutto una regia femminile. Tra donne possiamo condividere vari temi e soprattutto entrare nei meandri della psiche maschile con più divertimento».

A differenza de “Il tempo è veleno”, dove il confronto con Tony sul palcoscenico sviluppava una tematica affine ma per certi aspetti diversa, qui sarete marito e moglie con un terzo personaggio che sarà chiamato in causa per risolvere problemi che invece saranno accentuati.

«Ogni coppia ha le sue regole che a volte sono indecifrabili, altre inafferrabili e una persona che si ritrova per decisione di uno dei due coniugi ad intervenire all’interno di una coppia è come se entrasse in un universo particolare. Tra l’altro il mio personaggio è particolare proprio perché nella coppia, pur essendo effettivamente uno dei componenti, diventa oggetto dell’osservazione di se stesso».

Dopo “Tossine” in cosa sarà impegnata?

«Dal 22 aprile al 3 maggio sarò ancora al Mercadante con “Tartufo”. Già nel 2000, nello spettacolo prodotto da Teatri Uniti, quindi con Toni Servillo, Tony Laudadio e tanti altri interpretai Dorina, questa volta interpreterò la moglie di Orgone. Per cui sarà una bella ed interessante esperienza cimentarmi in un testo a cui ho preso già parte con un ruolo questa volta diverso».

pubblicato su Napoli n.21 del 05 gennaio 2020

Romelu Lukaku – L’Italia nel… nome

Romelu Lukaku – L’Italia nel… nome

L’AVVERSARIO

Romelu Lukaku – L’Italia nel… nome

Da una situazione familiare disagiata il gigante di Anversa non ha mai perso la speranza centrando sempre i propri obiettivi

di Lorenzo Gaudiano

Si tende di solito a pensare al calcio come se fosse soltanto uno sport, una mera occasione di intrattenimento per staccare un po’ la spina dalla vita reale, in campo oppure sugli spalti di uno stadio e sulla poltrona della propria casa insieme a familiari e amici. In realtà è molto di più.
Si passa tanto tempo a guardare i giocatori che inseguono un pallone, ascoltano le indicazioni degli allenatori, esultano per un gol, polemizzano con gli arbitri per una decisione non condivisa e soprattutto ricevono stipendi milionari. Un privilegio immenso, una grande fortuna, forse anche una triste esagerazione. Non per tutti però, perché c’è chi ha vissuto in condizioni familiari disagiate, ha combattuto con tutte le proprie forze e si è sacrificato duramente per arrivare ad alti livelli, cogliendo attraverso questo sport la grande opportunità di donare a se stesso e alla propria famiglia condizioni di vita migliori.
Uno di questi è Romelu Lukaku, un centravanti completo e raro, un uomo cresciuto nelle difficoltà che ha saputo realizzare con grande determinazione i propri obiettivi. Meriterebbe soltanto applausi, invece per qualche gol sbagliato o per la sua stazza riceve ogni tanto qualche critica fuori posto. Basterebbe conoscere la sua storia, davvero commovente, per ricredersi e guardare all’attaccante belga con occhi diversi.

Uomo già a sei anni

Lukaku nasce ad Anversa, la famiglia è di origine congolese. Il calcio è la passione e l’attrazione principale. Papà Roger è un calciatore professionista, mamma Adolphine invece fa le pulizie in un bar e i fratelli Romelu e Jordan giocano sempre insieme con l’aspirazione un giorno di ripercorrere le orme paterne. Quando nel 1999 il padre appende le scarpette al chiodo, la situazione economica della famiglia comincia a farsi difficile. A casa si mangia per lo più pane e si beve tanto latte.
Un giorno Romelu, al rientro da scuola, sorprende la madre ad allungare le bottiglie di latte con l’acqua, i soldi per il pane scarseggiano, ogni due/tre settimane la corrente elettrica viene staccata, non c’è nemmeno l’acqua calda per lavarsi a meno che non se ne riscaldi un po’ con il bollitore per usarla sotto la doccia con una tazza. Lukaku ha soltanto sei anni ma già si rende conto della drammaticità della situazione, delle enormi difficoltà e della assoluta necessità di fissare degli obiettivi per dare una mano e contribuire un giorno al benessere della propria famiglia. Senza televisione non si possono più guardare le partite, ma a Romelu ciò non importa. Vuole fare il calciatore, vuole essere attaccante come il suo papà e una sera, mentre la mamma gli rimbocca le coperte a letto, le sussurra nell’orecchio che a sedici anni riuscirà ad indossare la maglia dell’Anderlecht e che la loro condizione migliorerà.

Tanti gol e… pancakes

Si comincia al Lierse. Ad undici anni Romelu in campo è il più robusto di tutti e questo ai genitori degli altri ragazzi non piace. Tutti chiedono la sua esclusione senza pietà e senza un briciolo di buon senso. Lukaku non ha solo stazza, ma anche cervello. Mostra loro la carta d’identità, acquistando ulteriore carica. Ha fame, ha intenzione di disintegrarli tutti in campo. Non può smettere di segnare, il desiderio del gol è inappagabile, le scarpette bucate del padre gli portano fortuna. Il suo sostenitore più accanito è il nonno materno, che non si perde una partita e si emoziona ogni volta che il suo aitante nipotino segna una rete. Una sera il nonno gli telefona, gli chiede di prendersi cura della mamma senza dargli alcuna spiegazione. Cinque giorni dopo viene a mancare, Romelu è distrutto.
Poi arrivano i sedici anni e l’Anderlecht mette gli occhi su di lui. Pur avendo tre anni in meno, l’Under 19 lo tiene già in considerazione ma senza il posto fisso in squadra è davvero difficile avere un contratto. Lukaku ha ben chiaro l’obiettivo, è determinato e con grande convinzione si presenta dall’allenatore proponendogli una scommessa: se lo farà giocare, entro dicembre (era maggio in quel momento) segnerà 25 gol e al tecnico inoltre toccherà preparargli i pancakes tutti i giorni; in caso contrario, rimarrà in panchina senza discutere. Facile intuire come siano andate le cose.

Ci vorrebbero più Lukaku

Missione compiuta. Arriva il primo contratto e anche l’esordio in prima squadra in occasione dello spareggio scudetto tra Anderlecht e Standard Liegi, purtroppo perso dalla sua squadra. Due anni dopo passa al Chelsea, ci sono tantissimi campioni in squadra e Mourinho non lo ritiene pronto per simili palcoscenici. Prima il prestito al West Bromwich, poi all’Everton che lo riscatta e gli offre grande notorietà. Quando approda al Manchester United, si imbatte ancora una volta nello Special One. Lukaku ha mantenuto grande stima nei suoi confronti, il tecnico portoghese spiega le motivazioni delle sue scelte in passato e mette questa volta il centravanti belga al centro del suo attacco.
Dopo tanti anni di Premier però Romelu sente il bisogno di cambiare aria. Arriva una chiamata da Milano. Alle porte c’è l’Inter di Conte, la grande occasione di guidare i nerazzurri ai vertici del calcio italiano e soprattutto la possibilità di confrontarsi con un campionato diverso per continuare a migliorarsi. Lukaku difficilmente nella sua carriera, ma anche nella sua vita, sarà soddisfatto di quanto ottenuto. Ogni pallone calciato è un ricordo della sua condizione di partenza, uno status che avrebbe limitato chiunque. Ma lui no, ha troppa personalità per lasciarsi abbattere dalle sventure della vita, che vengono travolte dalla sua positività come gli avversari in campo vengono sconfitti dal suo fisico.
Il calcio dovrebbe essere maggiormente popolato da personaggi simili, da uomini che lottano su ogni pallone con tutta la loro forza e che difficilmente si lasciano andare a sceneggiate stucchevoli, da giocatori con una storia bella da raccontare che dimostri il loro valore umano, affinché questo sport mantenga la sua vena romantica e non si lasci soverchiare dal potere corruttivo del denaro.

I racconti di Romelu

“Per essere considerato uno dei migliori al mondo devi credere nelle tue abilità e devi vincere. Il calcio non è uno sport individuale ma collettivo, la cosa migliore è fare sempre la differenza per la propria squadra”

“Mi sto divertendo in Italia. La gente per strada è molto gentile con me e piace anche alla mia famiglia”

“Mi ricordo il giorno in cui ho realizzato che eravamo in seria difficoltà economica, non avevamo i soldi nemmeno per il pane. Quando andavo con mia madre e Jordan al mercato di Bruxelles, ad Anderlecht, dove si compravano verdure e carne, mi sono accorto di quanto stesse accadendo. Le verdure che cadevano a terra, o la carne che veniva data via, erano tutte cose che mia madre raccoglieva e riponeva nella borsa che io e mio fratello portavamo a turno in treno al ritorno a casa”

“Bisogna essere positivi nella vita, se non hai mentalità positiva come fai a raggiungere il successo o gli obiettivi che ti poni? Se io entrassi nello spogliatoio con un atteggiamento negativo, ripetendo che le cose non vanno bene, contagerei tutti i compagni e non faremmo una buona prestazione. Ma se sono competitivo e sorrido ogni giorno, i compagni mi seguiranno e proveranno ad essere come me. Non sono il ragazzo che parla di più a tavola, ma parlo prima di ogni partita cercando di trasferire energia positiva. Se vuoi vincere devi avere una mentalità positiva. Inoltre, con la mia esperienza di vita, come posso non essere felice dopo tutto quello che ho passato?”

Dicono di lui:

“Romelu non l’ho mai allenato, ma l’ho conosciuto bene. La prima cosa che mi ha colpito di lui era la sua compostezza. Salutava tutti quando arrivava al campo, anche chi non conosceva. Abbassava leggermente la testa e ti stringeva la mano. Era composto, puntuale, educato. Mai fuori posto, mai una voce alzata”

Massimo Sarcì, Direttore tecnico presso Progetto giovani Rsc Anderlecht

“Romelu ha grande personalità ed è un grande giocatore. È normale che voglia sviluppare sempre di più la sua carriera, ha sempre segnato in ogni squadra. Penso che il suo passaggio all’Inter sia frutto della sua ambizione”

José Mourinho

“Lukaku è entrato nel mondo Inter nel migliore dei modi, con grande umiltà. È un gigante buono, un gigante col sorriso. È pronto a lavorare per la squadra”

Antonio Conte

“È un numero 9 unico, forte fisicamente. È importante per ogni squadra avere un centravanti che raccolga tutte le sue qualità. Romelu dribbla, porta palla e soprattutto segna. Ci sono centravanti che sanno fare una cosa sola per cui nessuno gli chiede di fare altro, la forza di Romelu invece è che può sempre far qualcosa di diverso. È un cannoniere camaleontico, ha sempre segnato in tutte le squadre e ora è pronto a vincere un titolo all’estero. Quando si mette una cosa in testa la ottiene”

Roberto Martinez, ct del Belgio

Il servizio sarà pubblicato domani sul numero 21 di “Napoli”

Napoli – Genk: che cosa ne pensate?

Napoli – Genk: che cosa ne pensate?

FORUM

Napoli – Genk: cosa ne pensate?

Cinque domande ad Antonio Sasso, Aldo Putignano e Lorenzo Marone sull’ultima gara del girone di Champions

di Lorenzo Gaudiano

La porta per gli ottavi di finale di Champions è spalancata. Il richiamo della consueta musica è forte, come il dolce e attrattivo canto delle Sirene dei poemi omerici. È un’attrazione di fronte alla quale non si può resistere, uno stimolo incontenibile che sprigiona gli istinti più reconditi di qualunque essere umano appassionato di sport. Allo stadio San Paolo, ad esempio, il pubblico non aspetta nemmeno che quell’inno finisca per liberare un urlo assordante, di una potenza acustica equiparabile persino ad un terremoto. Sono emozioni che la memoria porta con sé per sempre, a cui difficilmente si può rinunciare, soprattutto se sono a portata di mano.
La porta è aperta, la chiave non è necessaria. L’importantissimo pareggio di Anfield contro il Liverpool ha regalato alla squadra di Ancelotti la possibilità del doppio risultato questa sera contro il Genk a Fuorigrotta per superare il girone ed accedere all’Olimpo dei club europei.
Abbiamo rivolto cinque domande al direttore del Roma Antonio Sasso, il più antico quotidiano italiano post-unitario, all’editore Aldo Putignano, coordinatore della casa editrice partenopea Homo Scrivens, e a Lorenzo Marone, scrittore e curatore della rubrica “Granelli” per la Repubblica, per parlare di una sfida che non costituisce soltanto l’ennesimo banco di prova per il Napoli ma anche l’occasione per lasciarsi definitivamente alle spalle un momento negativo e ripartire alla conquista degli obiettivi stagionali.

I QUESITI RIVOLTI

• Il pareggio ottenuto contro il Liverpool ad Anfield può rappresentare la svolta della stagione?
• Basta un punto per accedere matematicamente agli ottavi, senza guardare alla sfida tra le altre due pretendenti. Che gara si aspetta questa sera contro il Genk?
• Cosa occorrerebbe al Napoli per avere maggiore continuità nel proprio rendimento?
• Soltanto la Juventus ha superato il girone con largo anticipo. Questo è dovuto alla crescita dei campionati europei minori oppure ad un momentaneo declino del calcio italiano?
• In caso di qualificazione, gli azzurri potranno essere la sorpresa della fase ad eliminazione diretta?

Il direttore del Roma Antonio Sasso

1. Più che una svolta, è un risultato che sicuramente sarà utile per uscire da questo brutto periodo che ha coinvolto allenatore, giocatori e società. Il pareggio ottenuto contro il Liverpool ha posto le basi per una riappacificazione che sicuramente gioverà a tutte le parti in causa per il prosieguo della stagione.

2. È una partita dove il sostegno della tifoseria sarà fondamentale. Si spera che contro il Genk a sostenere la squadra di Ancelotti ci sia uno stadio pieno. A questo potrebbe contribuire proprio il presidente De Laurentiis, magari proponendo per i tagliandi dei prezzi più accessibili per incentivare una maggiore presenza. Con il boato del San Paolo non ci sarebbe scampo per la squadra belga.

3. Occorre ricostituire il gruppo di una volta perché per raggiungere gli obiettivi prefissati, e questo vale per qualsiasi attività lavorativa, l’unità di intenti è sicuramente fondamentale. Per esempio, il poco entusiasmo intorno a Lozano dopo la rete messa a segno a San Siro contro il Milan dimostra che nell’ambiente qualcosa non sta funzionando come dovrebbe.

4. Non si può parlare di declino se tutte le squadre impegnate in competizioni europee hanno la possibilità di superare i rispettivi gironi. Il Napoli ha avuto la meglio sui campioni d’Europa del Liverpool, l’Inter ha dimostrato di potersela giocare e l’Atalanta con i suoi alti e bassi è ancora in gioco.

5. Il Napoli può ancora concludere il girone al primo posto. Nella fase ad eliminazione diretta può essere la sorpresa della competizione, a condizione che lo spogliatoio torni ad essere sereno come in passato. In campo europeo per affrontare club di maggiore prestigio come il Real Madrid, il Barcellona, il Manchester City, il Bayern Monaco etc. occorre stare bene atleticamente e soprattutto psicologicamente.

Il coordinatore della casa editrice napoletana Homo Scrivens Aldo Putignano

1. Il risultato di Anfield è stato importante soprattutto dal punto di vista psicologico. Abbiamo visto in campo un Napoli diverso rispetto agli ultimi anni, sicuramente meno spettacolare ma più concreto e solido, chiara espressione del vecchio calcio all’italiana. L’impegno, la determinazione e la concentrazione dei giocatori sono venuti fuori dopo alcune partite deludenti in campionato.

2. Credo che quella di stasera sarà la partita della svolta, una gara sulla carta per nulla proibitiva contro una squadra con cui in trasferta il Napoli ha giocato veramente male. Sarà per tutti i giocatori l’occasione per ritrovare entusiasmo, assolutamente necessario per il prosieguo della stagione.

3. Occorrono maggior leadership e un gioco che sacrifichi meno gli attaccanti. Il Napoli finora ha sempre creato tantissime occasioni da gol, accusando qualche difficoltà in fase di finalizzazione. Magari se i riferimenti offensivi fossero meno impegnati nella costruzione delle azioni di gioco, forse sarebbero più precisi e cinici sotto porta.

4. In realtà una fase di declino è iniziata già da tempo, anzi ora si comincia ad intravedere qualche segnale positivo. In una competizione europea il sorteggio è determinante. Il Napoli ad esempio si sta giocando la qualificazione contro i campioni d’Europa del Liverpool ed un’ottima squadra come il Salisburgo. La Juventus è risaputo che abbia più personalità delle altre italiane e una maggiore abitudine a disputare un certo tipo di partite.

5. Per il gioco messo in mostra, l’organico e le sue potenzialità il Napoli può imitare il Liverpool delle ultime due edizioni. Deve crederci di più e servirebbe sicuramente qualche altro giocatore a centrocampo, oltre ad un terzino per i numerosi e ricorrenti infortuni che hanno decimato l’organico in quel ruolo. In partite secche il Napoli ha dimostrato al momento di poter fare bene.

Lo scrittore Lorenzo Marone

1.  Sinceramente non credo. Sono anni che si ripete continuamente che sarà la volta buona ma i buoni auspici vengono sempre disattesi. La squadra è riuscita a fare il massimo possibile. È un insieme di giocatori sicuramente forti con una grande pecca: nelle partite decisive hanno sempre fallito. Il pareggio di Anfield nell’immediato potrebbe avere un risvolto positivo ma questo ciclo è arrivato alla conclusione, purtroppo senza alcun titolo.

2. Non vedo particolari difficoltà, il Napoli può vincere facilmente. Nonostante tutti i limiti psicologici, se gioca in maniera unita, ha dimostrato di potersela giocare con qualunque squadra.

3. Qualche esperimento tattico in meno e qualche certezza in più, facendo giocare con continuità otto/nove giocatori per avere un’impostazione meno camaleontica. Ciò che è stato fatto dal punto di vista tecnico in questi ultimi anni non ha giovato a nessuno. Credo ci siano state grandi responsabilità anche da parte della società.

4. Il declino è evidente ed è dovuto probabilmente alla totale mancanza di cultura sportiva in Italia. Si pratica poco sport e si insegna poca educazione fisica nelle scuole. Ai ragazzi di oggi non viene inculcato il valore dello sport. Vedo una grande arretratezza, rispetto all’Inghilterra nel nostro paese si gioca a ritmo troppo lento. Gli arbitri interrompono il gioco continuamente e questo in campo europeo fa la differenza.

5. Spesso ci si lascia prendere troppo dall’entusiasmo. Tutto può essere smentito ma la storia ci insegna che nelle partite fondamentali il Napoli tende a sciogliersi. L’anno scorso in Europa League gli azzurri non hanno saputo sfruttare una grande opportunità. È una dannazione atavica che fa parte da sempre di quest’ambiente e quindi di questa squadra. Questa squadra ha ottimi giocatori a disposizione ma non quella capacità mentale necessaria per spingersi verso grandi imprese.

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019

Napoli-Genk: basta soltanto un… punto

Napoli-Genk: basta soltanto un… punto

OBIETTIVO ISTANBUL

Napoli-Genk: basta un… punto

Il club, l’allenatore, lo staff e i giocatori possono per la terza volta portare il Napoli e la sua città agli ottavi di Champions

di Lorenzo Gaudiano

Ultimo atto del girone di Champions. Al San Paolo arriva il Genk e per il Napoli ci sono in gioco gli ottavi di finale. Basterà almeno un punto e il primo obiettivo stagionale potrà dirsi finalmente conquistato.
Se gli azzurri hanno a disposizione questa sera due risultati su tre per superare il turno, il merito senza dubbio va attribuito al pareggio di Anfield e alla bellissima prestazione fornita da tutta la squadra contro il Liverpool di Jurgen Klopp.
Anche in quell’occasione Carlo Ancelotti ha dato dimostrazione del proprio valore, della propria esperienza e della propria signorilità. Molti fanno davvero tanta fatica a capirlo, ma soltanto poche formazioni in Europa possono vantare in panchina un allenatore del suo livello, un uomo che ha costruito la propria carriera da calciatore e da tecnico attraverso una grande umiltà, una calma ferrigna e una preparazione tattica davvero invidiabile.
Il risultato ottenuto in Inghilterra è stato fondamentale, perché i Reds non potranno consentirsi il lusso di perdere a Salisburgo. In quel caso il girone prenderebbe una piega abbastanza inaspettata e fuori da qualsiasi logica che al momento deve interessare poco. Il Napoli deve pensare soltanto a vincere la sua partita, per lasciarsi definitivamente alle spalle il brutto periodo vissuto in questo ultimo mese e dare il massimo in tutte le competizioni, anche perché la stagione è ancora lunga a differenza di chi parla già di fallimento e fine di un ciclo di cui sarebbe più professionale e deontologicamente più corretto parlare più avanti.

Klopp è pensieroso: il suo Liverpool rischia a Salisburgo

La comunicazione non particolarmente efficiente da parte della società, qualche infortunio di troppo, la mancanza di un pizzico di fortuna e palesi errori arbitrali hanno contribuito allo scompiglio e al malcontento di un ambiente che in tutti questi anni ha sempre saputo con il suo entusiasmo e la sua passione contrastare la superficialità e l’indifferenza malevola di una nazione intera, che ormai si avverte indistintamente su ogni tipo di piattaforma comunicativa.
Al Napoli però, è questo bisogna sottolinearlo, è mancata anche un po’ di personalità. Lo stesso Ancelotti ha dichiarato che questa squadra si perde facilmente ma allo stesso tempo ha a sua disposizione la forza di ritrovarsi rapidamente. Gli azzurri ci stanno provando e questa sera per loro si presenterà l’ennesimo esame, la solita montagna alta da scalare, per ritrovare fiducia e ricongiungersi con una piazza che nonostante il dissenso e le contestazioni dell’ultimo periodo non ha mai smesso di incitare e sostenere con trasporto la propria squadra sia allo stadio che da casa.
Ci si augura al fischio finale di festeggiare un traguardo che già nella passata stagione è sfuggito per un soffio. Il Napoli di Ancelotti e De Laurentiis ce la metterà tutta, il supporto della città intera di certo non mancherà.

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019