È necessario attendere, il campionato è lungo

È necessario attendere, il campionato è lungo

L’ALTRA COPERTINA

È necessario attendere, il campionato è lungo

Sono state disputate soltanto tre partite di una stagione che sarà lunghissima e subito cominciano a piovere i primi giudizi

di Lorenzo Gaudiano

«Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi». Aprire con questo pensiero dello psichiatra ed antropologo svizzero Carl Gustav Jung la riflessione che abitualmente accompagna il Benevento nelle pagine di questa rivista è propedeutico ad un discorso che bisognerebbe cercare di tenere sempre a mente quando si analizza ciò che si ha davanti.
Sono state disputate soltanto tre partite di una stagione che sarà lunghissima e subito naturalmente cominciano a piovere i primi giudizi sul rendimento del nuovo Benevento di Fabio Caserta, che come ha messo in chiara evidenza alcune importanti positività al tempo stesso ha fatto vedere qualche aspetto cha va corretto e migliorato assolutamente per il prosieguo del campionato.
Tenendo presente che la rosa è stata per larga parte rivoluzionata ed arricchita di nuovi innesti che stanno a mano a mano integrandosi nello schema di gioco sannita ed apprendendo la filosofia tattica del tecnico calabrese, vedere comunque un primo affiatamento tra i vari reparti ed un gioco comunque fluido che porta i campani spesso alla conclusione è qualcosa di estremamente positivo.
Il contributo della vecchia guardia al rendimento mostrato in queste prime partite è stato senza dubbio importante. I nuovi innesti poi in buona parte hanno saputo mettersi in mostra, mentre altri hanno ancora bisogno di tempo per entrare nei meccanismi della squadra, anche se sono calciatori che Caserta conosce bene e che ha voluto fortemente.
Dati questi elementi qualche difficoltà ci pare riguardi la difesa, dove il Benevento ha mostrato una certa fragilità ed un assetto ancora non pienamente trovato.
Di tempo per lavorare sicuramente ce ne sarà, l’importante è che non ci si abbandoni a giudizi troppo frettolosi, positivi e negativi che siano, perché come è stato sottolineato più volte il campionato di B è davvero lungo e soprattutto molto complesso.
Caricare di eccessive aspettative questa squadra ed il suo allenatore potrebbe essere soltanto nocivo, mentre attendere con pazienza, fiducia e convinzione sarà di grande aiuto per la conquista degli obiettivi prefissati ad inizio stagione.
La fretta è sempre stata una cattiva consigliera. Proprio per questo è necessario in questo momento analizzare in maniera obiettiva le prestazioni della squadra e le scelte della società, senza lasciarsi andare a verdetti definitivi e considerazioni prodromiche che in questo momento della stagione lasciano il tempo che trovano.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

PROTAGONISTI

Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

Enzo d’Errico, il direttore del Corriere del Mezzogiorno, parla dell’anniversario della squadra azzurra

di Lorenzo Gaudiano

Enzo d’Errico aveva soltanto diciotto anni quando ha iniziato a dedicarsi al giornalismo. Ad una simile età per tutti i giovani è sempre difficile prevedere dove si andrà a finire andando avanti nel tempo, ma nel suo caso dubbi in merito non ce ne sono mai stati. Scrivere ha sempre costituito la sua principale passione ed oggi come allora questo aspetto rilevante della sua vita è rimasto inalterato, anzi si è fortificato con le varie esperienze vissute nel campo giornalistico e le numerose soddisfazioni ottenute in carriera che in passato hanno certificato e nel presente continuano ad avvalorare la sua professionalità.
Da diversi anni è il direttore del Corriere del Mezzogiorno, uno dei principali punti di riferimento dell’informazione partenopea e non solo, il miglior riconoscimento per un personaggio che nella sua carriera ha dimostrato col passare degli anni grande competenza nel proprio campo. Lui stesso definisce questo ruolo di così grande importanza e responsabilità che gli è stato affidato come «la chiusura di un cerchio, il coronamento di una carriera dopo più di 20 anni trascorsi al Corriere della Sera come inviato per il Mezzogiorno e 5 nell’ufficio centrale a Milano».
Il 1° agosto è stato l’anniversario del Napoli, il 95esimo, anche se per molti in realtà la squadra azzurra avrebbe molti più anni e non sarebbe quella la giornata in cui si dovrebbe festeggiare. Al di là di questo dettaglio, è proprio con d’Errico che si è deciso di celebrare questa data, partendo da un augurio alla società partenopea fino ad arrivare all’attualità con l’inizio dell’era Spalletti.

È passata quasi una settimana dal 95esimo anniversario del Napoli. Se le chiedessi di mandare un augurio personale al Napoli per questa importante e significativa ricorrenza, cosa direbbe?

«Un augurio sicuramente scontato, ovvero di vincere un altro scudetto. Essenzialmente e seriamente gli auguro di mantenere la rotta intrapresa e seguita in questi anni. Il calcio, come tutta la nostra vita e al tempo stesso l’organizzazione economica e sociale, è cambiato radicalmente nell’ultimo decennio. Gli scudetti vinti con Maradona infatti appartengono purtroppo alla preistoria, non so se oggi sarebbe possibile replicare un risultato di quel tipo. Il calcio oggi è un’impresa economica, è diventato necessario mantenere in ordine i conti e programmare una crescita nel tempo. La strada attuale mi appare come la migliore da seguire».

A questo punto mi interessa una sua considerazione su quello che il Napoli ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà negli anni a venire…

«Il Napoli è una componente fondamentale dell’anima della città. Il tifo da sempre è un sentimento che attraversa trasversalmente il capoluogo partenopeo, non è una cosa di esclusivo patrimonio popolare. Appassiona tutti, dal grande imprenditore al disoccupato, e credo che costituirà sempre una parte importantissima di questa città».

Durante la sua carriera, e anche la sua vita personale, qual è il momento della storia del Napoli a cui si sente più legato, di cui conserva i ricordi più belli oppure un aneddoto particolare che ha piacere di condividere?

«Dal punto di vista professionale ho seguito in particolare gli scudetti conquistati ai tempi di Maradona. Non voglio cadere nella trappola della retorica e della banalità ma senza dubbio quei successi non potrei dimenticarli. Devo essere sincero, per un certo periodo non ho seguito il Napoli con la stessa passione. Con la retrocessione in C e la nuova gestione avviata dal presidente De Laurentiis ho ripreso a seguire le vicende della squadra con quella stessa passione che mi aveva contraddistinto da ragazzo e si può dire sia cominciata la mia seconda vita da tifoso. Come aneddoto posso raccontare che in piena gioventù andavo con mio padre al San Paolo a vedere le partite, era il Napoli di Sivori ed Altafini. Ricordo in particolare una partita contro la Juventus dove Sivori venne espulso e quel sentimento di rabbia provato allora lo rivivo ogni volta che il Napoli affronta i bianconeri».

Quindi se le dicessi Napoli di Vinicio, Napoli di Maradona o Napoli di Sarri, lei quale sceglierebbe?

«Parliamo di tre Napoli completamente diversi, per storia e tutto il resto. Quello di Sarri è stato il Napoli più bello, a quello di Vinicio invece sono legato molto dal punto di vista affettivo in quanto era la prima volta che il Napoli appariva come una squadra spettacolare, arrembante, intrepida. Quello di Maradona è stato il Napoli vincente, ma si parla di stagioni davvero uniche. Dal mio punto di vista però preferisco le realtà che crescono e si affermano nel tempo, non il “feste, farina e forca” che è venuto fuori dopo, quando il Napoli ha imboccato una strada di declino».

In questi 95 anni sono accadute tante cose, il Napoli ha vinto i suoi trofei e vissuto i suoi momenti belli e brutti. Per come sono andate poi le cose, si sarebbe potuto fare di più oppure il Napoli ha ottenuto quanto gli fosse possibile conseguire?

«Il Napoli non va mai considerato come un’entità indipendente dal contesto che lo circonda. È una squadra di calcio di una città che non ha avuto nel tempo un’economia strutturata con grandi capacità di investimenti. Ha sempre vissuto uno sviluppo legato alla spesa pubblica, per cui non si sono mai riuscite ad affermare famiglie imprenditoriali come quella degli Agnelli, dei Moratti. Il Napoli ha potuto contare sempre e soltanto sulle forze di imprenditori singoli, come Lauro, Ferlaino ed ora De Laurentiis. Per questo motivo ha fatto tutto quello che le fosse possibile fare. Certo in alcune stagioni poteva essere amministrato meglio, ma sarebbe stato comunque difficile ottenere di più».

Dopo il fallimento De Laurentiis ha saputo ricostruire, riportare in Europa e mettere in condizione il Napoli di giocarsi anche il campionato con le squadre più titolate. Oggi, proprio perché la società azzurra ricopre un ruolo comunque importante nel calcio italiano ed europeo, cosa è necessario fare per continuare a farlo crescere?

«Tutto dipenderà dai risultati, che incrementano la capacità di investimento, consentono di alzare il fatturato etc. Se oggi vogliamo una società con i conti in ordine che non si indebiti e non fallisca per comprare il Ronaldo di turno, questa è la strada giusta da seguire a meno che non si venda a famiglie arabe o imprenditori che possono permettersi di investire senza badare ai bilanci. Sinceramente preferisco sempre una proprietà legata al territorio e che soprattutto faccia capire ai tifosi che questa è l’unica via percorribile».

Nonostante oggi l’incubo della Serie C e le difficoltà degli anni precedenti alla gestione De Laurentiis siano lontani, la città è divisa sul presidente: c’è chi lo ama e chi purtroppo lo critica per la gestione forse troppo oculata della società. Perché in certi momenti prevale questo sentimento di divisione e soprattutto la critica nei suoi confronti?

«Il presidente De Laurentiis di sicuro non è un uomo simpatico e non fa molto per rendersi tale. È un tratto del suo carattere, tutti noi ne abbiamo uno, ma questo in particolare pesa nel rapporto con una città che negli strati popolari vive soprattutto di sentimenti, con tutta la volatilità che questi hanno, e purtroppo con poca ragione. Questo è un discorso che non vale solo per il calcio, ma riguarda tutta la città. Giustamente non si sta a pensare che, comprando il Ronaldo di turno, dopo qualche anno chissà che fine si potrà fare. Mi ricorda tanto il “domani penso ai debiti, stasera sono un re” di una canzone napoletana, che è una delle maledizioni della nostra città. De Laurentiis di errori ne ha fatti sicuramente negli anni, uno di questi è la gestione troppo personalistica della società che forse andrebbe strutturata in maniera più moderna con figure intermedie finalizzate alla creazione intorno al presidente stesso di una squadra di manager e professionalità. Poi qualche acquisto di sicuro è stato sbagliato, ma nella gestione di una società questo può capitare».

Passiamo all’attualità: è iniziata l’era Spalletti. È il profilo giusto per una panchina calda e difficile come quella partenopea?

«Non lo conosco personalmente. Di primo acchito è un personaggio di grande temperamento, per cui posso ipotizzare che ci sarà una bella dialettica tra lui ed il presidente. Come si risolverà non lo so. Tra quelli che erano in lizza per la panchina azzurra mi sembra un tecnico molto preparato».

Per chiudere, già si può ambire alla Champions nella prossima stagione oppure è in atto una ricostruzione per cui bisognerà attendere anche alla luce del mercato che la società pensa di condurre?

«Il presidente è stato molto chiaro sul fatto che il monte ingaggi attuale non è sostenibile per una squadra che non può usufruire dei fondi derivanti dalla Champions. Una cessione eccellente quasi certamente ci sarà e nonostante questo un piazzamento tra le prime quattro sarà alla portata perché la crisi scatenata dal Covid ha colpito anche le società più blasonate e senza dubbio condizionerà le loro strategie di calciomercato. Se il Napoli manterrà i propri punti fermi ed indovinerà alcuni acquisti, la prossima stagione sarà comunque importante. Lo scudetto è una favola, ma nel calcio tutto è imprevedibile».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Ora si va all’attacco nella serie cadetta

Ora si va all’attacco nella serie cadetta

APPUNTI IN GIALLOROSSO

Ora si va all’attacco nella serie cadetta

I sanniti continueranno ora a testare con qualche gara amichevole i progressi compiuti durante il percorso preparatorio

di Lorenzo Gaudiano

Da qualche giorno è terminato il ritiro nella città umbra di Cascia e può dirsi quindi iniziata la nuova stagione del Benevento, che si sta preparando per un campionato che quasi certamente, oltre che lungo, sarà particolarmente tortuoso e pieno di ostacoli da fronteggiare a testa alta e superare.
L’aria che si è respirata è stata sicuramente più fresca rispetto alla Campania, il caldo si è avvertito senza dubbio in misura minore visto che si tratta di una zona di bassa montagna, abitata da poco più di 3000 abitanti, vicino a quella Perugia che il nuovo tecnico giallorosso Fabio Caserta dopo la promozione in B ha lasciato per accettare una nuova sfida alla guida del Benevento e provare ad iniziare un lungo lavoro che avrà come obiettivo la costruzione di una squadra in grado di tornare per la terza volta in massima serie.

Gli allenamenti atletici sono stati molto duri, e continuano ad esserlo, come di solito avviene nei ritiri precampionato, le prove tattiche naturalmente continue per cominciare ad assimilare i nuovi schemi di gioco e la filosofia del nuovo allenatore e creare il giusto affiatamento nello spogliatoio tra tutti i calciatori e lo staff tecnico. E poi c’è il lavoro della dirigenza, che con il ds Pasquale Foggia sta lavorando per trovare sul mercato i profili giusti, idonei all’allestimento di un organico competitivo e concordati con la nuova guida tecnica, che nelle sue passate esperienze ha sempre dimostrato di avere le idee chiare su quello che bisogna fare per poter fare un buon lavoro.
Non sarà naturalmente un calciomercato facile, ma non soltanto per il Benevento. Per tutti. Perché le conseguenze della pandemia si faranno sentire ancora per un po’ e naturalmente le difficoltà a muoversi sul mercato non mancheranno.
I sanniti, tornati in Campania, continueranno ora a testare con qualche gara amichevole i progressi compiuti durante il percorso preparatorio. Al di là di quelli che saranno i calciatori che resteranno, andranno via o arriveranno, ciò che conta adesso è pensare esclusivamente a lavorare, facendo tesoro delle esperienze delle stagioni passate, per ritornare il prima possibile nel campionato in cui il Benevento ha dimostrato ampiamente con la sua organizzazione societaria e la sua lungimiranza di meritare un posto fisso. Sarà un’Odissea, ma società e squadra sono pronti ad accettare, e superare, quest’ulteriore sfida!

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

LA PAROLA A…

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

I ricordi, le emozioni e le considerazioni del direttore del quotidiano “Roma” Antonio Sasso sull’anniversario della società azzurra

di Lorenzo Gaudiano

Il primo pensiero che viene alla mente quando si parla del tempo che avanza è che si finisce sempre per fare i conti con un inesorabile processo di invecchiamento a cui per le leggi della natura non si può in alcuna maniera sfuggire. Questo principio dovrebbe valere per qualsiasi cosa esistente al mondo, ma in realtà non è proprio così. Passano gli anni, l’età cresce sempre di più, si succedono milioni e milioni di tortuosità, ostacoli e peripezie di ogni tipo ma il Napoli continua ad esistere, a battersi a rimanere lì.
La città partenopea continua ad avere la sua squadra. Unica, senza rivalità cittadine con altre formazioni. Una squadra verso cui il trasporto della tifoseria di generazione in generazione rimane sempre vivo, caloroso, passionale, sia quando si vince qualche trofeo che quando si rimane a mani vuote e le teche della bacheca purtroppo non si riempiono.
È vero che ha 95 anni, forse anche di più stando ai vari racconti relativi alla fondazione della squadra azzurra, ma la storia del Napoli continua ad arricchirsi con il passare del tempo di tanti nuovi ed interessanti capitoli che si vanno ad aggiungere a quelli già impressi nella memoria dei tifosi e che, nonostante facciano parte di un passato comunque lontano, trovano sempre l’occasione per saltare fuori, essere raccontati e quindi risvegliare quelle emozioni indimenticabili e soprattutto mai sopite, riportare alla luce quelle soddisfazioni che al popolo partenopeo piace sempre rimembrare con orgoglio profondo ed esaltare per il significato simbolico di cui si sono caricate, legato naturalmente all’appartenenza e all’amore per il proprio territorio, con tutto il suo patrimonio di bellezze ed eccellenze nei campi più svariati.
Il calcio a Napoli non ha mai rappresentato soltanto uno sport. È sempre stato qualcosa di più, una forza in grado di cambiare il colore del sangue da rosso vivo ad azzurro, così come quello del cuore che non batte mai forte quanto sugli spalti, sul divano dinanzi ad un televisore oppure con la radiolina all’orecchio quando undici uomini con la casacca azzurra scendono in campo. E quel cuore pulsante dal colore azzurro cielo lo ha sempre avuto sin dalla nascita anche Antonio Sasso, il direttore del quotidiano Roma, che nella sua vita da tifoso e nella propria carriera da giornalista di squadre azzurre ne ha viste davvero tante. Quella ai tempi di Achille Lauro presidente, quella che ha visto in campo giocatori come Pesaola, Vinicio, Bugatti, Comaschi, Morin, Molino, Mistone etc., quella vincente di Maradona fino ad arrivare a quella attuale, costruita da De Laurentiis, che dalla C è riuscita a tornare nell’Europa che conta. E che ora ripartirà da Spalletti per ritrovare il proprio posto tra le grandi in Italia e la qualificazione in Champions.

Direttore Sasso, una vita al quotidiano “Roma” ed una naturalmente da tifoso partenopeo. Quindi la passione per la maglia azzurra quando è nata?

«Quasi certamente nel momento in cui ho visto la luce! Mio padre lavorava per il Comandante Lauro, era un tifoso sfegatato del Napoli e mi ha trasmesso sin da subito questa sua passione immensa. Ricordo con grande piacere le prime partite allo stadio al Vomero, il campionato De Martino dove giocavano le riserve delle varie squadre che si teneva il giovedì e che al tempo stesso mi appassionò molto. Si può affermare con certezza che sia nato con il cuore azzurro e naturalmente questa passione continua ad accompagnarmi ancora oggi con la stessa intensità. Sono rimasto affezionato a tanti giocatori, per esempio Pesaola, Vinicio, Comaschi, Bugatti, Morin, Molino e Mistone. Molti calciatori lavoravano nella flotta di Lauro insieme a mio padre, tra questi è rimasto impresso nella mia memoria Enzo Di Mauro, un’ala sinistra non titolare ma che comunque giocava in Serie A».

La società azzurra ha compiuto 95 anni, secondo alcuni in realtà ne dovrebbe festeggiare anche di più. Al di là di questa questione d’età, se le chiedessi di mandare un augurio personale al Napoli per il suo anniversario, cosa direbbe?

«Auguro al Napoli di rimanere con il passare delle stagioni tra le grandi del campionato, mi riferisco quindi ad un piazzamento costante nelle prime quattro posizioni della graduatoria nazionale. Una società che ambisce a rimanere importante deve necessariamente disputare la Champions. Una squadra come il Napoli per gli Scudetti vinti, le Coppe Italia, le Supercoppe e la Coppa Uefa ha la necessità di affermare la propria presenza nell’Europa che conta. Non essere in quel gruppo di squadre blasonate purtroppo significa mancare l’obiettivo stagionale. O meglio, fallire».

Una lunga storia, tanti presidenti. Vogliamo provare a dare una definizione a quei nomi che hanno lasciato un segno più marcato?

«Certo».

Come definirebbe Achille Lauro?

«Il Comandante innamorato di Napoli».

Invece Roberto Fiore e Corrado Ferlaino?

«Il presidente “povero” il primo; il presidente vincente il secondo».

Marino Brancaccio ed infine Aurelio De Laurentiis?

«L’ingegnere lo definirei come l’uomo sempre disponibile, mentre l’attuale patron invece come il presidente che non riesce a sfondare».

Durante la sua carriera, e anche la sua vita personale da tifoso, qual è il momento della storia del Napoli a cui si sente più legato, quello di cui conserva i ricordi più belli?

«Senza dubbio gli anni di Maradona, che mi hanno fatto vivere momenti di gloria non solo sportiva ma anche editoriale. Ai tempi di Diego con “Il giornale di Napoli” e poi “Ultimissime” abbiamo raggiunto picchi di vendita davvero irripetibili e difficili da raggiungere oggi, anche perché in seguito c’è stato un lento e progressivo declino dell’editoria campana».

In questi 95 anni il Napoli ha vinto i suoi trofei e vissuto i suoi momenti belli e brutti. Ma secondo lei, per come sono andate le cose, si sarebbe potuto fare di più oppure il Napoli ha ottenuto quanto gli fosse possibile conseguire?

«Poteva mettere in cassaforte sicuramente molto di più. La forza, il calore e la passione del tifo napoletano meritavano non due ma cento scudetti, ma in questi anni di vita purtroppo il ciuccio ha finito per incassare tanti calci».

Dopo il fallimento De Laurentiis ha saputo ricostruire, riportare in Europa e rendere nuovamente competitivo in campionato il Napoli. Adesso e nel futuro cosa è necessario che si faccia per continuare ad alzare il livello?

«Ho sempre pensato che per creare un club vincente occorra strutturare un adeguato settore giovanile. Se non si costruisce in una città metropolitana come Napoli ed in una regione come la Campania una base in cui si possano allevare i campioni del futuro, le vette a cui aspiriamo saranno sempre un’utopia».

Nonostante l’incubo della Serie C e le difficoltà degli anni precedenti alla gestione De Laurentiis siano lontani, la città è divisa sul presidente: c’è chi lo ama e chi lo critica per la gestione forse troppo oculata della società. Che idea si è fatto su questo sentimento di divisione e soprattutto sulla critica nei suoi confronti che in certi momenti sembrano prevalere?

«Al presidente vanno riconosciuti tanti meriti. Riportare un Napoli fallito nel giro europeo è già da considerare come un eccezionale traguardo, a cui va aggiunto il fatto che negli anni hanno vestito la maglia azzurra calciatori di primissimo livello come Lavezzi, Cavani ed Higuain. Non è riuscito a conquistare i tifosi perché non ha mai considerato Napoli come un punto di riferimento, sia dal punto di vista personale che professionale. Non ha stabilito la sede societaria in città, cerca di tenere sempre lontani i sostenitori dalla squadra, sembra che in certi momenti snobbi i tifosi anche se al tempo stesso finisce comunque per esaltarli».

Per chiudere, due domande sulla situazione attuale. È iniziata l’era Spalletti. Il tecnico toscano è il profilo giusto per una panchina calda e difficile come quella partenopea?

«Sì. Spalletti ha sicuramente un bel caratterino che potrebbe portarlo a confrontarsi spesso sia col presidente che con i giocatori ed i tifosi, ma è un allenatore che sa centrare gli obiettivi che gli vengono richiesti. Come tutti ha i suoi pro e contro, ma ritengo siano maggiori i lati positivi che quelli negativi. Ho grande fiducia in un allenatore che non parte purtroppo col sostegno unanime e la simpatia della tifoseria, però sono convinto che alla fine il campo gli darà ragione se gli saranno garantite le più adeguate condizioni per lavorare».

Già si può ambire alla Champions nella prossima stagione oppure è in atto una ricostruzione alla luce delle dichiarazioni recenti del presidente sulla necessità di far quadrare il bilancio?

«Si può parlare di ricostruzione fino ad un certo punto, anche perché non credo che andranno via tutti i pezzi pregiati. Il Napoli in organico ne ha tanti e senza dubbio non li perderà tutti. Lo scorso anno avrebbe meritato un piazzamento in Champions. Per questo motivo l’obiettivo resterà sempre ritornare tra le prime quattro in classifica e Spalletti con questa rosa ha tutte le carte in regola per centrare questo risultato».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

Il prof. Eugenio Albarella spiega l’evoluzione del ruolo del preparatore non più consulente ma specialista in uno staff più articolato

di Lorenzo Gaudiano

C’è molta disinformazione quando si commentano in televisione, su un giornale oppure in vari momenti della vita quotidiana le prestazioni in una partita delle squadre di calcio. Si analizzano le statistiche, si commentano dati, si fanno considerazioni che spesso non tengono presente il quadro d’insieme che è alla base del lavoro di un allenatore e di tutti i suoi collaboratori. L’attenzione naturalmente viene catturata dal risultato finale che orienta le riflessioni e condiziona i giudizi sul rendimento dei vari giocatori e sull’operato dello staff, nonostante alle spalle di tutto ci sia comunque una programmazione che sin dal periodo preparatorio di inizio stagione viene elaborata tenendo in considerazione una serie di componenti che necessariamente devono coesistere, intrecciarsi alla perfezione affinché i risultati sperati possano al termine del campionato essere messi in cassaforte. Si tratta di aspetti fisici, tecnici, tattici, caratteriali e persino ambientali di cui spesso non si parla perché non interessano, quando invece costituirebbero gli elementi per spiegare gli esiti di una partita, le situazioni che spesso le squadre si trovano a vivere.
Rispetto al passato oggi il calcio è più intenso, sottopone gli atleti ad un numero esorbitante di partite che di anno in anno finiscono per aumentare sempre di più e richiedono continui aggiornamenti da parte degli staff tecnici per adeguarsi ai tempi che cambiano ed apprendere nuove metodologie di lavoro che mettano in condizione i calciatori di sostenere una simile intensità agonistica.
Non è facile avventurarsi in simili discorsi, soprattutto a causa delle tante banalizzazioni e dei luoghi comuni sempre più diffusi. Ed è per questo che un dialogo con un preparatore atletico come il prof. Eugenio Albarella può aiutare ad entrare in un argomento in realtà scientifico, molto complesso, ma al tempo stesso molto interessante ed importante soprattutto per accrescere la propria cultura sportiva. Del resto le sue esperienze in varie squadre di club fino ad arrivare all’avventura in Giappone con la Nazionale nipponica guidata da Alberto Zaccheroni costituiscono un bagaglio importante, di grande prestigio e validissimo che, oltre a certificare il suo valore professionale, favorisce una discussione a 360 gradi sulla diversa concezione culturale del calcio nel mondo e sulla sua netta trasformazione rispetto al passato.

In carriera tanti anni vissuti all’estero. Che esperienza è stata?

«Sicuramente formativa. Non nascondo che il periodo in Giappone ha rappresentato una vera e propria esperienza di vita che porterò preziosamente nel mio cuore, perché ho vissuto una cultura sociale completamente diversa, sicuramente più collettiva rispetto alla nostra che è più individualistica. Parlando di calcio ad esempio, dove il noi è fondamentale per la creazione del team, ho riscontrato una grande disponibilità verso il lavoro, la novità e l’applicazione che alla fine hanno dato anche dei grossi riscontri».

Tante avventure in carriera come preparatore, di cui buona parte negli staff di Zaccheroni. Com’è stato lavorare con un professionista come lui?

«Mi lega ad Alberto un rapporto, oltre che professionale, soprattutto affettivo perché stiamo parlando di un grande professionista e di una persona perbene. Quando si ha a che fare con rarità del genere nel mondo del lavoro, in particolar modo nel calcio, bisogna fare il possibile per tenersele strette, al di là di quelli che possono essere i pro e contro in una scelta. Posso solo ringraziarlo per questi anni di collaborazione che mi hanno consentito di vivere esperienze ad alto livello».

C’è un contesto in cui è stato più semplice ed agevole lavorare?

«Più che semplice, forse esiste quello più in linea con la propria indole, il proprio modo di concepire la cultura del lavoro. I quattro anni di esperienza in Giappone sono stati importanti non soltanto per gli obiettivi conseguiti, ma anche per il continuo feedback che si riscontrava dalla grande disponibilità, il profondo senso del lavoro e la cultura civica del posto, elementi che negli ultimi tempi in Italia facevo fatica a percepire soprattutto in club di alta qualificazione».

Perché quel tipo di cultura sportiva non riesce ad imporsi nel risultato sportivo?

«Quando si entra nel vivo di una competizione, cominciano a contare la storia, il peso della maglia che si indossa, l’esperienza, le energie nervose. Sono tutti aspetti importanti che incidono e spiegano perché prevalgono alla fine sempre quelle 4/5 nazioni che sanno affrontare con personalità i momenti decisivi».

Per esempio anche i maestri inglesi riscontrano grande difficoltà…

«Anche in questo caso c’è un discorso culturale da fare, che riguarda l’organizzazione dei campionati. In vista di competizioni internazionali per squadre di Nazionali l’Inghilterra si presenta sempre con un numero di partite elevato nelle gambe e fa tanta fatica ad offrire prestazioni adeguate alla propria qualità a causa di tornei nazionali molto agguerriti ed avvincenti. Sono molto curioso di vedere cosa succederà invece nel 2022 con i Mondiali in Qatar, che si terranno in autunno a metà stagione».

Torniamo un po’ indietro nel tempo. Quando ha capito che la professione di preparatore atletico sarebbe stata la sua strada?

«Prima del calcio, praticavo canottaggio. Studiando all’università il mio amore per lo sport è cresciuto sempre di più, così come la curiosità. Il mio primo maestro, il dott. Giuseppe La Mura (il dott./tecnico che ha scoperto i fratelli Abbagnale ndr), appunto diceva che non avevo ancora superato l’età del perché e questa forma mentis l’ho trasferita anche nello studio. Visto che mi era stata assegnata una tesi di laurea riguardante la preparazione atletica nel calcio, mi sono dovuto confrontare con una letteratura molto scarna in quel periodo, parliamo di metà anni 80».

Quindi non è stato per nulla facile…

«Infatti l’unica opportunità per approcciarmi nel modo migliore a questo mondo era contattare i massimi esperti di allora nella metodologia dell’allenamento. Uno di questi era il prof. Enrico Arcelli, preparatore nel Varese di Fascetti, con cui nacque un’empatia reciproca. Il feedback professionale era talmente stimolante che, una volta laureato, mi trasferii subito a Milano per poterlo seguire nei suoi dettami, anche se la cosa non fu molto semplice. Non avendo le basi per un’indipendenza economica, facevo i turni di notte alla Sip e di giorno continuavo a studiare, fin quando poi è diventata la mia professione».

Dall’inizio della sua attività ad oggi come è cambiato il mondo del calcio dal punto di vista del preparatore?

«Come in tutte le cose l’evoluzione è continua e la storia e l’esperienza conducono sempre a nuove strade. Oggi il preparatore non è più il consulente dell’allenatore che porta all’interno del calcio anche l’esperienza di sport diversi. Dopo 30 anni di storia come figura riconosciuta in questo ambiente è diventato uno specialista della preparazione all’interno di uno staff articolato e costituito da tante professionalità scientifiche diverse».

C’è un aspetto in cui si nota particolarmente questo cambiamento?

«Se facciamo un paragone tra il calcio di oggi e quello tra gli anni 90 e primi anni duemila, in precedenza una squadra blasonata disputava al massimo 50 partite, gare con le Nazionali comprese. Oggi ne somma invece circa 70/75. Qualche anno fa si giocava ogni 5 giorni, adesso la media è di 3 partite alla settimana. È cambiata l’intensità di gioco, diventata chiaramente più alta. In una gara si sviluppavano circa 450 azioni, ora sono praticamente il doppio con un’esasperazione tattica dove tempi e spazi sono ridotti al minimo e gli atleti sono costretti ad andare a scontro fisico più spesso, esponendosi ad un maggior rischio di infortuni».

Il lavoro del preparatore atletico si è trasformato radicalmente?

«Sicuramente nella metodologia di lavoro ora vanno tenuti in considerazione tutti questi fattori. Ribadisco sempre che chi fa questo mestiere, sin da quando parte la programmazione del lavoro, deve tener presente le famigerate cinque domande: cosa si deve allenare, come, quando, quanto la si deve allenare e soprattutto chi si sta allenando. La specificità del modello prestativo è diventata fondamentale nel momento in cui oggi un allenatore non è più quell’artigiano che in funzione del tempo modella la materia a propria immagine e somiglianza, ma un killer che ha poche possibilità per incidere e non si può permettere di sbagliare».

Guardando le statistiche, si apprende come siano aumentati i km percorsi da parte degli atleti…

«Questo è diventato uno dei tanti luoghi comuni. Si cade spesso nell’errore di voler misurare la prestazione degli atleti in valori di volume inteso come somma di km percorsi, un dato che non è per nulla correlato alle caratteristiche di un sport di squadra dove a determinare l’indice di performance sono più componenti: fisiche, organiche, tattiche, tecniche, caratteriali e ambientali. Quando si vuole semplificare tutto con un numero, dico sempre che se fosse questo il problema basterebbe mettere un maratoneta in campo». .

In questa stagione si ritorna ai tempi abituali della preparazione estiva dopo un anno in cui tutto è stato affrettato. Nel Napoli, come in altre squadre, partire con un nuovo allenatore può costituire un vantaggio?

«Nel calcio il tempo per un allenatore di incidere è sempre meno, quando in realtà ne occorrerebbe di più. Questo aspetto ha reso necessario un adeguamento delle strategie di allenamento. Anche nel periodo preparatorio non c’è più la possibilità di influire in una forma così classica e a blocchi come le metodologie negli anni passati erroneamente consigliavano. Oggi sono diventate fondamentali la specificità del modello prestativo e l’ottimizzazione dei tempi di lavoro, possibili soltanto se tra staff tecnico e giocatori, e all’interno dello staff tecnico stesso, si lavora con conoscenza ed in grande sinergia. Se nell’annus horribilis, come lo definisco, hanno vinto nei vari campionati le squadre caratterizzate da una continuità gestionale, partire con un nuovo allenatore significa quindi ricominciare da capo e può richiedere tempi più lunghi per risultati effettivi».

Chiudiamo con una considerazione sugli infortuni muscolari. A fronte di un numero maggiore di partite sono aumentati notevolmente. In che maniera si può incidere per ridurre le percentuali di rischio?

«L’unica strada da percorrere è allenarsi bene, cioè in forma specifica, evitando di voler raggiungere certi obiettivi attraverso percorsi di allenamento molto lunghi e lontani soprattutto da quegli schemi motori che sono richiesti durante la partita la domenica».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021