Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

VERSO IL BARCELLONA

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

L’ex allenatore, oggi osservatore ed opinionista televisivo, analizza l’impegno agli ottavi di Champions contro il Barcellona

di Lorenzo Gaudiano

Martedì arriva il Barcellona al San Paolo. Come il Napoli con Gattuso, anche la squadra spagnola ha cambiato allenatore: fuori Valverde, dentro Quique Setién che, per chi non lo conoscesse, ha lanciato e valorizzato al Betis Siviglia Fabiàn Ruiz.
Allenatore come loro è stato Gianni Di Marzio, che di successi e soddisfazioni in carriera ne ha portati tanti a casa. La promozione in A con il Catanzaro nel ’76 e con il Catania nell’ ’83, il piazzamento Uefa proprio con il Napoli nel ’78 e due volte il Seminatore d’Oro, premio antesignano dell’attuale Panchina d’Oro.
Il tecnico napoletano, quindi, rappresenta il profilo più adatto per analizzare i cambiamenti in panchina decisi dalle due società, vista la sua esperienza di campo, che si affronteranno nel doppio confronto ad eliminazione diretta degli ottavi di Champions League.

Come per il Napoli, cambio in panchina anche per il Barcellona nonostante i due campionati consecutivi vinti ed il buon rendimento quest’anno in Liga. Ma questi avvicendamenti erano proprio necessari?

«Se in un club come il Barcellona è stata presa questa decisione, vuol dire che era diventato necessario un intervento. In un contesto di così grande prestigio, avendo a disposizione un organico di grandissimo livello, l’allenatore riveste un ruolo sicuramente importante, ma non determinante. Questa situazione è completamente differente da quella creatasi al Napoli, dove l’equilibrio è stato alterato senza alcun dubbio dalla decisione del presidente De Laurentiis di mandare la squadra in ritiro. Ancelotti a quel punto non è più riuscito a convincere i giocatori a seguirlo la sera stessa della partita contro il Salisburgo a Castelvolturno ed in quel momento i calciatori non si sono sentiti più protetti, schierandosi sia contro l’allenatore che contro la società».

Il problema oggi si può considerare risolto?

«I mancati rinnovi contrattuali a Mertens, Callejon e altri membri dell’organico hanno contribuito ad una frattura che non si può ricomporre con facilità. Il Napoli si è portato dietro per alcuni mesi una malattia senza curarla. I giocatori poi, e questo lo so bene in virtù della mia esperienza, pensano, come è giusto che sia, ai loro interessi e soprattutto al loro futuro».

Con il Barcellona si assisterà sicuramente ad un doppio confronto emozionante. Data la sua esperienza di allenatore, quanto è differente preparare un ottavo di finale ad eliminazione diretta rispetto ad una gara di un girone di qualificazione?

«Rispetto ad un girone di qualificazione dove su sei partite qualcuna si può sbagliare, in un doppio confronto ad eliminazione diretta purtroppo errori non se ne possono commettere. Poi su questo incide molto anche la squadra che si va ad affrontare. Nel caso della formazione blaugrana che è fortissima, non occorre motivare i giocatori più di tanto poiché in questo caso sono loro stessi a maturare una maggiore concentrazione. Preferibilmente bisognerebbe lasciarli il più tranquilli possibile, infondergli sicurezza ed autostima per affrontare la partita con prontezza e fiducia».

Alla gara di Champions il Napoli si presenterà con due innesti a centrocampo: Demme e Lobotka.

«Sono due giocatori ottimi che sicuramente daranno un forte contributo anche alle rotazioni a centrocampo, considerando che con il nuovo modulo e l’impiego di tre centrocampisti il Napoli numericamente era scoperto in quel reparto. Questi giocatori hanno un senso di adattamento al ruolo di metodista migliore rispetto ai giocatori già presenti in rosa, non sono più forti dal punto di vista tecnico rispetto ai compagni di reparto ma sicuramente più utili dal punto di vista tattico per migliorare la squadra».

Lei ha sempre detto che alla squadra azzurra mancava il metodista. Con questi acquisti si è sopperito a tale mancanza?

«A mio parere, non rispecchiano quel tipo di giocatore di cui ho sempre detto che il Napoli ha bisogno. Schierati davanti alla difesa, se devono avvicinarsi al difensore per ricevere palla lo fanno, sanno giocare sia sul corto che sul lungo. In fase di possesso palla fanno dei movimenti che li portano a salire insieme ai compagni, non restano a centrocampo per garantire equilibrio alla squadra come Gattuso vorrebbe. In fase di non possesso sono anche aggressivi ma non hanno le caratteristiche del metodista adatto alla perfezione per il 4-3-3. Quando la squadra avversaria attacca sulle fasce, il vertice di centrocampo, mentre i difensori si spostano verso il portatore di palla, deve entrare centralmente verso il dischetto dell’area di rigore, come se fosse un difensore aggiunto. Questo non rientra nelle loro caratteristiche, molti si illudono che siano dei metodisti solo perché accorciano e si fanno dare palla. Quindi il problema non è stato concretamente risolto, anche se sono due giocatori che ci faranno guadagnare tanto in rapidità».

Si ritorna al passato, al 4-3-3 invocato da buona parte della piazza partenopea. Secondo lei è la strada giusta da seguire per superare le difficoltà dell’ultimo periodo?

«Le difficoltà purtroppo rimarranno. È il modulo adatto alle caratteristiche di buona parte dei giocatori in organico, anche se in alcuni ruoli ci sono delle evidenti mancanze. Al di là del metodista, questa disposizione tattica necessita di due esterni alti che siano determinanti in entrambe le fasi. Lozano non sta rendendo al momento come la società si aspettava, Insigne non riesce ad esprimersi all’altezza delle sue qualità forse perché subisce eccessivamente le pressioni della città ed il peso della fascia di capitano e Callejon è in una fase negativa di forma fisica oltre che mentale».

Di ritorno dalla Colombia, dove si è recato in veste di osservatore per rimanere sempre aggiornato sui giovani talenti, Gianni Di Marzio non avverte assolutamente stanchezza per il viaggio oltreoceano, perché la passione per il calcio è infinita. In carriera non solo panchina, ma anche ruoli dirigenziali, dove si è sempre distinto, e innumerevoli apparizioni come opinionista televisivo. Perché, come ha detto il presidente della Lazio Claudio Lotito, “il pallone è per tutti, il calcio è per pochi”. E Di Marzio rientra nei pochi.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Cagliari-Napoli: alla conquista dell’Europa

Cagliari-Napoli: alla conquista dell’Europa

IL CAMPIONATO

Cagliari-Napoli: alla conquista dell’Europa

Alla Sardegna Arena per cancellare la sconfitta di settembre al San Paolo e risalire ancora di più la classifica

di Lorenzo Gaudiano

I minuti passano, la partita volge al termine ormai, la serata è maledetta. Il pallone non vuole saperne di entrare, il Napoli ci prova in tutti i modi ma nulla. Il Cagliari riesce a resistere, del resto nel campionato italiano la filosofia speculativa paga, soprattutto quando la fortuna assiste. Verso il 90° un cross in area di rigore, Llorente si avventa sul pallone ma non può arrivarci, perché il difensore rossoblù Klavan lo strattona. La trattenuta sfugge all’arbitro Di Bello, alle telecamere delle pay-tv e forse anche ai tifosi sugli spalti impegnati a seguire la traiettoria della sfera. In contropiede i sardi si portano in vantaggio con Castro, gli azzurri sono sconfitti. È il 25 settembre, i colori dello stadio San Paolo rimesso a nuovo perdono per un attimo la loro vivacità, in campo invece il Napoli perde la bussola. Proteste accese contro il direttore di gara, Koulibaly espulso, gli animi sono piuttosto accesi. Chi avrebbe potuto immaginare che quella serata sarebbe stata il prodromo di una crisi più profonda, di una serie di risultati non all’altezza e di una classifica impensabile prima dell’inizio del campionato?
Il Cagliari invece comincia a volare, la qualificazione ad una competizione europea comincia a non essere più soltanto un sogno, tredici risultati utili consecutivi prima di cedere in casa contro la Lazio a metà dicembre. Come un passaggio di testimone sulla pista d’atletica, sembra che le due squadre si siano scambiate di posto. Domenica il giro si conclude, quel testimone deve essere assolutamente riconquistato per continuare la rincorsa e regalare al pubblico ancora una volta la partecipazione alle coppe europee. Coppa dalle grandi o piccole orecchie non importa, basta che tutto torni al suo posto.

Duello all’ultimo sangue

Si va alla Sardegna Arena, uno stadio non permanente costruito per ospitare le gare casalinghe del Cagliari nel parcheggio adiacente al settore Distinti dello storico stadio Sant’Elia, demolito nel 2017 per lasciare posto al nuovo impianto che quest’anno dovrebbe essere inaugurato. I rossoblù cominciarono a giocarci nel settembre 1970, qualche mese prima arrivò lo Scudetto festeggiato all’Amsicora con Manlio Scopigno in panchina, Gigi Riva, Sergio Gori, Angelo Domenghini, Enrico Albertosi e il capitano Pierluigi Cera in campo. Era un’altra epoca, la dittatura delle squadre del Nord ogni tanto veniva interrotta, si ammiravano sul terreno di gioco fuoriclasse d’altri tempi, ci si divertiva sugli spalti, anche se gli insulti tra le tifoserie comunque non mancavano. Domenica alle 18 ci sarà un’atmosfera completamente diversa. Non sarà un duello all’ultimo sangue ma quasi. Entrambe desiderano l’Europa: chi non la vede ormai da anni; chi l’ha respirata per dieci anni consecutivi e come un vizio non può assolutamente farne a meno. Del resto, c’è enorme curiosità di scoprire se il Napoli riuscirà a risalire la classifica e a mantenere le aspettative di inizio stagione oppure se il Cagliari non si desterà dal suo bellissimo sogno continuando la rincorsa.

Due filosofie e… vongole a confronto

Che Cagliari si ritroverà di fronte il Napoli? Speculativo ed attendista come al San Paolo, oppure propositivo e infiammato dal pubblico di casa? Grande dilemma. La squadra di Maran grazie ad una campagna di acquisti di livello oggi è sicuramente tra le migliori del campionato. La freschezza di Pellegrini sulla fascia sinistra, la grinta di Nainggolan a centrocampo e la fantasia di Joao Pedro in attacco sono soltanto alcuni punti di forza di una rosa che finora ha dimostrato di poter vendere cara la pelle a chiunque. Occorrerà ai ragazzi di Gattuso disputare una grande gara dal punto di vista atletico, velocizzando il fraseggio e la costruzione del gioco per impedire agli avversari di serrare le file come nella partita d’andata. Al fischio finale, perché no, si potrà approfittare per assaggiare la “fregula cun còciula”, un piatto tipico a base di pasta di semola e vongole sarde per chiudere la giornata. Anche se, occorre ribadirlo, gli spaghetti con vongole veraci del Mar Tirreno sono più buoni e questo non si può negare.

pubblicato su Napoli n.23 del 12 febbraio 2020

Luciano Saltarelli: una vita a via Chiaia

Luciano Saltarelli: una vita a via Chiaia

SIPARIO

Luciano Saltarelli: una vita a via Chiaia

Da oggi al 9 febbraio in scena al Teatro Sannazaro con “Una tragedia reale” di Giuseppe Patroni Griffi

di Lorenzo Gaudiano

Via Chiaia con la sua “Bomboniera”, il Teatro Sannazaro, è un luogo senza tempo. Qualcosa è sicuramente cambiato nel corso degli anni, ad esempio i marchi dei negozi presenti lungo la strada, oppure la circolazione oggi vietata ad autoveicoli e autobus e riservata esclusivamente ai pedoni, ma il suo aspetto è sempre quello. Il tempo non sembra essere trascorso, né per chi vi passeggia né per chi vi abita. Soprattutto se ad abitarci è un attore, che magari in giovanissima età, quando si è avvicinato al teatro, al quotidiano rientro a casa immaginava di salire un giorno sul palco del Sannazaro e ricevere un’ovazione da un pubblico sì molto caloroso, ma al tempo stesso molto esigente.
Luciano Saltarelli ha vissuto praticamente tutta la sua vita a Via Chiaia, oggi ha 47 anni, ed è proprio da qui che è partito il suo percorso di avvicinamento al teatro, diventato la sua professione, come probabilmente il destino aveva stabilito. Sul palco del Sannazaro dal 7 al 9 febbraio, dopo il successo dell’anno scorso, sarà con “Una tragedia reale”, un testo di Giuseppe Patroni Griffi dove interpreta la dama di compagnia della regina Elisabetta.

Vorrei partire dal suo ruolo nello spettacolo, in cui veste i panni di una donna.

«È la seconda esperienza en travesti dopo “Dolore sotto chiave” in cui ho interpretato la parte che nel testo di Eduardo era stata affidata alla sorella Titina. “Una tragedia reale” richiama le vicende legate alla morte di Lady Diana. Arriva la telefonata a Buckingham Palace, a cui rispondo io, che annuncia la morte della principessa e da quel momento si scatenano quelle che forse sono state le vere reazioni dell’epoca. Il testo è particolarmente interessante perché i personaggi presenti in scena, vestiti come reali inglesi, parlano in napoletano. Mi sono divertito molto proprio per la commistione tra la lingua napoletana ed un evento che non ci appartiene».

Per lei che è cresciuto a Via Chiaia, quanto è stato emozionante recitare al Sannazaro?

«Sono nato a Via Petrarca ma all’età di tre anni con la famiglia ci siamo trasferiti a Via Chiaia. Con questo spettacolo è stata la mia prima volta al Sannazaro. Ho provato grande soddisfazione a lavorare nel posto che ammiravo praticamente ogni giorno della mia vita. Un teatro che ha mantenuto la sua grande bellezza e che richiama alla memoria tanti bei ricordi».

Facciamo un passo indietro: come si è avvicinato al teatro?

«Il mio percorso è cominciato al Politeama, mia madre mi iscrisse alla scuola di recitazione diretta da Guglielmo Guidi perché pensava che fossi timido. Lo ero in realtà, ma è stato solo all’inizio. Ho continuato l’attività teatrale anche al liceo scientifico Mercalli, dove ho iniziato a studiare i testi di drammaturghi come Moscato, Ruccello che sono diventati per me dei riferimenti. Dopo questi doposcuola scolastico-teatrali abbiamo fondato al Vomero una compagnia, Bardefè. Dopo circa dieci anni stavo per abbandonare il teatro perché nel gruppo eravamo giunti ad una fase troppo autoreferenziale, eravamo un po’ troppo chiusi». .

Cosa le ha fatto cambiare idea?

«Nel 2003 scrissi un testo intitolato “Morte di un pupazzo paralitico” molto apprezzato da Teatri Uniti, con cui ho cominciato a collaborare nel 2004 grazie al forte legame di amicizia con Francesco Saponaro, che conoscevo già dai tempi del Politeama. In seguito ho preso parte ad una serie di spettacoli tra cui “Santa Maria d’America”, tratto dal libro di Francesco Durante, “Magic People Show” e “Dolore sotto chiave”. Molto importante per me e la mia attività è stato anche Arturo Cirillo, con cui ho collaborato in diverse occasioni».

Lei non è soltanto attore, ma anche autore. Si considera più l’uno o l’altro?

«Più attore che autore. In realtà scrivere è molto più difficile, se mi capita di elaborare un testo non penso prima che un personaggio mi spetti a prescindere. Il mio problema con i testi è che tendo a migliorarli di continuo, a non considerarli mai veramente ultimati».

Quali sono i suoi programmi futuri?

«Dopo i tre giorni al Sannazaro ci sarà per “Una tragedia reale” una tournée a Torino e Firenze. A giugno invece sarò al Napoli Teatro Festival con “Il Prestito”, un testo di Jordi Galceran tradotto da Enrico Ianniello con la regia di Rosario Sparno».

Andrea Renzi
Tre personaggi tra le mura di Buckingham Palace

È possibile, nell’arco di una rappresentazione teatrale, interpretare più personaggi? Andrea Renzi, che in “Una tragedia reale” di Giuseppe Patroni Griffi interpreta tre ruoli differenti, con la sua ecletticità ce lo dimostra.

Tre personaggi, con sfumature diverse, per un solo attore. Una bella e grande responsabilità?

«Sicuramente. In “Una tragedia reale” interpreto il Principe Carlo che appare soltanto all’inizio dello spettacolo in occasione di una video-telefonata con la madre nella notte del famoso incidente di Lady Diana. Poi Tony Blair, che è il personaggio più interessante senza nulla togliere agli altri due, e infine un operaio di Liverpool che ha vinto un viaggio a Londra e si dà alla pazza gioia, bevendo birra in grande quantità. Invece di rientrare in albergo, riesce a superare i controlli di Buckingham Palace per poi ritrovarsi nella stanza da letto della regina. È il personaggio che metaforicamente racconta l’incontro di sua Maestà con un rappresentante del popolo, in seguito al quale la regina comprende quale comportamento politico tenere per rispettare quell’amore che il popolo stesso sta riversando quella notte stessa verso la principessa».

Perché Tony Blair è il più interessante?

«Confrontarsi con questi personaggi che gestiscono il potere è sempre particolare perché ti fa comprendere dall’interno lo sforzo politico di mediazione tra il potere stesso e il popolo. Al momento della notizia la regina, che rappresenta quindi la monarchia, voleva chiudersi in se stessa ma Blair riesce con fatica a farle capire che questa chiusura nei confronti del mondo sarebbe stato l’errore politico più grave».

Che sensazione ha provato l’anno scorso partecipando alla messinscena di un testo di Patroni Griffi?

«Ho avuto grande interesse per questo autore sin da ragazzo, quando ho assistito alla messinscena di personaggi costruiti da Patroni Griffi. Il mio incontro personale con un suo testo è avvenuto grazie alla mediazione di Francesco Saponaro, che qualche anno fa ha rappresentato “In memoria di una signora amica” e che mi ha offerto l’opportunità di confrontarmi con una capacità di scrittura straordinaria. In questo caso “Una tragedia reale” è un divertissement nel repertorio di Patroni Griffi e pur essendo “un testo minore” ha il tocco di un’intelligenza partenopea lucida e sempre molto umoristica».

Francesco Saponaro
“Una critica alla società tra paradossi e comicità”

“Una tragedia reale” ha diversificato e al tempo stesso concluso il repertorio teatrale di Giuseppe Patroni Griffi. Era il 1999 quando fu rappresentato per la prima volta. Dopo vent’anni il regista Francesco Saponaro ha riportato in scena questo testo, che al Sannazaro ha avuto grande successo nella stagione scorsa e probabilmente ne avrà ancora da oggi al 9 febbraio.

Patroni Griffi con questo testo diversificò un po’ il suo repertorio.

«Sembra quasi il frutto di un divertimento intimo e familiare dell’autore stesso, che al momento della sua stesura probabilmente immaginava già per il ruolo di protagonista, la regina Elisabetta, la figura di Leopoldo Mastelloni. Proprio in virtù del rapporto tra Mastelloni e Lara Sansone mi sembrava interessante che dopo vent’anni fosse proprio Lara ad interpretare il ruolo della regina».

Anticiperebbe qualche dettaglio della trama?

«Il testo è caratterizzato da una trama tanto semplice quanto emblematica. La regina Elisabetta riceve la notizia della morte della principessa Diana e si ribella all’eventualità di un funerale di stato. Il primo ministro della corona britannica, interpretato magistralmente da Andrea Renzi che si ispira a Tony Blair, riesce a convincerla dell’utilità di recitare un funerale di stato. Fanno anche delle prove, che si rivelano divertenti, perché la regina ha sotto al cuscino una copia del “Riccardo III” di Shakespeare ed al suo interno si trova quello che potrebbe essere il rituale funerario adatto per il mondo e i mass media».

Siamo di fronte ad un testo caratterizzato da un tono farsesco e parodistico. Ma dietro sicuramente c’è dell’altro…

«In questo testo di Patroni Griffi c’è un’intuizione, se vogliamo profetica, di quanto il potere debba essere in grado di riconoscere nei mass media una forza per orientare e strumentalizzare anche la politica. È uno spettacolo brillante e proprio dietro a questa brillantezza e a slanci paradossali ed iperbolici di comicità si cela una critica feroce alla società contemporanea».

Personaggi affidati ad un cast d’eccezione.

«La scelta di affidare a Lara il ruolo della regina e alla sorella Ingrid quello della principessa Margaret, in dialogo serrato con attori come Luciano Saltarelli ed Andrea Renzi, aveva lo scopo di unire tradizione e innovazione, rapportare uno sguardo più lucido e lancinante del contemporaneo alle morbidezze della tradizione, perché la forza e la peculiarità di questo testo di Patroni Griffi è sentire la regina parlare in napoletano come lo parlerebbe una donna dei quartieri oppure una figura mutuata dall’immaginario fiabesco di Giambattista Basile».

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Quagliarella e la sua storia napoletana

Quagliarella e la sua storia napoletana

L’AVVERSARIO

Quagliarella e la sua storia napoletana

Auguri di buon compleanno all’attaccante campano, prossimo avversario del Napoli ma sempre innamorato della sua terra

di Lorenzo Gaudiano

«Fu bellissimo ed emozionante il mio primo ingresso al San Paolo. Guardavo la partita ma tutto il contesto mi affascinava: i tifosi, i colori, il prato e le maglie. Mi soffermavo con attenzione sui volti, sulle espressioni che la gente faceva ad ogni azione. Non posso dimenticarle. Tra l’altro ai miei tempi c’era soltanto “90° minuto” e bisognava aspettare le sei del pomeriggio per vedere i gol, una cosa inevitabilmente fredda. Quando si andava allo stadio invece, era tutto un susseguirsi di emozioni».
Dagli spalti al campo, da spettatore appassionato a protagonista sul terreno di gioco con la maglia azzurra, un sogno diventato realtà che non ha avuto però la durata che tutti si aspettavano, compreso lo stesso Fabio Quagliarella. Nel 2009 sia per il calciatore stabiese che per la tifoseria partenopea cominciò una favola, che si tramutò nel più brutto degli incubi al termine della stagione: il passaggio alla Juventus. Fu un addio inaspettato, silenzioso, privo di una spiegazione convincente che aiutasse a comprendere le ragioni del trasferimento alla squadra rivale e maggiormente invisa al popolo napoletano. A distanza di anni, dopo la sentenza di condanna a Raffaele Piccolo, ex ispettore informatico della Polizia Postale diventato stalker di Quagliarella e tante altre vittime, lo stabiese ha ritrovato la giusta serenità per continuare la sua carriera, che sta vivendo nonostante i 37 anni come una nuova giovinezza. Beniamino ora della tifoseria doriana con la maglia della Sampdoria nel cuore, oggi Fabio calcherà nuovamente da avversario il prato del San Paolo circondato comunque dalla passione e dal calore del pubblico partenopeo, solidale con lui una volta appresi i fatti ed al tempo stesso non più ferito da quello che si pensava fosse il peggiore dei tradimenti.

Lontano da casa

«A cinque anni il mio vicino di casa, che aveva una squadra di calcio, il giorno del mio compleanno disse a mia madre: “Lo porto un po’ al campo con me”. Da quel momento non ho più smesso, continuando a giocare nell’associazione parrocchiale Annunziatella».
La storia di Fabio comincia a Castellammare, una rotta marittima di prestigio insieme a tutte le città della costa partenopea, bagnate da un mare che sin dai secoli più lontani ha rappresentato un importante vettore commerciale e in epoca più recente ha favorito la diffusione dello sport più bello al mondo in Campania. Come i viaggiatori inglesi, che hanno esportato il calcio un po’ dovunque, Quagliarella ha ereditato questa curiosità verso il mondo esterno, un desiderio irrefrenabile di uscire dai propri confini per affacciarsi su un orizzonte nuovo senza alcuna paura e con la propria patria sempre nel cuore. A dieci anni le giovanili del Torino, lontano dalla propria casa e dai propri genitori Vittorio e Susanna. Il papà lo raggiungeva nei fine settimana per averlo vicino e sostenerlo nella sua formazione, la mamma lo chiamava più di una volta al giorno per essere sicura che tutto procedesse bene. Poi Firenze, Chieti, Ascoli, Genova e Udine, un bel giro insomma, prima di fare ritorno in patria, nella sua Napoli, sempre pronta a riabbracciare i suoi tanti figli in cerca di fortuna lontano ma con il desiderio mai sopito di ricongiungersi con la propria terra.

Audentes fortuna iuvat

«Oggi vedo poco istinto negli attaccanti. Io sono il tipo che, se deve fare una rovesciata o un tiro al volo, non ci pensa due volte. Se sbaglio, amen. Vedo tanti che invece sono sempre preoccupati da quello che possono dire gli altri».
Di gol straordinari Quagliarella ne ha messi a segno tanti, anche contro la squadra azzurra. La sforbiciata dal limite dell’area in Napoli-Udinese con la maglia bianconera, il tacco volante lo scorso anno in Samp-Napoli sono soltanto alcune delle sue prodezze, frutto di un estro che non si è lasciato mai limitare dai vincoli della tattica o dalla paura di incappare in un errore. Con la sua fantasia, la sua spregiudicatezza e la sua audacia avrebbe potuto lasciare un segno diverso a Napoli, essere un leader come i vari Cannavaro, Hamsik ed Insigne e il trascinatore di una piazza che dai calciatori campani esige molto ma al tempo stesso sa regalare tanto calore e tanto amore. Fabio e la sua Napoli si ricongiungeranno lunedì allo stadio Luigi Ferraris e su di lui ci sarà la maglia della Sampdoria. Per 90’ saranno avversari ma al fischio finale si riabbracceranno, come se non si fossero mai separati.

pubblicato su Napoli n.14 del 14 settembre 2019

Dries Mertens: riconfermarlo o salutarlo?

Dries Mertens: riconfermarlo o salutarlo?

PROFILI

Dries Mertens: riconfermarlo o salutarlo?

Il belga ha dato tanto al Napoli. Mancano pochi mesi alla scadenza del contratto ma la domanda supera l’offerta

di Lorenzo Gaudiano

Il pallone rimbalza veloce sul prato di Anfield, Mertens lo rincorre e dopo uno sguardo rapido ad Alisson calcia. Il portiere del Liverpool può soltanto stare a guardare, quel tiro è troppo forte e preciso, persino inaspettato per la posizione defilata da cui è partito. È il gol del vantaggio del Napoli, un’autentica magia, destinata a rimanere nella memoria dei tifosi.
Il “folletto belga” colpisce ancora, da anni la piazza partenopea è abituata a questi colpi. Come tutti i folletti della tradizione popolare, che hanno il dono di rendersi invisibili e predire il futuro, Dries ha poteri magici. Sa sfuggire ai difensori avversari, intuisce il momento giusto per servire un compagno grazie alla sua visione di gioco e si fa trovare sempre nella posizione più opportuna quando tocca a lui ricevere il pallone e andare in gol. Da anni è il simbolo di un ciclo che ha portato a Napoli una Coppa Italia ed una Supercoppa, di un calcio spettacolo che ha incantato l’Europa intera e di una nazionale che non riesce a fare a meno di lui nonostante la grandissima abbondanza di talenti proprio in attacco.

L’altezza non è tutto

È nella città belga di Lovanio, sede storica della famosa Stella Artois e battezzata in seguito come capitale della birra, che ha inizio la storia di Mertens. Il padre Herman è uno sportivo con la passione per la ginnastica a corpo libero, dove per cinque volte diventa campione nazionale; la madre invece è docente universitaria di pedagogia. A differenza dei due fratelli, Dries ama giocare a calcio e dimostra subito a tutti di possedere un grande talento, anche se madre natura purtroppo non gli ha donato il più robusto dei fisici. Il ragazzo però è caparbio e riesce a catturare nel 1998 l’attenzione degli osservatori dell’Anderlecht. Passano gli anni ma Mertens non cresce fisicamente e la squadra della capitale lo lascia andare. Il Gent gli dà una possibilità mandandolo in prestito all’Eendracht Alst ma alla fine il belga viene nuovamente scartato, nonostante sia stato nominato miglior talento della terza divisione. Queste prime delusioni comunque non lo abbattono, Dries continua ad avere speranza. Sa che per ritagliarsi il suo posto nel mondo del calcio dovrà farsi largo con qualche spintone in più e maggiore cattiveria agonistica.

Più di un “nano da giardino”

Mertens lascia il Belgio per trasferirsi in Olanda. L’ottimo campionato in seconda divisione con l’AGOOV di Apeldoorn, che oggi non esiste più, comincia ad attirare su di lui le attenzioni non sempre lusinghiere di numerosi osservatori. Tra questi quella di Henk Grim del Nec Nijmegen che lo boccia definendolo “nano da giardino”. Ad un simile giudizio tutti si sarebbero scoraggiati, Dries no. Come sempre, comincia a ridere e ritorna ad allenarsi con lo stesso spirito e la stessa determinazione. Arrivano poi l’Utrecht e il Psv Eindhoven, con cui si affaccia sui palcoscenici europei. Mertens sta arrivando, il calcio che conta sta cominciando finalmente ad accorgersene.

Una storia senza lieto fine

Nel 2013 Dries arriva a Napoli. Ancora oggi non si è capito se sia stato l’allora ds Riccardo Bigon o il tecnico Rafa Benitez a suggerirne l’acquisto alla società partenopea. Mertens è un esterno offensivo di sinistra, in quel ruolo c’è già Insigne e il belga inizialmente fa fatica prima di adattarsi ai ritmi e ai tatticismi del calcio italiano. Con Maurizio Sarri in panchina nel 2016, a causa dell’infortunio di Milik appena acquistato per sostituire Higuain, Dries viene schierato come centravanti e la sua carriera intraprende un nuovo percorso. Diventa un bomber di razza, un goleador implacabile, un punto di riferimento di quel Napoli che sarà per sempre ricordato nella storia del calcio pur non avendo conquistato alcun trofeo. Anno dopo anno, rete dopo rete Mertens risale la classifica dei marcatori più prolifici in maglia azzurra. La vetta è veramente ad un passo, Dries sta per diventare un pezzo importantissimo della storia del Napoli, eppure al momento tutto questo sta passando in secondo piano. Questa storia d’amore a fine stagione potrebbe raggiungere la più brutta delle conclusioni. Riconoscenza e buonsenso anche in questo caso stanno mancando e a soffrirne sarà sempre la tifoseria, destinata a perdere l’ennesimo beniamino. Sono le bandiere a non esistere più, oppure è il calcio moderno che per provvedere ai bilanci e ai profitti economici ne ha contribuito all’estinzione?

“Ciro” si racconta

“Non dimentico come sono stato accolto, quando ero un signor nessuno e tutti si facevano in quattro per farmi sentire a casa mia. Conosco ogni angolo di Napoli, anche le zone dove mi sconsigliano di andare. Qualche mio collega ha rifiutato il club azzurro? Peggio per lui non saprà mai tutto quello che s’è perso”

“Non vedevo le partite in televisione. Avevo due pali e una traversa montati in giardino, il passatempo delle mie giornate. In Belgio piove spesso, ma nei miei ricordi di bambino ci sono soltanto delle partite interminabili, come se splendesse sempre il sole. Ho studiato per far contenta pure mia mamma: però l’allegria era quel pallone da spedire nella porta”

“All’inizio per i tifosi ero diventato Ciro Martinez: il nome che il gestore del bowling scriveva sul display per i punteggi, nel tentativo di non farmi riconoscere. Poi ovviamente mi hanno scoperto lo stesso. E ora sono Ciro Mertens”

Parlando di Mertens

“Mertens può essere ancora decisivo, per lui i 32 anni non sono un problema. Dries è un giocatore sensazionale ed è nel momento di massima maturità. Non è solo un goleador: sa aprire ed attaccare gli spazi, costruire il gioco con gli altri compagni. È estremamente intelligente e ogni allenatore è felice di lavorare con uno come lui. È riuscito facilmente a passare da Sarri ad Ancelotti, è un calciatore chiave nel Napoli e in nazionale”

Roberto Martìnez, ct del Belgio

 

“Se devo scegliere un giocatore da portare nel Napoli dei miei tempi, io punterei tutto su Mertens e lo porterei sempre con me. Ha tutto ciò che occorre, il dribbling, il tiro da lontano e la capacità di fare squadra”

Diego Armando Maradona

 

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019