La novità esplosiva e il grande assente

La novità esplosiva e il grande assente

APPUNTI IN GIALLOROSSO

La novità esplosiva e il grande assente

In attacco con Gaich arriva un po’ di forza fisica. Dabo squalificato non potrà affrontare oggi la sua ex squadra

di Lorenzo Gaudiano

In questo 2021 il Benevento ha vinto soltanto una volta. Che cosa non sta funzionando? Come mai la vittoria sembra così difficile da portare a casa, nonostante in numerosi casi i sanniti fossero in vantaggio? Bisogna preoccuparsi?
Alle prime due domande ipotizzare una risposta sarebbe fuori luogo, forse anche irrispettoso nei confronti di uno spogliatoio che in tutti i suoi componenti per tutta la durata della settimana lavora duro e in ogni partita, senza risparmiarsi, ce la mette tutta per provare a conquistare il bottino pieno. Il campionato è lungo, ci può stare che a periodi positivi si alternino momenti negativi, anche perché l’obiettivo stagionale dei sanniti è sempre stato la conquista di una salvezza tranquilla. E questo non bisogna dimenticarselo.
È importante mantenere i nervi saldi e soprattutto l’equilibrio. Ed è proprio per questo che al terzo quesito invece una risposta si può azzardare. Chiaramente un no secco e deciso. Perché il gioco si sta facendo duro e anche il Benevento, come tutti i duri, prova a giocarsi tutte le sue carte a disposizione. Un carro armato ad esempio, per sfondare le linee nemiche e favorire l’avanzamento dei propri commilitoni.

Il carro armato è Gaich, Tanque infatti è il suo soprannome, e nella scorsa partita ha riportato la sua squadra al gol dopo un periodo di digiuno. Tutti lo hanno abbracciato allo stadio Picco di La Spezia dopo la rete che purtroppo non è bastata alla conquista dei tre punti, anche il ds Pasquale Foggia, soddisfatto per l’impatto dell’attaccante argentino e curioso di vincere una sua ulteriore scommessa di mercato proveniente dalla Russia.
In attacco serviva un po’ di forza fisica e con Adolfo probabilmente il Benevento l’ha trovata. La gara di oggi contro la Fiorentina si spera che già possa certificarlo, ma naturalmente ce ne saranno tante altre in cui l’argentino potrà dare il suo contributo con la sua potenza esplosiva.
A una bella novità però si accompagna però un grande assente. Al Vigorito arriva la Fiorentina, ma Bryan Dabo squalificato non potrà affrontare la sua ex squadra. Nell’intervista che troverete nelle pagine successive si coglie dalle sue parole il dispiacere di non poter rivedere i suoi vecchi compagni di squadra in campo e soprattutto dimostrare il proprio valore. Ci avrebbe tenuto molto, ma nonostante questo sarà comunque lì con tutta la compagine sannita, anche se sugli spalti, per cercare quei tre punti che il Benevento da un po’ meriterebbe ma che si lascia sempre sfuggire dalle mani.

pubblicato su Napoli n. 35 del 13 marzo 2021

La grande importanza del centrocampo

La grande importanza del centrocampo

DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

La grande importanza del centrocampo

Gianni Di Marzio spiega dal punto di vista tecnico, tattico ed atletico il reparto nevralgico della squadra di calcio

di Lorenzo Gaudiano

Ci sono sempre dietro gli inglesi quando si parla di calcio. Del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che sono stati proprio loro ad inventarlo. Anche a proposito di una parola come “centrocampista”, che a tutti gli effetti sembra italiana nella sua struttura morfologica, il loro zampino non manca, perché Gianni Brera le diede vita traducendo proprio dall’inglese “midfielder”.
Nel corso degli anni grazie al Grangiuàn il vocabolario calcistico si è enormemente arricchito, perché anche il calcio stesso non ha mai smesso di evolversi, come un essere vivente vero e proprio. Un aspetto si può dire però che non sia cambiato, ovvero che il centrocampo costituisce il reparto nevralgico di una squadra di calcio. Il giornalista lombardo scrisse che «il centro­campista ha da avere istintivo o quasi il senso geometrico del gioco. Senza quello è votato al fallimento perché il centrocampo è un mare nel quale facilmente si affoga…», definizione ancora oggi attuale, come se il gioco fosse rimasto sempre uguale a se stesso e gli interpreti a cambiare.
Per affrontare un argomento così delicato come l’importanza del centrocampo occorreva una figura professionale che dal punto di vista tecnico-tattico consentisse di andare in fondo alla questione, aiutasse con la sua esperienza dentro e fuori dal terreno di gioco a capire le difficoltà nella costruzione di questo reparto, chiarisse una volta per tutte che per quanto il calcio cambi nel tempo le nozioni basilari restano sempre le stesse. Gianni Di Marzio, ex allenatore, consulente di mercato in campo internazionale ed attualmente opinionista televisivo, è la persona più adatta con cui iniziare una simile conversazione.

Tecnicamente parlando, qual è la funzione del centrocampo?

«Il centrocampo è il fulcro del gioco. A prescindere dai moduli impiegati è chiaro che in mezzo al campo occorrano giocatori dai piedi buoni che vedano il gioco, sappiano giocare sul lungo e sul corto, siano in grado di servire gli attaccanti in fase offensiva ma al tempo stesso in quella difensiva compiano i giusti movimenti sia sugli esterni che nelle zone centrali della retroguardia difensiva».

Per fare tutto questo occorre una certa prestanza fisica.

«La fisicità deve essere complementare alla tecnica e all’acume tattico. In una squadra oltre ai calciatori dotati di fantasia sono necessari anche i cosiddetti portatori di acqua. Del resto, per costruire una casa infatti non c’è bisogno solo di un architetto ma anche di un ingegnere, un geometra».

Anche perché oggi senza forza fisica non si va da nessuna parte.

«In Europa, guardando le partite dei campionati internazionali, si soffre molto se a centrocampo non si schierano giocatori molto dotati dal punto di vista fisico. A fare la differenza è anche la rapidità del passo, perché solitamente quando si parla di atleti prevalentemente muscolari il passo è cadenzato mentre il calcio di oggi deve essere necessariamente veloce».

Quindi il centrocampo, se possibile, va costruito così.

«Naturalmente la difficoltà principale consiste nell’abbinare tra loro le caratteristiche dei giocatori. Non è sufficiente avere in campo un regista che con la sua tecnica veda il gioco a 180 gradi e sappia eludere il pressing alto degli avversari anche essendo di spalle alla porta avversaria o palla al piede in zone pericolose. Accanto a lui è importante disporre di calciatori che abbiano gamba, corsa e il giusto tempismo nei raddoppi di marcatura e negli inserimenti senza palla. Per chi ne ha in rosa, anche il trequartista è importante perché oltre al grande lavoro in fase offensiva per servire gli attaccanti o i compagni che partono da dietro gli viene richiesto grande sacrificio in copertura».

Oggi però sembra che la fisicità stia prevalendo sulla tecnica individuale.

«Rispetto al passato il gioco è cambiato in maniera significativa. Prima la mentalità di gioco era senza dubbio più difensiva, si lanciavano più palle lunghe in verticale con cinque/sei giocatori che ripartivano in contropiede sfruttando la profondità. Oggi tutti gli allenatori moderni vogliono far iniziare l’azione di gioco dal portiere, che si allena più con i piedi che con le mani. Senza giocatori dai piedi brasiliani o croati, per me i più forti dal punto di vista tecnico, questa tipologia di gioco è difficile da realizzare».

Il centrocampo, quindi, non è soltanto una questione di numeri.

«Ci sono tanti moduli di gioco che ti garantiscono una differente copertura del campo, fattore importante per vincere le partite. In caso di uno schieramento a tre per esempio, il più frequente oggi, bisognerebbe avere un playmaker con visione di gioco, buona proprietà di palleggio e intelligenza tattica in fase di non possesso, utile a supportare la difesa in caso di attacco sugli esterni nel gioco aereo e nelle marcature. Gli altri due centrocampisti invece dovrebbero creare le famose catene a destra e sinistra con raddoppi di marcatura e sovrapposizioni».

Cosa cambia con un centrocampo a quattro?

«Le linee tra difesa e centrocampo si accorciano. C’è minor fatica dal punto di vista atletico e una maggiore distribuzione di energie a centrocampo con un uomo in più. Si gioca in uno spazio più stretto che permette alla squadra in possesso di palla di partire con più di un giocatore in fase offensiva e mettere in difficoltà gli avversari. Naturalmente per far questo i centrocampisti devono essere completi, avere caratteristiche sia difensive che offensive».

A questo punto completiamo, a cinque invece?

«C’è maggiore copertura sia sugli esterni che in mezzo al campo. Il difetto principale però è la carenza di uomini che attaccano l’area di rigore. È un po’ come avere una coperta corta: ci si copre i piedi ma la parte superiore rimane scoperta».

Dovendo identificare a tuo avviso una squadra con un centrocampo forte in Italia, chi mi indicheresti?

«In questo momento il Milan, perché propone il giusto abbinamento tra qualità individuale e fisicità. Oltre a questo, i suoi centrocampisti hanno grande personalità e beneficiano dell’aiuto degli attaccanti in copertura e nella transizione dalla fase difensiva a quella offensiva».

Ora spazio ai ricordi. Qualche centrocampista tra i più forti a tuo avviso.

«Beh, ce ne sono davvero tanti. Boniek per esempio, Suarez, Corso, Rivera, Mazzola. Più ne dico, più me ne vengono in mente».

Invece il centrocampo più forte nella storia del Napoli?

«Quello degli Scudetti senza ombra di dubbio. È vero che c’era Maradona ma attorno aveva centrocampisti straordinari come Alemao, Bagni, Romano etc.».

Per chiudere, in Supercoppa non è andata come ci si augurava.

«Per le caratteristiche del Napoli la gara è stata impostata bene, con una linea difensiva bassa finalizzata alla ripartenza in contropiede, anche se è venuta a mancare un po’ di personalità. È chiaro che contro la Juventus peggiore degli ultimi dieci anni con una squadra più propensa al pressing alto e maggiormente capace di giocare con una difesa più alta la partita sarebbe stata diversa ma ciò non rientra nelle caratteristiche degli azzurri».

In tante partite però si è visto comunque questo tipo di gioco. Il Napoli quindi ha i centrocampisti giusti?

«Credo di no. Ruiz e Bakayoko hanno un passo simile ma con caratteristiche diverse. Se uno dei due non gioca, c’è Demme che comunque non è un vero e proprio costruttore di gioco. Zielinski ora sta giocando da trequartista ma in realtà è una mezzala sinistra. Un giocatore utile che subentra nella maggior parte delle partite come primo cambio è Elmas. È vivace, ha carattere, sa dribblare, ha piedi buoni, non è ancora potente fisicamente ma può diventare un giocatore importante. A mio avviso Gattuso lo farebbe giocare ad occhi chiusi dal primo minuto ma evidentemente deve stare attento a certe gerarchie nello spogliatoio».

pubblicato su Napoli n.32 del 30 gennaio 2021

La “gazzella” Victor, nato per correre

La “gazzella” Victor, nato per correre

PROFILI

La “gazzella” Victor, nato per correre

Dalla lotta per la sopravvivenza alla fame di gol, Osimhen oggi ha il compito di raggiungere la continuità di Cavani ed Higuain

di Lorenzo Gaudiano

«Correva come un matto e saltellava come un gatto e tutti gli gridavano così: oh oh oh oh che centrattacco, oh oh oh oh tu sei un cerbiatto!». Il Quartetto Cetra dedicò nel 1959 i versi di questa canzone a Virgilio Felice Levratto, che per chi non lo avesse a mente fu un famoso centravanti ed ala sinistra degli anni Venti-Quaranta soprannominato per il suo sinistro micidiale “sfondareti”. L’accostamento a questo animale rende benissimo l’idea della leggerezza, veemenza e velocità del passo di uno degli attaccanti più forti della storia del calcio italiano.
Non sarà di nazionalità italiana ma Victor Osimhen ha le caratteristiche per diventare uno dei migliori numeri nove che la Serie A abbia mai conosciuto. Più che di un cerbiatto in questo caso si può parlare di una gazzella, talmente veloce da risultare imprendibile per le difese avversarie a cui non resta altro da fare se non stare a guardare, al massimo inseguire quel lungagnone nigeriano, dal passo lesto, diretto verso la porta.

Un’eredità pesante

Da qualche anno infatti gli azzurri continuano ad evidenziare qualche difficoltà nel reparto offensivo. Si produce molto, si concretizza poco. Gli anni di Cavani ed Higuain, che garantivano più di venti gol a stagione, sono ormai lontani e Milik durante la sua permanenza nel capoluogo campano per i due infortuni consecutivi ai legamenti crociati non è mai riuscito a raccogliere quell’eredità sudamericana davvero pesante. Mertens con talento ed esperienza ha provato a sopperire a tale carenza riuscendoci ma ciò purtroppo non è bastato a raggiungere l’obiettivo sperato. Ecco quindi che quest’anno il presidente De Laurentiis si è deciso ad investire una cifra importante per un numero nove di prospettiva, che però fosse pronto sin da subito a caricarsi sulle spalle la responsabilità di essere il bomber della squadra di Gattuso. Osimhen quindi è arrivato, ha conquistato subito i tifosi nelle amichevoli estive, ha subito contribuito con le sue qualità ai miglioramenti in fase realizzativa del Napoli, scardinando con la sua velocità le difese avversarie e favorendo i movimenti dei compagni di squadra.

L’età è dalla sua parte

Victor ha davvero tanta fame di gol. Lo si è notato dai gesti di stizza per qualche occasione fallita, dall’istinto da predatore all’odore del pallone e dall’attacco della profondità alla vista del primo spazio utile per puntare verso la porta. I mesi trascorsi fuori per infortunio e virus di certo non ci volevano durante il suo percorso di ambientamento ad un nuovo campionato, sicuramente più tattico e complesso rispetto a quello francese. Osimhen però con i suoi ventidue anni ha tutta una carriera davanti a sé, sicuramente sulle sue spalle grava un investimento importante ma nella sua vita l’imprevisto non ha mai costituito un problema irrisolvibile. Uno che ha vissuto da piccolo la vera fame, non quella di reti naturalmente, che ha subito capito nella fase esistenziale solitamente più bella per un essere umano che la vita è dura, anche cattiva a volte, e che ha dovuto fare ripetutamente i conti con il peso gravoso delle aspettative sa benissimo che c’è sempre l’occasione per riscattarsi, cambiare il corso delle cose, migliorare se stessi ed il mondo che ti circonda. Basta semplicemente volerlo.

Un bambino già grande

Chi era Osimhen prima di arrivare al Napoli? Un ragazzo che ha perso la propria madre a sei anni, che quando il padre Patrick da poliziotto si ritrovò senza lavoro ha dovuto rimboccarsi le maniche insieme a fratelli e sorelle, cinque in totale, per contribuire al sostentamento di tutta la famiglia. A Olusosun, quartiere periferico di Lagos, la sua è stata una lotta per la sopravvivenza, affrontata sempre a testa alta vendendo acqua ai semafori. A quel tempo il calcio forse non era ancora nei suoi pensieri, non poteva permettersi di pensare ad un gioco visto che cose più importanti richiedevano la sua attenzione. Come in tutte le belle storie, il destino ce lo ha messo il suo zampino. In famiglia il fratello maggiore, Andrew, giocava ed era molto bravo ma Victor lo era molto di più. Ed è per questo che il più grande ha messo da parte la sua passione, dedicandosi a vendere giornali, per portare qualche soldino in più a casa e iscrivere il fratellino ad una scuola calcio, la più famosa di Lagos: la Ultimate Strikers Academy.

Si comincia!

Era il 2010 e da lì ebbe inizio tutto. Qualche anno più tardi il mondiale 2015 vinto con la Nigeria Under 17 da capocannoniere, il trasferimento in Bundesliga al Wolfsburg preferito alle squadre di Premier League perché gli garantiva un’entrata maggiore utile per sé e la propria famiglia rimasta in Nigeria. Ad attenderlo dietro l’angolo però le prime difficoltà. L’infortunio alla spalla e la malaria compromisero il suo rendimento, poco apprezzato dalla dirigenza e sugli spalti. Sembrava già la fine di un’apoteosi breve, ancora non completa. A salvarlo fu il prestito allo Charleroi in Belgio, un ottimo campionato che gli valse il passaggio al Lille e le prime vere attenzioni da parte del calcio internazionale più blasonato.

Napoli ti aspetta

Il suo cognome nel dialetto nativo significa “Dio è buono”. Forse non è stato proprio così all’inizio ma oggi sì. Victor, insieme con la sua famiglia, sta vivendo una vita di gran lunga migliore e nonostante sia fuori da diversi mesi Napoli ancora lo attende con ansia. Anche la città partenopea è buona, tra le sue qualità ha sempre avuto quella di saper aspettare i propri beniamini, di concedere loro il tempo necessario per ambientarsi perché, questa città una volta vissuta intensamente, diventa difficile per tutti coloro che arrivano lasciarsela alle spalle senza versare qualche lacrima. L’attacco azzurro ha bisogno di Osimhen perché senza di lui concretizzare il gioco prodotto è diventato più complicato. Riprendendo il suo percorso di crescita, i gol personali arriveranno e di questo c’è da esserne davvero certi.

Osimhen si racconta

“Dove sono cresciuto, le persone vivono in una discarica aperta. Con i miei amici ci andavamo spesso. Era divertente! Cercavamo ramponi. A volte ti ritrovavi con una Nike al piede destro e… una Reebok al sinistro. Mia sorella rattoppava tutto ed è sempre andato tutto bene

“Sono cresciuto guardando giocare Drogba. Mi sono innamorato del suo modo di giocare e del tipo di persona che è

“Ancora prima di firmare era come se facessi già parte della squadra. Moltissimi tifosi già mi scrivevano. Il Napoli è la loro vita e darebbero qualsiasi cosa pur di vedere la squadra vincere. Penso di poter ricambiare e dare loro quello che vogliono, per essere amato ancor di più

pubblicato su Napoli n.32 del 30 gennaio 2021

Furia e l’importanza del caratterista

Furia e l’importanza del caratterista

Giacomo Furia

SCAFFALE PARTENOPEO

Furia e l’importanza del caratterista

Francesca Crisci racconta in un libro edito da Graus Giacomo Furia dal punto di vista professionale e privato

di Lorenzo Gaudiano

Non si può consegnare all’oblio un personaggio come Giacomo Furia. Nella sua carriera tra mondo teatrale e cinematografico è vero che il ruolo di protagonista gli sia toccato poche volte, ma il suo protagonismo in realtà si è sempre fondato sulle sue grandi capacità da attore caratterista. Un ruolo apparentemente secondario che richiede qualità innate, una forza interpretativa non comune che nel corso degli anni l’attore originario di Arienzo ha saputo sempre rivestire in maniera eccellente e che purtroppo non gli ha donato la giusta fama.
Con il suo libro “Giacomo Furia. Vita e carriera di un attore caratterista”, edito da Graus Edizioni, la giornalista Francesca Crisci ha voluto ricostruire dal punto di vista pubblico e privato il percorso di un artista che merita di essere ricordato in maniera indelebile insieme a tanti protagonisti del mondo cinematografico e teatrale napoletano.

Alla base del tuo interesse per Giacomo Furia ci sono stati solo motivi didattici oppure altro?

«Durante il mio percorso di studi triennale all’università sostenni un esame di Storia del cinema che naturalmente non prevedeva in programma Giacomo Furia. Nonostante questo al mio relatore proposi come argomento per la tesi di laurea un approfondimento su questo personaggio per il quale avevo un forte interesse personale. Quando ero piccola abitavo a San Felice a Cancello, paese limitrofo a quello di Arienzo dove è nato l’attore caratterista. Mio padre me ne parlava in continuazione guardando i suoi film. A distanza di anni ho sentito la necessità di approfondire le mie conoscenze in merito, realizzare un lavoro che naturalmente riconoscesse a Furia quella rilevanza che non sempre gli è stata riservata nella maniera più opportuna».

Da tesi di laurea a libro, quando hai maturato l’idea di questa trasformazione?

«Nel 2019 ad Arienzo è stato inaugurato il museo-cineteca a lui dedicato. Pensai che potesse essere un’occasione propizia per riprendere in mano quella ricerca avviata all’università ed integrarla con ulteriori contributi. Ne è venuto fuori un libro che offre una visione completa su questo personaggio dal punto di vista sia professionale che privato».

Parlando di Furia viene naturale chiedere quanto sia importante il ruolo dell’attore caratterista nella dinamica di uno spettacolo teatrale o di un film?

«È di fondamentale importanza. Senza i personaggi secondari non esisterebbero azioni, sketch teatrali. Al cinema come a teatro ci sono sicuramente delle gerarchie ma naturalmente la rilevanza del primo attore oltre a venire fuori per le sue qualità artistiche beneficia anche della collaborazione degli attori secondari. Se non fosse così, ci si troverebbe di fronte ad un monologo, ad una tipologia di rappresentazione completamente diversa».

L’autrice del libro Francesca Crisci
Carlo Verdone qualche anno fa ha dichiarato che oggi è difficile creare quei prodotti cinematografici di un tempo dove impiegare i caratteristi, considerati in via d’estinzione. Come spieghi questo fenomeno?

«Verdone ha espresso un suo pensiero riguardante il cinema italiano in generale. Essendo partenopei, a teatro come al cinema il caratterista è sempre esistito e continuerà ad esserlo. L’esempio più efficace per chiarire questo concetto si può ricavare dal film “Benvenuti al Sud”. Tra i personaggi c’è il signor Scapece (interpretato da Salvatore Misticone, ndr) individuabile come attore caratterista per i tratti somatici, il modo di parlare e di gesticolare».

Si può paragonare l’importanza del caratterista con quella riconosciuta oggi agli attori non protagonisti nel cinema?

«Assolutamente sì. Nel mio libro scrivo ad un certo punto che è proprio dalla figura del caratterista nel mondo teatrale e nella commedia cinematografica che in un certo senso sarebbero scaturiti i premi riconosciuti nel cinema attuale agli attori non protagonisti. Parliamo sicuramente di un raggio più ampio ma ciò conferma come in un film tutti i personaggi abbiano la loro importanza».

Secondo te quali sono state le sue migliori interpretazioni?

«I film dove ha ricoperto il ruolo di protagonista, quindi “La banda degli onesti” e “L’oro di Napoli”. Nella sua interpretazione ha comunque mantenuto i tratti del caratterista, naturalmente il suo marchio di fabbrica».

Chiudiamo con una considerazione sul museo che Arienzo gli ha dedicato.

«Era inevitabile omaggiare un grande attore come Furia. Tra l’altro molti non lo conoscevano e non mi riferisco soltanto ai più giovani ma anche ad esempio a tanti quarantenni e cinquantenni. Aver allestito un museo nel paese in cui è nato, anche se per casualità visto che ha sempre vissuto tra Napoli e Roma, è stata anche una opportunità per Arienzo di rivendicarne l’appartenenza, considerato il suo grande prestigio ed il suo attaccamento al paese natale. L’iniziativa che fa parte del progetto “Terra’nnaMurata”, voluta dall’amministrazione comunale capitanata dal sindaco Davide Guida, mi ha offerto anche l’opportunità di guidare per quattro giorni le visite al museo in cui spiegavo ai visitatori i cimeli, le foto e gli oggetti esposti donati dal figlio Filippo».

IL RICORDO

Filippo Furia ricorda suo padre

Parlare esclusivamente della carriera di Giacomo Furia e della sua importanza a livello cinematografico e teatrale potrebbe essere riduttivo, per certi versi banale, poco interessante. Non c’è cosa più bella di scoprire come un personaggio sia al di fuori del palcoscenico, per raccontarne gli aneddoti, le storie più curiose e conoscerne qualche lato inaspettato. Chi meglio di Filippo Furia, figlio di Giacomo, che ha curato la postfazione del libro di Francesca Crisci, può aiutare in questa splendida avventura.

Suo padre è stato un personaggio importante a livello teatrale e cinematografico. Anche lei ha coltivato questa sua passione oppure si è dedicato ad altro?

«No, il sacro fuoco non ardeva dentro di me anche se tutta la mia infanzia e gran parte dell’adolescenza è stata vissuta ascoltando storie di teatro, di persone e personaggi, di progetti riferiti alla prossima stagione. Da giovanissimo cercavo di seguire con curiosità ma senza mai sentirmi coinvolto appieno, di quel mondo brillante per i più io stavo cominciando a conoscere la faccia nascosta che emergeva con forza al di là delle chiacchiere. Ed era un mondo che facevo fatica ad accettare per le sue difficoltà, per i sacrifici che sembrava richiedere, in fondo per la sua normalità. Oggi riesaminando le mie scelte, mi chiedo se alla fine pure il serioso o serissimo mondo del credito, dove ho operato per tutta la mia vita lavorativa, non possa o non debba essere considerato alla stregua di un grande palcoscenico sulle cui tavole ogni attore alla fine cerca solo una cosa: l’applauso del suo pubblico».

Tra pubblico e privato la figura di suo padre rimaneva sempre la stessa oppure c’era qualcosa di diverso?

«Non credo sia mai esistito un Giacomo Furia pubblico in contrapposizione ad uno privato. In ogni ambito lui si manifestava sempre per come era, una persona semplice e normale, al limite timido e schivo, ma sempre fermo e tenacemente ancorato ai valori che gli erano stati trasmessi da una educazione familiare tradizionale, da una mamma matriarca e da un padre idealista e, lui sì, attore in pectore. Ma il dato che a mio giudizio meglio caratterizza mio padre è il suo essere sempre estremamente rigoroso fino a diventare in alcuni casi quasi rigido, e qui è proprio il figlio che parla, che però non sconfinava mai nella prevaricazione».

Come viveva lei dall’esterno il rapporto professionale che Giacomo Furia aveva con personaggi illustri come Eduardo, Peppino e Totò?

«Consideravo queste persone attori famosi certo ma li sentivo e li vivevo maggiormente come persone. Non ho memoria di episodi particolari legati alla mia crescita derivante dalla frequentazione di questa gente famosa se non forse uno che è rimasto inciso dentro di me e credo che sia facilmente comprensibile il perché. Durante la lavorazione de “L’oro di Napoli” alla Mostra d’Oltremare papà mi portò sul set e con un bacio feci la conoscenza di… Sophia Loren».

Che emozione ha provato quando ha avuto tra le mani il libro dedicato a suo padre?

«Inutile negare che sia stato un momento di grossa emozione. Subito mi balenò una domanda: cosa avrebbe pensato lui! Certamente sarebbe arrossito, certamente avrebbe pronunciato centinaia di volte la parola grazie, avrebbe forse anche ceduto a qualche lacrimuccia perché il suo pensiero sarebbe andato alla moglie, alla sua compagna di vita cui forse avrebbe sussurrato: “Ci sei anche tu in queste pagine, ci sono i nostri sacrifici in qualche modo oggi ripagati”. Ritrovato anche io l’equilibrio, ho pensato che quello forse era il modo più bello per dare significato e valore alla sua carriera, quasi a compensare la mancanza nel suo palmarès di qualsiasi titolo o premio, vuoto cui faceva ora da supplenza l’affetto prima di Napoli e poi della sua città natale che si stringevano nel suo ricordo tributandogli l’onore più grande con il ricordo e la memoria».

È gratificante vedere una giovane studentessa che ha scelto a suo tempo di elaborare una tesi di laurea sulla figura di suo padre ed interessarsi a qualcosa che oggi praticamente non esiste più?

«Francesca merita grande affetto, quell’affetto che è riuscito a trasfondere nelle sue pagine nei confronti di mio padre, nei confronti della sua martoriata terra nel tentativo di creare un ideale passaggio di testimone tra generazioni utilizzando come strumento quello che ai più appare solo come un momento ludico. Ho sempre pensato che tra un frizzo e un lazzo in quei film si scrivesse un pezzetto della nostra storia, una raccolta di fotogrammi sul come eravamo o forse meglio sul come erano i nostri padri. Io credo che Francesca sia stata mossa da una grande curiosità, da un orgoglioso senso di appartenenza e nelle pagine che scorrono veloci ciascuno può ritrovare un frammento di vita con la leggerezza di un sorriso».

Non c’è modo migliore per mantenere vivo il ricordo di un personaggio che dedicargli un museo…

«Qui è più che dovuto il grazie alla città di Arienzo, alla sua gente, alle sue istituzioni, al sindaco Guida che tanto si è adoperato per la realizzazione di quella che sembrava un’utopia. L’augurio che mi sento di formulare è che tale iniziativa rimanga sempre viva e attiva, che adempia al suo mandato di trasmettere chi eravamo coinvolgendo sempre e soprattutto i giovani, ampliando l’offerta formativa, coinvolgendoli nell’approfondimento curioso del loro mondo. Tutto è iniziato con il piede giusto e ancora da parte mia un ringraziamento all’istituto d’arte di Maddaloni, che si è a suo tempo inserito splendidamente nel progetto dedicando una mostra a papà autoprodotta dagli studenti. A loro Cardone avrebbe detto…»

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

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Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Il difficile inizio del polacco e il ritorno in Italia al neopromosso Benevento grazie ad un’intuizione del ds. Pasquale Foggia

di Lorenzo Gaudiano

Dietro ad un uomo che su un terreno di gioco insegue e dà un calcio al pallone c’è sempre una storia. Anche il difensore polacco Kamil Glik, pronto per una nuova avventura in Serie A con il Benevento neopromosso a distanza di quattro anni dall’ultima presenza con la maglia del Torino, ne ha una.
Per raccontarla, bisogna tornare al febbraio 1988. In Germania c’era ancora il Muro di Berlino abbattuto un anno dopo, in Polonia invece il regime comunista. La Seconda Guerra Mondiale era ormai lontana e il dominio nazista soltanto un bruttissimo ricordo, anche se in giro per l’Europa Orientale qualche influenza culturale nel corso degli anni purtroppo era sopravvissuta. Jacek e Grazyna Glik diedero alla luce Kamil in un paesino della Slesia, Jastrzębie-Zdrój, di quasi centomila abitanti. Il nome tradotto significa “Terme dei falchi”. Infatti verso la fine degli anni cinquanta dell’Ottocento furono scoperte delle sorgenti termali che resero il luogo famoso in tutta Europa. La rinomanza oggi è venuta meno ma a mandare avanti l’economia del paese ci hanno sempre pensato i giacimenti di carbone. In un quartiere di case popolari che si chiama Osiedle Przyjaźń, in italiano “complesso Amicizia”, ci sono 22 edifici e 532 appartamenti costruiti tra gli anni sessanta ed ottanta. Uno di questi è la casa della famiglia Glik, dove il futuro calciatore ha mosso i primi passi e ha cominciato ad appassionarsi al gioco del calcio, prima con il pallone tra i piedi e in seguito il telecomando tra le mani seduto sul divano.
In realtà sarebbe potuta anche non cominciare mai la carriera calcistica del polacco. Ad un anno e mezzo sepsi e meningite hanno messo seriamente in pericolo la sua vita. Poche speranze da parte dei medici, la sofferenza, la paura di una famiglia intera e una storia destinata alla conclusione ancor prima di iniziare.
Il destino però ha fatto sentire la sua voce. Il piccolo Glik fortunatamente guarì e in tenera età già diede dimostrazione di quella forza che in campo oggi costituisce una delle sue principali qualità.

Il padre e il Bayern nel cuore

Col passare degli anni la passione per il calcio cresce sempre di più, la sua squadra preferita è il Bayern Monaco. Kamil infatti ha la doppia cittadinanza perché il nonno nacque in Alta Slesia quando questa faceva ancora parte della nazione tedesca. Il padre lavorava in Germania e al suo ritorno per il bambino c’era sempre un regalino: la maggior parte delle volte gadget oppure magliette del club bavarese. Nonostante questo, il suo senso di appartenenza alla Polonia è fortissimo e non è stato mai in discussione. Così come il rapporto con suo padre, che purtroppo ha sempre avuto seri problemi di alcolismo. Un giorno infatti portò Kamil con sé a pescare. Naturalmente il bottino fu cospicuo non soltanto per la pazienza e la grande perizia tecnica ma soprattutto grazie ad un piccolo aiutino. Nel mezzo del lago dove una mattina si erano recati il padre Jacek fece esplodere della dinamite rubata dalla miniera in cui lavorava. Tutti i pesci salirono a galla, la pesca fu facile ma il pescato non arrivò a casa, perché fu venduto in cambio di soldi spesi a loro volta per ubriacarsi.
Lezioni di vita no di certo, ma momenti indimenticabili che hanno insegnato sicuramente qualcosa al giovane Glik.

Andata in Europa, ritorno in Polonia

La famiglia Glik iscrisse in piena infanzia il figlio ad una scuola calcio locale, il MOSiR Jastrzębie Zdrój. A quattordici anni il passaggio al WSP Wodzisław Śląski a pochi chilometri da casa, a diciassette il prestito al Silesia Lubomia, sempre in Slesia. Un anno dopo Kamil si trasferì in Spagna, all’Horadada, squadra della comunità Valenciana militante nel quarto campionato spagnolo. Sicuramente non il più blasonato dei palcoscenici, che gli ha offerto però l’opportunità di approdare al Real Madrid C, seconda squadra giovanile delle “merengues” da qualche anno soppressa. Un ambiente sicuramente formativo, dove mettersi in evidenza è molto complicato. La caparbietà per tenere duro al polacco non è mai mancata ma nonostante ciò non è molto contento. La tentazione di ritornare in patria, di avvicinarsi alla propria famiglia, di intraprendere una avventura sicuramente più avvincente è forte. Così come se ne è andato, torna in Polonia, al Piast Gliwice. Il padre però muore per un infarto a 42 anni, Glik è distrutto. Il calcio lo ha aiutato a superare il momento peggiore della sua vita, a continuare il suo percorso di crescita. Dopo due anni Kamil riuscì ad affermarsi come difensore solido e grintoso, diventando il primo calciatore di quel club ad indossare la maglia della nazionale.

Maestro Ventura

Così si aprirono le porte di un altro paese per Glik: l’Italia. La sensazione allora era che il viaggio sarebbe stato diverso rispetto a quello in terra spagnola di qualche anno prima. Esordio in Europa League e nessuna presenza in Serie A, forse un altro buco nell’acqua. L’anno successivo il prestito al Bari e la fiducia di Gian Piero Ventura, allora allenatore dei pugliesi, lo hanno aiutato finalmente ad emergere. Il mister non esitò a portarlo con sé al Torino dove il polacco con il passare delle stagioni è diventato anche capitano. Cinque anni dopo l’addio al campionato che lo ha consacrato, destinazione Monaco, con cui è arrivato anche l’esordio in Champions League.

Un’unione di ritorni

Il Benevento che torna in massima serie a due anni di distanza dalla prima storica partecipazione, Kamil Glik che ritorna a giocare nel campionato italiano. Un’unione di ritorni, per scrivere una nuova storia che si spera possa essere bella per entrambi. La squadra giallorossa aveva bisogno di un difensore d’esperienza, il polacco di una nuova sfida e soprattutto di una piazza che con i suoi incantesimi saprà senza dubbio dargli tanto amore, infondergli immenso calore, chissà forse più del capoluogo piemontese.
In campo è un duro: un custode difficile da superare in difesa; un grande pericolo in attacco con la sua fisicità e la sua abilità nel colpo di testa. Qualche anno fa ha dichiarato che al termine del carriera calcistica gli piacerebbe mettersi alla prova negli sport di combattimento. Glik ha ancora 32 anni, in Italia con la moglie Marta e le due figlie si è trovato sempre bene e tutti si augurano che quel momento sia ancora ancora molto lontano. Dalla sua storia e dal suo valore sul terreno di gioco, quasi sicuramente lo è.

Parola a Glik

“Sono veramente contento di essere qui. Ho già avuto modo di passeggiare per la città: è piccola e calorosa. Si percepisce chiaramente l’amore che i tifosi provano per questa squadra. Speriamo che possano tornare al più presto allo stadio perché saranno per noi un valore aggiunto”

“In campo devi dare tutto, giocare duro e leale. Insomma, non devi stare lì a fare il figo ma lottare”

pubblicato su Napoli n.29 del 30 agosto 2020