La cultura è un motore per la nostra società

La cultura è un motore per la nostra società

Antonio Parlati con Francesco Pinto

IN PRIMO PIANO

La cultura è un motore per la nostra società

Il Direttore del Centro produzione Rai di Napoli Antonio Parlati si racconta e parla del suo lavoro al Salone del Libro

di Giovanni Gaudiano

Il napoletano è oramai lingua da qualche tempo, ma a differenza dell’unità italiana non c’è stato bisogno di attendere per creare i napoletani. Quelli vengono da prima, da sempre. Quelli li riconosci da lontano e non per le classiche caratteristiche negative che qualcuno ha voluto subdolamente evidenziare, ma al contrario per tutto quanto di positivo fa parte dell’essere napoletano. Fantasia, inventiva, capacità di arrangiarsi, apertura mentale al nuovo, al diverso, voglia di imporsi, di scalare le posizioni e poi la bonarietà, il sorriso, la simpatia e quella determinante capacità di sapersi non prendere troppo sul serio. Il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati è un napoletano, per fortuna, e basta parlargli ed ascoltarlo per capire come è la maggior parte dei napoletani che grazie alla proprie capacità e caratteristiche ce l’hanno fatta. Chiacchierare con Antonio Parlati è semplice, significa trascorrere il tempo piacevolmente e poi man mano ti rendi conto che come tutti i napoletani che si rispettino è lì davanti a te con il cuore in una mano e la tazzina di caffè pronta nell’altra.

Lei è nato a Napoli nel 1958. Quali sono i ricordi legati alla sua gioventù, al suo quartiere?

«Sono cresciuto a Santa Lucia dove vivo anche adesso e mi considero un luciano a tutti gli effetti. Se debbo parlare di quando ero ragazzo, mi ricordo come il mio quartiere fosse considerato quello del contrabbando, quello degli inseguimenti a mare, proprio davanti alla costa, da parte della Guardia di Finanza che cercava di fermare quei velocissimi e famosi motoscafi blu. Sembrava per noi ragazzini di assistere ad un film dal vivo. Poi la mia gioventù è stata condita da tante partite di pallone tra ragazzi, una passione che mi è rimasta; e poi c’erano le comitive, quelle formate da un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, che al sabato pomeriggio si riunivano per stare insieme, per andare in giro, per conoscersi».

Come ed in cosa è cambiata la nostra città dagli anni della sua gioventù?

«Parto sempre dal presupposto che con l’età si acquisisca una percezione del mondo che ti circonda completamente diversa. Passando dalla gioventù alla maturità cambia il modo di rapportarsi al posto in cui vivi. Nel tempo acquisisci il concetto del pericolo. Se ripenso alla mia gioventù, ricordo che se a mezzanotte un amico ti diceva andiamo a Roma a prenderci una birra lo si faceva senza pensare se ne valesse la pena, per stare con gli amici si restava nel traffico anche per diverse ore».

E Santa Lucia come è cambiata?

«Santa Lucia, che a me piace molto, a partire dalla sua posizione invidiabile non è mai diventato un quartiere commerciale. Nonostante questo è cambiato molto, resta un punto di riferimento perché si trova al centro della città. Volendo, puoi andare a piedi ovunque senza dover partire dai quartieri periferici per trascorrere una serata nella nostra splendida Napoli. Penso che tutta la zona andrebbe valorizzata molto di più. Il progetto di pedonalizzazione che avrebbe dovuto coinvolgerla del tutto si è fermato e ritengo sia stata un’occasione persa».

Perché decise di andare in Brasile? Che tipo di scelta poteva essere raggiungere un paese tanto lontano e tanto diverso?

«Lo feci per seguire un carissimo amico dell’università che ci si trasferì perché aveva uno zio che viveva in quel paese. Ero attirato dal fatto di andare a vivere in un posto straniero tanto lontano, poi ci andai prima con un mio zio e ne rimasi folgorato e la mia decisione si rafforzò. Mio padre fu d’accordo ma mi lasciò la possibilità di ritornare se mi fossi ricreduto. Quando mi sono trasferito, le cose in Brasile cambiarono e mi resi conto dopo un po’ che sarebbe stato meglio tornare nonostante ad appena 22 anni vivessi ad Ipanema con la massima libertà. Fu dura tornare indietro».

A proposito del Brasile, che squadra seguiva?

«La Fluminense che aveva la maglia con i colori della nostra bandiera e che aveva un’accesa rivalità con il Flamengo, squadra più titolata e forte ma che non raccoglieva molte simpatie».

Aveva solo cinque anni il 7 marzo del 1963 quando Amintore Fanfani inaugurava il Centro di Produzione Rai in via Marconi a Fuorigrotta. Conosceva questo edificio così all’avanguardia a partire dalla sua architettura per quei tempi?

«No. Non conoscevo la struttura. Vivevo dall’altra parte della città. Certo attorno al Centro di Produzione della Rai nacque in quegli anni un polo, una zona intera e nuova del quartiere Fuorigrotta. Era un’epoca dove si parlava di meno e forse si faceva di più».

Dopo pochi mesi nel suo nuovo incarico ha parlato di un possibile e forse necessario refreshing della struttura. Si riferiva alla struttura portante o a quella che vi lavora?

«La struttura portante ne ha bisogno. Ha una sua bellezza inalterata negli anni che va conservata ed è un impegno non facile da mantenere. C’è d’altronde grande rispetto per questa meraviglia per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare, perché chi l’ha progettata ha avuto una grande lungimiranza. C’è una coerenza funzionale nella sua struttura e quindi è giusto pensare di tenerla sempre al meglio. D’altra parte è giusto ricordare che si tratta dell’unico Centro di Produzione Rai che abbia al suo interno un Auditorium».

Si può dire che lei sia uno che ce l’ha fatta. Che suggerimento darebbe ad un giovane che oggi pensa di trovare il suo posto nel mondo del lavoro?

«Non è facile. Gli direi probabilmente di non spaventarsi ed accettare qualunque sfida la vita ti proponga e soprattutto di insistere se un tentativo dovesse andare male».

Veniamo a NapoliCittàLibro. Qual è stato il primo pensiero che da socio fondatore le è passato per la testa quando ha saputo che il salone si sarebbe tenuto?

«C’era il desiderio e la voglia di ricominciare, anche se la situazione complicata nella quale ci si è trovati imponeva altre priorità. E devo ammettere che tutto sembrava remare contro al punto che abbiamo anche pensato di mollare, ma in virtù di quanto dicevo prima abbiamo resistito, abbiamo guardato avanti grazie anche alla verve da trascinatore di Diego Guida, ci siamo fatti coraggio a vicenda pensando che ce l’avremmo fatta. Ritengo che la cultura sia un vero motore per la società ed è anche un’occasione di grande arricchimento personale e quindi l’impegno a ripartire era dovuto».

Come seguirà NapoliCittàLibro la Rai?

«Rai Cultura seguirà certamente l’evento, visto che tra l’altro con il nostro Centro di Produzione c’è una proficua collaborazione. Per quanto riguarda l’impegno più specifico, quello quotidiano e di approfondimento, gli organizzatori del Salone sono in contatto per riuscire ad ottenere la migliore copertura possibile, tenuto conto che la questione pandemica non è ancora risolta. C’è comunque attorno al Salone un grande interesse anche perché sarà la prima manifestazione di questo genere che riaprirà i battenti».

Lei è anche presidente della Sezione Industria Culturale e Creativa dell’Unione Industriali di Napoli. Qual è l’impegno che bisogna profondere per rilanciare un comparto tanto vitale per la nostra città?

«Sento sempre parlare che sarebbe necessario fare rete, stare insieme e condividere gli obiettivi, poi alla fine, e non so se al Meridione la cosa è più accentuata, ognuno va per la sua strada. Non so quale sia il motivo principale che porta a questo stato di cose ma oggettivamente il problema dello stare insieme e della condivisione esiste. A parole sembriamo imbattibili ma nella realtà i problemi sono davvero tanti. Ritengo che questo stato di cose non aiuti nessuno e che certi gap che abbiamo con altre zone del Paese possano essere annullati solo con un maggiore e convinto sforzo collettivo».

Quanto mancherà la presenza di Luis Sepùlveda, anche se la manifestazione resta dedicata a lui, portato via proprio dal Covid?

«Mancherà tantissimo. La notizia ci ha colto impreparati anche dal punto di vista emotivo. Ci resterà la sua umanità, la sua sensibilità oltre che la profondità del grande scrittore-poeta. Certo sarebbe stato bello averlo qui tra di noi dal vivo, ascoltare la sua voce. Sarebbe stata un’occasione di arricchimento del patrimonio personale per ognuno di noi, ma purtroppo non sarà così».

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

L’INTERVISTA

“Capisco la mancanza di cultura ma l’insensibilità è imperdonabile”

Dialogo con Ruggero Cappuccio, direttore del Campania Teatro Festival, che parla della poca considerazione del mondo della cultura nel nostro Paese

di Giovanni Gaudiano

Il Campania Teatro Festival 2021 è inziato. Dopo l’anteprima di marzo con il maestro Muti e l’Orchestra Cherubini al Mercadante da sabato 12 giugno il sipario si è alzato su questa manifestazione che nelle dieci sezioni previste, nelle 25 location impegnate, arriverà a proporre 159 eventi in un mese con 70 debutti assoluti di cui tre nazionali. Un concentrato di spettacoli di grande qualità dove ognuno ha potuto e sta continuando a scegliere quello che preferisce.
Ne parliamo con il direttore, di quello che da quest’edizione è diventato il Campania Teatro Festival, Ruggero Cappuccio con il quale oltre a parlare della manifestazione la chiacchierata è scivolata sulla situazione generale che tocca il mondo dello spettacolo. Ed abbiamo accolto, condividendola, la questione culturale che lo stesso Cappuccio con le sue parole ha posto al centro della vita di tutti i giorni, trattandola come un nodo fondamentale per il futuro del nostro Paese.
L’attore, regista e scrittore ha voluto sottolineare come spesso venga sottovalutato il valore della cultura e come la genesi di un tale atteggiamento sia da ricercare partendo sin dalla base. Non c’è dubbio che in Europa il paese che potrebbe trarre maggior giovamento da una vera politica culturale è proprio il nostro ma il problema nasce proprio dalla scarsa generale preparazione, dalla poca sensibilità e conoscenza di tale valore presente nella classe dirigente, formatasi con il miraggio del raggiungimento di una posizione sociale di vantaggio tout court non accompagnata dalla necessaria lucida visione del futuro che proprio il nostro grande passato consentirebbe.

La prima domanda che abbiamo rivolto a Ruggero Cappuccio riguarda la ricaduta sui lavoratori dello spettacolo della pandemia e la possibilità che quest’edizione del festival possa diventare una sorta di spartiacque per una riapertura che a questo punto appare possibile…

«Si è riaperta una speranza. Il Covid ha evidenziato i problemi, le criticità su molti fronti ed in particolare nel settore dei lavoratori dello spettacolo. Viviamo in un paese nel quale occorrerebbe oggettivamente una legge tendente a sanare le posizioni approssimative che gravano sulla testa dei lavoratori dello spettacolo. Questo stato di cose è alimentato dalla considerazione che l’artista sia tendenzialmente un intrattenitore o un perditempo. In altre nazioni dove l’investimento sulla cultura è molto forte e penso alla Francia, all’Austria, alla Germania le cose funzionano in un modo molto diverso. Naturalmente non è solo un problema di leggi».

Da dove nasce questo stato di cose?

«Una qualunque legge discende dalla condizione culturale del paese che la emana. Se analizziamo la nostra situazione scopriamo come in Germania ad esempio un tedesco legga in media 70 libri in un anno contro i 7 di un italiano. Questo dato nel tempo influisce sulla formazione delle classi dirigenti che al di là delle Alpi risentono positivamente non soltanto della cultura tecnica universitaria nel campo economico-finanziario necessaria per guidare un paese. A quella preparazione specifica s’accompagna il senso del valore riconosciuto a tutto il patrimonio culturale che è stato possibile comprendere proprio in virtù di una maggiore cultura di base».

A questo punto quindi non è solo una questione di volontà?

«Noi siamo a secco di condizione culturale perché quando intercettiamo i nostri politici in televisione, sui giornali, almeno di rarissime eccezioni, noi non sentiamo nessuna condizione culturale in queste persone. Non citano mai un libro che hanno letto, non citano mai un filosofo o un musicista. Non citano niente. Sono dei pallidi amministratori di condominio che si limitano a fare i conti. A pensarci l’Italia sembra una gigantesca asta dove ci sono gli offerenti e i sofferenti. Il ministro Franceschini volenterosamente sta cercando di risolvere questi problemi, questo gli va riconosciuto, ma quello dei lavoratori dello spettacolo non è di questo o quel ministro perché riguarda l’intero governo. All’estero ci vedono come il paese di Venezia, Firenze, Roma, Napoli, di Leonardo, di Michelangelo, mica come il paese dell’industria siderurgica. A dispetto però di quest’enorme patrimonio noi dimostriamo di non essere in grado di curarlo e di proteggerlo. Siamo afflitti da una sindrome autodistruttiva».

Si tratta di un’analisi degna di approfondimento e lo faremo. Passiamo al programma di quest’edizione del festival, la quinta che la vede direttore. Quanto è stato difficile organizzarla?

«Vorrei ricordare innanzitutto che il Campania Teatro Festival mette in campo 1500 lavoratori, all’interno della manifestazione c’è il progetto “Il sogno reale” dedicato al pensiero culturale dei Borbone di Napoli e tutto questo determina crescita culturale e semplicemente lavoro. Certo è stato difficilissimo perché, come un po’ in tutti i settori, le cose semplici sono state gravate da immense e macchinose complicazioni. All’impegno però si è aggiunto un grandissimo entusiasmo da parte di tutti a partire dagli artisti per il desiderio di ritornare ad agire».

Perché si è pensato di trasformare il nome da Napoli Teatro Festival a Campania Teatro Festival?

«Da quando ho assunto la direzione il Festival ha lavorato molto su Napoli ma anche nel resto della Campania, in piccoli e medi villaggi. Penso a Pietrelcina, a Montesarchio, ad Amalfi, a Solofra, a Santa Maria Capua Vetere ed ovviamente anche alle città come Salerno e Caserta. L’idea è sempre stata quella di lavorare molto nei piccoli centri e questa tendenza la svilupperemo ancora di più l’anno prossimo. Il tema è creare un’interrelazione tra i piccoli borghi e la grande capitale Napoli. Questo perché nei piccoli borghi solo la cultura può contrastare il fenomeno sanguinoso che si sta verificando negli ultimi tempi con lo spopolamento. A questo aggiungerei anche che il Festival è proposto dalla Fondazione Campania dei Festival che sin dall’inizio ha manifestato la volontà di accendere più fuochi in Campania che fossero altrettanti festival. Cambiare la denominazione al festival è anche una sfida: quella di mettere al centro l’intera regione per portarla all’attenzione di tutti».

Vorrei soffermarmi sulla quarta edizione del Pompeii Theatrum Mundi. Tre rappresentazioni al debutto. Ad aprire sarà il suo “Resurrexit Cassandra” con Sonia Bergamasco per la regia di Jan Fabre che sarà di scena fino ad oggi. Una tragedia moderna con protagonista un personaggio della mitologia greca che affonda le sue radici nell’autolesionismo a cui la razza umana sembra non poter rinunziare. Può essere questa la chiave di lettura di questa rappresentazione?

«Cassandra è un personaggio che si è reincarnato molte volte nell’arco della storia. Ha conosciuto tutte le declinazioni del personaggio femminile, dall’aristocratica alla prostituta, da una deportata in un campo di concentramento ad una donna violata. In ogni momento è stata anche una donna inascoltata e torna a fare quest’ultima arringa all’umanità sperando che venga accolta per salvare le sorti della razza umana e del pianeta, dispensandola così dalla necessità di doversi reincarnare ancora. Per milioni di anni il pianeta ha fatto a meno degli esseri umani e potrebbe ritornare in quella condizione se non s’interverrà. Tornando sul discorso dei politici, che si aggancia a “Resurrexit Cassandra”, aggiungo che posso capire l’ignoranza, la mancanza di cultura ma non l’insensibilità. Ho conosciuto persone incolte ma dalla grande sensibilità e quindi ritengo che la mancanza di questo sentimento sia imperdonabile».

Concludiamo parlando di Ruggero Cappuccio in libreria. Perché ha pensato di presentare una nuova versione de “La notte dei due silenzi” che fu finalista allo Strega nel 2008? A cos’altro sta lavorando?

«Ci sono dei libri che sono popolati da personaggi che non muoiono con la pubblicazione ma che continuano a lavorare nelle mente dello scrittore e che reclamano ancora un diritto di parola. È successo questo: che i fantasmi che partecipano alla stesura di un libro non hanno mai smesso di abitare casa mia e hanno reclamato perché avevano ancora qualcosa da dire. Poi Feltrinelli ci teneva a raccogliere tutti i miei romanzi presso di sé e “La notte dei due silenzi” era l’unico fuori dalla piattaforma. C’è poi un nuovo romanzo edito sempre da Feltrinelli che sarà in libreria a settembre. Inoltre con Claudio Di Palma abbiamo girato un film prodotto dallo Stabile di Napoli in un castello del Cilento che doveva essere uno spettacolo teatrale, “Il sorriso di San Giovanni”, che sarà pronto verso ottobre e che verrà anche proposto a Rai Cultura».

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021

Luciano Spalletti: l’uomo nuovo

Luciano Spalletti: l’uomo nuovo

COPERTINA

Luciano Spalletti: l’uomo nuovo

Quale sarà la rosa che il presidente affiderà a Spalletti? Ascolterà De Laurentiis le richieste tecniche del nuovo allenatore?

di Giovanni Gaudiano

L’immagine scelta per questa pagina che vede Luciano Spalletti correre a braccia aperte non è occasionale. Il tecnico si trova nella foto proprio allo stadio di Fuorigrotta che in quel momento si chiamava San Paolo.
È una corsa lunga iniziata anni fa, che alla fine ha trovato il suo punto d’arrivo proprio sulla panchina azzurra.
Lo stadio ora si chiama Diego Armando Maradona per ricordare il grande Diego che probabilmente sarebbe andato d’accordo con Spalletti, che sarà il terzo allenatore dell’era De Laurentiis a provenire dalla Toscana dopo Mazzarri e Sarri.
La notizia non è stata accolta con l’abituale calore da parte dei tifosi azzurri. Qualcuno si era convinto che sarebbe arrivato Allegri, altri pensavano al grande ritorno del figliuol prodigo Maurizio Sarri e c’era anche chi aveva pensato che si sarebbe di nuovo parlato straniero.
Spalletti è necessario chiarirlo subito ha l’esperienza, la capacità, la conoscenza del mondo del calcio e, secondo chi lo conosce bene, anche l’autorevolezza per governare l’imbarcazione azzurra.
Una recente fiction non gli ha fatto una bella pubblicità ma ha anche diviso la stessa tifoseria romanista che, pur rimanendo fedele al suo capitano, è stata costretta ad ammettere che la verità si trovava nel mezzo.
Ora per Napoli tutto questo è poco influente. La cosa più importante riguarda il programma che la società intende portare avanti con il nuovo tecnico. La prima valutazione che bisognerà fare, quando partirà questa sorta di nuovo ciclo, sarà riservata esclusivamente a come la società si sarà mossa.
Quale sarà la rosa che il presidente affiderà a Spalletti? Quale l’obiettivo della prima stagione? Ascolterà De Laurentiis le richieste tecniche del nuovo allenatore? Comprenderà per una volta che è necessario farlo?
Poi quando queste cose saranno chiare si potrà iniziare a valutare il lavoro che Spalletti sicuramente è in condizione di portare avanti.
Le ultime due stagioni azzurre sono state caratterizzate da comportamenti che mal si sposano con i risultati. L’augurio è che con l’uomo nuovo si volti davvero pagina iniziando un percorso virtuoso, lontano dalle solite voci di corridoio, lontanissimo da quelle provenienti dal pubblico e dall’informazione, vicinissimo invece alle sue scelte ed al suo lavoro. Va detto oggi: Spalletti è all’altezza del compito. Ora il messaggio nella bottiglia è stato lasciato ai flutti, speriamo che a raccoglierlo sia il quasi naufrago Aurelio e nessun altro.

pubblicato su Napoli n. 40 del 5 giugno 2021

Napoli da sempre una capitale nel mondo

Napoli da sempre una capitale nel mondo

FRAMMENTI D’AZZURRO

Napoli da sempre una capitale nel mondo

L’anniversario dell’Università, i Borbone e poi il teatro, il libro e Luciano da Certaldo per un mese ricco di eventi

di Giovanni Gaudiano

La vitalità dei napoletani è diventata nel tempo proverbiale e il momento particolare che stiamo vivendo lo ha puntualmente confermato.
L’anniversario dell’Università, il Maggio dei Monumenti, il Campania Teatro Festival e poi il Salone del Libro a Palazzo Reale sono la punta di una piramide piena di avvenimenti, iniziative e soprattutto ripartenze.
Per sottolineare il peso della nostra città va detto che se Federico II, pur non essendo Napoli la capitale del Regno, pensò che fosse la città più adatta e più attrezzata per ospitare il progetto della grande Università e se i Borbone poi la eressero a capitale regalandole tutti i primati che più si tenta di nascondere più tornano in evidenza, qualche motivazione di sicuro ci sarà stata.
Per questo non si capisce tanto perché il Napoli Teatro Festival sia diventato Campania…, non si comprende perché la presentazione del Salone del Libro, che per fortuna si chiama ancora NapoliCittàLibro, non venga gestita direttamente dai suoi organizzatori e l’elenco delle cose poco comprensibili potrebbe proseguire.
Certo ci sono le motivazioni/giustificazioni a supporto di queste scelte ma forse sarebbe meglio ricordare che la Campania, quella Felix, è un baluardo imperituro nel tempo, ma che il suo gonfalone è Napoli.

Non ce ne voglia nessuno. Napoli è da sempre naturalmente una capitale, un punto di riferimento nel mondo. Se in un atollo sperduto delle isole Hawaii nomini la nostra città i nativi, come si usa chiamarli oggi, la conoscono.
Archiviate queste brevi considerazioni che non hanno nulla di polemico ma che sono invece delle semplici constatazioni, passiamo a parlare di calcio e della squadra di questa città che guarda caso si chiama Napoli e basta, non Internazionale o Juventus. Ecco il calcio forse ci aiuta a comprendere. La città ha respinto nel tempo tutti i tentativi di utilizzare altre denominazioni, penso alle più note come l’Internapoli ed il Campania, guarda caso, sparite ed inghiottite dall’oblio.
Il compito che attende Luciano Spalletti, tornando al calcio quello di campo, deve necessariamente partire da questo particolare sentimento che i napoletani provano per la loro città e per quella che definiscono la nostra squadra. Possiamo aiutarlo, provvedendo a prenotargli una visita all’Università, ai tantissimi siti borbonici, accompagnandolo con piacere qualche sera a teatro, regalandogli un buon libro preso direttamente al Salone di Palazzo Reale. Sappiamo che lui è un allenatore colto, d’altra parte è un toscano, che saprà apprezzare la nostra lingua ed il nostro modo di fare. Noi ci aspettiamo da lui che riporti la barra al centro, sistemando lo spogliatoio per produrre i risultati che sono mancati ad una rosa che era all’altezza ma che non ha saputo coglierli.

pubblicato su Napoli n. 41 del 26 giugno 2021

Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

STORIE DI CALCIO

Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

Il figlio di Ferruccio Valcareggi, unico ct ad aver vinto con la Nazionale un Europeo di calcio, parla di suo padre e del calcio

di Giovanni Gaudiano

Il 1968 non passò inosservato da nessun punto di vista. Nel mondo come in Italia molti avvenimenti ne segnarono la storia.
Le lotte studentesche, lo sciopero generale, la primavera di Praga e la successiva repressione da parte dell’URSS, il terremoto nel Belice e la strage di Avola. Scomparve in quell’anno anche l’eroe dello spazio, il russo Gagarin. Se ne andò anche Padre Pio e pochi giorni dopo due atleti americani alle Olimpiadi messicane protestarono silenziosamente sul podio per portare all’attenzione il problema della discriminazione razziale.
Tra le cose più liete Vito Pallavicino e Paolo Conte in maggio anticiparono un tema offrendo a Celentano una canzone che sarebbe diventata una previsione per l’incipiente estate italiana: Azzurro.
Quell’anno, infatti, in giugno si sarebbero giocate in Italia le fasi finali della terza edizione dell’Europeo di calcio. La Nazionale ci arrivava dopo la disfatta di Middlesbrough del 1966. Era toccato ad un nuovo ct tentare di ricostruire la squadra azzurra per cercare di dimenticare quell’incredibile risultato.
Era un signore distinto, dal bell’aspetto, quello che a cui era stata affidata la Nazionale. Era stato un buon giocatore ed aveva già maturato anche una buona esperienza da allenatore, il suo nome era Ferruccio Valcareggi.
Zio Uccio, come poi lo si sarebbe soprannominato, era un triestino roccioso, serio, autorevole che entrò nelle case degli appassionati, grazie alla tv, dalla porta principale. Aveva poi una seconda patria Valcareggi, la Toscana, quella della sua Fiorentina, della sua famiglia. Ed è qui che entra in gioco il figlio Furio.
Il calcio nel cuore e nella testa, la parlata toscana come biglietto da visita e la passione per la viola che dura da una vita. Con lui, altrimenti con chi, si dialoga di papà Ferruccio, di una grande squadra campione d’Europa ricostruita in poco tempo, capace di illuminare quell’estate italiana.

Furio lei è nato subito dopo la guerra. Cosa rappresentava il calcio per un ragazzo negli anni ‘50?

«Il calcio è stato la mia passione assoluta. Ho sempre pensato sin da piccolo a giocare e il mio babbo voleva che pensassi più alla scuola ma con me ha vinto il calcio e perso la scuola. Certo le cose erano molto diverse da oggi. Si giocava molto meno, si vedevano poche partite perché sarebbe stato per un giovane sottrarre tempo o al lavoro o allo studio. Era un bel sogno per tutti i ragazzi, compreso me, diventare un calciatore».

Cosa ricorda dei racconti di suo padre, della sua gioventù a Trieste, visto che ad un certo punto dichiarò che doveva tutto al calcio?

«Mio padre ha esordito a 17 anni in Serie A, quindi ha avuto poco tempo per sognarlo. C’è arrivato molto presto. Il suo idolo era Nereo Rocco, che era più grande di 7 anni, che ogni volta che mio papà giocava in prima squadra gli regalava 5 lire. Aveva bruciato le tappe e per tutta la vita ha sempre riconosciuto quello che il calcio gli aveva dato tanto in fretta da non averlo dovuto sognare».

Ho letto che sua madre non seguiva il calcio, non guardava quasi mai le partite eppure era sempre informata. Come ci riusciva visto che all’epoca non c’erano i mezzi di informazione di oggi?

«La mia mamma si era organizzata. Quando mio padre andava allo stadio per visionare i giocatori che pensava di convocare in azzurro lo accompagnava. Restava in auto, ascoltava la radio e sferruzzava. Il calcio non gli interessava molto, lo guardava in tv solo quando giocava la Nazionale del mio babbo ma non è mai andata allo stadio».

Valcareggi e Bearzot
Parliamo di Valcareggi ct. A sentirlo parlare, l’idea era quella di un signore d’altri tempi. Calmo, autorevole, pacato in panchina e con i giornalisti. Cosa vuole aggiungere a questo breve ritratto?

«A quei tempi era tutto più soft. Per restare nel mondo del calcio è giusto ricordare come gli allenatori durante la settimana sudassero, corressero con la squadra. Oggi sono diventati dei manager. Prima durante una gara se dovevano comunicare qualcosa ad un giocatore lo chiamavano vicino alla panchina e ci parlavano. Oggi gesticolano, urlano, si dimenano e i giocatori in campo non capiscono nulla. Il lunedì mio padre allenava quelli che non avevano giocato, non esisteva il giorno di riposo. Non c’era il secondo, lo staff che vi provvedeva. Erano metodi più nobili, più educati, c’era meno rumore. Gli allenatori erano come dei capi famiglia».

Quando Valcareggi divenne ct azzurro, aveva il compito di rialzare l’Italia dopo la Corea. Quale strategia adottò visto che arrivò il successo all’Europeo e la fantastica spedizione messicana?

«Ricordo che quando papà accettò di guidare la Nazionale si scatenò un mondo. Giornali, televisioni, tutti ci cercavano. Era una bella sensazione. Papà scremò molto. Convocò Meroni, Bertini, Riva, De Sisti, Domenghini, Burgnich, Facchetti ed altri per costruire una squadra a cui affidarsi senza dimenticare qualche giocatore d’esperienza come Salvadore, Castano, Puia. Precorse i tempi il mio papà, visto che nella seconda finale cambiò cinque giocatori mostrando a tutti che una squadra doveva essere formata non solo da undici titolari fissi ma da un gruppo di calciatori che avrebbero potuto giocare in qualunque momento».

Parliamo di Roma, anzi prima di Napoli. Ai quarti gli azzurri superarono la Bulgaria. Si giocò al San Paolo ed in porta suo padre schierò Zoff, che giocava nel Napoli, al posto di Albertosi. Si parlò di scelta geopolitica…

«Mio padre preferiva Albertosi a Zoff. Per lui si trattava comunque di due grandissimi portieri ma in quell’occasione Ricky non stava bene e quindi toccò a Dino».

Poi ci fu la famosa sera della semifinale, sempre a Napoli, che si concluse con il sorteggio, definito da qualcuno come il giallo della monetina. Che ricordo ha di quella sera?

«Quella vicenda anche a distanza di tanti anni resta incommentabile. Al sorteggio nella stanza dell’arbitro partecipò solo Facchetti e quando la monetina toccò terra si sentì urlare il capitano che si era vinto. Penso ancora oggi che aver fatto il sorteggio nello spogliatoio e non in campo con il pubblico che aspettava sugli spalti fosse una stupidaggine. Ricordo che mentre Facchetti andava in campo per informare il pubblico mio padre stava già pensando alla finale di tre giorni dopo».

Davanti ad un televisione in bianco e nero tanti italiani seguirono le due finali. In molti alla ripetizione della partita, il 10 giugno, pensarono che Valcareggi fosse impazzito visto che operò ben cinque cambi mentre l’allenatore avversario confermò la squadra di due giorni prima. Ci racconta come andò?

«Le cronache del tempo ed anche il telecronista quella sera non nominò mai mio padre se non per mettere in dubbio e criticare le scelte effettuate per quella gara. La mossa di cambiarne 5 non piacque un granché. Fu rischiosa certo, ma fu un capolavoro e con rammarico devo dire che nessuno mai gli ha riconosciuto il merito e il coraggio di averla pensata e messa in atto. Grazie a quella scelta si stravinse dopo che la prima finale era stata molto in bilico. Quella sera nacque una squadra che vinceva molto e perdeva molto poco».

Forse la sensibilità di Valcareggi, il suo coraggio e la conoscenza dei suoi uomini furono determinanti per quella scelta vincente. Come un suo predecessore, Vittorio Pozzo, zio Uccio fregandosene di quello che sentiva attorno fece ricorso anche all’esperienza e ricordò come al Mondiale del 1934 fosse accaduta una cosa simile. Pozzo nella ripetizione ai quarti di finale con la Spagna ne cambiò quattro, superando il turno e portando a casa la prima Rimet per l’Italia.

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021