Renato Carosone e la sua musica immortale

Renato Carosone e la sua musica immortale

COPERTINA

Renato Carosone e la sua musica immortale

Giovedì la Rai trasmetterà il film dedicato ad un uomo coinvolgente nella sua naturale verve artistica ed alla sua musica

di Giovanni Gaudiano

L’attesa sta per finire. Giovedì 18 marzo in prima serata la Rai trasmetterà il film dedicato ad un uomo semplice, buono, allegro, rassicurante seduto davanti al suo piano, internazionale nella sua napoletanità, coinvolgente nella sua naturale verve artistica ed alla sua musica: Renato Carosone.
Non vuole essere e non sarà una biografia completa. Sarà invece il racconto di un sogno diventato realtà, di sacrifici diventati concretezza, di amicizia cementata nel tempo con sullo sfondo Napoli, la sua Napoli.
Il napoletano è coriaceo come dice un vecchio detto, dimagrisce ma resiste ed alla fine lo trovi sempre pronto a proporre la sua idea, la sua fantasia, la sua ricchezza culturale certificata dal tempo e dalla capacità di assorbire tanto i venti del nord quanto l’effluvio caldo proveniente dal continente africano.
Carosone era magro, era un napoletano tipico con un volto sempre maturo, sin da giovane, capace di coinvolgere il pubblico ma soprattutto capace di esportare il buonumore. Sentirlo cantare, vederlo con la sua band esibirsi era il miglior ritrovato per la malinconia che ha la sua presenza nella vita di ognuno.
Era stato in Africa e poi in America. Aveva girato tutta l’Italia, il mondo, e ovunque andasse sembrava essere sempre a suo agio.

Ebbe la capacità di pensare la nuova stagione della canzone napoletana senza mai dimenticare la tradizione e la bellezza di parole poetiche messe in musica che hanno fatto e rifatto e fanno ancora oggi il giro del mondo.
Renato Carosone è stato anche l’artista capace a 39 anni, all’apice del successo, di staccare la spina ritirandosi e lasciando tutti a bocca aperta per lo stupore. Volendo per un attimo pensare al presenzialismo nello spettacolo di oggi, il gesto di Carosone appare incomprensibile.
Eppure fu proprio lui a spiegarlo, anni dopo, quando Bernardini lo convinse a rientrare ripartendo proprio dalla sua Bussola.
«Ero stato in America. Avevo sentito i Platters. Mi sembrava che stesse avanzando una nuova musica e pensai che forse avevo concluso la mia storia, che la mia musica fosse superata».
Parole semplici. Pensieri razionali. Forse l’artista voleva anche restare un po’ di più in famiglia. Al rientro Carosone raccontò che aveva passato molto tempo continuando a studiare il piano, scrivendo musica, viaggiando con accanto sempre la sua adorata Lita. Fu un successo. Non poteva essere altrimenti.
Il suo ritorno, che poteva rappresentare un passo all’indietro, una sorta di amarcord, fu invece la ripresa di un discorso solo accantonato. Il rientro di Renato Carosone fu al tempo stesso una gioia e la conferma che non avesse mai davvero lasciato il mondo della musica.

Qualcuno forse ne approfittò ma a lui poco importava. Per un napoletano verace come lui non contava tanto l’interesse personale in quello che faceva ma la capacità di sentire le vibrazioni positive che il pubblico ti trasmette. Quelle che fanno alzare in piedi gli spettatori non perché il tuo nome, il tuo curriculum è altisonante o per i riconoscimenti vinti qua e là, ma perché in quel momento hai bisogno di dimostrare il tuo coinvolgimento in qualche modo. Devi esprimere con il tuo corpo l’allegria di essere presente.
Quando al Teatro Mercadante gli organizzarono la serata per il suo 75° compleanno, il maestro Carosone apparve emozionato come un ragazzino e quando sul palco arrivò Lionel Hampton, un altro ragazzino di 86 anni, i due diedero vita ad una performance indimenticabile. Quella sera Carosone inviò un messaggio preciso a tutti: la musica è universale, il genere musicale non la divide. Possono convivere Jazz, Swing, Blues etc., soprattutto poi se lo fai cantando in napoletano. La musica in fondo a ben osservare ha una caratteristica potente: unisce, non divide. È stata ed è un mezzo per superare certe incomprensioni, certe diversità. È stata ed è anche utilizzata a fini commerciali come qualunque attività ma l’effetto coinvolgente rimane sempre presente. Carosone lo aveva capito, ebbe solo il timore di non potersi più migliorare ed allora preferì lasciare il suo patrimonio creativo al massimo livello. Poi ci ripensò quando comprese che nonostante gli anni trascorsi la sua musica piaceva anche ai giovani, a quelli che non lo avevano conosciuto ed allora decise di ritornare per dare anche a quelli la possibilità di ricordarlo bene, associando le sue musiche al suo volto, al suo pianoforte, al suo sorriso.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Presidente che succede alla sua società?

Presidente che succede alla sua società?

FRAMMENTI D’AZZURRO

Presidente che succede alla sua società?

Se ha capito che l’elettroencefalogramma è piatto intervenga, sacrificando chiunque non abbia capito dove si trova

di Giovanni Gaudiano

Il risultato sportivo arriverà implacabile.
Sarà Champions, sarà Europa League o sarà solo campionato lo sapremo tra poco, sempre che si continui a giocare.
Quello che invece non sapremo è cosa sia successo davvero al Napoli, alla nostra squadra, quella che da 17 anni è saldamente nelle mani del presidente De Laurentiis.
Certo, questa era la proprio la 17^ stagione e volendo essere scaramantici potevamo anche aspettarci che le cose non andassero proprio come avremmo voluto tutti. Lasciando da parte la cabala e guardando bene il volto della realtà, c’è un po’ da spaventarsi, sportivamente parlando.
La squadra azzurra è uscita dalla Coppa Italia che poteva difendere meglio. Si è fatta estromettere in Europa League da una squadra mediocre perdendo la possibilità di rastrellare un po’ di soldi, qualche punto buono per il ranking e poi chissà se avesse raggiunto la finale, si poteva fare il pensiero di vincerla ed entrare in Champions dalla porta principale, ovvero in prima fascia.
Poi c’è l’altalena in campionato con prestazioni ben al di sotto della media di una formazione che poteva competere per il vertice.

Il risultato di questo andamento sportivo, diciamolo, vicinissimo al fallimento ha comportato: una rottura tra il presidente-proprietario ed il suo allenatore, indicato solo qualche mese prima come l’uomo giusto per il Napoli; una evidente svalutazione per una serie di giocatori; un distacco sempre più accentuato tra la tifoseria e la società solo mascherato dall’assenza di pubblico allo stadio per le norme di sicurezza; un rapporto lacerato con l’informazione che dal suo canto offre talk show sportivi troppo tifosi, siti on-line che pur omologati ne dicono di tutti i colori, radio ufficiali e non che accolgono gli sfoghi spesso incomprensibili degli ascoltatori tifosi e poi giornali e riviste che, anche quando cercano di proporre analisi e approfondimenti, trovano difficoltà dovute alla scarsa comunicazione che arriva dalla società.
Al menù non poteva mancare il dessert rappresentato dal silenzio stampa, che qualcuno vuole sia stato stabilito per imbavagliare Gattuso, e le sceneggiate in allenamento, prima, durante e alla fine delle partite da parte dei giocatori.
Povero Napoli. Come si è caduti in basso. Come è potuto succedere che questo accadesse ad una società che solo tre anni fa ha sfiorato un clamoroso scudetto opposta ad una squadra che si era rinforzata proprio soffiando agli azzurri il capocannoniere di tutti i tempi del campionato italiano?
Rompa gli indugi presidente. Se ha capito che l’elettroencefalogramma è piatto intervenga. Faccia piazza pulita sacrificando chiunque non abbia capito dove si trova. Lo faccia per lei, per la società e per tutti quelli che ogni volta s’apprestano a guardare la partita, e sono tantissimi, sperando che qualcosa possa cambiare.

pubblicato su Napoli n. 35 del 13 marzo 2021

Joaquin Peiró: un gol per la storia

Joaquin Peiró: un gol per la storia

Il mago Herrera con Joaquin Peiró

STORIE DI CALCIO

Joaquin Peiró: un gol per la storia

Dall’Atletico all’Inter fino alla Roma. Storia di un colpo di genio che ha scritto il suo nome per sempre nella storia del calcio

di Giovanni Gaudiano

Introduzione

Come riconoscere il genio nel calcio?
Lo sguardo potrebbe essere attirato dalla prontezza, dalla capacità di pensare e realizzare rapidamente quel pensiero, forse anche dalla furbizia. Altri potrebbero individuare il genio nelle esaltanti caratteristiche tecniche di un calciatore. Per dirimere la questione forse potrebbe tornare utile la famosa frase di Vujadin Boskov: “Un grande giocatore vede autostrade dove altri vedono solo sentieri”.
Il giocatore e tecnico serbo è stato intelligente, astuto, pratico, realista ma soprattutto lui per primo geniale. Quella sua frase ha un significato semplice e chiaro: per essere davvero grandi nel calcio, come nella vita, è necessario guardare sempre avanti, sempre più in là ed è indispensabile rendere, con la propria capacità, le cose più facili in modo da poter far gridare allo spettatore che quello con la palla tra i piedi in campo non è un calciatore ma un genio prestato al mondo del calcio.

Milano 12 maggio 1965

Ed allora oggi parliamo di un colpo di genio, di un’invenzione, di un gesto che a distanza di 56 anni continua a restare nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo allo stadio o in tv. Si tratta di un gesto che ha concesso al suo autore di diventare indimenticabile indipendentemente dalla sua carriera e di traguardare il confine della genialità.
È il 12 maggio del 1965, un mercoledì. Già, in quegli anni le coppe europee di calcio si giocavano solo di mercoledì e c’era il tempo di poter disputare spareggi se i confronti di andata e ritorno non avevano decretato una superiorità. Non esisteva neanche quella poco sportiva regola delle reti realizzate in trasferta che a parità di segnature assumevano un valore doppio (la regola, che aveva un sua parvenza di logica in quel tempo, oggi è superata e su richiesta degli allenatori l’Uefa dovrebbe cancellarla a breve).
La serata televisiva di maggio viene aperta dalla classica espressione di Nicolò Carosio: “Gentili telespettatori buonasera”. Lo storico telecronista avvisa che in radio la voce è quella di Nando Martellini, che poi lo sostituirà. Inizia così una serata storica per il calcio italiano. Quella sera in moltissime case in tutto il paese si aspetta la partita per tifare Inter, da Milano a Bari passando per Firenze, Napoli e Palermo e arrivando addirittura a Torino. Chi non ha una tv va dal vicino o al bar dove potrà vedere quella che poi resterà una piccola impresa realizzata da una grande squadra.
Anche i ragazzi come me vogliono guardarla nonostante vi sia scuola l’indomani e quindi si dovrebbe andare a letto presto. Prevale la passione giovanile ed i genitori per una volta concedono la trasgressione, altri tempi.

La Coppa dei Campioni

Si diceva la tv. Sta per iniziare la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni. Di fronte l’Inter del mago Herrera costruita da Moratti padre e il Liverpool di Bill Shankly, l’allenatore scozzese capace di iniziare con quella squadra un ciclo di vittorie tra i più lunghi nella storia dei reds. La squadra inglese all’andata ad Anfield Road ha messo una seria ipoteca al raggiungimento della finale prevista per quell’anno proprio allo stadio San Siro di Milano. Il Liverpool si è imposto per 3 a 1 sfiorando più volte altre segnature. Mazzola racconterà che gli inglesi cantavano, bevevano e si divertivano sugli spalti e come in campo s’avvertisse il disagio di un ambiente che sembrava non lasciare scampo.
Herrera però ha preparato l’ambiente. Ha dichiarato di essere sicuro di rimontare. Si va in campo, segna Corso su punizione, la famosa “foglia morta” del mancino di San Michele Extra, frazione di Verona. Non basta.

La Roma del 1966-67. In piedi da sinistra: Pizzaballa, Olivieri, Carpanesi, l’allenatore Oronzo Pugliese, Carpenetti, Barison. Accosciati da sinistra: capitan Losi, Tamborini, Colausig, Peiró, Pellizzaro e Spanio

Il colpo di genio

L’Inter gioca. La sfera di cuoio arriva a Sandro Mazzola dopo una rimessa laterale battuta da Corso con tocco di Peiró proprio per Sandrino che di prima intenzione, di destro, lancia in verticale proprio Peiró che cerca di infilarsi scattando con la sua classica andatura e i calzettoni abbassati. Il protagonista della genialata tra qualche istante sarà proprio lui. Corre lo spagnolo ma inesorabilmente il portiere scozzese del Liverpool, Lawrence, lo anticipa ed abbranca la palla. Poi non contento l’estremo difensore dà anche una spallata allo spagnolo che finisce sul prato di San Siro. Ha la palla tra le mani e padrone assoluto lo scozzese palleggia la palla prima di effettuare il rilancio. Non si accorge ma neanche ci pensa che quello spagnolo potrebbe rialzarsi e correre verso di lui da dietro e rubargli la palla durante uno dei palleggi. Ed invece Joaquin il “bandolero” è in agguato. È stata quella spinta che lo ha mandato per le terre ad aguzzare il suo ingegno. Corre, prende il tempo al portiere e gli scippa la palla per poi depositarla in rete con un beffardo tocco di piede destro. È rete, esulta Carosio: “Bello”, dice. La partita è iniziata da appena nove minuti e l’Inter l’ha rimessa sul piano della parità. Segnerà ancora nel secondo tempo con il gigante di Treviglio, Giacinto Facchetti, conquistando il diritto di giocarsi per il secondo anno consecutivo la finale della Coppa dei Campioni.

Il racconto di Mazzola

Anni dopo Mazzola dirà: «Mai visto un gol simile. No, non potrei mai dimenticarlo. Ho scordato alcuni particolari, ad esempio non avrei mai detto di essere stato io a lanciare l’azione, ma quel che fece Peirò lo ricordo benissimo, anche perché non era un’azione abituale per lui. Quella prodezza fu importantissima, dopo meno di dieci minuti infatti eravamo sul 2 a 0 e ci mancava soltanto un gol per andare in finale».
Joaquin Peiró era un ragazzo semplice, tranquillo, simpatico quanto abile e utile in campo. Andrà via dall’Inter perché era un lusso non poterlo schierare sempre essendo il terzo straniero in rosa, veramente altri tempi.
La sua carriera calcistica era di fatto iniziata nei colchoneros, i materassai dell’Atletico Madrid, ed aveva trovato in Italia spazi di sviluppo e crescita. Prima al Torino, poi all’Inter ed ancora alla Roma per poi tornare a Madrid senza più però entrare al Vicente Calderon neanche per una partita. Sempre Mazzola parlerà di Peiró subito dopo la sua scomparsa, avvenuta quasi un anno fa, raccontando come si trattasse di un calciatore abile al di là della rete segnata al Liverpool. «Era rapido e tecnico, ma soprattutto era in possesso di un’incredibile progressione sui 30 metri. In campo era un compagno perfetto, fuori un ragazzo simpaticissimo». Mazzola ha anche svelato un loro piccolo segreto: «Con lui facevamo ogni tanto una fuga. Herrera, infatti, in ritiro ci concedeva pochissimo, sul bere poi era inflessibile. Al massimo potevamo concederci un bicchiere di vino durante il pasto. Così Peiró veniva da me e mi diceva: “Cervesiña?” (birretta?). E fuggivamo insieme per una bevutina segreta».

In panchina al Granada

Anche a Roma, dove ritroverà al secondo anno il mago Herrera, lascerà una sua impronta Joaquin lo spagnolo. Ed anche a Roma gli appassionati si ricordano ancora oggi di lui. Poi, appese le scarpette al chiodo, diventerà allenatore e la sua prima squadra sarà proprio il Granada opposto al Napoli in Europa League. Parlando alla fine della sua carriera anche da allenatore, Peiró ebbe a dire: «Non posso dire io se fossi bravo o meno, qualche successo l’ho avuto, di sicuro cercavo di adattare le squadre ai giocatori che mi mettevano a disposizione. Ho assimilato qualcosa un po’ da tutti i tecnici che ho avuto da giocatore ed Helenio Herrera mi ha trasmesso tanto, di certo».

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

L’ALTRA COPERTINA

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Dal capello bloccato alla barba della maturità. La breve storia di una ragazzo di nome Pasquale Foggia che voleva fare il calciatore

Intervista di Giovanni Gaudiano

Soccavo per chi non la conosce è difficile da comprendere. Nell’intervista ad un certo punto per indicarla geograficamente è stata usata l’espressione gergale “Soccavo ad est di Fuorigrotta”. Ai fini della chiacchierata serviva a dire che quel quartiere di Napoli è molto vicino allo stadio oggi intitolato a Diego Maradona.
Si diceva che è un quartiere difficile da capire, ma non per la gente che vi abita quanto per la ghettizzazione urbanistica che negli anni si è abbattuta su quella parte della città. È in questa sorta di compromesso all’aria aperta che negli anni d’oro del Napoli di Maradona si viveva di pane e pallone. Campetti improvvisati, spiazzi adibiti a terreni di gioco, viali e strade occupate da tanti ragazzini. Questo perché lo sciagurato piano regolatore non aveva previsto attrezzature sportive pur sapendo di dover ospitare le coppie che dal centro di Napoli, lasciando le case paterne, sarebbero confluite in questa zona e con le proprie famiglie ne avrebbero fatto alla fine un quartiere popoloso.
È in questa realtà che il sogno di un ragazzo come tanti ha preso corpo, grazie alla dedizione di una madre che ha voluto fortemente appoggiarlo, annullandosi, in un percorso difficile, in qualche momento strappalacrime, in una sfida con il tempo che quel ragazzo e quella madre hanno saputo vincere.
Nessuna retorica, nessuna apologia, solo quattro parole per parlare di uno di noi che come noi vive in una città bellissima, meravigliosa, caratterizzata però da evidenti alti e bassi che balzano agli occhi anche solo svoltando un angolo di strada, che alla fine ce l’ha fatta.
Stiamo parlando di Pasquale Foggia. È lui il ragazzo che ha realizzato il sogno. Ed è stato giusto che sia andata così, perché quando ha potuto il suo primo pensiero è stato proprio per quei ragazzini che come lui continuavano a giocare per strada. Si tratta di un’altra storia che poi racconteremo.

Sparo la prima domanda, poi torneremo indietro nel tempo. Dal capello leggermente lungo tenuto dal fermacapelli durante le partite ad una barba dottorale che mette soggezione. Cosa è cambiato in Pasquale Foggia?

«Sono diventato grande. Ho maturato tanta esperienza non solo nel campo da calcio ma anche nella vita di tutti i giorni. Ho messo su famiglia, ho moglie e due figli. È cambiato tutto in un percorso di crescita umana fatto di piccoli passi percorsi ogni giorno. E poi sono tornato, vivo a Napoli e penso che non potrebbe essere diversamente».

Soccavo a est di Fuorigrotta. Tanti bambini sempre a correre dietro ad un pallone. Eri uno di quelli, ne hai parlato in varie occasioni. Come ti vedevi in quel momento, cosa pensavi ti sarebbe accaduto?

«Ero un bambino pieno di sogni. Rispetto a quello che anima i ragazzi di oggi lo facevo, ma non solo io, con tutto me stesso. Era poi il periodo felice per noi napoletani perché avevamo Maradona ed il calcio per me rappresentava la mia vita».

Hai raccontato che tua madre per te è stata fondamentale. Un tuo pensiero su tutti per lei, oggi che quello che le avevi promesso quando avevi solo 7 anni l’hai raggiunto…

«Mia madre ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre la mia guida. Nonostante le tante difficoltà, dovute anche alla separazione con mio padre, ha sempre cercato di darmi tutto quello di cui avevo bisogno. Dall’educazione, all’istruzione, agli insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni. Ha annullato la sua vita per me. E credo che farò fatica in tutta la mia vita a ripagare almeno la metà di quello che lei mi ha dato».

Come andò quando andasti al Padova, chi ti segnalò?

«In quegli anni si giocava il Torneo dei Quartieri ed il Torneo di Natale che era una vetrina per i ragazzi che volevano giocare al calcio. Venivano molti osservatori perché, come noto, la Campania ha sempre prodotto tanti talenti. Era insomma l’occasione per gli addetti ai lavori di scoprire qualche calciatore. In uno di questi tornei mi vide Loris Fincato, che era il responsabile del settore giovanile del Padova e mi portò a fare un provino in Veneto. Avevo dieci anni e da allora non sono più rientrato a Napoli».

Poi il Milan, avevi 16 anni. Pensasti che stavi facendo il grande salto anche se la lontananza da casa si sarebbe fatta sentire ancora di più?

«È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire che forse potevo arrivare a toccare con mano il mio sogno. Il passaggio al Milan cambiò la mia vita, ebbi il primo stipendio che mi diede la possibilità di far lavorare un po’ meno mia madre. In sede al Milan ad attendere c’erano Galliani e l’allenatore Bertuzzo, poi passai con Ballardini».

In seguito tante squadre, tanti presidenti, tanti allenatori. Un po’ con tutti un rapporto concreto che andava oltre il campo da gioco…

«È vero. Sono stato allenato da Giampaolo, da Ammazzalorso, lo stesso Ballardini, Delio Rossi, Mazzarri. Ne ho avuti tanti, ma ho avuto la fortuna sempre di intrattenere buoni rapporti con tutti».

Mi ha colpito, non lo ricordavo, che a Reggio Calabria ti hanno concesso la cittadinanza onoraria per l’anno che arrivasti e la Reggina di Foti si salvò e tu andavi al cena dal presidente…

«Alla Reggina c’era l’abitudine di riunirsi il giovedì sera e stavamo assieme con il presidente e con lui ho intrattenuto un rapporto bellissimo. È una persona per la quale ho molta stima perché ha valori importanti. Quel periodo, anche se breve, ha lasciato in me al di là della cittadinanza onoraria che mi tengo stretta legami profondi».

Prima di arrivare al Benevento non possiamo non parlare della Lazio e di Lotito. Non ti faccio una domanda vera e propria, parliamone…

«Il mio rapporto con il presidente Lotito è sempre stato molto schietto, sincero e a volte anche duro. Ritengo di aver instaurato nel tempo una conoscenza che sia andata oltre il calcio che ancora oggi custodisco. Quando adesso lo incontro è l’occasione per farci un sacco di risate ed è per me soddisfacente che sia così».

Siamo arrivati al Benevento, ad un altro dei tuoi capolavori nei rapporti personali, quello con il presidente Vigorito. Dal settore giovanile alla prima squadra. Da talent scout a direttore sportivo. Cosa hai trovato a poco più di 70 chilometri dalla tua Napoli senza dover andare nel profondo nord?

«Ho trovato grande umanità, grande sensibilità. Il presidente Vigorito è una persona che ti porta al di là del rapporto esistente tra il massimo dirigente e il direttore sportivo. L’ho dichiarato in diverse occasioni che mi porto dentro tanti insegnamenti che lui mi ha dato anche relativamente alla mia vita privata. Ritengo che quest’aspetto sia la cosa più importante che mi sia capitata a Benevento. Ci tengo a ringraziarlo per l’opportunità che mi ha dato e ci tengo ancora di più a quello che mi dà giorno per giorno».

Il presidente di recente ha detto che grazie a te ha capito cosa fa un direttore sportivo. Dopo l’intervista alla tv, quando lo hai saputo cosa vi siete detti?

«L’ho saputo in diretta. Ero in campo per il riscaldamento e vedevo arrivare sul telefono tanti messaggi. Devo dire che un poco mi sono preoccupato, perché quando vinci arrivano tanti messaggi mentre quando perdi un po’ meno e se ti arrivano prima della partita ti chiedi se non sia accaduto qualcosa. Poi c’erano anche i video con le parole del presidente ed allora il tempo di andare in tribuna e senza neanche dirgli una parola di ringraziamento l’ho abbracciato forte».

Nel calcio i risultati sono importanti ma quello che avete costruito a Benevento dal mio punto di vista lo è di più. Mi riferisco ad un sogno fatto di equilibrio e razionalità, di stima e collaborazione. Penso che il Benevento con la salvezza e la permanenza in serie A possa nel futuro pensare ad obiettivi più ambiziosi. Cosa ne pensi?

«Credo che a Benevento sia nato un percorso basato sulla fiducia reciproca e sulla stima. È ovvio che poi tutto passa attraverso i risultati ma per costruire qualcosa d’importante alla base ci devono essere i due fattori che ho citato a prescindere dalla categoria e dagli obiettivi. In questi tre anni si è costruito tanto. Fondamentale è stata la scelta degli uomini che devono accompagnarti in questo impegno e non mi riferisco solo ai calciatori ma intendo dire tutto lo staff a partire dai magazzinieri. Sbaglia chi pensa che basta comprare giocatori bravi per fare risultato. Il concetto non può definirsi assoluto, perché se non costruisci un’anima quella non si compra al mercato e la puoi ottenere solo se la coltivi giorno dopo giorno».

Domani ci sarà il derby con il Napoli. Che sensazione proverà il ragazzo di Soccavo nel vedere lo stadio Maradona vuoto?

«Vedere in generale gli stadi vuoti non ti dà l’impressione di stare giocando a calcio. Vedere lo stadio dove sognavo di giocare da bambino, intitolato alla massima espressione di sempre nel mondo del calcio, vuoto sarà sicuramente triste. Perché Napoli, in questo caso i derby, sono abituati ad avere sugli spalti i tifosi, ad essere circondati da uno stadio caldo e questa cornice mancherà ancora di più proprio perché ci troveremo a giocare nello stadio intitolato a quello che per noi napoletani resterà per sempre il dio del calcio».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Napoli svegliati, è primavera!

Napoli svegliati, è primavera!

FRAMMENTI D’AZZURRO

Napoli svegliati, è primavera!

In questa stagione, complice anche la sfortuna che quando le cose vanno male non manca mai, i passi indietro sono stati tanti

di Giovanni Gaudiano

Quanti temi, quante pagine e soprattutto quanti personaggi in questo numero di Napoli. Dall’Europa, alla città, alle storie che ci piace raccontare e poi il derby campano di serie A.
E poi una speranza, quella che potrebbe trasformare l’azzurro opaco degli ultimi tempi in un sorriso per l’impresa portata a termine con il passaggio del turno in Europa League. Il Napoli sceso in campo una settimana fa a Granada è stato, diciamolo francamente, inguardabile. Non ci sono tante giustificazioni da avanzare, anche con le attuali assenze la squadra è superiore di una spanna rispetto a quella spagnola. Si continua a dire che al Napoli manca la determinazione, la combattività. E facendo questo si attribuisce la responsabilità soprattutto ai giocatori.
È una visione troppo parziale.
Gli errori individuali hanno il loro peso ma quello che si palesa puntualmente è la sensazione di una inadeguata preparazione alla partita. Il Napoli gioca come se l’avversario fosse sempre lo stesso.
L’allenatore in campo urla per cambiare quello che oramai non può più essere modificato, la prova di questo è riscontrabile nell’altalena di prestazioni che la squadra offre costantemente tra i due tempi.
Poi ci sono i pre e i dopo partita, dove tanti fanno sfoggio della loro preparazione in tema di sceneggiata, quella che una volta veniva attribuita ai soli napoletani ma che si vede ha fatto proseliti ovunque.

In questa stagione, complice anche la sfortuna che quando le cose vanno male non manca mai, i passi indietro sono stati tanti. Si pensava che la recente vittoria sulla Juventus potesse produrre una svolta. Ed invece era solo una rondine spelacchiata che non ha fatto primavera.
Ora il tempo e la possibilità di rimettere in piedi la situazione ci sarebbe, tutto dipende dalla gara di stasera prevista alle 18.55, un po’ tardi rispetto al classico orario tanto caro agli iberici per le loro corride.
Una volta tanto la corrida dovrà metterla in campo il Napoli. Niente sorrisi, nessun indugio e soprattutto nessun commento sul gioco. Serve vincere, facciamo per una volta nostro il motto bonipertiano: “Vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta”
Ed allora alcuni suggerimenti.
Per Gattuso: non urlare a bordo campo, le fa male e poi non serve!
Per la squadra: date una legnata agli spagnoli che troppo spesso hanno eliminato il Napoli dopo la fase a gironi in Europa!
Per il presidente: si esponga prima della gara. Vada ai microfoni, faccia una dichiarazione di sostegno totale!
Si può ancora rimediare. È difficile ma si può fare.
Verrebbe da dire che si deve fare, senza se e senza ma. Il Napoli è superiore al Granada anche perché gli andalusi non sono né il Real Madrid, né l’Atletico Madrid e neanche il Barcellona.
Tutta la società abbandoni il letargo nel quale è piombata.
“È primavera, svegliatevi bambine”!

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021