Qualità, esperienza ed ars oratoria

Qualità, esperienza ed ars oratoria

FRAMMENTI D’AZZURRO

Qualità, esperienza ed ars oratoria

Nella conferenze stampa Luciano Spalletti ha già mostrato la sua ironia nel rispondere alle domande, di cui alcune inadeguate, rivoltegli

di Giovanni Gaudiano

Il Napoli di Luciano Spalletti ha concluso il suo lavoro in Trentino.
L’appuntamento è ora a Castel di Sangro. L’allenatore ingaggiato da Adl è il 68° tecnico ad accomodarsi sulla panchina azzurra.
A differenza degli ultimi anni sembra esserci meno attesa per come si evolverà il suo lavoro. La città, i tifosi, nonostante si tratti di un allenatore di provata esperienza e capacità, si sono mostrati tiepidi.
L’allenatore non ha certo bisogno di incoraggiamenti ma sarà bene chiarirgli che nessuno ce l’ha con lui, anzi. La situazione di torpore e di sfiducia che aleggia sul Napoli riguarda soprattutto la società per come si è conclusa e come è stata condotta la scorsa stagione.
Dalle recenti parole di De Laurentiis si sa ufficialmente che il pensiero di sostituire Gattuso era balenato nella testa del presidente già dopo la sconfitta di Verona al termine del girone d’andata.
Il silenzio stampa degli ultimi mesi poi non è sembrata la migliore delle scelte e la rivelazione di Adl sul pensato coupe de theatre del ritorno ai microfoni programmato dopo l’ultima gara, sempre con il Verona, con l’ottenimento della qualificazione in Champions League, è sembrato un ripiego in corner per la gaffe rimediata con il saluto a mezzo tweet al tecnico di fatto già sostituito da tempo.
Spalletti a questo punto è impegnato nel ricostruire il gruppo che la società gli metterà a disposizione per cancellare le spiacevoli sensazioni che tuttora permangono proprio per la serata di Napoli-Verona.
Nella conferenza di presentazione a Napoli il toscano ha già mostrato la sua ironia nel rispondere alle domande, davvero poco incisive ed inadeguate, rivoltegli.
Gli auguriamo un buon lavoro e siamo pronti a seguirlo con attenzione sperando che sin da Castel di Sangro, con il ritorno dei nazionali, Spalletti possa contare sulla rosa definitiva con la quale preparare la stagione che ci si augura possa segnare l’inizio di un nuovo e duraturo ciclo.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Io Maddalena come Gelsomina

Io Maddalena come Gelsomina

NAPOLETANI

Io Maddalena come Gelsomina

Maddalena Stornaiuolo ha portato sul grande schermo il personaggio di Gelsomina Verde nel film omonimo di Massimiliano Pacifico

di Giovanni Gaudiano

Il film di Massimiliano Pacifico dedicato alla figura di Gelsomina Verde, anche senza andare in sala, per il momento sta riscuotendo il meritato consenso a testimonianza del buon lavoro fatto.
Il ruolo della sfortunata ragazza di Scampia, affidato a Maddalena Stornaiuolo, somiglia quasi al passaggio del testimone, quel bastoncino oggi di plastica leggero, che viene utilizzato in atletica leggera nelle staffette. Questo perché Maddalena viene anche lei da Scampia: è nata nelle famose vele, c’è cresciuta, ha iniziato a lavorare ed oggi dedica buona parte del suo tempo ai ragazzi che vivono proprio in quella zona di Napoli.
L’attrice napoletana è giovane ma anche mamma e nella chiacchierata mostra la tranquilla consapevolezza di chi raccontando dei suoi inizi dice che tutto è avvenuto quasi per caso. Non parla di una ragazzina che pensava di diventare attrice, avere successo, essere riconosciuta. Certo ha ragione per certi versi a valorizzare la casualità perché nella vita di tutti ci sono momenti, occasioni che la determinano, ma proprio per quello che si diceva non completa il ragionamento, per vera modestia, e omette di dire che lei ha saputo cogliere quel momento, che è riuscita a comprendere quale sarebbe stato il suo talento da coltivare pensando prima di tutto che avrebbe dovuto studiare tanto, impegnarsi di più e soffrire, anche se magari il meno possibile.

Sei nata a Scampia. Come e quando hai capito che potevi fare l’attrice e che l’ambiente nel quale vivevi non avrebbe condizionato la tua vita?

«Avevo quindici anni e fui spinta da molti amici a provare a fare teatro. L’idea fu molto casuale. Si trattava di andare al Teatro Mercadante dove c’era questo laboratorio teatrale “Arrevuoto” con tantissimi giovani che si proponevano. Il primo giorno mi sembrò un ambiente non adatto a me. Ero molto imbarazzata quando mi chiedevano di improvvisare e decisi per questo che non ci sarei andata più. La settimana successiva però mi ripresentai e poi giorno dopo giorno compresi che in quel luogo c’era qualcosa che mi attirava, soprattutto perché compresi che proprio grazie al teatro mi sarei potuta esprimere in una maniera più libera».

Ma accadde anche dell’altro…

«È vero, fui subito scelta per girare “‘O Professore” con Sergio Castellitto, una miniserie televisiva in due puntate diretta da Maurizio Zaccaro. Abbiamo girato per 20 giorni ed ho capito che quel mondo mi piaceva e che potevo dire la mia, anche se ho subito compreso che avrei dovuto mettermi a studiare recitazione con serietà e determinazione per fare questo mestiere».

Come e dove ti sei formata per arrivare ad essere rapidamente un’attrice riconosciuta, affermata?

«Devo fare ancora molta strada in questo lavoro, non si finisce mai di imparare. È una strada lunga che però ti dà sempre stimoli nuovi. Per parlare della mia formazione dopo il laboratorio al Teatro Stabile di Napoli ho studiato tre anni al Teatro Elicantropo con Carlo Cerciello. Poi mi sono iscritta ad una scuola di cinema, “Alla ribalta”, per completare la mia formazione che non volevo fosse solo di tipo teatrale».

A proposito: oggi hai una preferenza tra cinema e teatro?

«Non ho una preferenza ma per me è importante riuscire a trasmettere con la mia recitazione delle emozioni tanto a teatro quanto al cinema. Certo cambia il fatto che a teatro il pubblico sia molto vicino, nei teatri piccoli lo senti addirittura sulla pelle, e poi non ti puoi permettere di sbagliare e ripetere la scena come accade per il cinema. È la magia del teatro che definirei fantastica».

Hai tanti interessi tra i quali occupa un posto importante il laboratorio di recitazione dedicato ai giovani di Scampia che ha chiamato “La Scugnizzeria”. A che punto sei?

«Avevo sempre sognato di occuparmi di una mia scuola di recitazione per potere trasmettere ai ragazzi del territorio l’amore per questa passione e per questo lavoro. Ho iniziato senza una sede fissa ma questa situazione non agevolava lo svolgimento del lavoro. Si perdeva il discorso umano avviato sia con i ragazzi che con le famiglie. Con la mia gravidanza ho dovuto interrompere l’attività personale e mi sono dedicata alla ricerca di una sede che ho trovato e che ho inaugurato subito dopo la nascita di mia figlia. In quattro anni di attività siamo passati da cinque ragazzi presenti al primo giorno agli attuali sessanta, nonostante il tempo perso per la pandemia».

Che risultati stai raccogliendo da questo tuo impegno con i giovani?

«Da un mese è arrivato al cinema il film “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini, nel quale io non sono solo l’acting coach ma ho il piacere di avere cinque ragazzi provenienti da “La Scugnizzeria” che recitano in questo film con Valeria Golino e Pina Turco (entrambe candidate per questo film ai Nastri d’Argento) e c’è addirittura una bambina che recita da co-protagonista. Si tratta di un primo incoraggiante risultato che premia la dedizione di tutti ed è in fondo la gratificazione più importante per il lavoro svolto con passione sino ad oggi».

Parliamo del Nastro d’Argento speciale per la regia del corto “Sufficiente” presentato anche a Venezia. Sei stata sorpresa dal riconoscimento? Quanto ci hai lavorato?

«Come per la recitazione anche in questo caso mi sono avvicinata in punta di piedi e per caso. Con Gianluca Arcopinto, il produttore di Gelsomina, volevo organizzare a “La Scugnizzeria” un corso di produzione cinematografica per offrire agli allievi una conoscenza ed una competenza in più. Il corso alla fine prevedeva la realizzazione di un corto e fu Gianluca che scelse di affidarmene la regia insieme ad Antonio Ruocco. Doveva essere una specie di saggio accademico di fine d’anno e mai ci saremmo aspettati di vincere un Nastro d’Argento, di presentarlo a Venezia dove siamo stati colpiti dal calore che ci ha circondato. È stata una gioia immensa».

Arriviamo a Gelsomina Verde. Come ti sei trovata a recitare in una location così particolare e tanto diversa dai luoghi dove la vicenda si è consumata?

«Credo sia stato un bene girare a Polverigi senza essere in qualche maniera condizionati dal luogo dove si è svolta la vicenda. Stare tutti insieme ci ha consentito di entrare nella storia ripercorrendola in tutte le sue fasi. Parlare poi con Francesco, il fratello di Gelsomina, ascoltare i suoi racconti, vedere gli oggetti appartenuti a questa ragazza è stato per me come ricevere un pugno nello stomaco. Si tratta di una storia forte, molto forte, che andava raccontata per come si è svolta e penso che Massimiliano sia stato capace di rappresentarla con il giusto taglio, portando sullo schermo un prodotto finale che sta tra il film ed il documentario».

Eri già nel cast di “Centoquattordici” sempre con Massimiliano, che evoluzione è stata per te la partecipazione da protagonista a questo film?

«Ero nel cast ed interpretavo l’amica di Gelsomina, ma già si andava delineando il ruolo di Gelsomina che poi mi è stato affidato. Già dopo quel cortometraggio c’era l’intenzione di girare un vero e proprio film. Sono passati un po’ di anni e ci siamo riusciti».

La vicenda la si conosce ma resta comunque incomprensibile tutto quello che accadde. Che peso pensi possa avere nella vita di tutti i giorni per lo spettatore un simile approfondimento?

«Siamo abituati a vedere storie tristi e forti raccontate con molta veridicità, forse anche con troppa spettacolarizzazione, che trasmettono rabbia che al termine della rappresentazione svanisce pensando che si tratta di un film. In questo caso la vena documentaristica del film ti resta, prende il sopravvento perché sentendo anche parlare Francesco, il fratello, ti rendi conto che sta toccando con mano la realtà, una storia triste, forte e soprattutto vera. Questo lavoro potrebbe essere proiettato nelle scuole, nelle associazioni che si occupano dei giovani, potrebbe diventare un promemoria per non dimenticare, per non accantonare con superficialità quello che è accaduto».

Che ruolo può svolgere la cultura in un miglioramento generale della situazione della nostra città?

«Penso sia fondamentale. La nostra città ha una ricchezza che non riesce a valorizzare come avviene all’estero. Fare cultura vuol dire partire dalle cose più semplici, da quello che è alla portata di tutti. Bisogna evitare che la parola incuta timore e venga respinta per senso di inadeguatezza».

Veniamo al presente. A cosa stai lavorando?

«Sto lavorando ad un nuovo corto, questa volta da sola, che in realtà è già in fase di montaggio e che si intitolerà “Coriandoli”. Sarà difficile replicare quanto accaduto con “Sufficiente” ma ci provo. Inoltre stiamo lavorando anche ad un lungometraggio che mi piacerebbe girare nel territorio che mi accoglie da quando sono nata, anche per un senso di riconoscenza per tutto quello che mi ha dato».

Ti piacerebbe essere protagonista di una serie tv?

«Certo. Sono molto affascinata dalle serie televisive. Parlando di una serie come “Gomorra”, al di là delle critiche, è indiscutibile che sia stata girata molto bene. Partecipare ad una produzione simile sarebbe stimolante e sarebbe importante che a girarla fosse un regista esperto e capace di valorizzare l’interpretazione come mi è successo con Alessandro D’Alatri ne “I bastardi di Pizzofalcone”».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

De Laurentiis: più fatti meno parole

De Laurentiis: più fatti meno parole

FRAMMENTI D’AZZURRO

De Laurentiis: più fatti meno parole

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo

di Giovanni Gaudiano

La storia del calcio a Napoli inizia sulla costa. I marinai inglesi che arrivavano nel grande porto di Napoli nei momenti liberi giocavano a football.
Tra i bagagli personali avevano sempre con loro un pallone di cuoio pronto per l’uso. Di quel gioco gli inglesi ancora oggi vantano di essere stati gli inventori, i maestri, anche se gli scozzesi non sono d’accordo. C’è però un dato innegabile: nel 1863 la Football Association, a Londra, decise di regolamentare il gioco creando l’unica garanzia possibile che gli avrebbe conferito il concetto dell’universalità.
Tra qualche giorno, il 1° agosto, la Società Sportiva Calcio Napoli compirà ufficialmente 95 anni. Non tutti sono d’accordo sull’anno di fondazione e neanche sul giorno. C’è chi afferma che il primo Napoli sia nato nel 1906, chi parla del 1922. E quelli che riconoscono come anno di partenza della storia azzurra il 1926 discutono sulla data che per alcuni non sarebbe il 1° ma il 25 agosto.
Ci limitiamo a constatare che il Napoli in ogni caso quest’anno compie 95 o 99 o addirittura 115 anni, un traguardo rilevante per una storia meravigliosa. Ed allora tanti auguri caro Napoli.
Dopo tutti questi anni l’interesse che ti circonda non è mai scemato. Ci sono gli appassionati che ti considerano quasi come un bene personale. C’è l’informazione che a suo modo segue le tue gesta. Oggi c’è poi anche il grande comunicatore che pensa di poter parlare come e quando vuole dalla sua improvvisata cattedra.

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo.
De Laurentiis di sicuro lo sa. Come sa bene che si è guadagnato in ogni caso un posto nella storia di questa società. Certo sarebbe meglio se la sua presidenza fosse contraddistinta da qualche significativo successo sportivo utile anche a bilanciare l’assenza di una carica di simpatia che il presidente considera inutile. Nessuno comunque può negare ad oggi, sino a prova contraria, la solidità economica del club, i bilanci in ordine che sono importanti ma che però non vanno in bacheca.
Il numero uno ha parlato dopo un lungo silenzio, dicendo cose condivisibili ed altre meno. Alcune ricostruzioni romanzate proposte da De Laurentiis fanno invidia a quelle utilizzate dallo scrittore Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni. Solo che Napoli non è il “mostro di Firenze” e gli appassionati e l’informazione hanno bisogno di notizie. Auspichiamo che le fantasiose ricostruzioni abbandonino il campo lasciandolo ai fatti. Volendo, De Laurentiis potrebbe, magari a Dimaro, spiegare come la società intende affrontare il problema Insigne per farci conoscere sulla vicenda del rinnovo il suo vero pensiero, senza lasciare spazio alla fatalità invocata con un laconico “sarà quel che sarà”.
La storia tra Insigne ed il Napoli riteniamo che per svariati motivi non possa essere trattata in maniera fatalistica. Di contro al capitano poi vorremmo chiedere, se il giocatore vorrà rispondere, di parlarci, senza fare dietrologia, dell’ultima gara della stagione, quella con il Verona, il cui andamento resta tutt’oggi inspiegabile.
Le parole di Aurelio De Laurentiis su Insigne sono quindi inaccettabili e ci permettiamo con educazione, ma con fermezza, di rimandarle al mittente.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Una mobilità responsabile per una società migliore

Una mobilità responsabile per una società migliore

LA CITTÀ

Una mobilità responsabile per una società migliore

Antonio Coppola ha ottenuto da poco all’unanimità il terzo mandato alla presidenza dell’Aci alla quale ha dedicato oltre 50 anni di lavoro

di Giovanni Gaudiano

È stato semplice organizzare un incontro con il Presidente Antonio Coppola a dispetto dei suoi impegni che continuano ad essere tanti come gli anni che ha dedicato alla sua attività.
È stato facile perché chi meglio di lui, uomo pacioso ma preciso, attento e disponibile al dialogo, vispo come un giovanotto di vent’anni conosce le percorrenze, il traffico, le tolleranze da considerare quando si prende un appuntamento? Nessuno.
Antonio Coppola negli oltre cinquant’anni dedicati alla sua attività ha seguito lo sviluppo, i cambiamenti della città, le difficoltà che da sempre ne condizionano la vita quotidiana da un osservatorio pronto a rilevarli come quello dell’Automobile Club.
Il particolare è confermato dalla profonda conoscenza dei temi che riguardano Napoli e poi c’è il libro, quello che Francesco Cortese alla fine del 2019 gli ha voluto dedicare, dove basta il titolo per inquadrare la persona: “Un gentiluomo napoletano”.
Quel lavoro di Cortese si avvalse della prefazione del Procuratore Generale di Napoli dr. Luigi Riello e dell’introduzione di Carlo Verna Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che con la loro presenza avvalorarono due temi che hanno ispirato l’attività di Antonio Coppola: la legalità e la corretta informazione.
Da quella prefazione sono tratte le parole che seguono che in forma diretta delineano l’uomo di cui parliamo: «Generoso, leale, legato con intelligenza alle migliori tradizioni della Napoli che ama intensamente, dotato di grande cultura e di profonda sensibilità – dice il procuratore Riello – Coppola è consapevole dei problemi e dei drammi che feriscono questa splendida città e il suo territorio e, tuttavia, è sempre ottimista perché fiduciosamente convinto dell’importanza del contributo che le persone perbene, gli onesti, gli uomini di buona volontà come lui possono e debbono dare per vedere finalmente la luce in fondo al tunnel».

Da ottobre scorso è stato confermato alla presidenza dell’Aci della Campania con voto unanime. Si tratta di un evidente riconoscimento all’impegno che lei profonde da più di 50 anni in questo ente e alle sue capacità. Come ha accolto questa ennesima dimostrazione di stima?

«Si tratta del terzo mandato, sono Presidente dal 2011, ma prima di ricoprire questa carica sono stato dirigente generale dell’Aci. Quando sono stato collocato in pensione nel 2011 sono stato eletto dai soci Presidente. Lo scorso anno il 15 luglio, giorno peraltro del mio compleanno e della mia prima assunzione, ho compiuto esattamente 50 anni di attività in seno a questo Ente e poi c’è stata la conferma alla presidenza. Oggi ripensando a tutto il mio vissuto lavorativo mi ritengo da questo punto di vista un fortunato».

Si diceva che dal 1970 lei lavora all’Aci. Perché fece questa scelta, visto che si può dire avesse altri orientamenti avendo conseguito una laurea in Scienze Turistiche?

«In realtà le cose sono andate un po’ diversamente. Prima di arrivare all’Aci ero consulente tecnico per la Procura della Repubblica in quanto perito industriale iscritto all’albo dei consulenti tecnici di ufficio e quindi il Tribunale di Napoli mi affidava la consulenza per quanto riguardava gli incidenti stradali. Questo lavoro mi ha avvicinato alla materia ed ho pensato cosa si poteva fare per ridurre gli incidenti stradali e quale fosse l’Ente che se ne occupava per evitarli. Era l’Aci e quindi ho cercato di farne parte per portare il mio contributo e migliorare la situazione».

Non ha però abbandonato la materia dei suoi studi pur lavorando in Aci?

«Direi proprio di sì. Perché l’Aci è nata per occuparsi in prevalenza di due aspetti. Alla fine dell’Ottocento quando vennero alla luce i primi prototipi di automobile si trattava di un bene di lusso, appannaggio dei pochi possidenti e dei nobili che all’epoca la utilizzavano per fare turismo. L’auto non serviva per andare a lavoro. Serviva per la classica gita fuori porta e per le manifestazioni sportive. Il turismo e lo sport furono quindi naturalmente le due principali attività dell’Ente che nacque per gestirle. A Napoli l’Automobile Club fu fondato il 18 febbraio del 1906 dal famoso ingegnere anglo-napoletano Lamont Young che insieme con altri 36 possessori di auto partecipava ai raduni e quindi alle gare unendole all’attività turistica di cui si parlava. Poi nel corso del secolo, come tutti sappiamo, le cose sono cambiate».

Il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Cosimo Sibilia nel 2013 consegna la Stella d’Oro CONI al merito sportivo al presidente Coppola. Nella foto a destra è presente anche il delegato CONI della Campania Sergio Roncelli (all’epoca presidente CONI regionale)
Parlando dell’automobile, è impossibile non parlare di come sia cambiata la circolazione in città in questi 50 anni.

«Noi abbiamo definito come responsabile la mobilità degli anni 2000 proprio per richiamare la responsabilità individuale. Oggi dal nostro punto di vista è necessario che venga adottato questo criterio, personalmente non sono molto d’accordo a collegarla ad altri aggettivi come sostenibile, verde, etc. Ritengo, invece, che ognuno debba farsi carico per quanto di sua competenza per migliorare giorno dopo giorno la situazione e mi riferisco a tutti, partendo dal governo che deve legiferare per il meglio fino ad arrivare al comportamento del singolo cittadino. Non è più pensabile andare dal tabaccaio a comprare le sigarette o al centro utilizzando l’automobile. Se ci comportassimo tutti così, sarebbe un ingorgo perenne. Va scelto il mezzo di trasporto più idoneo per contribuire a migliorare la situazione».

Un recente censimento parla in Campania di circa 4.650.000 veicoli e ci qualifica leggermente al di sotto della media nazionale. Si tratta di un dato che scaturisce da una concentrazione su Napoli o la densità è diffusa in egual maniera in tutte le province della regione?

«In sostanza è così. Certo la grande città presenta traffico e problemi collegati maggiori, ma anche le province con meno abitanti mostrano una concentrazione nei centri urbani simili a quelli delle grandi città con traffico considerevole negli orari di punta».

Lei spesso è tornato sul problema della sicurezza stradale e lo ha fatto parlando soprattutto dei doveri dei cittadini oltre che dei diritti. Quale punto intendeva toccare?

«Il cittadino deve rispettare le norme del codice della strada, deve mantenere l’auto in buone condizioni per evitare incidenti, deve provvedere a rottamarla quando non è più consigliabile utilizzarla. Questo significa che ognuno deve compiere un atto di responsabilità. A questo va aggiunto che gli amministratori della cosa pubblica (Sindaco, Governatore ed assessori preposti) devono manutenere le città in condizioni da poter assicurare il diritto alla mobilità come prevede la nostra Costituzione. Da un po’ di tempo noi andiamo nelle scuole per insegnare l’educazione stradale che serve a tutti, pedoni, ciclisti, automobilisti, motociclisti e camionisti, facendo corsi specifici visto che, anche se esiste una legge che lo prevede, non viene impartito alcun insegnamento diretto da parte del Ministero della Pubblica Istruzione».

A tale proposito lei ha scritto un libro per parlare di una mobilità responsabile edito da Guida dal titolo “Strada facendo: 50 anni in Aci”. Dal suo osservatorio che risposta si può dire abbiano dato i napoletani in questi anni per un miglioramento della situazione?

«Non si può parlare di miglioramento ma neanche di peggioramento. Viviamo una mobilità di tipo diverso. Non c’è più quel traffico caotico degli ‘70 e ‘80 che era una diretta conseguenza del boom economico che coinvolse tutta l’Italia. Si è trattato di un fenomeno che poi analizzato nel tempo ha chiarito quali fossero le conseguenze di quel tipo di atteggiamento, mi riferisco al problema dell’inquinamento e della sicurezza stradale, penso al numero dei deceduti a seguito di incidenti stradali che in quegli anni superava stabilmente le oltre diecimila persone l’anno. Abbiamo dovuto attuare una politica di prevenzione e di salvaguardia della vita umana, due diritti imprescindibili che la mobilità responsabile ha dovuto affrontare per trovare le migliori soluzioni possibili. A tale proposito ci siamo fatti aiutare dalla chiesa che ha cara la vita umana. Grazie alla disponibilità dell’attuale Papa, lo abbiamo invitato a Napoli nel 2015 e lui ha indossato il casco per far capire come certi atteggiamenti siano necessari e debbano essere adottati da tutti».

Pensando al problema del dissesto delle strade che condiziona la circolazione dei veicoli, cosa serve per migliorare la situazione?

«Serve soprattutto la manutenzione delle strade per fare prevenzione. Non ha senso farla quando la situazione è così degradata da creare pericoli per la vita degli automobilisti e dei passanti, come ad esempio è accaduto per la galleria Vittoria. Da noi purtroppo viene confusa con gli interventi di ristrutturazione che dovrebbero essere attuati nei momenti giusti. È amaro dirlo ma spesso si aspetta l’incidente, anche mortale, prima di intervenire».

Per raggiungere l’Aci deve necessariamente imboccare il tunnel all’uscita della tangenziale. Cosa pensa a vederlo spesso interrotto e sempre abbastanza ricettacolo di spazzatura?

«Intanto penso che questo tratto di strada, oggetto della ristrutturazione in occasione di Italia 90, è stato sbagliato. Ci doveva essere un solo sottopassaggio dall’uscita della tangenziale sino a Piazzale Tecchio. Il progetto pare lo prevedesse, ma poi approfonditi studi hanno dimostrato come fosse complicata la realizzazione per problemi tecnici. I lavori eseguiti a suo tempo quindi non hanno risolto nessun problema di circolazione, anzi hanno finito per richiamare la sporcizia che vediamo e hanno finito per mostrare un’immagine degradata di un territorio che doveva rappresentare un biglietto da visita per la città in occasione degli eventi internazionali che coinvolgono lo stadio e i dintorni. Ho evidenziato più volte la problematica anche per i continui allagamenti del sottopasso ma il Comune di Napoli non è intervenuto come potrebbe senza doversi svenare».

Parlando dello stadio, viene da chiederle se è tifoso e cosa ne pensa della gestione della squadra di calcio…

«Sono essenzialmente uno sportivo ma seguo il Napoli e penso che il calcio di oggi abbia poco a che vedere con lo sport. Chi si interessa di una squadra di calcio la organizza, la gestisce, non lo fa avendo come primo obiettivo il senso sportivo. Su tutto prevale un fattore economico e credo che De Laurentiis in questa speciale classifica occupi uno dei primi posti. Lo dimostrano le cessioni eccellenti che ha operato, che confermano appunto come l’obiettivo non è mai stato davvero il primo posto».

In conclusione, e restando in ambito sportivo, sarebbe proprio impossibile organizzare una gara automobilistica a Napoli, come accadeva sino al 1962?

«Credo che sia davvero improponibile organizzare una gara di velocità in qualunque città del mondo a parte qualche caso dove si continua a farlo per importanti ragioni economiche del tutto incomprensibili per la sicurezza. Se pensiamo che anche nei circuiti si verificano ancora incidenti mortali è evidente che la sicurezza di chi corre e di chi guarda sarebbe troppo compromessa durante una gara cittadina».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

La cultura è un motore per la nostra società

La cultura è un motore per la nostra società

Antonio Parlati con Francesco Pinto

IN PRIMO PIANO

La cultura è un motore per la nostra società

Il Direttore del Centro produzione Rai di Napoli Antonio Parlati si racconta e parla del suo lavoro al Salone del Libro

di Giovanni Gaudiano

Il napoletano è oramai lingua da qualche tempo, ma a differenza dell’unità italiana non c’è stato bisogno di attendere per creare i napoletani. Quelli vengono da prima, da sempre. Quelli li riconosci da lontano e non per le classiche caratteristiche negative che qualcuno ha voluto subdolamente evidenziare, ma al contrario per tutto quanto di positivo fa parte dell’essere napoletano. Fantasia, inventiva, capacità di arrangiarsi, apertura mentale al nuovo, al diverso, voglia di imporsi, di scalare le posizioni e poi la bonarietà, il sorriso, la simpatia e quella determinante capacità di sapersi non prendere troppo sul serio. Il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati è un napoletano, per fortuna, e basta parlargli ed ascoltarlo per capire come è la maggior parte dei napoletani che grazie alla proprie capacità e caratteristiche ce l’hanno fatta. Chiacchierare con Antonio Parlati è semplice, significa trascorrere il tempo piacevolmente e poi man mano ti rendi conto che come tutti i napoletani che si rispettino è lì davanti a te con il cuore in una mano e la tazzina di caffè pronta nell’altra.

Lei è nato a Napoli nel 1958. Quali sono i ricordi legati alla sua gioventù, al suo quartiere?

«Sono cresciuto a Santa Lucia dove vivo anche adesso e mi considero un luciano a tutti gli effetti. Se debbo parlare di quando ero ragazzo, mi ricordo come il mio quartiere fosse considerato quello del contrabbando, quello degli inseguimenti a mare, proprio davanti alla costa, da parte della Guardia di Finanza che cercava di fermare quei velocissimi e famosi motoscafi blu. Sembrava per noi ragazzini di assistere ad un film dal vivo. Poi la mia gioventù è stata condita da tante partite di pallone tra ragazzi, una passione che mi è rimasta; e poi c’erano le comitive, quelle formate da un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, che al sabato pomeriggio si riunivano per stare insieme, per andare in giro, per conoscersi».

Come ed in cosa è cambiata la nostra città dagli anni della sua gioventù?

«Parto sempre dal presupposto che con l’età si acquisisca una percezione del mondo che ti circonda completamente diversa. Passando dalla gioventù alla maturità cambia il modo di rapportarsi al posto in cui vivi. Nel tempo acquisisci il concetto del pericolo. Se ripenso alla mia gioventù, ricordo che se a mezzanotte un amico ti diceva andiamo a Roma a prenderci una birra lo si faceva senza pensare se ne valesse la pena, per stare con gli amici si restava nel traffico anche per diverse ore».

E Santa Lucia come è cambiata?

«Santa Lucia, che a me piace molto, a partire dalla sua posizione invidiabile non è mai diventato un quartiere commerciale. Nonostante questo è cambiato molto, resta un punto di riferimento perché si trova al centro della città. Volendo, puoi andare a piedi ovunque senza dover partire dai quartieri periferici per trascorrere una serata nella nostra splendida Napoli. Penso che tutta la zona andrebbe valorizzata molto di più. Il progetto di pedonalizzazione che avrebbe dovuto coinvolgerla del tutto si è fermato e ritengo sia stata un’occasione persa».

Perché decise di andare in Brasile? Che tipo di scelta poteva essere raggiungere un paese tanto lontano e tanto diverso?

«Lo feci per seguire un carissimo amico dell’università che ci si trasferì perché aveva uno zio che viveva in quel paese. Ero attirato dal fatto di andare a vivere in un posto straniero tanto lontano, poi ci andai prima con un mio zio e ne rimasi folgorato e la mia decisione si rafforzò. Mio padre fu d’accordo ma mi lasciò la possibilità di ritornare se mi fossi ricreduto. Quando mi sono trasferito, le cose in Brasile cambiarono e mi resi conto dopo un po’ che sarebbe stato meglio tornare nonostante ad appena 22 anni vivessi ad Ipanema con la massima libertà. Fu dura tornare indietro».

A proposito del Brasile, che squadra seguiva?

«La Fluminense che aveva la maglia con i colori della nostra bandiera e che aveva un’accesa rivalità con il Flamengo, squadra più titolata e forte ma che non raccoglieva molte simpatie».

Aveva solo cinque anni il 7 marzo del 1963 quando Amintore Fanfani inaugurava il Centro di Produzione Rai in via Marconi a Fuorigrotta. Conosceva questo edificio così all’avanguardia a partire dalla sua architettura per quei tempi?

«No. Non conoscevo la struttura. Vivevo dall’altra parte della città. Certo attorno al Centro di Produzione della Rai nacque in quegli anni un polo, una zona intera e nuova del quartiere Fuorigrotta. Era un’epoca dove si parlava di meno e forse si faceva di più».

Dopo pochi mesi nel suo nuovo incarico ha parlato di un possibile e forse necessario refreshing della struttura. Si riferiva alla struttura portante o a quella che vi lavora?

«La struttura portante ne ha bisogno. Ha una sua bellezza inalterata negli anni che va conservata ed è un impegno non facile da mantenere. C’è d’altronde grande rispetto per questa meraviglia per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare, perché chi l’ha progettata ha avuto una grande lungimiranza. C’è una coerenza funzionale nella sua struttura e quindi è giusto pensare di tenerla sempre al meglio. D’altra parte è giusto ricordare che si tratta dell’unico Centro di Produzione Rai che abbia al suo interno un Auditorium».

Si può dire che lei sia uno che ce l’ha fatta. Che suggerimento darebbe ad un giovane che oggi pensa di trovare il suo posto nel mondo del lavoro?

«Non è facile. Gli direi probabilmente di non spaventarsi ed accettare qualunque sfida la vita ti proponga e soprattutto di insistere se un tentativo dovesse andare male».

Veniamo a NapoliCittàLibro. Qual è stato il primo pensiero che da socio fondatore le è passato per la testa quando ha saputo che il salone si sarebbe tenuto?

«C’era il desiderio e la voglia di ricominciare, anche se la situazione complicata nella quale ci si è trovati imponeva altre priorità. E devo ammettere che tutto sembrava remare contro al punto che abbiamo anche pensato di mollare, ma in virtù di quanto dicevo prima abbiamo resistito, abbiamo guardato avanti grazie anche alla verve da trascinatore di Diego Guida, ci siamo fatti coraggio a vicenda pensando che ce l’avremmo fatta. Ritengo che la cultura sia un vero motore per la società ed è anche un’occasione di grande arricchimento personale e quindi l’impegno a ripartire era dovuto».

Come seguirà NapoliCittàLibro la Rai?

«Rai Cultura seguirà certamente l’evento, visto che tra l’altro con il nostro Centro di Produzione c’è una proficua collaborazione. Per quanto riguarda l’impegno più specifico, quello quotidiano e di approfondimento, gli organizzatori del Salone sono in contatto per riuscire ad ottenere la migliore copertura possibile, tenuto conto che la questione pandemica non è ancora risolta. C’è comunque attorno al Salone un grande interesse anche perché sarà la prima manifestazione di questo genere che riaprirà i battenti».

Lei è anche presidente della Sezione Industria Culturale e Creativa dell’Unione Industriali di Napoli. Qual è l’impegno che bisogna profondere per rilanciare un comparto tanto vitale per la nostra città?

«Sento sempre parlare che sarebbe necessario fare rete, stare insieme e condividere gli obiettivi, poi alla fine, e non so se al Meridione la cosa è più accentuata, ognuno va per la sua strada. Non so quale sia il motivo principale che porta a questo stato di cose ma oggettivamente il problema dello stare insieme e della condivisione esiste. A parole sembriamo imbattibili ma nella realtà i problemi sono davvero tanti. Ritengo che questo stato di cose non aiuti nessuno e che certi gap che abbiamo con altre zone del Paese possano essere annullati solo con un maggiore e convinto sforzo collettivo».

Quanto mancherà la presenza di Luis Sepùlveda, anche se la manifestazione resta dedicata a lui, portato via proprio dal Covid?

«Mancherà tantissimo. La notizia ci ha colto impreparati anche dal punto di vista emotivo. Ci resterà la sua umanità, la sua sensibilità oltre che la profondità del grande scrittore-poeta. Certo sarebbe stato bello averlo qui tra di noi dal vivo, ascoltare la sua voce. Sarebbe stata un’occasione di arricchimento del patrimonio personale per ognuno di noi, ma purtroppo non sarà così».

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021