Il primo presidente-manager del calcio italiano

Il primo presidente-manager del calcio italiano

STORIE AZZURRE

Il primo presidente-manager del calcio italiano

Breve storia di Giorgio Ascarelli attaccato alla sua terra ed ai suoi valori, con le idee chiare su come portare il Napoli al vertice

di Giovanni Gaudiano

Gli indimenticabili

Una storia tanto lunga come quella del Napoli è fatta di tanti avvenimenti animati da tanti personaggi. Certo su tutti aleggia il “genio” arrivato in una calda nottata d’estate da Lanùs via Barcellona al quale, forse anche tardivamente, è stato intitolato lo stadio di Fuorigrotta.
Prima di lui, con lui e dopo di lui sono stati tanti però gli uomini che hanno scritto la storia del Napoli che andrebbero opportunamente ricordati.
Se parliamo della società al massimo livello come fare a non pensare a Giorgio Ascarelli, Achille Lauro, Roberto Fiore, Corrado Ferlaino, Dino Celentano e Aurelio De Laurentiis. Se ci spostiamo tra i dirigenti e addetti della società è impossibile non ricordare Italo Allodi, Pierpaolo Marino, Luciano Moggi e poi tra gli addetti e specialisti a disposizione della società Michelangelo Beato, Giovanni Lambiase, Salvatore Carmando, Gaetano Masturzo e Tommaso Starace.
Ci tocca a questo punto scendere in campo partendo dagli allenatori, ed allora spazio a William Garbutt, Eraldo Monzeglio, Bruno Pesaola e Luis Vinicio nella doppia veste anche di calciatori, Rino Marchesi, Ottavio Bianchi, Alberto Bigon, Walter Novellino, Edy Reja, Walter Mazzarri, Rafa Benitez, Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti. Siamo arrivati ai giocatori e qui occupano uno spazio importante Attila Sallustro, Antonio Vojak, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Hasse Jeppson, Omar Sivori, José Altafini, Antonio Juliano, Jarbas Faustinho Cané, Vincenzo Montefusco, Gianni Improta, Dino Zoff, Beppe Bruscolotti e Ruud Krol per gli anni più indietro nel tempo e Paolo Cannavaro, Gennaro Iezzo, Marek Hamsik, Edinson Cavani, Gonzalo Higuain, Dries Mertens e Lorenzo Insigne più di recente.
Si tratta di un elenco fatto su due piedi che avrà le sue carenze. Chi ricorderà questo o quel nome, chi dirà ma come avete fatto a dimenticare proprio quello. Chiediamo venia sin da ora e promettiamo che, scrivendo prossimamente una storia analitica del Napoli anno per anno, ricorderemo tutti, ma proprio tutti.
Dovendo però cercare davvero una sintesi per poter individuare i cosiddetti indimenticabili, gli imprescindibili, a parte l’extraterrestre argentino sceso a Fuorigrotta, a nostro avviso i punti cardine della storia del Napoli sono rappresentati da: Giorgio Ascarelli, Attila Sallustro, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Antonio Juliano, Corrado Ferlaino ed Aurelio De Laurentiis.
Da questo numero come detto, partendo dall’anniversario della squadra del Napoli, parleremo di alcuni di loro iniziando con questo servizio da Giorgio Ascarelli, un personaggio diventato mitico per quello che accade nel calcio ai nostri giorni. Un uomo dalla grande visione che sfortunatamente per lui, per la città e per la squadra scomparve troppo presto. Nonostante qualcuno storcerà il naso, pensiamo che si possa dire che Ascarelli sarebbe potuto essere per Napoli e la sua squadra quello che è stato e continua ad essere Santiago Bernabéu per il Real Madrid. E se il lettore mostrerà un po’ di pazienza e fiducia, cercheremo di motivare questa similitudine.

Il 1926

Si è già detto (nell’editoriale di apertura di questo numero ndr) che la data del 1° agosto del 1926 per la nascita del Napoli debba ritenersi indicativa, ma visto che da qualche parte si deve iniziare partiamo da quell’anno tanto lontano nel quale si verificarono tanti avvenimenti che avranno delle ripercussioni negli anni che seguiranno.
Nasce infatti proprio quell’anno l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, una scienza affatto esatta che nel tempo condizionerà sempre più la nostra vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna l’ingegnere John Logie Baird presenta il primo prototipo di apparecchio televisivo che oggi occupa in ogni stanza delle nostre case un posto privilegiato. Il fascismo scioglie tutti i consigli comunali e provinciali. L’elezione del sindaco è sostituita dalla nomina governativa dei famigerati podestà che tanto influenzeranno la vita degli italiani. Con un regio decreto viene attuato il primo riordino nella storia del Regno d’Italia del sistema bancario (rafforzamento del ruolo della Banca d’Italia e del ministero del tesoro), sottraendo definitivamente al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia la facoltà di stampare moneta. In questo caso si trattava di completare la spoliazione avviata con la “famosa impresa” dei Mille. A Bologna lo studente quindicenne Anteo Zamboni spara a Benito Mussolini, e viene in seguito linciato dalla folla. Si tratta di una vicenda poco chiara e spregevole con il Duce scampato all’attentato con il rinvio della sua morte, linciaggio compreso. E poi lo scioglimento di tutti i partiti dell’opposizione con le devastazioni a danno delle Camere del Lavoro operate dalle squadracce fasciste. La chiusura dei quotidiani che si opponevano al regime. La pena di morte, il confino per i dissidenti, etc.
In uno scenario simile sembra inverosimile che a Napoli un ricco industriale e commerciante di origini ebraiche abbia avuto l’idea di opporsi al monopolio calcistico del nord fondando una società di calcio, costruendo uno stadio e modificando il tiro dopo i primi insuccessi ottenendo così i primi risultati di rilievo della storia azzurra.

Giorgio Ascarelli

Era un uomo minuto, non alto, Giorgio Ascarelli. Nato a Napoli il 18 maggio del 1894 nel quartiere Pendino, proveniva da una famiglia di commercianti di tessuti. Era figlio di secondo letto, la madre si chiamava Bice Foà. Nella sua educazione ci sono la musica e l’arte grazie proprio alla giovane madre ed il fiuto per gli affari ereditato dall’attempato padre Pacifico. La famiglia Ascarelli, oltre ad essere di tendenze mazziniane e garibaldine, è anche vicina alla Loggia massonica “Losanna” di rito scozzese. Il giovane Giorgio non si sottrae alle influenze familiari, anzi va oltre.
È un convinto socialista, prende in mano le redini dell’azienda familiare e la trasforma, sviluppandola e dandole un respiro internazionale stabilendo una sede a Milano. Come politico e imprenditore però fa tutto questo per la sua città. Partecipa allo sviluppo economico di Napoli facendo suoi i concetti della legge approvata dal governo Giolitti proprio per lo sviluppo della sua città. Sono tante le cose che fa per la sua Napoli, la sua impresa, la sua gente, senza dimenticare lo sport. Viene considerato un filantropo e nessuno fa caso in quel momento alla sua provenienza ebraica. Napoli dimostra anche a quei tempi come nessuna differenza di qualunque genere possa incidere nei rapporti della vita di tutti i giorni. Poi arriveranno i tempi bui imposti dal regime quando però il primo presidente della storia ufficiale del Napoli sarà già scomparso.

Un manager precursore

Il 12 marzo del 1930 un attacco di peritonite perforante portò via ai napoletani Giorgio Ascarelli. Sulla sua attività hanno scritto molto alcuni giornalisti di qualche tempo fa. Tra gli altri Giuseppe Pacileo, attribuendo ad Ascarelli una serie di intuizioni, parla chiaramente dell’impostazione aziendale data al club e dell’idea di dotare la società di uno stadio proprio.
Fece a tempo a vederlo l’elegante Giorgio, visto che il 23 febbraio del 1930 inaugurò lo stadio “Vesuvio” dove la settimana precedente il suo Napoli aveva strapazzato la Triestina con un netto 4 a 1.
Ed i napoletani il 13 marzo ai funerali si riversarono per la strada per rendere al loro presidente l’estremo saluto, al punto che una parte della città dovette essere chiusa al traffico, e non si fermarono chiedendo che quello stadio da lui fortemente voluto gli venisse intitolato.
E fu cosa fatta. Lo stadio voluto da Ascarelli, costruito con una struttura interamente in legno al Rione Luzzatti, capace di ospitare 20.000 spettatori e con una tribuna centrale coperta, prese il suo nome.
Poi all’Italia fu assegnato il secondo Campionato del Mondo – Coppa Rimet nel 1934. Lo stadio Ascarelli fu oggetto di lavori di ampliamento da parte del regime che cavalcava per la sua propaganda l’enorme seguito acquisito dal calcio. Lo stadio fu trasformato in una costruzione di cemento armato con una capacità elevata a 40.000 spettatori. Le pressioni a quel punto per modificarne il nome presero il sopravvento. Il fascismo decise sotto la spinta di una vasta campagna di stampa e d’opinione di chiamarlo Stadio Partenopeo anche per evitare che l’alleato tedesco storcesse il naso per l’intitolazione ad un ebreo. Alla fine in quello stadio si giocò la finale per il terzo e quarto posto proprio tra Germania ed Austria e Mussolini ringraziò quelli che avevano fatto pressioni per il cambiamento del nome dello stadio.

La fine di un sogno

Come tutti i sogni il risveglio fu brusco. Lo stadio fu bombardato durante la guerra, distrutto, vandalizzato da chi ne utilizzò i materiali per alcune costruzioni nell’immediato dopoguerra.
Oggi di quella struttura non c’è più traccia. Si fosse salvata dalla guerra con molte probabilità avrebbe recuperato il suo nome. Forse si dovrebbe pensare ad intitolare una strada, una piazza nei pressi dello stadio Maradona al primo presidente azzurro. Alla stazione della Cumana della Mostra d’Oltremare nell’allestimento dedicato al Calcio Napoli figura per fortuna l’immagine di Giorgio Ascarelli, ma non basta.
Quell’uomo in pochi anni, lavorando anche dietro le quinte ed animato da una vera passione, aveva prima di tutto compreso che dal nome della società dovessero sparire altre dizioni che non fossero quelle della città (suoni da esempio per chi di recente cerca di confondere le carte pensando di lanciare un brand Campania dimenticando volutamente che il brand già esiste e si chiama Napoli) e poi aveva allestito una squadra attorno alla prima grande stella azzurra, Attila Sallustro, ingaggiando Marcello Mihalich, Antonio Vojak, Giuseppe Cavanna, Paulo Innocenti, Carlo Buscaglia ed affidandola a William Garbutt che aveva vinto tre scudetti con il Genoa. L’anno della scomparsa di Ascarelli il Napoli si classificherà al 5° posto in campionato ma solo due stagioni dopo arriverà a raggiungere il terzo posto.
Per queste ragioni riteniamo che se Giorgio Ascarelli avesse vissuto gli stessi 83 anni di Santiago Bernabéu quasi certamente avrebbe potuto elevare il Napoli nell’Olimpo delle squadre italiane in pianta stabile e siamo sicuri che, una volta passata la bufera del regime e della guerra, avrebbe fatto riedificare lo stadio dove il suo/nostro Napoli avrebbe agguantato tante vittorie.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Qualità, esperienza ed ars oratoria

Qualità, esperienza ed ars oratoria

FRAMMENTI D’AZZURRO

Qualità, esperienza ed ars oratoria

Nella conferenze stampa Luciano Spalletti ha già mostrato la sua ironia nel rispondere alle domande, di cui alcune inadeguate, rivoltegli

di Giovanni Gaudiano

Il Napoli di Luciano Spalletti ha concluso il suo lavoro in Trentino.
L’appuntamento è ora a Castel di Sangro. L’allenatore ingaggiato da Adl è il 68° tecnico ad accomodarsi sulla panchina azzurra.
A differenza degli ultimi anni sembra esserci meno attesa per come si evolverà il suo lavoro. La città, i tifosi, nonostante si tratti di un allenatore di provata esperienza e capacità, si sono mostrati tiepidi.
L’allenatore non ha certo bisogno di incoraggiamenti ma sarà bene chiarirgli che nessuno ce l’ha con lui, anzi. La situazione di torpore e di sfiducia che aleggia sul Napoli riguarda soprattutto la società per come si è conclusa e come è stata condotta la scorsa stagione.
Dalle recenti parole di De Laurentiis si sa ufficialmente che il pensiero di sostituire Gattuso era balenato nella testa del presidente già dopo la sconfitta di Verona al termine del girone d’andata.
Il silenzio stampa degli ultimi mesi poi non è sembrata la migliore delle scelte e la rivelazione di Adl sul pensato coupe de theatre del ritorno ai microfoni programmato dopo l’ultima gara, sempre con il Verona, con l’ottenimento della qualificazione in Champions League, è sembrato un ripiego in corner per la gaffe rimediata con il saluto a mezzo tweet al tecnico di fatto già sostituito da tempo.
Spalletti a questo punto è impegnato nel ricostruire il gruppo che la società gli metterà a disposizione per cancellare le spiacevoli sensazioni che tuttora permangono proprio per la serata di Napoli-Verona.
Nella conferenza di presentazione a Napoli il toscano ha già mostrato la sua ironia nel rispondere alle domande, davvero poco incisive ed inadeguate, rivoltegli.
Gli auguriamo un buon lavoro e siamo pronti a seguirlo con attenzione sperando che sin da Castel di Sangro, con il ritorno dei nazionali, Spalletti possa contare sulla rosa definitiva con la quale preparare la stagione che ci si augura possa segnare l’inizio di un nuovo e duraturo ciclo.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Io Maddalena come Gelsomina

Io Maddalena come Gelsomina

NAPOLETANI

Io Maddalena come Gelsomina

Maddalena Stornaiuolo ha portato sul grande schermo il personaggio di Gelsomina Verde nel film omonimo di Massimiliano Pacifico

di Giovanni Gaudiano

Il film di Massimiliano Pacifico dedicato alla figura di Gelsomina Verde, anche senza andare in sala, per il momento sta riscuotendo il meritato consenso a testimonianza del buon lavoro fatto.
Il ruolo della sfortunata ragazza di Scampia, affidato a Maddalena Stornaiuolo, somiglia quasi al passaggio del testimone, quel bastoncino oggi di plastica leggero, che viene utilizzato in atletica leggera nelle staffette. Questo perché Maddalena viene anche lei da Scampia: è nata nelle famose vele, c’è cresciuta, ha iniziato a lavorare ed oggi dedica buona parte del suo tempo ai ragazzi che vivono proprio in quella zona di Napoli.
L’attrice napoletana è giovane ma anche mamma e nella chiacchierata mostra la tranquilla consapevolezza di chi raccontando dei suoi inizi dice che tutto è avvenuto quasi per caso. Non parla di una ragazzina che pensava di diventare attrice, avere successo, essere riconosciuta. Certo ha ragione per certi versi a valorizzare la casualità perché nella vita di tutti ci sono momenti, occasioni che la determinano, ma proprio per quello che si diceva non completa il ragionamento, per vera modestia, e omette di dire che lei ha saputo cogliere quel momento, che è riuscita a comprendere quale sarebbe stato il suo talento da coltivare pensando prima di tutto che avrebbe dovuto studiare tanto, impegnarsi di più e soffrire, anche se magari il meno possibile.

Sei nata a Scampia. Come e quando hai capito che potevi fare l’attrice e che l’ambiente nel quale vivevi non avrebbe condizionato la tua vita?

«Avevo quindici anni e fui spinta da molti amici a provare a fare teatro. L’idea fu molto casuale. Si trattava di andare al Teatro Mercadante dove c’era questo laboratorio teatrale “Arrevuoto” con tantissimi giovani che si proponevano. Il primo giorno mi sembrò un ambiente non adatto a me. Ero molto imbarazzata quando mi chiedevano di improvvisare e decisi per questo che non ci sarei andata più. La settimana successiva però mi ripresentai e poi giorno dopo giorno compresi che in quel luogo c’era qualcosa che mi attirava, soprattutto perché compresi che proprio grazie al teatro mi sarei potuta esprimere in una maniera più libera».

Ma accadde anche dell’altro…

«È vero, fui subito scelta per girare “‘O Professore” con Sergio Castellitto, una miniserie televisiva in due puntate diretta da Maurizio Zaccaro. Abbiamo girato per 20 giorni ed ho capito che quel mondo mi piaceva e che potevo dire la mia, anche se ho subito compreso che avrei dovuto mettermi a studiare recitazione con serietà e determinazione per fare questo mestiere».

Come e dove ti sei formata per arrivare ad essere rapidamente un’attrice riconosciuta, affermata?

«Devo fare ancora molta strada in questo lavoro, non si finisce mai di imparare. È una strada lunga che però ti dà sempre stimoli nuovi. Per parlare della mia formazione dopo il laboratorio al Teatro Stabile di Napoli ho studiato tre anni al Teatro Elicantropo con Carlo Cerciello. Poi mi sono iscritta ad una scuola di cinema, “Alla ribalta”, per completare la mia formazione che non volevo fosse solo di tipo teatrale».

A proposito: oggi hai una preferenza tra cinema e teatro?

«Non ho una preferenza ma per me è importante riuscire a trasmettere con la mia recitazione delle emozioni tanto a teatro quanto al cinema. Certo cambia il fatto che a teatro il pubblico sia molto vicino, nei teatri piccoli lo senti addirittura sulla pelle, e poi non ti puoi permettere di sbagliare e ripetere la scena come accade per il cinema. È la magia del teatro che definirei fantastica».

Hai tanti interessi tra i quali occupa un posto importante il laboratorio di recitazione dedicato ai giovani di Scampia che ha chiamato “La Scugnizzeria”. A che punto sei?

«Avevo sempre sognato di occuparmi di una mia scuola di recitazione per potere trasmettere ai ragazzi del territorio l’amore per questa passione e per questo lavoro. Ho iniziato senza una sede fissa ma questa situazione non agevolava lo svolgimento del lavoro. Si perdeva il discorso umano avviato sia con i ragazzi che con le famiglie. Con la mia gravidanza ho dovuto interrompere l’attività personale e mi sono dedicata alla ricerca di una sede che ho trovato e che ho inaugurato subito dopo la nascita di mia figlia. In quattro anni di attività siamo passati da cinque ragazzi presenti al primo giorno agli attuali sessanta, nonostante il tempo perso per la pandemia».

Che risultati stai raccogliendo da questo tuo impegno con i giovani?

«Da un mese è arrivato al cinema il film “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini, nel quale io non sono solo l’acting coach ma ho il piacere di avere cinque ragazzi provenienti da “La Scugnizzeria” che recitano in questo film con Valeria Golino e Pina Turco (entrambe candidate per questo film ai Nastri d’Argento) e c’è addirittura una bambina che recita da co-protagonista. Si tratta di un primo incoraggiante risultato che premia la dedizione di tutti ed è in fondo la gratificazione più importante per il lavoro svolto con passione sino ad oggi».

Parliamo del Nastro d’Argento speciale per la regia del corto “Sufficiente” presentato anche a Venezia. Sei stata sorpresa dal riconoscimento? Quanto ci hai lavorato?

«Come per la recitazione anche in questo caso mi sono avvicinata in punta di piedi e per caso. Con Gianluca Arcopinto, il produttore di Gelsomina, volevo organizzare a “La Scugnizzeria” un corso di produzione cinematografica per offrire agli allievi una conoscenza ed una competenza in più. Il corso alla fine prevedeva la realizzazione di un corto e fu Gianluca che scelse di affidarmene la regia insieme ad Antonio Ruocco. Doveva essere una specie di saggio accademico di fine d’anno e mai ci saremmo aspettati di vincere un Nastro d’Argento, di presentarlo a Venezia dove siamo stati colpiti dal calore che ci ha circondato. È stata una gioia immensa».

Arriviamo a Gelsomina Verde. Come ti sei trovata a recitare in una location così particolare e tanto diversa dai luoghi dove la vicenda si è consumata?

«Credo sia stato un bene girare a Polverigi senza essere in qualche maniera condizionati dal luogo dove si è svolta la vicenda. Stare tutti insieme ci ha consentito di entrare nella storia ripercorrendola in tutte le sue fasi. Parlare poi con Francesco, il fratello di Gelsomina, ascoltare i suoi racconti, vedere gli oggetti appartenuti a questa ragazza è stato per me come ricevere un pugno nello stomaco. Si tratta di una storia forte, molto forte, che andava raccontata per come si è svolta e penso che Massimiliano sia stato capace di rappresentarla con il giusto taglio, portando sullo schermo un prodotto finale che sta tra il film ed il documentario».

Eri già nel cast di “Centoquattordici” sempre con Massimiliano, che evoluzione è stata per te la partecipazione da protagonista a questo film?

«Ero nel cast ed interpretavo l’amica di Gelsomina, ma già si andava delineando il ruolo di Gelsomina che poi mi è stato affidato. Già dopo quel cortometraggio c’era l’intenzione di girare un vero e proprio film. Sono passati un po’ di anni e ci siamo riusciti».

La vicenda la si conosce ma resta comunque incomprensibile tutto quello che accadde. Che peso pensi possa avere nella vita di tutti i giorni per lo spettatore un simile approfondimento?

«Siamo abituati a vedere storie tristi e forti raccontate con molta veridicità, forse anche con troppa spettacolarizzazione, che trasmettono rabbia che al termine della rappresentazione svanisce pensando che si tratta di un film. In questo caso la vena documentaristica del film ti resta, prende il sopravvento perché sentendo anche parlare Francesco, il fratello, ti rendi conto che sta toccando con mano la realtà, una storia triste, forte e soprattutto vera. Questo lavoro potrebbe essere proiettato nelle scuole, nelle associazioni che si occupano dei giovani, potrebbe diventare un promemoria per non dimenticare, per non accantonare con superficialità quello che è accaduto».

Che ruolo può svolgere la cultura in un miglioramento generale della situazione della nostra città?

«Penso sia fondamentale. La nostra città ha una ricchezza che non riesce a valorizzare come avviene all’estero. Fare cultura vuol dire partire dalle cose più semplici, da quello che è alla portata di tutti. Bisogna evitare che la parola incuta timore e venga respinta per senso di inadeguatezza».

Veniamo al presente. A cosa stai lavorando?

«Sto lavorando ad un nuovo corto, questa volta da sola, che in realtà è già in fase di montaggio e che si intitolerà “Coriandoli”. Sarà difficile replicare quanto accaduto con “Sufficiente” ma ci provo. Inoltre stiamo lavorando anche ad un lungometraggio che mi piacerebbe girare nel territorio che mi accoglie da quando sono nata, anche per un senso di riconoscenza per tutto quello che mi ha dato».

Ti piacerebbe essere protagonista di una serie tv?

«Certo. Sono molto affascinata dalle serie televisive. Parlando di una serie come “Gomorra”, al di là delle critiche, è indiscutibile che sia stata girata molto bene. Partecipare ad una produzione simile sarebbe stimolante e sarebbe importante che a girarla fosse un regista esperto e capace di valorizzare l’interpretazione come mi è successo con Alessandro D’Alatri ne “I bastardi di Pizzofalcone”».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

De Laurentiis: più fatti meno parole

De Laurentiis: più fatti meno parole

FRAMMENTI D’AZZURRO

De Laurentiis: più fatti meno parole

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo

di Giovanni Gaudiano

La storia del calcio a Napoli inizia sulla costa. I marinai inglesi che arrivavano nel grande porto di Napoli nei momenti liberi giocavano a football.
Tra i bagagli personali avevano sempre con loro un pallone di cuoio pronto per l’uso. Di quel gioco gli inglesi ancora oggi vantano di essere stati gli inventori, i maestri, anche se gli scozzesi non sono d’accordo. C’è però un dato innegabile: nel 1863 la Football Association, a Londra, decise di regolamentare il gioco creando l’unica garanzia possibile che gli avrebbe conferito il concetto dell’universalità.
Tra qualche giorno, il 1° agosto, la Società Sportiva Calcio Napoli compirà ufficialmente 95 anni. Non tutti sono d’accordo sull’anno di fondazione e neanche sul giorno. C’è chi afferma che il primo Napoli sia nato nel 1906, chi parla del 1922. E quelli che riconoscono come anno di partenza della storia azzurra il 1926 discutono sulla data che per alcuni non sarebbe il 1° ma il 25 agosto.
Ci limitiamo a constatare che il Napoli in ogni caso quest’anno compie 95 o 99 o addirittura 115 anni, un traguardo rilevante per una storia meravigliosa. Ed allora tanti auguri caro Napoli.
Dopo tutti questi anni l’interesse che ti circonda non è mai scemato. Ci sono gli appassionati che ti considerano quasi come un bene personale. C’è l’informazione che a suo modo segue le tue gesta. Oggi c’è poi anche il grande comunicatore che pensa di poter parlare come e quando vuole dalla sua improvvisata cattedra.

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo.
De Laurentiis di sicuro lo sa. Come sa bene che si è guadagnato in ogni caso un posto nella storia di questa società. Certo sarebbe meglio se la sua presidenza fosse contraddistinta da qualche significativo successo sportivo utile anche a bilanciare l’assenza di una carica di simpatia che il presidente considera inutile. Nessuno comunque può negare ad oggi, sino a prova contraria, la solidità economica del club, i bilanci in ordine che sono importanti ma che però non vanno in bacheca.
Il numero uno ha parlato dopo un lungo silenzio, dicendo cose condivisibili ed altre meno. Alcune ricostruzioni romanzate proposte da De Laurentiis fanno invidia a quelle utilizzate dallo scrittore Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni. Solo che Napoli non è il “mostro di Firenze” e gli appassionati e l’informazione hanno bisogno di notizie. Auspichiamo che le fantasiose ricostruzioni abbandonino il campo lasciandolo ai fatti. Volendo, De Laurentiis potrebbe, magari a Dimaro, spiegare come la società intende affrontare il problema Insigne per farci conoscere sulla vicenda del rinnovo il suo vero pensiero, senza lasciare spazio alla fatalità invocata con un laconico “sarà quel che sarà”.
La storia tra Insigne ed il Napoli riteniamo che per svariati motivi non possa essere trattata in maniera fatalistica. Di contro al capitano poi vorremmo chiedere, se il giocatore vorrà rispondere, di parlarci, senza fare dietrologia, dell’ultima gara della stagione, quella con il Verona, il cui andamento resta tutt’oggi inspiegabile.
Le parole di Aurelio De Laurentiis su Insigne sono quindi inaccettabili e ci permettiamo con educazione, ma con fermezza, di rimandarle al mittente.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Una mobilità responsabile per una società migliore

Una mobilità responsabile per una società migliore

LA CITTÀ

Una mobilità responsabile per una società migliore

Antonio Coppola ha ottenuto da poco all’unanimità il terzo mandato alla presidenza dell’Aci alla quale ha dedicato oltre 50 anni di lavoro

di Giovanni Gaudiano

È stato semplice organizzare un incontro con il Presidente Antonio Coppola a dispetto dei suoi impegni che continuano ad essere tanti come gli anni che ha dedicato alla sua attività.
È stato facile perché chi meglio di lui, uomo pacioso ma preciso, attento e disponibile al dialogo, vispo come un giovanotto di vent’anni conosce le percorrenze, il traffico, le tolleranze da considerare quando si prende un appuntamento? Nessuno.
Antonio Coppola negli oltre cinquant’anni dedicati alla sua attività ha seguito lo sviluppo, i cambiamenti della città, le difficoltà che da sempre ne condizionano la vita quotidiana da un osservatorio pronto a rilevarli come quello dell’Automobile Club.
Il particolare è confermato dalla profonda conoscenza dei temi che riguardano Napoli e poi c’è il libro, quello che Francesco Cortese alla fine del 2019 gli ha voluto dedicare, dove basta il titolo per inquadrare la persona: “Un gentiluomo napoletano”.
Quel lavoro di Cortese si avvalse della prefazione del Procuratore Generale di Napoli dr. Luigi Riello e dell’introduzione di Carlo Verna Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che con la loro presenza avvalorarono due temi che hanno ispirato l’attività di Antonio Coppola: la legalità e la corretta informazione.
Da quella prefazione sono tratte le parole che seguono che in forma diretta delineano l’uomo di cui parliamo: «Generoso, leale, legato con intelligenza alle migliori tradizioni della Napoli che ama intensamente, dotato di grande cultura e di profonda sensibilità – dice il procuratore Riello – Coppola è consapevole dei problemi e dei drammi che feriscono questa splendida città e il suo territorio e, tuttavia, è sempre ottimista perché fiduciosamente convinto dell’importanza del contributo che le persone perbene, gli onesti, gli uomini di buona volontà come lui possono e debbono dare per vedere finalmente la luce in fondo al tunnel».

Da ottobre scorso è stato confermato alla presidenza dell’Aci della Campania con voto unanime. Si tratta di un evidente riconoscimento all’impegno che lei profonde da più di 50 anni in questo ente e alle sue capacità. Come ha accolto questa ennesima dimostrazione di stima?

«Si tratta del terzo mandato, sono Presidente dal 2011, ma prima di ricoprire questa carica sono stato dirigente generale dell’Aci. Quando sono stato collocato in pensione nel 2011 sono stato eletto dai soci Presidente. Lo scorso anno il 15 luglio, giorno peraltro del mio compleanno e della mia prima assunzione, ho compiuto esattamente 50 anni di attività in seno a questo Ente e poi c’è stata la conferma alla presidenza. Oggi ripensando a tutto il mio vissuto lavorativo mi ritengo da questo punto di vista un fortunato».

Si diceva che dal 1970 lei lavora all’Aci. Perché fece questa scelta, visto che si può dire avesse altri orientamenti avendo conseguito una laurea in Scienze Turistiche?

«In realtà le cose sono andate un po’ diversamente. Prima di arrivare all’Aci ero consulente tecnico per la Procura della Repubblica in quanto perito industriale iscritto all’albo dei consulenti tecnici di ufficio e quindi il Tribunale di Napoli mi affidava la consulenza per quanto riguardava gli incidenti stradali. Questo lavoro mi ha avvicinato alla materia ed ho pensato cosa si poteva fare per ridurre gli incidenti stradali e quale fosse l’Ente che se ne occupava per evitarli. Era l’Aci e quindi ho cercato di farne parte per portare il mio contributo e migliorare la situazione».

Non ha però abbandonato la materia dei suoi studi pur lavorando in Aci?

«Direi proprio di sì. Perché l’Aci è nata per occuparsi in prevalenza di due aspetti. Alla fine dell’Ottocento quando vennero alla luce i primi prototipi di automobile si trattava di un bene di lusso, appannaggio dei pochi possidenti e dei nobili che all’epoca la utilizzavano per fare turismo. L’auto non serviva per andare a lavoro. Serviva per la classica gita fuori porta e per le manifestazioni sportive. Il turismo e lo sport furono quindi naturalmente le due principali attività dell’Ente che nacque per gestirle. A Napoli l’Automobile Club fu fondato il 18 febbraio del 1906 dal famoso ingegnere anglo-napoletano Lamont Young che insieme con altri 36 possessori di auto partecipava ai raduni e quindi alle gare unendole all’attività turistica di cui si parlava. Poi nel corso del secolo, come tutti sappiamo, le cose sono cambiate».

Il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Cosimo Sibilia nel 2013 consegna la Stella d’Oro CONI al merito sportivo al presidente Coppola. Nella foto a destra è presente anche il delegato CONI della Campania Sergio Roncelli (all’epoca presidente CONI regionale)
Parlando dell’automobile, è impossibile non parlare di come sia cambiata la circolazione in città in questi 50 anni.

«Noi abbiamo definito come responsabile la mobilità degli anni 2000 proprio per richiamare la responsabilità individuale. Oggi dal nostro punto di vista è necessario che venga adottato questo criterio, personalmente non sono molto d’accordo a collegarla ad altri aggettivi come sostenibile, verde, etc. Ritengo, invece, che ognuno debba farsi carico per quanto di sua competenza per migliorare giorno dopo giorno la situazione e mi riferisco a tutti, partendo dal governo che deve legiferare per il meglio fino ad arrivare al comportamento del singolo cittadino. Non è più pensabile andare dal tabaccaio a comprare le sigarette o al centro utilizzando l’automobile. Se ci comportassimo tutti così, sarebbe un ingorgo perenne. Va scelto il mezzo di trasporto più idoneo per contribuire a migliorare la situazione».

Un recente censimento parla in Campania di circa 4.650.000 veicoli e ci qualifica leggermente al di sotto della media nazionale. Si tratta di un dato che scaturisce da una concentrazione su Napoli o la densità è diffusa in egual maniera in tutte le province della regione?

«In sostanza è così. Certo la grande città presenta traffico e problemi collegati maggiori, ma anche le province con meno abitanti mostrano una concentrazione nei centri urbani simili a quelli delle grandi città con traffico considerevole negli orari di punta».

Lei spesso è tornato sul problema della sicurezza stradale e lo ha fatto parlando soprattutto dei doveri dei cittadini oltre che dei diritti. Quale punto intendeva toccare?

«Il cittadino deve rispettare le norme del codice della strada, deve mantenere l’auto in buone condizioni per evitare incidenti, deve provvedere a rottamarla quando non è più consigliabile utilizzarla. Questo significa che ognuno deve compiere un atto di responsabilità. A questo va aggiunto che gli amministratori della cosa pubblica (Sindaco, Governatore ed assessori preposti) devono manutenere le città in condizioni da poter assicurare il diritto alla mobilità come prevede la nostra Costituzione. Da un po’ di tempo noi andiamo nelle scuole per insegnare l’educazione stradale che serve a tutti, pedoni, ciclisti, automobilisti, motociclisti e camionisti, facendo corsi specifici visto che, anche se esiste una legge che lo prevede, non viene impartito alcun insegnamento diretto da parte del Ministero della Pubblica Istruzione».

A tale proposito lei ha scritto un libro per parlare di una mobilità responsabile edito da Guida dal titolo “Strada facendo: 50 anni in Aci”. Dal suo osservatorio che risposta si può dire abbiano dato i napoletani in questi anni per un miglioramento della situazione?

«Non si può parlare di miglioramento ma neanche di peggioramento. Viviamo una mobilità di tipo diverso. Non c’è più quel traffico caotico degli ‘70 e ‘80 che era una diretta conseguenza del boom economico che coinvolse tutta l’Italia. Si è trattato di un fenomeno che poi analizzato nel tempo ha chiarito quali fossero le conseguenze di quel tipo di atteggiamento, mi riferisco al problema dell’inquinamento e della sicurezza stradale, penso al numero dei deceduti a seguito di incidenti stradali che in quegli anni superava stabilmente le oltre diecimila persone l’anno. Abbiamo dovuto attuare una politica di prevenzione e di salvaguardia della vita umana, due diritti imprescindibili che la mobilità responsabile ha dovuto affrontare per trovare le migliori soluzioni possibili. A tale proposito ci siamo fatti aiutare dalla chiesa che ha cara la vita umana. Grazie alla disponibilità dell’attuale Papa, lo abbiamo invitato a Napoli nel 2015 e lui ha indossato il casco per far capire come certi atteggiamenti siano necessari e debbano essere adottati da tutti».

Pensando al problema del dissesto delle strade che condiziona la circolazione dei veicoli, cosa serve per migliorare la situazione?

«Serve soprattutto la manutenzione delle strade per fare prevenzione. Non ha senso farla quando la situazione è così degradata da creare pericoli per la vita degli automobilisti e dei passanti, come ad esempio è accaduto per la galleria Vittoria. Da noi purtroppo viene confusa con gli interventi di ristrutturazione che dovrebbero essere attuati nei momenti giusti. È amaro dirlo ma spesso si aspetta l’incidente, anche mortale, prima di intervenire».

Per raggiungere l’Aci deve necessariamente imboccare il tunnel all’uscita della tangenziale. Cosa pensa a vederlo spesso interrotto e sempre abbastanza ricettacolo di spazzatura?

«Intanto penso che questo tratto di strada, oggetto della ristrutturazione in occasione di Italia 90, è stato sbagliato. Ci doveva essere un solo sottopassaggio dall’uscita della tangenziale sino a Piazzale Tecchio. Il progetto pare lo prevedesse, ma poi approfonditi studi hanno dimostrato come fosse complicata la realizzazione per problemi tecnici. I lavori eseguiti a suo tempo quindi non hanno risolto nessun problema di circolazione, anzi hanno finito per richiamare la sporcizia che vediamo e hanno finito per mostrare un’immagine degradata di un territorio che doveva rappresentare un biglietto da visita per la città in occasione degli eventi internazionali che coinvolgono lo stadio e i dintorni. Ho evidenziato più volte la problematica anche per i continui allagamenti del sottopasso ma il Comune di Napoli non è intervenuto come potrebbe senza doversi svenare».

Parlando dello stadio, viene da chiederle se è tifoso e cosa ne pensa della gestione della squadra di calcio…

«Sono essenzialmente uno sportivo ma seguo il Napoli e penso che il calcio di oggi abbia poco a che vedere con lo sport. Chi si interessa di una squadra di calcio la organizza, la gestisce, non lo fa avendo come primo obiettivo il senso sportivo. Su tutto prevale un fattore economico e credo che De Laurentiis in questa speciale classifica occupi uno dei primi posti. Lo dimostrano le cessioni eccellenti che ha operato, che confermano appunto come l’obiettivo non è mai stato davvero il primo posto».

In conclusione, e restando in ambito sportivo, sarebbe proprio impossibile organizzare una gara automobilistica a Napoli, come accadeva sino al 1962?

«Credo che sia davvero improponibile organizzare una gara di velocità in qualunque città del mondo a parte qualche caso dove si continua a farlo per importanti ragioni economiche del tutto incomprensibili per la sicurezza. Se pensiamo che anche nei circuiti si verificano ancora incidenti mortali è evidente che la sicurezza di chi corre e di chi guarda sarebbe troppo compromessa durante una gara cittadina».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021