Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

FRAMMENTI D’AZZURRO

Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

L’augurio e la speranza di tutti i tifosi è che il Napoli possa giocare nella prossima stagione nell’Europa che conta

di Giovanni Gaudiano

La stagione del Napoli forse è davvero arrivata ad un bivio risolutivo.
La considerazione non è nuova. La squadra è attesa a partire da oggi da 6 gare in 23 giorni. Una partita mediamente ogni 4 giorni e quindi si sconvolgerà nuovamente la famosa settimana d’allenamento tipo gradita un po’ a tutti i tecnici compreso Gattuso. Sarà forse l’ultimo banco di prova per il tecnico che, se superasse bene l’esame, potrebbe mettere in difficoltà il presidente. È ragionevole a questo punto pensare che De Laurentiis abbia in testa un piano per la prossima stagione e che magari possa rivederlo.
Per capire, però, cosa potrebbe accadere in questo finale di stagione forse è utile riflettere su accaduto in precedenza.
Sono otto le gare giocate nel girone di ritorno e, rispetto alle stesse gare del girone d’andata, il Napoli sarebbe in perfetto equilibrio se non avesse sciupato la preziosa vittoria che stava ottenendo contro il Sassuolo. Otto partite, due sconfitte sia all’andata che al ritorno, sei vittorie all’andata e 5 vittorie con il pareggio citato dopo il giro di boa. Una sola possibile sostanziale differenza divide i due segmenti della stagione. All’andata il Napoli giocò cinque volte in casa e tre volte in trasferta di conseguenza in questo avvio del girone di ritorno le cose si sono invertite.
Ma il fattore campo senza il pubblico non conta, direbbe qualcuno. È vero, ma se la squadra azzurra dovesse confermare la tendenza dell’ultimo periodo che l’ha vista prevalere con continuità al Diego Maradona, subendo una sola rete nel 3 a 1 con il Bologna, si potrebbe pensare ad un decisivo sprint finale visto che a maggio tre delle cinque gare previste si giocheranno a Fuorigrotta.
Poi arriverebbe il momento dei bilanci, delle riflessioni e delle decisioni. La scelta del prossimo allenatore andrà fatta, però, dopo che la società avrà deciso un programma e soprattutto scelto l’obiettivo a cui puntare con decisione.

L’augurio di tutti è che il Napoli possa giocare nella prossima stagione nell’Europa che conta, soprattutto pensando agli introiti garantiti dalla partecipazione alla Champions. In questo momento non sembrerebbe necessaria una rivoluzione della rosa ma alcuni cambiamenti appaiono inevitabili. Qualche addio in ogni caso sarebbe bene ci fosse. Gli arrivi dovranno essere funzionali alla scelta del tecnico che sarebbe meglio accontentare. A tale proposito l’augurio è quello che non venga fatta una scelta di facciata ma piuttosto si decida di intraprendere un percorso che sia la realizzazione di un progetto, la creazione di una società forte, riconoscibile, con un suo centro d’allenamento ed un settore giovanile all’avanguardia e con una solida e competente struttura societaria. Agli appassionati, quelli veri, non basta più il colpo a sensazione e la partecipazione alla Champions. Meglio costruire il futuro che vivacchiare tra qualche buon risultato sportivo, cessioni milionarie e incomprensibili silenzi stampa. Finale dedicato a Mertens. Con lui in campo e in condizione il Napoli è un’altra squadra. Al belga ed al Napoli auguriamo che fino alla fine del campionato la sua vena realizzativa continui.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

PROTAGONISTI

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

Enrico Ianniello ci parla del lavoro partendo dall’autore, passando per il regista D’Alatri e arrivando ai compagni di viaggio

di Giovanni Gaudiano

Il successo televisivo de Il commissario Ricciardi ha riportato in libreria molti lettori che per una ragione o per un’altra non avevano pensato in precedenza di leggere i libri di Maurizio de Giovanni o che magari non li avevano letti tutti.
L’autore va comprensibilmente fiero di questo che è un risultato importante, ottenuto anche grazie al lavoro di Alessandro D’Alatri e del cast scelto per portare in tv un noir molto particolare che ha subito incontrato il favore del pubblico.
La somma delle cose positive che una tale produzione è stata capace di raccogliere, al di là delle storie raccontate, deve essere necessariamente ascritta anche alla presenza di una serie di attori di grande qualità e capacità. Lo stesso scrittore di recente in un’intervista si è spinto sino a dire che «nessuna città italiana ha una così grande classe attoriale», parlando della sua Napoli.
Ed allora perché non esplorare questi interpreti, peraltro in molti casi già noti, e farlo adesso che la serie è finita e quindi tutti quelli che li hanno visti all’opera si saranno fatti una propria idea? La speranza è ovviamente quella di creare ancora sani motivi di discussione sulla serie di cui si aspetta a questo punto con interesse la seconda stagione.
Analizzando le storie, l’ambientazione temporale e lo sguardo rivolto ad un periodo tanto complicato per l’Italia, quale personaggio poteva essere il più idoneo per aprire un percorso, che proseguiremo, che dal ruolo in Ricciardi potesse dare allo spettatore uno sguardo più ampio anche sull’attore capace di interpretarlo così bene?
Senza alcun dubbio l’interpretazione di Enrico Ianniello del ruolo del dottor Bruno Modo ha nella storia televisiva, come in quella cartacea, una sua rilevanza per una serie di motivi.

Ed allora partiamo da lui, da quel volto simpatico, da una persona con una parlata mai banale come non lo è il personaggio che gli è stato affidato. Dove ti trovi, Enrico? Cosa stai facendo?

«Sono a casa mia, in Spagna (vicino Barcellona, ndr) e sto chiudendo proprio in questi giorni il mio prossimo romanzo che uscirà il 10 giugno per la Feltrinelli. Si tratta di un libro che partirà da una riflessione su un episodio che è rimasto nel cuore di tutti, accaduto oramai 40 anni fa a Vermicino: la tragedia di Alfredino Rampi. La data d’uscita del libro è proprio quella dell’incidente che costò la vita a quel bambino di 6 anni. Il libro comunque non racconta quella storia ma parte solo da quell’episodio per raccontare una storia diversa».

In Spagna, dove si trova Ianniello, il teatro sia pur con limitazioni funziona ma tralasciando questa differenza con il nostro paese parliamo della fiction “Il commissario Ricciardi”. Avevi letto i libri di de Giovanni prima o magari l’hai fatto in quest’occasione di lavoro?

«Li avevo già letti ed in particolar modo quelli dedicati a Ricciardi perché in qualche modo fu un piccolo caso nella comunità del teatro napoletano. C’è infatti una certa vicinanza tra le storie raccontate e il teatro dove spesso sono state ambientate e poi perché Maurizio de Giovanni è un appassionato spettatore teatrale e quindi all’epoca veniva spesso alle varie rappresentazioni e ci eravamo conosciuti in alcune occasioni. Questo ha finito a suo tempo per creare una sorta di piccola comunità che, incontrandosi di frequente, è diventata sempre più numerosa e più coesa proprio per le assidue frequentazioni».

Sono passati 15 anni dall’uscita del primo libro dedicato a Ricciardi, che sensazioni ricordi di avere avuto all’epoca leggendolo?

«Intanto mi era piaciuta la leggerezza e la capacità nella scrittura di Maurizio che lo ha portato a scrivere tanto e bene. Tante storie, tanti personaggi, tutti ritratti con estrema empatia e con una grande vicinanza da parte dello scrittore nel dipingere ogni tratto del personaggio. E poi mi era piaciuta questa intuizione di Luigi Alfredo, il commissario. Tutti più o meno gli attori della mia generazione abbiamo sognato di impersonarlo».

Il tuo personaggio è uno dei più importanti per la struttura temporale nella quale sono calati i noir dell’autore napoletano. Proviamo a descriverlo andando oltre quello che abbiamo visto in televisione…

«Intanto ci sono i romanzi di Maurizio. È lui che ha avuto questa bellissima idea e questa intuizione del personaggio. E la bella intuizione consiste nel fatto che in un’epoca nera sia dal punto di vista iconografico che politico, facendo un lavoro che lo porta ad eseguire di continuo autopsie, a dissezionare cadaveri, tutto da rapportare alle modalità ed agli strumenti a disposizione negli anni 30, soprattutto le mani, quest’uomo sa godersi la vita. Capace come è di riconoscere le gioie di tutti i giorni e quindi di sapersele prendere perché poi tutti i giorni guarda in faccia la morte. Per me Modo è la sintesi più assoluta della napoletanità quando si esprime al meglio. Cioè la capacità di essere simpatico, gioviale, di sapersi godere la vita perché tutti i giorni sa guardare in faccia le cose che appartengono alla morte».

Leggendo il libro, si poteva immaginare un medico magari più vecchio stampo. La tua interpretazione ci ha restituito un personaggio di quei tempi ma con una forte vena attuale. Sei d’accordo?

«Purtroppo sì. E mi esprimo così perché sarebbe bello che l’aspetto antifascista di Bruno Modo fosse una cosa antica e superata. Sarebbe bello dire, uh guarda all’epoca come facevano per essere antifascisti, invece purtroppo non lo è, nel senso che è attuale oggi dover ancora dire certe cose in difesa della libertà, in difesa della donna, in difesa strenua dei diritti di chiunque senza totalitarismi, senza alcuna forma di autoritarismo. E poi penso sia attuale anche per un paradosso. Se all’epoca ci voleva tanto coraggio a parlare, a dire certe cose, oggi ci vuole molto coraggio a stare zitti. Perché oggi tutti noi siamo abituati a dire la prima cosa che ci passa per la testa pubblicandola di qua e di là, invece per dire bene cose importanti brevemente ci vuole molto tempo e quindi ci vorrebbe molto silenzio».

Avete girato durante questo periodo così difficile. Quali difficoltà avete incontrato soprattutto nella parte dove i dialoghi avvengono forzosamente in modalità ravvicinata?

«È cambiato proprio tutto, anche se chi fa cinema e televisione continua a lavorare mentre gli altri sono totalmente fermi. Ho fatto il tampone a giorni alterni, siamo sempre stati soggetti ad un grandissimo controllo. Poi è vero, meno pacche sulle spalle e ci si abbraccia un po’ di meno. Però la simpatia riusciamo sempre ad esprimerla, magari in altri modi».

Tra le location utilizzate so che c’è stata la vecchia zona Nato di Bagnoli con la ricostruzione di una via Roma simile a quella di quei tempi. Come vi siete trovati, quale la sensazione pensando che si trattava di un sito militare per il quale è in corso una riconversione?

«Ho girato poco in quella location, però ho pensato e penso che quello sarebbe un posto bellissimo per farci una cittadella del cinema. Sarebbe la giusta riconversione per un posto nato con un obiettivo militare che diventa luogo d’arte a 360 gradi. Sarebbe una cosa davvero bella. Immagino una cittadella artistica che accoglie frotte di giovani che la frequentano per questo, per la città rappresenterebbe molto».

Parliamo del rapporto con Lino Guanciale e soprattutto di quello con Alessandro D’Alatri, che mi pare abbia con gli sceneggiatori mantenuto la fiction molto aderente alle storie raccontate da Maurizio de Giovanni?

«Parlando degli sceneggiatori è sicuramente andata così, credo siano stati bravi a rispettare la bellezza dei racconti di de Giovanni senza voler correre verso un presunto gusto del pubblico. Gli ascolti hanno dimostrato che, nonostante si tratti di una fiction con meno coriandoli delle altre, sia stata accolta molto bene dagli spettatori. Il regista poi è stato bravo perché è stato capace di raccontare una Napoli che evidentemente lui ama, pur non essendo napoletano, ma l’ha raccontata con la bravura di chi si mette di fronte a Napoli, di chi la vede senza indugiare nel folklore, raccontandola con profondità. Il personaggio di Bruno Modo è un po’ una conferma di come è stata pensata la fiction nel suo complesso. La caratterizzazione anche visiva del personaggio va oltre quella presente nel libro, arricchendo ulteriormente la figura di questo dottore del tempo. Mi sono trovato bene anche con Lino Guanciale perché anche lui viene dal teatro, abbiamo una formazione grammaticalmente parlando simile ed è stato facile intendersi come lo è stato anche con lo strepitoso Antonio Milo».

Le sei puntate hanno avuto molto successo. Ascolti importanti, l’attesa del pubblico nelle settimane di messa in onda è stata evidente. Poteva essere prevedibile visto il successo dei libri e del personaggio ma non è mai scontato…

«È stato un lavoro impegnativo, avevamo il compito di portare sul video dei racconti anche particolari e dalla nostra parte c’è stata anche la capacità direi visiva di Alessandro (il regista D’Alatri, ndr) e di Davide Tondelli, il direttore della fotografia, che hanno reso bella da vedere la storia che lo era già di per sé. Ci sono vari momenti in cui le inquadrature mi sembrano un quadro, anche perché si è andata a cercare una Napoli bellissima attraverso location affascinanti».

Il finale ha lasciato tutto sospeso. Nessuna delle storie che formano il filo conduttore si è chiarita. Ora è iniziata l’attesa per la seconda serie. Quando la girerete e quando potrà arrivare presumibilmente in tv?

«Credo che non la gireremo prima dell’anno prossimo, non sono a conoscenza di date precise ma da quello che so è ancora in corso la fase di scrittura e quindi è probabile possa arrivare sugli schermi nell’autunno del 2022».

Al di là dell’attesa che si crea, che è utile alla produzione, alla Rai, da attore cosa ne pensi: è giusto terminare un ciclo lasciando così tutto in sospeso?

«Fa parte del linguaggio della televisione, è il famoso cliffhanger, ovvero il meccanismo attraverso il quale si porta l’interprete e quindi gli spettatori sull’orlo del burrone e poi non si capisce se ci si butterà o meno. Serve a creare l’attesa della puntata successiva. Non so dire se sia giusto ma è necessario».

Quando ti rivedremo in Rai con la fortunata serie “Un passo dal cielo” che dovrebbe aver cambiato nome e location?

«Dovrebbe essere il primo di aprile se lo confermeranno e si chiamerà “I guardiani del cielo” per rilanciare la serie che è arrivata alla sesta stagione e che è stata spostata nel Cadore nei pressi di Cortina».

In conclusione a fine mese potrebbero riaprire i teatri nelle zone cosiddette gialle. Cosa ne pensi?

«La speranza è che si possa tornare in teatro al più presto ma personalmente non sono molto ottimista. Penso che per i piccoli teatri con la riduzione ad un terzo della capienza non sarà facile riuscirci. Capisco lo slancio di voler tornare tutti quanti a teatro, soprattutto tutti al lavoro, ma senza una vera forma di aiuto per il settore la situazione è molto dura».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

STORIE DI CALCIO

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Un breve ricordo in occasione del 135° anno dalla nascita dell’allenatore più vincente del calcio italiano

di Giovanni Gaudiano

Il 2 marzo del 1886 nasceva a Torino Vittorio Pozzo. Sono trascorsi 135 anni da quella data così importante per la storia del calcio italiano e non ci sono state particolari manifestazioni di ricordo del commissario tecnico più vincente nella storia del calcio italiano.
Anche la carta stampata, in larga parte, ha mandato nel dimenticatoio il ricordo di una stagione calcistica azzurra felice a dispetto di quello che accadeva nel paese che l’ideologia fascista portò alla distruzione con la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.
L’Italia di Pozzo s’impose nelle due edizioni consecutive dei mondiali del 1934 e del 1938, e poi Pozzo fu capace di allestire una squadra di valenti universitari che andò ad imporsi nel torneo olimpico del 1936 di Berlino.
Si fosse giocato il mondiale del 1942, forse l’alpino piemontese avrebbe colto il terzo successo consecutivo spazzando via le discussioni che si accesero nel dopoguerra sulla sua adesione al partito nazionale fascista.
Se oggi ci si è un po’ colpevolmente dimenticati di lui, va detto che anche la battaglia condotta dagli anni 60 in poi dal figlio Alberto sostenuto da giornalisti, uomini di cultura per intitolargli lo stadio di Torino non ha trovato una soluzione stabile.
Ci sono due stadi in tutta Italia che sono stati intitolati a Vittorio Pozzo: uno a Biella, terra che lo rivendica da sempre come un suo figlio, dove nell’ambito del complesso sportivo intitolato al generale Alessandro La Marmora, altro torinese, lo stadio per il calcio è dedicato al commissario tecnico azzurro; un altro a Boscoreale che va avanti da anni tra chiusure e riaperture, lavori da eseguire e gestioni a cui affidarlo per mettere una parola fine sull’utilizzo di un impianto che sarebbe molto importante per il centro vesuviano.
Torniamo a parlare però di Vittorio Pozzo.
Come si diceva, qualcuno pensò di affibbiargli l’etichetta di gerarca. Lo fece, strano a dirsi, uno come Mario Monicelli durante un’intervista inserita in uno splendido documentario dedicato all’allenatore della nazionale. Fu prontamente smentito dal giornalista Antonio Ghirelli che disse: «Pozzo era un conservatore, più che un fascista era un nazionalista.

Direi che se fosse nato 50 anni prima sarebbe stato un grande esponente della destra storica».
Intervennero sull’argomento anche gli ex partigiani che mostrarono un documento redatto dal CNL in cui si riconosceva a Vittorio Pozzo di aver fatto parte della resistenza.
Monicelli aveva le sue buone ragioni per avercela con gli uomini vestiti in orbace, ma faceva confusione parlando di Pozzo.
Giorgio Bocca in un suo articolo su La Repubblica del 2006 ebbe a dire: «Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti».
La realtà ci racconta di un Vittorio Pozzo autorevole con i suoi uomini ma mai autoritario. Critico con se stesso sempre al punto di dire: «Ero disposto a qualunque rinuncia, pur di ottenere il gioco di squadra».
La nazionale azzurra di quegli anni mostrava al mondo la capacità italiana di padroneggiare un gioco grazie soprattutto alla qualità che i singoli mettevano a disposizione della squadra. Il grande lavoro fatto dall’allenatore era quello di saper assemblare ed equilibrare la squadra e poi quello di intrattenere con tutti i suoi uomini un rapporto personale che gli consentiva di conoscerne a fondo le problematiche della vita di tutti i giorni, che era la base per cercare di infondere tranquillità ad un gruppo che in campo doveva pensare, muoversi, comportarsi come una persona sola.
Questo risultato Vittorio Pozzo lo ottenne per lunghi anni perché non vanno dimenticate le affermazioni della nazionale azzurra nella Coppa Internazionale, una manifestazione paragonabile per certi versi al campionato europeo degli anni che seguiranno.
Per tornare alla visione non riflessiva di Mario Monicelli, vale la pena ricordare ancora alcune sue parole alle quali fece da contrappunto una volta di più Antonio Ghirelli.
«Io ero ragazzo – ha raccontato Monicelli – ma insieme ai miei amici eravamo esaltati dal fatto che avevamo vinto il campionato del mondo, però al tempo stesso eravamo perplessi perché questi grandi giocatori della nazionale alla fine per i 4/5/6 undicesimi erano composti dai cosiddetti oriundi, che non erano italiani ma argentini. Il mezzo di informazione era allora la radio, che era molto seguita. Le radiocronache eccitavano forse molto più di quanto faccia oggi la televisione perché questi radiocronisti dell’epoca erano anche molto bravi. Veramente popolare all’epoca era il ciclismo, non il calcio. Il ciclismo era lo sport delle masse a partire dai contadini. Il calcio era già un po’ più su, bisognava conoscere certe regole, bisognava saperle interpretare, conoscere certi giocatori, le squadre, etc. Il ciclismo era più semplice, chi andava più veloce arrivava primo e buonanotte».

Anche questa volta il grande giornalista napoletano seppe rispondere per le rime al regista: «È una sciocchezza. Pozzo ha vinto con un paio di oriundi e poi nel 1938 e nel 36 a Berlino non ha vinto con gli oriundi. Lui vinceva grazie a questo suo straordinario carisma che aveva».
Le diatribe sono il sale della vita e poi nel caso dello sport e del calcio sono all’ordine del giorno.
Sulla questione è intervenuto anche Sandro Mazzola che ebbe a dire: «Io credo da quello che ho sentito dagli allenatori che ho avuto, Valcareggi, Fabbri, e da giocatori come Lorenzi e Boniperti che Pozzo per quell’epoca fosse un innovatore. Adesso noi sentiamo parlare del club Italia, che è una cosa portata avanti da Sacchi, ma credo che lui sia stato il primo a creare il club Italia».
La testimonianza di Mazzola rivela come Vittorio Pozzo fosse un innovatore, un grande organizzatore, un grande gestore delle risorse che doveva utilizzare, un uomo avanti nel tempo.
In questo senso che a Rovetta, ritiro della nazionale del ’34, la posta diretta ai giocatori gli venisse recapitata e che poi lui provvedesse a distribuirla non era un’operazione da gerarca ma un modo per guardare in faccia i suoi uomini al ricevimento delle missive a loro dirette, valutandone le reazioni dall’intensità del profumo che le lettere stesse emanavano anche per quelli regolarmente sposati.
Pozzo prima di diventare l’allenatore, il selezionatore che la storia ci ha consegnato era stato uno studente applicato, un giramondo curioso, un poliglotta ante litteram, un alpino rispettoso della montagna e poi un uomo colpito dalla sorte avversa per la prematura scomparsa della moglie, un padre attento per la sua famiglia intendendo anche quella allargata che gli comporterà lo strazio e il dolore di dover riconoscere i suoi ragazzi periti a Superga, unico in grado di farlo.
Anche in questo caso ci viene in soccorso Antonio Ghirelli, che ha raccontato: «Lui piangeva quando li ha dovuti riconoscere. Era un uomo che non aveva nemmeno immaginato che potesse piangere mai nella vita e quella volta ha pianto». In questo caso gli fece eco nel summenzionato documentario il figlio Alberto Pozzo: «Mio padre venne incaricato dell’orazione ufficiale. Di ognuno declarò l’albo d’oro, quante volte in nazionale, quante volte campione d’Italia. Ad un certo punto disse la frase che mi è rimasta impressa: «Non vedremo più sbucare dal sottopassaggio il ciuffo volitivo di capitan Valentino».

pubblicato su Napoli numero 35 del 13 aprile 2021

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini al centro con Vincenzo Nemolato a sinistra ed Eduardo Scarpetta a destra

IL REGISTA

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Il regista ha raccolto la sfida del suo primo film in costume e musicale perché dedicato ad un personaggio a lui caro

di Giovanni Gaudiano

Ph. di Andrea Pirrello

Forse Renato Carosone non ha mai pensato che un giorno qualcuno gli avrebbe dedicato un film e neanche che l’amico Federico Vacalebre avrebbe scritto la sua autobiografia e che addirittura l’avrebbe aggiornata per l’anniversario dei cento anni dalla nascita.
Non sappiamo con certezza se s’aspettasse magari di essere ricordato dopo tanti anni (circa 73) dalla sera in cui nel lontano 1948 allo Shaker Club, di via Nazario Sauro di proprietà della famiglia Rosolino, iniziò l’avventura con il trio formato con Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood.
Qualche sentore l’avrà avuto Renato quando al suo rientro dopo quasi 16 anni dal ritiro l’accoglienza fu a dir poco trionfale. Ci volle tutta la determinazione di Sergio Bernardini per convincerlo ma poi arrivò il sì.
A questo punto, se poi gli si potesse far sapere che il regista del film a lui dedicato è un piemontese, cosa direbbe?
Forse risponderebbe alla sua maniera: “Che t’aggia di’”, ed ancora “Pigliate ‘na pastiglia”. Poi però basterebbe farlo chiacchierare per 10’ con Lucio Pellegrini ed il suo volto s’aprirebbe al suo proverbiale sorriso.
È vero, Pellegrini è nato ad Asti ma guarda caso è amico di Stefano Bollani, di Paolo Conte, ama la musica italiana e poi conosce Napoli, ne conosce la forza creativa, la sincerità, la disponibilità ed il buonumore raramente offuscato da inevitabili momenti di malinconia. Ed allora anche il maestro Carosone plauderebbe all’iniziativa, con la convinzione che magari un napoletano guardato, studiato, considerato da un altro punto di vista sarebbe pittato come si usa dire dalle nostre parti.
Ed allora parliamone a tutto tondo con Lucio Pellegrini, una persona amabile, aperta, capace e come si diceva una volta brava.

L’impegno, la responsabilità di dirigere un film che impatta con fatti conosciuti, storici, biografie presenta più o meno difficoltà rispetto ad una storia che il pubblico scoprirà guardandolo?

«La responsabilità è maggiore anche se si racconta, come in questo caso, di un personaggio lontano nel tempo ma molto conosciuto ed amato. Va tenuto in conto che l’intenzione di fare un film, non un documentario, porta il regista, gli sceneggiatori e gli attori stessi a cercare di reinterpretare il personaggio mostrando una forma di amore e di rispetto per il personaggio. Nel caso di Carosone, che è amatissimo, conoscendo meglio la sua storia, la sua famiglia, quello che ha fatto e i suoi luoghi, lo amiamo ancora di più. È importante che questa passione poi nel film si colga».

In America i lavori cinematografici sul mondo dello spettacolo, soprattutto quello musicale, sono molto ricorrenti. In Italia nonostante la nostra grande tradizione musicale mi sembra un po’ meno. C’è una ragione particolare? Forse siamo più fantasiosi e per questo abbiamo più piacere a scoprire e raccontare storie inedite?

«Credo che qualcosa sia stato fatto anche qui da noi. Certo abbiamo nella nostra tradizione la tendenza a raccontare altri fatti della nostra storia rispetto a quelli del mondo dello spettacolo. Credo anche che siano un po’ più difficili da raccontare le storie del mondo dello spettacolo perché occorre un lavoro di reinterpretazione, di studio, di visualizzazione molto preciso e si lavora su un immaginario che negli spettatori è già presente, anche se magari sotto forma di ricordo lontano. È più complicato ma è anche una sfida più affascinante per chi fa il mio lavoro. Sino ad ora non mi era mai successo ma aspettavo un’occasione simile e sono felice di averla avuta».

Al di là del fatto che siete molto controllati, quanto è stato complicato dirigere un film con tanti personaggi, tanto contorno, tanto movimento in un momento come questo?

«È stato molto complicato, anche se il protocollo molto preciso che abbiamo ci consente di lavorare in grande sicurezza. Raccontare una storia che è ambientata in tre continenti, partendo dall’Eritrea, passando per New York e arrivando a Napoli e Milano, ha prodotto dei condizionamenti. Abbiamo lavorato molto anche con effetti digitali e quello che non abbiamo potuto realizzare dal vivo abbiamo provato a realizzarlo con l’immaginazione e spero che non si veda molto la differenza».

Entriamo nel merito del film. Quanto conoscevi Carosone prima che le affidassero questa regia?

«Lo conoscevo benissimo. Vengo dal nord e sono molto amante della musica italiana. Carosone è un caposaldo, un punto di riferimento per tutto il movimento musicale nazionale e per tutti quelli che amano la storia e l’evoluzione della canzone italiana. Certo non conoscevo tutti i dettagli della sua vita personale ma conoscevo molto bene il tipo di spettacolo che era associato all’attività di Carosone, la sua idea di musica e la sua idea di rappresentazione della propria musica e mi interessava tantissimo mettere in scena il gruppo, prima il trio con Gegè e Van Wood, poi i sestetti dove trovavo Gegè Di Giacomo irresistibile. Nel film infatti c’è moltissima musica, tante canzoni oltre naturalmente alla storia personale e tanto spettacolo che era la parte che mi stimolava di più in partenza su cui abbiamo impiegato la maggior parte dei nostri sforzi. Sono felice del risultato finale anche perché ho lavorato con dei ragazzi fenomenali, molto bravi».

Una digressione, che tipo di musica le piace ascoltare di solito?

«Mi piace ascoltare molto la musica italiana, soprattutto quella che va proprio da quel periodo sino agli anni Ottanta. Poi devo dire che Carosone è stato un apripista nel mondo della canzone e per me è stato stimolante lavorarci. Sono tanti gli artisti, che sono miei amici, come Stefano Bollani, che ha lavorato sin dall’inizio alle musiche di questo film, e come il mio concittadino Paolo Conte che lo considerano un punto di riferimento. C’è stato un filo comune molto italiano e un approccio intimo a questo lavoro che mi ha fatto sentire vicino al mondo napoletano che considero esotico. Non è il posto dove sono cresciuto ma lo amo da morire e ho sempre avuto uno sguardo un po’ stupito nei confronti della città e dei napoletani».

Il richiamo nel titolo al primo disco inciso da Carosone e la sua band ha qualche particolare ragione o è stata una scelta naturale, come poteva essercene un’altra?

«Si è trattato di una scelta naturale, perché intitolarlo così ci è sembrato il modo migliore per rappresentare il nostro film che racconta il percorso di un cantante, di una persona, di un uomo estremamente curioso, dotato di un grande gusto per la rappresentazione modernissima del mondo dello spettacolo. Ci piaceva per questo, come avevo fatto anche lui, associare il suo nome ad un’idea di divertimento, di gioia, di ricchezza. È un film che racconta la rinascita di un paese anche attraverso la musica e che in questo momento speriamo possa rappresentare un momento di benessere di cui abbiamo tutti un po’ bisogno grazie proprio alle sue canzoni».

Il film vuole essere un omaggio nel centenario della nascita dell’artista ma non racconta tutta la vita di Carosone, il tempo sarebbe stato insufficiente. Qual è l’arco temporale che copre?

«In sostanza copre l’avventura artistico-musicale di Carosone dall’inizio quando era giovanissimo e parte per l’Eritrea sino alla decisione di ritirarsi dalle scene con questa scelta un po’ anomala, fuori dagli schemi, così personale. Ci piaceva raccontare la storia di un artista che a 39 anni decide di lasciare il mondo dello spettacolo compiendo una scelta che oggi sarebbe inimmaginabile».

La domanda che sto per fare ti sarà stata già rivolta: da piemontese come hai affrontato questa immersione nel mondo partenopeo? Ti ha aiutato anche la figura internazionale di Carosone?

«Sì, sono piemontese, ma sono oramai romanizzato da 30 anni e Napoli la frequento molto, ho tantissimi amici e collaboratori napoletani. Questo non toglie che Napoli sia una città sempre da scoprire e ogni volta che vengo o ci lavoro mi capita qualcosa di nuovo che non avrei mai immaginato. È una città che ti stupisce sempre. Poi credo che Carosone sia un patrimonio nazionale ed internazionale ed io ho cercato di realizzare un film che avesse quel respiro, che raccontasse una storia esemplare, la storia di un grande talento che senza dimenticare le proprie radici, arricchendosi con le esperienze vissute, riesce a fare una cosa che non ha mai fatto nessuno inventandosi uno stile diverso da tutto quello che lo circonda».

Eduardo Scarpetta interpreta il cantante e Gino Castaldo su La Repubblica ha definito la sua un’interpretazione da manuale ma parlando di Vincenzo Nemolato, che interpreta l’iconico Gegè Di Giacomo, lo ha tratteggiato come strepitoso per un’interpretazione dall’impressionante verosimiglianza. Cosa ti va di aggiungere…

«Mi ha fatto molto piacere leggere quello che ha scritto Castaldo. Il lavoro di casting non è stato semplice e poi quello di preparazione è stato molto lungo. Eduardo e Vincenzo hanno lavorato molto in fase di preparazione, di studio, di prove con Stefano Bollani e con Ciro Caravano dei “Neri per caso”, che è stato il nostro coach per le voci. Abbiamo provato tantissimo la parte di messa in scena cercando di replicare quello che facevano Carosone e Gegè. Abbiamo anche lavorato molto sui costumi. È stato un lavoro ricco fatto con molta passione e sono contento che i primi feedback siano molto positivi. Nei rispettivi ruoli devo dire che il ruolo di Renato era quello della persona seria del gruppo, mentre Gegè era il fantasioso e Vincenzo (Vincenzo Nemolato, ndr) ha fatto secondo me un lavoro strepitoso».

Andando verso la conclusione di questa chiacchierata, hai realizzato nella tua carriera regie importanti nel senso sia dell’interesse che della qualità senza parlare dei riconoscimenti che non sono mancati. Dove collochi “Carosello Carosone”?

«Lo considero un passo in avanti importante rispetto alle cose che ho fatto sino ad oggi. Ho per la prima volta realizzato un film in costume ed era una cosa che volevo fare da tanto tempo ed è stata anche la prima volta che ho diretto un film musicale. Per me è stato mettermi alla prova su qualcosa di diverso rispetto alle mie esperienze precedenti ed è stata senza dubbio una grande scommessa. Mi auguro che vada tutto bene e che ci sia una risposta di gradimento, ci tengo tanto».

Proprio in conclusione ed a proposito di musica, mi racconti di quel video realizzato diverso tempo fa per Piero Pelù?

«Andiamo nella notte dei tempi. Si trattò di una collaborazione molto veloce. Pelù era al suo esordio da solista, è una persona molto curiosa, molto viva che si è mantenuta così a distanza di tanti anni. Sono esperienze rapide che non sono paragonabili al resto del lavoro che un regista fa di solito, ma comunque ti restano».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

UN BATTERISTA PER GEGÈ

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Da buon maestro ha istruito Vincenzo Nemolato nell’interpretazione alla batteria del grande Gegè

di Lorenzo Gaudiano

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani». A Mariano Barba Junior per un attimo gli occhi hanno brillato parlando di un artista che insieme a tutta la band di Carosone rappresenterà per sempre un’icona della musica napoletana a livello sia nazionale che internazionale. Un pezzo di storia che riemerge ogni qual volta si canta il motivetto di una canzone e si riproducono i suoni dei vari strumenti musicali impiegati nelle varie esecuzioni. Un ricordo che è sempre bello tramandare alle generazioni successive anche se i gusti musicali con il tempo inevitabilmente cambiano.
Ad interpretare Gegè in “Carosello Carosone” sarà Vincenzo Nemolato, a cui sarebbe bastata anche soltanto l’impressionante somiglianza fisica con l’artista per interpretare al meglio la parte. Invece no, le cose vanno fatte per bene. E quindi chi meglio di un bravo batterista come Mariano Barba Junior poteva trasmettere all’attore la postura, la gestualità, il sincronismo dei movimenti che caratterizza la performance alla batteria, per omaggiare tutto quello che lo strepitoso Gegè ha rappresentato per gli appassionati di musica e non solo.

Mariano, quando è nata la passione, la voglia di utilizzare le bacchette?

«Provengo da una famiglia di batteristi, a partire da mio zio Gennaro Barba, batterista degli Osanna. Poi c’è mio cugino Mariano, suo figlio, e alla fine io, Mariano Junior. Ho cominciato da bambino per gioco, non mi è stato mai imposto di suonare la batteria o studiare musica. Fino a 17 anni ho suonato per passione, dopodiché ho cominciato a considerare la musica come ipotetico lavoro futuro. Andavo a casa di mio zio e invece di giocare a pallone mi ritrovavo a studiare sullo strumento per un paio d’ore, suonando le cose che mi piacevano».

Ma è vero che le bacchette sono un po’ come il telecomando per chi in casa gestisce la tv?

«Con l’esperienza arriva la consapevolezza che si tratta di un ruolo di grande responsabilità, perché la batteria fa da metronomo per tutta la band. Se durante l’esecuzione musicale per esempio ci dovesse essere qualche flessione nel tempo, automaticamente verrebbe addebitata al batterista. Ciò infatti può diventare un problema, soprattutto nella musica che ascoltiamo oggi dove tutto è organizzato metronomicamente. Ci si trova sempre più spesso a suonare in situazioni dove tutto è programmato in sequenze. In queste situazioni non basta soltanto guardarsi tra musicisti e ritrovare il tempo, perché il computer va avanti e se si perde il tempo, ci si perde in tutto».

C’è una grande tradizione partenopea di batteristi. Lo dobbiamo ai ritmi africani vicini a noi o alla musicalità naturale della nostra terra?

«Penso ci siano entrambe le componenti. Siamo un popolo che negli anni è stato dominato da molte culture di cui abbiamo assorbito i ritmi musicali. Al tempo stesso ritengo che comunque la musicalità faccia parte del nostro DNA. Ci sono tante città italiane influenzate da altre culture, che però non hanno lasciato ad esempio quella musicalità che invece noi napoletani musicalmente siamo riusciti ad assorbire».

Hai avuto un maestro in particolare o, come si dice a Napoli, guardando hai saputo rubare il mestiere?

«Ho studiato osservando e ascoltando molto mio cugino, il mio primo idolo, a cui sono legato non soltanto da interessi musicali ma soprattutto da un rapporto familiare molto stretto. Ci frequentiamo moltissimo, nonostante i dieci anni di differenza. Ho imparato da lui per emulazione finché non ho deciso di intraprendere questa carriera, studiando al conservatorio. Un maestro in particolare non l’ho avuto semplicemente perché mi sono sempre dilettato da solo a capire in cosa dovessi migliorare dal punto di vista tecnico per salire sempre più di livello».

L’insegnamento della batteria da parte tua è cosa di tutti i giorni.

«Insegno Educazione Musicale alla scuola pubblica e privatamente alla RR Sound ad Agnano e nel mio studio a Melito».

Quanti ragazzi di quelli che segui decidono di andare avanti per tentare di diventare dei buoni musicisti?

«Credo dipenda dalla cultura del genitore nei confronti della musica. Se viene percepita come un hobby, allora il ragazzo difficilmente andrà avanti perché non è invogliato e seguito. Se considerata come possibile sbocco o come cosa bella da fare, invece ci prova».

Arriviamo a “Carosello Carosone” ed al tuo impegno per istruire Vincenzo Nemolato. Prima di parlare di lui, ti chiedo però di dirmi due parole su Gegè di Giacomo, l’originale…

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani. Dalla sua scuola, dal suo modo di fare negli anni abbiamo preso spunto perché oltre ad essere batterista lui è stato anche musicista, nel senso che cercava di comporre melodie. Sappiamo che la batteria è uno strumento ritmico, ma con lui si è arrivati anche ad una concezione melodica dello strumento perché faceva cantare i tamburi, cercava il suono da qualsiasi oggetto. Ciò ha dato il La a tutti per poter seguire questa via e non basarsi esclusivamente sulla ritmica».

Vincenzo Nemolato nei panni di Gegè Di Giacomo (ph. Andrea Pirrello)

Ora tocca a Nemolato. Come hai fatto a mettere in condizione Vincenzo di interpretare la parte tecnica del personaggio in così breve tempo?

«Conosco Vincenzo da vent’anni, non mi sono dovuto preoccupare di avere quell’approccio empatico che solitamente si ha con l’alunno per motivarlo. Ho potuto parlargli in modo molto diretto e inoltre sapevo che quando si mette in testa qualcosa in un modo o in un altro riesce ad ottenerla. Abbiamo saltato quindi tutta la parte dedicata alle coccole e al benvenuto sullo strumento (ride ndr), poi sono stato per lui un grande rompiscatole così come lui con me, perché era preoccupato di non riuscire nell’intento ma gli ripetevo che per imparare le movenze del batterista occorreva studio, tempo. Molti che approcciano alla batteria non si rendono conto di quanto tempo ci voglia per riuscire ad allenare l’indipendenza corporea, perché si tratta di coordinare quattro arti in modo diverso simultaneamente, cose che nella vita quotidiana non si fanno abitualmente».

Gino Castaldo, il critico di La Repubblica, lo ha definito strepitoso… E quindi avrebbe dovuto fare un complimento anche a te…

«Mi prendo un po’ di merito allora (ride ndr), perché significa che abbiamo lavorato bene. Sin dall’inizio sapevo che avremmo compiuto un buon percorso, anche perché a lui interessava apprendere la gestualità del batterista senza preoccuparsi del suono che per noi è fondamentale. È stata per me un’esperienza nuova».

Concludiamo con i programmi futuri.

«Sinceramente non vedo l’ora che abbia fine questo tipo di scuola con la DAD, perché è difficile sia per i ragazzi che per i docenti. È mortificante per tutto il lavoro che c’è dietro pensare che l’insegnamento sia un modo per rubare uno stipendio o ottenere una possibilità di vaccinarsi prima di altri».

Molto belli i video su Instagram dove suoni la batteria sui testi di canzoni conosciute.

«È un modo per cercare di emergere. La bravura conta ma c’è anche bisogno dell’occasione. È necessario farsi trovare non solo al posto giusto al momento giusto, ma anche preparato. Vorrei avere sempre la mia occasione ed essere giudicato per la mia abilità musicale, ma occorre anche fare un altro percorso parallelo che riguarda l’immagine, la versatilità che si può avere sullo strumento e i generi musicali. Sono un amante del pop, ma artisticamente non bisogna precludersi nulla. Mi piace molto insegnare ma al momento preferirei andare in giro e suonare, soprattutto per l’emozione che trasmette questo tipo di attività».

L’intervista termina qui. Niente stretta di mano, ma soltanto schermi di computer che si chiudono con la promessa e l’augurio di incontrarsi al più presto da vicino. E soprattutto di ritornare a vedere dal vivo le performances di un batterista umile, sorridente e soprattutto molto bravo, anche come insegnante. Gegè ne sarebbe fiero.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021