“12 baci sulla bocca” al teatro Nest

“12 baci sulla bocca” al teatro Nest

A TEATRO

“12 baci sulla bocca” al teatro Nest

Prosegue la stagione teatrale di qualità che la compagnia mette in scena con grande impegno

di Giovanni Gaudiano

Cosa accade nella vita quando un pensiero, un’inclinazione, un modo di essere appare sopito, quasi dormiente, e poi l’incontro casuale con un’altra persona scatena una reazione tale e inarrestabile per cui quello che sei o che senti di essere viene prepotentemente fuori?
Il testo di Mario Gelardi, che il Teatro Nest ripropone dal 17 al 19 gennaio, “12 baci sulla bocca” rappresenta questo aspetto ma non solo. La tematica personale si intreccia per scelta della compagnia di San Giovanni a Teduccio con avvenimenti che hanno segnato la storia del nostro paese. L’arco temporale, di poco superiore ai dodici mesi, parte dalla strage di piazza della Loggia a Brescia del ‘74 e si conclude con la morte di Pier Paolo Pasolini avvenuta nel novembre del 1975. I temi affrontati sono diversi ma hanno tutti un comune denominatore, sono tutti aspetti di una società malata che organizza stragi, che finisce per uccidere un uomo di cultura e che non riconosce di fatto il diritto a vivere la propria vita con le naturali scelte personali. Ne parliamo con Francesco di Leva che interpreta Emilio, con il regista Giuseppe Miale di Mauro e con Andrea Vellotti che ricopre il ruolo di Massimo.

Iniziando con Francesco di Leva, è naturale accennare anche all’attività del Nest. Il teatro di Ponticelli prosegue nel suo percorso di qualità, ripresentando quello si può definire un classico per la compagnia.

«È uno spettacolo attuale ma noi speriamo con questo testo di creare sempre grande poesia e grande speranza. Ha il corredo di una colonna sonora magnifica. Si tratta della storia di un ragazzo (Emilio) che vuole andare a vivere a Londra per essere libero, laddove nel suo paese si sente represso. Non è una storia basata sull’omosessualità ma piuttosto una storia d’amore».

Come e dove si può collocare il personaggio di Emilio che porti in scena in “12 baci sulla bocca” nel tuo percorso artistico?

«Emilio è il percorso, è il tentativo di un attore di voler essere diverso da quello che gli altri sono abituati a vedere. È la volontà di uscire da un cliché che gioco forza ti viene accostato. Quando Giuseppe me lo propose un po’ di anni fa, parve una grande provocazione, non si pensava potesse essere un piccolo successo come poi è stato. Si tratta per me di un gioiellino che mi porto nel cuore, attorno al quale sento molto interesse visto che dopo nove anni, oltre a Napoli, anche quest’anno lo porteremo a Roma ed a Milano».

Il rapporto che finisce per legare Emilio e Massimo affonda le sue radici nell’indifferenza familiare, nell’invadenza di chi non considera il fratello come una persona con altri interessi, altre convinzioni ed allora arriva un terzo, un estraneo che apre la porta ad un nuovo mondo…

«Il problema di fatto Massimo ce l’ha con se stesso, perché la società, rappresentata dal fratello, di fatto reprime la sua volontà, limita la sua libertà. Emilio invece scappa da questi problemi, non vuole sentirsi represso. Negli anni in cui la rappresentazione è stata ambientata era quasi vietato raccontare di un amore diverso. La violazione alle libertà personali sembrava la regola e soprattutto quella che veniva considerata una diversità diventava un marchio che non ti permetteva di vivere la tua personale ricerca della felicità. Oggi il concetto che ognuno può essere, a suo modo, una persona speciale si è consolidato».

Il successo del Nest, dimostrato dal continuo aumento delle presenze e dell’interesse attorno al lavoro della compagnia, può essere collegato a quest’evoluzione sociale.

«C’è fermento. Ci sono tanti giovani che ci seguono. Quest’anno abbiamo raccolto oltre 300 abbonamenti mentre quando iniziammo ne furono sottoscritti appena 20. Oggi abbiamo persone che vengono da tutte le zone di Napoli grazie al lavoro, ci tengo molto a sottolinearlo, di tutti i componenti della Compagnia Nest».

A proposito, hai ricevuto un premio da un consiglio di ragazzi della tua zona. Che posto occuperà nella tua bacheca?

«Un posto molto alto, in bella vista, perché è uno dei premi più belli che abbia mai ricevuto, tenuto conto del lavoro enorme che io faccio sul territorio e che a scegliere di premiarmi siano stati proprio i ragazzi del mio quartiere».

Il rapporto che finisce per legare Emilio e Massimo affonda le sue radici nell’indifferenza familiare, nell’invadenza di chi non considera il fratello come una persona con altri interessi, altre convinzioni ed allora arriva un terzo, un estraneo che apre la porta ad un nuovo mondo…

«Il problema di fatto Massimo ce l’ha con se stesso, perché la società, rappresentata dal fratello, di fatto reprime la sua volontà, limita la sua libertà. Emilio invece scappa da questi problemi, non vuole sentirsi represso. Negli anni in cui la rappresentazione è stata ambientata era quasi vietato raccontare di un amore diverso. La violazione alle libertà personali sembrava la regola e soprattutto quella che veniva considerata una diversità diventava un marchio che non ti permetteva di vivere la tua personale ricerca della felicità. Oggi il concetto che ognuno può essere, a suo modo, una persona speciale si è consolidato».

Giuseppe Miale di Mauro
“È una meravigliosa storia d’amore”

Tocca adesso a Giuseppe Miale di Mauro, il regista, parlarci di questo spettacolo e di come un testo contemporaneo possa diventare in pochi anni quasi un classico, per la richiesta di rappresentarlo che arriva proprio dai teatri di tutta l’Italia.

«Diciamo che noi alterniamo lavori sui classici a lavori su testi contemporanei. Quando affrontai “12 baci sulla bocca”, il testo era ambientato ai giorni nostri e in quel periodo diversi episodi di omofobia potevano far pensare che avessi scelto il testo di Mario Gelardi per affrontare l’attualità e quindi far perdere la forza del simbolismo che a teatro invece è necessaria. Proposi all’autore di arretrarlo nel tempo, cercando di parlare della genesi del problema, anche se mi rendevo conto che la reale genesi di questo problema era molto più lontana nel tempo. Individuammo a questo punto nell’uccisione di Pier Paolo Pasolini un possibile punto di raccordo per la storia e così decidemmo di ambientarla in un arco temporale che partisse dall’attentato di Piazza della Loggia per arrivare all’assassinio di Pasolini. All’interno di questo anno raccontiamo questa storia che ha un evidente aggancio con gli avvenimenti di quei periodi e che ci ha permesso di portare sul palcoscenico sensazioni simboliche fuori da quelle legate all’attualità».

Che significa per il Nest rappresentare nuovamente questo testo, che fase del vostro percorso artistico è il testo di Gelardi sul quale hai lavorato, partendo proprio dall’ambientazione storica?

«Credo che la bellezza del Nest stia nell’apertura che sta fornendo ad un quartiere nei confronti del mondo. La bellezza dell’arte, della cultura risiede proprio nella capacità di portare un microcosmo a volare lontano ed andare oltre il proprio quartiere. Questo racconto è una storia di violenza ma non ha nulla a che fare con la violenza comune di un qualunque quartiere di Napoli, piuttosto è la rappresentazione di un problema presente dappertutto, in tutte le città del mondo. Questo è quello che stiamo cercando di fare con il Nest: affrontare argomenti che vadano oltre lo steccato del nostro quartiere».

Concludiamo chiedendo a Giuseppe Miale di Mauro di tratteggiare i tre personaggi di “12 baci sulla bocca”.

«Antonio, interpretato da Stefano Meglio, è un picchiatore fascista e rappresenta il simbolo della chiusura mentale, sociale e culturale presente nel paese in quegli anni in cui abbiamo ambientato la storia. Si contrappone ad Emilio, interpretato da Francesco di Leva, che è un sognatore, una persona tenera. Tra i due c’è Massimo, fratello di Antonio, interpretato da Andrea Vellotti che rappresenta la repressione, quel che siamo dentro ma che non riusciamo a far vedere all’esterno. Si tratta di un ragazzo omosessuale che per paura, e forse anche per comodità, decide comunque di sposarsi e di portare avanti la sua vita come se non lo fosse, rinunziando ad un grande amore. Lo spettacolo in sostanza è il racconto di una grandissima e meravigliosa storia d’amore che avrà il suo finale tragico e che quindi nel suo sviluppo c’è piaciuto paragonare a quella tra Romeo e Giulietta di Shakespeare».

Andrea Vellotti
La nostra società ancora spaccata

Il personaggio di Massimo è interpretato da Andrea Vellotti. Si tratta di una figura che può essere definita come angolare nello sviluppo dello spettacolo.

Cosa rappresenta per Andrea Vellotti questo personaggio mite e condizionato da fattori esterni che sembra in balia della vita piuttosto che viverla?

«È un personaggio succube del fratello, che però riesce a far venir fuori una parte di sé rimasta repressa sino a quel momento che non riguarda solo la sfera sessuale ma tutta la sua personalità. I due sono orfani e Massimo subisce l’invadenza di Antonio, finendo per chiudersi in se stesso. L’incontro con Emilio gli consentirà di allargare i suoi orizzonti, scardinando quei blocchi che lo avevano attanagliato sino a quel momento».

L’aver spostato la scena agli anni ‘70 quanto ha inciso sulla tematica affrontata?

«Credo che da questo punto di vista la società di oggi si sia un po’ spaccata, nel senso che una parte ritiene che l’omosessualità non rappresenti più un problema valutandola come una condizione naturale, che non sia una deviazione, una malattia, che non sia addirittura una scelta ma che faccia parte del modo di essere di una persona come lo sono per esempio la timidezza, l’arroganza. Esiste poi l’altra parte che manifesta ancora un atteggiamento di chiusura nei confronti della omosessualità, della diversità, rispetto quindi a tutto ciò che non si conosce. Già dieci anni fa la nostra compagnia ha inteso trattarla come una storia d’amore e ci sembrava che questa narrazione potesse avere più forza se ambientata in un contesto sociale ancora più ostile. Credo che il lavoro da fare attorno a questo problema ed a quelli che vi si possono apparigliare, tipo quello legato agli immigrati, non sia finito, anzi vada intensificato per abbracciare tutte le fasce sociali».

pubblicato su Napoli n.21 del 05 gennaio 2020

Ai quarti di Coppa con una vittoria senza gol su azione

Ai quarti di Coppa con una vittoria senza gol su azione

IL GIORNO DOPO NAPOLI-PERUGIA

Ai quarti di Coppa con una vittoria senza gol su azione

Il Napoli supera il Perugia e ora aspetta la Lazio il 29 gennaio. Esordio positivo per Demme. Ancora sterile la fase offensiva

di Giovanni Gaudiano

Due rigori a favore, uno contro parato da Ospina e il Napoli va ai quarti di Coppa Italia.
Positivo il risultato, sonnolento il gioco soprattutto nel secondo tempo, attacco ancora con le polveri bagnate e poi lo show di Gattuso in conferenza stampa.
Il tecnico del Napoli ha dichiarato che c’è malizia e travisamento del suo pensiero da parte di tutti quelli che hanno voluto evidenziare le sue puntualizzazioni sul suo predecessore, amico.
È un tentativo puerile di nascondersi dopo aver gettato la pietra nello stagno. Le punzecchiature gattusiane sono evidenti, basta risentire gli audio delle sue interviste, eppure era stato proprio lui appena arrivato a Napoli a chiedere di non parlare del periodo precedente alla sua gestione.
Questo senza dimenticare che più volte l’attuale tecnico del Napoli ha dichiarato di essere un amico di Carlo Ancelotti e di ritenere improponibile qualunque paragone.
Nel lavoro del cronista del passato esisteva la possibilità di confutare quanto scritto, i virgolettati, di dire che c’erano stati dei fraintendimenti.
Ma come si può pensare di farlo oggi che tra televisioni, radio, bordocampisti, lettura del labiale grazie ai perfezionatissimi teleobiettivi delle telecamere si vengono ad acquisire informazioni dirette e sicure?

Va di moda, dunque, il trasformismo ed allora ci permettiamo di fare un piccolo parallelo, basato unicamente sui risultati.
Sia bene inteso anche quest’esercizio lascia il tempo che trova ma almeno è basato su dati certi, acquisiti dai tre fischi arbitrali.
Con la vittoria in Coppa Italia, ai danni di una squadra di serie B con un nuovo allenatore in panchina, Gattuso ha completato cinque partite alla guida del Napoli con questi risultati: 2 vittorie e tre sconfitte con 6 reti messe a segno e 7 subite. Ancelotti nelle ultime cinque partite alla guida del Napoli, comprese due partite di Champions, quella di Liverpool in Inghilterra e quella con il Genk in casa, ha ottenuto 1 vittoria, 3 pareggi ed una sconfitta e, particolare importante, solo con il Genk ha avuto a disposizione Milik in attacco. 8 sono state le reti messe a segno e 5 quelle subite.
La controprova non sarà possibile farla ma è abbastanza probabile che nelle 5 gare gestite da Gattuso, il Napoli, apparso abbastanza ritrovato con il Genk, avrebbe forse raccolto qualcosa di più con l’emiliano in panchina, che sia pur a fatica aveva oramai fatto capire quali sarebbero state le sue scelte definitive sino alla fine della stagione.
Forse parlare un po’ meno e lavorare per dimostrare che la scelta fatta dal presidente sia quella giusta sarebbe la migliore soluzione per il tecnico calabrese. Il problema però forse sta proprio nella sua provenienza, ai calabresi viene riconosciuta universalmente la testa dura ma anche una certa dose di presunzione. Speriamo che queste “doti” servano a risollevare le sorti di una squadra apparsa ancora molto lontana dal poter esprimere i suoi migliori valori.

pubblicato il 15 gennaio 2020

Il Napoli di Gattuso alla prova in Coppa Italia

Il Napoli di Gattuso alla prova in Coppa Italia

NAPOLI-PERUGIA

Il Napoli di Gattuso alla prova in Coppa Italia

È proprio vero che la coppa nazionale sia diventata l’obiettivo stagionale della squadra azzurra? Meret non si tocca!

di Giovanni Gaudiano

La Coppa Italia del Napoli inizia oggi. Al San Paolo appena dopo pranzo gli azzurri, per conquistare il quarto di finale, dovranno superare il Perugia che come la squadra partenopea ha effettuato da poco il cambio della guida tecnica, con Cosmi che ha rilevato Oddo.
Si parla molto di questa partita, che ha acquisito molta importanza perché in molti ritengono che la competizione potrebbe essere realisticamente l’univo obiettivo perseguibile in questa stagione difficile sin qui da definire.
La differenza tecnica ed i valori delle due rose farebbero pendere la bilancia del pronostico verso gli azzurri ma quello a cui si sta assistendo da alcuni mesi, per l’esattezza dal post Napoli-Salisburgo del 5 novembre, non può non essere considerato.
Gli errori di questo inizio anno, si parla delle due sole partite del 2020, dimostrano che la squadra è condizionata, che manca la giusta serenità, che probabilmente qualcosa non funziona nello spogliatoio e che le ruggini accumulate dopo il cosiddetto “ammutinamento” continuano a produrre effetti negativi.

Più volte ci si è augurato che la società intervenisse per riequilibrare la situazione, più volte si è detto che non sarebbe stato il cambio in panchina il toccasana, oggi sarebbe importante se prima della gara arrivasse qualche segnale importante. Potrebbe bastare anche la presenza del presidente al pranzo pre-partita con la squadra, potrebbe essere utile chiarire con i giocatori che è davvero delittuoso vederli giocare il secondo tempo dell’Olimpico e trovarsi nella situazione di classifica attuale.
Dal suo canto Gattuso ha sin qui dimostrato di capirci poco. Il tentativo del tecnico di proteggere la squadra, di assolverla in qualunque caso, vedasi la dichiarazione su Ospina, non è del tutto coerente con le frecciatine che l’allenatore maliziosamente invia alla precedente gestione.
Che in campo ci vadano i giocatori è risaputo, ma questa condizione vale per Gattuso come valeva per Ancelotti. Piuttosto sarebbe allarmante se i discorsi sulle giocate del portiere e sulla preferenza a cui ha fatto cenno il tecnico si risolvessero in un accantonamento di Meret che, qualcuno ha fatto in fretta a dimenticare, ha commesso un errore ma resta uno dei migliori giovani portieri del calcio europeo.
Assalto al Perugia quindi ma con idee chiare, se ci sono, evitando di aumentare i problemi e andarli a cercare laddove non ci sono mai stati.

pubblicato il 14 gennaio 2020

Da Roma arriva il campanello d’allarme

Da Roma arriva il campanello d’allarme

BRUTTA CHIUSURA DEL GIRONE D’ANDATA

Da Roma arriva il campanello d’allarme

Il Napoli non segna e quindi non vince ma continua a commettere errori come se fosse una provinciale che cerca di giocare e poi perde

di Giovanni Gaudiano

La tentazione è quella di pensare che il Napoli contro la Lazio abbia giocato una buona gara.
L’andamento della partita, soprattutto nel secondo tempo, potrebbe anche confermare questa sensazione.
L’analisi fredda, forse impietosa ma doverosamente razionale di quanto è accaduto fa propendere per pensieri completamente diversi.

1) Il Napoli perde ancora per un suo clamoroso errore.

2) La squadra nel primo tempo è stata in balia dell’avversaria senza riuscire a portare neanche un abbozzo di insidia verso la porta laziale e non era una scelta tattica del tecnico, che da bordo campo chiedeva alla squadra di alzare il proprio baricentro.

3) Ancora una volta il Napoli non ha giocato in 11: vedasi la prestazione di Callejon, colpevolmente tenuto in campo quasi per l’intera partita, e l’assenza dal campo nel primo tempo di Insigne, che ha poi disputato un buon secondo tempo.

La Lazio sicuramente è una squadra in forma ed in fiducia mentre al contrario il Napoli, pur cercando di giocare, continua a non raccogliere nulla.
È una sconfitta pericolosa perché qualcuno potrebbe pensare che non sia meritata, che sia l’ennesimo episodio di una stagione sfortunata e quindi illudersi che i problemi siano alle spalle.
Il palleggio invocato dal tecnico, che forse quando ne ha parlato si riferiva al fraseggio, si è visto ma è stucchevole, lento, prevedibile, inutile, deleterio e non porta da nessuna parte.
L’anno scorso ed all’inizio di quest’anno si era vista una squadra alla ricerca di un gioco più verticale, più veloce, che potesse creare gli spazi giusti per le caratteristiche degli attaccanti del Napoli.
Ora nel primo tempo di ieri il fraseggio della squadra è servito alla Lazio per sistemarsi, chiudere gli spazi, impedire anche un tiro dalla lunga distanza. Solo nel secondo tempo, quando il Napoli ha provato in alcuni frangenti a verticalizzare, è stato davvero pericoloso meritando un vantaggio che però non si è concretizzato.
Chiuso qui il girone d’andata ora la società, il tecnico, la squadra e lo staff al completo dovranno pensare davvero a resettare quanto accaduto in questa metà della stagione. Si dovrebbe puntare alla Coppa Italia e ripartire sin da sabato prossimo contro la Fiorentina, come se il campionato iniziasse in quel momento.
Sarà capace Gattuso di gestire questa situazione?
Se lo augurano tutti gli appassionati che in questo momento soffrono per un andamento non previsto ed in fondo non meritato.
Bisogna però guardare in faccia alla realtà, vestirsi di umiltà, vincere qualche partita sporca, come sta facendo la Lazio, e rialzare la testa per evitare di finire in un vortice ancora più negativo.

pubblicato il 12 gennaio 2020

Gattuso ride poco anche se parla molto

Gattuso ride poco anche se parla molto

LA RIFLESSIONE

Gattuso ride poco anche se parla molto

Il tecnico alla vigilia della gara di oggi pomeriggio all’Olimpico ha tenuto una conferenza stampa che sembrava un “de profundis”

di Giovanni Gaudiano

Gli dicono che sorride poco, anzi nulla, e lui risponde che non vede la ragione, pensando che il sorriso appartenga ai comici, ai giullari.
Gattuso non ha capito o forse ha fatto finta di non capire. L’osservazione si riferiva a quel suo modo di essere, era così anche a Milano, serioso, quasi stesse parlando di cose davvero importanti.
Eppure è stato giocatore, conosce il campo, lo spogliatoio, qualcuno nel passato ha anche detto che era uno dei leader in nazionale.
Diciamo che la leggerezza, l’ironia, la giovialità di sicuro non sa cosa siano e pare dopo questo periodo trascorso a Napoli ci siano anche delle crepe nella sua concezione dell’amicizia.
Con sussurri appositamente pilotati ha iniziato a parlare della preparazione atletica della squadra pianificata da chi lo ha preceduto. Ed Ancelotti per sua (di Gattuso) ammissione è un amico, un maestro, un professionista a cui lui non si può paragonare.
“Alla faccia del caciocavallo” direbbe Totò.

Oggi pomeriggio il Napoli di Gattuso e De Laurentiis all’Olimpico contro la Lazio si gioca molto.
Si gioca la credibilità, la tranquillità – una nuova sconfitta potrebbe aprire scenari impensabili solo due mesi fa – e quindi una buona fetta dell’intera stagione.
La brusca inversione di tendenza nella preparazione atletica sta provocando preoccupanti infortuni a ripetizione, probabilmente perché andavano previsti percorsi differenziati e non coram populo.
Dal mercato pare oramai siano arrivati due centrocampisti, sarebbe bene ricordare come Ancelotti ne avesse chiesto uno in estate e come la società non avesse fatto nessuno sforzo per accontentarlo, sino a rimediare in zona Cesarini con l’acquisizione del giovane Elmas, un elemento sicuramente di qualità ma non ancora pronto per una squadra che doveva lottare al vertice del campionato.
In conclusione l’augurio potrebbe essere che i giocatori, disinteressandosi di quest’atteggiamento tra il cadaverico e da “asino in mezzo ai suoni” del loro tecnico, ritrovino loro la gioia di giocare insieme e di battersi con convinzione per portare a casa la posta piena e svoltare definitivamente.

pubblicato l’11 gennaio 2020