“Il romanzo appartiene al suo autore”

“Il romanzo appartiene al suo autore”

LE STORIE

“Il romanzo appartiene al suo autore”

Una conversazione con de Giovanni su quanto siano differenti i romanzi e le serie adattate per la televisione

di Giovanni Gaudiano

Libri, teatro, cinema, manifestazioni sportive e poi la vita di tutti i giorni che stenta a riprendere il suo ritmo normale. Tutto è stato toccato, modificato da quanto accaduto in questi mesi. Si è ripartiti ma nonostante le cautele, le rassicurazioni è diffuso un senso di disagio oltre che gli evidenti problemi di natura economico-finanziaria.
L’attività televisiva ha beneficiato delle lunghe giornate trascorse in casa ma anche in quel settore le produzioni sono state sospese ed ora finalmente vedono la luce.

Vedremo serie attese da tempo ma quello che sta per essere messo in onda è l’occasione per puntualizzare con un autore prolifico e sempre atteso come Maurizio de Giovanni cosa verrà fuori dallo schermo televisivo.

«Io faccio lo scrittore, le serie televisive sono una cosa carina ma non mi riguardano direttamente. Sono contento perché la condivisione delle storie è maggiore, però io scrivo i romanzi ed in questo senso le storie sono tutte uguali: Ricciardi, Sara, Mina ed i Bastardi sono tutte quante storie che per me sono importanti così come i personaggi, l’ambientazione, l’epoca in cui si svolgono. Non sono quindi le serie televisive che mi rendono più o meno affezionato ai miei personaggi. È importante che si capisca che il romanzo è dell’autore che si siede davanti al computer e scrive quello che vede, quello che sente, non c’è nessuna mediazione. La storia esce per come l’autore la vede. L’unico limite può essere rappresentato dalla capacità di scrittura che incide sui concetti che vuoi esprimere».

La conversazione con Maurizio de Giovanni inizia così.
L’autore più rappresentato del momento rivendica il suo lavoro perché non si confonda cosa vuole dire essere scrittore, essere capace di trasmettere attraverso il racconto quella partecipazione dell’autore alla vita dei suoi personaggi e di conseguenza poi la capacità del lettore di creare un contatto con la storia, immaginando volti, suoni e luoghi attraverso la lettura della pagine del romanzo. Certo la serie televisiva come nel caso dell’opere di de Giovanni finisce per fornire tanti particolari del personaggio immaginato ma in realtà senza il lavoro dello scrittore non esisterebbe nulla, non ci sarebbe la possibilità di dare forse una vita diversa rispetto a quella pensata a quei personaggi che finiscono per affollare le nostre serate passate in comodità in poltrona a casa, al teatro, al cinema.

E quindi per meglio chiarire il concetto diamo ancora spazio alle parole dell’autore che non sono una sorta di rivendicazione del suo lavoro, non ne avrebbe bisogno, ma più che altro una maniera di spiegare quello che abbiamo sotto gli occhi ma che a volte ci sfugge.

«Una serie televisiva come uno spettacolo teatrale, come un film è frutto del concorso di molte professionalità: registi, attori, direttori della fotografia, scenografi, sceneggiatori, costumisti, autori della colonna sonora, ognuno dei quali in maniera corretta e indipendente esercita la propria professionalità. Il prodotto finale nel caso del romanzo è unicamente il frutto della fantasia dell’autore, mentre nel caso della serie televisiva e degli spettacoli teatrali e cinematografici ci sono molte professionalità che contribuiscono a produrlo. Di fatto quell’opera diventa meno tua perché si discosta da quello che avevi in mente quando l’hai scritta, perché tutti gli altri che partecipano alla sua realizzazione con i vari dispositivi ci mettono del loro e finiscono per deviare dalla storia principale. La serie televisiva, una commedia al teatro o un film appartiene meno all’autore che l’ha scritta con diversi gradi di differenza perché per esempio nel caso del teatro c’è maggiore vicinanza a quello che hai scritto, perché al di là degli attori e della scena non si va mentre nella serie televisiva già cambiare i tempi della conversazione può cambiare il significato».

C’è un altro aspetto che vorrei chiarire con il tuo aiuto. In molti dicono che attraverso le serie televisive si finisce per mostrare una Napoli lontana dalla sua realtà perché magari troppo bella, più efficiente e diversa dagli stereotipi che invece le sono stati appiccicati addosso. Cosa ne pensi?

«Si potrebbe obiettare con facilità che la Napoli che viene fuori da Gomorra è troppo brutta. Diciamo che la nostra è una città mondo. È un universo, puoi cercare e trovare varie tipologie di ambienti, di panorami. Io racconto il centro storico con i Bastardi e rappresento una città che ha delle bellezze e delle bruttezze. Ci sono luoghi di difficile lettura sociale, come ad esempio il Pallonetto di Santa Lucia, i Quartieri Spagnoli e poi ci sono anche quei luoghi solari, più ampi e anche monumentali come Piazza Plebiscito e Santa Lucia. Noi sappiamo benissimo che la nostra è una città di conflitti e contraddizioni ed è sempre opportuno raccontarne una parte tenendo ben presente che non si tratta del tutto. Napoli in alcuni aspetti è abbagliante, incantevole e meravigliosa mentre in altri aspetti è buia, oscura e difficile. In fondo non c’è nessuno che possa dire la vera Napoli ve la racconto io. Non lo posso dire io, e neanche Roberto Saviano, Elena Ferrante, Diego De Silva, Valeria Parrella».

Soffermandoci un momento sui Bastardi, hai tratteggiato nel primo romanzo le figure dei personaggi principali proprio nelle note al testo, ora dopo dieci romanzi quale sarebbe la tua definizione, anche sintetica, aggiornata per ognuno di loro alla luce di tutte le storie che hanno attraversato le loro vite?

«I personaggi man mano che tu scrivi cambiano, perché le loro personali situazioni evolvono. Partendo da Luigi Palma, oggi direi che la sua figura somiglia a quella di un buon allenatore che deve mettere in campo la squadra tirando da ognuno il meglio che ha. Lojacono invece è un fantasista, uno di quelli abituato a giocare da solo che però al momento buono sa mettersi al servizio della squadra. Pisanelli è un classico regista che cerca di non correre molto ma ha la capacità di indirizzare gli altri ed è per questo quasi un allenatore in campo mentre la Calabrese è un portiere, tenta di far lavorare bene gli altri anche attraverso le sue informazioni. Marco Aragona invece è un esterno d’attacco estroso, fantasioso che può farti arrabbiare in alcuni momenti ma in altri ti risolve la partita e Francesco Romano è un roccioso difensore centrale che al momento opportuno picchia senza farsi pregare. Poi c’è la Alex Di Nardo che è un terzino capace di coprire ed attaccare all’occorrenza, è una che sa fare bene entrambe le fasi di gioco».

L’utilizzo di termini calcistici è assolutamente condivisibile ed aiuta ad identificare i tuoi personaggi. Ma ti chiedo, lo scrittore finisce per avere tra tanti personaggi una preferenza personale magari dettata dal fatto di rivedersi in quella caratterizzazione?

«Sai, è un po’ la stessa cosa che accade con i figli non perché ce ne sia uno a cui vuoi più bene ma ce ne può essere uno a cui ti senti più affine rispetto agli altri. Penso che Maione in “Ricciardi” e Pisanelli nei “Bastardi” siano quelli che io sento un poco più vicini».

A proposito, quanto è prossimo il nuovo romanzo sui Bastardi e poi pensando un momento all’interpretazione di Lojacono di Gassmann ti chiedo: la sua scelta ti è piaciuta sin dall’inizio?

«Il prossimo libro che pubblicherò sarà proprio sui Bastardi. Uscirà a dicembre e si intitolerà: “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”. Per quanto riguarda Alessandro a me piaceva moltissimo, credo sia un attore straordinario oltre ad essere una persona di rara sensibilità e intelligenza. Sono sempre stato assolutamente soddisfatto che la scelta sia caduta su di lui».

La conversazione ha trattato altri temi che svilupperemo prossimamente ma è impossibile chiudere per il momento questo incontro con Maurizio de Giovanni senza ricordare come il nostro concittadino abbia raggiunto proprio la scorsa settimana con “Troppo freddo per Settembre”, l’ultimo romanzo con al centro l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli Mina, la prima posizione assoluta nei libri di narrativa più venduti in Italia. È un risultato prestigioso per lui che trattiene a stento la sua soddisfazione, per il suo lavoro e per la nostra città che continua a presentare eccellenze in ogni campo nonostante le difficoltà generali e quelle particolari che da noi non sono mai mancate.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

IL TEMA

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

La Napoli televisiva con le tre fiction scaturite dalla fervida penna dell’impeccabile Maurizio de Giovanni

di Giovanni Gaudiano

Sarà un autunno televisivo incentrato sulla nostra Napoli quello che è da poco iniziato, anzi lo è già da qualche settimana quando ancora il caldo estivo la faceva da padrone.
L’onda partenopea si trascinerà sino all’inverno ed all’inizio del 2021.
Su Sky Arte, si diceva, sta andando in onda una serie delle “Sette Meraviglie” dedicata interamente alla città. Documentari di qualità che trattano alcune delle bellezze napoletane con approfondimenti e particolari che dovrebbero invogliare i turisti a tornare al più presto, con le dovute cautele, ad affollare la città.
Ci sono poi tre fiction targate Rai, due che dovrebbero iniziare a breve ed una che forse vedrà la luce ad inizio del nuovo anno.
Sono tutte tratte dall’estro e dalla fantasia applicata alla realtà di Maurizio De Giovanni che con i suoi libri collabora attivamente da sempre a propagandare la città con le sue problematiche senza però dimenticare il suo patrimonio, le bellezze paesaggistiche e la varia e profonda umanità che abita una delle città più belle del mondo.
Tornando alle fiction come vengono chiamate oggi, andava bene anche sceneggiati televisivi, sono da pochi giorni terminate le riprese della terza serie de “I Bastardi di Pizzofalcone” con Alessandro Gassmann, romano di Napoli, a guidare la pattuglia dei derelitti capitani dall’impeccabile vice questore Massimiliano Gallo. Ci sono attori presenti nelle prime due serie ma ci sono anche delle novità dovute al finale della seconda serie il cui effetto ancora si attende di vedere.
Sembra poi imminente l’arrivo sugli schermi del tanto amato e rimpianto Commissario Ricciardi, che de Giovanni pare avere pensionato. L’attore prescelto ad interpretarlo è Lino Guanciale, un volto molto gradito dagli affezionati spettatori della Rai. Con lui animeranno la serie composta da 6 puntate della durata di 100’ i napoletani: Antonio Milo, Nunzia Schiano, Serena Iansiti, Enrico Ianniello, Maria Vera Ratti, Fabrizia Sacchi e Peppe Servillo.
Ultima ma non tale l’attesissima Mina Settembre, l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli apparsa per la prima volta nel romanzo di de Giovanni “Dodici rose a Settembre” da cui sono tratte 12 puntate da 50’ ciascuna.
Il ruolo di Mina è stato affidato alla bravissima Serena Rossi, non si poteva scegliere di meglio, che sarà affiancata da Giuseppe Zeno, Marina Confalone ed altri.
Ora è quasi tempo di sedersi in poltrona dopo cena, magari sorseggiando qualcosa, ed attendere la messa in onda di tre storie che non deluderanno le attese.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

È il momento di Victor Osimhen

È il momento di Victor Osimhen

FRAMMENTI D’AZZURRO

È il momento di Victor Osimhen

Il Napoli aspetta il primo gol del nigeriano. Per Gattuso è arrivato anche il momento di scegliere tra Meret-Ospina

di Giovanni Gaudiano

Sei punti con otto reti fatte, nessuna subita e sei marcatori diversi. Questa la situazione dei numeri che contano dopo due partite giocate dal Napoli.
Cosa significano questi numeri? Come vanno letti pensando alla stagione?
Sono importanti per la classifica ed anche per gli avversari che gli azzurri hanno incontrato. Nello scorso campionato la squadra azzurra ha lasciato molti punti proprio nei confronti con queste squadre e quindi oggi si può dire che ci sia stato un miglioramento.
Per quanto riguarda la stagione non bisogna farsi illusioni, è troppo presto. C’è molto da lavorare, ci sono molti nodi da sciogliere.
Lo stesso Gattuso ha onestamente dichiarato che se non fosse arrivato contro il Genoa, proprio all’inizio della ripresa, il raddoppio avrebbe rivisto lo schieramento cercando un maggiore equilibrio in campo per la sua squadra. Ha ragione il tecnico del Napoli. Attaccare è entusiasmante e segnare lo è ancora di più ma la perdita di equilibrio, delle misure tra i reparti in campo porta a correre troppi rischi soprattutto in difesa.
In ogni caso domani sera allo Stadium ci sarà il primo momento di verifica ad un certo livello. Il Napoli aspetta il primo gol di Victor Osimhen.

Gattuso e Pirlo saranno di fronte come sulla nostra copertina e da vecchi amici si daranno battaglia senza escludere nessun colpo, soprattutto dopo il pareggio dei bianconeri all’Olimpico.
Per parte nostra in questo numero abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul ruolo del portiere, sulla sua importanza nell’economia della squadra. L’argomento scelto è legato anche al dualismo venutosi a creare tra Meret-Ospina. Anche questo è uno dei punti che Gattuso dovrà dirimere quanto prima. La nostra posizione è chiara da tempo ed in questo numero viene avvalorata dai pareri di Zoff e del collega del “Corriere dello Sport” Antonio Giordano: non ci sono dubbi, Meret è il presente ed il futuro per questa squadra.
Il friulano come il collega novarese del Benevento Lorenzo Montipò, al quale abbiamo dedicato la copertina della nostra edizione distribuita nel Sannio, sono due giovani che alimentano la tradizione della scuola dei portieri italiani. Montipò, all’esordio in serie A contro la Sampdoria, ha già pagato lo scotto della prima volta senza recare danni e sappiamo che sta allenandosi da un po’ di tempo per migliorare il suo gioco palla a terra. Pensiamo sia necessario sostenere questi due giovani per le loro qualità professionali e per la serietà e le qualità morali mostrate sin qui e crediamo che gli stessi compagni di spogliatoio debbano impegnarsi per primi in questo senso.

pubblicato su Napoli nr. 31 del 03 ottobre 2020

La nuova stagione sta per cominciare

La nuova stagione sta per cominciare

FRAMMENTI D’AZZURRO

La nuova stagione sta per cominciare

La rosa a disposizione del tecnico rimane di buon livello e quindi nessuno obiettivo le è precluso a priori

di Giovanni Gaudiano

Che Napoli sarà? Che squadra vedremo sin dalla prima giornata?
È possibile azzardare qualche previsione?
Una certezza sembrava esserci sino a qualche giorno fa: questa sarebbe stata la squadra costruita da Gattuso. Anche il presidente alla fine del ritiro di Castel di Sangro, lanciando strali conto l’Uefa, ha dichiarato che senza la sosta per le nazionali il Napoli dell’ex campione del mondo sarebbe partito in grande spolvero sin dalla prima giornata, qualunque avversario il computer gli avesse opposto.
Il tecnico ha lavorato alacremente nel ritiro di Castel di Sangro ed è giusto ricordare come il suo impegno sia iniziato sin da quando è arrivato a Napoli. Ed allora perché ci permettiamo di dubitare su questa apparentemente scontata certezza? Cosa è cambiato?
Rino Gattuso con alcune recenti e mirate dichiarazioni si può dire che abbia cercato di fatto di smarcarsi, diremmo di defilarsi se il concetto non fosse troppo forte.
Rispondendo alle domande rivoltegli, ha detto che il suo lavoro sarà scandito dalle possibilità della società, dalle scelte che saranno fatte sul mercato ed ha indicato la qualificazione in Champions come l’obiettivo principale per la squadra.
Se due indizi a questo punto possiamo considerali quasi una prova, questa dichiarazione e la manifesta volontà di non impegnarsi con la firma di prolungamento del suo contratto, alle condizioni dettate da De Laurentiis dopo l’incontro-scontro di Capri, dicono chiaramente che non ci si trova di fronte ad un vero nuovo ciclo, anzi è come rivedere per l’ennesima volta lo stesso film.
Certo la rosa a disposizione del tecnico rimane di buon livello e quindi nessuno obiettivo le è precluso a priori, ma quando si richiede convinzione, determinazione, spirito di sacrificio ai propri tesserati sarebbe necessario aver ben chiaro cosa si stia facendo, come si voglia procedere, con chi e con quale raggiungibile obiettivo finale.
Durante il ritiro il presidente non ha fatto sconti. Le sue dichiarazioni durante le diverse interviste, le conferenze stampa, i meeting tenuti su argomenti di interesse generale, hanno portato alla luce un panorama dal suo punto di vista da rivoltare come un calzino.
In ordine De Laurentiis ha attaccato l’Uefa, la Federazione, la Lega, le televisioni, la radio ufficiale e come consuetudine tutto il mondo dell’informazione. Non ha risparmiato ovviamente il governo, il premier, l’Europa etc.
A Napoli c’è un detto, magari poco elegante ma storicamente efficace: “Non sputare in cielo che in faccia ti torna”.
Sarebbe un peccato se le intemperanze espressive, dettate spesso dalla poca stima che il presidente dimostra verso i suoi interlocutori, finissero per incidere negativamente sul lavoro che comunque si sta portando avanti.

De Laurentiis non è ben visto dal “Palazzo”, non ha in sostanza una stampa favorevole o meglio l’intero mondo dell’informazione non perde occasione per punzecchiarlo, non sembra poter contare su veri appoggi da parte dei suoi colleghi in Lega e non ha neanche il favore popolare. Può contare sulla stima verbale di alcuni opinionisti, di un nucleo ben individuato di professionisti napoletani che fanno prevalere l’equilibrio al sentimento e che fanno sempre riferimento alle sue riconosciute capacità in ambito economico-finanziario per poter giustificare nel complesso la sua gestione sportiva.
Riteniamo sia poco, sia insufficiente e non bastevole per il presidente della squadra simbolo del intero meridione. Il Napoli è riuscito ad agguantare due scudetti e vincere la Coppa Uefa non soltanto perché in campo si è potuto permettere il lusso di schierare Maradona ma per le riconosciute capacità diplomatiche di Corrado Ferlaino e l’abilità manageriale di un dirigente come Italo Allodi, senza dimenticare il successivo periodo con Luciano Moggi in cabina di regia.
Alla luce di queste considerazioni conveniamo con Gattuso che l’obiettivo della stagione, che non è affatto scontato, è arrivare al quarto posto, forse con un po’ di fortuna al terzo per poter giocare la Champions della prossima stagione e cosa più importante portare a casa (nelle casse della Filmauro) i ricchi appannaggi.
Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo più giusto per il Napoli? Sono d’accordo fino in fondo l’allenatore, i giocatori e soprattutto il pubblico?
Non sappiamo se, come dice De Laurentiis, solo nel mondo occidentale il Napoli possa contare davvero su più di 83 milioni di tifosi. Se così fosse, il presidente potrebbe già da oggi prevedere che la massa degli scontenti sarebbe ingente.
Aurelio De Laurentiis, è bene chiarire, ha tanti meriti, sarebbe impossibile non riconoscerglieli. Se è possibile però, se per lui è accettabile, per una volta sarebbe giusto parlare con estrema franchezza anche delle sue aree di miglioramento nell’ambito calcistico. Chi può dirsi completo, arrivato, definito o vicino alla perfezione? Nessuno.
Si tratta di comprendere, tollerare e discutere le ragioni degli altri.
Allora, solo allora, l’obiettivo potrà apparire chiaramente all’orizzonte e potrà diventare non solo un punto d’arrivo ma forse anche quello di una proficua e continua ripartenza senza bisogno di procedere per cicli e rifondazioni.
Nel frattempo in questo numero la nostra rivista, in occasione della partenza della nuova stagione, dedica diversi servizi e approfondimenti alla figura dell’allenatore, alla sua funzione nel calcio moderno senza dimenticare che rivoluzione sia stata la creazione dell’allenatore-manager che partendo dall’Inghilterra ha raggiunto i campi da calcio di tutto il mondo.

pubblicato sul nr. 30 di Napoli del 19 settembre 2020

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

COPERTINA

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

Una storia fatta di cicli e di programmi ambiziosi da rilanciare dopo un’annata confusa con una rosa arrivata al capolinea

di Giovanni Gaudiano

Il numero di per sé a Napoli non porterebbe bene ma per una volta, attivando tutti gli scongiuri del caso, si inizierà la stagione guardando con decisione in avanti, sicuri di aver già pagato ampiamente in questi anni eventuali debiti con la fortuna.
Quella che sta per iniziare sarà la diciassettesima stagione con Aurelio De Laurentiis alla guida della società azzurra. Il suo Napoli sta per diventare maggiorenne. Una vita, quindi, una storia piena di speranze, di emozioni, di uomini di qualità arrivati per riportare il Napoli laddove merita di stare.
Una storia con molti alti, pochi bassi, con qualche titolo conquistato per arricchire la bacheca azzurra. Un’avventura cominciata a Paestum tra i templi greci, luogo naturalmente deputato per la filosofia di cui è permeato il popolo napoletano, capace di assorbire anche un fallimento e l’onta di dover ricominciare dalla Serie C con pochi palloni ed una squadra raccogliticcia fatta in pochi giorni.
Al presidente spesso in questi anni è piaciuto ricordare come ha rilevato il Napoli in quell’estate infuocata del 2004. La situazione, c’è poco da dire, era quella ma forse in un momento di estrema lealtà qualcuno dei presenti, nelle varie occasioni, avrebbe potuto ricordare a Adl cosa Napoli ed il Napoli hanno rappresentato per lui, per tutta la sua famiglia e per la sua attività di oculato e capace imprenditore.
L’equilibrio di De Laurentiis nella gestione della società è noto, ci sono i dati ufficiali che lo confermano ad ogni presentazione di bilancio. Anche il quotidiano nazionale più specializzato in economia non può che confermare sempre questo successo che dura da sedici anni. Proprio per questo sarebbe il caso che De Laurentiis riconosca una volta tanto anche i meriti della città e degli appassionati, al di là di quelle posizioni controverse che di tanto in tanto fanno capolino.
Nella conferenza stampa del 13 luglio, con la quale il patron del Napoli ha presentato il ritiro di Castel di Sangro è stato bello sentire che c’è qualcosa che Aurelio De Laurentiis ignora o non conosce. Non per un malcelato e misero senso di rivalsa nei confronti di un uomo colto, le cui qualità non spetta a noi enumerare, ma per avvalorare un concetto: si guarda molto spesso troppo lontano mentre la soluzione è più vicina di quanto tutti possiamo immaginare.

È stato piacevole e soddisfacente sentire dire al presidente che a meno di due ore di auto da Napoli esiste qualcosa all’altezza, se non meglio, di quanto possano offrire le peraltro splendide valli alpine.
Il ritiro a Castel di Sangro della squadra azzurra, che comunque dalla stagione ventura rimarrà accoppiandosi a quello di Dimaro, è stato un modo per rinnovare l’aria attorno al Napoli. La scelta potrebbe rappresentare idealmente l’avvio di una ragionata rifondazione che a questo punto sembra impossibile da postergare ancora. Nella rosa ci sono quelli che sono stati dei punti di riferimento in questi anni ma il loro ciclo si può dire si sia concluso all’indomani della partenza di Hamsik e poi di Albiol.
Ci sembra giusto a questo punto avviare un breve amarcord per ripercorrere, proprio attraverso le parole del presidente, i passaggi che hanno contraddistinto le varie fasi della sua gestione al Napoli che va detto ha avuto una precisa connotazione: una continuità mai raggiunta anche nel momento più luminoso di un sia pur glorioso passato.
Ci tocca quindi partire da quel gran signore che è stato ed è Edy Reja per riavvolgere il nastro e provare a raccontare le fasi dell’era De Laurentiis, partendo dalle parole del presidente.
«Sono sempre in contatto con Reja, costantemente. L’ho sentito per anni, sin da dopo che insieme siamo tornati in Serie A. Gli chiedo spesso di venire a Napoli per aiutarmi e lui si rifiuta. Ho con lui buoni rapporti».
Si tratta di un estratto di alcune dichiarazioni rilasciate nel settembre del 2018 dal presidente sul tecnico, capace in meno di tre anni di riportare il Napoli in Serie A e fanno eco a quanto dichiarato dal tecnico friulano nel maggio del 2016…
«Aurelio De Laurentiis è un signore. Ora sa anche di calcio, ma appena prese la società no, per questo siamo quasi arrivati alle mani, ma da gentiluomini ci siamo subito spiegati e il giorno che sono andato via dal Napoli mi ha detto: “Per lei qua la porta sarà sempre aperta”. Non sono frasi di circostanza ci sentiamo ancora spesso».
Questo il primo ciclo che si concluse con la partecipazione del Napoli alla coppa Intertoto, l’eliminazione da parte del Benfica nella finale e una stagione che, dopo un avvio incoraggiante, subì una brusca frenata con l’avvicendamento in panchina e l’arrivo di Roberto Donadoni.
Il secondo ciclo lo si può far coincidere con l’arrivo di Walter Mazzarri alla guida del Napoli. All’atto del “divorzio”, voluto dal tecnico toscano, che pensava andando a Milano, sponda Inter, di consolidare quanto di buono costruito al Napoli, il presidente nell’estate del 2013, dopo l’ingaggio di Benitez, dichiarò…
«Rimango innamorato delle persone che hanno collaborato a un progetto importante. Mazzarri è un toscano, la sua ironia è normale. Io sono per l’internazionalizzazione, per me è più giusto un allenatore come Benitez, con cui ci siamo subito trovati d’accordo su tutto. In casa mia comunque i divorzi non esistono. Ho dato un’ultima opportunità a Mazzarri ma lui non l’ha accettata, ritenendo di aver concluso il suo lavoro a Napoli. Quindi ho deciso di andare avanti senza tentennamenti».
Il tecnico di San Vincenzo è stato importante nella crescita della squadra ma nessuno può negare, oggi a distanza di tempo, che l’affetto dei napoletani e la possibilità offertagli dalla società ed i risultati che è stato capace di conseguire con gli azzurri non si siano ripetuti da nessun’altra parte, mostrando per intero tutti i suoi limiti gestionali.

Per la successione a Mazzarri, De Laurentiis, come dichiarato, decise di internazionalizzare il Napoli e convinse durante la finale di Champions di quell’anno Rafa Benitez a venire a Napoli. Il suo racconto si riferisce alla fine della prima stagione dello spagnolo a Napoli.
«A Londra incontrai Benitez, col quale facemmo subito “scopa”. Ci trovammo in accordo su tutto ed iniziammo un percorso importante. Fin dal principio mi convinse che la squadra dovesse cambiare modulo; poi ha voluto vedere quali giocatori erano in grado di adattarsi meglio ai nuovi schemi. Infine, dopo il mercato estivo, abbiamo fatto mosse importanti nel mercato di gennaio».
Rafa Benitez con stile e signorilità dopo la decisione di andare a Madrid dichiarò…
«I progetti si possono costruire anche senza essere necessariamente i più facoltosi e noi a Napoli qualcosa di nostro abbiamo dimostrato. È stata rifatta una squadra, attraverso la cessione di Cavani e con investimenti mirati. Abbiamo fatto quello che si poteva: non è un difetto avere una disponibilità economica inferiore ad altri club. Ma De Laurentiis è stato bravo a portare il Napoli ad essere stabilmente tra le grandi. Se c’è anche qualcosa di mio nella squadra allestita, e penso ci sia, ne sono orgoglioso. Poi è arrivato un momento in cui le strade dovevano dividersi, avevamo visioni diverse sulla gestione, sulla politica societaria. Ma l’abbiamo fatto con rispetto assoluto, l’uno dell’altro».
Siamo così giunti al finale di questa breve rivisitazione della fondamentale gestione tecnica del presidente Aurelio De Laurentiis, ovvero la scommessa Sarri, la scelta successiva di un parafulmine come Ancelotti e l’arrivo a stagione quasi del tutto compromessa di Gattuso, quello che oggi sembra essere deputato alla concretizzazione del nuovo ciclo. Partiamo da alcune delle parole riservate dal presidente al tecnico toscano…
«È diventato il deus ex machina, ma anche nel calcio vale la regola del cinema dove per fare un buon film sono necessari un ottimo regista e un ottimo produttore, sono i genitori dell’opera dell’ingegno. Naturale che l’imprenditore dia delle indicazioni e che gli sia riconosciuta una parte del merito nel successo, non solo la colpa nella sconfitta. Chi ha preso Cavani? Il sottoscritto. E Mazzarri? Il sottoscritto. E Benitez? Sempre il sottoscritto. E Higuain? E Sarri? Quando lo scelsi tappezzarono la città di striscioni contro di me».
E poi dopo la separazione…
«Mi fece incazzare con la scusa volgare dei soldi, mi costrinse a cambiare e aveva ancora due anni di contratto. Ricordo che a febbraio mi invitò a pranzo in Toscana, a due passi da casa sua, organizzò la moglie, parlammo di tante cose ma non accennò a chiusure, a separazioni, mi portò fino al giorno che precedette l’ultima partita creando disturbo e incertezza alla società».
Maurizio Sarri forse è stato il più irriconoscente dei tecnici arrivati a Napoli nell’era De Laurentiis. Forse aveva pensato che il ciclo della squadra fosse arrivato al termine e quindi pensò che per “arricchirsi”, come lui stesso ebbe a dichiarare, sarebbe stato meglio emigrare. C’è chi a Napoli di tanto in tanto lo vorrebbe nuovamente alla guida della squadra, pensiamo che sarebbe sconveniente al di là di ogni possibile risultato.

La parentesi di Ancelotti andrà probabilmente valutata nel tempo o quando i due protagonisti si decideranno a dire la verità sull’accaduto. Di sicuro il tecnico emiliano sin dal suo arrivo ha cercato di far capire che erano necessari dei cambiamenti sostanziali ma forse al presidente serviva solo prendere tempo e poi un tecnico meno decorato per rilanciare il suo Napoli. Ecco le parole di De Laurentiis all’indomani dell’esonero…
«Scelsi la sua serenità, la tranquillità, la sua piacevole vicinanza. Mio padre era un filosofo, un uomo dolcissimo. Come Carlo. Ma prendendo lui, non so se feci la cosa più giusta per il Napoli. Dopo la prima stagione, potendo ricorrere alla clausola rescissoria contenuta nel contratto, avrei dovuto dirgli: “Carlo, per me non sei fatto per il tipo di calcio che vogliono a Napoli, conserviamo la grande amicizia, il calcio a Napoli è un’altra cosa. Ti ho fatto conoscere una città che adesso ami spassionatamente e che ti ha sorpreso, meglio finirla qui”».
Nelle dichiarazioni di De Laurentiis è presente solo una mezza verità. In varie occasioni il tecnico di Reggiolo si è accusato di un errore che avrebbe commesso senza però mai volerne parlare chiarendolo. È lecito pensare che anche lui pensasse che sarebbe stato meglio andar via alla fine del primo anno ma è altrettanto giusto considerare che nell’estate del 2019 i presupposti tra l’allenatore e la società erano ben diversi e lontani dalle dichiarazioni rese dal presidente.
Siamo giunti al termine di questa carrellata e va quindi ricordato il racconto che De Laurentiis ha fatto di recente parlando dell’ingaggio di Rino Gattuso…
«Ci eravamo rivisti al compleanno di Ancelotti, da Mammà, a Capri. Una tavolata di quaranta metri, Carlo aveva invitato il mondo, amici, ex compagni, sembrava un matrimonio, io e Carlo ai lati. Rino era seduto vicino a lui. Me l’ero immaginato diverso, ho scoperto un grande conversatore, molto presente a se stesso e in grado di affrontare tutti i temi possibili. Ci siamo intrattenuti a parlare per le tre ore della serata. Dopo il disguido del ritiro-non-ritiro gli ho telefonato e gli ho detto: “Rino, stai calmo, non prendere nessuna decisione se ti chiama qualcuno, stai fermo”. La sera della partita di Champions, dove peraltro abbiamo vinto, ho invitato Carlo a cena per spiegargli che avevo deciso di cambiare, anche per conservare la grande amicizia tra noi… Napoli è la parte migliore della mia vita. Io amo due sole città, i miei due posti, non esiste un altrove, Napoli e Los Angeles. Per stare vicino alla squadra ho appena deciso di affittare una villa di Capri e di trasferirvi gli uffici della Filmauro, del cinema e del calcio».
Ed ancora…
«La squadra aveva dimenticato il 4-3-3 sarriano, a Rino ho chiesto la riverginazione di quel modulo, anticipandogli che lo scotto da pagare sarebbero state tre, quattro sconfitte di fila. Ne ha perse di meno. Carlo, come mio padre, era l’ambasciatore, io e Rino siamo molto simili, due guerrieri, due che non le mandano a dire, due condottieri».

Il racconto, la storia, quella ricostruita attraverso le dichiarazioni di De Laurentiis è terminata. Inizierà un nuovo ciclo? Sarà proprio Gattuso il condottiero auspicato da Aurelio De Laurentiis a portarlo avanti? Avrà le qualità per gestire una squadra, una società dove l’organizzazione è molto diversa dal suo Milan, quello in cui giocava? E poi il presidente saprà ricostruire la squadra giusta per mirare ad una serie di obiettivi ragionevoli ma soprattutto finalmente raggiungibili?
Staremo a vedere!
Nel frattempo abbiamo ritenuto di dedicare per la prima volta la nostra copertina al presidente per riconoscenza, per evidenziare il proficuo lavoro fatto in questi anni ma soprattutto per spronarlo a realizzare l’obiettivo che la città aspetta da un po’ di tempo.
Lui è l’uomo giusto perché proviene dal mondo dei sogni, quello fatto di celluloide. Il grande sogno americano, paese che De Laurentiis ha eletto come sua seconda patria, ha fondato la sua realizzazione grazie anche al mondo cinematografico.
Napoli aspetta, non è importante chi siederà quel giorno sulla panchina mentre sarebbe giusto che Aurelio De Laurentiis completi l’opera raggiungendo l’obiettivo massimo che lo legherebbe, al di là delle polemiche, per sempre a questa città nonostante la sua evidente inflessione romanesca.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020