In aereo o in auto siamo tutti pronti

In aereo o in auto siamo tutti pronti

 OBIETTIVO ISTANBUL

In aereo o in auto siamo tutti pronti

Il Napoli ha le qualità per poter sperare in un miracolo, nonostante sia inferiore a diverse pretendenti alla coppa

di Giovanni Gaudiano

Che si vada in aereo o in auto la distanza tra Napoli ed Istanbul supera abbondantemente i mille chilometri, per l’esattezza 1236 Km in aereo e 1547 Km, quasi tutti in autostrada con un passaggio in mare tra Bari e Igoumenitsa, in autovettura.

Sembrano due distanze tanto diverse ma non per la differenza del chilometraggio, che pure è sensibile, quanto per il tempo che si impiega a percorrerle secondo il mezzo usato. Eppure è certo che da quando c’è stato il sorteggio in tanti avranno pensato di organizzare un viaggio lungo una settimana, una specie di pellegrinaggio per seguire la maglia azzurra partendo da Capodichino per arrivare ad Istanbul. Forse è solo un sogno ad occhi aperti ma certo servirebbe a certificare definitivamente una dimensione internazionale per il Napoli creato da Aurelio De Laurentiis e messo nelle sapienti mani di Carlo Ancelotti.

Peraltro il viaggio in auto, sicuramente più romantico, avrebbe il vantaggio di passare per Alessandropoli e la storia racconta come il macedone, che dà il suo nome alla città greca di confine, avesse annesso al suo impero Bisanzio, la città che oggi conosciamo come Istanbul.

Lasciando la digressione turistica e storica e tornando alla “pedata” di marca breriana, la strada per arrivare all’Atatürk Stadium è lunga, difficile, irta di insidie, prevede scontri con grandi società e di conseguenza grandi squadre e come tutte le cose della vita avrebbe bisogno di un pizzico di fortuna che in apparenza almeno nel sorteggio del girone pare che quest’anno ci sia stato, anche se Ancelotti fa bene a diffidare.

È bene intendersi, nessun avversario va sottovalutato ma se stiamo pensando (sognando) di organizzare un viaggio in Turchia non sono gli avversari di terza e quarta fascia che ci debbono impensierire.

Invece sarà bene guardarsi proprio dal Liverpool e non solo nei confronti diretti ma evitando di fare calcoli sul potenziale dei Reds che dovrebbero puntare al bottino pieno di punti in tutti i confronti.

È un errore da non ripetere, già in due occasioni i calcoli hanno penalizzato un Napoli che meritava di andare avanti e non retrocedere in Europa League. Quindi attenzione e decisione nel cercare di vincere tutte le gare, cercando la qualificazione con le proprie forze senza sperare che Klopp e la sua masnada facciano bottino pieno con Salisburgo e Genk.

pubblicato sull’inserto dedicato alla Champions di Napoli n.14 del 14 settembre 2019

Il Napoli e l’urlo della Champions League

Il Napoli e l’urlo della Champions League

FRAMMENTI

Il Napoli e l’urlo della Champions League

L’esordio con il Liverpool questa sera, il sostegno dello stadio San Paolo e la voglia di fare bene nella competizione

di Giovanni Gaudiano

Si accenderanno le luci, si illumineranno i tabelloni (anche il San Paolo finalmente li potrà mostrare) e poi risuonerà la musica, quella che procura brividi e che a Napoli viene accompagnata da un urlo che sembra un grido di guerra, come quello che i neozelandesi del rugby utilizzano per la loro coreografica Haka Maori.

È la Champions League: la più affascinante competizione mondiale per club, la più ricca, la più ambita, quella a cui vale la pena partecipare anche se l’avventura si ferma al girone.

Ogni squadra spera di fare il maggior cammino possibile ma poi la storia dice che raramente un’outsider raggiunge una posizione nelle prime quattro. Oggi ancor più di prima contano le rose, la forza economica, il blasone, il peso politico nel palazzo di Nyon. Forse, anzi quasi certamente, l’assalto e la presa di quel palazzo per la maggior parte delle formazioni partecipanti è impossibile in partenza.

Questa edizione per il Napoli dell’era De Laurentiis è la sesta, la quarta di seguito; comincia ad esserci quella giusta familiarità per tentare di fare il maggior cammino possibile senza fermarsi al girone o agli ottavi perché opposti ad una delle corazzate straniere.

Il Napoli di Carlo Ancelotti, che già l’anno scorso meritava maggior sorte, ha l’obbligo di tentare quello che oggi per molti appare fuori portata. Ci sono tutti i presupposti, servirà applicazione e feroce determinazione accompagnata dall’accresciuta fiducia e personalità che la squadra sembra avere a sua disposizione. Si ripartirà proprio dal Liverpool che ci mandò in Europa League. Non ci sono rivincite da consumare ma crescita da consolidare grazie alla personalità che la squadra dovrà mettere in campo.

Mentre scrivo, mi sembra di sentire l’urlo ma non è quello che accompagna la musica prevista dal cerimoniale, è l’esplosione improvvisa del tifo compatto per la realizzazione della rete che porterà gli azzurri a seguire con tenacia la strada per Istanbul, che oggi sembra lontana ed avvolta da una leggera foschia pronta ad alzarsi per poi sparire con l’arrivo dell’azzurro che potrebbe davvero illuminare la serata dell’Atatürk Stadium al cospetto di qualunque avversario la sorte dovesse decidere di metterci di fronte.

pubblicato su Napoli n.14 del 14 settembre 2019

Quando Boskov ci regalava un sorriso

Quando Boskov ci regalava un sorriso

    L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Quando Boskov ci regalava un sorriso

Sarebbe stata una sfida speciale per il grande Vujadin, che ha saputo entrare nel cuore di entrambe le tifoserie

di Giovanni Gaudiano

Oggi sarà Napoli – Sampdoria. Sono molti gli uomini, gli episodi che uniscono le due squadre, tante le coincidenze, gli incroci ma di sicuro c’è un personaggio che ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nel cuore delle due tifoserie e soprattutto è riuscito a lasciare la sua impronta alla guida delle due squadre: Vujadin Boskov. Qualcuno penserà/dirà che a Napoli non ha vinto nulla mentre a Genova è riuscito a portare la Samp allo Scudetto, alla Supercoppa italiana, alla finale di Coppa dei Campioni, alla vittoria in Coppa delle Coppe per non parlare delle due Coppe Italia, conquistate con lo slavo alla guida, che i blucerchiati hanno in bacheca. È il solito errore. Vincere è importante ma è altrettanto importante lasciare un’impronta, rivitalizzare un ambiente sonnecchioso, infondere entusiasmo, valorizzare giocatori considerati oramai prossimi alla pensione o giudicati non all’altezza della squadra in cui giocano.

Caro Vujadin, ci parli un poco del calcio d’oggi, di quello che si gioca poco alla domenica e che si segue più in televisione da casa che sugli spalti degli stadi, soprattutto in Italia?

«È tutto cambiato. I giocatori sono dei grandi atleti, corrono molto ma spesso non curano la tecnica. Le rose sono enormi: come potrei oggi dire “squadra che vince non si cambia!” Tutti quelli che restano in panchina mi farebbero la guerra. E poi la cosa che proprio non va bene è questo VAR. “Rigore è quando arbitro fischia”, senza quella diavoleria tecnologica che blocca la partita, che ti fa addormentare e che poi alla fine lo stesso non mette tutti d’accordo».

Mister ma allora lei oggi non potrebbe allenare?

«Niente affatto. Io allenerei comunque, proprio per tutte le cose che ho detto prima. Anzi vincerei di più perché oggi la comunicazione è diventata più importante della preparazione, degli schemi di gioco, delle tecnica individuale e tutti sapete che sono sempre stato un grande comunicatore».

Senta sig. Boskov, quale giocatore di oggi porterebbe nella sua Sampdoria o nel suo Napoli?

«Io farei giocare sempre Mancio con Vialli, si completavano nonostante Roberto a volte avesse la testa altrove. Con due come loro puoi vincere tutto, anche oggi che il calcio è tanto cambiato. Poi si sa, io dicevo ai miei giocatori quando dovevamo affrontare la Juventus: “Loro hanno due gambe come noi, sono in undici come noi. Hanno solo l’auto in più, la Fiat, ma quella non gioca, ahahahaha”. Poi Boniperti era mio amico, era venuto a caccia con me. Era stato un grande giocatore e io l’ho sempre rispettato tantissimo».

Ma adesso sono otto anni che i bianconeri vincono lo scudetto, quasi fosse una dittatura?

«Non è una dittatura. È la classifica. “Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti” e loro sono otto anni che fanno sempre di più degli altri. Loro sanno che “un giocatore con due occhi deve controllare il pallone e con due il giocatore avversario”, quelli della Juventus addirittura di occhi ne hanno sei perché con gli altri due guardano l’arbitro».

Boskov con Ancelotti

Grazie Mister. Lei è stato un giramondo ed un grande calciatore, uno capace di giocare a centrocampo alla maniera danubiana con l’estro dei brasiliani. E poi si è seduto su tante panchine dove ha dimostrato le sue capacità, come quando l’hanno chiamata a Coverciano per insegnare al corso allenatori. Sentiamo tutti la sua mancanza, anche se siamo convinti che non avrà smesso di canzonare un mondo, come quello del calcio, che spesso si prende troppo sul serio. Noi la ricordiamo per la competenza, la simpatia e la sagace capacità di sdrammatizzare come quando in un pre-partita disse: “Questa partita la possiamo vincere, perdere o pareggiare!”. Alla prossima, un caro saluto.

“Allenava gli uomini prima dei calciatori”

Salvatore Moxedano racconta Boskov

I ricordi sono ricordi. Salvatore Moxedano, un anno con il Napoli, sempre con la squadra, in campo e fuori, conserva nella sua memoria tanti aneddoti che riguardano Boskov. Ne parla come se zio Vujadin fosse ancora con noi, per questo gli abbiamo chiesto di raccontare qualcosa che ce lo faccia ricordare.

«Quando pensammo di cambiare guida tecnica per il Napoli nel campionato 1993-94, il primo nome fu il suo. Boskov aveva visto il Napoli a Genova in una partita che era finita 3 a 3, con la squadra capace di rimontare il primo svantaggio, per poi passare in vantaggio e raggiungere il pareggio solo nei minuti finali. Quando arrivò a Napoli, il suo primo pensiero fu quello di cambiare qualcosa in difesa e senza pensare a chi avesse a disposizione in quel ruolo decise che avrebbe fatto giocare Fausto Pari come difensore centrale. Lo conosceva bene, era stato con lui alla Samp, sapeva che le sue caratteristiche erano quelle di un classico centrocampista di costruzione. Boskov non esitò a cambiargli ruolo, perché prima di tutto guardava l’uomo, la sua personalità, la sua capacità di stare in gruppo e Pari lo ricambiò con un ottimo campionato. Debbo aggiungere che, quando a fine ottobre andammo di nuovo a Genova per giocare con la Samp, fui colpito dall’accoglienza del pubblico che lo applaudì per più di cinque minuti, nonostante sedesse sulla panchina della squadra avversaria, perché lo amavano esageratamente e so che ancora oggi i sampdoriani lo ricordano come uno di loro».

pubblicato su Napoli n.14 del 14 settembre 2019

Quei minuti di silenzio allo Stadium

Quei minuti di silenzio allo Stadium

/ L’EDITORIALE

Quei minuti di silenzio allo Stadium

Il Napoli va sotto per i suoi errori. Ancelotti modifica la squadra che recupera il risultato, poi una sfortunata autorete vanifica tutto

di Giovanni Gaudiano

Parole, tante parole. Immagini, tante immagini. Giudizi sommari, i soliti.

Carlo Ancelotti, nonostante la sua visibile contrarietà per quanto si era visto durante la partita, ha forse detto l’unica cosa giusta sulla quale riflettere attentamente. “Non sarei stato contento anche se la partita fosse terminata sul 3 a 3”. Il tecnico è rimasto deluso dalla prestazione della sua squadra, che ha concesso alla Juve di portarsi in largo vantaggio senza sfruttare le possibilità che il campo stava palesando. Si tenga presente che gli elogi sulla grande prima ora dei bianconeri da parte di tutti gli addetti ai lavori sono come sempre esagerati e fuori luogo. La Juventus ha potuto sfruttare gli ampi spazi concessi dal Napoli ancora incapace di tenere la squadra corta per una serie di fattori che saranno oggetto di altro intervento. Gli stessi spazi che il Napoli, pur avendo a disposizione, non ha saputo cogliere per avvantaggiarsene. Ancelotti è stato chiaro, chiarissimo.

La squadra ed alcuni interpreti devono crescere. Uomini su cui si fonda il progetto sono apparsi fuori forma e per la prima volta abbiamo potuto assistere a dei cambi che avevano sovvertito l’esito della gara perché va detto che sin dal primo minuto del secondo tempo il Napoli è apparso un’altra squadra, dove soprattutto la fase offensiva mostrava ben altra consistenza rispetto ai primi 45’.

C’è da lavorare tanto. C’è da sistemare la fase difensiva che, va detto, risente di un carente filtro del centrocampo, zona dove qualcuno è fuori condizione. Sette reti in due partite sono un’enormità per una squadra che intende competere al vertice. A questo proposito, una riflessione che lascia tanta amarezza è quella di pensare di avere segnato tre reti allo Stadium senza che questo abbia significato punti. Ora Ancelotti potrà lavorare sin da martedì su quelli che resteranno in sede, pochi. Ci saranno Koulibaly, Milik e Llorente che potrebbero mettersi in linea con quelli in migliore condizione. La ripresa del campionato e l’avvio della Champions dovranno vedere in campo da subito una squadra più equilibrata, capace di ridurre gli spazi agli avversari e più rapida come in alcuni momenti del secondo tempo di Torino.

Il finale è dedicato all’inqualificabile pubblico di Torino. Chi avrà la compiacenza di leggere sappia, se non lo sa già, che tra quei presenti vi sono moltissimi figli di meridionali. È bastato mettere a segno il primo gol, quello di Manolas, per asciugare la gola a chi cantava motivi non propri e sul pareggio qualcuno avrà pensato addirittura di gettarsi dagli spalti.

Torino è una bellissima città dove oggi si produce poco. Ha qualche monumento per la presenza dei Savoia. Detiene ancora un potere economico dovuto soprattutto al passato ma dal punto di vista dell’educazione e della civiltà da anni sta facendo dei passi all’indietro evidenti. Se proprio dobbiamo trovare un sorriso, ringraziamo il Napoli per aver zittito quei cori e per aver dato ancora una volta una lezione di stile, vedasi le interviste del tecnico e dei giocatori azzurri. A proposito ma lo stile Juventus, di cui tanto parlava l’avvocato Agnelli, esiste ancora?

pubblicato su Napoli il 01 settembre 2019

Violato il Franchi dall’azzurro Napoli

Violato il Franchi dall’azzurro Napoli

/ L’EDITORIALE

Violato il Franchi dall’azzurro Napoli

Tre punti importanti per gli azzurri ma tanti punti di riflessione per la squadra, il calcio italiano e tutti gli addetti ai lavori

di Giovanni Gaudiano

Quanto vale la vittoria del Franchi? Cosa ha funzionato e cosa meno?

Le domande sono lecite ma soprattutto utili, se tutti sapremo fare tesoro di quanto si è visto in campo ed anche fuori.
Iniziamo parlando della partita. Qualcuno l’ha definita spettacolare, emozionante, da Premier League. Diciamo che la prima riflessione da tenere in considerazione, visto che queste partite sono appannaggio della pay-tv, è più un consiglio che altro rivolto a tutti i veri appassionati di questo sport: eliminate il volume, evitate di ascoltare il telecronista e l’opinionista che accompagnano l’evento, sono deleteri e capaci di dire tutto ed il contrario di tutto anche a distanza di pochi secondi.

È stata un brutta partita, piena di errori da entrambe le parti con l’arbitro che ha partecipato attivamente, nonostante ci fosse poco da sbagliare, alla saga dell’errore.

Dico che è stata una brutta partita, lo ha praticamente detto anche Ancelotti, perché propongo a tutti un quesito: se Massa avesse concesso il rigore ingiustamente richiesto nei minuti di recupero dalla Fiorentina e la squadra viola avesse pareggiato ed il Napoli fosse tornato a casa con un punto, pur avendo segnato quattro reti fuori casa, quale sarebbe stato il giudizio finale della prima giornata di anticipi? Ha vinto la solita Juventus, essenziale, a proposito non si sono viste novità a Parma come non si erano viste a Londra lo scorso anno, conquistando tre punti senza grandi patemi mentre un Napoli forte in attacco ma debole in difesa ha già due punti di ritardo in classifica!

Chi avrà la compiacenza di leggermi può star certo che da La Gazzetta dello Sport a scendere questo sarebbe stato il riassunto dei giudizi.

Per passare ad un momento di costume, anzi di malcostume, le osservazioni di Carlo Ancelotti sull’atteggiamento dei tifosi viola nei suoi confronti confermano che è bene che vengano capitali anche stranieri a rilanciare il nostro calcio ma è necessario che le società vigilino, che almeno attorno alle panchine non accadano episodi riprovevoli cacciando immediatamente dallo stadio questa gentaglia che continua ad andare allo stadio per sfogare istinti che non possono essere qualificati come umani. A proposito, il solito elogio al pubblico partenopeo per la presenza, la compostezza e l’incitamento che non è mai mancato anche quando il Napoli era in svantaggio.
Andiamo avanti. Cosa ha funzionato nel Napoli: l’attacco e la verticalizzazione del gioco, marchio di fabbrica della ditta Ancelotti.

Non ha funzionato la difesa, complice un centrocampo in ritardo di preparazione (Allan ed in parte Ruiz) incapace di assicurare il necessario filtro al punto da costringere la difesa a stare bassa, allungando la squadra che ha palesato sino all’avvio una seria difficoltà nella costruzione del gioco nella propria metà campo.

Qualcuno, vedasi sopra, ha parlato di una grande Fiorentina, ha magnificato questo o quel giocatore viola. Alla ripresa dopo la prima sosta internazionale, per intenderci il 14 settembre, al Franchi arriverà la Juventus ed allora vedremo se la squadra di Montella assomiglia più ad una squadra di Premier o ha giocato con il Napoli la classica partita della vita sulla scorta dell’entusiasmo creato dall’arrivo di Ribery, 36 anni suonati, che si sgonfierà tra qualche settimana al cospetto dell’amara sensazione di avere una magra classifica.

Il calcio è un gioco semplice per persone semplici, riappropriamocene mandando a casa tutti quelli che, come ebbe a dire una volta Carlo Ancelotti: “Beati voi che non capite un c…o”.

pubblicato su Napoli il 25 agosto 2019