Un derby campano dedicato a Maradona

Un derby campano dedicato a Maradona

L’ANALISI

Un derby dedicato a Maradona

Napoli e Benevento si affrontano a Fuorigrotta per la prima volta nello stadio da poco intitolato al grande Diego

di Bruno Marchionibus

Sarà un derby all’insegna dell’amicizia quello tra Napoli e Benevento valevole per la 24ª giornata di Serie A. La tifoseria partenopea e quella giallorossa, infatti, hanno sempre avuto un bel rapporto, così come quello esistente tra i due presidenti, De Laurentiis e Vigorito, e soprattutto tra i due allenatori, Gattuso e Inzaghi. Al fischio di inizio, però, inevitabilmente la stima lascerà spazio alla voglia di vincere di entrambe le compagini, bisognose di punti nella lotta per i rispettivi obiettivi.

Sogno Champions per gli azzurri

Il rendimento del Napoli, specialmente nell’ultimo periodo, è stato caratterizzato da un andamento più che altalenante, nei risultati come nelle prestazioni. Queste montagne russe, tuttavia, non hanno impedito agli azzurri di trovarsi ancora in lotta per ottenere, a fine campionato, un piazzamento Champions rientrando tra le prime quattro della graduatoria.
Non bisogna dimenticare, a tal proposito, che a inizio stagione, con la squadra campana reduce dal settimo posto della scorsa annata, l’obiettivo più realistico per Insigne e compagni era proprio quello della qualificazione alla massima competizione europea per club. Certo, l’avvio più che positivo di campionato aveva suscitato altre speranze circa le reali potenzialità della squadra, ma adesso più che mai l’ambiente partenopeo ha bisogno di cancellare delusioni e critiche distruttive e remare compatto in una sola direzione. Solo unità e determinazione, infatti, potranno permettere al Napoli di raggiungere la Champions al termine di un campionato con tante rivali di ottimo livello e segnato da tanti, troppi infortuni.

Benevento: verso la salvezza e oltre

Il Benevento, dal canto suo, in quanto neopromossa ed alla luce della precedente esperienza in massima serie si è presentato ai nastri di partenza di questa stagione con l’obiettivo primario di ottenere la salvezza. Nonostante ciò, tuttavia, mister Inzaghi ha preservato la filosofia della squadra di puntare a costruire gioco grazie alla quale le Streghe avevano dominato lo scorso torneo cadetto; scelta più che giusta quella del tecnico piacentino, dal momento che è con questa mentalità che l’organico sapientemente costruito dal d.s. Foggia sta conducendo un campionato di buon livello.
È chiaro che per i sanniti la strada verso la permanenza in Serie A è ancora lunga, e in un campionato come questo dove la classifica è più corta rispetto agli anni passati è fondamentale mantenere sempre alta la tensione, ma il gruppo giallorosso ha mostrato di avere tutte le carte in regola per concludere nel migliore dei modi la stagione e togliersi anche qualche soddisfazione ulteriore.

LA PRESENTAZIONE

Azzurri e giallorossi a caccia dei tre punti

Gattuso e Inzaghi di nuovo l’uno di fronte all’altro dopo il 2 a 1 azzurro dell’andata, quando i protagonisti del match furono i fratelli Insigne

Due mister con un passato in comune

Rino Gattuso e Pippo Inzaghi, avversari per novanta minuti, hanno vissuto insieme undici stagioni di Milan e innumerevoli convocazioni in Nazionale, vincendo tutto quello che un calciatore può ambire a conquistare nel proprio palmares. La particolarità che lega le carriere dei due amici/colleghi, tuttavia, è legata al loro percorso da allenatore: entrambi, infatti, dopo aver indossato la maglia rossonera da giocatore hanno guidato il Diavolo anche dalla panchina.
Percorsi, quelli di Ringhio e di SuperPippo, accomunati dunque dall’aver allenato il Milan, ma anche molto diversi quanto ai rispettivi andamenti. Per Inzaghi, infatti, quella con la squadra meneghina è stata la prima esperienza tra i professionisti, giunta dopo gli ottimi risultati ottenuti proprio con la primavera rossonera, mentre Gattuso tornò a Milanello dopo un lungo peregrinare tra Svizzera, Grecia e serie inferiori italiane (Palermo e Pisa). E se per il tecnico calabrese dopo l’esperienza milanista è arrivata subito un’altra grande opportunità con il Napoli, il piacentino è ripartito dalla gavetta in Serie C e B prima di mostrare tutto il suo valore in massima serie con le Streghe.

Fratelli a confronto

Il capitolo più suggestivo relativo al derby è, senza dubbio, quello legato alla sfida tra i fratelli Insigne, già protagonisti all’andata con un gol per parte. Lorenzo ha recentemente tagliato lo storico traguardo dei cento gol segnati con la maglia del Napoli, ed è ampiamente in corsa per scalare ancora la classifica dei marcatori partenopei all-time. Il ragazzo di Frattamaggiore è uno degli uomini chiave nello schieramento di Gattuso, e sarà fondamentale da parte sua mostrare da qui a fine stagione una definitiva maturazione anche dal punto di vista caratteriale per aiutare i suoi a raggiungere la qualificazione alla prossima Champions.
Roberto, dal canto proprio, è cresciuto nel settore giovanile azzurro, con cui ha anche esordito in prima squadra, cercando di ripercorrere le orme del fratello maggiore. Ed è con la maglia del Benevento che, dopo ottime stagioni in cadetteria, Insigne jr sta finalmente riuscendo ad affermarsi anche in Serie A, campionato in cui ha segnato il primo gol proprio contro gli azzurri.

Fattore M tra i pali

Se in attacco il confronto più atteso è quello che coinvolge la famiglia Insigne, intrigante risulta anche la sfida a distanza tra due giovani numeri uno che stanno testimoniando ancora una volta come la scuola italiana di portieri sia la migliore al mondo: Meret e Montipò.
Il friulano, che nell’ultimo anno si trova a dividere con Ospina la titolarità della porta azzurra, riesce a dimostrare in ogni caso ogni volta in cui è chiamato in causa tutto il suo valore e le sue grandi doti: Meret unisce infatti ad una prestanza fisica evidente anche un’agilità ed una reattività decisamente al di sopra della norma.
Quanto a Montipò, dopo aver contribuito in maniera importante alla promozione in Serie A dei giallorossi, il ragazzo di Novara sta confermando quanto di buono fatto vedere nelle scorse stagioni anche nel massimo campionato, grazie alla sua abilità tanto tra i pali quanto nelle uscite.

Precedenti a tinte azzurre

Al di là del 2 a 1 partenopeo del girone di andata, gli altri due precedenti nel massimo campionato tra le due compagini sono datati stagione 2017/18, e sono impietosi per i colori giallorossi: 6 a 0 per la banda Sarri al San Paolo, 2 a 0 nuovamente per il Napoli nel Sannio. Azzurri e Benevento si incrociarono anche in C nel 2004/05: in quell’occasione 2 a 0 napoletano sia all’andata che al ritorno.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

IL PROTAGONISTA

Piá: lo Spider-Man brasiliano

Dribbling, fantasia e gol per uno dei giocatori più amati dai tifosi che appartiene allo storia del Napoli che tornò in massima serie

di Bruno Marchionibus

Gol importanti ed un’infinità di assist in maglia azzurra dal 2005 al 2010. Inacio Piá è stato, dopo il fallimento, il primo giocatore di fantasia dell’allora neonato Napoli Soccer in grado di far sognare i tifosi. Talentuoso esterno d’attacco, l’ex Atalanta fu acquistato da Pierpaolo Marino per poco più di un milione di euro; operazione che negli anni seguenti si rivelò decisamente indovinata, visto che il brasiliano è stato uno dei protagonisti della rinascita partenopea. Piá, a tal proposito, detiene un record particolare: l’attaccante di Ibitinga è infatti l’unico calciatore della storia azzurra ad essere andato a segno in tutte le categorie dalla C alla A ed anche in Europa (Coppa Uefa 2008/09). E parlando di reti, tra i gol maggiormente ricordati di Inacio ci sono senza dubbio quello al Martina, quando il verdeoro festeggiò la realizzazione indossando una maschera di Spider-Man che aveva nascosto nel calzettone, e quello col Benevento in Serie C; lo stesso Benevento che, domenica, il Napoli affronterà in tutt’altre condizioni nel derby campano della massima serie.

Piá, in Serie C contro il Benevento fu grande protagonista con un gol ed un assist. Che ricordo ha di quella partita?

«Un ricordo molto nitido e molto piacevole. Eravamo in Serie C, ma in occasione di quel derby lo stadio era gremito e quella domenica sembrava di giocare in massima serie per l’atmosfera e per l’entusiasmo che si respirava. Aver segnato e aver fatto un assist, poi, rese quella partita per me ancor più speciale».

A proposito di gol, come nacque l’idea dell’esultanza mascherata “alla Uomo Ragno”?

«Spider-Man fin da bambino è sempre stato un supereroe che mi ha affascinato molto. Eravamo in ritiro a Castel Volturno e venne un caro amico, Gaetano, a cui dissi che se mi avesse procurato una maschera dell’Uomo Ragno in caso di gol nella partita successiva avrei festeggiato indossandola. La domenica seguente riuscii a segnare contro il Martina e così ebbi modo di mantenere la promessa».

Cosa la spinse ad accettare Napoli nonostante la terza serie nel gennaio 2005?

«Sicuramente il progetto offerto dalla società e dal direttore Marino. E poi il fascino della piazza; Napoli è sempre Napoli ed io non ebbi dubbi ad accettare immediatamente la proposta degli azzurri, anche se si trattava di scendere di categoria. Sapevo che all’epoca la sfida era riuscire a tornare quanto prima nel calcio che conta; obiettivo che, per fortuna, con quel gruppo riuscimmo a raggiungere in breve tempo».

Il primo anno, tuttavia, si concluse con la finale playoff persa ad Avellino. Dopo quella delusione ha avuto per un attimo la tentazione di andare via?

«La delusione sul momento fu tanta, anche se molti di noi erano arrivati a gennaio col Napoli indietro in classifica rispetto ai primissimi posti, e fare una rincorsa non è mai facile. Marino dopo quella partita mi rassicurò subito sul fatto che il progetto sarebbe andato avanti e che la società continuava a considerarmi un giocatore fondamentale, e pur avendo alcune richieste dalla Serie A decisi senza esitazioni di rimanere in una città con cui ho avuto un bellissimo rapporto fin dal primo impatto».

Com’era il suo rapporto con mister Reja?

«Molto buono. Col mister c’è stato un rapporto bello, anche di amicizia. Reja è sempre stato un allenatore in grado di scegliere il momento più giusto per dire le cose, anche prima delle partite. In quegli anni sono stato molto bene ed il merito è stato certamente anche suo».

C’è qualcuno dei suoi ex compagni con cui è rimasto particolarmente legato?

«Assolutamente sì. Con alcuni di loro anche dopo il ritiro ci sentiamo frequentemente: Montervino, Paolo Cannavaro, Bucchi, Savini, Gatti, De Zerbi».

A proposito di De Zerbi, il tecnico del Sassuolo pare essere uno dei papabili per il dopo Gattuso. Lo vedrebbe bene sulla panchina azzurra?

«Sì. Io credo che Roberto per come vede il calcio e per quello che riesce a trasmettere ai propri giocatori sia pronto per fare un salto ed alzare il suo livello di allenatore. È chiaro che in una piazza come Napoli rispetto a Sassuolo aumenterebbero anche le responsabilità, perché si dovrebbe lottare per vincere ma, ripeto, credo che De Zerbi sia ormai pronto».

A seguito della promozione in A lei andò via in prestito per un anno, salvo poi tornare la stagione seguente in azzurro. Quali le ragioni?

«Diciamo che dopo la promozione la società fu chiara nei miei confronti, comunicandomi che se fossi rimasto lo spazio non sarebbe stato tanto. Molto onestamente io avevo voglia di giocare; mi sentivo gratificato per aver dato un contributo importante nel riportare il Napoli in massima serie e, quando mi capitò l’opportunità di andare in prestito in un contesto in cui sarei stato titolare, preferii per quella stagione cambiare aria».

Il Napoli sta vivendo un periodo non dei migliori. Il rendimento altalenante può dipendere solo dalle assenze o c’è anche dell’altro?

«Beh, questo per i motivi che conosciamo è un anno particolare un po’ per tutti. Non voglio dare la colpa solo agli infortuni perché è un problema che comunque si stanno trovando ad affrontare anche altre squadre, pur se è ovvio che in questa situazione Gattuso è stato penalizzato dal non aver potuto dare continuità alla formazione titolare. In questo momento mi sembra che a Napoli manchi un po’ di entusiasmo, e sicuramente si sente anche l’assenza dei tifosi allo stadio, perché il pubblico di Fuorigrotta è sempre un fattore in grado di fare la differenza. Ad ogni modo, però, il Napoli è ancora in lotta per la zona Champions, ed anche in Europa League, nonostante la sconfitta nell’andata col Granada, il discorso non è chiuso».

Qual è il suo giudizio sull’attacco azzurro attuale ed in particolare su Osimhen?

«Considerando il valore dei singoli giocatori del reparto offensivo, il Napoli sicuramente poteva far meglio. C’è da dire che però i partenopei devono fare a meno da mesi di Mertens ed anche Osimhen tra Covid ed infortunio lo abbiamo visto poco; sicuramente il Napoli ha pagato delle assenze prolungate così importanti in quello che sulla carta doveva essere il suo reparto più forte. Come ho avuto modo di dire anche in passato, in ogni caso, il numero nove è un ottimo giocatore e credo che potrà fare davvero bene in maglia azzurra».

Dopo la carriera da calciatore lei ha intrapreso quella di procuratore. C’è qualche giovane particolarmente interessante tra i suoi assistiti?

«Sì, dopo aver appeso le scarpette al chiodo ho iniziato questo nuovo percorso professionale che mi ha sempre affascinato, e l’ho fatto con la Fedele Management e Gaetano Fedele, che conosco da più di vent’anni. Di ragazzi interessanti ce ne sono molti, però preferisco non fare nomi perché è una fase particolare in cui più lasciamo questi ragazzi tranquilli e meglio cresceranno. Posso dire, comunque, che nella nostra scuderia abbiamo delle “piccole piantine” che possono crescere bene».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Napoli-Granada: prova senza appello

Napoli-Granada: prova senza appello

LA STRADA PER DANZICA

Napoli-Granada: prova senza appello

Il compito della squadra è quello di cancellare la brutta prestazione offerta allo stadio Los Cármenes di Granada

di Bruno Marchionibus

Una gara da preparare bene

Non è un momento semplice quello che sta vivendo il Napoli di Gattuso, il cui cammino da dicembre in poi è stato caratterizzato da un’incostanza di risultati a cui pare non si riesca a trovare rimedio.
Certo, i partenopei hanno a giustificazione almeno parziale del periodo no che stanno vivendo dei fattori che non possono essere trascurati nella valutazione complessiva della stagione. Giocare ogni tre giorni, in un’annata cominciata con una preparazione estiva ridotta, non è semplice e non permette di allenarsi a dovere in vista dei singoli match, e una serie di infortuni e di assenze dovute al Covid come quelli che stanno falcidiando l’organico napoletano avrebbero condizionato il cammino di qualsiasi compagine.
È pur vero, però, che a far storcere il naso a buona parte della tifoseria non sono stati solo i risultati negativi, ma anche il modo in cui alcuni di questi sono giunti, con la squadra che ha mostrato scarsa concretezza e capacità di proporre soluzioni alternative e, in alcuni elementi, una preoccupante difficoltà nel reagire a momenti avversi ed episodi sfortunati all’interno dei novanta minuti.
Il ritorno con gli spagnoli, dunque, diventa un’occasione importante per gli azzurri per compattarsi, offrire una prestazione di carattere come quella vista contro la Juve e provare a ribaltare la sconfitta per 2 a 0 dell’andata, scacciando via almeno in parte critiche e negatività.

Un trofeo da non snobbare

Rimontare gli spagnoli ed andare avanti in Europa, ad ogni modo, non servirebbe solo a dare una scossa “emotiva” al gruppo, ma sarebbe un traguardo importante anche per la società.
Per quanto si debba ammettere che, alla luce delle molteplici assenze nell’organico azzurro, sia difficile immaginare un Napoli in lotta su due fronti fino al termine della stagione, è importante tener presente che anche la vittoria dell’Europa League, così come il quarto posto in campionato, qualifica direttamente alla prossima Champions, obiettivo fondamentale per i partenopei sia dal punto di vista sportivo che da quello economico.
L’EL, inoltre, è un trofeo a volte snobbato dai più nelle sue fasi iniziali, ma che andando avanti nei turni ad eliminazione diretta recupera inevitabilmente il fascino dato dall’essere la discendente della nobile Coppa Uefa, ed un torneo di questo valore merita senza dubbio di essere onorato fino alla fine. C’è da considerare, infine, che ad ogni turno superato la società riceve un bonus economico aggiuntivo, e soprattutto in una fase come quella attuale in cui il Covid ha messo a dura prova il calcio dal punto di vista finanziario anche questo è un aspetto da non trascurare.

La partita

Una rimonta possibile

Due reti da recuperare e la necessità di non subire gol, per non rendere ancora più complicata la rimonta. Questo l’obiettivo per Insigne e compagni in vista del match del Maradona contro il Granada, quando, per riuscire ad approdare agli ottavi di EL, il Napoli dovrà scendere in campo con un approccio e un’attenzione del tutto diversi da quelli visti giovedì scorso in terra spagnola.
Il 2 a 0 del Nuevo Los Cármenes, di fatti, è un risultato che regala ai biancorossi un vantaggio considerevole, ma che non gli garantisce del tutto di avere la meglio nei centottanta minuti. Il Napoli, sulla carta, ha tutte le possibilità di trovare in casa una vittoria larga, ed anzi raggiungere il passaggio del turno partendo da una situazione di svantaggio potrebbe rappresentare una bella iniezione di fiducia per una squadra apparsa non sempre centrata proprio dal punto di vista mentale. I ragazzi di Gattuso, in ogni caso, dovranno avere piena consapevolezza del fatto che non servirà solamente partire forte dal punto di vista offensivo, ma anche tenere alta la concentrazione in fase difensiva, dato che un gol degli iberici richiederebbe al Napoli di segnare almeno quattro reti.

A Granada due minuti di follia

Non è stato certamente un bel Napoli quello visto in Spagna sette giorni fa. Al di là del risultato, che ha premiato i biancorossi, è stata la prestazione in generale della squadra a lasciare l’amaro in bocca ai tifosi campani. Il Napoli, come purtroppo più volte è avvenuto nel corso della stagione, ha di fatto regalato la prima frazione agli avversari, con un approccio poco cattivo ed alcuni blackout difensivi che sono costati ai partenopei le reti di Yangel Herrera e di Kenedy. Nella ripresa gli azzurri hanno provato a fare qualcosa in più costruendo anche qualche occasione, la più favorevole quella capitata sulla testa di Rrahmani, ma non sono mai riusciti a preoccupare davvero gli avversari, pur apparsi non certo irresistibili.
Ancora ben lontano dalla condizione migliore è apparso Osimhen, in difficoltà in diverse situazioni anche dal punto di vista tecnico, così come tutt’altro che positiva è stata la prestazione offerta da Lobotka, sempre più oggetto misterioso. Nota positiva i novanta minuti di Fabian Ruiz, forse il migliore in campo considerando anche che si trattava della prima da titolare dopo essersi negativizzato dal Covid.

Attenzione difensiva e fiducia all’attacco

Proprio guardando alla partita di andata, il Napoli dovrà tener ben presente che a Fuorigrotta servirà una partita di grande attenzione difensiva, dato che subire un gol potrebbe essere mortifero per gli azzurri. A tal proposito fondamentale appare il rientro di Koulibaly, che dopo essere guarito dal Coronavirus avrà senza dubbio voglia di rendersi protagonista di una prestazione di alto livello. Importante sarà anche l’apporto di Fabian, come detto tra i meno negativi a Granada, in un centrocampo che con la lentezza della propria manovra ha rappresentato uno dei problemi emersi in Andalusia. Anche Lorenzo Insigne, con Lozano out e Politano non al meglio, dovrà mettere in campo tutta la sua fantasia per provare a trascinare i suoi agli ottavi.
Per quanto riguarda gli spagnoli, gli uomini da tenere d’occhio sono sicuramente i due esterni alti, Machis e Kenedy, quest’ultimo autore della rete del 2 a 0 in casa. Anche la squadra di Diego Martínez, ad ogni modo, ha dimostrato di avere una difesa tutt’altro che impenetrabile; sarà compito di Osimhen e degli altri uomini d’attacco azzurri riuscire a scardinarla.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

IL NAPOLI DI BENITEZ

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

L’arrivo di Benitez e di tanti eccellenti giocatori ed il progetto interrotto per la difficoltà della società di attuare il programma

di Bruno Marchionibus

La rivoluzione del 2013

C’è un momento spartiacque nella storia recente del Napoli che ha fatto assurgere la società partenopea da club di ottimo livello in Italia a vera e propria realtà europea. È l’estate del 2013, quando gli addii di Mazzarri e di Cavani pongono fine a un ciclo che ha riportato gli azzurri a competere per la vetta in campionato e ad alzare la Coppa Italia del 2012. Quel Napoli ha fatto innamorare i tifosi per grinta e capacità di non mollare mai, ma il presidente De Laurentiis ha un’intuizione delle sue: bisogna compiere una vera e propria rivoluzione, un cambio di mentalità per permettere alla squadra di affermarsi stabilmente anche fuori dai confini nazionali, facendo in modo che la grande Champions disputata l’anno precedente non resti un episodio isolato, e di portare a termine quel processo di internazionalizzazione che vuol dire crescita non solo sportiva ma anche economica. ADL individua l’uomo giusto per realizzare questo progetto in Rafa Benitez, fresco trionfatore dell’EL col Chelsea, e che a Valencia e Liverpool considerano una divinità per aver vinto, rispettivamente, due volte la Liga e la Coppa dei Campioni del 2005. Il tecnico è un tipico manager all’inglese che non si ferma al campo da gioco ma ha una visione a 360° della gestione di un’azienda calcistica. Personalità forte quella del tecnico castigliano, che si cala immediatamente nella realtà napoletana con parole d’affetto per la città, e che porta in dote con sé una serie di calciatori che saranno poi l’ossatura degli azzurri per molti anni. Nella sua idea “europea” di come costruire una squadra, gli elementi che approdano all’ombra del Vesuvio grazie ai milioni della cessione di Cavani saranno le tessere di un 4-2-3-1, modulo forse non adatto a tutti i giocatori già presenti in rosa ma sicuramente più propositivo e “moderno” del coriaceo 3-5-2 su cui il Napoli si affidava sin dalla Serie B.

Progettualità, turnover e trofei

Per la prima volta, infatti, il Napoli fa mercato acquistando top player già affermati. Veste l’azzurro Pepe Reina, fedelissimo di Benitez a Liverpool. Arrivano dal Real Madrid Albiol, Callejon e, per sostituire Cavani, Higuain, ognuno dei quali farà a modo suo la storia del Napoli. E c’è un ragazzo belga che in quel momento sembra un acquisto di secondo piano, e invece diventerà per sempre uno dei figli prediletti della città: Dries Mertens. Sono loro, assieme a Hamsik ed Insigne, a Ghoulam e Jorginho che sbarcheranno in Campania il gennaio seguente ed a Koulibaly che sarà acquistato invece l’anno successivo, che saranno qualche anno dopo i protagonisti del campionato dei 91 punti in cui il Napoli andrà vicino come mai prima alla conquista del suo terzo titolo.
La progettualità, d’altronde, è una delle qualità principali di un manager come Rafa Benitez, bravissimo a selezionare i giocatori giusti per far crescere un team che non gode delle stesse possibilità finanziarie delle rivali, ed a attrarli a Napoli grazie al suo carisma ed al fascino del suo palmarés. Con l’allenatore spagnolo, poi, non ci sono gerarchie definite a priori, Benitez amministra la rosa secondo il credo del turnover, e per lui non esistono titolarissimi e riserve, visione quest’ultima che invece era stata uno dei motivi di polemica tra ADL e Mazzarri e che lo sarà poi tra il presidente e Sarri. E grazie a questa visione, che pur non sempre porterà a prestazioni e risultati entusiasmanti, Benitez riesce in due anni a regalare all’albo d’oro partenopeo una Coppa Italia ed una Supercoppa, trofei mai banali per una squadra che meno di dieci anni prima si trovava a lottare per risalire dall’inferno della Serie C e che danno ragione alla scelta di De Laurentiis di affidarsi allo spagnolo.

Un addio a denti stretti

Dopo due anni, tuttavia, il percorso di Rafa Benitez in riva al Golfo, che nelle intenzioni e nelle dichiarazioni del primo anno avrebbe dovuto durare ben di più, si interrompe, col mister iberico che siederà sulla panchina del Real Madrid e De Laurentiis che sceglierà di intraprendere una strada ben diversa scommettendo sull’emergente Sarri. La decisione di separare il proprio cammino da quello del club partenopeo dello spagnolo, tuttavia, prescinde dalla chiamata di Perez e affonda le sue radici, probabilmente, già dodici mesi prima di quest’ultima. La differenza di vedute tra il tecnico e la presidenza, nonché le difficoltà di convivenza tra due personalità che si stimano ma che senza dubbio sono entrambe forti, si palesano infatti già nell’estate che precede il preliminare Champions col Bilbao. Benitez vorrebbe rafforzare l’organico per arrivare pronti a quell’appuntamento, ed in particolare chiede alla società di trattenere Reina, che invece andrà al Bayern e tornerà in azzurro nella stagione seguente, mentre ADL per investire vuole aspettare la certezza di partecipare alla Coppa; partecipazione che, poi, con l’eliminazione del San Mames resterà un miraggio. E poi ci sono le divergenze di opinioni riguardo alle strutture sportive della società e l’importanza del settore giovanile, punti forti del “programma” di Rafa sin dal primo giorno a Castel Volturno, ma che ancora oggi, a distanza di anni, sono lontani da ciò che il tecnico castigliano aveva proposto.
Quella seconda stagione targata Benitez, che pure vivrà della grande soddisfazione di alzare la Supercoppa al termine di un’incredibile serie di rigori con la Juve, risentirà in parte dello strano clima che a un certo punto si creerà attorno alla squadra, e si concluderà con la qualificazione in Champions mancata per un soffio (e per un rigore) e la finale di Europa League non raggiunta per poco e l’addio del castigliano. I rapporti tra le parti, ad ogni modo, resteranno sempre buoni; se è vero che chi arriva a Napoli non può che piangere quando riparte, è anche vero che i risultati che gli azzurri raggiungeranno negli anni successivi poggeranno le loro basi proprio sul lavoro da manager oltre che da allenatore di Rafa Benitez.

I pensieri di Benitez su Napoli

“Napoli per me è una città straordinaria, che soddisfa in pieno le mie esigenze. Io sono un uomo di calcio, e Napoli è forse la città al mondo in cui il calcio si vive in maniera più intensa

“Conosco la storia della città e cosa succede in Italia, come si guarda la città e come si guarda la squadra. Per tutte queste cose, farà più piacere fare le cose per bene perché tutto assumerà un valore più importante

“Sarei andato via da Napoli anche senza la chiamata del Real Madrid. Per lavorare insieme e farlo bene bisogna essere tutti convinti, al 100 per 100. Era il momento giusto per cambiare, per me e anche per la società

“Sono un amante dell’arte. E Napoli da questo punto di vista è una miniera, ci sono cose straordinarie da vedere, forse neanche i napoletani sanno quanto è bella e quanto è ricca la loro città. Mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo per far conoscere al mondo la vera immagine di
Napoli

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020

I giudizi (semiseri) su Barcellona-Napoli

I giudizi (semiseri) su Barcellona-Napoli

I GIUDIZI SEMISERI

I giudizi (semiseri) su Barcellona-Napoli

Lenglet ha violato codice penale, civile, codice della strada, regole morali e usi e consuetudini; per Cakir però è tutto regolare

di Bruno Marchionibus

Lenglet: Più che un’azione da gol una rissa da saloon. Il difensore blaugrana prima prende per il collo Demme come nemmeno Homer Simpson a Bart quando gli urla “Brutto Bagarospo”, poi lancia il povero Diego contro Koulibaly come in un incontro di wrestling, improvvisando così una partita di domino umana. Come in un gioco della Settimana Enigmistica, a questo punto si potrebbe chiedere agli telespettatori “trovate i dodici motivi per cui questo gol deve essere annullato”; il Var, però, che probabilmente sta ancora guardando la puntata di Paperissima andata in onda prima della partita e scambia il tutto per una gag del Gabibbo, inspiegabilmente convalida, condizionando, e non poco, il match. WWE.

Cakir: il direttore di gara con la mimica facciale di chi da bambino più che l’arbitro voleva fare l’attore di soap si rende subito protagonista. Dopo il goal che convalida a Lenglet, non si può gridare al Barcellona “Siete come la Juve”, maè alla Juve che si potra’ gridare “Siete come il Barcellona”. Aiutato dal Var, che in occasione del vantaggio spagnolo può essere considerato complice di reato più che supporto tecnologico, annulla poi un gol a Messi, per un tocco di mano impercettibile, e concede un rigore al Barca, quando Koulibaly confonde Messi e il pallone e prova a rinviare la Pulce verso gli attaccanti azzurri. Cose turche.

Koulibaly: L’ex allenatore della Juve una volta disse che Reina aveva il joystick di Kalidou; ecco, il timore è che probabilmente Pepe se lo sia messo per sbaglio in valigia e il nostro difensore non risponda più ai comandi di nessuno e sia andato in tilt. Non ha colpe sul primo gol, quando Lenglet decide di improvvisare un’esibizione di tiro con l’arco dove Demme è la freccia e lui il bersaglio, ne ha però su tante situazioni dove appare incerto, confuso, quasi svogliato, e quando in piena area abbatte Messi confondendo il gioco del calcio col gioco dei calci. Britos esci da questo corpo.

Messi: È talmente rapido che quando parte spesso viene da pensare di aver premuto per sbaglio il tasto “Avanti velocità x30” del telecomando. È il genio della lampada, che realizza i desideri dei tifosi del Barca senza che nemmeno debbano esprimerglieli. Brilla di luce propria; è la luce che nelle notti di Champions, quando è in campo, renderebbe inutile perfino accendere i riflettori. E, soprattutto, è il giocatore attualmente più forte al mondo, un leone, distante anni luce da chi invece da un Lione è stato buttato fuori. Il gol è una gemma, ma per lui non così rara, considerando che ci sono più perle nella sua carriera che in un prezioso collier. E luce fu.

Insigne: Ormai, quando alla fine delle partite del Napoli ci si domanda chi è stato il migliore in campo, si potrebbe tranquillamente fare “Copia e Incolla” col nome di Lorenzo. Cresciuto tanto in personalità e convinzione sotto la guida Gattuso, gioca una partita che fa dimenticare a tutti i tifosi dell’infortunio di sette giorni fa e dei tanti dubbi legati alla sua presenza in campo, come se gli agenti di Men In Black ci avessero “sparafleshato” cancellandoci la memoria dell’ultima settimana. È il primo italiano della storia della Champions ad aver segnato sia al Bernabeu che al Camp Nou, espugnando così stadi importanti con la facilità con cui Bobo Vieri conquistava all’epoca Veline. Capitano mio Capitano.

Mertens/Lozano: Un palo per uno non fa male a nessuno. O, forse, fa male a tutti. I giocatori del Napoli, si sa, quest’anno sono particolarmente legnosi; non nel senso di imballati nei movimenti, per carità, ma proprio in quello di propensi a colpire legni. Quando Dries dopo appena un minuto, però, prende un palo che avrebbe potuto mettere la partita su binari completamente diversi, si inizia francamente a pensare che la fortuna magari è anche cieca, ma la sfiga con noi ci vede benissimo. Palo anche per Lozano nel finale, così, giusto per far terminare la stagione esattamente nello stesso modo in cui era iniziata e si era poi protratta. I pali non vanno in vacanza.

pubblicato il 09 agosto 2020