Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

LA SFIDA

Napoli-Juventus: la prova dei nove… punti

Il Napoli di Luciano Spalletti affronta al Maradona nella prima partita di cartello della stagione la Juventus di Massimiliano Allegri

di Bruno Marchionibus

Non una partita ma “La partita”

Napoli-Juventus vale tre punti come ogni match ma vale anche qualcosa, probabilmente molto, di più. Nel capoluogo campano, infatti, la Vecchia Signora è da sempre considerata la rivale per eccellenza, e di conseguenza l’incrocio con i bianconeri, per il pubblico partenopeo, non è una semplice partita ma la partita più attesa dell’anno, la prima data che i tifosi napoletani cerchiano in rosso al momento della compilazione dei calendari. D’altra parte, Napoli-Juve è anche la sfida che più di tutte rappresenta l’antitesi tra Sud e Nord: da un lato la città dei Savoia, dall’altro la vecchia capitale del regno delle Due Sicilie che da sempre caratterizza il nostro Paese molto più che altre nazioni. Gli ultimi anni, inoltre, hanno acuito l’antagonismo tra le due compagini, con due simboli della rinascita azzurra come Higuain e Sarri passati dall’altra parte della barricata (non con grandissime fortune), e soprattutto con uno Scudetto contestatissimo vinto al fotofinish dalla Juventus proprio sul Napoli del Sarrismo e del calcio spettacolo. Un titolo perso sul filo di lana poi soltanto in minima parte riscattato, per i partenopei, con la vittoria della Coppa Italia 2020 ai rigori proprio sulla Signora.

Primi match poco Allegri

Dopo l’anno con Sarri al timone, vincente ma non soddisfacente per l’ambiente juventino, e quello da dimenticare sotto la guida di Pirlo, la dirigenza bianconera in estate ha deciso di affidarsi al ritorno di Max Allegri, vincitore in Piemonte di cinque campionati e capace due volte di raggiungere la finale di Champions. Le prime due uscite stagionali, nonostante il palmares del tecnico livornese, hanno tuttavia mostrato una Juve fragile difensivamente, specialmente a causa di un centrocampo che offre poca copertura alla retroguardia, e affidata più che altro alle giocate individuali, Chiesa su tutti, in fase offensiva. Il pareggio per 2 a 2 a Udine e la clamorosa sconfitta interna per 1 a 0 con l’Empoli, insomma, hanno certamente lanciato dei segnali di allarme per la squadra bianconera che vanno al di là dei punti persi. Sarà compito di Allegri, dunque, riuscire a dare un equilibrio alla squadra e, in special modo, compattare il gruppo per sopperire alla partenza di Cristiano Ronaldo, che nei suoi tre anni a Torino ha vissuto di luci e ombre ma che in ogni caso rappresentava un fuoriclasse in grado di risolvere le partite da solo.

Luciano Spalletti: un passato da cancellare

Dal punto di vista del Napoli, ad ogni modo, la falsa partenza della Juve fornisce alla squadra azzurra la possibilità, vincendo il match del Maradona, di mettere tra sé e i bianconeri un gap potenziale di otto punti in classifica; distanza che ci sarebbe naturalmente tutto il tempo di colmare con un intero torneo da giocare, ma che rappresenterebbe un ottimo punto di partenza su cui costruire la stagione 2021/22. Per farlo, dovrà essere bravo Spalletti a invertire la rotta dei suoi precedenti tanto con l’allenatore juventino quanto, soprattutto, con i bianconeri. Per il mister di Certaldo, infatti, se il bilancio dei confronti con Allegri racconta di tre successi, tre pareggi e cinque sconfitte, è il dato degli incontri con la Juventus a risultare impietoso: appena due vittorie, cinque pareggi e ben venti gare perse. Tra queste, brucia ancora nella memoria dei supporters azzurri la sconfitta con la Juve per 3 a 2 dell’Inter di Spalletti nel maggio 2018, che costò al Napoli il terzo titolo della sua storia. Quel ricordo, però, ormai rappresenta il passato, e con la sfida alla Juve l’allenatore partenopeo ha l’opportunità di entrare fin da subito prepotentemente nel cuore dei suoi nuovi tifosi.

Partita a scacchi in mediana e su entrambe le corsie laterali

Per quanto riguarda l’aspetto tattico, è facile immaginare che Allegri, dopo le difficoltà palesate dalla sua squadra nelle prime due giornate, possa operare qualche cambio in mediana e nel reparto avanzato. Dovrà essere dunque brava la retroguardia napoletana a saper fronteggiare un attacco in grado di sfruttare tanto rapidità e fantasia (Chiesa, Dybala) quanto fisicità e fiuto del gol (Morata, Kean). Come spesso accade, poi, la zona del campo in cui si deciderà la gara potrebbe essere il centrocampo. L’inserimento del nuovo acquisto Locatelli potrebbe dare ai bianconeri più qualità, ma non risolvere del tutto i problemi in copertura; quanto al Napoli, poi, Lobotka è sembrato tutt’altro giocatore rispetto a quello visto nella passata stagione, e Fabian, pur parso in condizione non ottimale, potrebbe trarre dal gol con il Genoa la fiducia necessaria per tornare a rendere sui livelli del girone di ritorno del campionato scorso. Molto importante, per gli azzurri, sarà anche riuscire a contenere gli ospiti sulle corsie esterne, dove di fatto la Juve vinse la partita dello Stadium ad aprile; in quell’occasione i partenopei soffrirono molto sulla propria fascia sinistra di difesa, e chissà che Spalletti per arginare gli spunti in velocità degli avversari non possa decidere di puntare sin da inizio gara su Juan Jesus terzino bloccato.

Fiducia ad Elmas

Proprio per il poco filtro offerto dalla mediana juventina a Bonucci e compagni, un ruolo fondamentale potrebbe averlo chi, nel Napoli, sarà deputato a giocare tra le linee. Zielinski, non al meglio a seguito del problema accusato contro il Venezia, o Elmas avranno la possibilità di essere “l’uomo in più” della sfida; il macedone, in special modo, dopo essere stato il vero e proprio jolly della rosa nell’ultima stagione, pare aver trovato una collocazione più precisa in cui sta rendendo bene, e una prestazione importante con la Juve potrebbe davvero promuovere il giovane Eljif al rango di titolare aggiunto. Imprescindibile, naturalmente, sarà poi Lorenzo Insigne, decisivo con un calcio di rigore nella sfida dell’ultimo campionato e reduce da un Europeo vinto che sembra avergli dato ancora più fiducia nei propri mezzi; è al capitano che Spalletti chiederà le giocate decisive per battere i rivali bianconeri.

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

Idee chiare e amore per la maglia e la città

Idee chiare e amore per la maglia e la città

Eleonora Goldoni

IL NAPOLI AL FEMMINILE

Idee chiare e amore per la maglia e la città

Il presidente del Napoli Femminile Raffaele Carlino parla degli obiettivi da raggiungere nella prossima stagione

di Bruno Marchionibus

Le photo sono di Vincenzo De Rosa per la S.S.D. Napoli femminile

Napoli è una città creativa, e per chi fa un lavoro come il mio dove la ricerca e la creatività sono centrali avere tutte ragazze napoletane all’Ufficio Stile è un grande vantaggio». È così che Raffaele Carlino, patron di Carpisa e presidente del Napoli Calcio femminile, reduce dalla prima stagione in Serie A conclusa con una salvezza ottenuta all’ultimo respiro, spiega quanto l’essere napoletano rappresenti un’arma in più nelle sue attività imprenditoriali, tanto nell’ambito della moda che in quello sportivo. «Anche nella squadra di calcio, nei primi anni, la napoletanità ha fatto la differenza. Nel 2004, infatti, iniziammo con tutte giocatrici napoletane vincendo 4 campionati consecutivi. In seguito, purtroppo, è stato difficile mantenere questa forte componente partenopea in squadra perché, rispetto al Nord, qui c’era un po’ di titubanza in più da parte delle famiglie nel far giocare le ragazze a calcio. Ora, però, il movimento è in grande crescita, abbiamo un settore giovanile molto forte con più di 120 iscritte e la speranza è che proprio da lì riusciremo a pescare le campionesse del futuro».

Un contributo importante alla crescita del movimento è arrivato dal Mondiale 2019…

«Il Mondiale ha dato visibilità al nostro mondo, che si avvia verso il professionismo e a cui anche Sky sta dando spazio. Credo che un test importante sarà, nella prossima stagione, verificare quante persone verranno a vedere le nostre partite quando gli stadi riapriranno, seppur parzialmente».

Quanto sarà importante avere nuovamente il pubblico che assiste alle partite?

«Nella nostra scalata verso la Serie A abbiamo vinto i campionati anche grazie al supporto dei tifosi; al Collana, d’altronde, siamo stati capaci di avere anche tremila spettatori. A proposito di questo, purtroppo quella relativa agli impianti è una problematica della nostra città; lo stadio “I caduti di Brema” non è stato omologato e quindi ci trasferiremo a Cercola per i match e a Casamarciano per gli allenamenti. Questo la dice lunga su quanto sia difficile portare avanti il calcio femminile a Napoli; spero in ogni caso di rivedere tanta gente affollare gli spalti».

Riavvolgiamo il nastro della scorsa stagione. Qual è il suo giudizio sull’annata appena trascorsa?

«Di buono c’è stata solo la salvezza. Certamente non abbiamo fatto bene né noi in società, né l’allenatore e il direttore con cui avevamo iniziato la stagione. Da quando, invece, è subentrato Nicola Crisano come d.g. ci siamo strutturati a livello organizzativo e societario e credo che abbiamo piantato un seme importante per il prossimo torneo, dato che a parer mio i campionati si vincono anche fuori dal campo».

Il presidente Raffaele Carlino
È stato più complicato ottenere la salvezza o la promozione in Serie A l’anno precedente?

«La salvezza. Io lo scorso anno ho vissuto un vero e proprio incubo perché, nonostante mi fosse stato assicurato che la squadra poteva rientrare tra le prime cinque, dopo dieci giornate avevamo un solo punto in classifica. È vero che ce ne sono capitate di tutti i colori, dal Covid che ha colpito molte nostre calciatrici fino a una serie di decisioni arbitrali discutibili, ma tutto ciò non deve costituire un alibi. Con l’arrivo di Pistolesi in panchina, poi, abbiamo raccolto i 13 punti che ci hanno permesso di raggiungere la permanenza in massima serie; certamente, però, non era questo l’obiettivo di inizio stagione. Voglio aggiungere, ad ogni modo, che per me il risultato più importante è stato quello di aver fatto partecipare a questo progetto oltre 20 imprenditori campani, sia come sponsor che come soci».

A riprova del fatto che non sempre qui al Sud è impossibile fare squadra nel mondo dell’imprenditoria…

«Evidentemente gli amici che ho coinvolto mi vogliono bene e credono in quello che faccio perché, devo essere sincero, tutti quelli che ho interpellato hanno risposto presente con grande entusiasmo. I nostri sponsor sono tutti napoletani; possiamo quindi dire che la nostra squadra difende i colori di Napoli anche a livello societario, e proprio per questo meritiamo qualcosa di più del terz’ultimo posto dello scorso torneo. Anche quest’anno effettueremo un aumento di capitale e allargheremo il nostro azionariato popolare diffuso per far entrare nuovi soci; credo che, in fondo, l’unica arma a nostra disposizione per combattere l’egemonia delle grandi del Nord sia quella di fare squadra anche a livello societario».

Ha accennato al ruolo di Pistolesi nella salvezza; quanto è stato importante il suo arrivo?

«Pistolesi, così come Crisano, è stato determinante. Avendo vinto alla grande il campionato di Serie B, e ragionando col cuore, a inizio stagione mi ero affidato agli stessi interpreti che avevano ottenuto la promozione. La prima parte di annata, però, mi ha fatto capire che per affrontare la massima serie c’è bisogno di un allenatore e dirigenti che abbiano esperienza a questi livelli».

Una stagione complicata, insomma, che però è stata comunque un’esperienza da mettere a frutto nel futuro immediato…

«Certo. Sicuramente ci aspetta un campionato ancora più difficile perché dalla prossima annata retrocederanno tre compagini. Solo noi e il Pomigliano, tra l’altro, non abbiamo club maschili alle spalle; penso, tuttavia, che la passione con cui lavoriamo può ancora fare la differenza rispetto a squadre strutturate meglio di noi a livello finanziario, di impianti e per quanto riguarda tutto ciò che comporta avere il maschile alle spalle. Personalmente la lezione principale che ho imparato quest’anno è stata quella di dover essere meno “passionale” e più razionale nella scelta di dirigenti e calciatrici».

A proposito di calcio maschile, c’è mai stata l’idea di creare una collaborazione con il Napoli di De Laurentiis?

«Qualche telefonata da qualcuno vicino alla società azzurra l’ho ricevuta. Non ho nessuna remora a parlare con De Laurentiis; a me piace lavorare in sinergia e se ci dovesse essere qualche idea interessante che può fare il bene del Napoli femminile sicuramente sarei favorevole alla cosa, prendendo sempre qualsiasi decisione in base alle valutazioni fatte con tutti i soci a cui devo dar conto».

Il 27 luglio inizierà il ritiro a Rivisondoli. Quali sono gli obiettivi per la prossima stagione?

«La squadra è stata rivoluzionata, con la permanenza di sole quattro giocatrici. A dire il vero volevamo confermarne qualcuna in più, ma le straniere che avremmo voluto trattenere hanno fatto scelte di vita diverse. Ripartiamo dalla Goldoni, una delle ragazze più legate alla città di Napoli, che è molto seguita sui social ed è impegnata nel sociale; per me è lei l’icona del nuovo Napoli. Avremo ancora tra le nostre file anche la Popadinova e il capitano Paola Di Marino, un pezzo di storia del nostro club. L’obiettivo è di integrare a loro giocatrici di livello per assortire una squadra più competitiva rispetto a quella dello scorso anno. Io non parlo mai dell’aspetto tecnico, ma nella passata stagione la delusione è stata forte anche perché ho visto in alcuni elementi poco attaccamento alla maglia; quest’anno voglio una squadra di ragazze motivate che vengano a Napoli con amore per la squadra e per la città. Credo che, pur nel percorso di evoluzione che sta attraversando il calcio femminile, sia fondamentale non perdere i nostri valori e le nostre passioni».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano a destra con Luigi De Canio al Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano, ex laterale di Napoli e Crotone, è pronto a scommettere sulle possibilità Champions degli azzurri

di Bruno Marchionibus

Raffaele Ametrano nel corso della sua carriera ha vestito molte maglie, onorandole tutte con corsa, grinta e abnegazione. Nel suo palmares, impreziosito dall’Europeo Under 21 vinto nel ’96 e dalla partecipazione alla spedizione olimpica dello stesso anno, ci sono due “trofei” che, a livello emozionale, valgono più di tante medaglie: aver conosciuto Maradona, ai tempi in cui l’esterno militava nel settore giovanile partenopeo, e aver vestito la maglia azzurra avanti ai 70mila del San Paolo, quando con De Canio il Napoli sfiorò la promozione in A nel 2001/02. Nella stagione precedente, Ametrano aveva militato nel Crotone, squadra che oggi affronterà gli azzurri a Fuorigrotta.

Nonostante la distanza in classifica, la sfida coi calabresi può nascondere delle insidie per il Napoli?

«Tutte le partite di Serie A possono nascondere delle insidie; abbiamo visto, ad esempio, la Juve perdere in casa col Benevento o lo Spezia battere il Milan. Ogni match va affrontato con la giusta cattiveria, ma se il Napoli scenderà in campo concentrato sulla carta il pronostico è decisamente chiuso in suo favore».

Dopo i successi su Milan e Roma crede nelle possibilità Champions della squadra di Gattuso?

«Certo. La classifica dice che il Napoli è in piena lotta, e se guardiamo al trend delle pretendenti in questo periodo, gli azzurri possono giocarsi senza dubbio le proprie chances. C’è ancora, poi, la gara da recuperare con la Juve, e se i campani vincessero quel match diventerebbero una delle più serie candidate a rientrare tra le prime quattro».

A proposito di Juve-Napoli, che partita si aspetta?

«In questo momento il Napoli sembra più in salute dei bianconeri, anche se la Juve ha giocatori in grado di risolvere la gara in qualsiasi momento. Sarà sicuramente una sfida equilibrata, e c’è anche da capire come andranno i rispettivi incontri con Crotone e Torino».

Tornando proprio al Crotone, ritiene che i rossoblù possano ancora giocarsi la salvezza?

«Sicuramente la permanenza in A in questo momento appare come un traguardo difficile da raggiungere. La sconfitta per 3 a 2 subita in casa dal Bologna, dopo essere stati avanti di due reti, rischia di essere una batosta anche dal punto di vista psicologico dalla quale non sarà semplice riprendersi».

Il match del Maradona arriva dopo lo stop per le Nazionali. La sosta in questo momento può rappresentare un problema?

«Senza dubbio la pausa rompe un po’ il ritmo. In questo momento storico, inoltre, è sempre pericoloso mandare tanti giocatori in giro per l’Europa, col rischio non solo di infortuni ma anche di contagi. Questo, ad ogni modo, è un problema che riguarda tutte le grandi squadre e non solo i partenopei».

C’è qualche ricordo in particolare legato alla sua doppia esperienza napoletana?

«I ricordi sono tanti. Ho avuto la fortuna di far parte del settore giovanile in un periodo bellissimo, in cui il Napoli vinceva gli Scudetti e noi ragazzi avevamo il privilegio di poter vedere Diego da vicino. Vestire la maglia azzurra “da grande” e giocare avanti ai 70mila del San Paolo, poi, per me è stata la realizzazione di un sogno, un’emozione indescrivibile».

Quell’anno nella rincorsa verso la promozione, poi sfumata di un soffio, il pubblico ebbe un ruolo fondamentale. Nello scontro diretto con la Reggina lo stadio era gremito…

«Sì. Purtroppo quella fu una stagione complicatissima con tante vicissitudini societarie; la squadra in parte ne risentì anche se poi fummo protagonisti di una bella cavalcata che per poco non ebbe il lieto fine. Avessimo vinto quella partita con la Reggina, saremmo stati noi a guadagnare la promozione; quel giorno fummo sfortunati, dominammo i 90 minuti e avremmo meritato di conquistare i 3 punti».

Continuando a parlare del pubblico di Fuorigrotta, quanto è mancato quest’anno l’apporto del dodicesimo uomo in campo alla squadra?

«Il Maradona è uno stadio che fa la differenza, soprattutto quando il Napoli non è al 100% e i tifosi riescono a dare una spinta in più ai propri calciatori. È pur vero che il supporto del tifo quest’anno è mancato a tutte le squadre; d’altronde, lo sappiamo, questa è un’annata molto particolare».

Prima ha raccontato che ai tempi della Primavera a voi ragazzi capitava di incrociare Maradona. C’è qualche episodio particolare legato a Diego che le è rimasto impresso?

«Sì. Una volta in cui noi ragazzi giocammo la partita di allenamento del giovedì contro la prima squadra, io e Fabio (Cannavaro, ndr) a fine partita chiedemmo, un po’ imbarazzati, le scarpe a Diego, ma con poche speranze di essere accontentati. Dopo due giorni, invece, ci sono arrivate le scarpette; da episodi come questo si può capire quale sia stata la grandezza di Maradona e quanto la sua scomparsa sia stata un dispiacere immenso per tutti».

Riguardo ai settori giovanili, a parer suo in Italia si punta ancora troppo poco sui giovani rispetto ad altre realtà europee?

«Un po’ sì, anche se il trend sta cambiando. Al giorno d’oggi anche le grandi società hanno bisogno di giovani; le spese oramai sono folli e quindi c’è necessità per tutti di dare nuova linfa ai settori giovanili. Prima il calcio italiano era estremamente in salute, vincevamo coppe frequentemente, mentre ora facciamo fatica anche a qualificarci per i quarti di finale. In questa stagione, poi, si è perso tanto dal punto di vista economico per i minori incassi, e i club devono giocoforza guardarsi intorno e far crescere i propri ragazzi».

Parlando di ricordi ha nominato, oltre a Maradona, anche Cannavaro. Negli ultimi anni a livello mondiale di difensori del livello del Pallone d’Oro 2006 ce ne sono sempre meno. Da cosa dipende secondo lei questa crisi nel ruolo?

«Cannavaro è stato un autentico fenomeno. Sapeva impostare ed era insuperabile in marcatura. Fabio, però, è cresciuto lavorando su quei fondamentali. Oggi magari si cercano più altre cose, come la capacità di ripartire dal basso e di gestire la palla, mentre prima il difensore era visto più come il marcatore che doveva fermare gli attaccanti avversari. C’è anche da dire che ci sono stati dei cambiamenti nel regolamento per cui ai difensori di oggi è concesso meno in termini di aggressività».

In conclusione, dopo la carriera da calciatore lei ha avuto anche esperienze da allenatore. Come giudica il lavoro di Gattuso e pensa che il tecnico ad oggi meriterebbe la riconferma?

«Rino è un amico, abbiamo giocato insieme e già solo per il modo in cui vive per il calcio lo riconfermerei. È un ragazzo che dà davvero tutto se stesso per il proprio lavoro e penso vada apprezzato per questo. Io credo che il Napoli sia stato anche sfortunato in questa stagione, non avendo a disposizione per molto tempo giocatori in grado di fare la differenza. Il lavoro dell’allenatore può arrivare fino a un certo punto, poi se in campo viene a mancare la qualità le partite non si vincono. Immaginiamo se all’Inter fossero venuti meno Lukaku e Lautaro; i nerazzurri sarebbero rimasti una buona squadra ma avrebbero avuto senz’altro più difficoltà. Per me Gattuso è un valore aggiunto nel Napoli e sarebbe un vero peccato se andasse via».

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

DA SAN SIRO AL SAN PAOLO

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Dallo scudetto coi rossoneri del 1979 fino alla promozione col Napoli del 2000, Il tecnico irpino è un pezzo di storia delle due squadre

di Bruno Marchionibus

Per un’intera generazione di tifosi il suo è stato l’unico Napoli vincente visto durante la propria infanzia. Ma Walter Novellino da Montemarano, dal canto suo, vincente lo è stato per tutta la carriera. Da calciatore con lo Scudetto al Milan del ‘79, quello della “Stella” e dell’ultimo Rivera. Da allenatore con cinque promozioni conquistate, di cui quattro in massima serie e tutte in piazze diverse; tra queste, appunto, quella del 2000 con gli azzurri, al termine di una stagione segnata dal suo carisma in panchina e dai gol di Stefan Schwoch.

Mister, per lei Milan-Napoli è un po’ una partita del cuore. Che ricordi ha dello scudetto vinto coi rossoneri nel ‘79?

«Quella nel Milan è stata un’esperienza straordinaria, coronata dal decimo Scudetto vinto col grande Liedholm in panchina. Grazie a lui eravamo già avanti rispetto agli altri; in attacco c’era Chiodi e poi tanti trequartisti e centrocampisti difficili da marcare per i difensori avversari. Molti di noi erano ragazzi giovani con grande voglia; partimmo in sordina ma poi conquistammo un titolo storico».

Tra tanti ragazzi giovani, c’erano anche due “senatori” come Rivera e Capello. Quanto è importante in una squadra avere giocatori di esperienza che guidino i compagni come facevano loro?

«È molto importante perché nei momenti di difficoltà la loro esperienza veniva fuori. In campo davano i tempi di gioco ed erano sempre pronti a dare i consigli giusti a noi altri. Erano un po’ degli allenatori in campo, e Capello in particolare poi ha valorizzato ampiamente questa sua attitudine nella carriera da tecnico».

Quanto è cambiato il calcio di oggi rispetto ad allora?

«Sicuramente sono cambiate le metodologie di lavoro. Oggi si predilige la corsa, all’epoca veniva dato più spazio alla tecnica e la qualità ne risentiva in positivo. Al di là di questo, però, c’è da dire che attualmente sono migliorate tante situazioni; nel calcio odierno si cerca di partire più da dietro, mentre allora si scavalcava spesso e volentieri il centrocampo con palle lunghe, anche se noi, con Liedholm, già mettevamo in pratica un gioco più “moderno”».

A proposito del partire da dietro, trova che a volte l’uscita dal basso a tutti i costi sia un po’ eccessiva?

«Beh, secondo il mio punto di vista l’uscita dal basso è importante, ma è importante che tale concetto non venga estremizzato. Si cerca sempre il palleggio basso per poter poi trovare spazio in avanti, mentre secondo me lo spazio in avanti si trova anche andando in verticale. Il punto è che bisogna valutare sempre le situazioni, i momenti in cui ciò può esser fatto e i momenti in cui vanno provate altre soluzioni, ed anche, soprattutto, la qualità dei giocatori a disposizione».

Passando alla sua carriera da allenatore, lei ha ottenuto cinque promozioni di cui quattro in Serie A, e tutte in piazze diverse. Qual è il segreto per far bene in così tante realtà differenti tra loro?

«Il primo segreto è sicuramente coinvolgere tutti e farli sentire parte importante del progetto. Al di là delle promozioni, poi, ho avuto anche tante altre soddisfazioni; con la Samp, ad esempio, abbiamo giocato la Coppa Uefa. In panchina ho vissuto anni bellissimi, e con molta sincerità dico che ho ancora grande voglia di allenare. Purtroppo, però, quello che si è fatto non basta, e ad oggi va molto di moda puntare sugli allenatori che fanno giocare le squadre in un determinato modo. A volte, invece, la strada giusta è quella della semplicità e si dovrebbe badare di più ad essere concreti. Prendiamo, ad esempio, Semplici al Cagliari: ha apportato giusto un paio di accorgimenti e subito sono arrivati i risultati».

Tra le promozioni ottenute c’è quella del 2000 a Napoli. Che ricordo ha di quella esperienza e quanto è difficile gestire la pressione in una piazza come quella partenopea?

«Innanzitutto per me è stata una bellissima esperienza poter allenare in una città meravigliosa con tifosi meravigliosi come Napoli. Quell’anno ho avuto la fortuna di avere alle spalle una società in cui Carlo Juliano, ogni volta che io “sbroccavo”, era in grado di ricucire il tutto. In seguito, tra l’altro, sono diventato amico di molti giornalisti napoletani, con cui instaurai un rapporto straordinario al di là di quelli che poi furono i risultati sul campo».

Forse una delle mancanze del Napoli attuale è proprio quella di non avere figure in società col compito di mediare tra squadra, proprietà e ambiente esterno?

«Mah, questo non lo so, però io credo che Giuntoli sia un direttore sportivo molto bravo che ritengo assolutamente all’altezza. Ed anche lo stesso De Laurentiis, devo dire, nel momento di difficoltà di Gattuso si è ben comportato; non mi pare si siano ascoltate parole fuori posto del Presidente a riguardo, pur considerando che, molto probabilmente, ADL e il mister hanno avuto modo di parlarsi in privato».

Sempre a proposito degli azzurri, a distanza di anni quanto è forte il rimpianto per non aver potuto guidare il “suo” Napoli anche in Serie A?

«Certamente il rimpianto è grande. Io ricordo che comparvero foto di Zeman, prima ancora che fosse ufficializzato il suo ingaggio, che già indossava la maglia del Napoli. Quello a Napoli era il periodo dei “due presidenti” (Ferlaino e Corbelli, ndr), e quando intuii la piega che avrebbero preso le cose, preferii andare via senza creare nessun problema».

Quella separazione quindi dipese dai cambiamenti in atto in società in quel periodo?

«Sì. Corbelli e qualcun altro volevano fortemente portare Zeman alla guida della squadra. Certamente tra questi non c’era Ferlaino, che avrebbe voluto confermare me per affrontare quella stagione in Serie A».

Il “suo” Napoli, ad ogni modo, era una squadra molto forte, così come erano tante le squadre della Serie B di quegli anni che ad oggi, probabilmente, disputerebbero senza grossi problemi la massima serie. Crede che mediamente il livello tecnico del campionato italiano sia sceso rispetto ad allora?

«Sì. All’epoca il livello tecnico era molto più alto rispetto a quello attuale, e non c’era questa enorme differenza tra le diverse squadre. Adesso la lotta al vertice riguarda davvero pochi club, mentre allora erano in tante a lottare. Ad oggi il fattore economico ha assunto davvero un valore enorme».

Cosa pensa del Napoli attuale e di Gattuso?

«In primis mi auguro di cuore che la squadra possa raggiungere il quarto posto, e me lo auguro anche per Rino, che sta soffrendo tanto. Io un consiglio al mister voglio darlo: Napoli è una città davvero fantastica, e lui deve proseguire dritto per la sua strada. A me il Napoli di Gattuso piace; è vero che il rendimento ultimamente è stato altalenante, ma su questo hanno inciso vari fattori, dall’impossibilità di fare allenamenti, giocando ogni tre giorni, fino ai tanti indisponibili tra infortuni e positività al Covid. Non si tratta di trovare alibi, ma di valutare dati oggettivi».

Il suo giudizio sul Milan di Pioli?

«I rossoneri stanno facendo grandi cose, mi ricordano molto il “mio” Milan, pieno di giovani di valore, e sono convinto che possano ancora dire la loro nella lotta per il primato. È chiaro, tuttavia, che in questo momento la squadra favorita per vincere il campionato è l’Inter».

In conclusione, una curiosità: c’è qualche giocatore in particolare del Napoli attuale che le piacerebbe allenare?

«Insigne sicuramente. Ma anche Fabian, Koulibaly quando sta bene, Mertens. Nella mia squadra non farei mai a meno di loro».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Ultime chiamate rossonere e azzurre

Ultime chiamate rossonere e azzurre

L’ANALISI

Ultime chiamate rossonerazzurre

Napoli e Milan dovranno giocare le partite che mancano con un solo imperativo: conquistare ogni domenica i tre punti

di Bruno Marchionibus

Napoli: mal di trasferta

Nell’epoca Covid, con gli stadi chiusi al pubblico, il fattore campo dovrebbe inevitabilmente contare meno del solito. Eppure, statistiche dell’ultimo periodo alla mano, il Napoli di Rino Gattuso da metà gennaio in poi ha sofferto particolarmente lontano dal Maradona. Se nell’ex San Paolo, infatti, Insigne e compagni hanno ritrovato una certa continuità di risultati, che era mancata invece nella prima fase del torneo, è in trasferta che la squadra azzurra ha collezionato un solo punto nelle ultime quattro uscite (il pareggio a Sassuolo giunto dopo le tre sconfitte con Verona, Genoa e Atalanta). Dato curioso, questo, considerando come, al contrario, fino alla sconfitta di dicembre con l’Inter i partenopei fuori casa avevano avuto un rendimento praticamente perfetto.
Ora, però, con le residue possibilità di rincorrere il treno per il quarto posto appese ad un filo, la squadra napoletana non può più permettersi un’alternanza di risultati così evidente. I ragazzi di Gattuso dovranno sì fare in modo che Fuorigrotta resti un fortino inespugnabile, ma anche tornare a fare punti lontano da casa come nei primi mesi di questa annata, a cominciare già dalla sfida delicatissima con il Milan, che inaugurerà il trittico terribile di gare contro rossoneri, Juve e Roma.

Milan: i cugini in fuga

Situazione particolare quella in casa Milan: dopo essere stati in testa alla classifica per più di un girone, di fatti, gli uomini di Pioli sono incappati in una serie negativa di risultati, tra cui la sconfitta per 3 a 0 nel derby, e si sono visti superare e distanziare proprio dai cugini interisti. La rimonta su Lukaku e soci, realisticamente, appare molto complessa, ma i tifosi del Diavolo non vogliono darsi ancora per vinti e vedono senza dubbio nella sfida al Napoli una delle ultime possibilità per rientrare nella lotta al vertice.
Anche qualora l’Inter non rallentasse il passo, ad ogni modo, la partita del Meazza contro gli azzurri assume un valore parimenti fondamentale; in una stagione come quella in corso, in cui la classifica è estremamente corta e le pretendenti ai primi quattro posti sono molteplici, passare dalla testa della graduatoria a posizioni fuori dalle primissime è tutt’altro che impossibile. Il Milan, dunque, ha necessità di guardare non solo avanti, ma anche alle proprie spalle, e mettere quanto prima un solco importante tra sé e le inseguitrici, garantendosi così quanto meno la qualificazione alla prossima Champions League.

LA PRESENTAZIONE

Gattuso sfida il suo passato

In una partita ricca di qualità saranno i particolari a fare la differenza e a far pendere la bilancia in favore di azzurri o rossoneri

Gattuso torna a casa

Sarà senza dubbio una partita speciale per Rino Gattuso, che affronterà col suo Napoli, per la prima volta a San Siro da tecnico avversario, i colori che hanno accompagnato prima la quasi totalità della sua carriera da calciatore e poi la sua prima esperienza sulla panchina di una big da allenatore. Il mister calabrese ha sempre ammesso di considerare il mondo Milan casa sua, e difficilmente potrebbe essere diversamente dopo tredici stagioni da calciatore in maglia rossonera, ed una qualificazione Champions sfiorata come guida tecnica della squadra. La situazione del Napoli attuale, però, non lascia spazio a nessun tipo di sentimentalismo; gli azzurri hanno un disperato bisogno di punti per dare un senso alla parte finale della stagione, e toccherà proprio a Gattuso provare a dare un dispiacere ai suoi ex tifosi, che mai lo hanno dimenticato.

Confronti a tutto campo

Dalla difesa fino all’attacco, Milan-Napoli vedrà tanti confronti interessanti catturare l’attenzione in mezzo al campo. Nelle rispettive retroguardie, Koulibaly e Romagnoli avranno senza dubbio voglia di essere protagonisti; Kalidou ha il compito di restituire con la sua presenza sicurezza e stabilità alla difesa partenopea, nonché di farsi perdonare l’ingenua espulsione subita col Benevento, mentre il capitano rossonero vorrà certamente mettere a zittire qualche critica di troppo subita nell’ultimo periodo, anche in vista degli Europei di cui punta ad essere partecipe.
In mezzo al campo, poi, gli uomini più in vista delle due squadre saranno Kessie da una parte, centrocampista goleador grazie ai tanti rigori realizzati, e Fabian dall’altra, rientrato molto bene dopo l’assenza dai campi dovuta al Covid. In attacco, infine, gli schieramenti di azzurri e rossoneri dipenderanno molto dalle condizioni di Osimhen e Ibrahimovic, entrambi protagonisti di stagioni sfortunate dal punto di vista fisico.

Donnarumma-Meret: viva l’Italia!

Ma il confronto più suggestivo legato a Milan-Napoli è sicuramente quello tra i due principali portieri dell’ultima generazione di estremi difensori della scuola italiana: Donnarumma e Meret. Se Gigio, a Milano, è ormai titolare fisso da quando aveva sedici anni ed è diventato titolarissimo della Nazionale ed uno dei principali numeri uno a livello europeo, Alex, a Napoli, negli ultimi dodici mesi non ha avuto modo di trovare continuità a causa dell’alternanza tra lui ed Ospina. Certamente sarebbe bello vedere i due portieroni l’uno di fronte all’altro sul prato di San Siro; ad ogni modo, qualunque siano le scelte finali di Gattuso, l’esperienza Donnarumma dovrebbe essere da monito per tutto il mondo del calcio. L’unico modo per veder sbocciare ed affermarsi un talento, per quanto sia puro, è quello di lasciarlo giocare, crescere, e quando capita anche sbagliare.

I precedenti a San Siro

Quanto ai precedenti più recenti, la vittoria azzurra nella Scala del calcio manca dalla stagione 2016/17, quando Insigne e Callejon regalarono al Napoli il successo per 2 a 1. Lo stesso Insigne, l’anno prima, era stato grande protagonista di una delle prime goleade della gestione Sarri: 4 a 0 in casa del Milan con doppietta del Magnifico. Dopo di allora, su tre incontri tra le due compagini nel capoluogo lombardo, una vittoria rossonera e due pareggi, tra i quali quello che più fa male ricordare ai supporters partenopei è senza dubbio lo 0 a 0 dell’aprile 2018, quando un miracolo di Donnarumma su Milik all’ultimo secondo tolse ai campani due punti che sarebbero risultati poi decisivi nella lotta Scudetto.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021