Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

IL NAPOLI DI BENITEZ

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

L’arrivo di Benitez e di tanti eccellenti giocatori ed il progetto interrotto per la difficoltà della società di attuare il programma

di Bruno Marchionibus

La rivoluzione del 2013

C’è un momento spartiacque nella storia recente del Napoli che ha fatto assurgere la società partenopea da club di ottimo livello in Italia a vera e propria realtà europea. È l’estate del 2013, quando gli addii di Mazzarri e di Cavani pongono fine a un ciclo che ha riportato gli azzurri a competere per la vetta in campionato e ad alzare la Coppa Italia del 2012. Quel Napoli ha fatto innamorare i tifosi per grinta e capacità di non mollare mai, ma il presidente De Laurentiis ha un’intuizione delle sue: bisogna compiere una vera e propria rivoluzione, un cambio di mentalità per permettere alla squadra di affermarsi stabilmente anche fuori dai confini nazionali, facendo in modo che la grande Champions disputata l’anno precedente non resti un episodio isolato, e di portare a termine quel processo di internazionalizzazione che vuol dire crescita non solo sportiva ma anche economica. ADL individua l’uomo giusto per realizzare questo progetto in Rafa Benitez, fresco trionfatore dell’EL col Chelsea, e che a Valencia e Liverpool considerano una divinità per aver vinto, rispettivamente, due volte la Liga e la Coppa dei Campioni del 2005. Il tecnico è un tipico manager all’inglese che non si ferma al campo da gioco ma ha una visione a 360° della gestione di un’azienda calcistica. Personalità forte quella del tecnico castigliano, che si cala immediatamente nella realtà napoletana con parole d’affetto per la città, e che porta in dote con sé una serie di calciatori che saranno poi l’ossatura degli azzurri per molti anni. Nella sua idea “europea” di come costruire una squadra, gli elementi che approdano all’ombra del Vesuvio grazie ai milioni della cessione di Cavani saranno le tessere di un 4-2-3-1, modulo forse non adatto a tutti i giocatori già presenti in rosa ma sicuramente più propositivo e “moderno” del coriaceo 3-5-2 su cui il Napoli si affidava sin dalla Serie B.

Progettualità, turnover e trofei

Per la prima volta, infatti, il Napoli fa mercato acquistando top player già affermati. Veste l’azzurro Pepe Reina, fedelissimo di Benitez a Liverpool. Arrivano dal Real Madrid Albiol, Callejon e, per sostituire Cavani, Higuain, ognuno dei quali farà a modo suo la storia del Napoli. E c’è un ragazzo belga che in quel momento sembra un acquisto di secondo piano, e invece diventerà per sempre uno dei figli prediletti della città: Dries Mertens. Sono loro, assieme a Hamsik ed Insigne, a Ghoulam e Jorginho che sbarcheranno in Campania il gennaio seguente ed a Koulibaly che sarà acquistato invece l’anno successivo, che saranno qualche anno dopo i protagonisti del campionato dei 91 punti in cui il Napoli andrà vicino come mai prima alla conquista del suo terzo titolo.
La progettualità, d’altronde, è una delle qualità principali di un manager come Rafa Benitez, bravissimo a selezionare i giocatori giusti per far crescere un team che non gode delle stesse possibilità finanziarie delle rivali, ed a attrarli a Napoli grazie al suo carisma ed al fascino del suo palmarés. Con l’allenatore spagnolo, poi, non ci sono gerarchie definite a priori, Benitez amministra la rosa secondo il credo del turnover, e per lui non esistono titolarissimi e riserve, visione quest’ultima che invece era stata uno dei motivi di polemica tra ADL e Mazzarri e che lo sarà poi tra il presidente e Sarri. E grazie a questa visione, che pur non sempre porterà a prestazioni e risultati entusiasmanti, Benitez riesce in due anni a regalare all’albo d’oro partenopeo una Coppa Italia ed una Supercoppa, trofei mai banali per una squadra che meno di dieci anni prima si trovava a lottare per risalire dall’inferno della Serie C e che danno ragione alla scelta di De Laurentiis di affidarsi allo spagnolo.

Un addio a denti stretti

Dopo due anni, tuttavia, il percorso di Rafa Benitez in riva al Golfo, che nelle intenzioni e nelle dichiarazioni del primo anno avrebbe dovuto durare ben di più, si interrompe, col mister iberico che siederà sulla panchina del Real Madrid e De Laurentiis che sceglierà di intraprendere una strada ben diversa scommettendo sull’emergente Sarri. La decisione di separare il proprio cammino da quello del club partenopeo dello spagnolo, tuttavia, prescinde dalla chiamata di Perez e affonda le sue radici, probabilmente, già dodici mesi prima di quest’ultima. La differenza di vedute tra il tecnico e la presidenza, nonché le difficoltà di convivenza tra due personalità che si stimano ma che senza dubbio sono entrambe forti, si palesano infatti già nell’estate che precede il preliminare Champions col Bilbao. Benitez vorrebbe rafforzare l’organico per arrivare pronti a quell’appuntamento, ed in particolare chiede alla società di trattenere Reina, che invece andrà al Bayern e tornerà in azzurro nella stagione seguente, mentre ADL per investire vuole aspettare la certezza di partecipare alla Coppa; partecipazione che, poi, con l’eliminazione del San Mames resterà un miraggio. E poi ci sono le divergenze di opinioni riguardo alle strutture sportive della società e l’importanza del settore giovanile, punti forti del “programma” di Rafa sin dal primo giorno a Castel Volturno, ma che ancora oggi, a distanza di anni, sono lontani da ciò che il tecnico castigliano aveva proposto.
Quella seconda stagione targata Benitez, che pure vivrà della grande soddisfazione di alzare la Supercoppa al termine di un’incredibile serie di rigori con la Juve, risentirà in parte dello strano clima che a un certo punto si creerà attorno alla squadra, e si concluderà con la qualificazione in Champions mancata per un soffio (e per un rigore) e la finale di Europa League non raggiunta per poco e l’addio del castigliano. I rapporti tra le parti, ad ogni modo, resteranno sempre buoni; se è vero che chi arriva a Napoli non può che piangere quando riparte, è anche vero che i risultati che gli azzurri raggiungeranno negli anni successivi poggeranno le loro basi proprio sul lavoro da manager oltre che da allenatore di Rafa Benitez.

I pensieri di Benitez su Napoli

“Napoli per me è una città straordinaria, che soddisfa in pieno le mie esigenze. Io sono un uomo di calcio, e Napoli è forse la città al mondo in cui il calcio si vive in maniera più intensa

“Conosco la storia della città e cosa succede in Italia, come si guarda la città e come si guarda la squadra. Per tutte queste cose, farà più piacere fare le cose per bene perché tutto assumerà un valore più importante

“Sarei andato via da Napoli anche senza la chiamata del Real Madrid. Per lavorare insieme e farlo bene bisogna essere tutti convinti, al 100 per 100. Era il momento giusto per cambiare, per me e anche per la società

“Sono un amante dell’arte. E Napoli da questo punto di vista è una miniera, ci sono cose straordinarie da vedere, forse neanche i napoletani sanno quanto è bella e quanto è ricca la loro città. Mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo per far conoscere al mondo la vera immagine di
Napoli

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020

I giudizi (semiseri) su Barcellona-Napoli

I giudizi (semiseri) su Barcellona-Napoli

I GIUDIZI SEMISERI

I giudizi (semiseri) su Barcellona-Napoli

Lenglet ha violato codice penale, civile, codice della strada, regole morali e usi e consuetudini; per Cakir però è tutto regolare

di Bruno Marchionibus

Lenglet: Più che un’azione da gol una rissa da saloon. Il difensore blaugrana prima prende per il collo Demme come nemmeno Homer Simpson a Bart quando gli urla “Brutto Bagarospo”, poi lancia il povero Diego contro Koulibaly come in un incontro di wrestling, improvvisando così una partita di domino umana. Come in un gioco della Settimana Enigmistica, a questo punto si potrebbe chiedere agli telespettatori “trovate i dodici motivi per cui questo gol deve essere annullato”; il Var, però, che probabilmente sta ancora guardando la puntata di Paperissima andata in onda prima della partita e scambia il tutto per una gag del Gabibbo, inspiegabilmente convalida, condizionando, e non poco, il match. WWE.

Cakir: il direttore di gara con la mimica facciale di chi da bambino più che l’arbitro voleva fare l’attore di soap si rende subito protagonista. Dopo il goal che convalida a Lenglet, non si può gridare al Barcellona “Siete come la Juve”, maè alla Juve che si potra’ gridare “Siete come il Barcellona”. Aiutato dal Var, che in occasione del vantaggio spagnolo può essere considerato complice di reato più che supporto tecnologico, annulla poi un gol a Messi, per un tocco di mano impercettibile, e concede un rigore al Barca, quando Koulibaly confonde Messi e il pallone e prova a rinviare la Pulce verso gli attaccanti azzurri. Cose turche.

Koulibaly: L’ex allenatore della Juve una volta disse che Reina aveva il joystick di Kalidou; ecco, il timore è che probabilmente Pepe se lo sia messo per sbaglio in valigia e il nostro difensore non risponda più ai comandi di nessuno e sia andato in tilt. Non ha colpe sul primo gol, quando Lenglet decide di improvvisare un’esibizione di tiro con l’arco dove Demme è la freccia e lui il bersaglio, ne ha però su tante situazioni dove appare incerto, confuso, quasi svogliato, e quando in piena area abbatte Messi confondendo il gioco del calcio col gioco dei calci. Britos esci da questo corpo.

Messi: È talmente rapido che quando parte spesso viene da pensare di aver premuto per sbaglio il tasto “Avanti velocità x30” del telecomando. È il genio della lampada, che realizza i desideri dei tifosi del Barca senza che nemmeno debbano esprimerglieli. Brilla di luce propria; è la luce che nelle notti di Champions, quando è in campo, renderebbe inutile perfino accendere i riflettori. E, soprattutto, è il giocatore attualmente più forte al mondo, un leone, distante anni luce da chi invece da un Lione è stato buttato fuori. Il gol è una gemma, ma per lui non così rara, considerando che ci sono più perle nella sua carriera che in un prezioso collier. E luce fu.

Insigne: Ormai, quando alla fine delle partite del Napoli ci si domanda chi è stato il migliore in campo, si potrebbe tranquillamente fare “Copia e Incolla” col nome di Lorenzo. Cresciuto tanto in personalità e convinzione sotto la guida Gattuso, gioca una partita che fa dimenticare a tutti i tifosi dell’infortunio di sette giorni fa e dei tanti dubbi legati alla sua presenza in campo, come se gli agenti di Men In Black ci avessero “sparafleshato” cancellandoci la memoria dell’ultima settimana. È il primo italiano della storia della Champions ad aver segnato sia al Bernabeu che al Camp Nou, espugnando così stadi importanti con la facilità con cui Bobo Vieri conquistava all’epoca Veline. Capitano mio Capitano.

Mertens/Lozano: Un palo per uno non fa male a nessuno. O, forse, fa male a tutti. I giocatori del Napoli, si sa, quest’anno sono particolarmente legnosi; non nel senso di imballati nei movimenti, per carità, ma proprio in quello di propensi a colpire legni. Quando Dries dopo appena un minuto, però, prende un palo che avrebbe potuto mettere la partita su binari completamente diversi, si inizia francamente a pensare che la fortuna magari è anche cieca, ma la sfiga con noi ci vede benissimo. Palo anche per Lozano nel finale, così, giusto per far terminare la stagione esattamente nello stesso modo in cui era iniziata e si era poi protratta. I pali non vanno in vacanza.

pubblicato il 09 agosto 2020

“La Juve nuoce alla salute” di Achilleugenio Lauro

“La Juve nuoce alla salute” di Achilleugenio Lauro

SCAFFALE PARTENOPEO

“La Juve nuoce alla salute” di Achilleugenio Lauro

Il libro presentato al Tennis Club Napoli prende di mira la Vecchia Signora col tipico sarcasmo napoletano

di Bruno Marchionibus

Nella splendida cornice del Tennis Club Napoli è stato presentato il sarcastico volume “La Juve nuoce alla salute”, edito da Guida e realizzato da Achilleugenio Lauro, nipote del Comandante, tifoso azzurro e, come si può evincere già dal titolo del suo ultimo lavoro, fieramente anti-juventino. Sono intervenuti anche il direttore del Mattino Federico Monga, il presidente del club Riccardo Villari e l’artista Gino Rivieccio.

Lauro, nel libro, spiega i motivi di questa avversione nei confronti della squadra bianconera, la più amata ma anche la più odiata dagli italiani, quella con più sostenitori ma anche con più appassionati pronti a gioire per le sue sconfitte. Un’antipatia, quella nei confronti della Vecchia Signora, che non ha equivalenti neanche verso compagini pur altrettanto titolate, come le due milanesi; non è solo la monotonia dei tanti successi, infatti, l’unica causa di questo atavico astio, ma anche l’atteggiamento da “primi della classe” di società, giocatori e supporters bianconeri a dividere il mondo del calcio in juventini ed anti-juventini, così come i numerosi episodi arbitrali “dubbi” che negli anni hanno dato adito a polemiche e sospetti. A Napoli, poi, la rivalità con la squadra di Torino è da sempre particolarmente sentita, fatto ancora ulteriormente accentuato nell’ultima stagione dal passaggio dell’ex leader del popolo partenopeo Sarri proprio sulla panchina bianconera; anche il “tradimento” del tecnico toscano, tuttavia, ha concorso a rendere particolarmente piacevole la vittoria dello scorso giugno in Coppa Italia, lo stesso trofeo che il Napoli del nonno di Achilleugenio si aggiudicò nel lontano 1962.

pubblicato il 03 agosto 2020

“Il Napoli di Gattuso sarà protagonista”

“Il Napoli di Gattuso sarà protagonista”

L’INTERVISTA

“Il Napoli di Gattuso sarà protagonista”

Nando Orsi, ex portiere biancoceleste, crede che gli azzurri non partano battuti nella sfida col Barcellona e punta forte su Meret

di Bruno Marchionibus

Vent’anni tra i pali, principalmente con i colori biancocelesti addosso, poi una carriera da allenatore ed infine l’esperienza come commentatore in tv. Nando Orsi è un uomo di calcio a tutto tondo e in occasione della sfida tra Napoli e Lazio ci ha regalato una piacevole chiacchierata su diversi temi, dalla stagione delle due squadre fino a un giudizio su Meret, Ospina e … Donnarumma.

Come giudica la stagione delle due squadre stasera in campo al San Paolo?

«I campionati di Lazio e Napoli, per certi versi, hanno seguito un iter opposto. I biancocelesti sono stati protagonisti di una grande prima parte di stagione, ma poi alla ripresa hanno avuto un netto calo; il Napoli è andato male nel pre-Covid ma si è ripreso alla grande. È ovvio che la squadra di Inzaghi era forse andata oltre i propri limiti fino a febbraio, ma nessuno poteva aspettarsi di trovare, dopo la sosta forzata, una compagine così dimessa; aver sfiorato il sogno Scudetto, tuttavia, non deve far dimenticare che l’obiettivo di partenza era il quarto posto. Gli azzurri, dal canto loro, hanno affrontato nel corso dell’annata molte vicissitudini, dall’ammutinamento fino al cambio di allenatore, ma alla fine sono riusciti a rimettersi in sesto e adesso c’è da giocare un ottavo di finale di Champions che non è perso in partenza».

Per lei, dunque, il Napoli ha chances di firmare l’impresa con il Barca?

Sì, tenendo però ben presente che ci si troverà al cospetto di una squadra fortissima. Il Napoli dovrà fare una partita molto accorta, in cui riuscire anche a segnare almeno un gol. Affrontare il Barcellona è sempre molto difficile, ma sfide di questo tipo regalano ai giocatori grandissime motivazioni. Alcuni fattori potenzialmente favorevoli agli azzurri ci sono, dall’assenza di pubblico fino alla condizione non ottimale dei catalani, ma non bisogna sottovalutare il fatto che compagini come il Barca ed in particolare giocatori come Messi in una vetrina come la Champions tendono sempre ad esaltarsi e a rendere al meglio».

Il fatto di aver disputato l’ultimo mese di campionato senza grossi stimoli rischia di far arrivare i partenopei alla grande sfida senza la giusta tensione?

«Non credo. Io penso che i partenopei si stiano preparando alla gara con i blaugrana in maniera ottimale, poi quando si giocano match di tale importanza gli stimoli vengono da soli; l’importante, però, è che l’emozione non superi un certo limite, oltre il quale il rischio è di entrare in campo scarichi. Sono convinto che Gattuso saprà dare alla squadra le motivazioni giuste per arrivare alla sfida con Messi nel modo migliore. D’altra parte il Napoli ha un vantaggio psicologico: qualora vincesse farebbe un’impresa storica, mentre se perdesse difficilmente qualcuno potrebbe imputargli qualcosa».

Capitolo portieri: cosa pensa dell’alternanza tra Ospina e Meret?

«Sicuramente rispetto a una volta il calcio è cambiato, ci sono più partite e c’è più possibilità di giocare per tutti, però io sotto questo aspetto sono vecchio stampo e credo che il ruolo di portiere richieda ancora una gerarchia ben definita».

Per la prossima stagione, quindi, punterebbe su Meret stabilmente titolare ed Ospina dodicesimo?

«A me Meret come qualità tecniche ed impostazione di portiere piace tantissimo. Teniamo presente, ad ogni modo, che parliamo di due portieri di grandissima qualità, in quanto anche Ospina è un ottimo estremo difensore. Personalmente, se devo esprimere una preferenza, lo faccio in favore dell’italiano, anche perché è un patrimonio della società sul quale è stato fatto un investimento importante. Penso, tuttavia, che al momento Gattuso veda ancora Ospina un passo avanti, anche per il discorso relativo al gioco coi piedi».

Gioco coi piedi su cui Meret può crescere…

«Certo. Fermo restando che in allenamento è sempre importante lavorare su tutti gli aspetti fondamentali del ruolo, dalla copertura della porta alla tecnica con le mani fino alla personalità nel comandare la difesa. Ripeto, in ogni caso, che stiamo parlando di un dualismo tra portieri entrambi di gran valore».

A proposito di grandi interpreti del ruolo, Donnarumma ha già superato le 200 presenze con il Milan. Quanto è importante avere il coraggio di puntare sui giovani?

«Lanciare i giovani è giusto, a patto che si tratti di ragazzi di talento nei quali l’allenatore veda doti importanti in prospettiva futura. Donnarumma ha delle grandissime qualità, con 200 presenze all’attivo a soli 21 anni può considerarsi un “giovane vecchio” e io penso che la porta della Nazionale sarà in buone mani per tanti anni. In generale, tra l’altro, Mancini si sta affidando a tanti giovani che non hanno grande esperienza ma dotati di molta qualità».

Parlando di Nazionale, crede che Meret abbia possibilità di scalzare lo stabiese dal ruolo di portiere titolare dell’Italia?

«Penso che Donnarumma sarà il numero uno della Nazionale per molto tempo, anche se Meret farà qualche presenza. Da qui ai prossimi anni credo che la situazione sarà similare a quella che esisteva tra Zoff e Bordon/Castellini, dove il titolare era ben definito e agli altri restava la possibilità di qualche apparizione».

In conclusione, pensa che il Napoli nella prossima stagione potrà tornare a competere per i primi posti della Serie A?

«Sicuramente. Con la conferma di Gattuso e magari un buon mercato, avviato già con gli acquisti dello scorso gennaio, sono sicuro che questa squadra potrà ambire ai primi quattro posti della graduatoria».

pubblicato su Napoli n.27 del 01 agosto 2020

I giudizi (semiseri) su Inter-Napoli

I giudizi (semiseri) su Inter-Napoli

GIUDIZI SEMISERI

I giudizi (semiseri) su Inter-Napoli

L’unica giustificazione all’aver preso gol subito è che eravamo ancora scioccati dalla vista della nuova maglia dell’Inter

di Bruno Marchionibus

Caressa: Alla trecentesima volta in cui ripete “Broooz”, felice come un liceale che arriva fuori scuola e scopre che c’è sciopero, Bergomi, disperato, pensa seriamente di irrompere momentaneamente su Canale 5 a Temptation Island e chiedere un falò di confronto per abbandonarlo all’istante. Fa un’immersione ad ogni calcio d’angolo, tanto che viene da pensare che per le prossime telecronache più che monitor e microfono abbia bisogno di maschera e bombole, e tra lo stupore generale afferma ad inizio secondo tempo: “rimessa per l’Atalanta”. D’altra parte, è ovvio che viste sott’acqua le immagini della partita possano arrivare così confuse da confondere le squadre in campo. Enzo Maiorca.

Lautaro Martinez: Esulta con il segno provocatorio del “parlate, parlate” verso gli spalti completamente vuoti e le cose sono due: o ha un meccanismo di rifiuto verso tutta questa situazione, o nell’intervallo aveva preso questione con una decina di sediolini del primo anello di San Siro. Dicono pensi già a giocare al fianco di Messi e Suarez; dalla mezz’ora che ha giocato non sembra, ma se fosse così, gli chiederei gentilmente di spiegare anche ai nostri come si fa a concentrarsi già da ora mentalmente sul Barcellona. L’uomo che litigava coi sediolini.

Koulibaly/Lukaku: Un duello tra due pesi massimi così non si vedeva dai tempi del “The Rumble in the Jungle” tra Alì e Foreman. Il più delle volte, forse, la parte di Cassius Clay spetta al gigante belga, ma anche Kalidou non è da meno e tiene botta, trasformando il Meazza nel Madison Square Garden, e causando ad ogni contrasto con Romelu il serio rischio di uno spostamento dell’asse terrestre, o quantomeno di un’attività sismica a Milano e provincia. Pesi massimi.

Milik: Approccia la partita con la stessa energia e voglia di fare con cui io ho approcciato l’altra mattina un’ora e mezza in fila alla posta, tanto che il maggior segno di vitalità lo mostra al momento del cooling break quando scatta verso la panchina per bere. E a un certo punto, sul finire del primo tempo, Gattuso gli lancia un urlo dalla panchina così forte che non ho capito se lo avessi sentito dal televisore o direttamente dalla finestra aperta; sarà, quella tra il polacco e il Napoli, una di quelle storie d’amore mai pienamente realizzate che lasciano tanti interrogativi sul se ci si fosse incontrati in momenti diversi. Impalpabile.

Brozovic: L’uomo che in modo decisamente Epic ha conquistato il web, sta conquistando pian piano anche Conte e San Siro. Ad ogni “Broooz” di Caressa viene sinceramente da sperare che sia l’ultimo pallone che il croato tocchi, e invece per la felicità del buon Fabio il centrocampista nerazzurro è sempre nel vivo della manovra interista, permettendo al telecronista di mostrare tutta la sua esaltazione nel nominarlo e al sistema nervoso di Bergomi di mettere alla prova la propria resistenza. Mario Broz.

pubblicato il 29 luglio 2020