Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano a destra con Luigi De Canio al Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano, ex laterale di Napoli e Crotone, è pronto a scommettere sulle possibilità Champions degli azzurri

di Bruno Marchionibus

Raffaele Ametrano nel corso della sua carriera ha vestito molte maglie, onorandole tutte con corsa, grinta e abnegazione. Nel suo palmares, impreziosito dall’Europeo Under 21 vinto nel ’96 e dalla partecipazione alla spedizione olimpica dello stesso anno, ci sono due “trofei” che, a livello emozionale, valgono più di tante medaglie: aver conosciuto Maradona, ai tempi in cui l’esterno militava nel settore giovanile partenopeo, e aver vestito la maglia azzurra avanti ai 70mila del San Paolo, quando con De Canio il Napoli sfiorò la promozione in A nel 2001/02. Nella stagione precedente, Ametrano aveva militato nel Crotone, squadra che oggi affronterà gli azzurri a Fuorigrotta.

Nonostante la distanza in classifica, la sfida coi calabresi può nascondere delle insidie per il Napoli?

«Tutte le partite di Serie A possono nascondere delle insidie; abbiamo visto, ad esempio, la Juve perdere in casa col Benevento o lo Spezia battere il Milan. Ogni match va affrontato con la giusta cattiveria, ma se il Napoli scenderà in campo concentrato sulla carta il pronostico è decisamente chiuso in suo favore».

Dopo i successi su Milan e Roma crede nelle possibilità Champions della squadra di Gattuso?

«Certo. La classifica dice che il Napoli è in piena lotta, e se guardiamo al trend delle pretendenti in questo periodo, gli azzurri possono giocarsi senza dubbio le proprie chances. C’è ancora, poi, la gara da recuperare con la Juve, e se i campani vincessero quel match diventerebbero una delle più serie candidate a rientrare tra le prime quattro».

A proposito di Juve-Napoli, che partita si aspetta?

«In questo momento il Napoli sembra più in salute dei bianconeri, anche se la Juve ha giocatori in grado di risolvere la gara in qualsiasi momento. Sarà sicuramente una sfida equilibrata, e c’è anche da capire come andranno i rispettivi incontri con Crotone e Torino».

Tornando proprio al Crotone, ritiene che i rossoblù possano ancora giocarsi la salvezza?

«Sicuramente la permanenza in A in questo momento appare come un traguardo difficile da raggiungere. La sconfitta per 3 a 2 subita in casa dal Bologna, dopo essere stati avanti di due reti, rischia di essere una batosta anche dal punto di vista psicologico dalla quale non sarà semplice riprendersi».

Il match del Maradona arriva dopo lo stop per le Nazionali. La sosta in questo momento può rappresentare un problema?

«Senza dubbio la pausa rompe un po’ il ritmo. In questo momento storico, inoltre, è sempre pericoloso mandare tanti giocatori in giro per l’Europa, col rischio non solo di infortuni ma anche di contagi. Questo, ad ogni modo, è un problema che riguarda tutte le grandi squadre e non solo i partenopei».

C’è qualche ricordo in particolare legato alla sua doppia esperienza napoletana?

«I ricordi sono tanti. Ho avuto la fortuna di far parte del settore giovanile in un periodo bellissimo, in cui il Napoli vinceva gli Scudetti e noi ragazzi avevamo il privilegio di poter vedere Diego da vicino. Vestire la maglia azzurra “da grande” e giocare avanti ai 70mila del San Paolo, poi, per me è stata la realizzazione di un sogno, un’emozione indescrivibile».

Quell’anno nella rincorsa verso la promozione, poi sfumata di un soffio, il pubblico ebbe un ruolo fondamentale. Nello scontro diretto con la Reggina lo stadio era gremito…

«Sì. Purtroppo quella fu una stagione complicatissima con tante vicissitudini societarie; la squadra in parte ne risentì anche se poi fummo protagonisti di una bella cavalcata che per poco non ebbe il lieto fine. Avessimo vinto quella partita con la Reggina, saremmo stati noi a guadagnare la promozione; quel giorno fummo sfortunati, dominammo i 90 minuti e avremmo meritato di conquistare i 3 punti».

Continuando a parlare del pubblico di Fuorigrotta, quanto è mancato quest’anno l’apporto del dodicesimo uomo in campo alla squadra?

«Il Maradona è uno stadio che fa la differenza, soprattutto quando il Napoli non è al 100% e i tifosi riescono a dare una spinta in più ai propri calciatori. È pur vero che il supporto del tifo quest’anno è mancato a tutte le squadre; d’altronde, lo sappiamo, questa è un’annata molto particolare».

Prima ha raccontato che ai tempi della Primavera a voi ragazzi capitava di incrociare Maradona. C’è qualche episodio particolare legato a Diego che le è rimasto impresso?

«Sì. Una volta in cui noi ragazzi giocammo la partita di allenamento del giovedì contro la prima squadra, io e Fabio (Cannavaro, ndr) a fine partita chiedemmo, un po’ imbarazzati, le scarpe a Diego, ma con poche speranze di essere accontentati. Dopo due giorni, invece, ci sono arrivate le scarpette; da episodi come questo si può capire quale sia stata la grandezza di Maradona e quanto la sua scomparsa sia stata un dispiacere immenso per tutti».

Riguardo ai settori giovanili, a parer suo in Italia si punta ancora troppo poco sui giovani rispetto ad altre realtà europee?

«Un po’ sì, anche se il trend sta cambiando. Al giorno d’oggi anche le grandi società hanno bisogno di giovani; le spese oramai sono folli e quindi c’è necessità per tutti di dare nuova linfa ai settori giovanili. Prima il calcio italiano era estremamente in salute, vincevamo coppe frequentemente, mentre ora facciamo fatica anche a qualificarci per i quarti di finale. In questa stagione, poi, si è perso tanto dal punto di vista economico per i minori incassi, e i club devono giocoforza guardarsi intorno e far crescere i propri ragazzi».

Parlando di ricordi ha nominato, oltre a Maradona, anche Cannavaro. Negli ultimi anni a livello mondiale di difensori del livello del Pallone d’Oro 2006 ce ne sono sempre meno. Da cosa dipende secondo lei questa crisi nel ruolo?

«Cannavaro è stato un autentico fenomeno. Sapeva impostare ed era insuperabile in marcatura. Fabio, però, è cresciuto lavorando su quei fondamentali. Oggi magari si cercano più altre cose, come la capacità di ripartire dal basso e di gestire la palla, mentre prima il difensore era visto più come il marcatore che doveva fermare gli attaccanti avversari. C’è anche da dire che ci sono stati dei cambiamenti nel regolamento per cui ai difensori di oggi è concesso meno in termini di aggressività».

In conclusione, dopo la carriera da calciatore lei ha avuto anche esperienze da allenatore. Come giudica il lavoro di Gattuso e pensa che il tecnico ad oggi meriterebbe la riconferma?

«Rino è un amico, abbiamo giocato insieme e già solo per il modo in cui vive per il calcio lo riconfermerei. È un ragazzo che dà davvero tutto se stesso per il proprio lavoro e penso vada apprezzato per questo. Io credo che il Napoli sia stato anche sfortunato in questa stagione, non avendo a disposizione per molto tempo giocatori in grado di fare la differenza. Il lavoro dell’allenatore può arrivare fino a un certo punto, poi se in campo viene a mancare la qualità le partite non si vincono. Immaginiamo se all’Inter fossero venuti meno Lukaku e Lautaro; i nerazzurri sarebbero rimasti una buona squadra ma avrebbero avuto senz’altro più difficoltà. Per me Gattuso è un valore aggiunto nel Napoli e sarebbe un vero peccato se andasse via».

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

DA SAN SIRO AL SAN PAOLO

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Dallo scudetto coi rossoneri del 1979 fino alla promozione col Napoli del 2000, Il tecnico irpino è un pezzo di storia delle due squadre

di Bruno Marchionibus

Per un’intera generazione di tifosi il suo è stato l’unico Napoli vincente visto durante la propria infanzia. Ma Walter Novellino da Montemarano, dal canto suo, vincente lo è stato per tutta la carriera. Da calciatore con lo Scudetto al Milan del ‘79, quello della “Stella” e dell’ultimo Rivera. Da allenatore con cinque promozioni conquistate, di cui quattro in massima serie e tutte in piazze diverse; tra queste, appunto, quella del 2000 con gli azzurri, al termine di una stagione segnata dal suo carisma in panchina e dai gol di Stefan Schwoch.

Mister, per lei Milan-Napoli è un po’ una partita del cuore. Che ricordi ha dello scudetto vinto coi rossoneri nel ‘79?

«Quella nel Milan è stata un’esperienza straordinaria, coronata dal decimo Scudetto vinto col grande Liedholm in panchina. Grazie a lui eravamo già avanti rispetto agli altri; in attacco c’era Chiodi e poi tanti trequartisti e centrocampisti difficili da marcare per i difensori avversari. Molti di noi erano ragazzi giovani con grande voglia; partimmo in sordina ma poi conquistammo un titolo storico».

Tra tanti ragazzi giovani, c’erano anche due “senatori” come Rivera e Capello. Quanto è importante in una squadra avere giocatori di esperienza che guidino i compagni come facevano loro?

«È molto importante perché nei momenti di difficoltà la loro esperienza veniva fuori. In campo davano i tempi di gioco ed erano sempre pronti a dare i consigli giusti a noi altri. Erano un po’ degli allenatori in campo, e Capello in particolare poi ha valorizzato ampiamente questa sua attitudine nella carriera da tecnico».

Quanto è cambiato il calcio di oggi rispetto ad allora?

«Sicuramente sono cambiate le metodologie di lavoro. Oggi si predilige la corsa, all’epoca veniva dato più spazio alla tecnica e la qualità ne risentiva in positivo. Al di là di questo, però, c’è da dire che attualmente sono migliorate tante situazioni; nel calcio odierno si cerca di partire più da dietro, mentre allora si scavalcava spesso e volentieri il centrocampo con palle lunghe, anche se noi, con Liedholm, già mettevamo in pratica un gioco più “moderno”».

A proposito del partire da dietro, trova che a volte l’uscita dal basso a tutti i costi sia un po’ eccessiva?

«Beh, secondo il mio punto di vista l’uscita dal basso è importante, ma è importante che tale concetto non venga estremizzato. Si cerca sempre il palleggio basso per poter poi trovare spazio in avanti, mentre secondo me lo spazio in avanti si trova anche andando in verticale. Il punto è che bisogna valutare sempre le situazioni, i momenti in cui ciò può esser fatto e i momenti in cui vanno provate altre soluzioni, ed anche, soprattutto, la qualità dei giocatori a disposizione».

Passando alla sua carriera da allenatore, lei ha ottenuto cinque promozioni di cui quattro in Serie A, e tutte in piazze diverse. Qual è il segreto per far bene in così tante realtà differenti tra loro?

«Il primo segreto è sicuramente coinvolgere tutti e farli sentire parte importante del progetto. Al di là delle promozioni, poi, ho avuto anche tante altre soddisfazioni; con la Samp, ad esempio, abbiamo giocato la Coppa Uefa. In panchina ho vissuto anni bellissimi, e con molta sincerità dico che ho ancora grande voglia di allenare. Purtroppo, però, quello che si è fatto non basta, e ad oggi va molto di moda puntare sugli allenatori che fanno giocare le squadre in un determinato modo. A volte, invece, la strada giusta è quella della semplicità e si dovrebbe badare di più ad essere concreti. Prendiamo, ad esempio, Semplici al Cagliari: ha apportato giusto un paio di accorgimenti e subito sono arrivati i risultati».

Tra le promozioni ottenute c’è quella del 2000 a Napoli. Che ricordo ha di quella esperienza e quanto è difficile gestire la pressione in una piazza come quella partenopea?

«Innanzitutto per me è stata una bellissima esperienza poter allenare in una città meravigliosa con tifosi meravigliosi come Napoli. Quell’anno ho avuto la fortuna di avere alle spalle una società in cui Carlo Juliano, ogni volta che io “sbroccavo”, era in grado di ricucire il tutto. In seguito, tra l’altro, sono diventato amico di molti giornalisti napoletani, con cui instaurai un rapporto straordinario al di là di quelli che poi furono i risultati sul campo».

Forse una delle mancanze del Napoli attuale è proprio quella di non avere figure in società col compito di mediare tra squadra, proprietà e ambiente esterno?

«Mah, questo non lo so, però io credo che Giuntoli sia un direttore sportivo molto bravo che ritengo assolutamente all’altezza. Ed anche lo stesso De Laurentiis, devo dire, nel momento di difficoltà di Gattuso si è ben comportato; non mi pare si siano ascoltate parole fuori posto del Presidente a riguardo, pur considerando che, molto probabilmente, ADL e il mister hanno avuto modo di parlarsi in privato».

Sempre a proposito degli azzurri, a distanza di anni quanto è forte il rimpianto per non aver potuto guidare il “suo” Napoli anche in Serie A?

«Certamente il rimpianto è grande. Io ricordo che comparvero foto di Zeman, prima ancora che fosse ufficializzato il suo ingaggio, che già indossava la maglia del Napoli. Quello a Napoli era il periodo dei “due presidenti” (Ferlaino e Corbelli, ndr), e quando intuii la piega che avrebbero preso le cose, preferii andare via senza creare nessun problema».

Quella separazione quindi dipese dai cambiamenti in atto in società in quel periodo?

«Sì. Corbelli e qualcun altro volevano fortemente portare Zeman alla guida della squadra. Certamente tra questi non c’era Ferlaino, che avrebbe voluto confermare me per affrontare quella stagione in Serie A».

Il “suo” Napoli, ad ogni modo, era una squadra molto forte, così come erano tante le squadre della Serie B di quegli anni che ad oggi, probabilmente, disputerebbero senza grossi problemi la massima serie. Crede che mediamente il livello tecnico del campionato italiano sia sceso rispetto ad allora?

«Sì. All’epoca il livello tecnico era molto più alto rispetto a quello attuale, e non c’era questa enorme differenza tra le diverse squadre. Adesso la lotta al vertice riguarda davvero pochi club, mentre allora erano in tante a lottare. Ad oggi il fattore economico ha assunto davvero un valore enorme».

Cosa pensa del Napoli attuale e di Gattuso?

«In primis mi auguro di cuore che la squadra possa raggiungere il quarto posto, e me lo auguro anche per Rino, che sta soffrendo tanto. Io un consiglio al mister voglio darlo: Napoli è una città davvero fantastica, e lui deve proseguire dritto per la sua strada. A me il Napoli di Gattuso piace; è vero che il rendimento ultimamente è stato altalenante, ma su questo hanno inciso vari fattori, dall’impossibilità di fare allenamenti, giocando ogni tre giorni, fino ai tanti indisponibili tra infortuni e positività al Covid. Non si tratta di trovare alibi, ma di valutare dati oggettivi».

Il suo giudizio sul Milan di Pioli?

«I rossoneri stanno facendo grandi cose, mi ricordano molto il “mio” Milan, pieno di giovani di valore, e sono convinto che possano ancora dire la loro nella lotta per il primato. È chiaro, tuttavia, che in questo momento la squadra favorita per vincere il campionato è l’Inter».

In conclusione, una curiosità: c’è qualche giocatore in particolare del Napoli attuale che le piacerebbe allenare?

«Insigne sicuramente. Ma anche Fabian, Koulibaly quando sta bene, Mertens. Nella mia squadra non farei mai a meno di loro».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Ultime chiamate rossonere e azzurre

Ultime chiamate rossonere e azzurre

L’ANALISI

Ultime chiamate rossonerazzurre

Napoli e Milan dovranno giocare le partite che mancano con un solo imperativo: conquistare ogni domenica i tre punti

di Bruno Marchionibus

Napoli: mal di trasferta

Nell’epoca Covid, con gli stadi chiusi al pubblico, il fattore campo dovrebbe inevitabilmente contare meno del solito. Eppure, statistiche dell’ultimo periodo alla mano, il Napoli di Rino Gattuso da metà gennaio in poi ha sofferto particolarmente lontano dal Maradona. Se nell’ex San Paolo, infatti, Insigne e compagni hanno ritrovato una certa continuità di risultati, che era mancata invece nella prima fase del torneo, è in trasferta che la squadra azzurra ha collezionato un solo punto nelle ultime quattro uscite (il pareggio a Sassuolo giunto dopo le tre sconfitte con Verona, Genoa e Atalanta). Dato curioso, questo, considerando come, al contrario, fino alla sconfitta di dicembre con l’Inter i partenopei fuori casa avevano avuto un rendimento praticamente perfetto.
Ora, però, con le residue possibilità di rincorrere il treno per il quarto posto appese ad un filo, la squadra napoletana non può più permettersi un’alternanza di risultati così evidente. I ragazzi di Gattuso dovranno sì fare in modo che Fuorigrotta resti un fortino inespugnabile, ma anche tornare a fare punti lontano da casa come nei primi mesi di questa annata, a cominciare già dalla sfida delicatissima con il Milan, che inaugurerà il trittico terribile di gare contro rossoneri, Juve e Roma.

Milan: i cugini in fuga

Situazione particolare quella in casa Milan: dopo essere stati in testa alla classifica per più di un girone, di fatti, gli uomini di Pioli sono incappati in una serie negativa di risultati, tra cui la sconfitta per 3 a 0 nel derby, e si sono visti superare e distanziare proprio dai cugini interisti. La rimonta su Lukaku e soci, realisticamente, appare molto complessa, ma i tifosi del Diavolo non vogliono darsi ancora per vinti e vedono senza dubbio nella sfida al Napoli una delle ultime possibilità per rientrare nella lotta al vertice.
Anche qualora l’Inter non rallentasse il passo, ad ogni modo, la partita del Meazza contro gli azzurri assume un valore parimenti fondamentale; in una stagione come quella in corso, in cui la classifica è estremamente corta e le pretendenti ai primi quattro posti sono molteplici, passare dalla testa della graduatoria a posizioni fuori dalle primissime è tutt’altro che impossibile. Il Milan, dunque, ha necessità di guardare non solo avanti, ma anche alle proprie spalle, e mettere quanto prima un solco importante tra sé e le inseguitrici, garantendosi così quanto meno la qualificazione alla prossima Champions League.

LA PRESENTAZIONE

Gattuso sfida il suo passato

In una partita ricca di qualità saranno i particolari a fare la differenza e a far pendere la bilancia in favore di azzurri o rossoneri

Gattuso torna a casa

Sarà senza dubbio una partita speciale per Rino Gattuso, che affronterà col suo Napoli, per la prima volta a San Siro da tecnico avversario, i colori che hanno accompagnato prima la quasi totalità della sua carriera da calciatore e poi la sua prima esperienza sulla panchina di una big da allenatore. Il mister calabrese ha sempre ammesso di considerare il mondo Milan casa sua, e difficilmente potrebbe essere diversamente dopo tredici stagioni da calciatore in maglia rossonera, ed una qualificazione Champions sfiorata come guida tecnica della squadra. La situazione del Napoli attuale, però, non lascia spazio a nessun tipo di sentimentalismo; gli azzurri hanno un disperato bisogno di punti per dare un senso alla parte finale della stagione, e toccherà proprio a Gattuso provare a dare un dispiacere ai suoi ex tifosi, che mai lo hanno dimenticato.

Confronti a tutto campo

Dalla difesa fino all’attacco, Milan-Napoli vedrà tanti confronti interessanti catturare l’attenzione in mezzo al campo. Nelle rispettive retroguardie, Koulibaly e Romagnoli avranno senza dubbio voglia di essere protagonisti; Kalidou ha il compito di restituire con la sua presenza sicurezza e stabilità alla difesa partenopea, nonché di farsi perdonare l’ingenua espulsione subita col Benevento, mentre il capitano rossonero vorrà certamente mettere a zittire qualche critica di troppo subita nell’ultimo periodo, anche in vista degli Europei di cui punta ad essere partecipe.
In mezzo al campo, poi, gli uomini più in vista delle due squadre saranno Kessie da una parte, centrocampista goleador grazie ai tanti rigori realizzati, e Fabian dall’altra, rientrato molto bene dopo l’assenza dai campi dovuta al Covid. In attacco, infine, gli schieramenti di azzurri e rossoneri dipenderanno molto dalle condizioni di Osimhen e Ibrahimovic, entrambi protagonisti di stagioni sfortunate dal punto di vista fisico.

Donnarumma-Meret: viva l’Italia!

Ma il confronto più suggestivo legato a Milan-Napoli è sicuramente quello tra i due principali portieri dell’ultima generazione di estremi difensori della scuola italiana: Donnarumma e Meret. Se Gigio, a Milano, è ormai titolare fisso da quando aveva sedici anni ed è diventato titolarissimo della Nazionale ed uno dei principali numeri uno a livello europeo, Alex, a Napoli, negli ultimi dodici mesi non ha avuto modo di trovare continuità a causa dell’alternanza tra lui ed Ospina. Certamente sarebbe bello vedere i due portieroni l’uno di fronte all’altro sul prato di San Siro; ad ogni modo, qualunque siano le scelte finali di Gattuso, l’esperienza Donnarumma dovrebbe essere da monito per tutto il mondo del calcio. L’unico modo per veder sbocciare ed affermarsi un talento, per quanto sia puro, è quello di lasciarlo giocare, crescere, e quando capita anche sbagliare.

I precedenti a San Siro

Quanto ai precedenti più recenti, la vittoria azzurra nella Scala del calcio manca dalla stagione 2016/17, quando Insigne e Callejon regalarono al Napoli il successo per 2 a 1. Lo stesso Insigne, l’anno prima, era stato grande protagonista di una delle prime goleade della gestione Sarri: 4 a 0 in casa del Milan con doppietta del Magnifico. Dopo di allora, su tre incontri tra le due compagini nel capoluogo lombardo, una vittoria rossonera e due pareggi, tra i quali quello che più fa male ricordare ai supporters partenopei è senza dubbio lo 0 a 0 dell’aprile 2018, quando un miracolo di Donnarumma su Milik all’ultimo secondo tolse ai campani due punti che sarebbero risultati poi decisivi nella lotta Scudetto.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Un derby campano dedicato a Maradona

Un derby campano dedicato a Maradona

L’ANALISI

Un derby dedicato a Maradona

Napoli e Benevento si affrontano a Fuorigrotta per la prima volta nello stadio da poco intitolato al grande Diego

di Bruno Marchionibus

Sarà un derby all’insegna dell’amicizia quello tra Napoli e Benevento valevole per la 24ª giornata di Serie A. La tifoseria partenopea e quella giallorossa, infatti, hanno sempre avuto un bel rapporto, così come quello esistente tra i due presidenti, De Laurentiis e Vigorito, e soprattutto tra i due allenatori, Gattuso e Inzaghi. Al fischio di inizio, però, inevitabilmente la stima lascerà spazio alla voglia di vincere di entrambe le compagini, bisognose di punti nella lotta per i rispettivi obiettivi.

Sogno Champions per gli azzurri

Il rendimento del Napoli, specialmente nell’ultimo periodo, è stato caratterizzato da un andamento più che altalenante, nei risultati come nelle prestazioni. Queste montagne russe, tuttavia, non hanno impedito agli azzurri di trovarsi ancora in lotta per ottenere, a fine campionato, un piazzamento Champions rientrando tra le prime quattro della graduatoria.
Non bisogna dimenticare, a tal proposito, che a inizio stagione, con la squadra campana reduce dal settimo posto della scorsa annata, l’obiettivo più realistico per Insigne e compagni era proprio quello della qualificazione alla massima competizione europea per club. Certo, l’avvio più che positivo di campionato aveva suscitato altre speranze circa le reali potenzialità della squadra, ma adesso più che mai l’ambiente partenopeo ha bisogno di cancellare delusioni e critiche distruttive e remare compatto in una sola direzione. Solo unità e determinazione, infatti, potranno permettere al Napoli di raggiungere la Champions al termine di un campionato con tante rivali di ottimo livello e segnato da tanti, troppi infortuni.

Benevento: verso la salvezza e oltre

Il Benevento, dal canto suo, in quanto neopromossa ed alla luce della precedente esperienza in massima serie si è presentato ai nastri di partenza di questa stagione con l’obiettivo primario di ottenere la salvezza. Nonostante ciò, tuttavia, mister Inzaghi ha preservato la filosofia della squadra di puntare a costruire gioco grazie alla quale le Streghe avevano dominato lo scorso torneo cadetto; scelta più che giusta quella del tecnico piacentino, dal momento che è con questa mentalità che l’organico sapientemente costruito dal d.s. Foggia sta conducendo un campionato di buon livello.
È chiaro che per i sanniti la strada verso la permanenza in Serie A è ancora lunga, e in un campionato come questo dove la classifica è più corta rispetto agli anni passati è fondamentale mantenere sempre alta la tensione, ma il gruppo giallorosso ha mostrato di avere tutte le carte in regola per concludere nel migliore dei modi la stagione e togliersi anche qualche soddisfazione ulteriore.

LA PRESENTAZIONE

Azzurri e giallorossi a caccia dei tre punti

Gattuso e Inzaghi di nuovo l’uno di fronte all’altro dopo il 2 a 1 azzurro dell’andata, quando i protagonisti del match furono i fratelli Insigne

Due mister con un passato in comune

Rino Gattuso e Pippo Inzaghi, avversari per novanta minuti, hanno vissuto insieme undici stagioni di Milan e innumerevoli convocazioni in Nazionale, vincendo tutto quello che un calciatore può ambire a conquistare nel proprio palmares. La particolarità che lega le carriere dei due amici/colleghi, tuttavia, è legata al loro percorso da allenatore: entrambi, infatti, dopo aver indossato la maglia rossonera da giocatore hanno guidato il Diavolo anche dalla panchina.
Percorsi, quelli di Ringhio e di SuperPippo, accomunati dunque dall’aver allenato il Milan, ma anche molto diversi quanto ai rispettivi andamenti. Per Inzaghi, infatti, quella con la squadra meneghina è stata la prima esperienza tra i professionisti, giunta dopo gli ottimi risultati ottenuti proprio con la primavera rossonera, mentre Gattuso tornò a Milanello dopo un lungo peregrinare tra Svizzera, Grecia e serie inferiori italiane (Palermo e Pisa). E se per il tecnico calabrese dopo l’esperienza milanista è arrivata subito un’altra grande opportunità con il Napoli, il piacentino è ripartito dalla gavetta in Serie C e B prima di mostrare tutto il suo valore in massima serie con le Streghe.

Fratelli a confronto

Il capitolo più suggestivo relativo al derby è, senza dubbio, quello legato alla sfida tra i fratelli Insigne, già protagonisti all’andata con un gol per parte. Lorenzo ha recentemente tagliato lo storico traguardo dei cento gol segnati con la maglia del Napoli, ed è ampiamente in corsa per scalare ancora la classifica dei marcatori partenopei all-time. Il ragazzo di Frattamaggiore è uno degli uomini chiave nello schieramento di Gattuso, e sarà fondamentale da parte sua mostrare da qui a fine stagione una definitiva maturazione anche dal punto di vista caratteriale per aiutare i suoi a raggiungere la qualificazione alla prossima Champions.
Roberto, dal canto proprio, è cresciuto nel settore giovanile azzurro, con cui ha anche esordito in prima squadra, cercando di ripercorrere le orme del fratello maggiore. Ed è con la maglia del Benevento che, dopo ottime stagioni in cadetteria, Insigne jr sta finalmente riuscendo ad affermarsi anche in Serie A, campionato in cui ha segnato il primo gol proprio contro gli azzurri.

Fattore M tra i pali

Se in attacco il confronto più atteso è quello che coinvolge la famiglia Insigne, intrigante risulta anche la sfida a distanza tra due giovani numeri uno che stanno testimoniando ancora una volta come la scuola italiana di portieri sia la migliore al mondo: Meret e Montipò.
Il friulano, che nell’ultimo anno si trova a dividere con Ospina la titolarità della porta azzurra, riesce a dimostrare in ogni caso ogni volta in cui è chiamato in causa tutto il suo valore e le sue grandi doti: Meret unisce infatti ad una prestanza fisica evidente anche un’agilità ed una reattività decisamente al di sopra della norma.
Quanto a Montipò, dopo aver contribuito in maniera importante alla promozione in Serie A dei giallorossi, il ragazzo di Novara sta confermando quanto di buono fatto vedere nelle scorse stagioni anche nel massimo campionato, grazie alla sua abilità tanto tra i pali quanto nelle uscite.

Precedenti a tinte azzurre

Al di là del 2 a 1 partenopeo del girone di andata, gli altri due precedenti nel massimo campionato tra le due compagini sono datati stagione 2017/18, e sono impietosi per i colori giallorossi: 6 a 0 per la banda Sarri al San Paolo, 2 a 0 nuovamente per il Napoli nel Sannio. Azzurri e Benevento si incrociarono anche in C nel 2004/05: in quell’occasione 2 a 0 napoletano sia all’andata che al ritorno.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

IL PROTAGONISTA

Piá: lo Spider-Man brasiliano

Dribbling, fantasia e gol per uno dei giocatori più amati dai tifosi che appartiene allo storia del Napoli che tornò in massima serie

di Bruno Marchionibus

Gol importanti ed un’infinità di assist in maglia azzurra dal 2005 al 2010. Inacio Piá è stato, dopo il fallimento, il primo giocatore di fantasia dell’allora neonato Napoli Soccer in grado di far sognare i tifosi. Talentuoso esterno d’attacco, l’ex Atalanta fu acquistato da Pierpaolo Marino per poco più di un milione di euro; operazione che negli anni seguenti si rivelò decisamente indovinata, visto che il brasiliano è stato uno dei protagonisti della rinascita partenopea. Piá, a tal proposito, detiene un record particolare: l’attaccante di Ibitinga è infatti l’unico calciatore della storia azzurra ad essere andato a segno in tutte le categorie dalla C alla A ed anche in Europa (Coppa Uefa 2008/09). E parlando di reti, tra i gol maggiormente ricordati di Inacio ci sono senza dubbio quello al Martina, quando il verdeoro festeggiò la realizzazione indossando una maschera di Spider-Man che aveva nascosto nel calzettone, e quello col Benevento in Serie C; lo stesso Benevento che, domenica, il Napoli affronterà in tutt’altre condizioni nel derby campano della massima serie.

Piá, in Serie C contro il Benevento fu grande protagonista con un gol ed un assist. Che ricordo ha di quella partita?

«Un ricordo molto nitido e molto piacevole. Eravamo in Serie C, ma in occasione di quel derby lo stadio era gremito e quella domenica sembrava di giocare in massima serie per l’atmosfera e per l’entusiasmo che si respirava. Aver segnato e aver fatto un assist, poi, rese quella partita per me ancor più speciale».

A proposito di gol, come nacque l’idea dell’esultanza mascherata “alla Uomo Ragno”?

«Spider-Man fin da bambino è sempre stato un supereroe che mi ha affascinato molto. Eravamo in ritiro a Castel Volturno e venne un caro amico, Gaetano, a cui dissi che se mi avesse procurato una maschera dell’Uomo Ragno in caso di gol nella partita successiva avrei festeggiato indossandola. La domenica seguente riuscii a segnare contro il Martina e così ebbi modo di mantenere la promessa».

Cosa la spinse ad accettare Napoli nonostante la terza serie nel gennaio 2005?

«Sicuramente il progetto offerto dalla società e dal direttore Marino. E poi il fascino della piazza; Napoli è sempre Napoli ed io non ebbi dubbi ad accettare immediatamente la proposta degli azzurri, anche se si trattava di scendere di categoria. Sapevo che all’epoca la sfida era riuscire a tornare quanto prima nel calcio che conta; obiettivo che, per fortuna, con quel gruppo riuscimmo a raggiungere in breve tempo».

Il primo anno, tuttavia, si concluse con la finale playoff persa ad Avellino. Dopo quella delusione ha avuto per un attimo la tentazione di andare via?

«La delusione sul momento fu tanta, anche se molti di noi erano arrivati a gennaio col Napoli indietro in classifica rispetto ai primissimi posti, e fare una rincorsa non è mai facile. Marino dopo quella partita mi rassicurò subito sul fatto che il progetto sarebbe andato avanti e che la società continuava a considerarmi un giocatore fondamentale, e pur avendo alcune richieste dalla Serie A decisi senza esitazioni di rimanere in una città con cui ho avuto un bellissimo rapporto fin dal primo impatto».

Com’era il suo rapporto con mister Reja?

«Molto buono. Col mister c’è stato un rapporto bello, anche di amicizia. Reja è sempre stato un allenatore in grado di scegliere il momento più giusto per dire le cose, anche prima delle partite. In quegli anni sono stato molto bene ed il merito è stato certamente anche suo».

C’è qualcuno dei suoi ex compagni con cui è rimasto particolarmente legato?

«Assolutamente sì. Con alcuni di loro anche dopo il ritiro ci sentiamo frequentemente: Montervino, Paolo Cannavaro, Bucchi, Savini, Gatti, De Zerbi».

A proposito di De Zerbi, il tecnico del Sassuolo pare essere uno dei papabili per il dopo Gattuso. Lo vedrebbe bene sulla panchina azzurra?

«Sì. Io credo che Roberto per come vede il calcio e per quello che riesce a trasmettere ai propri giocatori sia pronto per fare un salto ed alzare il suo livello di allenatore. È chiaro che in una piazza come Napoli rispetto a Sassuolo aumenterebbero anche le responsabilità, perché si dovrebbe lottare per vincere ma, ripeto, credo che De Zerbi sia ormai pronto».

A seguito della promozione in A lei andò via in prestito per un anno, salvo poi tornare la stagione seguente in azzurro. Quali le ragioni?

«Diciamo che dopo la promozione la società fu chiara nei miei confronti, comunicandomi che se fossi rimasto lo spazio non sarebbe stato tanto. Molto onestamente io avevo voglia di giocare; mi sentivo gratificato per aver dato un contributo importante nel riportare il Napoli in massima serie e, quando mi capitò l’opportunità di andare in prestito in un contesto in cui sarei stato titolare, preferii per quella stagione cambiare aria».

Il Napoli sta vivendo un periodo non dei migliori. Il rendimento altalenante può dipendere solo dalle assenze o c’è anche dell’altro?

«Beh, questo per i motivi che conosciamo è un anno particolare un po’ per tutti. Non voglio dare la colpa solo agli infortuni perché è un problema che comunque si stanno trovando ad affrontare anche altre squadre, pur se è ovvio che in questa situazione Gattuso è stato penalizzato dal non aver potuto dare continuità alla formazione titolare. In questo momento mi sembra che a Napoli manchi un po’ di entusiasmo, e sicuramente si sente anche l’assenza dei tifosi allo stadio, perché il pubblico di Fuorigrotta è sempre un fattore in grado di fare la differenza. Ad ogni modo, però, il Napoli è ancora in lotta per la zona Champions, ed anche in Europa League, nonostante la sconfitta nell’andata col Granada, il discorso non è chiuso».

Qual è il suo giudizio sull’attacco azzurro attuale ed in particolare su Osimhen?

«Considerando il valore dei singoli giocatori del reparto offensivo, il Napoli sicuramente poteva far meglio. C’è da dire che però i partenopei devono fare a meno da mesi di Mertens ed anche Osimhen tra Covid ed infortunio lo abbiamo visto poco; sicuramente il Napoli ha pagato delle assenze prolungate così importanti in quello che sulla carta doveva essere il suo reparto più forte. Come ho avuto modo di dire anche in passato, in ogni caso, il numero nove è un ottimo giocatore e credo che potrà fare davvero bene in maglia azzurra».

Dopo la carriera da calciatore lei ha intrapreso quella di procuratore. C’è qualche giovane particolarmente interessante tra i suoi assistiti?

«Sì, dopo aver appeso le scarpette al chiodo ho iniziato questo nuovo percorso professionale che mi ha sempre affascinato, e l’ho fatto con la Fedele Management e Gaetano Fedele, che conosco da più di vent’anni. Di ragazzi interessanti ce ne sono molti, però preferisco non fare nomi perché è una fase particolare in cui più lasciamo questi ragazzi tranquilli e meglio cresceranno. Posso dire, comunque, che nella nostra scuderia abbiamo delle “piccole piantine” che possono crescere bene».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021