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Anima e coraggio …

i  vostri sogni possono diventare realtà!

Lorenzo Marone

ha trovato nella scrittura la sua realizzazione.

Oggi augura a tutti di fare quello che desiderano davvero nella vita

di Marina Topa

La storia di Lorenzo Marone, incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo libro Cara Napoli, apre il cuore alla speranza perché testimonia che, pur tenendo conto degli aspetti materiali della vita, si deve avere il coraggio di dare una chance ai propri sogni perché possano concretizzarsi. Dopo circa dieci anni di professione forense, presa coscienza che quella non era per lui un’attività gratificante, Marone ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco, cambiando lavoro e aprendo il suo cassetto dei sogni: lì c’erano scritti che attendevano da tanto tempo! Uno dietro l’altro sono nati così vari libri, il riconoscimento di numerosi premi letterari e addirittura la sua opera La tentazione di essere felici ha dato spunto al film La tenerezza di Gianni Amelio.

Quanto coraggio c’è voluto per abbandonare la carriera forense e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura?

«Diciamo che la cosa è andata in maniera meno romantica di quanto si possa pensare, nel senso che non ho abbandonato l’avvocatura per diventare nell’immediato uno scrittore. Ho lasciato la mia vecchia professione perché, dopo diversi anni, ho capito che quella non era la mia strada e sentivo la necessità di trovarne una nuova. In questo modo, poi, ho avuto modo di recuperare la mia passione per la scrittura, che avevo già da ragazzino, e quindi in un certo qual modo quel mio momento di “lucida follia” nel quale ho abbandonato la carriera forense mi ha permesso di dedicarmi a tempo pieno a quest’attività, che è diventata la mia attuale professione grazie ad una lunga gavetta, considerando che il romanzo che mi ha cambiato la vita (La tentazione di essere felici) è arrivato dopo cinque anni».

Un aspetto di Napoli che ami particolarmente ed una cosa della città che invece, se potessi, cambieresti?

«Una cosa che amo è sicuramente, come la chiamo io, la sua “cultura del vivere”, il suo modo di approcciare alla vita, scanzonato e leggero ma solo tra virgolette, cioè quel saper far fronte alle “mazzate” che arrivano con una semplice alzata di spalle e con tanta ironia. La capacità che noi napoletani abbiamo di interloquire e di empatizzare con gli altri è un qualcosa di cui ci si rende conto soprattutto quando ci si allontana da Napoli. Io, che sono spesso in giro anche al Nord, noto come il nostro modo di rapportarci agli altri difficilmente si trovi altrove e quando sei fuori ti manca. Una cosa che cambierei, invece, è il modo che a volte abbiamo di essere un po’ menefreghisti, indolenti, in alcuni casi con scarsa coscienza civica. È una cosa che magari ammettiamo solo tra noi, però è così».

Qual è la marcia in più che Napoli può dare all’Italia?

«Probabilmente è proprio la capacità di affrontare le cose di cui parlavo prima, il modo che ha Napoli di essere accogliente, in un momento in cui in Italia l’accoglienza non è più scontata. Il messaggio positivo che da Napoli può arrivare al resto del Paese è la nostra attitudine ad accogliere, a saperci stringere, a “fare un posto in più a tavola”».

Un personaggio in particolare della storia di Napoli a cui sei legato.

«Ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno in particolare sicuramente Massimo Troisi. Per quelli della mia generazione, cresciuti negli anni ’80, è stato come uno zio, quasi un fratello maggiore, oltre ad essere stato ovviamente un genio assoluto. Massimo è riuscito a parlare di Napoli senza parlarne, con il suo garbo, la sua ironia, la sua educazione e con la voglia di dire la sua e di far vedere le cose attraverso il suo sguardo, senza tuttavia mai avere la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno».

Come convinceresti un giovane a provare a costruirsi qui il proprio futuro e quali sono secondo te le prospettive a breve della nostra città?

«Le prospettive a breve sono difficili da valutare. Io dico sempre che Napoli cambia per non cambiare mai. L’ultimo romanzo che ho scritto è incentrato sulla figura di Giancarlo Siani ed è uscito quando su tutti i giornali impazzava l’argomento “baby gang”; l’ultimo articolo scritto dal giornalista napoletano, più di trent’anni fa, parlava proprio di questo fenomeno. Napoli è una città che ha i suoi problemi e sicuramente rispetto agli anni ’80 è una città migliorata, ma che dovrebbe imparare a convivere con questi suoi mali, senza dimenticare che dovrebbero senza dubbio essere risolti dall’alto. È complesso anche immaginare cosa poter dire ad un ragazzo napoletano per convincerlo a restare in questa terra. È chiaro che molti di quelli che partono lo fanno per necessità, ma è anche vero che poi molti di quelli che in seguito ne hanno la possibilità ritornano. È difficile capire quanta Napoli si ha dentro vivendo in questa città, perché spesso i lati positivi non riusciamo ad avvertirli a fondo, salvo poi, quando ci si allontana da casa, notarli maggiormente sentendone la mancanza. Ovviamente, però, mi rendo conto che questa non è una terra facile, soprattutto per i ragazzi».

Cosa prova uno scrittore nel vedere una sua opera tramutata in un film?

«È sicuramente una sensazione molto bella, anche se il regista ha cambiato tanto rispetto al mio romanzo, quindi alla fine è un film che non sento molto mio. Certo, c’è Renato Carpentieri che è bravissimo e somigliantissimo al “mio” Cesare Nunziata, però come sempre accade in questi casi la pellicola segue una sua strada rispetto al libro. È ovvio, in ogni caso, che il fatto che un mio romanzo sia stato riproposto sul grande schermo da un maestro come Gianni Amelio è un qualcosa di estremamente gratificante e che mi ha cambiato la vita».

Un giudizio sul Napoli di Ancelotti. Sei più Ancelottiano o Sarrista?

«Io non condivido il “contrasto a tutti i costi” che sta caratterizzando la tifoseria napoletana, all’interno della quale sembra che ci si debba per forza schierare da una parte o dall’altra. Credo che una maggiore unità di intenti non potrebbe che fare bene. Ad ogni modo Ancelotti sta dimostrando tutto il suo valore ed il suo Napoli è meraviglioso».

A livello ideale, preferiresti Scudetto o Champions?

«Scudetto senza dubbio. Vincere qualcosa in cui si è in competizione diretta con la Juventus sarebbe il massimo».

E speriamo che il massimo per i nostri lettori sia avere il coraggio di aprire il proprio cassetto dei sogni, tirarne almeno uno, magari il più semplice da realizzare, ed impegnarsi a farlo giusto per trovare il carico di energie necessario per far fronte alle inevitabili “mazzate della vita” con “positiva napoletanità” … e c’è un sogno a caso, in campo calcistico, che a fine stagione di sicuro non spiacerebbe a nessuno!

I pensieri di Lorenzo Marone

“La vita è fatta di pochi momenti importanti che, spesso, nemmeno riusciamo a scorgere mentre li viviamo. Loro ci seguono sempre un passo indietro e quando ti volti è già tutto fatto, irrimediabilmente compromesso, nel bene o nel male

“Non partite solo per fuggire e non restate solo perché non avete il coraggio di prendere nuove strade. Siate sempre aperti ai cambiamenti, scegliete un obiettivo e puntatelo, però sappiate che se pò semp’ fallì, che ca nisciuno è perfetto. E non smettete mai di essere curiosi, pecché ’a curiosità è ’na forma ’e coraggio

pubblicato su Napoli n.3 del 28 novembre 2018