Il primo presidente-manager del calcio italiano

Il primo presidente-manager del calcio italiano

STORIE AZZURRE

Il primo presidente-manager del calcio italiano

Breve storia di Giorgio Ascarelli attaccato alla sua terra ed ai suoi valori, con le idee chiare su come portare il Napoli al vertice

di Giovanni Gaudiano

Gli indimenticabili

Una storia tanto lunga come quella del Napoli è fatta di tanti avvenimenti animati da tanti personaggi. Certo su tutti aleggia il “genio” arrivato in una calda nottata d’estate da Lanùs via Barcellona al quale, forse anche tardivamente, è stato intitolato lo stadio di Fuorigrotta.
Prima di lui, con lui e dopo di lui sono stati tanti però gli uomini che hanno scritto la storia del Napoli che andrebbero opportunamente ricordati.
Se parliamo della società al massimo livello come fare a non pensare a Giorgio Ascarelli, Achille Lauro, Roberto Fiore, Corrado Ferlaino, Dino Celentano e Aurelio De Laurentiis. Se ci spostiamo tra i dirigenti e addetti della società è impossibile non ricordare Italo Allodi, Pierpaolo Marino, Luciano Moggi e poi tra gli addetti e specialisti a disposizione della società Michelangelo Beato, Giovanni Lambiase, Salvatore Carmando, Gaetano Masturzo e Tommaso Starace.
Ci tocca a questo punto scendere in campo partendo dagli allenatori, ed allora spazio a William Garbutt, Eraldo Monzeglio, Bruno Pesaola e Luis Vinicio nella doppia veste anche di calciatori, Rino Marchesi, Ottavio Bianchi, Alberto Bigon, Walter Novellino, Edy Reja, Walter Mazzarri, Rafa Benitez, Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti. Siamo arrivati ai giocatori e qui occupano uno spazio importante Attila Sallustro, Antonio Vojak, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Hasse Jeppson, Omar Sivori, José Altafini, Antonio Juliano, Jarbas Faustinho Cané, Vincenzo Montefusco, Gianni Improta, Dino Zoff, Beppe Bruscolotti e Ruud Krol per gli anni più indietro nel tempo e Paolo Cannavaro, Gennaro Iezzo, Marek Hamsik, Edinson Cavani, Gonzalo Higuain, Dries Mertens e Lorenzo Insigne più di recente.
Si tratta di un elenco fatto su due piedi che avrà le sue carenze. Chi ricorderà questo o quel nome, chi dirà ma come avete fatto a dimenticare proprio quello. Chiediamo venia sin da ora e promettiamo che, scrivendo prossimamente una storia analitica del Napoli anno per anno, ricorderemo tutti, ma proprio tutti.
Dovendo però cercare davvero una sintesi per poter individuare i cosiddetti indimenticabili, gli imprescindibili, a parte l’extraterrestre argentino sceso a Fuorigrotta, a nostro avviso i punti cardine della storia del Napoli sono rappresentati da: Giorgio Ascarelli, Attila Sallustro, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Antonio Juliano, Corrado Ferlaino ed Aurelio De Laurentiis.
Da questo numero come detto, partendo dall’anniversario della squadra del Napoli, parleremo di alcuni di loro iniziando con questo servizio da Giorgio Ascarelli, un personaggio diventato mitico per quello che accade nel calcio ai nostri giorni. Un uomo dalla grande visione che sfortunatamente per lui, per la città e per la squadra scomparve troppo presto. Nonostante qualcuno storcerà il naso, pensiamo che si possa dire che Ascarelli sarebbe potuto essere per Napoli e la sua squadra quello che è stato e continua ad essere Santiago Bernabéu per il Real Madrid. E se il lettore mostrerà un po’ di pazienza e fiducia, cercheremo di motivare questa similitudine.

Il 1926

Si è già detto (nell’editoriale di apertura di questo numero ndr) che la data del 1° agosto del 1926 per la nascita del Napoli debba ritenersi indicativa, ma visto che da qualche parte si deve iniziare partiamo da quell’anno tanto lontano nel quale si verificarono tanti avvenimenti che avranno delle ripercussioni negli anni che seguiranno.
Nasce infatti proprio quell’anno l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, una scienza affatto esatta che nel tempo condizionerà sempre più la nostra vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna l’ingegnere John Logie Baird presenta il primo prototipo di apparecchio televisivo che oggi occupa in ogni stanza delle nostre case un posto privilegiato. Il fascismo scioglie tutti i consigli comunali e provinciali. L’elezione del sindaco è sostituita dalla nomina governativa dei famigerati podestà che tanto influenzeranno la vita degli italiani. Con un regio decreto viene attuato il primo riordino nella storia del Regno d’Italia del sistema bancario (rafforzamento del ruolo della Banca d’Italia e del ministero del tesoro), sottraendo definitivamente al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia la facoltà di stampare moneta. In questo caso si trattava di completare la spoliazione avviata con la “famosa impresa” dei Mille. A Bologna lo studente quindicenne Anteo Zamboni spara a Benito Mussolini, e viene in seguito linciato dalla folla. Si tratta di una vicenda poco chiara e spregevole con il Duce scampato all’attentato con il rinvio della sua morte, linciaggio compreso. E poi lo scioglimento di tutti i partiti dell’opposizione con le devastazioni a danno delle Camere del Lavoro operate dalle squadracce fasciste. La chiusura dei quotidiani che si opponevano al regime. La pena di morte, il confino per i dissidenti, etc.
In uno scenario simile sembra inverosimile che a Napoli un ricco industriale e commerciante di origini ebraiche abbia avuto l’idea di opporsi al monopolio calcistico del nord fondando una società di calcio, costruendo uno stadio e modificando il tiro dopo i primi insuccessi ottenendo così i primi risultati di rilievo della storia azzurra.

Giorgio Ascarelli

Era un uomo minuto, non alto, Giorgio Ascarelli. Nato a Napoli il 18 maggio del 1894 nel quartiere Pendino, proveniva da una famiglia di commercianti di tessuti. Era figlio di secondo letto, la madre si chiamava Bice Foà. Nella sua educazione ci sono la musica e l’arte grazie proprio alla giovane madre ed il fiuto per gli affari ereditato dall’attempato padre Pacifico. La famiglia Ascarelli, oltre ad essere di tendenze mazziniane e garibaldine, è anche vicina alla Loggia massonica “Losanna” di rito scozzese. Il giovane Giorgio non si sottrae alle influenze familiari, anzi va oltre.
È un convinto socialista, prende in mano le redini dell’azienda familiare e la trasforma, sviluppandola e dandole un respiro internazionale stabilendo una sede a Milano. Come politico e imprenditore però fa tutto questo per la sua città. Partecipa allo sviluppo economico di Napoli facendo suoi i concetti della legge approvata dal governo Giolitti proprio per lo sviluppo della sua città. Sono tante le cose che fa per la sua Napoli, la sua impresa, la sua gente, senza dimenticare lo sport. Viene considerato un filantropo e nessuno fa caso in quel momento alla sua provenienza ebraica. Napoli dimostra anche a quei tempi come nessuna differenza di qualunque genere possa incidere nei rapporti della vita di tutti i giorni. Poi arriveranno i tempi bui imposti dal regime quando però il primo presidente della storia ufficiale del Napoli sarà già scomparso.

Un manager precursore

Il 12 marzo del 1930 un attacco di peritonite perforante portò via ai napoletani Giorgio Ascarelli. Sulla sua attività hanno scritto molto alcuni giornalisti di qualche tempo fa. Tra gli altri Giuseppe Pacileo, attribuendo ad Ascarelli una serie di intuizioni, parla chiaramente dell’impostazione aziendale data al club e dell’idea di dotare la società di uno stadio proprio.
Fece a tempo a vederlo l’elegante Giorgio, visto che il 23 febbraio del 1930 inaugurò lo stadio “Vesuvio” dove la settimana precedente il suo Napoli aveva strapazzato la Triestina con un netto 4 a 1.
Ed i napoletani il 13 marzo ai funerali si riversarono per la strada per rendere al loro presidente l’estremo saluto, al punto che una parte della città dovette essere chiusa al traffico, e non si fermarono chiedendo che quello stadio da lui fortemente voluto gli venisse intitolato.
E fu cosa fatta. Lo stadio voluto da Ascarelli, costruito con una struttura interamente in legno al Rione Luzzatti, capace di ospitare 20.000 spettatori e con una tribuna centrale coperta, prese il suo nome.
Poi all’Italia fu assegnato il secondo Campionato del Mondo – Coppa Rimet nel 1934. Lo stadio Ascarelli fu oggetto di lavori di ampliamento da parte del regime che cavalcava per la sua propaganda l’enorme seguito acquisito dal calcio. Lo stadio fu trasformato in una costruzione di cemento armato con una capacità elevata a 40.000 spettatori. Le pressioni a quel punto per modificarne il nome presero il sopravvento. Il fascismo decise sotto la spinta di una vasta campagna di stampa e d’opinione di chiamarlo Stadio Partenopeo anche per evitare che l’alleato tedesco storcesse il naso per l’intitolazione ad un ebreo. Alla fine in quello stadio si giocò la finale per il terzo e quarto posto proprio tra Germania ed Austria e Mussolini ringraziò quelli che avevano fatto pressioni per il cambiamento del nome dello stadio.

La fine di un sogno

Come tutti i sogni il risveglio fu brusco. Lo stadio fu bombardato durante la guerra, distrutto, vandalizzato da chi ne utilizzò i materiali per alcune costruzioni nell’immediato dopoguerra.
Oggi di quella struttura non c’è più traccia. Si fosse salvata dalla guerra con molte probabilità avrebbe recuperato il suo nome. Forse si dovrebbe pensare ad intitolare una strada, una piazza nei pressi dello stadio Maradona al primo presidente azzurro. Alla stazione della Cumana della Mostra d’Oltremare nell’allestimento dedicato al Calcio Napoli figura per fortuna l’immagine di Giorgio Ascarelli, ma non basta.
Quell’uomo in pochi anni, lavorando anche dietro le quinte ed animato da una vera passione, aveva prima di tutto compreso che dal nome della società dovessero sparire altre dizioni che non fossero quelle della città (suoni da esempio per chi di recente cerca di confondere le carte pensando di lanciare un brand Campania dimenticando volutamente che il brand già esiste e si chiama Napoli) e poi aveva allestito una squadra attorno alla prima grande stella azzurra, Attila Sallustro, ingaggiando Marcello Mihalich, Antonio Vojak, Giuseppe Cavanna, Paulo Innocenti, Carlo Buscaglia ed affidandola a William Garbutt che aveva vinto tre scudetti con il Genoa. L’anno della scomparsa di Ascarelli il Napoli si classificherà al 5° posto in campionato ma solo due stagioni dopo arriverà a raggiungere il terzo posto.
Per queste ragioni riteniamo che se Giorgio Ascarelli avesse vissuto gli stessi 83 anni di Santiago Bernabéu quasi certamente avrebbe potuto elevare il Napoli nell’Olimpo delle squadre italiane in pianta stabile e siamo sicuri che, una volta passata la bufera del regime e della guerra, avrebbe fatto riedificare lo stadio dove il suo/nostro Napoli avrebbe agguantato tante vittorie.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

PROTAGONISTI

Equilibrio e programmazione per continuare a crescere

Enzo d’Errico, il direttore del Corriere del Mezzogiorno, parla dell’anniversario della squadra azzurra

di Lorenzo Gaudiano

Enzo d’Errico aveva soltanto diciotto anni quando ha iniziato a dedicarsi al giornalismo. Ad una simile età per tutti i giovani è sempre difficile prevedere dove si andrà a finire andando avanti nel tempo, ma nel suo caso dubbi in merito non ce ne sono mai stati. Scrivere ha sempre costituito la sua principale passione ed oggi come allora questo aspetto rilevante della sua vita è rimasto inalterato, anzi si è fortificato con le varie esperienze vissute nel campo giornalistico e le numerose soddisfazioni ottenute in carriera che in passato hanno certificato e nel presente continuano ad avvalorare la sua professionalità.
Da diversi anni è il direttore del Corriere del Mezzogiorno, uno dei principali punti di riferimento dell’informazione partenopea e non solo, il miglior riconoscimento per un personaggio che nella sua carriera ha dimostrato col passare degli anni grande competenza nel proprio campo. Lui stesso definisce questo ruolo di così grande importanza e responsabilità che gli è stato affidato come «la chiusura di un cerchio, il coronamento di una carriera dopo più di 20 anni trascorsi al Corriere della Sera come inviato per il Mezzogiorno e 5 nell’ufficio centrale a Milano».
Il 1° agosto è stato l’anniversario del Napoli, il 95esimo, anche se per molti in realtà la squadra azzurra avrebbe molti più anni e non sarebbe quella la giornata in cui si dovrebbe festeggiare. Al di là di questo dettaglio, è proprio con d’Errico che si è deciso di celebrare questa data, partendo da un augurio alla società partenopea fino ad arrivare all’attualità con l’inizio dell’era Spalletti.

È passata quasi una settimana dal 95esimo anniversario del Napoli. Se le chiedessi di mandare un augurio personale al Napoli per questa importante e significativa ricorrenza, cosa direbbe?

«Un augurio sicuramente scontato, ovvero di vincere un altro scudetto. Essenzialmente e seriamente gli auguro di mantenere la rotta intrapresa e seguita in questi anni. Il calcio, come tutta la nostra vita e al tempo stesso l’organizzazione economica e sociale, è cambiato radicalmente nell’ultimo decennio. Gli scudetti vinti con Maradona infatti appartengono purtroppo alla preistoria, non so se oggi sarebbe possibile replicare un risultato di quel tipo. Il calcio oggi è un’impresa economica, è diventato necessario mantenere in ordine i conti e programmare una crescita nel tempo. La strada attuale mi appare come la migliore da seguire».

A questo punto mi interessa una sua considerazione su quello che il Napoli ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà negli anni a venire…

«Il Napoli è una componente fondamentale dell’anima della città. Il tifo da sempre è un sentimento che attraversa trasversalmente il capoluogo partenopeo, non è una cosa di esclusivo patrimonio popolare. Appassiona tutti, dal grande imprenditore al disoccupato, e credo che costituirà sempre una parte importantissima di questa città».

Durante la sua carriera, e anche la sua vita personale, qual è il momento della storia del Napoli a cui si sente più legato, di cui conserva i ricordi più belli oppure un aneddoto particolare che ha piacere di condividere?

«Dal punto di vista professionale ho seguito in particolare gli scudetti conquistati ai tempi di Maradona. Non voglio cadere nella trappola della retorica e della banalità ma senza dubbio quei successi non potrei dimenticarli. Devo essere sincero, per un certo periodo non ho seguito il Napoli con la stessa passione. Con la retrocessione in C e la nuova gestione avviata dal presidente De Laurentiis ho ripreso a seguire le vicende della squadra con quella stessa passione che mi aveva contraddistinto da ragazzo e si può dire sia cominciata la mia seconda vita da tifoso. Come aneddoto posso raccontare che in piena gioventù andavo con mio padre al San Paolo a vedere le partite, era il Napoli di Sivori ed Altafini. Ricordo in particolare una partita contro la Juventus dove Sivori venne espulso e quel sentimento di rabbia provato allora lo rivivo ogni volta che il Napoli affronta i bianconeri».

Quindi se le dicessi Napoli di Vinicio, Napoli di Maradona o Napoli di Sarri, lei quale sceglierebbe?

«Parliamo di tre Napoli completamente diversi, per storia e tutto il resto. Quello di Sarri è stato il Napoli più bello, a quello di Vinicio invece sono legato molto dal punto di vista affettivo in quanto era la prima volta che il Napoli appariva come una squadra spettacolare, arrembante, intrepida. Quello di Maradona è stato il Napoli vincente, ma si parla di stagioni davvero uniche. Dal mio punto di vista però preferisco le realtà che crescono e si affermano nel tempo, non il “feste, farina e forca” che è venuto fuori dopo, quando il Napoli ha imboccato una strada di declino».

In questi 95 anni sono accadute tante cose, il Napoli ha vinto i suoi trofei e vissuto i suoi momenti belli e brutti. Per come sono andate poi le cose, si sarebbe potuto fare di più oppure il Napoli ha ottenuto quanto gli fosse possibile conseguire?

«Il Napoli non va mai considerato come un’entità indipendente dal contesto che lo circonda. È una squadra di calcio di una città che non ha avuto nel tempo un’economia strutturata con grandi capacità di investimenti. Ha sempre vissuto uno sviluppo legato alla spesa pubblica, per cui non si sono mai riuscite ad affermare famiglie imprenditoriali come quella degli Agnelli, dei Moratti. Il Napoli ha potuto contare sempre e soltanto sulle forze di imprenditori singoli, come Lauro, Ferlaino ed ora De Laurentiis. Per questo motivo ha fatto tutto quello che le fosse possibile fare. Certo in alcune stagioni poteva essere amministrato meglio, ma sarebbe stato comunque difficile ottenere di più».

Dopo il fallimento De Laurentiis ha saputo ricostruire, riportare in Europa e mettere in condizione il Napoli di giocarsi anche il campionato con le squadre più titolate. Oggi, proprio perché la società azzurra ricopre un ruolo comunque importante nel calcio italiano ed europeo, cosa è necessario fare per continuare a farlo crescere?

«Tutto dipenderà dai risultati, che incrementano la capacità di investimento, consentono di alzare il fatturato etc. Se oggi vogliamo una società con i conti in ordine che non si indebiti e non fallisca per comprare il Ronaldo di turno, questa è la strada giusta da seguire a meno che non si venda a famiglie arabe o imprenditori che possono permettersi di investire senza badare ai bilanci. Sinceramente preferisco sempre una proprietà legata al territorio e che soprattutto faccia capire ai tifosi che questa è l’unica via percorribile».

Nonostante oggi l’incubo della Serie C e le difficoltà degli anni precedenti alla gestione De Laurentiis siano lontani, la città è divisa sul presidente: c’è chi lo ama e chi purtroppo lo critica per la gestione forse troppo oculata della società. Perché in certi momenti prevale questo sentimento di divisione e soprattutto la critica nei suoi confronti?

«Il presidente De Laurentiis di sicuro non è un uomo simpatico e non fa molto per rendersi tale. È un tratto del suo carattere, tutti noi ne abbiamo uno, ma questo in particolare pesa nel rapporto con una città che negli strati popolari vive soprattutto di sentimenti, con tutta la volatilità che questi hanno, e purtroppo con poca ragione. Questo è un discorso che non vale solo per il calcio, ma riguarda tutta la città. Giustamente non si sta a pensare che, comprando il Ronaldo di turno, dopo qualche anno chissà che fine si potrà fare. Mi ricorda tanto il “domani penso ai debiti, stasera sono un re” di una canzone napoletana, che è una delle maledizioni della nostra città. De Laurentiis di errori ne ha fatti sicuramente negli anni, uno di questi è la gestione troppo personalistica della società che forse andrebbe strutturata in maniera più moderna con figure intermedie finalizzate alla creazione intorno al presidente stesso di una squadra di manager e professionalità. Poi qualche acquisto di sicuro è stato sbagliato, ma nella gestione di una società questo può capitare».

Passiamo all’attualità: è iniziata l’era Spalletti. È il profilo giusto per una panchina calda e difficile come quella partenopea?

«Non lo conosco personalmente. Di primo acchito è un personaggio di grande temperamento, per cui posso ipotizzare che ci sarà una bella dialettica tra lui ed il presidente. Come si risolverà non lo so. Tra quelli che erano in lizza per la panchina azzurra mi sembra un tecnico molto preparato».

Per chiudere, già si può ambire alla Champions nella prossima stagione oppure è in atto una ricostruzione per cui bisognerà attendere anche alla luce del mercato che la società pensa di condurre?

«Il presidente è stato molto chiaro sul fatto che il monte ingaggi attuale non è sostenibile per una squadra che non può usufruire dei fondi derivanti dalla Champions. Una cessione eccellente quasi certamente ci sarà e nonostante questo un piazzamento tra le prime quattro sarà alla portata perché la crisi scatenata dal Covid ha colpito anche le società più blasonate e senza dubbio condizionerà le loro strategie di calciomercato. Se il Napoli manterrà i propri punti fermi ed indovinerà alcuni acquisti, la prossima stagione sarà comunque importante. Lo scudetto è una favola, ma nel calcio tutto è imprevedibile».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

PATRIMONIO DA SALVARE

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Qui è iniziata la storia degli scavi di Ercolano ed ora finalmente il progetto per il suo recupero sembra essere iniziato

di Domenico Sepe

Emanuele Maurizio, il duca archeologo

La storia di Villa d’Elbeuf è strettamente legata all’eponimo duca, figura centrale nella storia degli Scavi di Ercolano. Difatti Emanuele Maurizio di Lorena, questo il suo nome, è l’uomo indicato, da più parti, come colui che ha avviato la stagione degli scavi di Ercolano e quindi anche di Pompei.
Nato a Parigi nel 1677, era il figlio minore del duca Carlo e della seconda moglie e fu principe di Lorena in quanto discendente di Renato II del Casato di Guisa. La sua vita, non essendo erede primario del casato, sembrava essere destinata ad essere poco più di una nota a margine della storia. Ma il suo destino cambiò quando, in cerca di un’occasione, passò al servizio di Giuseppe I d’Austria, tradendo il proprio monarca, Luigi XIV, che lo fece condannare a morte in contumacia.
Il suo nuovo sovrano lo nominò, nel 1706, luogotenente generale della cavalleria a Napoli, che era di recente passata all’Austria dopo la Guerra di successione spagnola, con il compito di garantire che i francesi, che avevano ancora fortissimi interessi sul Meridione d’Italia, restassero fuori da quel lato della Penisola ormai di egemonia austriaca.
Mentre si trovava a Napoli a gestire le truppe dell’Arciduca d’Austria, il duca Emanuele commissionò a Ferdinando Sanfelice, il grande architetto napoletano, una residenza privata a Portici da poter utilizzare come residenza estiva e di rappresentanza, e che divenne poi la prima delle 122 Ville del Miglio d’Oro, che naturalmente venne chiamata Villa d’Elbeuf, forse come richiamo ai titoli che gli erano stati strappati da Luigi XIV.
Negli anni della costruzione della villa e della sua permanenza a Portici, venne a sapere della presenza di reperti archeologici dissotterrati per caso nella vicina Ercolano, nel 1709, ad opera di un contadino che stava scavando un pozzo per il proprio campo.
Andò di persona a vedere questi reperti di marmo pregiato e ne comprò alcuni per la realizzazione di alcune cappelle in diverse chiese di Napoli. Successivamente acquistò il pozzo stesso ed avviò una serie di sondaggi attraverso dei cunicoli sotterranei; era, dunque, iniziata, la stagione degli scavi di Ercolano.
Nel 1719 il Duca ritornò nella natia Francia, dove riprese possesso dei propri titoli e dei propri possedimenti, ma restando sempre indissolubilmente legato a Napoli ed a Portici.
La villa venne acquistata dal duca Giacinto Falletti di Cannalonga e, nel 1738, il re Carlo di Borbone e sua moglie Amalia furono costretti, durante un viaggio per mare, a sbarcare a Portici a causa di una tempesta. Qui furono accolti dal nuovo proprietario per vari giorni e furono mostrate ai coniugi le bellezze della zona ed i reperti archeologici che erano custoditi nella villa. Il re rimase tanto impressionato dalla zona che volle costruire la propria residenza estiva proprio a Portici ed oggi quella splendida reggia estiva ospita la Facoltà d’Agraria della Federico II. Inoltre, incuriosito dai ritrovamenti fatti dal duca, il re commissionò una nuova serie di scavi nella zona di Ercolano, permettendo il rinvenimento di altri manufatti e la sistemazione iniziale dell’area archeologica.
Il duca, nel frattempo, era tornato a vivere in Francia e morì senza eredi a Parigi nel 1763 dopo essere diventato, infine, duca d’Elbeuf nel 1748 a seguito della morte del fratello maggiore e dei suoi figli.
Egli lasciava, dietro di sé, un lascito costituito dai primi scavi ercolanesi che, successivamente, lo avrebbero consacrato a pioniere dell’esplorazione archeologica delle città romane distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La Villa protesa sul mare

Quando si guarda oggi la Villa d’Elbeuf è difficile immaginare che, tempo fa, questa fosse la residenza di uno dei nobili più potenti del Regno di Napoli, visto che attualmente è coperta dai ponteggi e dai tubi.
Ma quest’edificio, che domina lo scenario del Porto del Granatello, eretto nel 1711, è stato un elegantissimo edificio fino a metà del 1800.
La costruzione voluta del principe Emanuele Maurizio di Lorena fece conoscere a Carlo di Borbone la zona ed il re decise di costruire la Reggia di Portici quale residenza estiva. Vennero così tutte le ville che vanno da San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco, quasi tutte in stile Rococò, com’era di moda in quegli anni.
La Villa d’Elbeuf è in stile Rococò e presenta due portali in marmo e piperno a cui si accede da una doppia scalinata monumentale che è collegata ad una terrazza che affaccia sul mare. Il progetto della villa fu dell’architetto Ferdinando Sanfelice, uno dei massimi esponenti del Rococò partenopeo e progettista di tantissimi palazzi a Napoli.
Dopo la costruzione, il duca Emanuele Maurizio aggiunse molte decorazioni alla sua casa, rendendola il perfetto esempio della residenza estiva e di rappresentanza. Il suo aspetto, infatti, nonostante l’attuale stato di abbandono, risulta essere imponente e maestoso e, inoltre, riesce a dominare tutto il bacino del Granatello.
Quando, come detto prima, il re Carlo di Borbone fu ospite del duca di Cannalonga, restando affascinato da questa residenza, e nel 1742 la comprò e la trasformò nella propria dépendance e nell’approdo marittimo per la propria reggia, il cui giardino comincia nelle immediate vicinanze.
Re Carlo, inoltre, era un appassionato di pesca e fece costruire dei canali, scavati nella lava vesuviana che alimentavano delle piccole peschiere convogliando l’acqua marina.
Un’altra caratteristica della villa sono i bagni a mare, fatti costruire nel periodo napoleonico da Gioacchino Murat ai piedi della villa per sé e per la famiglia, che rappresentano un raro esempio di impianto balneare in Stile Impero.
Ma la storia di questo esempio di architettura rococò finì con la costruzione della linea ferroviaria Napoli – Portici che attraversava proprio il parco della Villa d’Elbeuf. La posa dei binari, infatti, spezzò l’unità tra il palazzo ed il parco retrostante sancendo, nei fatti, l’inizio della decadenza per questo edificio.
La villa, dopo l’Unità d’Italia, passò alla famiglia Bruno con un’asta del Demanio ed il percorso discendente verso l’incuria continuò fino agli anni recenti. Oggi la villa si trova in condizioni terribili, dopo essere stata vittima di incendi, di saccheggi. Inoltre, gli stucchi sono stati quasi completamente distrutti e l’edificio versa in una condizione di totale inagibilità e d’insicurezza, visto che mancano le balaustre degli scaloni e vari punti del tetto sono crollati.
Eppure nonostante i ponteggi e lo stato d’abbandono, domina ancora lo scenario del Granatello ed è impossibile non notarla. Quest’edificio, nell’ambito della città di Portici, presenta delle grandi potenzialità museali, specie in collegamento con la vicina Reggia di Portici, di cui per un certo periodo ha fatto parte. Nel 2019, dopo che la villa era stata venduta ad una cordata di imprenditori per il restauro nel 2013, sono finalmente cominciati i lavori di recupero sotto il controllo della Soprintendenza mentre, negli anni, i cittadini di Portici hanno creato alcuni comitati per sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo monumento storico della città. I lavori procedono a rilento, complici sia alcuni problemi finanziari della cordata che l’attuale pandemia che non sono stati d’aiuto per il salvataggio di questo monumento.
Si può solo concludere dicendo che è quantomai necessario recuperare l’edifico che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei massimi esempi d’architettura e storia del Miglio d’Oro.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Ora si va all’attacco nella serie cadetta

Ora si va all’attacco nella serie cadetta

APPUNTI IN GIALLOROSSO

Ora si va all’attacco nella serie cadetta

I sanniti continueranno ora a testare con qualche gara amichevole i progressi compiuti durante il percorso preparatorio

di Lorenzo Gaudiano

Da qualche giorno è terminato il ritiro nella città umbra di Cascia e può dirsi quindi iniziata la nuova stagione del Benevento, che si sta preparando per un campionato che quasi certamente, oltre che lungo, sarà particolarmente tortuoso e pieno di ostacoli da fronteggiare a testa alta e superare.
L’aria che si è respirata è stata sicuramente più fresca rispetto alla Campania, il caldo si è avvertito senza dubbio in misura minore visto che si tratta di una zona di bassa montagna, abitata da poco più di 3000 abitanti, vicino a quella Perugia che il nuovo tecnico giallorosso Fabio Caserta dopo la promozione in B ha lasciato per accettare una nuova sfida alla guida del Benevento e provare ad iniziare un lungo lavoro che avrà come obiettivo la costruzione di una squadra in grado di tornare per la terza volta in massima serie.

Gli allenamenti atletici sono stati molto duri, e continuano ad esserlo, come di solito avviene nei ritiri precampionato, le prove tattiche naturalmente continue per cominciare ad assimilare i nuovi schemi di gioco e la filosofia del nuovo allenatore e creare il giusto affiatamento nello spogliatoio tra tutti i calciatori e lo staff tecnico. E poi c’è il lavoro della dirigenza, che con il ds Pasquale Foggia sta lavorando per trovare sul mercato i profili giusti, idonei all’allestimento di un organico competitivo e concordati con la nuova guida tecnica, che nelle sue passate esperienze ha sempre dimostrato di avere le idee chiare su quello che bisogna fare per poter fare un buon lavoro.
Non sarà naturalmente un calciomercato facile, ma non soltanto per il Benevento. Per tutti. Perché le conseguenze della pandemia si faranno sentire ancora per un po’ e naturalmente le difficoltà a muoversi sul mercato non mancheranno.
I sanniti, tornati in Campania, continueranno ora a testare con qualche gara amichevole i progressi compiuti durante il percorso preparatorio. Al di là di quelli che saranno i calciatori che resteranno, andranno via o arriveranno, ciò che conta adesso è pensare esclusivamente a lavorare, facendo tesoro delle esperienze delle stagioni passate, per ritornare il prima possibile nel campionato in cui il Benevento ha dimostrato ampiamente con la sua organizzazione societaria e la sua lungimiranza di meritare un posto fisso. Sarà un’Odissea, ma società e squadra sono pronti ad accettare, e superare, quest’ulteriore sfida!

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

LA PAROLA A…

Auguro al Napoli di andare sempre in Champions!

I ricordi, le emozioni e le considerazioni del direttore del quotidiano “Roma” Antonio Sasso sull’anniversario della società azzurra

di Lorenzo Gaudiano

Il primo pensiero che viene alla mente quando si parla del tempo che avanza è che si finisce sempre per fare i conti con un inesorabile processo di invecchiamento a cui per le leggi della natura non si può in alcuna maniera sfuggire. Questo principio dovrebbe valere per qualsiasi cosa esistente al mondo, ma in realtà non è proprio così. Passano gli anni, l’età cresce sempre di più, si succedono milioni e milioni di tortuosità, ostacoli e peripezie di ogni tipo ma il Napoli continua ad esistere, a battersi a rimanere lì.
La città partenopea continua ad avere la sua squadra. Unica, senza rivalità cittadine con altre formazioni. Una squadra verso cui il trasporto della tifoseria di generazione in generazione rimane sempre vivo, caloroso, passionale, sia quando si vince qualche trofeo che quando si rimane a mani vuote e le teche della bacheca purtroppo non si riempiono.
È vero che ha 95 anni, forse anche di più stando ai vari racconti relativi alla fondazione della squadra azzurra, ma la storia del Napoli continua ad arricchirsi con il passare del tempo di tanti nuovi ed interessanti capitoli che si vanno ad aggiungere a quelli già impressi nella memoria dei tifosi e che, nonostante facciano parte di un passato comunque lontano, trovano sempre l’occasione per saltare fuori, essere raccontati e quindi risvegliare quelle emozioni indimenticabili e soprattutto mai sopite, riportare alla luce quelle soddisfazioni che al popolo partenopeo piace sempre rimembrare con orgoglio profondo ed esaltare per il significato simbolico di cui si sono caricate, legato naturalmente all’appartenenza e all’amore per il proprio territorio, con tutto il suo patrimonio di bellezze ed eccellenze nei campi più svariati.
Il calcio a Napoli non ha mai rappresentato soltanto uno sport. È sempre stato qualcosa di più, una forza in grado di cambiare il colore del sangue da rosso vivo ad azzurro, così come quello del cuore che non batte mai forte quanto sugli spalti, sul divano dinanzi ad un televisore oppure con la radiolina all’orecchio quando undici uomini con la casacca azzurra scendono in campo. E quel cuore pulsante dal colore azzurro cielo lo ha sempre avuto sin dalla nascita anche Antonio Sasso, il direttore del quotidiano Roma, che nella sua vita da tifoso e nella propria carriera da giornalista di squadre azzurre ne ha viste davvero tante. Quella ai tempi di Achille Lauro presidente, quella che ha visto in campo giocatori come Pesaola, Vinicio, Bugatti, Comaschi, Morin, Molino, Mistone etc., quella vincente di Maradona fino ad arrivare a quella attuale, costruita da De Laurentiis, che dalla C è riuscita a tornare nell’Europa che conta. E che ora ripartirà da Spalletti per ritrovare il proprio posto tra le grandi in Italia e la qualificazione in Champions.

Direttore Sasso, una vita al quotidiano “Roma” ed una naturalmente da tifoso partenopeo. Quindi la passione per la maglia azzurra quando è nata?

«Quasi certamente nel momento in cui ho visto la luce! Mio padre lavorava per il Comandante Lauro, era un tifoso sfegatato del Napoli e mi ha trasmesso sin da subito questa sua passione immensa. Ricordo con grande piacere le prime partite allo stadio al Vomero, il campionato De Martino dove giocavano le riserve delle varie squadre che si teneva il giovedì e che al tempo stesso mi appassionò molto. Si può affermare con certezza che sia nato con il cuore azzurro e naturalmente questa passione continua ad accompagnarmi ancora oggi con la stessa intensità. Sono rimasto affezionato a tanti giocatori, per esempio Pesaola, Vinicio, Comaschi, Bugatti, Morin, Molino e Mistone. Molti calciatori lavoravano nella flotta di Lauro insieme a mio padre, tra questi è rimasto impresso nella mia memoria Enzo Di Mauro, un’ala sinistra non titolare ma che comunque giocava in Serie A».

La società azzurra ha compiuto 95 anni, secondo alcuni in realtà ne dovrebbe festeggiare anche di più. Al di là di questa questione d’età, se le chiedessi di mandare un augurio personale al Napoli per il suo anniversario, cosa direbbe?

«Auguro al Napoli di rimanere con il passare delle stagioni tra le grandi del campionato, mi riferisco quindi ad un piazzamento costante nelle prime quattro posizioni della graduatoria nazionale. Una società che ambisce a rimanere importante deve necessariamente disputare la Champions. Una squadra come il Napoli per gli Scudetti vinti, le Coppe Italia, le Supercoppe e la Coppa Uefa ha la necessità di affermare la propria presenza nell’Europa che conta. Non essere in quel gruppo di squadre blasonate purtroppo significa mancare l’obiettivo stagionale. O meglio, fallire».

Una lunga storia, tanti presidenti. Vogliamo provare a dare una definizione a quei nomi che hanno lasciato un segno più marcato?

«Certo».

Come definirebbe Achille Lauro?

«Il Comandante innamorato di Napoli».

Invece Roberto Fiore e Corrado Ferlaino?

«Il presidente “povero” il primo; il presidente vincente il secondo».

Marino Brancaccio ed infine Aurelio De Laurentiis?

«L’ingegnere lo definirei come l’uomo sempre disponibile, mentre l’attuale patron invece come il presidente che non riesce a sfondare».

Durante la sua carriera, e anche la sua vita personale da tifoso, qual è il momento della storia del Napoli a cui si sente più legato, quello di cui conserva i ricordi più belli?

«Senza dubbio gli anni di Maradona, che mi hanno fatto vivere momenti di gloria non solo sportiva ma anche editoriale. Ai tempi di Diego con “Il giornale di Napoli” e poi “Ultimissime” abbiamo raggiunto picchi di vendita davvero irripetibili e difficili da raggiungere oggi, anche perché in seguito c’è stato un lento e progressivo declino dell’editoria campana».

In questi 95 anni il Napoli ha vinto i suoi trofei e vissuto i suoi momenti belli e brutti. Ma secondo lei, per come sono andate le cose, si sarebbe potuto fare di più oppure il Napoli ha ottenuto quanto gli fosse possibile conseguire?

«Poteva mettere in cassaforte sicuramente molto di più. La forza, il calore e la passione del tifo napoletano meritavano non due ma cento scudetti, ma in questi anni di vita purtroppo il ciuccio ha finito per incassare tanti calci».

Dopo il fallimento De Laurentiis ha saputo ricostruire, riportare in Europa e rendere nuovamente competitivo in campionato il Napoli. Adesso e nel futuro cosa è necessario che si faccia per continuare ad alzare il livello?

«Ho sempre pensato che per creare un club vincente occorra strutturare un adeguato settore giovanile. Se non si costruisce in una città metropolitana come Napoli ed in una regione come la Campania una base in cui si possano allevare i campioni del futuro, le vette a cui aspiriamo saranno sempre un’utopia».

Nonostante l’incubo della Serie C e le difficoltà degli anni precedenti alla gestione De Laurentiis siano lontani, la città è divisa sul presidente: c’è chi lo ama e chi lo critica per la gestione forse troppo oculata della società. Che idea si è fatto su questo sentimento di divisione e soprattutto sulla critica nei suoi confronti che in certi momenti sembrano prevalere?

«Al presidente vanno riconosciuti tanti meriti. Riportare un Napoli fallito nel giro europeo è già da considerare come un eccezionale traguardo, a cui va aggiunto il fatto che negli anni hanno vestito la maglia azzurra calciatori di primissimo livello come Lavezzi, Cavani ed Higuain. Non è riuscito a conquistare i tifosi perché non ha mai considerato Napoli come un punto di riferimento, sia dal punto di vista personale che professionale. Non ha stabilito la sede societaria in città, cerca di tenere sempre lontani i sostenitori dalla squadra, sembra che in certi momenti snobbi i tifosi anche se al tempo stesso finisce comunque per esaltarli».

Per chiudere, due domande sulla situazione attuale. È iniziata l’era Spalletti. Il tecnico toscano è il profilo giusto per una panchina calda e difficile come quella partenopea?

«Sì. Spalletti ha sicuramente un bel caratterino che potrebbe portarlo a confrontarsi spesso sia col presidente che con i giocatori ed i tifosi, ma è un allenatore che sa centrare gli obiettivi che gli vengono richiesti. Come tutti ha i suoi pro e contro, ma ritengo siano maggiori i lati positivi che quelli negativi. Ho grande fiducia in un allenatore che non parte purtroppo col sostegno unanime e la simpatia della tifoseria, però sono convinto che alla fine il campo gli darà ragione se gli saranno garantite le più adeguate condizioni per lavorare».

Già si può ambire alla Champions nella prossima stagione oppure è in atto una ricostruzione alla luce delle dichiarazioni recenti del presidente sulla necessità di far quadrare il bilancio?

«Si può parlare di ricostruzione fino ad un certo punto, anche perché non credo che andranno via tutti i pezzi pregiati. Il Napoli in organico ne ha tanti e senza dubbio non li perderà tutti. Lo scorso anno avrebbe meritato un piazzamento in Champions. Per questo motivo l’obiettivo resterà sempre ritornare tra le prime quattro in classifica e Spalletti con questa rosa ha tutte le carte in regola per centrare questo risultato».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021