Ammor: la cucina tradizionale partenopea

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

METTI UNA SERA A CENA

Ammor: la cucina tradizionale partenopea

Da Cava de’ Tirreni a Via Medina nel cuore pulsante di Napoli la seconda apertura di un ristorante guidato da una verace famiglia napoletana

di Lorenzo Gaudiano

«Il cibo, per Eduardo, non era solo qualcosa che serve a sfamarci o a soddisfare la nostra golosità, ma soprattutto ciò che ci mantiene in vita e quindi una cosa da amare, da rispettare. Una cosa sacra insomma». A raccontare ciò è stata Isabella Quarantotti, ultima moglie del drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo, venuta a mancare nel 2005. Un ricordo di poche parole che spiegano chiaramente il significato che il napoletano attribuisce alla cucina: la sua necessità non soltanto fisiologica ma psicologica, l’amore e la religiosità che nutre nei suoi confronti perché depositaria di tradizioni, ricordi, affetti che purtroppo non ci sono più, sensazioni uniche purtroppo cadute in disuso per lasciare spazio all’estetica, alla vana apparenza, utili più a vivere un’esperienza piuttosto che a riempire lo stomaco.
La scelta di riportare un pensiero di un napoletano verace che ai suoi tempi è stato capace con le sue opere di offrire un quadro allora lungimirante ed oggi tra l’altro ancora validissimo della società attuale non è per nulla casuale, perché a via Medina, praticamente al centro di Napoli, da circa un mese è stato inaugurato un ristorante-trattoria che ha fatto dell’amore per la tradizione e del desiderio di tramandare alle nuove generazioni conoscenze e valori che altrimenti cadrebbero nell’oblio la sua filosofia. Si tratta di Ammor – Cucina e Tradizione, alla sua seconda apertura si diceva dopo l’esordio a Cava de’ Tirreni nel dicembre 2019 che nonostante il periodo ha avuto un riscontro positivo e di grande successo, al punto di spingere la famiglia Festa, napoletana verace, ad intraprendere questa nuova avventura nella propria città, nel centro storico, per continuare a far vivere nel tempo, seppur rivisitata con qualche tocco di innovazione, la cosiddetta “cucina delle nonne”, un vulcano di sapori difficile da spiegare a parole e comprensibile soltanto assaggiando quei piatti. Come si facevano allora, con i loro procedimenti originali che richiedevano attenzione, tanta passione, smisurata pazienza, a cui oggi va combinata una materia prima di grande qualità, peculiarità decisiva per fare la differenza.

Basta soltanto entrare nel locale per cogliere tutto questo. Il cuore sacro scelto come simbolo del brand con il suo colore rosso accattivante e di forte impatto, l’accoglienza da parte della proprietà, la profondità che salendo le scale si percepisce dall’aspetto cromatico delle pareti e dal design scelto per l’arredamento che oscilla con grande equilibrio tra il classico e il moderno.
E poi l’esperienza al tavolo, con la possibilità di scegliere portate di terra e di mare che hanno rivelato sin dall’odore, e poi col sapore, l’attenta ricerca della materia prima, la bravura ai fornelli della cuoca e la capacità imprenditoriale di una famiglia a cui piace mangiare bene e che soprattutto punta a far mangiare ancora meglio i propri clienti.
«L’obiettivo di iniziare a Cava de’ Tirreni è stato quello di far conoscere la vera cucina napoletana tradizionale, come la si mangiava ai tempi dei nonni che ci hanno tramandato la cultura degli alimenti e le varie modalità di preparazione. Naturalmente oggi la riproponiamo in una forma leggermente rivisitata, sia nella preparazione che nella presentazione al tavolo, per comunicare la nostra fedeltà alla tradizione ma al tempo stesso far percepire la nostra apertura all’innovazione ed al cambiamento dei tempi. Per questo il nostro brand si chiama Ammor, per combinare tra loro l’amore che si deve avere ai fornelli e il sentimento che unisce le persone. Inizialmente Cava de’ Tirreni ci ha accolto con un po’ di diffidenza, ma col passare del tempo hanno percepito la nostra umiltà, il rispetto per i loro piatti e la tradizione ed hanno cominciato ad apprezzarci molto. Dai 60 coperti lì a Corso Umberto oggi invece siamo arrivati con il nuovo locale di via Medina a 120. Questa posizione così centrale è stata da noi scelta perché volevamo rimanere vicino alle nostre origini, noi siamo di Piazza Mercato, e poi perché molti clienti napoletani che venivano a mangiare a Cava ci hanno sempre chiesto quando avremmo aperto una sede a Napoli. E noi abbiamo voluto accettare questa sfida». Così ci ha introdotto nel mondo di Ammor il proprietario Gerry Festa, parlando della nuova apertura a Via Medina e del locale di Cava de Tirreni da cui tutto ha avuto inizio.
Seduti al tavolo, il menu offre una ricca scelta. Portate soprattutto di terra, anche se il mare non manca. Niente pizza, perché come lo stesso Gerry spiega, «avevamo due forni e per scelta abbiamo voluto eliminarli. I nostri clienti devono identificarci per la cucina. Oltre ai nostri piatti di terra abbiamo preferito proporre poche portate di mare ma di prima qualità. Proprio perché ci piace molto mangiare e per la ristorazione spesso giriamo il mondo, ci abbiamo tenuto particolarmente ad accontentare tutta la clientela ampliando la nostra offerta».
Grande successo ed ottime recensioni sin dal primo giorno di apertura a Napoli, una conferma ma soprattutto una sfida intrapresa nel migliore dei modi e che a quanto pare col passare del tempo sarà ampiamente superata: «Per questo ci tengo a ringraziare la nostra chef Daniela che è la forza di quest’azienda, perché ha saputo con la sua capacità organizzativa in cucina e la sua predisposizione a lavorare duro valorizzare la nostra offerta contribuendo alla nostra crescita. Poi ringrazio il direttore, il cui ruolo è fondamentale per offrire un servizio in più al cliente e capire se è andato tutto bene al tavolo, perché ci sta dando un aiuto significativo mettendo nel nostro progetto il cuore e tutto l’amore possibile. Infine grazie a tutti coloro che ci stanno seguendo e che ci stanno dando grandi soddisfazioni».

Dietro alle preparazioni di Ammor c’è Daniela La Ragione, proveniente da Battipaglia, a cui si deve gran parte del successo del ristorante: «Spero di rimanere sempre con loro perché dal primo momento mi sono trovata benissimo. Con quest’esperienza è come se fossi tornata alle origini, perché anni fa lavoravo nell’agriturismo di famiglia. Poi ho viaggiato molto e mi sono appassionata anche alle preparazioni di mare. La sola cosa che conta per me è soddisfare le persone al tavolo, in quanto sono sempre stata più per l’essere che per l’apparire». Una donna, nonostante il mestiere da chef si tenda a considerarlo più da uomo, la quale a proposito della disparità di genere ha chiarito che «fare lo chef è un lavoro pesante, perché richiede un grande sforzo fisico. Inoltre chi fa questo mestiere deve dimenticare la famiglia perché solitamente durante le feste, le domeniche, i compleanni si lavora e di tempo per sé non ce n’è. Per fortuna il numero di donne in cucina sta crescendo, anche se la verità è che non c’è parità. Una donna per farsi valere deve lavorare più di un uomo e quando si presenta in un posto per lavorare viene guardata sempre con un occhio diverso».
Ad assicurarsi che la clientela esca soddisfatta dal locale è il direttore, napoletano di Posillipo. Una grande esperienza alle spalle nel campo della ristorazione e una forte vitalità che si evince dalla sua partecipazione al progetto Ammor: «Quando mi è stato proposto di fare il direttore a Via Medina, ho pensato che si trattasse di una sfida da cogliere, perché oggi investire in questo settore a Napoli è diventato davvero molto difficile. Ammor ha un target particolare che vuole distinguersi dalla massa e soprattutto una grande voglia di crescere sempre di più. I margini di miglioramento sono ampi e con la proprietà che è sempre presente ed il tempo le cose andranno sempre meglio. L’apertura alla clientela più giovane è importante perché sono i giovani oggi ad uscire di più, oltre ad essere il nostro futuro».
Un importante balzo in avanti per Ammor con l’apertura a Napoli, una crescita che nei programmi non si concluderà qui perché la bontà e la ricercatezza dei piatti, la bellezza del locale, la determinazione della proprietà e la competenza di tutto lo staff lasciano immaginare un futuro più che radioso.

pubblicato su Napoli numero 41 del 26 giugno 2021

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

L’INIZIATIVA

La nuova vita dei monumenti attraverso l’arte

“Il Lucernario” è un interessante progetto nell’ambito del Museo Filangieri del regista Francesco Saponaro

di Domenico Sepe

Il lucernario è un’apertura che permette ad uno sprazzo di luce di illuminare un luogo senza luce, un’apertura che connette quanto era prima oscuro con il mondo e permette di vedere il cielo.
Sotto l’auspicio di questo nome nasce il video drama Il Lucernario per la regia di Francesco Saponaro nell’ambito di un progetto che mira a far rifiorire edifici di uso pubblico attraverso l’arte del teatro.
Prima ancora di parlare dell’opera in sé, deve essere citato il grande lavoro svolto per rendere possibile questa realizzazione. Infatti, la cooperativa sociale “Me Ti”, con la partecipazione al bando SIAE “Per chi crea”, ha realizzato un progetto che prevede la realizzazione di uno spettacolo teatrale con l’uso di residenze artistiche.
Il progetto si dipana nell’esplorazione del rapporto tra sacro e profano attraverso due edifici simbolo di queste due realtà: il Museo Filangieri ed il Museo del Tesoro di San Gennaro, entrambi in via Duomo. Grazie all’uso di questi luoghi per poter realizzare il progetto si sta, al contempo esplorando il rapporto tra due estremi della società partenopea che vive, da sempre, sul sottile filo che separa la religiosità e la credenza popolare dalla sobrietà dell’istituzione pubblica. Un modo di essere che rappresenta una delle tante espressioni dell’essere di gusto tipicamente partenopeo, ben lontano dalla logica settentrionale rappresentata, ad esempio, nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Sull’asse creato in via Duomo dai due edifici sopracitati si dipana la genesi de Il Lucernario, una residenza artistica sviluppata attraverso azioni performative site-specific ispirata alla morte sul lavoro di Salvatore, garzone di bar che nel luglio 2018, per arrotondare, accettò un lavoro extra a nero precipitando dal quarto piano e morendo. Ed ecco che allora, come vuole il nome, l’opera illumina su un segmento di vita troppo spesso dimenticato con l’obiettivo di essere non solo arte, ma vera missione civile a tutela della libertà delle persone.
Il segmento conclusivo della residenza è curato dal regista Francesco Saponaro, professionista con alle spalle già vari lavori di grande risonanza nazionale, impegnato da alcune settimane a dirigere un cast di giovani interpreti che in questo processo di elaborazione creativa è chiamato a interpretare una costellazione di ruoli che oscillano tra passato storico e presente urbano.
La prima parte della residenza ha visto la raccolta e l’analisi di documenti
dagli archivi dei due musei. La seconda ha coinvolto due autori – coordinati dallo scrittore e sceneggiatore Massimiliano Virgilio – nella stesura di un testo che prendeva spunto dai materiali reperiti nelle ricerche e dalle storie preesistenti sul territorio in cui insistono le due istituzioni museali.

È ora in pieno svolgimento la terza e conclusiva parte del progetto: un’intensa e quotidiana azione di ricerca creativa riservata a cinque attrici/attori finalizzata alla creazione di un’azione performativa a partire dalla drammaturgia originale e che il regista Francesco Saponaro ha deciso di elaborare in una sceneggiatura filmica attraverso la formula innovativa di un video drama che fonde il lavoro di messa in scena teatrale con la video arte e il documentario, in un dialogo serrato con il prezioso patrimonio artistico e le suggestioni del Museo Filangieri.
Ed il Museo Filangieri diventa luogo dell’espressione del miglior momento del pensiero napoletano. Il riferimento è, infatti, al più grande illuminista napoletano, Gaetano Filangieri, che volle creare uno spazio a disposizione di tutti dove i valori supremi dell’umanità e della libertà potessero vivere. Infatti, in una residenza artistica lunga un mese, sotto la supervisione di Saponaro, tanti spazi e sale del Museo si trasformano sino a diventare lo spazio scenico ed il set cinematografico necessario alla realizzazione de Il Lucernario. Gli ambienti, dunque, assumono una nuova veste e saranno il palcoscenico per la realizzazione della rappresentazione che ha avuto il suo debutto online a giugno.
Dovendo affrontare la situazione presente, il video drama si rivela la scelta-chiave per la costruzione dello spazio artistico richiesto dalla rappresentazione teatrale. Sarà, dunque, questo il formato per la scommessa sull’intreccio di linguaggi voluto dalla compagnia teatrale e, dalle parole dello stesso regista: «Dall’originale drammaturgia di impianto più strettamente teatrale, Il Lucernario ha assunto una sintassi di natura cinematografica». La settima arte, dunque, s’incontra con il teatro in un inedito connubio che permetterà agli spettatori di godere dei beni custoditi nel Museo Filangieri tra cui la Testa di San Giovanni Battista di Jusepe de Ribera e Incontro dei santi Pietro e Paolo condotti al martirio di Mattia Preti.
Non secondaria, in conseguenza di questo progetto, è la consapevolezza cui si può giungere attraverso gli strumenti culturali. In rima tra sorte e morte, il miracolo vero è salvarsi. Poiché la disgrazia, prim’ancora che le morti bianche, è la mancanza di diritti.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Fulvio Rillo: il Benevento ripartirà da zero

Fulvio Rillo: il Benevento ripartirà da zero

L’ALTRA COPERTINA

Fulvio Rillo: il Benevento ripartirà da zero

È necessaria una programmazione a lungo termine per tornare in A e la scelta di Fabio Caserta è un’importante scommessa

di Lorenzo Gaudiano

La stagione in Serie A da poco conclusasi ora è in archivio. Certo la delusione è ancora cocente se si ci si pensa, ma è arrivato il momento di lasciarsela alle spalle e cominciare a guardare avanti.
Il presidente Oreste Vigorito si è preso tutto il tempo necessario per valutare e scegliere l’allenatore più adatto alle esigenze della squadra e della società. È Fabio Caserta l’uomo scelto per ripartire, programmare un futuro che avrà come obiettivo il ritorno nel campionato dei grandi attraverso una serie di step che comprendono la valorizzazione del settore giovanile, il ringiovanimento generale della rosa e l’impianto di una struttura societaria ancora più stabile, anche se su questo ultimo punto si è detto che il Benevento è sempre stato forte ed all’avanguardia tra i tanti club che militano in A da anni.
A parlare della stagione che verrà e dell’allenatore chiamato ad una sfida importante dopo le promozioni dalla C con Juve Stabia e Perugia è Fulvio Rillo, titolare dell’azienda Rillo Costruzioni, uno degli sponsor del Benevento Calcio, insieme al padre Andrea ed al fratello Gabriele. Una realtà consolidata del Sannio a cui Rillo appartiene dall’età di 18 anni e che si è aperta nel tempo al mondo del calcio.

Ha raccontato che l’entrata in azienda è avvenuta dopo il conseguimento del diploma perché suo padre le disse che c’era bisogno di lei…

«Era l’inizio degli anni 80 e mio padre, una volta conseguito il diploma, mi disse che non potevo continuare gli studi perché occorreva qualcuno che lo aiutasse a portare avanti un’azienda a quei tempi in grandissima crescita. Era un periodo di grande boom lavorativo nel settore delle costruzioni. Quindi sono stato catapultato in azienda alla precoce età di 18 anni, diventandone già amministratore».

Avrebbe voluto laurearsi in Economia e commercio, ma si può dire in fondo che in azienda ha finito per interessarsi della parte commerciale?

«Sì. Mio padre mi ha trasmesso il DNA del lavoro. Quando ho cominciato a lavorare in giovane età nell’azienda di famiglia, sin da subito con l’esperienza ho portato avanti un percorso importante di crescita sul campo che naturalmente mi ha consentito di svolgere le mie mansioni nel modo migliore e più adeguato possibile. È inevitabile che l’innovazione richieda aggiornamenti continui e che quindi si finisca sempre sui libri a studiare per adeguarsi ai tempi che corrono velocemente».

Lei è Vice Presidente di Confindustria a Benevento con delega alla Programmazione Territoriale e Infrastrutture, componente del Consiglio Direttivo di ANCE nel cui ambito è Presidente della Cassa Edile. Tante cariche operative che comportano una grande applicazione personale e soprattutto numerose responsabilità. Per gestire tutto questo al di là dell’azienda di famiglia, che sacrifici è costretto a fare ogni giorno?

«Se ci si vuole occupare di tutte queste attività come le svolgo personalmente, sono necessari un grande spirito di sacrificio e soprattutto una forte consapevolezza che tutte queste mansioni purtroppo finiranno per sottrarre tempo a qualcos’altro, per esempio la famiglia. Tra i vari impegni in azienda e nelle varie associazioni il tempo scorre e per fare tutto non basta una giornata lavorativa di 8 ore, ma di 12/13. Ad esempio il ruolo di Presidente della Cassa Edile presenta responsabilità di tutti i generi, perché si tratta di un contesto dove circolano importanti risorse economiche da gestire al meglio. Già in passato c’è stato un fallimento e Benevento purtroppo non ci ha fatto una bella figura, anche se ora siamo riusciti a rimetterla in pista con bilanci sempre in ordine, coinvolgendo il più possibile il personale addetto. Posso dirmi soltanto contento di quanto è stato fatto da parte di tutti».

Lei ha anche giocato a calcio a buon livello, la sua ultima partita prima di appendere le scarpette al chiodo è stata a 50 anni. Come ci è riuscito e che messaggio possiamo inviare ai giovani pensando alla sua longevità agonistica?

«Il calcio purtroppo non è un divertimento, ma è fatto soprattutto di sacrifici. Occorre spesso rinunciare a tanti piaceri della gioventù, per esempio andare in discoteca, uscire con la propria fidanzatina o stare in compagnia degli amici. Se non si fanno sacrifici, magari si può ugualmente diventare dei campioni ma si finisce per non avere vita lunga nel calcio. Il fisico è come una macchina, va curato quotidianamente. Non mi sono pentito di tutto quello che ho fatto, anzi il mio rimorso è quello di non poter giocare più».

Il calcio è la passione anche dei suoi figli. Il primo, Andrea, purtroppo ha dovuto smettere prematuramente per un infortunio; il secondo, Francesco, è un terzino e sta facendo esperienza. Lo rivedremo al Benevento?

«Per ora è stato convocato per la preparazione estiva, poi naturalmente si vedrà nelle prossime settimane. L’esperienza con la Casertana è stata importante soprattutto per il fatto che si trattava di una squadra composta da quasi tutti giovani. Per quanto lì lo aspettino, il Benevento è la sua priorità, anche perché il primo amore non si scorda mai».

Per il Benevento si è chiusa una stagione che poteva andare diversamente. Cosa prevale adesso: delusione, rabbia o la convinzione che in A il club sannita può ritagliarsi il suo spazio?

«Può trovare il suo spazio in massima serie, anche se la delusione è ancora cocente. In questo momento non mi va di individuare eventuali colpevoli, perché quel che è fatto è fatto. Bisogna prenderne atto e limitare gli errori in futuro. Sinceramente sono stato più contento in occasione della prima retrocessione, perché vedere sugli spalti circa 20000 tifosi incitare comunque la squadra nonostante la posizione di classifica e i canali televisivi esaltare quest’atteggiamento sportivo mi ha emozionato molto. Invece quest’anno è stato doloroso, quando si assapora la salvezza che poi scappa di mano la delusione viene spontanea».

È stato doloroso non permettere ai tifosi di assistere a questa seconda esperienza in A. Nella prossima stagione dovrebbe tornare il calore popolare sugli spalti. Quanto ha pesato quest’anno l’assenza del pubblico, soprattutto nelle gare decisive?

«Il Vigorito è una piccola bomboniera. Il pubblico sugli spalti vale come un dodicesimo uomo la cui presenza in campo si avverte. Il clima con gli stadi vuoti è stato diverso. Da sponsor infatti ho assistito alle partite e sembravano degli allenamenti. L’atmosfera sarà diversa».

Chiudiamo parlando di Fabio Caserta. Due promozioni in B con Juve Stabia e Perugia e il ritorno in A come obiettivo che per la sua carriera sarebbe uno step ulteriore. Che squadra gli verrà affidata?

«Si tratta di una importante scommessa. Ha fatto benissimo in Serie C, ma in Serie B c’è davvero tanta concorrenza. La scelta del presidente Vigorito rappresenta il segnale nei confronti della città e del pubblico che bisogna ripartire da zero. Bisogna immaginare l’anno prossimo nell’ottica di un progetto che solidifichi ancora di più questa realtà per arrivare a riconquistare la massima serie. Il presidente sicuramente allestirà una squadra non solo all’altezza ma anche più giovane, continuando a valorizzare il settore giovanile, perché è importante che vengano fuori da lì giocatori da impiegare in prima squadra».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Il racconto come strumento educativo

Il racconto come strumento educativo

SCAFFALE PARTENOPEO

Il racconto come strumento educativo

Carla Abenante con “Non sei nella lista” edito da Homo Scrivens fa il suo esordio con un romanzo inerente al mondo delle famiglie

di Marina Topa

Non sei nella lista (ed. Homo Scrivens) è il primo romanzo di Carla Abenante, una scrittrice che ha alle spalle diversi premi e menzioni per racconti e poesie pubblicate in varie raccolte antologiche.
Nel 2016, nel libro Racconti per sognare, ha affrontato tematiche inerenti al modo di vivere l’amore nel mondo attuale, prendendo spesso spunto dai racconti letti nella pagina di cronaca dei quotidiani: le violenze subite da donne in nome dell’amore, un amore malato che in realtà tutto diventa tranne che un vero sentimento. Lo scopo che l’autrice vuole raggiungere con questi racconti, anche se inventati, è di far sperare e sognare che questo sentimento possa prima o poi trionfare nella sua forma più pura; ecco perché è costante, nei suoi scritti, un messaggio positivo di speranza e voglia di vivere. I suoi personaggi sono frutto della fantasia e vivono in ambienti diversi, ma sono tutti caratterizzati dalla voglia di amare e di essere amati.
Questa prerogativa è presente anche nei personaggi di Non sei nella lista, dove il tema affrontato è quello del bullismo che s’intreccia con quelli della violenza sulle donne, della sfiducia nelle istituzioni che induce troppo spesso le vittime a rinunciare alla denuncia, della sostituzione della presenza fisica ed affettiva dei genitori con il benessere economico, comportamento che alimenta l’abitudine “al tutto e subito”, considerato un diritto acquisito.
A mano a mano che ci si addentra nella storia s’intuisce che la scrittrice è un’insegnante. Infatti Carla Abenante, nonostante abbia seguito un percorso di studi giuridici, ha scelto d’insegnare nella scuola dell’infanzia dove, dotata di una particolare sensibilità, coglie quotidianamente i tanti messaggi errati, contraddittori e poco rispettosi dell’intelligenza umana, che a volte vengono inconsapevolmente lanciati, fin da piccolissimi, alle nuove generazioni. Da maestra sa bene che i bambini imparano dall’esempio e quello che viene loro dato non sempre coincide con quanto si insegna loro verbalmente.
Dalla metà del secolo scorso ad oggi i valori socialmente condivisi si sono gradualmente e notevolmente ridotti, a partire dal rispetto per il prossimo. Ecco perché la lettura di questo libro, avvincente e ricco di tenerezza, è piacevole ed utile. Essa deve assolvere ad un compito preciso e cioè quello di indurre gli adulti a riflettere e valutare quanto sia proficuo “accompagnare” gli adolescenti nel loro percorso di crescita perché crescano in modo sano e sereno, possibilmente in un mondo che lo sia altrettanto.

Da insegnante sperimenti quotidianamente quanto il racconto possa essere un canale preferenziale per introdurre vari argomenti con gli alunni di ogni età. Parlaci di quest’esperienza…

«Insegno nella scuola dell’infanzia dove il racconto è lo strumento al quale ricorro più spesso per l’introduzione di nuovi argomenti. Nel mio livello di scuola non lavoriamo per materia ma per quelli che si chiamano “campi d’esperienza” ed ogni argomento li investe tutti, concatenandoli, a partire dal movimento corporeo. Coinvolgo sempre i miei alunni nella costruzione dei racconti in cui riportano il loro vissuto, poi li riproducono recitandoli e li rappresentano graficamente dando spazio alla fantasia ed all’immaginazione. In fondo il racconto facilita l’interiorizzazione dei vari tipi di competenze ed è uno strumento per me indispensabile».

“Non sei nella lista” è il tuo primo romanzo; cosa ti ha spinto a parlare di bullismo?

«Credo che sia stato proprio il mio essere insegnante: in alcuni alunni, benché piccoli, mi è spesso capitato di vedere degli atteggiamenti da potenziali bulli, adolescenti del domani. Fin da piccoli si può esercitare e/o subire violenza, fosse anche solo psicologica come quando si danno degli appellativi come, per esempio, “ciccione”. Questo attributo può condizionare un bambino fino a minarlo nell’autostima. “Non sei nella lista” nasce da un episodio reale, un fattaccio di cronaca che anni fa mi colpì molto: la tragica storia di quel ragazzo al quale pomparono l’aria compressa. Un atto di una violenza allucinante e sentirlo classificato come “scherzo da ragazzi” mi ferì moltissimo. Poiché credo sempre nella possibilità di salvezza intesa come uscita dall’atteggiamento da bullo, volli esprimere questa mia convinzione con la storia del personaggio Marino: un ragazzino che, da teppistello che era, diventa vittima di bulli e poi paladino delle loro vittime».

A quale categoria di lettori hai pensato di rivolgere questo libro?

«A me piacerebbe che fosse letto dai ragazzi, magari insieme ai genitori! Comunque sarebbe una lettura utile a questi ultimi per comprendere bene quanto sia importante il loro ruolo; nei genitori dei giovani protagonisti si vedono alcuni atteggiamenti negativi come l’insistere con la somministrazione di cibo, concedere tutto e subito senza vivere l’esperienza del divieto, il lasciarli soli nella gestione del loro tempo. In effetti la lettura di questo libro potrebbe anche essere l’occasione per aprire un dialogo con i ragazzi e, proprio per gli episodi che racconta in cui potrebbero riconoscersi tanti di loro, mi piacerebbe fosse adottato come libro di narrativa nelle scuole superiori. La sua lettura da parte dei ragazzi andrebbe opportunamente guidata».

Tra poesia, racconto e romanzo quale tipologia di creazione letteraria ti ha affascinato di più e perché?

«In realtà tutt’e tre, perché ognuna risponde ad un tipo di esigenza comunicativa diversa. I racconti e il romanzo mi permettono di mandare un messaggio “educativo” (forma mentis del docente!) di respiro e li adoro per questo, mentre la poesia mi permette di esprimere la parte più intima del mio essere; nel momento creativo i versi mi escono di getto e per questo la sento una forma di libertà pura. Ho sperimentato anche la scrittura collettiva con il Gruppo 9, una scrittura di gruppo che è un’esperienza molto divertente».

Stai già lavorando alla prossima pubblicazione? Se sì, ci vuoi incuriosire con qualche anticipazione?

«Ho quasi pronto un lavoro che dovrei riprendere e concludere, ma intanto penso che mi piacerebbe anche scrivere il prosieguo di “Non sei nella lista”; vorrei dare ai protagonisti una vita futura arricchita positivamente dall’esperienza vissuta. Chissà se Marino e Aurora continueranno la loro storia, magari potrei inserire un personaggio bullo femminile. Purtroppo ne esistono tanti».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 luglio 2021

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

TRACCE D’AZZURRO

Bruscolotti: bandiera e cuore azzurro

L’ex capitano partenopeo analizza nello specifico come è cambiato il ruolo del difensore rispetto al passato

di Marco Boscia

«A Napoli i tifosi mi hanno ribattezzato “Pal ‘e fierro”. Perché ero un difensore duro che non tirava mai indietro la gamba. Affrontavo gli avversari senza paura. Loro volavano per aria mentre io rimanevo sempre in piedi. Fermo, dritto. Proprio come un palo di ferro».
Basterebbero queste parole per capire che calciatore sia stato Giuseppe Bruscolotti. Ma sarebbe riduttivo. L’ex difensore è stato un pezzo di storia del Napoli. Sedici stagioni da protagonista. Attore principale della retroguardia azzurra dal 1972 al 1988: dal Napoli di Chiappella, passando per quello di Vinicio, Di Marzio, Rambone, Marchesi fino a quello del primo scudetto di Bianchi. Nel suo personale palmares, oltre allo storico tricolore, due Coppe Italia ed una Coppa di Lega italo-inglese, vinta nel 1976 anche grazie ad un suo gol nella sfida di ritorno contro il Southampton. Con 511 presenze ha detenuto per trent’anni il record assoluto di presenze in maglia azzurra, superato nel 2018 da Hamsik, ma tuttora continua a vantare il primato di presenze in Coppa Italia (96).

E la maglia azzurra Bruscolotti se l’è guadagnata con sudore e fatica dopo gli inizi con quella del Sorrento…

«In realtà il mio percorso calcistico era cominciato anche prima con la Pollese. Quasi ventenne arrivai in Serie C1 al Sorrento. Furono due anni indimenticabili. Al primo centrammo la promozione in B. Al secondo non riuscimmo a salvarci ma fu il trampolino di lancio della mia carriera che mi permise di arrivare a vestire l’azzurro. Prima si maturava nelle serie inferiori fino ad arrivare a giocare in Serie A. Oggi è tutto cambiato e spesso si bruciano le tappe troppo in fretta».

Qual è il suo ricordo più bello in azzurro?

«Sono tutti ricordi stupendi: lo scudetto, le coppe, il tifo, la fascia di capitano indossata per ben 5 stagioni. È chiaro poi che quando raggiungi dei traguardi e cominci a vincere sono cose che rimangono nella storia. Quei traguardi per me sono stati doppiamente gioiosi perché ho giocato con i più grandi campioni al mondo dell’epoca. Non solo Diego, al quale mi legava un profondo rapporto di stima ed amicizia. Per me è stato come un fratello e, dopo essere diventato la bandiera del Napoli, il rappresentante della città, quando gli cedetti la fascia di capitano gli chiesi di vincere. Ha mantenuto la promessa e siamo arrivati sul tetto d’Italia».

Quanto è cambiato il ruolo del difensore rispetto agli anni ’70 e ’80?

«Oggi si pensa molto di più a costruire. Alla partecipazione, alla manovra. Ci si dimentica dell’importanza del marcatore puro che ha il compito di difendere innanzitutto la propria porta. Prima si marcava a uomo, oggi a zona. Ognuno sapeva dove posizionarsi e quale giocatore marcare. Anche sui calci piazzati, non c’erano tutti gli assembramenti di 16/18 giocatori in area di rigore che si vedono oggi. Si lasciavano in avanti quasi sempre gli attaccanti ed il trequartista in modo tale da non farsi trovare impreparati in caso di contropiede avversario».

Oramai invece va di moda la cosiddetta costruzione dal basso…

«Sinceramente stento a capirla. Si rischia troppo. Anche quando una squadra passa in vantaggio si continua a giocare in quel modo. Invece bisognerebbe saper leggere ed amministrare la partita. Ci si dimentica troppe volte che il calcio è uno sport complicato e lo si vuole rendere semplice. È un gioco di squadra e i calciatori non sono birilli. Per me ognuno dovrebbe essere lasciato libero di esprimere le proprie potenzialità senza essere obbligato a determinati compiti. Già questo ridimensiona il valore del singolo».

Potrebbe essere uno dei motivi per i quali oggi in Italia abbiamo pochi difensori di qualità rispetto a prima?

«Certo. Perché non c’è più la preparazione. Non viene curata. I difensori oramai pensano più alla fase offensiva che a quella difensiva e spesso vanno in difficoltà. Per capire il concetto basta vedere proprio i due gol incassati dal Napoli contro Cagliari e Verona che sono risultati determinanti per il mancato raggiungimento della Champions. Due gol identici presi per mancanza di concentrazione e con una difesa mal posizionata».

Eppure il Napoli ha chiuso il campionato con la terza miglior difesa dopo quella di Inter e Juventus assieme al Milan…

Non significa nulla. Qualcosa non ha funzionato. Soprattutto quando gli azzurri si sono trovati in vantaggio. Troppe volte si sono fatti rimontare. Il Napoli negli ultimi anni non è riuscito a porre rimedio ad una mancanza di organizzazione e anche di concentrazione. Si è visto anche contro il Verona. Se vai in vantaggio quell’uno a zero devi difenderlo con le unghie e con i denti, ma il Napoli si è abbassato di 10 metri aumentando i rischi e le possibilità di far giocare la squadra avversaria. Ed è chiaro che se resti rintanato nella tua area di rigore basta un episodio ed il gol prima o poi lo prendi».

Come mai Koulibaly e Manolas insieme non hanno trovato il giusto rendimento in questi due anni?

«Sarò categorico. Se si è forti il rendimento c’è. Se non c’è vuol dire che non si è forti. Sono sicuramente due ottimi difensori ma non si può essere forti solo a parole. Bisogna dimostrarlo sul campo e bisogna farlo sempre».

Come cambierà la difesa azzurra con Spalletti e dove in particolare secondo lei bisognerebbe intervenire?

«Lasciamo fare a chi di dovere il proprio mestiere. Sicuramente società e tecnico metteranno in atto delle strategie specifiche atte a completare al meglio la rosa per il prossimo campionato. Certamente, e non scopro io l’acqua calda, bisognerà intervenire prima di tutto sulle fasce».

È giunta l’ora di dare piena fiducia a Meret?

«Sicuramente sì. Ospina andrà via e Meret è già stato promosso nel finale di campionato. Credo che il posto sarà suo e che saprà sicuramente difenderlo. È stato un investimento importante e bisogna credere in questo ragazzo che è riuscito a guadagnarsi anche un posto in Nazionale agli Europei».

Ed insieme a lui anche Di Lorenzo ed Insigne…

«Lo hanno ampiamente meritato. Mi aspetto un grande Europeo dal capitano partenopeo che a 30 anni ha oramai raggiunto la piena maturità. Mi è dispiaciuto non vedere anche Politano fra i convocati. È una scelta che non ho condiviso, anche perché ha disputato una grande stagione».

C’è un difensore in particolare che si sentirebbe di consigliare al Napoli ad occhi chiusi?

«No. Oggi lo prenderei con tutti e due gli occhi sbarrati, perché bisogna valutare veramente per bene tante cose visto che per il mio modo di pensare al difensore, come detto, è un ruolo che si è praticamente smarrito».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021