Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

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DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

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Il prof. Eugenio Albarella spiega l’evoluzione del ruolo del preparatore non più consulente ma specialista in uno staff più articolato

di Lorenzo Gaudiano

C’è molta disinformazione quando si commentano in televisione, su un giornale oppure in vari momenti della vita quotidiana le prestazioni in una partita delle squadre di calcio. Si analizzano le statistiche, si commentano dati, si fanno considerazioni che spesso non tengono presente il quadro d’insieme che è alla base del lavoro di un allenatore e di tutti i suoi collaboratori. L’attenzione naturalmente viene catturata dal risultato finale che orienta le riflessioni e condiziona i giudizi sul rendimento dei vari giocatori e sull’operato dello staff, nonostante alle spalle di tutto ci sia comunque una programmazione che sin dal periodo preparatorio di inizio stagione viene elaborata tenendo in considerazione una serie di componenti che necessariamente devono coesistere, intrecciarsi alla perfezione affinché i risultati sperati possano al termine del campionato essere messi in cassaforte. Si tratta di aspetti fisici, tecnici, tattici, caratteriali e persino ambientali di cui spesso non si parla perché non interessano, quando invece costituirebbero gli elementi per spiegare gli esiti di una partita, le situazioni che spesso le squadre si trovano a vivere.
Rispetto al passato oggi il calcio è più intenso, sottopone gli atleti ad un numero esorbitante di partite che di anno in anno finiscono per aumentare sempre di più e richiedono continui aggiornamenti da parte degli staff tecnici per adeguarsi ai tempi che cambiano ed apprendere nuove metodologie di lavoro che mettano in condizione i calciatori di sostenere una simile intensità agonistica.
Non è facile avventurarsi in simili discorsi, soprattutto a causa delle tante banalizzazioni e dei luoghi comuni sempre più diffusi. Ed è per questo che un dialogo con un preparatore atletico come il prof. Eugenio Albarella può aiutare ad entrare in un argomento in realtà scientifico, molto complesso, ma al tempo stesso molto interessante ed importante soprattutto per accrescere la propria cultura sportiva. Del resto le sue esperienze in varie squadre di club fino ad arrivare all’avventura in Giappone con la Nazionale nipponica guidata da Alberto Zaccheroni costituiscono un bagaglio importante, di grande prestigio e validissimo che, oltre a certificare il suo valore professionale, favorisce una discussione a 360 gradi sulla diversa concezione culturale del calcio nel mondo e sulla sua netta trasformazione rispetto al passato.

In carriera tanti anni vissuti all’estero. Che esperienza è stata?

«Sicuramente formativa. Non nascondo che il periodo in Giappone ha rappresentato una vera e propria esperienza di vita che porterò preziosamente nel mio cuore, perché ho vissuto una cultura sociale completamente diversa, sicuramente più collettiva rispetto alla nostra che è più individualistica. Parlando di calcio ad esempio, dove il noi è fondamentale per la creazione del team, ho riscontrato una grande disponibilità verso il lavoro, la novità e l’applicazione che alla fine hanno dato anche dei grossi riscontri».

Tante avventure in carriera come preparatore, di cui buona parte negli staff di Zaccheroni. Com’è stato lavorare con un professionista come lui?

«Mi lega ad Alberto un rapporto, oltre che professionale, soprattutto affettivo perché stiamo parlando di un grande professionista e di una persona perbene. Quando si ha a che fare con rarità del genere nel mondo del lavoro, in particolar modo nel calcio, bisogna fare il possibile per tenersele strette, al di là di quelli che possono essere i pro e contro in una scelta. Posso solo ringraziarlo per questi anni di collaborazione che mi hanno consentito di vivere esperienze ad alto livello».

C’è un contesto in cui è stato più semplice ed agevole lavorare?

«Più che semplice, forse esiste quello più in linea con la propria indole, il proprio modo di concepire la cultura del lavoro. I quattro anni di esperienza in Giappone sono stati importanti non soltanto per gli obiettivi conseguiti, ma anche per il continuo feedback che si riscontrava dalla grande disponibilità, il profondo senso del lavoro e la cultura civica del posto, elementi che negli ultimi tempi in Italia facevo fatica a percepire soprattutto in club di alta qualificazione».

Perché quel tipo di cultura sportiva non riesce ad imporsi nel risultato sportivo?

«Quando si entra nel vivo di una competizione, cominciano a contare la storia, il peso della maglia che si indossa, l’esperienza, le energie nervose. Sono tutti aspetti importanti che incidono e spiegano perché prevalgono alla fine sempre quelle 4/5 nazioni che sanno affrontare con personalità i momenti decisivi».

Per esempio anche i maestri inglesi riscontrano grande difficoltà…

«Anche in questo caso c’è un discorso culturale da fare, che riguarda l’organizzazione dei campionati. In vista di competizioni internazionali per squadre di Nazionali l’Inghilterra si presenta sempre con un numero di partite elevato nelle gambe e fa tanta fatica ad offrire prestazioni adeguate alla propria qualità a causa di tornei nazionali molto agguerriti ed avvincenti. Sono molto curioso di vedere cosa succederà invece nel 2022 con i Mondiali in Qatar, che si terranno in autunno a metà stagione».

Torniamo un po’ indietro nel tempo. Quando ha capito che la professione di preparatore atletico sarebbe stata la sua strada?

«Prima del calcio, praticavo canottaggio. Studiando all’università il mio amore per lo sport è cresciuto sempre di più, così come la curiosità. Il mio primo maestro, il dott. Giuseppe La Mura (il dott./tecnico che ha scoperto i fratelli Abbagnale ndr), appunto diceva che non avevo ancora superato l’età del perché e questa forma mentis l’ho trasferita anche nello studio. Visto che mi era stata assegnata una tesi di laurea riguardante la preparazione atletica nel calcio, mi sono dovuto confrontare con una letteratura molto scarna in quel periodo, parliamo di metà anni 80».

Quindi non è stato per nulla facile…

«Infatti l’unica opportunità per approcciarmi nel modo migliore a questo mondo era contattare i massimi esperti di allora nella metodologia dell’allenamento. Uno di questi era il prof. Enrico Arcelli, preparatore nel Varese di Fascetti, con cui nacque un’empatia reciproca. Il feedback professionale era talmente stimolante che, una volta laureato, mi trasferii subito a Milano per poterlo seguire nei suoi dettami, anche se la cosa non fu molto semplice. Non avendo le basi per un’indipendenza economica, facevo i turni di notte alla Sip e di giorno continuavo a studiare, fin quando poi è diventata la mia professione».

Dall’inizio della sua attività ad oggi come è cambiato il mondo del calcio dal punto di vista del preparatore?

«Come in tutte le cose l’evoluzione è continua e la storia e l’esperienza conducono sempre a nuove strade. Oggi il preparatore non è più il consulente dell’allenatore che porta all’interno del calcio anche l’esperienza di sport diversi. Dopo 30 anni di storia come figura riconosciuta in questo ambiente è diventato uno specialista della preparazione all’interno di uno staff articolato e costituito da tante professionalità scientifiche diverse».

C’è un aspetto in cui si nota particolarmente questo cambiamento?

«Se facciamo un paragone tra il calcio di oggi e quello tra gli anni 90 e primi anni duemila, in precedenza una squadra blasonata disputava al massimo 50 partite, gare con le Nazionali comprese. Oggi ne somma invece circa 70/75. Qualche anno fa si giocava ogni 5 giorni, adesso la media è di 3 partite alla settimana. È cambiata l’intensità di gioco, diventata chiaramente più alta. In una gara si sviluppavano circa 450 azioni, ora sono praticamente il doppio con un’esasperazione tattica dove tempi e spazi sono ridotti al minimo e gli atleti sono costretti ad andare a scontro fisico più spesso, esponendosi ad un maggior rischio di infortuni».

Il lavoro del preparatore atletico si è trasformato radicalmente?

«Sicuramente nella metodologia di lavoro ora vanno tenuti in considerazione tutti questi fattori. Ribadisco sempre che chi fa questo mestiere, sin da quando parte la programmazione del lavoro, deve tener presente le famigerate cinque domande: cosa si deve allenare, come, quando, quanto la si deve allenare e soprattutto chi si sta allenando. La specificità del modello prestativo è diventata fondamentale nel momento in cui oggi un allenatore non è più quell’artigiano che in funzione del tempo modella la materia a propria immagine e somiglianza, ma un killer che ha poche possibilità per incidere e non si può permettere di sbagliare».

Guardando le statistiche, si apprende come siano aumentati i km percorsi da parte degli atleti…

«Questo è diventato uno dei tanti luoghi comuni. Si cade spesso nell’errore di voler misurare la prestazione degli atleti in valori di volume inteso come somma di km percorsi, un dato che non è per nulla correlato alle caratteristiche di un sport di squadra dove a determinare l’indice di performance sono più componenti: fisiche, organiche, tattiche, tecniche, caratteriali e ambientali. Quando si vuole semplificare tutto con un numero, dico sempre che se fosse questo il problema basterebbe mettere un maratoneta in campo». .

In questa stagione si ritorna ai tempi abituali della preparazione estiva dopo un anno in cui tutto è stato affrettato. Nel Napoli, come in altre squadre, partire con un nuovo allenatore può costituire un vantaggio?

«Nel calcio il tempo per un allenatore di incidere è sempre meno, quando in realtà ne occorrerebbe di più. Questo aspetto ha reso necessario un adeguamento delle strategie di allenamento. Anche nel periodo preparatorio non c’è più la possibilità di influire in una forma così classica e a blocchi come le metodologie negli anni passati erroneamente consigliavano. Oggi sono diventate fondamentali la specificità del modello prestativo e l’ottimizzazione dei tempi di lavoro, possibili soltanto se tra staff tecnico e giocatori, e all’interno dello staff tecnico stesso, si lavora con conoscenza ed in grande sinergia. Se nell’annus horribilis, come lo definisco, hanno vinto nei vari campionati le squadre caratterizzate da una continuità gestionale, partire con un nuovo allenatore significa quindi ricominciare da capo e può richiedere tempi più lunghi per risultati effettivi».

Chiudiamo con una considerazione sugli infortuni muscolari. A fronte di un numero maggiore di partite sono aumentati notevolmente. In che maniera si può incidere per ridurre le percentuali di rischio?

«L’unica strada da percorrere è allenarsi bene, cioè in forma specifica, evitando di voler raggiungere certi obiettivi attraverso percorsi di allenamento molto lunghi e lontani soprattutto da quegli schemi motori che sono richiesti durante la partita la domenica».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Io Maddalena come Gelsomina

Io Maddalena come Gelsomina

NAPOLETANI

Io Maddalena come Gelsomina

Maddalena Stornaiuolo ha portato sul grande schermo il personaggio di Gelsomina Verde nel film omonimo di Massimiliano Pacifico

di Giovanni Gaudiano

Il film di Massimiliano Pacifico dedicato alla figura di Gelsomina Verde, anche senza andare in sala, per il momento sta riscuotendo il meritato consenso a testimonianza del buon lavoro fatto.
Il ruolo della sfortunata ragazza di Scampia, affidato a Maddalena Stornaiuolo, somiglia quasi al passaggio del testimone, quel bastoncino oggi di plastica leggero, che viene utilizzato in atletica leggera nelle staffette. Questo perché Maddalena viene anche lei da Scampia: è nata nelle famose vele, c’è cresciuta, ha iniziato a lavorare ed oggi dedica buona parte del suo tempo ai ragazzi che vivono proprio in quella zona di Napoli.
L’attrice napoletana è giovane ma anche mamma e nella chiacchierata mostra la tranquilla consapevolezza di chi raccontando dei suoi inizi dice che tutto è avvenuto quasi per caso. Non parla di una ragazzina che pensava di diventare attrice, avere successo, essere riconosciuta. Certo ha ragione per certi versi a valorizzare la casualità perché nella vita di tutti ci sono momenti, occasioni che la determinano, ma proprio per quello che si diceva non completa il ragionamento, per vera modestia, e omette di dire che lei ha saputo cogliere quel momento, che è riuscita a comprendere quale sarebbe stato il suo talento da coltivare pensando prima di tutto che avrebbe dovuto studiare tanto, impegnarsi di più e soffrire, anche se magari il meno possibile.

Sei nata a Scampia. Come e quando hai capito che potevi fare l’attrice e che l’ambiente nel quale vivevi non avrebbe condizionato la tua vita?

«Avevo quindici anni e fui spinta da molti amici a provare a fare teatro. L’idea fu molto casuale. Si trattava di andare al Teatro Mercadante dove c’era questo laboratorio teatrale “Arrevuoto” con tantissimi giovani che si proponevano. Il primo giorno mi sembrò un ambiente non adatto a me. Ero molto imbarazzata quando mi chiedevano di improvvisare e decisi per questo che non ci sarei andata più. La settimana successiva però mi ripresentai e poi giorno dopo giorno compresi che in quel luogo c’era qualcosa che mi attirava, soprattutto perché compresi che proprio grazie al teatro mi sarei potuta esprimere in una maniera più libera».

Ma accadde anche dell’altro…

«È vero, fui subito scelta per girare “‘O Professore” con Sergio Castellitto, una miniserie televisiva in due puntate diretta da Maurizio Zaccaro. Abbiamo girato per 20 giorni ed ho capito che quel mondo mi piaceva e che potevo dire la mia, anche se ho subito compreso che avrei dovuto mettermi a studiare recitazione con serietà e determinazione per fare questo mestiere».

Come e dove ti sei formata per arrivare ad essere rapidamente un’attrice riconosciuta, affermata?

«Devo fare ancora molta strada in questo lavoro, non si finisce mai di imparare. È una strada lunga che però ti dà sempre stimoli nuovi. Per parlare della mia formazione dopo il laboratorio al Teatro Stabile di Napoli ho studiato tre anni al Teatro Elicantropo con Carlo Cerciello. Poi mi sono iscritta ad una scuola di cinema, “Alla ribalta”, per completare la mia formazione che non volevo fosse solo di tipo teatrale».

A proposito: oggi hai una preferenza tra cinema e teatro?

«Non ho una preferenza ma per me è importante riuscire a trasmettere con la mia recitazione delle emozioni tanto a teatro quanto al cinema. Certo cambia il fatto che a teatro il pubblico sia molto vicino, nei teatri piccoli lo senti addirittura sulla pelle, e poi non ti puoi permettere di sbagliare e ripetere la scena come accade per il cinema. È la magia del teatro che definirei fantastica».

Hai tanti interessi tra i quali occupa un posto importante il laboratorio di recitazione dedicato ai giovani di Scampia che ha chiamato “La Scugnizzeria”. A che punto sei?

«Avevo sempre sognato di occuparmi di una mia scuola di recitazione per potere trasmettere ai ragazzi del territorio l’amore per questa passione e per questo lavoro. Ho iniziato senza una sede fissa ma questa situazione non agevolava lo svolgimento del lavoro. Si perdeva il discorso umano avviato sia con i ragazzi che con le famiglie. Con la mia gravidanza ho dovuto interrompere l’attività personale e mi sono dedicata alla ricerca di una sede che ho trovato e che ho inaugurato subito dopo la nascita di mia figlia. In quattro anni di attività siamo passati da cinque ragazzi presenti al primo giorno agli attuali sessanta, nonostante il tempo perso per la pandemia».

Che risultati stai raccogliendo da questo tuo impegno con i giovani?

«Da un mese è arrivato al cinema il film “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini, nel quale io non sono solo l’acting coach ma ho il piacere di avere cinque ragazzi provenienti da “La Scugnizzeria” che recitano in questo film con Valeria Golino e Pina Turco (entrambe candidate per questo film ai Nastri d’Argento) e c’è addirittura una bambina che recita da co-protagonista. Si tratta di un primo incoraggiante risultato che premia la dedizione di tutti ed è in fondo la gratificazione più importante per il lavoro svolto con passione sino ad oggi».

Parliamo del Nastro d’Argento speciale per la regia del corto “Sufficiente” presentato anche a Venezia. Sei stata sorpresa dal riconoscimento? Quanto ci hai lavorato?

«Come per la recitazione anche in questo caso mi sono avvicinata in punta di piedi e per caso. Con Gianluca Arcopinto, il produttore di Gelsomina, volevo organizzare a “La Scugnizzeria” un corso di produzione cinematografica per offrire agli allievi una conoscenza ed una competenza in più. Il corso alla fine prevedeva la realizzazione di un corto e fu Gianluca che scelse di affidarmene la regia insieme ad Antonio Ruocco. Doveva essere una specie di saggio accademico di fine d’anno e mai ci saremmo aspettati di vincere un Nastro d’Argento, di presentarlo a Venezia dove siamo stati colpiti dal calore che ci ha circondato. È stata una gioia immensa».

Arriviamo a Gelsomina Verde. Come ti sei trovata a recitare in una location così particolare e tanto diversa dai luoghi dove la vicenda si è consumata?

«Credo sia stato un bene girare a Polverigi senza essere in qualche maniera condizionati dal luogo dove si è svolta la vicenda. Stare tutti insieme ci ha consentito di entrare nella storia ripercorrendola in tutte le sue fasi. Parlare poi con Francesco, il fratello di Gelsomina, ascoltare i suoi racconti, vedere gli oggetti appartenuti a questa ragazza è stato per me come ricevere un pugno nello stomaco. Si tratta di una storia forte, molto forte, che andava raccontata per come si è svolta e penso che Massimiliano sia stato capace di rappresentarla con il giusto taglio, portando sullo schermo un prodotto finale che sta tra il film ed il documentario».

Eri già nel cast di “Centoquattordici” sempre con Massimiliano, che evoluzione è stata per te la partecipazione da protagonista a questo film?

«Ero nel cast ed interpretavo l’amica di Gelsomina, ma già si andava delineando il ruolo di Gelsomina che poi mi è stato affidato. Già dopo quel cortometraggio c’era l’intenzione di girare un vero e proprio film. Sono passati un po’ di anni e ci siamo riusciti».

La vicenda la si conosce ma resta comunque incomprensibile tutto quello che accadde. Che peso pensi possa avere nella vita di tutti i giorni per lo spettatore un simile approfondimento?

«Siamo abituati a vedere storie tristi e forti raccontate con molta veridicità, forse anche con troppa spettacolarizzazione, che trasmettono rabbia che al termine della rappresentazione svanisce pensando che si tratta di un film. In questo caso la vena documentaristica del film ti resta, prende il sopravvento perché sentendo anche parlare Francesco, il fratello, ti rendi conto che sta toccando con mano la realtà, una storia triste, forte e soprattutto vera. Questo lavoro potrebbe essere proiettato nelle scuole, nelle associazioni che si occupano dei giovani, potrebbe diventare un promemoria per non dimenticare, per non accantonare con superficialità quello che è accaduto».

Che ruolo può svolgere la cultura in un miglioramento generale della situazione della nostra città?

«Penso sia fondamentale. La nostra città ha una ricchezza che non riesce a valorizzare come avviene all’estero. Fare cultura vuol dire partire dalle cose più semplici, da quello che è alla portata di tutti. Bisogna evitare che la parola incuta timore e venga respinta per senso di inadeguatezza».

Veniamo al presente. A cosa stai lavorando?

«Sto lavorando ad un nuovo corto, questa volta da sola, che in realtà è già in fase di montaggio e che si intitolerà “Coriandoli”. Sarà difficile replicare quanto accaduto con “Sufficiente” ma ci provo. Inoltre stiamo lavorando anche ad un lungometraggio che mi piacerebbe girare nel territorio che mi accoglie da quando sono nata, anche per un senso di riconoscenza per tutto quello che mi ha dato».

Ti piacerebbe essere protagonista di una serie tv?

«Certo. Sono molto affascinata dalle serie televisive. Parlando di una serie come “Gomorra”, al di là delle critiche, è indiscutibile che sia stata girata molto bene. Partecipare ad una produzione simile sarebbe stimolante e sarebbe importante che a girarla fosse un regista esperto e capace di valorizzare l’interpretazione come mi è successo con Alessandro D’Alatri ne “I bastardi di Pizzofalcone”».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

De Laurentiis: più fatti meno parole

De Laurentiis: più fatti meno parole

FRAMMENTI D’AZZURRO

De Laurentiis: più fatti meno parole

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo

di Giovanni Gaudiano

La storia del calcio a Napoli inizia sulla costa. I marinai inglesi che arrivavano nel grande porto di Napoli nei momenti liberi giocavano a football.
Tra i bagagli personali avevano sempre con loro un pallone di cuoio pronto per l’uso. Di quel gioco gli inglesi ancora oggi vantano di essere stati gli inventori, i maestri, anche se gli scozzesi non sono d’accordo. C’è però un dato innegabile: nel 1863 la Football Association, a Londra, decise di regolamentare il gioco creando l’unica garanzia possibile che gli avrebbe conferito il concetto dell’universalità.
Tra qualche giorno, il 1° agosto, la Società Sportiva Calcio Napoli compirà ufficialmente 95 anni. Non tutti sono d’accordo sull’anno di fondazione e neanche sul giorno. C’è chi afferma che il primo Napoli sia nato nel 1906, chi parla del 1922. E quelli che riconoscono come anno di partenza della storia azzurra il 1926 discutono sulla data che per alcuni non sarebbe il 1° ma il 25 agosto.
Ci limitiamo a constatare che il Napoli in ogni caso quest’anno compie 95 o 99 o addirittura 115 anni, un traguardo rilevante per una storia meravigliosa. Ed allora tanti auguri caro Napoli.
Dopo tutti questi anni l’interesse che ti circonda non è mai scemato. Ci sono gli appassionati che ti considerano quasi come un bene personale. C’è l’informazione che a suo modo segue le tue gesta. Oggi c’è poi anche il grande comunicatore che pensa di poter parlare come e quando vuole dalla sua improvvisata cattedra.

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo.
De Laurentiis di sicuro lo sa. Come sa bene che si è guadagnato in ogni caso un posto nella storia di questa società. Certo sarebbe meglio se la sua presidenza fosse contraddistinta da qualche significativo successo sportivo utile anche a bilanciare l’assenza di una carica di simpatia che il presidente considera inutile. Nessuno comunque può negare ad oggi, sino a prova contraria, la solidità economica del club, i bilanci in ordine che sono importanti ma che però non vanno in bacheca.
Il numero uno ha parlato dopo un lungo silenzio, dicendo cose condivisibili ed altre meno. Alcune ricostruzioni romanzate proposte da De Laurentiis fanno invidia a quelle utilizzate dallo scrittore Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni. Solo che Napoli non è il “mostro di Firenze” e gli appassionati e l’informazione hanno bisogno di notizie. Auspichiamo che le fantasiose ricostruzioni abbandonino il campo lasciandolo ai fatti. Volendo, De Laurentiis potrebbe, magari a Dimaro, spiegare come la società intende affrontare il problema Insigne per farci conoscere sulla vicenda del rinnovo il suo vero pensiero, senza lasciare spazio alla fatalità invocata con un laconico “sarà quel che sarà”.
La storia tra Insigne ed il Napoli riteniamo che per svariati motivi non possa essere trattata in maniera fatalistica. Di contro al capitano poi vorremmo chiedere, se il giocatore vorrà rispondere, di parlarci, senza fare dietrologia, dell’ultima gara della stagione, quella con il Verona, il cui andamento resta tutt’oggi inspiegabile.
Le parole di Aurelio De Laurentiis su Insigne sono quindi inaccettabili e ci permettiamo con educazione, ma con fermezza, di rimandarle al mittente.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Idee chiare e amore per la maglia e la città

Idee chiare e amore per la maglia e la città

Eleonora Goldoni

IL NAPOLI AL FEMMINILE

Idee chiare e amore per la maglia e la città

Il presidente del Napoli Femminile Raffaele Carlino parla degli obiettivi da raggiungere nella prossima stagione

di Bruno Marchionibus

Le photo sono di Vincenzo De Rosa per la S.S.D. Napoli femminile

Napoli è una città creativa, e per chi fa un lavoro come il mio dove la ricerca e la creatività sono centrali avere tutte ragazze napoletane all’Ufficio Stile è un grande vantaggio». È così che Raffaele Carlino, patron di Carpisa e presidente del Napoli Calcio femminile, reduce dalla prima stagione in Serie A conclusa con una salvezza ottenuta all’ultimo respiro, spiega quanto l’essere napoletano rappresenti un’arma in più nelle sue attività imprenditoriali, tanto nell’ambito della moda che in quello sportivo. «Anche nella squadra di calcio, nei primi anni, la napoletanità ha fatto la differenza. Nel 2004, infatti, iniziammo con tutte giocatrici napoletane vincendo 4 campionati consecutivi. In seguito, purtroppo, è stato difficile mantenere questa forte componente partenopea in squadra perché, rispetto al Nord, qui c’era un po’ di titubanza in più da parte delle famiglie nel far giocare le ragazze a calcio. Ora, però, il movimento è in grande crescita, abbiamo un settore giovanile molto forte con più di 120 iscritte e la speranza è che proprio da lì riusciremo a pescare le campionesse del futuro».

Un contributo importante alla crescita del movimento è arrivato dal Mondiale 2019…

«Il Mondiale ha dato visibilità al nostro mondo, che si avvia verso il professionismo e a cui anche Sky sta dando spazio. Credo che un test importante sarà, nella prossima stagione, verificare quante persone verranno a vedere le nostre partite quando gli stadi riapriranno, seppur parzialmente».

Quanto sarà importante avere nuovamente il pubblico che assiste alle partite?

«Nella nostra scalata verso la Serie A abbiamo vinto i campionati anche grazie al supporto dei tifosi; al Collana, d’altronde, siamo stati capaci di avere anche tremila spettatori. A proposito di questo, purtroppo quella relativa agli impianti è una problematica della nostra città; lo stadio “I caduti di Brema” non è stato omologato e quindi ci trasferiremo a Cercola per i match e a Casamarciano per gli allenamenti. Questo la dice lunga su quanto sia difficile portare avanti il calcio femminile a Napoli; spero in ogni caso di rivedere tanta gente affollare gli spalti».

Riavvolgiamo il nastro della scorsa stagione. Qual è il suo giudizio sull’annata appena trascorsa?

«Di buono c’è stata solo la salvezza. Certamente non abbiamo fatto bene né noi in società, né l’allenatore e il direttore con cui avevamo iniziato la stagione. Da quando, invece, è subentrato Nicola Crisano come d.g. ci siamo strutturati a livello organizzativo e societario e credo che abbiamo piantato un seme importante per il prossimo torneo, dato che a parer mio i campionati si vincono anche fuori dal campo».

Il presidente Raffaele Carlino
È stato più complicato ottenere la salvezza o la promozione in Serie A l’anno precedente?

«La salvezza. Io lo scorso anno ho vissuto un vero e proprio incubo perché, nonostante mi fosse stato assicurato che la squadra poteva rientrare tra le prime cinque, dopo dieci giornate avevamo un solo punto in classifica. È vero che ce ne sono capitate di tutti i colori, dal Covid che ha colpito molte nostre calciatrici fino a una serie di decisioni arbitrali discutibili, ma tutto ciò non deve costituire un alibi. Con l’arrivo di Pistolesi in panchina, poi, abbiamo raccolto i 13 punti che ci hanno permesso di raggiungere la permanenza in massima serie; certamente, però, non era questo l’obiettivo di inizio stagione. Voglio aggiungere, ad ogni modo, che per me il risultato più importante è stato quello di aver fatto partecipare a questo progetto oltre 20 imprenditori campani, sia come sponsor che come soci».

A riprova del fatto che non sempre qui al Sud è impossibile fare squadra nel mondo dell’imprenditoria…

«Evidentemente gli amici che ho coinvolto mi vogliono bene e credono in quello che faccio perché, devo essere sincero, tutti quelli che ho interpellato hanno risposto presente con grande entusiasmo. I nostri sponsor sono tutti napoletani; possiamo quindi dire che la nostra squadra difende i colori di Napoli anche a livello societario, e proprio per questo meritiamo qualcosa di più del terz’ultimo posto dello scorso torneo. Anche quest’anno effettueremo un aumento di capitale e allargheremo il nostro azionariato popolare diffuso per far entrare nuovi soci; credo che, in fondo, l’unica arma a nostra disposizione per combattere l’egemonia delle grandi del Nord sia quella di fare squadra anche a livello societario».

Ha accennato al ruolo di Pistolesi nella salvezza; quanto è stato importante il suo arrivo?

«Pistolesi, così come Crisano, è stato determinante. Avendo vinto alla grande il campionato di Serie B, e ragionando col cuore, a inizio stagione mi ero affidato agli stessi interpreti che avevano ottenuto la promozione. La prima parte di annata, però, mi ha fatto capire che per affrontare la massima serie c’è bisogno di un allenatore e dirigenti che abbiano esperienza a questi livelli».

Una stagione complicata, insomma, che però è stata comunque un’esperienza da mettere a frutto nel futuro immediato…

«Certo. Sicuramente ci aspetta un campionato ancora più difficile perché dalla prossima annata retrocederanno tre compagini. Solo noi e il Pomigliano, tra l’altro, non abbiamo club maschili alle spalle; penso, tuttavia, che la passione con cui lavoriamo può ancora fare la differenza rispetto a squadre strutturate meglio di noi a livello finanziario, di impianti e per quanto riguarda tutto ciò che comporta avere il maschile alle spalle. Personalmente la lezione principale che ho imparato quest’anno è stata quella di dover essere meno “passionale” e più razionale nella scelta di dirigenti e calciatrici».

A proposito di calcio maschile, c’è mai stata l’idea di creare una collaborazione con il Napoli di De Laurentiis?

«Qualche telefonata da qualcuno vicino alla società azzurra l’ho ricevuta. Non ho nessuna remora a parlare con De Laurentiis; a me piace lavorare in sinergia e se ci dovesse essere qualche idea interessante che può fare il bene del Napoli femminile sicuramente sarei favorevole alla cosa, prendendo sempre qualsiasi decisione in base alle valutazioni fatte con tutti i soci a cui devo dar conto».

Il 27 luglio inizierà il ritiro a Rivisondoli. Quali sono gli obiettivi per la prossima stagione?

«La squadra è stata rivoluzionata, con la permanenza di sole quattro giocatrici. A dire il vero volevamo confermarne qualcuna in più, ma le straniere che avremmo voluto trattenere hanno fatto scelte di vita diverse. Ripartiamo dalla Goldoni, una delle ragazze più legate alla città di Napoli, che è molto seguita sui social ed è impegnata nel sociale; per me è lei l’icona del nuovo Napoli. Avremo ancora tra le nostre file anche la Popadinova e il capitano Paola Di Marino, un pezzo di storia del nostro club. L’obiettivo è di integrare a loro giocatrici di livello per assortire una squadra più competitiva rispetto a quella dello scorso anno. Io non parlo mai dell’aspetto tecnico, ma nella passata stagione la delusione è stata forte anche perché ho visto in alcuni elementi poco attaccamento alla maglia; quest’anno voglio una squadra di ragazze motivate che vengano a Napoli con amore per la squadra e per la città. Credo che, pur nel percorso di evoluzione che sta attraversando il calcio femminile, sia fondamentale non perdere i nostri valori e le nostre passioni».

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Un libro, il mondo, la consapevolezza

Un libro, il mondo, la consapevolezza

RIFLESSIONI

Un libro, il mondo, la consapevolezza

In un mondo dove si legge sempre di meno i libri, sia cartacei che elettronici, rappresentano l’ultimo rifugio della cultura

di Domenico Sepe

Cosa rappresenta un libro?
È una domanda che si presta sicuramente a molte risposte. Ma un libro è, prima di tutto, un continuo viaggio nel proprio io. Leggere permette di conoscere infiniti mondi ed infinite persone.
Questo perché la scrittura è un mezzo senza tempo e, per quanto possa cambiare il suo modo d’essere, diventare elettronica e perdere la sua fisicità, resta sempre la chiave di volta della civiltà umana.
Nessun libro, poi, fa distinzioni tra le persone, tutti possono prendere in mano un libro e leggerlo, da ciò la lettura diventa mezzo per la propria espressione perché permette di scrivere meglio e, quindi, di poter condividere il proprio io con gli altri. Del resto, la forza della scrittura prima, e della stampa poi, è stata la possibilità di rendere facile la comunicazione tra le persone.
Un buon libro, inoltre, è sempre un buon compagno che permette di allargare i propri orizzonti, Leopardi stesso era un accanito lettore che, come disse al proprio padre, non avrebbe mai potuto scrivere senza il patrimonio di conoscenze della biblioteca di Recanati.
Ma i libri non sono soltanto questo, Cesare Beccaria aveva ben chiaro che i libri rappresentano un universo molto più ampio. Infatti, ci sono libri che rappresentano il nostro rapporto con il mondo e la società, che definiscono rapporti, diritti e doveri: i libri delle leggi ed i codici. Questi, infatti, punto fondamentale del suo pensiero, devono essere scritti in una lingua chiara per evitare arbitrii e soprusi e devono essere conosciuti da tutti, di modo che la libertà diventi il patrimonio comune di tutti.
Beccaria affermava quindi un pensiero fondamentale: che la libertà deriva dalla conoscenza e che senza conoscenza non è possibile che ci sia un uomo libero, egli stesso diceva anche che «il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione».
Il libro, quindi, diventa il mezzo per esercitare una libertà consapevole, che diventa analisi del mondo, della politica e dell’informazione, per perseguire una critica finalizzata al miglioramento stesso della società, oltre che di sé stessi.
Ogni uomo nasce libero, ma diventa consapevolmente libero solo grazie al patrimonio di conoscenze contenuto nei libri.

Pensieri sul libro

“Un buon libro è un compagno che ci fa passare dei momenti felici”

Giacomo Leopardi

 

“Senza la scrittura una società non prenderà mai una forma fissa di governo”

Cesare Beccaria

 

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021