Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

TESTIMONE DEL TEMPO

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Lippi il primo. Poi il sanguigno Ulivieri. Di passaggio Colomba. Mazzarri e la Grande Bellezza di Sarri. Ora Spalletti

di Mimmo Carratelli

Toscani di terra e di mare sulle panchine del calcio italico, i “maledetti toscani”. Una schiera. Svelti di lingua, la lingua di Dante, e sfaccimmeria toscana che Renzo Ulivieri, pisano di San Miniato, definisce “merdite” con eleganza pendente, «noi toscani abbiamo qualcosa in più, la merdite, appunto».
Sei allenatori toscani sulla panchina del Napoli: Marcello Lippi, Ulivieri, Franco Colomba, Walter Mazzarri, Maurizio Sarri, Luciano Spalletti.
Ulivieri venne ad allenare il Napoli in serie B nel 1998. Aveva 57 anni, oggi ne ha 80. Fallì la promozione. Nono posto con 25 punti persi in casa (8 pareggi, 3 sconfitte). Espulso a più riprese. Si dimise dopo quattro pareggi consecutivi nel finale, Serie A lontana, sostituito da Montefusco nelle ultime tre giornate.
Poiché aveva un pessimo carattere fu per tutti Renzaccio, un pezzo d’uomo e un umore irascibile. Si nutriva di sarde fritte, fagioli col tonno, pane col rigatino e spaghetti con la bottarga. Iroso, redarguito, ammonito ed espulso in continuazione. Narcisista spudorato e fedele solo a tre cose: Coppi, il Livorno e la politica.
Quando si presentava per la prima volta in uno spogliatoio diceva: «Qui comandiamo in tre: io, Ulivieri e il figlio della Gina». La Gina era sua mamma. Diceva: «Palla a terra e testa alta, il calcio deve respirare». Precisò: «Meno pressing, maggiore cura del palleggio, più ricerca della manovra».
Ulivieri ha allenato per cinquant’anni, dal 1965 al 2015. Smise guidando la Scalese, squadra femminile di San Miniato. Prima di allenare il Napoli era stato in tredici club diversi. Dopo, allenò ancora altre sei squadre.
Il tecnico è stato il secondo dei sei toscani sulla panchina del Napoli. L’aveva preceduto, nel 1993, Marcello Lippi che, prima di arrivare nel golfo azzurro a 45 anni, aveva fatto due anni in A col Cesena e un anno con l’Atalanta, per il resto era stato alla guida di squadre in Serie C.
Fu Ottavio Bianchi a portare Lippi a Napoli. Scelta eccellente. Lippi, toscano di Viareggio, conquistò un sesto posto e riportò il Napoli in Coppa Uefa.
Da giocatore, elegante battitore libero, Lippi era stato il bello della Sampdoria. Gli si imbiancarono anzitempo i capelli e il suo fascino aumentò. Da allenatore, Napoli lo creò. La Juve lo rapì (1994). L’Avvocato Agnelli l’accolse così: «Lippi è il miglior prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli».
Lasciò la Juve e naufragò due anni nell’Inter. Disse “merda” nelle occasioni ostili e, dopo una sconfitta, dichiarò: «Mi vergogno di questa squadra. Fossi il presidente dell’Inter caccerei l’allenatore, poi prenderei a calci i giocatori». Fu cacciato, confortato da uno stipendio di quattro miliardi, il suo straordinario sussidio di disoccupazione pagatogli dall’Inter.
Tornò alla Juve per altri tre anni. Scacciò la malinconia e i rancori e promise: «Tornerò antipatico a tutti». La Juve ricominciò a correre e Marcello Lippi a fumare il sigaro con soddisfazione. Esaurite le glorie juventine, il viareggino dagli occhi azzurri concluse in Cina il suo ricco mestiere di allenatore, tre anni al Guangzhou per 12 milioni di euro l’anno. In Cina arrivò da campione del mondo. La vittoria del 2006 della Nazionale italiana in Germania è scolpita nel suo curriculum. Napoli era ormai un ricordo lontano.

Nella confusa stagione 2002-03, tramontata l’epoca di Ferlaino e allontanatosi Corbelli, l’imprenditore alberghiero Salvatore Naldi prese il Napoli in Serie B. Gli azzurri si salvarono dalla retrocessione in Serie C per un punto.
Nel valzer sulla panchina, arrivò Franco Colomba di Grosseto, persona mite. Era stato un giocatore delizioso nel Bologna, il mestiere di allenatore non sembrava il più adatto alla sua persona gentile e paziente. Colomba guidò il Napoli per 15 partite (2 vittorie, 6 pareggi, 7 sconfitte). Gli subentrò Franco Scoglio per dieci partite. Tornò Colomba per le ultime 13 giornate (5 vittorie, 5 pareggi, 3 sconfitte).
Un’apparizione passeggera quella dell’allenatore grossetano. Dei tecnici toscani, Colomba è stato il meno sanguigno e agitato, anzi per niente sanguigno e agitato, ma pacato e un po’ rassegnato al mestiere che non gli cambiò mai il carattere di uomo perbene, disponibile, garbato.
Walter Mazzarri di San Vincenzo, provincia di Livorno, era stato il vice di Ulivieri nel Napoli 1998-99. Tornò a Napoli da allenatore nel 2009 subentrando dopo sette partite a Roberto Donadoni. Per due campionati aveva allenato la Sampdoria. Eroe a Reggio Calabria quando conquistò la salvezza con la Reggina appesantita da 15 punti di penalizzazione.
Mazzarri rimase sulla panchina azzurra per quattro anni conquistando due volte la partecipazione alla Champions League e due volte quella all’Europa League. In Champions arrivò agli ottavi di finale, eliminato dal Chelsea ai tempi supplementari nella partita di ritorno a Londra. Giocava un solido 3-5-2. Vinse la Coppa Italia 2012: il Napoli batté in finale la Juventus 2-0 a Roma. Ebbe in squadra Lavezzi, Hamsik, Quagliarella, Cavani, Pandev.
Un toscano introverso, Mazzarri. Perfezionista, attento, preciso, pignolo. Un martello per i giocatori. «Sono un riflessivo esasperato, un rimuginatore» ammise. Nei momenti romantici raccontava: «Faccio un mestiere bellissimo. Ho cominciato a pensarci a 28 anni quando ancora giocavo». Nelle giovanili della Fiorentina, mezz’ala, doveva essere il nuovo Antognoni. Non lo fu.

Fumatore imperterrito, agitatore massimo a bordo campo gettando via la giacca e rimanendo in camicia assolutamente bianca. «Lo so, sto sulle scatole a molti, nel nostro ambiente c’è molta gelosia». Aveva fatto una buona gavetta. «Ho cominciato ad Acireale dove, prima di me, avevano cacciato undici allenatori in tre anni».
Nei momenti di relax diceva: «Godo come un riccio quando vedo realizzarsi sul campo quello per cui ho lavorato in settimana». Aveva una foresta di capelli in testa. Un giorno, Walter Mazzarri si spinse oltre: «Se si confrontano le rose delle squadre che abbiamo avuto, io meglio di Mourinho». «Sono pronto per una grande squadra» disse e piantò il Napoli per l’Inter. A Milano, fece un quinto posto e l’anno dopo venne esonerato.
Discendendo dalle colline toscane, preceduto, avvolto e seguito da una nuvola di fumo senza filtro, nell’estate del 2015, scappato Benitez al Real Madrid, arrivò a Napoli Maurizio Sarri con una lunga gavetta in squadre minori e gli ultimi tre anni all’Empoli a miracol del suo gioco mostrare.
Proprio contro il Napoli di Benitez, l’Empoli di Sarri aveva impressionato e stravinto. De Laurentiis volle scommettere sul tecnico portandolo in Serie A alla rispettabile età di 56 anni. Era nato a Bagnoli, Maurizio Sarri, figlio di un gruista toscano che lavorava all’Italsider. Diventò toscano per carattere e residenza.
Fumava più sigarette di Mazzarri (una sigaretta ogni 12 minuti) ed era più martello nella ripetitività ossessiva dei suoi schemi in allenamento, i giocatori azzurri sorvegliati e monitorati dai droni, una novità a Napoli, che volteggiavano nel cielo e sui campi di Castelvolturno. In tre anni creò un Napoli spettacolare, ma non riuscì a vincere un solo trofeo.
Rimasero, nel golfo, la Grande Bellezza azzurra, il record dei 91 punti, infine la resa in un albergo fiorentino nella corsa verso lo scudetto giungendo a un soffio dallo scipparlo alla Juventus. Maurizio Sarri fu il Grande Deriso del bel gioco a zero tituli. La convivenza con De Laurentiis fu subito aspra e guerreggiata. Lasciò il Napoli dopo 114 partite di campionato (79 vittorie, 22 pareggi, 13 sconfitte), ma fallì il cammino in Coppa Italia e in Europa.
Quando passò alla Juve vinse il campionato con Cristiano Ronaldo, ma disse: «Nessuno giocherà mai come il mio Napoli». Fu la goccia che fece traboccare il suo esonero.

Ed ecco il sesto allenatore toscano sulla panchina del Napoli, Luciano Spalletti nato a Certaldo nella Toscana empolese, con agriturismo a Fucecchio e la Società agricola Safe produttrice di vini. Un ricco terriero, se vogliamo. I soldi del calcio investiti nella terra delle colline toscane.
Allenatore appassionato e stizzoso, anche esonerato e subentrante, color terracotta e calvo, preciso un bonzo. Il migliore e il peggiore, secondo le circostanze. La maggior gloria e primo miglior premio, tre milioni l’anno, è la permanenza di Spalletti sulla panchina della Roma dal 2005 per quattro anni conquistando tre secondi posti, poi un sesto posto e l’esonero.
L’esilio dorato a San Pietroburgo innalzò Spalletti a zar dello Zenit vincendo due volte il campionato russo. Esonerato all’inizio del quarto anno, Spalletti fece ritorno a Roma, ma non fu come la prima volta. Il dissidio con Totti segnò quegli anni. In ogni caso Spalletti portò la Roma al terzo posto il primo anno, al secondo nel campionato successivo.
L’Inter è stata la sua ultima esperienza. Due stagioni, due volte quarto posto a 4,5 milioni l’anno. Esonerato con due anni di contratto ancora, Spalletti si ritirò sulle sue colline empolesi pagato dall’Inter.
Prima che De Laurentiis lo attraesse al Napoli, dissoltasi la meteora Gattuso, Luciano Spalletti ha vissuto due anni felici a Montaione, nella Bassa Valdelsa fiorentina, il suo rifugio da contadino, la fattoria, il suo olio, il suo vino, e cavalli, cinghiali, galline, anatre, due struzzi e un alpaca, specie di pecora sudamericana che dà buon latte e magnifica lana tosandola una volta l’anno.
Un gran Cincinnato, che si ritirò a coltivare i suoi quattro iugeri oltre il Tevere, il toscano Luciano Spalletti che ora lascia i campi e torna alle battaglie e alle ansie del pallone ed è pronto a battere i pugni e la testa sul tavolo delle conferenze stampa perché ha un bel caratterino cercando paglia per cento cavalli.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Il Salone del libro partenopeo sta per cominciare

Il Salone del libro partenopeo sta per cominciare

Diego Guida

L’EDITORE

Il Salone del libro partenopeo sta per cominciare

Diego Guida racconta l’emozione, la soddisfazione, l’attesa per la fiera soprattutto quanto mancherà la presenza di Sepùlveda”

di Lorenzo Gaudiano

Pochi giorni al 1° luglio e l’attesa per la terza edizione di NapoliCittàLibro cresce sempre di più. Una data simbolica, che coincide con la possibilità decretata dal governo nazionale di riaprire al pubblico le fiere. Una location storica, prestigiosa e bellissima come Palazzo Reale dove gli ampi spazi aperti e le sale destinate agli eventi sono pronti ad acquistare una vitalità nuova, ad offrire sia agli espositori che agli utenti un assaggio di normalità perduta e prossima a padroneggiare nuovamente le vite di tutti, sempre con pazienza e naturalmente con grande cautela. E il libro, protagonista indiscusso del primo salone a riaprire in battenti in Italia, ultimo baluardo di una cultura destinata a sopravvivere per sempre ed edenico rifugio durante la reclusione forzata vissuta con la paura di un serpeggiante nemico invisibile pronto a colpire in qualunque momento.
La fiera costituirà un’occasione, oltre che di grande interesse dal punto di vista culturale, di festa ed immensa gioia, un primo passo verso la riconquista di quello che concerne la natura sociale di tutti gli esseri umani, uno spiraglio di luce che si spera nel più breve tempo possibile possa diventare un bagliore invasivo, accecante. E le parole appunto di uno dei soci fondatori, Diego Guida, trasmettono una grande emozione ed una smisurata soddisfazione per un evento che nobilita la nostra città a partire proprio dal campo dell’editoria.

A pochi giorni dalla fiera qual è l’emozione prevalente?

«Siamo davvero entusiasti. Il 1° luglio sarà anche una data simbolica, perché l’inaugurazione della fiera coinciderà con il primo giorno utile decretato dal Governo per la riapertura delle fiere al pubblico. Napoli sarà la prima città in Italia ad ospitare un evento simile legato al mondo del libro, confermando la sua posizione di prestigio tra i saloni più importanti sostenuti dalla rete internazionale ALDUS».

Ci sono stati momenti in cui è prevalsa la paura che ci sarebbe voluto più tempo per rivedere di nuovo il Salone in Campania?

«Purtroppo sì. Sicuramente avere più tempo a disposizione sarebbe stato l’ideale per organizzare ancora meglio questa fiera, ma è anche vero che questo periodo è il migliore possibile. Se avessimo pensato a rinviarla dopo l’estate, saremmo entrati in un vortice di altre manifestazioni culturali e promozionali del libro. Vogliamo che il nostro salone rappresenti un ritorno alla normalità, sperando si possa non dico cantare vittoria contro il virus ma almeno recuperare i propri spazi personali e sociali».

Dato il suo grande patrimonio artistico e culturale, quanto è importante per Napoli eccellere con una sua fiera anche nel campo dell’editoria?

«È fondamentale soprattutto per la rinascita della nostra stessa città dopo un periodo di grande crisi tra riduzioni di finanziamenti e pandemia, per far capire quanto sia importante la cultura per la crescita sociale del territorio».

Palazzo Reale è la location di questa edizione. Si può dire sia stata anche una scelta simbolica: il cuore del centro storico di Napoli che si offre ad una manifestazione che esalta la filiera del libro, la sua tradizione ma anche la sua apertura all’innovazione?

«Sicuramente. L’entusiasmo e la disponibilità del direttore Epifani ci dimostrano che le grandi realtà nel nostro territorio sono pronte non solo ad accoglierci ma anche a collaborare per offrire un’immagine diversa e di grande qualità della nostra città. Se aggiungiamo che una serie di persone che stiamo invitando hanno il piacere di tornare a Napoli e riscoprirla dopo anni di lontananza siamo davvero sulla buona strada. Inoltre abbiamo lanciato un bando per volontari pronti ad aiutarci nell’accoglienza e nella gestione dei vari eventi previsti, che avranno l’occasione di impegnarsi in attività che potrebbero diventare la loro professione un giorno».

Quanto mancherà Sepùlveda?

«Moltissimo. Ho previsto per la cerimonia di apertura che si terrà al Teatro di Corte alle ore 11 una piccola commemorazione a lui dedicata, di intesa con la casa editrice Guanda, proprietaria dei diritti di traduzione per l’Italia dei testi del poeta cileno. Sepùlveda aveva preparato una sorta di inno alla libreria, affinché continui a rappresentare una delle principali promotrici della crescita culturale dei vari Paesi. In questo caso il suo intervento da noi conservato contribuirà anche a dare il segnale che il significato culturale del libro, oltre a tramandare ai posteri determinati valori ed idee, ha la forza di superare anche la vita terrena».

Quindi che funzione può avere il libro in un mondo che con il progresso dell’umanità sviluppa strumenti diversi?

«Il libro resterà il vettore per la libera circolazione delle idee. Le innovazioni tecnologiche sono preziose, ma l’importante è che siano sempre al servizio della realizzazione del prodotto cartaceo».

Per chiudere, una riflessione sul tema di questa terza edizione che è “Passaggi”.

«Rispetto a quello che abbiamo pensato per l’anno scorso il tema sarà aggiornato sulla base di quanto ci è accaduto. Abbiamo voluto intestare le sale che ospiteranno gli eventi culturali alle isole Covid free del nostro golfo, perché non si intenda soltanto il passaggio della cultura che arriva tramite il mare e il mondo esterno in città e passa al resto dell’entroterra, ma anche il transito dalla reclusione forzata alla vita ordinaria».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Rosario Bianco e Alessandro Polidoro parlano di NapoliCittàLibro

Rosario Bianco e Alessandro Polidoro parlano di NapoliCittàLibro

IL SALONE DEL LIBRO PARTENOPEO

Rosario Bianco e Alessandro Polidoro parlano di NapoliCittàLibro

Dal 1 al 4 luglio a Palazzo Reale si terrà la terza edizione della fiera del libro rinviata lo scorso anno a causa del Covid

di Lorenzo Gaudiano

Lo scorso anno a causa della diffusione del virus si arrivò alla decisione di rinviare la terza edizione di NapoliCittàLibro. Un brutto smacco da parte del sogghignante nemico invisibile ad un settore economico che, come tutti gli altri, ha pagato a caro prezzo l’assenza di un evento importante naturalmente non soltanto per la città di Napoli ma soprattutto per tutta la filiera produttiva del libro stesso in quanto patrimonio di valori e conoscenze da difendere da una parte, strumento di vita e anche di guadagno dall’altra.
Oggi pare che finalmente il peggio stia passando ed il settore dell’editoria, che in questo anno e mezzo ha saputo comunque andare avanti adattandosi alla situazione, può guardare non solo con speranza ma con grandissima fiducia ed attesa a questa terza edizione che si terrà a Palazzo Reale dal 1 al 4 luglio.
Chi meglio dei rappresentanti di due delle case editrici che hanno dato vita a questa fiera, Rosario Bianco per la Rogiosi Editore e Alessandro Polidoro per la Alessandro Polidoro Editore, poteva raccontarci del prossimo evento riguardante la città, delle emozioni suscitate dalla sua organizzazione e di una location scelta non solo per motivi di sicurezza ma anche per una chiara ragione simbolica.

Manca pochissimo a NapoliCittàLibro, a quanto pare il primo appuntamento in Italia dedicato all’editoria che riapre al pubblico. Qual è l’emozione prevalente visto che le vostre case editrici sono tra i soci fondatori?

Bianco: «Sicuramente a prevalere è l’emozione di rivivere la normalità del confronto con il lettore curioso e dell’interlocuzione con i tanti colleghi provenienti dal resto del Paese e coinvolti da un evento così importante».

Polidoro: «Senza dubbio l’attesa, che cresce a mano a mano che ci avviciniamo alla data di inizio della fiera. Stiamo lavorando tutti insieme molto alacremente, con la Regione Campania e Scabec oltre agli altri partner, per organizzare questa terza edizione del Salone del libro. Forte è l’emozione ma anche il senso di responsabilità verso il primo evento di questo genere in Italia all’aperto».

Quanto è stato difficile a causa della situazione che stiamo vivendo organizzare quest’evento? Ci sono stati momenti in cui è prevalsa la paura che ci sarebbe voluto più tempo per rivedere di nuovo il Salone in Campania?

Bianco: «Sì. Per questo abbiamo rinviato più volte la data. È stato faticoso ma alla fine l’abbiamo trovata, anche se non era per nulla facile organizzare un evento del genere dove gli espositori saranno un po’ meno di quelli che un’occasione simile avrebbe potuto configurare. Siamo arrivati comunque a 100 standisti e non possiamo lamentarci. Grazie a tutti i nostri eccezionali partner, alla nostra buona volontà e ad una collaborazione ormai collaudata, così come al Direttore di Palazzo Reale (Mario Epifani ndr), persona straordinaria e disponibile, tutto è stato superato in virtù del fatto che c’era tanta volontà di organizzare quest’edizione».

Polidoro: «La paura ci ha sempre accompagnato in questi mesi, anche se abbiamo comunque continuato a credere nell’organizzazione dell’evento e a lavorare sempre con grande speranza. Oggi i dati della pandemia sono più favorevoli, la campagna vaccinale continua con efficacia e sembra più vicina quella luce fuori dal tunnel che speriamo di vedere pienamente il 1 luglio».

Rosario Bianco
Palazzo Reale è la location scelta per questa edizione. Al di là dei motivi di sicurezza si può dire sia stata anche una scelta simbolica: il cuore del centro storico di Napoli che si offre ad una manifestazione che esalta il libro, la sua filiera, il suo valore culturale, la sua tradizione ma anche la sua apertura all’innovazione?

Bianco: «La location è stata scelta proprio per stare nel cuore pulsante di Napoli. La nostra intenzione è appunto quella di far vivere ai lettori, agli ospiti e ai colleghi del Nord la parte più bella della nostra città. Questo naturalmente comporta alcune difficoltà di carattere logistico e organizzativo, ma ci dà l’opportunità di garantire al centro di Napoli un evento affascinante e bello come quello del Salone del libro».

Polidoro: «Dal punto di vista simbolico è il cuore di Napoli che ritorna finalmente a battere dopo un anno e mezzo che la storia di certo non dimenticherà. È la riappropriazione da parte nostra della quotidianità perduta».

Protagonista quindi è il libro, ultimo baluardo di una cultura destinata comunque a sopravvivere per sempre. Che funzione può avere il libro in un mondo che con il progresso dell’umanità sviluppa strumenti ed interessi diversi?

Bianco: «Il libro è uno strumento di libertà, di evasione, di rilassamento, di aggiornamento culturale e per questo non sarà mai abbandonato. In un anno e mezzo è cresciuto il numero dei lettori in Italia. Sarà stata la costrizione in casa, ma si tratta sicuramente di un dato che conforta coloro che portano avanti un’attività come la nostra e organizzano un evento come il nostro».

Polidoro: «Abbiamo registrato in questi mesi una evidente controtendenza, ossia che il libro sta diventando sempre più parte della quotidianità delle famiglie. Le vendite sono in grande incremento, le case editrici sono sempre più organizzate e da oggi la cultura in generale ed il libro sono al centro del PNRR nazionale previsto dal Governo all’interno delle strategie di recupero e di valorizzazione di tutti i settori economici. La cultura quindi è al centro del motore anche economico della nazione, dell’Europa e di tutto il mondo».

Alessandro Polidoro

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021

La cultura è un motore per la nostra società

La cultura è un motore per la nostra società

Antonio Parlati con Francesco Pinto

IN PRIMO PIANO

La cultura è un motore per la nostra società

Il Direttore del Centro produzione Rai di Napoli Antonio Parlati si racconta e parla del suo lavoro al Salone del Libro

di Giovanni Gaudiano

Il napoletano è oramai lingua da qualche tempo, ma a differenza dell’unità italiana non c’è stato bisogno di attendere per creare i napoletani. Quelli vengono da prima, da sempre. Quelli li riconosci da lontano e non per le classiche caratteristiche negative che qualcuno ha voluto subdolamente evidenziare, ma al contrario per tutto quanto di positivo fa parte dell’essere napoletano. Fantasia, inventiva, capacità di arrangiarsi, apertura mentale al nuovo, al diverso, voglia di imporsi, di scalare le posizioni e poi la bonarietà, il sorriso, la simpatia e quella determinante capacità di sapersi non prendere troppo sul serio. Il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati è un napoletano, per fortuna, e basta parlargli ed ascoltarlo per capire come è la maggior parte dei napoletani che grazie alla proprie capacità e caratteristiche ce l’hanno fatta. Chiacchierare con Antonio Parlati è semplice, significa trascorrere il tempo piacevolmente e poi man mano ti rendi conto che come tutti i napoletani che si rispettino è lì davanti a te con il cuore in una mano e la tazzina di caffè pronta nell’altra.

Lei è nato a Napoli nel 1958. Quali sono i ricordi legati alla sua gioventù, al suo quartiere?

«Sono cresciuto a Santa Lucia dove vivo anche adesso e mi considero un luciano a tutti gli effetti. Se debbo parlare di quando ero ragazzo, mi ricordo come il mio quartiere fosse considerato quello del contrabbando, quello degli inseguimenti a mare, proprio davanti alla costa, da parte della Guardia di Finanza che cercava di fermare quei velocissimi e famosi motoscafi blu. Sembrava per noi ragazzini di assistere ad un film dal vivo. Poi la mia gioventù è stata condita da tante partite di pallone tra ragazzi, una passione che mi è rimasta; e poi c’erano le comitive, quelle formate da un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, che al sabato pomeriggio si riunivano per stare insieme, per andare in giro, per conoscersi».

Come ed in cosa è cambiata la nostra città dagli anni della sua gioventù?

«Parto sempre dal presupposto che con l’età si acquisisca una percezione del mondo che ti circonda completamente diversa. Passando dalla gioventù alla maturità cambia il modo di rapportarsi al posto in cui vivi. Nel tempo acquisisci il concetto del pericolo. Se ripenso alla mia gioventù, ricordo che se a mezzanotte un amico ti diceva andiamo a Roma a prenderci una birra lo si faceva senza pensare se ne valesse la pena, per stare con gli amici si restava nel traffico anche per diverse ore».

E Santa Lucia come è cambiata?

«Santa Lucia, che a me piace molto, a partire dalla sua posizione invidiabile non è mai diventato un quartiere commerciale. Nonostante questo è cambiato molto, resta un punto di riferimento perché si trova al centro della città. Volendo, puoi andare a piedi ovunque senza dover partire dai quartieri periferici per trascorrere una serata nella nostra splendida Napoli. Penso che tutta la zona andrebbe valorizzata molto di più. Il progetto di pedonalizzazione che avrebbe dovuto coinvolgerla del tutto si è fermato e ritengo sia stata un’occasione persa».

Perché decise di andare in Brasile? Che tipo di scelta poteva essere raggiungere un paese tanto lontano e tanto diverso?

«Lo feci per seguire un carissimo amico dell’università che ci si trasferì perché aveva uno zio che viveva in quel paese. Ero attirato dal fatto di andare a vivere in un posto straniero tanto lontano, poi ci andai prima con un mio zio e ne rimasi folgorato e la mia decisione si rafforzò. Mio padre fu d’accordo ma mi lasciò la possibilità di ritornare se mi fossi ricreduto. Quando mi sono trasferito, le cose in Brasile cambiarono e mi resi conto dopo un po’ che sarebbe stato meglio tornare nonostante ad appena 22 anni vivessi ad Ipanema con la massima libertà. Fu dura tornare indietro».

A proposito del Brasile, che squadra seguiva?

«La Fluminense che aveva la maglia con i colori della nostra bandiera e che aveva un’accesa rivalità con il Flamengo, squadra più titolata e forte ma che non raccoglieva molte simpatie».

Aveva solo cinque anni il 7 marzo del 1963 quando Amintore Fanfani inaugurava il Centro di Produzione Rai in via Marconi a Fuorigrotta. Conosceva questo edificio così all’avanguardia a partire dalla sua architettura per quei tempi?

«No. Non conoscevo la struttura. Vivevo dall’altra parte della città. Certo attorno al Centro di Produzione della Rai nacque in quegli anni un polo, una zona intera e nuova del quartiere Fuorigrotta. Era un’epoca dove si parlava di meno e forse si faceva di più».

Dopo pochi mesi nel suo nuovo incarico ha parlato di un possibile e forse necessario refreshing della struttura. Si riferiva alla struttura portante o a quella che vi lavora?

«La struttura portante ne ha bisogno. Ha una sua bellezza inalterata negli anni che va conservata ed è un impegno non facile da mantenere. C’è d’altronde grande rispetto per questa meraviglia per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare, perché chi l’ha progettata ha avuto una grande lungimiranza. C’è una coerenza funzionale nella sua struttura e quindi è giusto pensare di tenerla sempre al meglio. D’altra parte è giusto ricordare che si tratta dell’unico Centro di Produzione Rai che abbia al suo interno un Auditorium».

Si può dire che lei sia uno che ce l’ha fatta. Che suggerimento darebbe ad un giovane che oggi pensa di trovare il suo posto nel mondo del lavoro?

«Non è facile. Gli direi probabilmente di non spaventarsi ed accettare qualunque sfida la vita ti proponga e soprattutto di insistere se un tentativo dovesse andare male».

Veniamo a NapoliCittàLibro. Qual è stato il primo pensiero che da socio fondatore le è passato per la testa quando ha saputo che il salone si sarebbe tenuto?

«C’era il desiderio e la voglia di ricominciare, anche se la situazione complicata nella quale ci si è trovati imponeva altre priorità. E devo ammettere che tutto sembrava remare contro al punto che abbiamo anche pensato di mollare, ma in virtù di quanto dicevo prima abbiamo resistito, abbiamo guardato avanti grazie anche alla verve da trascinatore di Diego Guida, ci siamo fatti coraggio a vicenda pensando che ce l’avremmo fatta. Ritengo che la cultura sia un vero motore per la società ed è anche un’occasione di grande arricchimento personale e quindi l’impegno a ripartire era dovuto».

Come seguirà NapoliCittàLibro la Rai?

«Rai Cultura seguirà certamente l’evento, visto che tra l’altro con il nostro Centro di Produzione c’è una proficua collaborazione. Per quanto riguarda l’impegno più specifico, quello quotidiano e di approfondimento, gli organizzatori del Salone sono in contatto per riuscire ad ottenere la migliore copertura possibile, tenuto conto che la questione pandemica non è ancora risolta. C’è comunque attorno al Salone un grande interesse anche perché sarà la prima manifestazione di questo genere che riaprirà i battenti».

Lei è anche presidente della Sezione Industria Culturale e Creativa dell’Unione Industriali di Napoli. Qual è l’impegno che bisogna profondere per rilanciare un comparto tanto vitale per la nostra città?

«Sento sempre parlare che sarebbe necessario fare rete, stare insieme e condividere gli obiettivi, poi alla fine, e non so se al Meridione la cosa è più accentuata, ognuno va per la sua strada. Non so quale sia il motivo principale che porta a questo stato di cose ma oggettivamente il problema dello stare insieme e della condivisione esiste. A parole sembriamo imbattibili ma nella realtà i problemi sono davvero tanti. Ritengo che questo stato di cose non aiuti nessuno e che certi gap che abbiamo con altre zone del Paese possano essere annullati solo con un maggiore e convinto sforzo collettivo».

Quanto mancherà la presenza di Luis Sepùlveda, anche se la manifestazione resta dedicata a lui, portato via proprio dal Covid?

«Mancherà tantissimo. La notizia ci ha colto impreparati anche dal punto di vista emotivo. Ci resterà la sua umanità, la sua sensibilità oltre che la profondità del grande scrittore-poeta. Certo sarebbe stato bello averlo qui tra di noi dal vivo, ascoltare la sua voce. Sarebbe stata un’occasione di arricchimento del patrimonio personale per ognuno di noi, ma purtroppo non sarà così».

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

“Spalletti è un vincente, il pubblico stia tranquillo”

“Spalletti è un vincente, il pubblico stia tranquillo”

L’OPINIONE

“Spalletti è un vincente, il pubblico stia tranquillo”

Pietro Lo Monaco con la sua esperienza parla del prossimo tecnico ingaggiato da De Laurentiis per la panchina del Napoli

di Gianluca Gifuni

Pietro Lo Monaco è uno dei più brillanti e navigati manager del calcio italiano. Ha fatto il calciatore, poi l’allenatore e infine il dirigente, dunque conosce tutte le dimensioni di un mondo affascinante e difficile. Tra le sue tante conoscenze c’è anche quella di Luciano Spalletti, il nuovo allenatore del Napoli. Lo Monaco fu il primo a scoprire il talento del tecnico di Certaldo, il primo a capirne valore e qualità, il primo a volerlo portare nel calcio che conta.

Era il periodo dell’Udinese, Lo Monaco era direttore dell’area tecnica, protagonista di un percorso di successo intrapreso con i Pozzo.

«La mia Udinese era reduce dal brillante triennio di Zaccheroni che poi andò al Milan. Dovevamo cambiare e il primo allenatore che suggerii a Pozzo fu Luciano Spalletti, che all’epoca allenava l’Empoli. Era un mio pallino, lo seguivo con attenzione perché mi piaceva il modo in cui faceva giocare la squadra».

Era il 1998, Spalletti aveva 38 anni e già 5 anni di panchina ad Empoli tra giovanili e prima squadra.

«Ho fatto per anni l’allenatore, riesco a capire chi ha la stoffa. Per Spalletti avevo immaginato sin da subito un grande futuro».

Insomma, lei lo consigliò al patron Pozzo, poi che successe?

«Lo incontrammo. Luciano ci portò a cena in un ristorante, nei pressi di Empoli, dove mangiammo benissimo. Ero convinto che lui fosse l’allenatore giusto per la strategia dell’Udinese di allora. Lui si mostrò umile, quasi scettico sulle proprie possibilità. Aveva quel senso di fatalismo prossimo alla incredulità. Il club, alla fine, scelse Guidolin, e Luciano andò alla Sampdoria. Tuttavia Pozzo non dimenticò il mio suggerimento; quella cena evidentemente dovette convincerlo, visto che tre anni più tardi, quando io avevo già lasciato Udine, ingaggiò proprio Spalletti».

Teun Koopmeiners
Che significa Spalletti sulla panchina del Napoli?

«Esprime la voglia di continuare a stare in alto. Non è certo una scommessa, è un allenatore con mentalità vincente. Farà bene a Napoli».

Del resto lei è stato il primo a capire che aveva talento.

«Come calciatore Spalletti aveva più carattere che qualità, come allenatore è molto meglio. È uno moderno, che si evolve continuamente. Un precursore del 4-2-3-1 con il quale riesce a costruire squadre con una notevole espressione di gioco e una capacità di gestione della palla ottimale. Le sue sono sempre state squadre propositive».

A proposito del 4-2-3-1, da Gattuso a Spalletti, in fatto di modulo non cambia nulla?

«Invece sì, cambia tutto. Anche se i numeri dicono che i sistemi di gioco sono uguali, le sfaccettature, i dettagli, i particolari cambiano e rendono molto diverso un modulo da un altro. Spalletti difficilmente propone squadre che attendono l’avversario, vuole sempre imporre il gioco. Gattuso spesso aspetta e riparte».

Il suo entusiasmo nei confronti di Spalletti non è lo stesso dei napoletani. In città una parte dei tifosi è contenta, l’altra metà ha accolto con una certa diffidenza l’avvento del nuovo tecnico. Perché?

«Non saprei. Ho letto che il giudizio dei tifosi sarebbe condizionato dal carattere dell’allenatore, dalle cronache relative alla gestione dei casi Totti e Icardi. Luciano è uno che cerca di imporre le regole a tutto il gruppo, devono rispettarle tutti, senza distinzioni. Non ammette che qualcuno esca fuori dal coro. È chiaro dunque che ogni tanto si possa andare allo scontro con un calciatore di personalità e carattere. Può succedere».

Napoli è una città che dà emozioni e pressioni forti…

«Spalletti è uno che le pressioni le sente, le vive intensamente. In passato queste pressioni le subiva anche, oggi credo non le subisca più, dopo aver allenato in piazze esigenti come Roma e Milano. Supererà anche l’esame napoletano, statene certi».

Tra le varie manifestazioni di diffidenza di questi giorni c’è anche quella di chi dice che a Spalletti piaccia più parlare che stare in campo.

«Che cosa assurda. Il Napoli ha scelto uno dei migliori allenatori in circolazione, per lui parlano i risultati. Cosa vuole la gente? Mourinho è uno che parla molto e allena meno, Spalletti non è assolutamente così».

In che modo il tecnico costruirà il nuovo Napoli?

«Per me deve strutturare prima di tutto il centrocampo. Vedrete, l’attenzione di Luciano si concentrerà proprio sulla zona centrale. Il Napoli ha bisogno di due mediani, un equilibratore di gioco che abbia anche sostanza e poi un interdittore. Oggi in Europa Koopmeiners dell’Az Alkmaar è uno dei più validi. Acquistare l’olandese significa assicurarsi ordine mentale e tattico, quello che fino a ieri mancava al Napoli a metà campo. Caro Luciano, suggerisci a De Laurentiis di prendere l’olandese e non te ne pentirai».

A proposito di De Laurentiis, i rapporti tra il presidente e gli allenatori, dopo un po’ di tempo, sono sempre diventati burrascosi. È un altro esame da superare per Spalletti?

«De Laurentiis è una prima donna e bisogna avere la capacità di riservargli il ruolo di prima donna. Luciano è una persona intelligente, ogni tanto sbullona, ma ha la capacità di capire quando è il momento di lasciare spazio agli altri. De Laurentiis-Spalletti è un binomio che può avere successo».

Ma la gente di Napoli aspetta i successi della squadra…

«Le vittorie arriveranno se la società interverrà in modo serio sul mercato. Oltre ai centrocampisti, c’è bisogno assolutamente di un esterno sinistro basso di qualità. Se il mercato sarà proficuo, il Napoli si rimetterà in carreggiata per i primissimi posti della classifica. Spalletti, da questo punto di vista, è una garanzia, è un vincente, ha sempre vinto qualcosa».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021