Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

FRAMMENTI D’AZZURRO

Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

L’augurio e la speranza di tutti i tifosi è che il Napoli possa giocare nella prossima stagione nell’Europa che conta

di Giovanni Gaudiano

La stagione del Napoli forse è davvero arrivata ad un bivio risolutivo.
La considerazione non è nuova. La squadra è attesa a partire da oggi da 6 gare in 23 giorni. Una partita mediamente ogni 4 giorni e quindi si sconvolgerà nuovamente la famosa settimana d’allenamento tipo gradita un po’ a tutti i tecnici compreso Gattuso. Sarà forse l’ultimo banco di prova per il tecnico che, se superasse bene l’esame, potrebbe mettere in difficoltà il presidente. È ragionevole a questo punto pensare che De Laurentiis abbia in testa un piano per la prossima stagione e che magari possa rivederlo.
Per capire, però, cosa potrebbe accadere in questo finale di stagione forse è utile riflettere su accaduto in precedenza.
Sono otto le gare giocate nel girone di ritorno e, rispetto alle stesse gare del girone d’andata, il Napoli sarebbe in perfetto equilibrio se non avesse sciupato la preziosa vittoria che stava ottenendo contro il Sassuolo. Otto partite, due sconfitte sia all’andata che al ritorno, sei vittorie all’andata e 5 vittorie con il pareggio citato dopo il giro di boa. Una sola possibile sostanziale differenza divide i due segmenti della stagione. All’andata il Napoli giocò cinque volte in casa e tre volte in trasferta di conseguenza in questo avvio del girone di ritorno le cose si sono invertite.
Ma il fattore campo senza il pubblico non conta, direbbe qualcuno. È vero, ma se la squadra azzurra dovesse confermare la tendenza dell’ultimo periodo che l’ha vista prevalere con continuità al Diego Maradona, subendo una sola rete nel 3 a 1 con il Bologna, si potrebbe pensare ad un decisivo sprint finale visto che a maggio tre delle cinque gare previste si giocheranno a Fuorigrotta.
Poi arriverebbe il momento dei bilanci, delle riflessioni e delle decisioni. La scelta del prossimo allenatore andrà fatta, però, dopo che la società avrà deciso un programma e soprattutto scelto l’obiettivo a cui puntare con decisione.

L’augurio di tutti è che il Napoli possa giocare nella prossima stagione nell’Europa che conta, soprattutto pensando agli introiti garantiti dalla partecipazione alla Champions. In questo momento non sembrerebbe necessaria una rivoluzione della rosa ma alcuni cambiamenti appaiono inevitabili. Qualche addio in ogni caso sarebbe bene ci fosse. Gli arrivi dovranno essere funzionali alla scelta del tecnico che sarebbe meglio accontentare. A tale proposito l’augurio è quello che non venga fatta una scelta di facciata ma piuttosto si decida di intraprendere un percorso che sia la realizzazione di un progetto, la creazione di una società forte, riconoscibile, con un suo centro d’allenamento ed un settore giovanile all’avanguardia e con una solida e competente struttura societaria. Agli appassionati, quelli veri, non basta più il colpo a sensazione e la partecipazione alla Champions. Meglio costruire il futuro che vivacchiare tra qualche buon risultato sportivo, cessioni milionarie e incomprensibili silenzi stampa. Finale dedicato a Mertens. Con lui in campo e in condizione il Napoli è un’altra squadra. Al belga ed al Napoli auguriamo che fino alla fine del campionato la sua vena realizzativa continui.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Benevento-Parma: tre punti nell’uovo di Pasqua

Benevento-Parma: tre punti nell’uovo di Pasqua

L’ANALISI

Consolidare la classifica

Dopo aver “stregato” la Juventus allo Stadium prima della sosta il Benevento cerca un altro successo nella sfida contro il Parma. Per Filippo Inzaghi e Roberto D’Aversa un confronto che potrebbe segnare la stagione

di Marco Boscia

Da un lato il Benevento, dall’altro il Parma. Due squadre con lo stesso obiettivo, la salvezza, ma che arrivano alla sfida di oggi in maniera diversa. Sarà importante in tal senso l’approccio alla gara e, a fare la differenza, potrebbero essere le motivazioni e la giusta carica che Filippo Inzaghi e Roberto D’Aversa saranno in grado di infondere ai propri uomini.

Come arrivano i sanniti

Benevento rinvigorito dal prestigioso successo contro la Juventus del 21 marzo. Difatti, nonostante le importanti assenze per squalifica di Glik e Schiattarella, Inzaghi a Torino ha saputo cambiare volto alla sua squadra imbrigliando i bianconeri con un inconsueto 5-3-2 che ha permesso ai sanniti, prima della sosta per le nazionali, di guadagnare 3 punti fondamentali nella corsa salvezza. Punti che hanno acquisito una valenza maggiore con la concomitante sconfitta delle quattro compagini che in classifica si trovano attualmente alle spalle dei sanniti. Sono 7 adesso i punti di vantaggio del Benevento sul Cagliari, che occupa la terzultima posizione, e ben 10 sul Parma, posizionato al penultimo posto.

Come arrivano i ducali

Saranno proprio i gialloblù a giocarsi le ultime carte a disposizione per ottenere la permanenza in massima serie oggi alle 15.00 al Vigorito. Il Parma arriva alla sfida dopo la pesante sconfitta in casa contro il Genoa. I ducali, passati in vantaggio con una splendida rovesciata di Pellé, si sono poi disuniti facendosi rimontare prima e sorpassare poi dai rossoblù che, con la doppietta del subentrato Scamacca, sono riusciti ad ottenere un successo importante in chiave salvezza. Parma che ha perso così la possibilità di ottenere un successo importante che gli avrebbe permesso di muovere la classifica dando continuità alla prestigiosa, ed anche inaspettata, vittoria contro la Roma di sette giorni prima.

LA PRESENTAZIONE

Benevento-Parma: tre punti nell’uovo di Pasqua

A dieci gare dalla fine del campionato oggi allo Stadio Ciro Vigorito un confronto importante per le due formazioni

Obiettivo vittoria

Il pareggio, arrivato già nella sfida d’andata, stavolta potrebbe non servire ad entrambe le contendenti. Visto il vantaggio del Benevento sulla terzultima potrebbe forse fare più comodo ai padroni di casa, ma vincere, a questo punto della stagione, sarebbe fondamentale per i sanniti che potrebbero allungare ancora in classifica superando inoltre la soglia dei 30 punti. Di contro, la vittoria è l’unica strada percorribile dal Parma per continuare a sperare in una salvezza che, giornata dopo giornata, è iniziata ad apparire sempre più improbabile. Se, infatti, nelle prime sedici gare di campionato il Parma aveva ottenuto soltanto 12 punti con Liverani alla guida, non è riuscito a fare meglio nelle successive dodici gare con il ritorno di D’Aversa in panchina conquistando solo 7 punti.

Ritorno al passato

Se da un lato il presidente del Benevento, Oreste Vigorito, sta portando avanti un progetto con Filippo Inzaghi, capace di battere ogni tipo di record lo scorso anno in B, il nuovo patron del Parma, l’americano Kyle Krause, non si sarebbe forse mai aspettato di vivere una stagione del genere, soprattutto considerando l’undicesimo posto conquistato dai gialloblù nello scorso torneo. Svariati sono stati gli errori. Innanzitutto la mancata conferma alla guida tecnica di Roberto D’Aversa che, in quattro anni, era riuscito a riportare la squadra dalla C alla A conquistando in massima serie un quattordicesimo posto ed, appunto, l’undicesimo dello scorso anno. All’arrivo di Liverani in panchina sarebbe poi dovuto corrispondere un rinnovamento della rosa. Ma la società in estate non si è mossa sul mercato, consegnando al nuovo allenatore una formazione praticamente identica a quella dell’anno precedente e non assecondando la sua filosofia di gioco. La società ha pensato ad acquisire a titolo definitivo quei calciatori che avevano fatto una buona stagione e che erano arrivati in prestito – Sepe, Inglese, Grassi, Karamoh, Pezzella, Hernani – perdendo due pilastri importanti per la squadra – Darmian e Kulusevski – acquistati da Inter e Juventus. Nel suo 4-3-1-2, Liverani non ha quindi avuto a disposizione un vero trequartista, dovendo adattare più volte diversi calciatori in quel ruolo. Dopo sedici partite e soli 12 punti conquistati, il tecnico ha pagato con l’esonero la mancanza di risultati. La società ha pensato quindi di fare retromarcia richiamando D’Aversa e rinnovando, principalmente nel reparto avanzato, la rosa nel mercato invernale. Intervento che, ad oggi, appare essere risultato tardivo e che, per il momento, non ha sortito i risultati sperati.

Le mosse dei due tecnici

La gara di oggi si presenta, per i motivi sopracitati, come un confronto che entrambi gli allenatori vorranno cercare di giocarsi a viso aperto. Per farlo Inzaghi sembra intenzionato a riproporre dall’inizio il tandem d’attacco Lapadula-Gaich che a Torino ha dimostrato di poter coesistere e che potrebbe rivelarsi la carta vincente del tecnico piacentino da qui fino al termine della stagione. D’Aversa invece, se Gervinho non dovesse recuperare dal problema muscolare ai flessori della coscia sinistra, dovrebbe insistere su Man e Karamoh insieme a Pellé nel tridente offensivo dopo la buona prova offerta contro il Genoa. Scalpita per una maglia da titolare Gagliolo, appena tornato a disposizione e che dovrebbe occupare il ruolo di terzino sinistro in luogo dello squalificato Pezzella.

I precedenti

Uno soltanto il precedente fra Benevento e Parma. Quello della sfida d’andata al Tardini. Finì a reti inviolate e prevalse più la paura di perdere che la voglia di superare l’avversario. Soprattutto per i padroni di casa. A fare la partita furono di più gli ospiti che, in particolar modo nella ripresa, sfiorarono il vantaggio in varie occasioni. Dopo la vittoria contro la Fiorentina ed il pareggio contro la Juventus, il Benevento, forse nel suo momento stagionale migliore, ripropose un’altra prestazione di carattere e di spessore. Il Parma, allora allenato da Liverani, con il pareggio guadagnò il suo decimo punto in classifica e, ad un girone di distanza, si presenta alla sfida del Vigorito con soli 9 punti in più.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano a destra con Luigi De Canio al Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano, ex laterale di Napoli e Crotone, è pronto a scommettere sulle possibilità Champions degli azzurri

di Bruno Marchionibus

Raffaele Ametrano nel corso della sua carriera ha vestito molte maglie, onorandole tutte con corsa, grinta e abnegazione. Nel suo palmares, impreziosito dall’Europeo Under 21 vinto nel ’96 e dalla partecipazione alla spedizione olimpica dello stesso anno, ci sono due “trofei” che, a livello emozionale, valgono più di tante medaglie: aver conosciuto Maradona, ai tempi in cui l’esterno militava nel settore giovanile partenopeo, e aver vestito la maglia azzurra avanti ai 70mila del San Paolo, quando con De Canio il Napoli sfiorò la promozione in A nel 2001/02. Nella stagione precedente, Ametrano aveva militato nel Crotone, squadra che oggi affronterà gli azzurri a Fuorigrotta.

Nonostante la distanza in classifica, la sfida coi calabresi può nascondere delle insidie per il Napoli?

«Tutte le partite di Serie A possono nascondere delle insidie; abbiamo visto, ad esempio, la Juve perdere in casa col Benevento o lo Spezia battere il Milan. Ogni match va affrontato con la giusta cattiveria, ma se il Napoli scenderà in campo concentrato sulla carta il pronostico è decisamente chiuso in suo favore».

Dopo i successi su Milan e Roma crede nelle possibilità Champions della squadra di Gattuso?

«Certo. La classifica dice che il Napoli è in piena lotta, e se guardiamo al trend delle pretendenti in questo periodo, gli azzurri possono giocarsi senza dubbio le proprie chances. C’è ancora, poi, la gara da recuperare con la Juve, e se i campani vincessero quel match diventerebbero una delle più serie candidate a rientrare tra le prime quattro».

A proposito di Juve-Napoli, che partita si aspetta?

«In questo momento il Napoli sembra più in salute dei bianconeri, anche se la Juve ha giocatori in grado di risolvere la gara in qualsiasi momento. Sarà sicuramente una sfida equilibrata, e c’è anche da capire come andranno i rispettivi incontri con Crotone e Torino».

Tornando proprio al Crotone, ritiene che i rossoblù possano ancora giocarsi la salvezza?

«Sicuramente la permanenza in A in questo momento appare come un traguardo difficile da raggiungere. La sconfitta per 3 a 2 subita in casa dal Bologna, dopo essere stati avanti di due reti, rischia di essere una batosta anche dal punto di vista psicologico dalla quale non sarà semplice riprendersi».

Il match del Maradona arriva dopo lo stop per le Nazionali. La sosta in questo momento può rappresentare un problema?

«Senza dubbio la pausa rompe un po’ il ritmo. In questo momento storico, inoltre, è sempre pericoloso mandare tanti giocatori in giro per l’Europa, col rischio non solo di infortuni ma anche di contagi. Questo, ad ogni modo, è un problema che riguarda tutte le grandi squadre e non solo i partenopei».

C’è qualche ricordo in particolare legato alla sua doppia esperienza napoletana?

«I ricordi sono tanti. Ho avuto la fortuna di far parte del settore giovanile in un periodo bellissimo, in cui il Napoli vinceva gli Scudetti e noi ragazzi avevamo il privilegio di poter vedere Diego da vicino. Vestire la maglia azzurra “da grande” e giocare avanti ai 70mila del San Paolo, poi, per me è stata la realizzazione di un sogno, un’emozione indescrivibile».

Quell’anno nella rincorsa verso la promozione, poi sfumata di un soffio, il pubblico ebbe un ruolo fondamentale. Nello scontro diretto con la Reggina lo stadio era gremito…

«Sì. Purtroppo quella fu una stagione complicatissima con tante vicissitudini societarie; la squadra in parte ne risentì anche se poi fummo protagonisti di una bella cavalcata che per poco non ebbe il lieto fine. Avessimo vinto quella partita con la Reggina, saremmo stati noi a guadagnare la promozione; quel giorno fummo sfortunati, dominammo i 90 minuti e avremmo meritato di conquistare i 3 punti».

Continuando a parlare del pubblico di Fuorigrotta, quanto è mancato quest’anno l’apporto del dodicesimo uomo in campo alla squadra?

«Il Maradona è uno stadio che fa la differenza, soprattutto quando il Napoli non è al 100% e i tifosi riescono a dare una spinta in più ai propri calciatori. È pur vero che il supporto del tifo quest’anno è mancato a tutte le squadre; d’altronde, lo sappiamo, questa è un’annata molto particolare».

Prima ha raccontato che ai tempi della Primavera a voi ragazzi capitava di incrociare Maradona. C’è qualche episodio particolare legato a Diego che le è rimasto impresso?

«Sì. Una volta in cui noi ragazzi giocammo la partita di allenamento del giovedì contro la prima squadra, io e Fabio (Cannavaro, ndr) a fine partita chiedemmo, un po’ imbarazzati, le scarpe a Diego, ma con poche speranze di essere accontentati. Dopo due giorni, invece, ci sono arrivate le scarpette; da episodi come questo si può capire quale sia stata la grandezza di Maradona e quanto la sua scomparsa sia stata un dispiacere immenso per tutti».

Riguardo ai settori giovanili, a parer suo in Italia si punta ancora troppo poco sui giovani rispetto ad altre realtà europee?

«Un po’ sì, anche se il trend sta cambiando. Al giorno d’oggi anche le grandi società hanno bisogno di giovani; le spese oramai sono folli e quindi c’è necessità per tutti di dare nuova linfa ai settori giovanili. Prima il calcio italiano era estremamente in salute, vincevamo coppe frequentemente, mentre ora facciamo fatica anche a qualificarci per i quarti di finale. In questa stagione, poi, si è perso tanto dal punto di vista economico per i minori incassi, e i club devono giocoforza guardarsi intorno e far crescere i propri ragazzi».

Parlando di ricordi ha nominato, oltre a Maradona, anche Cannavaro. Negli ultimi anni a livello mondiale di difensori del livello del Pallone d’Oro 2006 ce ne sono sempre meno. Da cosa dipende secondo lei questa crisi nel ruolo?

«Cannavaro è stato un autentico fenomeno. Sapeva impostare ed era insuperabile in marcatura. Fabio, però, è cresciuto lavorando su quei fondamentali. Oggi magari si cercano più altre cose, come la capacità di ripartire dal basso e di gestire la palla, mentre prima il difensore era visto più come il marcatore che doveva fermare gli attaccanti avversari. C’è anche da dire che ci sono stati dei cambiamenti nel regolamento per cui ai difensori di oggi è concesso meno in termini di aggressività».

In conclusione, dopo la carriera da calciatore lei ha avuto anche esperienze da allenatore. Come giudica il lavoro di Gattuso e pensa che il tecnico ad oggi meriterebbe la riconferma?

«Rino è un amico, abbiamo giocato insieme e già solo per il modo in cui vive per il calcio lo riconfermerei. È un ragazzo che dà davvero tutto se stesso per il proprio lavoro e penso vada apprezzato per questo. Io credo che il Napoli sia stato anche sfortunato in questa stagione, non avendo a disposizione per molto tempo giocatori in grado di fare la differenza. Il lavoro dell’allenatore può arrivare fino a un certo punto, poi se in campo viene a mancare la qualità le partite non si vincono. Immaginiamo se all’Inter fossero venuti meno Lukaku e Lautaro; i nerazzurri sarebbero rimasti una buona squadra ma avrebbero avuto senz’altro più difficoltà. Per me Gattuso è un valore aggiunto nel Napoli e sarebbe un vero peccato se andasse via».

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

LA PARTITA DI OGGI

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

Dopo aver battuto Milan e Roma fuori casa il Napoli è chiamato a non fallire l’esame al Maradona contro il Crotone ultimo

di Marco Boscia

Gli azzurri

Recuperati i 12 nazionali che sono stati in giro per il mondo, il Napoli arriva al match di oggi con 5 risultati utili consecutivi e 13 punti conquistati su 15. E, soprattutto, dopo aver ottenuto il massimo dalle trasferte di Milano e Roma con cui si è rilanciato in classifica portandosi a meno due da quel quarto posto che gli garantirebbe la qualificazione alla prossima Champions. Per raggiungerlo bisogna che gli uomini di Gattuso anche oggi scendano in campo per conquistare i 3 punti preparandosi poi ad affrontare la Juventus fra quattro giorni a Torino nel match contro i bianconeri che, dopo diversi rinvii e le svariate polemiche che ha generato da ottobre in poi, sembra essere finalmente alle porte.

I rossoblù

Gli ospiti arrivano al match da ultimi della classe ma con un nuovo allenatore in panchina, arrivato in Calabria esattamente un mese fa. In quattro partite Serse Cosmi ha ottenuto soltanto 3 punti battendo il Torino. Dopo il 5 a 1 rimediato a Bergamo dall’Atalanta alla prima, l’allenatore sembra essere ugualmente riuscito, in poche settimane di lavoro, a dare ai suoi calciatori una mentalità diversa. La squadra calabrese è già apparsa più vogliosa e convinta dei propri mezzi e, anche nelle sconfitte contro Lazio e Bologna, è riuscita a mettere in difficoltà gli avversari fino al novantesimo. Il Crotone scenderà oggi in campo senza avere quindi nulla da perdere e per giocarsi le ultime residue possibilità di ottenere la permanenza in massima serie.

Grinta e passione

Da una parte Gattuso, dall’altra Cosmi. Due allenatori simili. Sanguigni, schietti, sinceri, che in carriera non le hanno mai mandate a dire. Non è la prima volta che si incrociano in panchina. È già successo ai tempi della B quando guidavano rispettivamente Pisa e Trapani. E poi lo scorso anno quando il Perugia, appena ingaggiato Cosmi, venne battuto 2 a 0 dal Napoli, con una doppietta di Insigne nell’ormai ex San Paolo, nella gara valevole per gli ottavi di finale di Coppa Italia. Ma stasera il Crotone di Cosmi, che stuzzicato ha accettato di provare a fare il miracolo, venderà cara la pelle. Come non ricordare il suo quadriennio alla guida del Perugia, agli inizi degli anni 2000, in cui lanciò alcuni giovani come Materazzi e Grosso, poi campioni del mondo nel 2006, e dove conquistò per tre volte la salvezza riuscendo anche a portare la società, dell’allora presidente Gaucci, con la vittoria dell’Intertoto, in Europa. Dopo aver sfiorato la salvezza con il Lecce nel 2012, Cosmi è poi nuovamente tornato alla ribalta in serie B. Prima con il Trapani, portato in finale playoff, persa contro il Pescara, e poi con l’Ascoli, squadra presa in corsa e portata ad una miracolosa salvezza nella stagione 2017/2018 con 32 punti in 25 partite.

Gli uomini chiave

In vista della sfida alla Juventus, Gattuso oggi non dovrebbe rischiare Lozano dal primo minuto. Il messicano è anche diffidato e, visto il periodo particolarmente roseo di Politano, è probabile che il tecnico si affidi ancora a lui sulla corsia offensiva di destra. In difesa assenti Koulibaly, squalificato, e Rrahmani, ancora infortunato. A centrocampo uno fra Demme e Ruiz, entrambi diffidati, potrebbe rifiatare in luogo di Bakayoko. Nelle file del Crotone non dovrebbero riuscire a recuperare dai rispettivi infortuni i tre ex “napoletani” Luperto, Cigarini ed Ounas. Cosmi dovrà rinunciare in mezzo al campo anche a Petriccione, squalificato, sostituendolo probabilmente con Molina ed avanzando Messias dietro le punte in un 3-4-1-2 offensivo. Il tecnico perugino confida nella verve sotto porta di Simy, cannoniere più prolifico della storia dei calabresi, già a quota 13 in classifica marcatori in questa stagione ed in gol sei volte nelle ultime quattro partite.

I precedenti

Quello di oggi sarà il decimo confronto fra Napoli e Crotone. Una storia recente, cominciata nel 2001, che vede i campani in netto vantaggio sui calabresi. 7 vittorie azzurre, 1 pareggio, nel campionato di Serie B stagione 2001/2002, ed 1 sola vittoria rossoblù, sempre in B nel 2007. L’ultima vittoria del Napoli in casa, nonché ultima panchina azzurra di Sarri, risale al 20/05/2018, quando gli azzurri si imposero per 2 a 1 condannando alla B i calabresi. Nella sfida d’andata quest’anno il Napoli si è imposto per 0 a 4 allo Scida di Crotone con i gol di Insigne, Lozano, Demme e Petagna.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

PROTAGONISTI

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

Enrico Ianniello ci parla del lavoro partendo dall’autore, passando per il regista D’Alatri e arrivando ai compagni di viaggio

di Giovanni Gaudiano

Il successo televisivo de Il commissario Ricciardi ha riportato in libreria molti lettori che per una ragione o per un’altra non avevano pensato in precedenza di leggere i libri di Maurizio de Giovanni o che magari non li avevano letti tutti.
L’autore va comprensibilmente fiero di questo che è un risultato importante, ottenuto anche grazie al lavoro di Alessandro D’Alatri e del cast scelto per portare in tv un noir molto particolare che ha subito incontrato il favore del pubblico.
La somma delle cose positive che una tale produzione è stata capace di raccogliere, al di là delle storie raccontate, deve essere necessariamente ascritta anche alla presenza di una serie di attori di grande qualità e capacità. Lo stesso scrittore di recente in un’intervista si è spinto sino a dire che «nessuna città italiana ha una così grande classe attoriale», parlando della sua Napoli.
Ed allora perché non esplorare questi interpreti, peraltro in molti casi già noti, e farlo adesso che la serie è finita e quindi tutti quelli che li hanno visti all’opera si saranno fatti una propria idea? La speranza è ovviamente quella di creare ancora sani motivi di discussione sulla serie di cui si aspetta a questo punto con interesse la seconda stagione.
Analizzando le storie, l’ambientazione temporale e lo sguardo rivolto ad un periodo tanto complicato per l’Italia, quale personaggio poteva essere il più idoneo per aprire un percorso, che proseguiremo, che dal ruolo in Ricciardi potesse dare allo spettatore uno sguardo più ampio anche sull’attore capace di interpretarlo così bene?
Senza alcun dubbio l’interpretazione di Enrico Ianniello del ruolo del dottor Bruno Modo ha nella storia televisiva, come in quella cartacea, una sua rilevanza per una serie di motivi.

Ed allora partiamo da lui, da quel volto simpatico, da una persona con una parlata mai banale come non lo è il personaggio che gli è stato affidato. Dove ti trovi, Enrico? Cosa stai facendo?

«Sono a casa mia, in Spagna (vicino Barcellona, ndr) e sto chiudendo proprio in questi giorni il mio prossimo romanzo che uscirà il 10 giugno per la Feltrinelli. Si tratta di un libro che partirà da una riflessione su un episodio che è rimasto nel cuore di tutti, accaduto oramai 40 anni fa a Vermicino: la tragedia di Alfredino Rampi. La data d’uscita del libro è proprio quella dell’incidente che costò la vita a quel bambino di 6 anni. Il libro comunque non racconta quella storia ma parte solo da quell’episodio per raccontare una storia diversa».

In Spagna, dove si trova Ianniello, il teatro sia pur con limitazioni funziona ma tralasciando questa differenza con il nostro paese parliamo della fiction “Il commissario Ricciardi”. Avevi letto i libri di de Giovanni prima o magari l’hai fatto in quest’occasione di lavoro?

«Li avevo già letti ed in particolar modo quelli dedicati a Ricciardi perché in qualche modo fu un piccolo caso nella comunità del teatro napoletano. C’è infatti una certa vicinanza tra le storie raccontate e il teatro dove spesso sono state ambientate e poi perché Maurizio de Giovanni è un appassionato spettatore teatrale e quindi all’epoca veniva spesso alle varie rappresentazioni e ci eravamo conosciuti in alcune occasioni. Questo ha finito a suo tempo per creare una sorta di piccola comunità che, incontrandosi di frequente, è diventata sempre più numerosa e più coesa proprio per le assidue frequentazioni».

Sono passati 15 anni dall’uscita del primo libro dedicato a Ricciardi, che sensazioni ricordi di avere avuto all’epoca leggendolo?

«Intanto mi era piaciuta la leggerezza e la capacità nella scrittura di Maurizio che lo ha portato a scrivere tanto e bene. Tante storie, tanti personaggi, tutti ritratti con estrema empatia e con una grande vicinanza da parte dello scrittore nel dipingere ogni tratto del personaggio. E poi mi era piaciuta questa intuizione di Luigi Alfredo, il commissario. Tutti più o meno gli attori della mia generazione abbiamo sognato di impersonarlo».

Il tuo personaggio è uno dei più importanti per la struttura temporale nella quale sono calati i noir dell’autore napoletano. Proviamo a descriverlo andando oltre quello che abbiamo visto in televisione…

«Intanto ci sono i romanzi di Maurizio. È lui che ha avuto questa bellissima idea e questa intuizione del personaggio. E la bella intuizione consiste nel fatto che in un’epoca nera sia dal punto di vista iconografico che politico, facendo un lavoro che lo porta ad eseguire di continuo autopsie, a dissezionare cadaveri, tutto da rapportare alle modalità ed agli strumenti a disposizione negli anni 30, soprattutto le mani, quest’uomo sa godersi la vita. Capace come è di riconoscere le gioie di tutti i giorni e quindi di sapersele prendere perché poi tutti i giorni guarda in faccia la morte. Per me Modo è la sintesi più assoluta della napoletanità quando si esprime al meglio. Cioè la capacità di essere simpatico, gioviale, di sapersi godere la vita perché tutti i giorni sa guardare in faccia le cose che appartengono alla morte».

Leggendo il libro, si poteva immaginare un medico magari più vecchio stampo. La tua interpretazione ci ha restituito un personaggio di quei tempi ma con una forte vena attuale. Sei d’accordo?

«Purtroppo sì. E mi esprimo così perché sarebbe bello che l’aspetto antifascista di Bruno Modo fosse una cosa antica e superata. Sarebbe bello dire, uh guarda all’epoca come facevano per essere antifascisti, invece purtroppo non lo è, nel senso che è attuale oggi dover ancora dire certe cose in difesa della libertà, in difesa della donna, in difesa strenua dei diritti di chiunque senza totalitarismi, senza alcuna forma di autoritarismo. E poi penso sia attuale anche per un paradosso. Se all’epoca ci voleva tanto coraggio a parlare, a dire certe cose, oggi ci vuole molto coraggio a stare zitti. Perché oggi tutti noi siamo abituati a dire la prima cosa che ci passa per la testa pubblicandola di qua e di là, invece per dire bene cose importanti brevemente ci vuole molto tempo e quindi ci vorrebbe molto silenzio».

Avete girato durante questo periodo così difficile. Quali difficoltà avete incontrato soprattutto nella parte dove i dialoghi avvengono forzosamente in modalità ravvicinata?

«È cambiato proprio tutto, anche se chi fa cinema e televisione continua a lavorare mentre gli altri sono totalmente fermi. Ho fatto il tampone a giorni alterni, siamo sempre stati soggetti ad un grandissimo controllo. Poi è vero, meno pacche sulle spalle e ci si abbraccia un po’ di meno. Però la simpatia riusciamo sempre ad esprimerla, magari in altri modi».

Tra le location utilizzate so che c’è stata la vecchia zona Nato di Bagnoli con la ricostruzione di una via Roma simile a quella di quei tempi. Come vi siete trovati, quale la sensazione pensando che si trattava di un sito militare per il quale è in corso una riconversione?

«Ho girato poco in quella location, però ho pensato e penso che quello sarebbe un posto bellissimo per farci una cittadella del cinema. Sarebbe la giusta riconversione per un posto nato con un obiettivo militare che diventa luogo d’arte a 360 gradi. Sarebbe una cosa davvero bella. Immagino una cittadella artistica che accoglie frotte di giovani che la frequentano per questo, per la città rappresenterebbe molto».

Parliamo del rapporto con Lino Guanciale e soprattutto di quello con Alessandro D’Alatri, che mi pare abbia con gli sceneggiatori mantenuto la fiction molto aderente alle storie raccontate da Maurizio de Giovanni?

«Parlando degli sceneggiatori è sicuramente andata così, credo siano stati bravi a rispettare la bellezza dei racconti di de Giovanni senza voler correre verso un presunto gusto del pubblico. Gli ascolti hanno dimostrato che, nonostante si tratti di una fiction con meno coriandoli delle altre, sia stata accolta molto bene dagli spettatori. Il regista poi è stato bravo perché è stato capace di raccontare una Napoli che evidentemente lui ama, pur non essendo napoletano, ma l’ha raccontata con la bravura di chi si mette di fronte a Napoli, di chi la vede senza indugiare nel folklore, raccontandola con profondità. Il personaggio di Bruno Modo è un po’ una conferma di come è stata pensata la fiction nel suo complesso. La caratterizzazione anche visiva del personaggio va oltre quella presente nel libro, arricchendo ulteriormente la figura di questo dottore del tempo. Mi sono trovato bene anche con Lino Guanciale perché anche lui viene dal teatro, abbiamo una formazione grammaticalmente parlando simile ed è stato facile intendersi come lo è stato anche con lo strepitoso Antonio Milo».

Le sei puntate hanno avuto molto successo. Ascolti importanti, l’attesa del pubblico nelle settimane di messa in onda è stata evidente. Poteva essere prevedibile visto il successo dei libri e del personaggio ma non è mai scontato…

«È stato un lavoro impegnativo, avevamo il compito di portare sul video dei racconti anche particolari e dalla nostra parte c’è stata anche la capacità direi visiva di Alessandro (il regista D’Alatri, ndr) e di Davide Tondelli, il direttore della fotografia, che hanno reso bella da vedere la storia che lo era già di per sé. Ci sono vari momenti in cui le inquadrature mi sembrano un quadro, anche perché si è andata a cercare una Napoli bellissima attraverso location affascinanti».

Il finale ha lasciato tutto sospeso. Nessuna delle storie che formano il filo conduttore si è chiarita. Ora è iniziata l’attesa per la seconda serie. Quando la girerete e quando potrà arrivare presumibilmente in tv?

«Credo che non la gireremo prima dell’anno prossimo, non sono a conoscenza di date precise ma da quello che so è ancora in corso la fase di scrittura e quindi è probabile possa arrivare sugli schermi nell’autunno del 2022».

Al di là dell’attesa che si crea, che è utile alla produzione, alla Rai, da attore cosa ne pensi: è giusto terminare un ciclo lasciando così tutto in sospeso?

«Fa parte del linguaggio della televisione, è il famoso cliffhanger, ovvero il meccanismo attraverso il quale si porta l’interprete e quindi gli spettatori sull’orlo del burrone e poi non si capisce se ci si butterà o meno. Serve a creare l’attesa della puntata successiva. Non so dire se sia giusto ma è necessario».

Quando ti rivedremo in Rai con la fortunata serie “Un passo dal cielo” che dovrebbe aver cambiato nome e location?

«Dovrebbe essere il primo di aprile se lo confermeranno e si chiamerà “I guardiani del cielo” per rilanciare la serie che è arrivata alla sesta stagione e che è stata spostata nel Cadore nei pressi di Cortina».

In conclusione a fine mese potrebbero riaprire i teatri nelle zone cosiddette gialle. Cosa ne pensi?

«La speranza è che si possa tornare in teatro al più presto ma personalmente non sono molto ottimista. Penso che per i piccoli teatri con la riduzione ad un terzo della capienza non sarà facile riuscirci. Capisco lo slancio di voler tornare tutti quanti a teatro, soprattutto tutti al lavoro, ma senza una vera forma di aiuto per il settore la situazione è molto dura».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021