Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

DA SAN SIRO AL SAN PAOLO

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Dallo scudetto coi rossoneri del 1979 fino alla promozione col Napoli del 2000, Il tecnico irpino è un pezzo di storia delle due squadre

di Bruno Marchionibus

Per un’intera generazione di tifosi il suo è stato l’unico Napoli vincente visto durante la propria infanzia. Ma Walter Novellino da Montemarano, dal canto suo, vincente lo è stato per tutta la carriera. Da calciatore con lo Scudetto al Milan del ‘79, quello della “Stella” e dell’ultimo Rivera. Da allenatore con cinque promozioni conquistate, di cui quattro in massima serie e tutte in piazze diverse; tra queste, appunto, quella del 2000 con gli azzurri, al termine di una stagione segnata dal suo carisma in panchina e dai gol di Stefan Schwoch.

Mister, per lei Milan-Napoli è un po’ una partita del cuore. Che ricordi ha dello scudetto vinto coi rossoneri nel ‘79?

«Quella nel Milan è stata un’esperienza straordinaria, coronata dal decimo Scudetto vinto col grande Liedholm in panchina. Grazie a lui eravamo già avanti rispetto agli altri; in attacco c’era Chiodi e poi tanti trequartisti e centrocampisti difficili da marcare per i difensori avversari. Molti di noi erano ragazzi giovani con grande voglia; partimmo in sordina ma poi conquistammo un titolo storico».

Tra tanti ragazzi giovani, c’erano anche due “senatori” come Rivera e Capello. Quanto è importante in una squadra avere giocatori di esperienza che guidino i compagni come facevano loro?

«È molto importante perché nei momenti di difficoltà la loro esperienza veniva fuori. In campo davano i tempi di gioco ed erano sempre pronti a dare i consigli giusti a noi altri. Erano un po’ degli allenatori in campo, e Capello in particolare poi ha valorizzato ampiamente questa sua attitudine nella carriera da tecnico».

Quanto è cambiato il calcio di oggi rispetto ad allora?

«Sicuramente sono cambiate le metodologie di lavoro. Oggi si predilige la corsa, all’epoca veniva dato più spazio alla tecnica e la qualità ne risentiva in positivo. Al di là di questo, però, c’è da dire che attualmente sono migliorate tante situazioni; nel calcio odierno si cerca di partire più da dietro, mentre allora si scavalcava spesso e volentieri il centrocampo con palle lunghe, anche se noi, con Liedholm, già mettevamo in pratica un gioco più “moderno”».

A proposito del partire da dietro, trova che a volte l’uscita dal basso a tutti i costi sia un po’ eccessiva?

«Beh, secondo il mio punto di vista l’uscita dal basso è importante, ma è importante che tale concetto non venga estremizzato. Si cerca sempre il palleggio basso per poter poi trovare spazio in avanti, mentre secondo me lo spazio in avanti si trova anche andando in verticale. Il punto è che bisogna valutare sempre le situazioni, i momenti in cui ciò può esser fatto e i momenti in cui vanno provate altre soluzioni, ed anche, soprattutto, la qualità dei giocatori a disposizione».

Passando alla sua carriera da allenatore, lei ha ottenuto cinque promozioni di cui quattro in Serie A, e tutte in piazze diverse. Qual è il segreto per far bene in così tante realtà differenti tra loro?

«Il primo segreto è sicuramente coinvolgere tutti e farli sentire parte importante del progetto. Al di là delle promozioni, poi, ho avuto anche tante altre soddisfazioni; con la Samp, ad esempio, abbiamo giocato la Coppa Uefa. In panchina ho vissuto anni bellissimi, e con molta sincerità dico che ho ancora grande voglia di allenare. Purtroppo, però, quello che si è fatto non basta, e ad oggi va molto di moda puntare sugli allenatori che fanno giocare le squadre in un determinato modo. A volte, invece, la strada giusta è quella della semplicità e si dovrebbe badare di più ad essere concreti. Prendiamo, ad esempio, Semplici al Cagliari: ha apportato giusto un paio di accorgimenti e subito sono arrivati i risultati».

Tra le promozioni ottenute c’è quella del 2000 a Napoli. Che ricordo ha di quella esperienza e quanto è difficile gestire la pressione in una piazza come quella partenopea?

«Innanzitutto per me è stata una bellissima esperienza poter allenare in una città meravigliosa con tifosi meravigliosi come Napoli. Quell’anno ho avuto la fortuna di avere alle spalle una società in cui Carlo Juliano, ogni volta che io “sbroccavo”, era in grado di ricucire il tutto. In seguito, tra l’altro, sono diventato amico di molti giornalisti napoletani, con cui instaurai un rapporto straordinario al di là di quelli che poi furono i risultati sul campo».

Forse una delle mancanze del Napoli attuale è proprio quella di non avere figure in società col compito di mediare tra squadra, proprietà e ambiente esterno?

«Mah, questo non lo so, però io credo che Giuntoli sia un direttore sportivo molto bravo che ritengo assolutamente all’altezza. Ed anche lo stesso De Laurentiis, devo dire, nel momento di difficoltà di Gattuso si è ben comportato; non mi pare si siano ascoltate parole fuori posto del Presidente a riguardo, pur considerando che, molto probabilmente, ADL e il mister hanno avuto modo di parlarsi in privato».

Sempre a proposito degli azzurri, a distanza di anni quanto è forte il rimpianto per non aver potuto guidare il “suo” Napoli anche in Serie A?

«Certamente il rimpianto è grande. Io ricordo che comparvero foto di Zeman, prima ancora che fosse ufficializzato il suo ingaggio, che già indossava la maglia del Napoli. Quello a Napoli era il periodo dei “due presidenti” (Ferlaino e Corbelli, ndr), e quando intuii la piega che avrebbero preso le cose, preferii andare via senza creare nessun problema».

Quella separazione quindi dipese dai cambiamenti in atto in società in quel periodo?

«Sì. Corbelli e qualcun altro volevano fortemente portare Zeman alla guida della squadra. Certamente tra questi non c’era Ferlaino, che avrebbe voluto confermare me per affrontare quella stagione in Serie A».

Il “suo” Napoli, ad ogni modo, era una squadra molto forte, così come erano tante le squadre della Serie B di quegli anni che ad oggi, probabilmente, disputerebbero senza grossi problemi la massima serie. Crede che mediamente il livello tecnico del campionato italiano sia sceso rispetto ad allora?

«Sì. All’epoca il livello tecnico era molto più alto rispetto a quello attuale, e non c’era questa enorme differenza tra le diverse squadre. Adesso la lotta al vertice riguarda davvero pochi club, mentre allora erano in tante a lottare. Ad oggi il fattore economico ha assunto davvero un valore enorme».

Cosa pensa del Napoli attuale e di Gattuso?

«In primis mi auguro di cuore che la squadra possa raggiungere il quarto posto, e me lo auguro anche per Rino, che sta soffrendo tanto. Io un consiglio al mister voglio darlo: Napoli è una città davvero fantastica, e lui deve proseguire dritto per la sua strada. A me il Napoli di Gattuso piace; è vero che il rendimento ultimamente è stato altalenante, ma su questo hanno inciso vari fattori, dall’impossibilità di fare allenamenti, giocando ogni tre giorni, fino ai tanti indisponibili tra infortuni e positività al Covid. Non si tratta di trovare alibi, ma di valutare dati oggettivi».

Il suo giudizio sul Milan di Pioli?

«I rossoneri stanno facendo grandi cose, mi ricordano molto il “mio” Milan, pieno di giovani di valore, e sono convinto che possano ancora dire la loro nella lotta per il primato. È chiaro, tuttavia, che in questo momento la squadra favorita per vincere il campionato è l’Inter».

In conclusione, una curiosità: c’è qualche giocatore in particolare del Napoli attuale che le piacerebbe allenare?

«Insigne sicuramente. Ma anche Fabian, Koulibaly quando sta bene, Mertens. Nella mia squadra non farei mai a meno di loro».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

L’ex attaccante ripercorre le fasi salienti della sua carriera dall’esordio al Santos al fianco di Pelé fino all’arrivo in Italia al Mantova

di Marco Boscia

Roccaraso, estate 2000. Quella degli Europei in Belgio e nei Paesi Bassi. Del cucchiaio di Totti dal dischetto all’Olanda in semifinale. Tanti bambini che cullano un sogno, quello di diventare calciatori. Un progetto importante con un coordinatore d’eccezione come Angelo Benedicto Sormani che diresse anche un paio di allenamenti. Una gioia ed un onore per chi scrive oggi che, dopo aver fatto parte di quel gruppo di bambini, ha il piacere di fare un piacevole tuffo nel passato con un grande campione di un calcio che purtroppo stenta a trovare nuove strade.
Nato a Jaú, in Brasile, il 3 luglio 1939 ma di origini italiane, motivo per il quale scelse di indossare la maglia azzurra della nazionale e non quella verdeoro, Sormani è stato uno dei più grandi attaccanti degli anni ‘60 e ‘70. Prima di approdare al Napoli all’età di 31 anni, raggiunse l’apice della sua carriera nelle quattro stagioni al Milan con cui vinse una Coppa Italia, uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.

Venne soprannominato il “Pelé bianco” nella sua breve parentesi a Roma e da allora è sempre stato ricordato così. Forse perché arrivò in Italia nel 1961 dopo aver esordito in Brasile nel Santos al fianco di Pelé, quello vero?

«Parlo di Pelé sempre con grande piacere. Oggi ci sono tanti filmati che mostrano le gesta dei calciatori. Di Pelé invece credo si sia visto solo il 30% di quello che ha realmente fatto. Io ho giocato insieme e contro tanti campioni dell’epoca. Con Rivera, con Altafini, con Beckenbauer, solo per citarne alcuni. Tutti fortissimi ma non c’è stato nessuno con le caratteristiche di Pelé. Credo che se Pelé si fosse allenato per il salto in alto sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per il salto in lungo sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per i 100 metri sarebbe andato alle Olimpiadi. Senza parlare poi di come colpiva il pallone indifferentemente di destro, di sinistro, di testa. È stato un giocatore unico e completo. È nato pronto, sia fisicamente che psicologicamente. Chi di Pelé non ha visto tutto non può paragonarlo a nessun altro. Non so se nascerà mai più uno come lui o più forte di lui».

Dopo il Santos lei arrivò giovanissimo in Italia. Quali difficoltà incontrò nel suo percorso di crescita?

«Ho inseguito un pallone per tutta la vita ma naturalmente ci sono stati momenti in cui le cose non sono andate come avrei voluto. In Italia arrivai al Mantova. Lì feci molto bene e dopo due stagioni fui ceduto alla Roma. Iniziai la mia esperienza in giallorosso con grandi motivazioni ma in una partita con la nazionale in Russia ebbi una distorsione del gomito. Passai più di un anno con la paura dei contrasti, di cadere e di rifarmi male. Fui condizionato tanto da quell’episodio e a Roma non riuscii ad esprimermi al meglio. Mi ripresi fisicamente solo nel finale della stagione successiva alla Sampdoria e così fui ingaggiato dal Milan».

Quanto fu importante in tal senso per la sua crescita il ritorno in panchina al Milan di un allenatore come Nereo Rocco?

«Era una persona speciale, alla mano. Chi si allenava con lui doveva capire il dialetto triestino. Era fenomenale per come coinvolgeva tutti e per come ci faceva stare insieme. Ridevamo, scherzavamo e ci divertivamo sempre. Fu in grado di creare un gruppo unito e con gli stessi obiettivi. Di me seppe forse sfruttare, più di tutti, le mie qualità tecniche».

A proposito di qualità tecniche. In passato il calcio brasiliano sfornava tanti talenti. Come mai secondo lei oggi succede meno?

«Prima in Brasile, in Argentina e nei paesi più poveri bastava un semplice pallone. Per noi era tutto, giocavamo l’intera giornata o a casa da soli contro il muro o per strada con altri ragazzi. Oggi ci sono troppi interessi, esistono un’infinità di scuole calcio ed il calciatore è diventato una figura invidiata da tutti. Si guadagna troppo. Quello che è un divertimento è stato trasformato in altro. Molti genitori credono che i propri figli possano diventare calciatori, invece è difficilissimo, perché la concorrenza è enorme. I ragazzi pensano solo al benessere economico che questo sport può dare ma ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il calcio è prima di tutto passione, divertimento, allegria».

Dopo quattro anni al Milan arrivò al Napoli. Com’era l’ambiente partenopeo?

«Formidabile. Mi sono innamorato di Napoli. Della città e del modo di vivere, molto simile a quello brasiliano. Per quelle che erano le possibilità della società facemmo abbastanza bene. Ho ammirato tantissimo il presidente Ferlaino. Ci ha sempre messo la faccia ed il suo obiettivo era quello di regalare uno scudetto alla città, arrivato poi finalmente alla fine degli anni ‘80. Credo che quello fu uno dei riconoscimenti più giusti per una persona che ha vissuto e che ha dato tutto per il Napoli».

Come mai non concluse la sua carriera di calciatore al Napoli?

«Perché non ho mai scelto dove andare come spesso accade oggi. Andai via a quasi 33 anni e probabilmente quando avevo ancora buon mercato. Passai alla Fiorentina ma l’esperienza non fu delle migliori perché trovai un gruppo di ragazzi giovani che stavano crescendo con una mentalità nuova ed io non riuscii ad integrarmi completamente».

Conclusa la carriera in campo al Vicenza, qualche anno dopo tornò a Napoli da allenatore. Che ricordi ha di quell’esperienza?

«Ti racconto un aneddoto. Nel ‘67 quando giocavo al Milan ebbi l’ernia del disco e a quei tempi per un calciatore si pensava che la carriera potesse finire. Ma mi operai e mi fu consigliato di fare delle sedute alle terme per riprendermi più velocemente. Quando uscivo di lì a ora di pranzo, visto il caldo, mi recavo spesso in un bar per rinfrescarmi con una bevanda. Un giorno il barista mi chiese: “Sei contento di andare al Napoli?” Lo seppi così. Al Milan non me lo avevano ancora comunicato. Quando invece sono venuto a Napoli per fare l’allenatore nel 1978 era la prima volta in vita mia che scelsi dove andare. Accettai e venni volentieri perché mi ero già trovato benissimo. Ancora adesso ho molte amicizie nell’ambiente partenopeo. Con la Primavera fu una delle tappe più belle della mia vita, tanti giovani calciatori riuscirono ad emergere».

Quanto cambia sedersi in panchina?

«Non ho mai studiato tanto come quando ho fatto l’allenatore. Essere allenato ed allenare sono due cose completamente diverse. Volevo far capire come palleggiare, come tirare, come dribblare. Cercare di mostrare come si gioca a calcio a dei giovani ragazzi è una cosa che mi ha entusiasmato e riempito di gioia».

Arriviamo alla partita di domani sera. Chi vede favorito e per chi farà il tifo?

«Non posso sbilanciarmi. Io faccio il tifo per tutte le squadre in cui ho giocato. Sono stato voluto bene in tutte le città dove sono stato. Forse per il mio carattere ho avuto sempre un ottimo rapporto con la gente del posto. Sapevo di essere un ospite e ho imparato che dovevo essere io bravo a diventare mantovano, romano, milanese, napoletano etc. Credo di poter affermare con orgoglio di non aver avuto nessun nemico nel mondo del calcio».

Alla luce degli ultimi risultati, dove crede che possano arrivare queste due squadre a fine stagione?

«È un momento complesso per tutti. Non si può neanche più entrare a prendere un caffè in un bar. Calciatori ed allenatori sono sempre a rischio e vivono con l’incubo dei tamponi. Credo che in questo senso, e giocando ogni tre giorni, la qualità del gioco ne stia risentendo. Ad ogni modo penso che il Milan cercherà di giocarsi lo scudetto fino alla fine e spero che il Napoli riesca a centrare almeno il quarto posto, una squadra così non può restare fuori dall’Europa che conta».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Ultime chiamate rossonere e azzurre

Ultime chiamate rossonere e azzurre

L’ANALISI

Ultime chiamate rossonerazzurre

Napoli e Milan dovranno giocare le partite che mancano con un solo imperativo: conquistare ogni domenica i tre punti

di Bruno Marchionibus

Napoli: mal di trasferta

Nell’epoca Covid, con gli stadi chiusi al pubblico, il fattore campo dovrebbe inevitabilmente contare meno del solito. Eppure, statistiche dell’ultimo periodo alla mano, il Napoli di Rino Gattuso da metà gennaio in poi ha sofferto particolarmente lontano dal Maradona. Se nell’ex San Paolo, infatti, Insigne e compagni hanno ritrovato una certa continuità di risultati, che era mancata invece nella prima fase del torneo, è in trasferta che la squadra azzurra ha collezionato un solo punto nelle ultime quattro uscite (il pareggio a Sassuolo giunto dopo le tre sconfitte con Verona, Genoa e Atalanta). Dato curioso, questo, considerando come, al contrario, fino alla sconfitta di dicembre con l’Inter i partenopei fuori casa avevano avuto un rendimento praticamente perfetto.
Ora, però, con le residue possibilità di rincorrere il treno per il quarto posto appese ad un filo, la squadra napoletana non può più permettersi un’alternanza di risultati così evidente. I ragazzi di Gattuso dovranno sì fare in modo che Fuorigrotta resti un fortino inespugnabile, ma anche tornare a fare punti lontano da casa come nei primi mesi di questa annata, a cominciare già dalla sfida delicatissima con il Milan, che inaugurerà il trittico terribile di gare contro rossoneri, Juve e Roma.

Milan: i cugini in fuga

Situazione particolare quella in casa Milan: dopo essere stati in testa alla classifica per più di un girone, di fatti, gli uomini di Pioli sono incappati in una serie negativa di risultati, tra cui la sconfitta per 3 a 0 nel derby, e si sono visti superare e distanziare proprio dai cugini interisti. La rimonta su Lukaku e soci, realisticamente, appare molto complessa, ma i tifosi del Diavolo non vogliono darsi ancora per vinti e vedono senza dubbio nella sfida al Napoli una delle ultime possibilità per rientrare nella lotta al vertice.
Anche qualora l’Inter non rallentasse il passo, ad ogni modo, la partita del Meazza contro gli azzurri assume un valore parimenti fondamentale; in una stagione come quella in corso, in cui la classifica è estremamente corta e le pretendenti ai primi quattro posti sono molteplici, passare dalla testa della graduatoria a posizioni fuori dalle primissime è tutt’altro che impossibile. Il Milan, dunque, ha necessità di guardare non solo avanti, ma anche alle proprie spalle, e mettere quanto prima un solco importante tra sé e le inseguitrici, garantendosi così quanto meno la qualificazione alla prossima Champions League.

LA PRESENTAZIONE

Gattuso sfida il suo passato

In una partita ricca di qualità saranno i particolari a fare la differenza e a far pendere la bilancia in favore di azzurri o rossoneri

Gattuso torna a casa

Sarà senza dubbio una partita speciale per Rino Gattuso, che affronterà col suo Napoli, per la prima volta a San Siro da tecnico avversario, i colori che hanno accompagnato prima la quasi totalità della sua carriera da calciatore e poi la sua prima esperienza sulla panchina di una big da allenatore. Il mister calabrese ha sempre ammesso di considerare il mondo Milan casa sua, e difficilmente potrebbe essere diversamente dopo tredici stagioni da calciatore in maglia rossonera, ed una qualificazione Champions sfiorata come guida tecnica della squadra. La situazione del Napoli attuale, però, non lascia spazio a nessun tipo di sentimentalismo; gli azzurri hanno un disperato bisogno di punti per dare un senso alla parte finale della stagione, e toccherà proprio a Gattuso provare a dare un dispiacere ai suoi ex tifosi, che mai lo hanno dimenticato.

Confronti a tutto campo

Dalla difesa fino all’attacco, Milan-Napoli vedrà tanti confronti interessanti catturare l’attenzione in mezzo al campo. Nelle rispettive retroguardie, Koulibaly e Romagnoli avranno senza dubbio voglia di essere protagonisti; Kalidou ha il compito di restituire con la sua presenza sicurezza e stabilità alla difesa partenopea, nonché di farsi perdonare l’ingenua espulsione subita col Benevento, mentre il capitano rossonero vorrà certamente mettere a zittire qualche critica di troppo subita nell’ultimo periodo, anche in vista degli Europei di cui punta ad essere partecipe.
In mezzo al campo, poi, gli uomini più in vista delle due squadre saranno Kessie da una parte, centrocampista goleador grazie ai tanti rigori realizzati, e Fabian dall’altra, rientrato molto bene dopo l’assenza dai campi dovuta al Covid. In attacco, infine, gli schieramenti di azzurri e rossoneri dipenderanno molto dalle condizioni di Osimhen e Ibrahimovic, entrambi protagonisti di stagioni sfortunate dal punto di vista fisico.

Donnarumma-Meret: viva l’Italia!

Ma il confronto più suggestivo legato a Milan-Napoli è sicuramente quello tra i due principali portieri dell’ultima generazione di estremi difensori della scuola italiana: Donnarumma e Meret. Se Gigio, a Milano, è ormai titolare fisso da quando aveva sedici anni ed è diventato titolarissimo della Nazionale ed uno dei principali numeri uno a livello europeo, Alex, a Napoli, negli ultimi dodici mesi non ha avuto modo di trovare continuità a causa dell’alternanza tra lui ed Ospina. Certamente sarebbe bello vedere i due portieroni l’uno di fronte all’altro sul prato di San Siro; ad ogni modo, qualunque siano le scelte finali di Gattuso, l’esperienza Donnarumma dovrebbe essere da monito per tutto il mondo del calcio. L’unico modo per veder sbocciare ed affermarsi un talento, per quanto sia puro, è quello di lasciarlo giocare, crescere, e quando capita anche sbagliare.

I precedenti a San Siro

Quanto ai precedenti più recenti, la vittoria azzurra nella Scala del calcio manca dalla stagione 2016/17, quando Insigne e Callejon regalarono al Napoli il successo per 2 a 1. Lo stesso Insigne, l’anno prima, era stato grande protagonista di una delle prime goleade della gestione Sarri: 4 a 0 in casa del Milan con doppietta del Magnifico. Dopo di allora, su tre incontri tra le due compagini nel capoluogo lombardo, una vittoria rossonera e due pareggi, tra i quali quello che più fa male ricordare ai supporters partenopei è senza dubbio lo 0 a 0 dell’aprile 2018, quando un miracolo di Donnarumma su Milik all’ultimo secondo tolse ai campani due punti che sarebbero risultati poi decisivi nella lotta Scudetto.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

È arrivata l’ora di “espugnare” il Vigorito!

È arrivata l’ora di “espugnare” il Vigorito!

L’ANALISI

È ora di “espugnare” il Vigorito!

Il Benevento vuole tornare a conquistare tre punti fondamentali contro la Fiorentina tra le mura del proprio stadio

di Marco Boscia

Cambio di passo

Bisogna invertire il ruolino di marcia del 2021. Una sola vittoria, a inizio anno, arrivata in Sardegna contro il Cagliari. Poi 5 sconfitte e 5 pareggi. Bottino misero per chi vuole provare a raggiungere la salvezza. È il momento di prendersi i 3 punti fra le mura amiche! Lì dove il Benevento ci è riuscito solo 2 volte in stagione, contro Bologna e Genoa. A maggior ragione dopo un girone d’andata più che dignitoso ed aver sorpreso come squadra rivelazione del campionato. In quello di ritorno il Benevento sta difatti riscontrando le classiche difficoltà della neopromossa. L’undicesimo posto conquistato dopo le prime 19 gare appare solo un ricordo. I punti di distacco dalla terzultima si sono sensibilmente ridotti. E le altre nel frattempo non sono rimaste ferme a guardare. Il Torino ed il Cagliari stanno traendo giovamento dalle rispettive cure Nicola e Semplici, il Genoa sembra rinato con il solito Ballardini in panchina, l’Udinese ed il Bologna si sono risollevate dalle sabbie mobili che le avevano viste fermarsi più del dovuto in zone pericolose, lo Spezia di Italiano sta dimostrando di poter mettere in difficoltà qualsiasi avversario e la Fiorentina di Prandelli, fra alti e bassi, sta faticosamente cercando di risollevarsi. Proprio i viola saranno ospiti oggi pomeriggio alle 18.00 al Vigorito per uno degli anticipi della ventisettesima giornata di Serie A in quella che si preannuncia una sfida avvincente e che avrebbe meritato una cornice di pubblico importante.

Nel nome di Astori

Destino beffardo. Precisamente tre anni dopo la Fiorentina torna ad affrontare il Benevento, seppur al Vigorito. Difatti l’11 marzo 2018 la squadra viola si trovò costretta a scendere in campo all’Artemio Franchi di Firenze per un match, proprio contro la squadra campana, che non avrebbe mai voluto disputare. Una settimana prima, a Udine, la tragica scomparsa del suo capitano. Una morte che colpì l’intero mondo pallonaro e non solo. Da quel momento una maglia viola di Davide Astori, o azzurra della nazionale italiana, una sua immagine dal campo o una sua fotografia sono apparsi in tutti i locali di Firenze. Ed ogni domenica quando la Fiorentina scende in campo lo fa anche per il suo numero 13, sempre vivo nel cuore di chi continua a lottare sul rettangolo verde.

LA PRESENTAZIONE

Sfida salvezza

All’andata la spuntarono i sanniti. Oggi pomeriggio il Benevento incrocia nuovamente la Fiorentina per dare una sterzata al campionato

Esordio amaro

Prandelli torna sulla panchina della Fiorentina dopo 10 anni. Lì dove aveva lasciato uno splendido ricordo nel suo quinquennio, fatto di successi e di qualificazioni in Europa. Lo fa per sostituire Iachini. A Firenze lo accolgono a braccia aperte, solo virtualmente visto il periodo storico. Il debutto non è però quello sognato. È il 22 novembre 2020 ed in un Artemio Franchi deserto il tecnico di Orzinuovi vide le “streghe”. Difatti un Benevento roccioso, arcigno, operaio e coraggioso riuscì a spuntarla vincendo di misura ed ottenendo tre punti preziosi. Gli uomini di Inzaghi seppero vincere e soffrire sbloccando la partita soltanto ad inizio ripresa e conservando il vantaggio fino al termine della gara. Non fu forse una squadra bella da vedere ma, se vincere è l’unica cosa che conta, specialmente per una neopromossa in lotta per la salvezza, allora i sanniti seppero interpretare in maniera perfetta la loro parte, anche a discapito dello spettacolo, rendendo amaro l’esordio bis di Prandelli sulla panchina della Fiorentina.

I padroni di casa

Dopo un intero girone la situazione sembra però mutata. Gli uomini di Inzaghi arrivano alla delicata sfida di oggi dopo aver rischiato di perdere sette giorni fa contro lo Spezia nonostante l’iniziale vantaggio. Il punto guadagnato è comunque servito a muovere la classifica ma a pesare sull’andamento della sfida in Liguria sono state anche le assenze di Schiattarella ed Insigne, multati dalla società e puniti da Inzaghi per una lite furibonda in allenamento. Il tecnico piacentino dovrebbe poter contare anche sul loro apporto oggi per mettere alle corde una Fiorentina che, parimenti, non può permettersi altri passi falsi. Se in difesa Inzaghi spera nel recupero sulla fascia destra di almeno uno fra Depaoli e Letizia, per evitare di dover nuovamente adattare Improta nel ruolo di terzino, in attacco, dopo il gol e la buona prova offerta, il tecnico sembra orientato a confermare il ventiduenne argentino Gaich che dovrà vincere il ballottaggio con Lapadula per una maglia da titolare.

Gli ospiti

Quella che oggi arriva al Vigorito è una Fiorentina che, ad inizio stagione, mai si sarebbe aspettata di lottare per la salvezza. D’altronde quella viola è la squadra con il settimo monte ingaggi della Serie A. Significa che qualcosa è andato storto. La squadra del presidente Commisso sembra difatti contare più sulle individualità che sul collettivo. Il presidente viola, una volta ottenuta l’eventuale permanenza in massima serie, più che sul nuovo stadio, farebbe bene a concentrarsi sulla programmazione futura per cercare di dare un’identità precisa ad una squadra e ad una piazza che meriterebbero ben altri risultati. C’è però prima, come detto, da raggiungere l’obiettivo primario della salvezza. Per farlo Prandelli vuole cercare di vincere già oggi mandando i suoi in campo con l’ormai consueto 3-5-2. Pesante l’assenza di Castrovilli, ancora infortunato, che sarà sostituito probabilmente da Valero con Amrabat e Pulgar ai lati. Se a sinistra appare praticamente certa la presenza di Biraghi, sulla fascia di destra solito ballottaggio tra Venuti, Caceres e Malcuit. Ma per vincere servono i gol che il tecnico spera possano arrivare grazie al contributo del suo duo d’attacco, formato quasi certamente da Vlahovic e Ribéry, che torna in campo dopo aver saltato la sfida con il Parma della scorsa settimana per squalifica.

2 a 1 per i viola nei precedenti

Sono soltanto tre i precedenti fra le due compagini nella loro storia. I primi due nella stagione 2017/2018 alla prima apparizione dei sanniti in Serie A. Il 23 ottobre 2017 la Fiorentina si impose per 3-0 al Vigorito con i gol di Benassi, Babacar e Thereau, su rigore, condannando i padroni di casa alla nona sconfitta consecutiva dall’inizio di quel campionato. Al ritorno, l’11 marzo 2018, in un Artemio Franchi stracolmo per commemorare Davide Astori, fu Victor Hugo a regalare i 3 punti ai viola. Quest’anno, come detto, il Benevento è invece riuscito ad imporsi per 1 a 0 a Firenze nella sfida d’andata grazie al primo gol in Serie A di Riccardo Improta.

pubblicato su Napoli n. 35 del 13 marzo 2021

La novità esplosiva e il grande assente

La novità esplosiva e il grande assente

APPUNTI IN GIALLOROSSO

La novità esplosiva e il grande assente

In attacco con Gaich arriva un po’ di forza fisica. Dabo squalificato non potrà affrontare oggi la sua ex squadra

di Lorenzo Gaudiano

In questo 2021 il Benevento ha vinto soltanto una volta. Che cosa non sta funzionando? Come mai la vittoria sembra così difficile da portare a casa, nonostante in numerosi casi i sanniti fossero in vantaggio? Bisogna preoccuparsi?
Alle prime due domande ipotizzare una risposta sarebbe fuori luogo, forse anche irrispettoso nei confronti di uno spogliatoio che in tutti i suoi componenti per tutta la durata della settimana lavora duro e in ogni partita, senza risparmiarsi, ce la mette tutta per provare a conquistare il bottino pieno. Il campionato è lungo, ci può stare che a periodi positivi si alternino momenti negativi, anche perché l’obiettivo stagionale dei sanniti è sempre stato la conquista di una salvezza tranquilla. E questo non bisogna dimenticarselo.
È importante mantenere i nervi saldi e soprattutto l’equilibrio. Ed è proprio per questo che al terzo quesito invece una risposta si può azzardare. Chiaramente un no secco e deciso. Perché il gioco si sta facendo duro e anche il Benevento, come tutti i duri, prova a giocarsi tutte le sue carte a disposizione. Un carro armato ad esempio, per sfondare le linee nemiche e favorire l’avanzamento dei propri commilitoni.

Il carro armato è Gaich, Tanque infatti è il suo soprannome, e nella scorsa partita ha riportato la sua squadra al gol dopo un periodo di digiuno. Tutti lo hanno abbracciato allo stadio Picco di La Spezia dopo la rete che purtroppo non è bastata alla conquista dei tre punti, anche il ds Pasquale Foggia, soddisfatto per l’impatto dell’attaccante argentino e curioso di vincere una sua ulteriore scommessa di mercato proveniente dalla Russia.
In attacco serviva un po’ di forza fisica e con Adolfo probabilmente il Benevento l’ha trovata. La gara di oggi contro la Fiorentina si spera che già possa certificarlo, ma naturalmente ce ne saranno tante altre in cui l’argentino potrà dare il suo contributo con la sua potenza esplosiva.
A una bella novità però si accompagna però un grande assente. Al Vigorito arriva la Fiorentina, ma Bryan Dabo squalificato non potrà affrontare la sua ex squadra. Nell’intervista che troverete nelle pagine successive si coglie dalle sue parole il dispiacere di non poter rivedere i suoi vecchi compagni di squadra in campo e soprattutto dimostrare il proprio valore. Ci avrebbe tenuto molto, ma nonostante questo sarà comunque lì con tutta la compagine sannita, anche se sugli spalti, per cercare quei tre punti che il Benevento da un po’ meriterebbe ma che si lascia sempre sfuggire dalle mani.

pubblicato su Napoli n. 35 del 13 marzo 2021